Le nuove Libie saranno due, tre o forse nessuna

Scontri tribali, instabilità politica e due tentativi di secessione, uno mascherato (Cirenaica) e un altro minacciato (tribù Toubou): in Libia sta succedendo tutto isieme. Come se su Tripoli si fosse abbattuta una tempesta perfetta.
Certamente i 12.000 soldati millantati dal membro del Congresso USA Cynthia Mc Kinney, dislocati a Malta e pronti ad entrare nel Paese per riportare l’ordine, erano una bufala; i numeri dei morti che giungono dal fronte al libico, al contrario, sono reali e preoccupanti.
Le notizie più drammatiche arrivano dal Sud, e precisamente dalle città di Sabha, Zwiya e Kufra, vicino al confine con il Ciad. Qui è in corso un aspro conflitto tra la tribù dei Toubou e quella degli Abu Seif, che in sei giorni di combattimenti ha lasciato sul campo 147 morti. L’accordo per il cessate-il-fuoco raggiunto il 28 marzo ha resistito lo spazio di una giornata; il 29 le milizie hanno ripreso le ostilità.
La situazione appare talmente grave che uno dei capi tribù si è spinto al punto di chiedere un intervento internazionale per fermare quella che lui definisce una “pulizia etnica del suo popolo, oltre che a minacciare la creazione di uno Stato indipendentese il CNT non riuscirà a porre fine ai massacri .
A questo punto le speranze che le animosità possano placarsi in tempo per le elezioni di giugno sono ridotte all’osso.

Una transizione positiva dipende dalla compresenza di alcuni fattori cruciali: una leadership forte e coesa, una società civile attiva e un senso di unità nazionale. Tutti ancora assenti nella nuova Libia, politicamente frammentata fin dall’inizio della rivolta, guidata da un CNT privo di un consenso ampio e infiammata dalle milizie che non hanno mai smesso di spararsi addosso. Lo scenario all’orizzonte è che la Quarta sponda si trasformi in un nuovo Iraq.
Pochi giorni fa l’ex primo ministro libico Mahmoud Jibril – di fatto destituito per volontà del Consiglio militare di Tripoli, che forte dei suoi 20.000 uomini è praticamente indipendente dal CNT – si è recato a Bruxelles per mettere in guardia i leader europei dall’abbandonare la Libia prima che il Paese si sia stabilizzato. Chiaro il messaggio sotteso (più caos per la Libia = più grane per l’Europa), ma altrettanto evidente è l’alzata di braccia del CNT, la cui leadership ormai è puramente formale e intorno al quale tutto sembra sgretolarsi.
In Cirenaica, cuore petrolifero e agricolo del Paese, i leader tribali e i miliziani della Cirenaica hanno eletto Ahmed Al-Zubair, discendente di, re Idris, islamista e conosciuto per essere il prigioniero politico rimasto più a lungo in carcere sotto Gheddafi, come nuovo governatore della provincia semiautonoma. Il CNT ha definito tale iniziativa un “invito alla frammentazione”, ma non si vede in che modo possa impedirla. La questione è sarà possibile arrivare ad una forma di equilibrata decentralizzazione senza alimentare le temute spinte autonomistiche.
Ci sono poi i berberi, che costituiscono il 10% della popolazione e più di una volta sono scesi in strada per chiedere maggiori tutele, manifestando il proprio rifiuto verso qualunque decisione governativa che non tenga conto delle loro esigenze.
Difficile dire se la nuova Libia sarà una, o due, o chissà. Di certo non sarà più così come l’abbiamo conosciuta quando alla sua guida c’era Gheddafi. Ma una Libia divisa è destinata a disintegrarsi in entità politicamente ed economicamente irrilevanti – con la sola, notevole eccezione della summenzionata Cirenaica, che oggi pare lontana da Tripoli più di quanto non lo fosse un anno fa, agli albori della rivoluzione.