ISIS lancia l’offensiva anche in Iran

Da giorni le tv di tutto il mondo ripetono come i militanti dell’ISIS proseguano la loro avanzata all’interno dell’Iraq, conquistando città e procedendo ad esecuzioni sommarie di militari e altri agenti di sicurezza catturati. Quello che quasi nessuno ha detto è che i jihadisti hanno sferrato un attacco anche alle guardie di frontiera iraniane vicino alla località diQasre Shirin, al confine con l’Iraq. Il fatto sarebbe avvenuto qualche giorno fa, ma si è saputo solo ieri attraverso il passaparola sui social media, stante la consueta censura di Teheran ogniqualvolta si verifichino incidenti di frontiera con Baghdad.

Tra le prove dell’avvenuto scontro circola questa fotografia dei corpi di due funzionari di Teheran uccisi. È probabile che sia stata anche la diffusione di questa immagine a convincere le autorità iraniane a fare chiarezza sui fatti di Qasre Shirin. Il primo a parlarne apertamente è stato Fath Allah Hosseini, deputato locale nel Parlamento iraniano, il quale tuttavia ha cercato di “minimizzare” la vicenda, ripetendo che le frontiere iraniane sono sicure e che in ogni caso i residenti di Qasre Shirin non temono un’avanzata dell’ISIS fino alla frontiera. In seguito, in una dichiarazione all’agenzia di stampa YJC, il generale di brigata Ahmad Reza Pourdastan ha confermato che l’incidente ha avuto luogo, aggiungendo però che gli aggressori appartenevano al Partito per la vita libera del Kurdistan, gruppo militante curdo conosciuto anche con l’acronimo Pejak. Continua a leggere

Perché la fine di Assad appare sempre più vicina

Nelle ultime settimane il regime siriano ha perso un gran numero di basi ed aeroporti militari con la distruzione al suolo di vari aerei jet ed elicotteri. Così Assad sta progressivamente perdendo la sua forza maggiore: il controllo dei cieli.
Sarà forse per questo che, come rivelato dal New York Times, l’esercito sta compiendo manovre sospette con l’arsenale chimico? Il quotidiano, citando una fonte anonima dell’amministrazione USA, ha persino paventato l’idea che tali armi siano messe in posizione in questi giorni, per quanto non vi sia certezza che Assad abbia ordinato di schierarle né che intenda usarle. Nel dubbio, Hilary Clinton e Barack Obama hanno già lanciato il loro monito: l’uso (o anche solo lo svolgimento di movimenti preparatori) delle armi chimiche “sarebbe totalmente inaccettabile“.
Fatto sta che le armi chimiche siriane (qui un approfondimento di Massimiliano Ferraro), oltre alla popolazione della Siria, spaventano sul serio anche l’America.

Ora, probabilmente nessuno a Damasco pensa che l’uso di armi chimiche come mezzo estremo di sopravvivenza politica possa rivelarsi una strategia vincente. Il regime di Assad finora non ha mai usato le armi chimiche e ribadito in più occasioni che non le userà contro il suo popolo, e benché il presidente non si sia mai curato dei drammatici risvolti umanitari della crisi, stavolta possiamo credergli. Dopo tutto, usare le armi per colpire o più semplicemente mostrare i muscoli contro il nemico non sono certo gli unici motivi validi per tirarle fuori dalla naftalina: riposizionarle in luoghi più sicuri consentirà all’esercito di tenerle al riparo dai ribelli, ormai sempre più vicini alla capitale Damasco.  L’esperienza libica – dove le armi trafugate dagli arsenali gheddafiani, lasciati incustoditi, hanno foraggiato sia la rivolta nel Nord del Mali che le bande beduine del Sinai – dovrebbe suggerirci che tale mossa non è certamente un male. Soprattutto se davvero al-Qa’ida è attiva nelle fila dei ribelli.

Allora perché tanta enfasi da parte dell’amministrazione USA nel denunciare la faccenda? Potrebbe essere un’azione diversiva nel quadro di un’operazione più complessa, volta a rimuovere Assad passo dopo passo, attraverso una lenta ma efficace strategia di soffocamento.
Secondo Ennio Remondino su Globalist:

Una trama complessa. Non sappiamo esattamente chi abbia elaborato la strategia complessiva e i dettagli delle diverse operazioni, ma ne conosciamo alcuni passaggi. Basta guardarsi attorno. Come far implodere il regime di Assad senza farsi coinvolgere in un conflitto aperto e senza cavalcare opposizioni interne più pericolose dello stesso vecchio despota? Lettura atlantica e Statunitense, a quanto ci dicono le nostre fonti. Con la responsabilità di un bel po’ di vittime tra la popolazione di quello sfortunato paese. Ma quando mai le vittime civili entrano nelle contabilità delle guerre?
Operazione Doha. Su pressione di Stati Uniti e Qatar e con la partecipazione attiva di Francia, Germania, Italia, Turchia e Gran Bretagna, dal 4 all’11 novembre sono stati riuniti a Doha oltre 400 delegati della dissidenza siriana. Fritto politicamente e militarmente misto, da maneggiare con le molle, ma indispensabile per formare un soggetto politico siriano credibile e formalmente unitario. Un Parlamento alternativo a quello di Damasco e un Governo transitorio copiato dal “modello libico”. Compito, gestire le “aree liberate”, le attività dell’«Esercito Libero Siriano», soldi e armi.
Democrazia a lotti. Gli equilibri interni sono fondamentali per garantire chi paga. Come Presidente del “Consiglio Nazionale Siriano” (Cns) viene eletto George Sabra (in sostituzione di Abdel Baset Sieda) affiancato da un vice, l’esponente dei Fratelli Musulmani Faruk Tayfur, e 40 membri anche essi di nuova nomina. L’inaspettata scelta di Sabra, cristiano ed ex comunista, è una mossa abile. Sottrarre al Presidente Bashar Assad l’egemonia sulla comunità cristiana, preoccupata dall’ascesa in tutta la regione dei Fratelli Musulmani. Qualche resistenza Usa su quel passato comunista, ma si sa.
L’ombrello plurale. La “Coalizione Nazionale delle Forze di Opposizione” (Ncof) è l’ombrello sotto il quale hanno deciso di ripararsi tutti i rappresentanti delle diverse formazioni. Con l’accordo firmato anche dal Cns (cui andranno 22 dei 60 seggi della Coalizione), di non accettare alcun dialogo e negoziato con il regime damasceno. Nasce un “Consiglio Militare” e una “Commissione Giuridica Nazionale” e, il 19 novembre in Marocco, il gruppo “Gli amici della Siria” per ottenerne i riconoscimento di “legittimo rappresentante del popolo siriano” e i supporti economici e militari.
La Nato chioccia. Presidente è Sheikh Ahmed Moaz al Khatib, siriano, contiguo ai Fratelli Musulmani, all’estero da 3 anni. Due vice: Riad Seif, esponente di spicco dell’opposizione siriana, critico del Cns che valuta scarsamente incisivo, ma favorito dagli USA; Suhair al Atassi, unica donna fra gli eletti. La nuova coalizione è stata subito riconosciuta dal “Consiglio di Cooperazione del Golfo” (Ccg) di Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar. Il segretario generale della Nato Rasmussen, ha applaudito: “Oltre la situazione di stallo della crisi”.
Enfasi umanitaria. Movimento a tenaglia. Contestualmente all’elezione del nuovo Presidente del Cns, il Capo dell’ “Ufficio di Coordinamento degli Affari Umanitari” (Ocha) dell’Onu a Ginevra , John Ging, ha denunciato l’aggravamento dell’emergenza umanitaria in Siria. Una crisi che il prossimo anno investirà oltre 4 milioni di persone. Mentre in centinaia di migliaia continueranno a fuggire dalla Siria in guerra verso i Paesi confinanti. Nel giorno stesso della denuncia Onu sono stati registrati oltre 11 mila profughi siriani che avevano attraversato il confine con la Turchia.
Mezzaluna sciita. Il quotidiano libanese “Daily Star” lancia un’intervista ad esponenti del neo-nato “Esercito Libero dell’Iraq” (Eli), che si ispira all’Els e intende combattere i regimi sciiti sostenuti dall’Iran. La milizia raggrupperebbe anche militanti di Al Qaeda presenti nelle zone sunnite di Anbar, Qaim e Mosul ed elementi di “Sahwa”, formazione di sunniti che, vicende locali li fanno nemici giurati del premier iracheno Nuri al Maliki, contro il quale combattono affinché insieme alla Siria cada anche l’Iraq e si indebolisca l’Iran che li sostiene. Clienti difficili da gestire e intenti dubbi.
Poi la questine curda. Durante il vertice di Doha vi è stata una intensificazione delle attività curde nel nord-est delle Siria dove militanti del “Partito dell’Unione Democratica” (Pyd), vicini al “Partito dei Lavoratori Curdi” (Pkk), hanno assunto il controllo di al Dirbasiyyah, Tel Nemer, Amuda e Malikieh, abbandonate dai lealisti. I curdi, ritenuti dall’Els vicini al regime damasceno e ostili alla Turchia, mantengono in realtà le distanze dall’uno e dagli altri nel tentativo di ritagliarsi con la forza delle armi anche in Siria quell’autonomia conquistata nel nord dell’Iraq dove esiste uno Stato curdo.
La somma dei fatti. Tali eventi, casuali o no, forniscono dati incontrovertibili. 1) Crescente destabilizzazione del Paese, non più in grado di provvedere alla sicurezza dei suoi cittadini e, in particolare, di quanti ne siano (o ne siano stati) sostenitori (alawiti e cristiani), costretti a fuggire e bersagliati dagli insorgenti, con conseguente delegittimazione davanti alla Comunità Internazionale. 2) Incapacità del controllo territoriale anche nelle città più importanti, Damasco e Aleppo, oggetto di continui attentati. 3) Aperta minaccia da parte di Israele e indebolimento della “mezzaluna sciita”.
Risultati prossimi. Dopo avere di fatto azzerato il tentativo dell’inviato speciale di Onu e Lega Araba, Lakhdar Brahim, resta ben poco spazio alla speranza del Presidente Assad di reggere sino alla Presidenziali del 2013. Il nuovo organismo dell’opposizione, pur diviso come è al suo interno tra salafiti, jihadisti nazionalisti, qaedisti internazionali e mercenari, non avrà l’intervento Nato ma otterrà la legittimazione della maggioranza Comunità Internazionale. E con essa il supporto per sconfiggere l’esercito siriano minato dalle diserzioni anche ad alto livello che continuano a crescere.

Il destino del regime di Damasco parrebbe segnato. Non soltanto per le defezioni di alto livello (ultima in ordine di tempo, quella di Jihad Makdissi, portavoce del ministero degli esteri), quanto perché potrebbe venir meno il supporto del suo più stretto alleato: l’Iran. Si sa da tempo che giornalmente la Siria riceve armi da Teheran via Iraq (forniture che proseguono ancora oggi), ma per quanto ancora la Repubblica Islamica continuerà a sostenere Assad prima di abbandonarlo a sé stesso?
L’analista Amir Taheri se lo chiedeva già un anno fa. Secondo la sua visione, l’Iran non voleva lasciare che fosse la Turchia ad avvantaggiarsi dalla possibile caduta di Assad, così Alì Khamenei aveva già iniziato a programmare il dopo. Proprio in quei giorni l’agenzia di stampa governativa iraniana, l’IRNA, dichiarava che Assad doveva “rispondere alle richieste della piazza”, dopo che per settimane non aveva speso una parola in merito. Nel frattempo il flusso di pellegrini iraniani al santuario di Sayyida Zaynab, a Damasco, si era arrestato. Segnali che lasciavano intuire un possibile cambio di campo di Teheran.
Ciò non è avvenuto, ma è di questi giorni la notizia che, secondo un rapporto riservato, l’appoggio dell’Iran ad Assad è in dirittura d’arrivo. Il deterioramento della situazione economica della repubblica islamica e limprobabile sopravvivenza del regime nel lungo termine suggeriscono di gettare la spugna. Ma non prima del giugno 2013, quando si terranno le elezioni presidenziali, alle quali Ahmadi-Nejad non potrà ricandidarsi.
Attenzione: l’Iran sta lasciando Assad, non la Siria. Il Paese levantino è troppo importante per la proiezione geopolitica di Teheran perché quest’ultima possa abdicarvi. Non c’è allora da stupirsi che lo scorso 19 novembre Iran e Siria, insieme all’Iraq, abbiano annunciato la costruzione di un gasdotto che dal giacimento di South Pars (in condominio col Qatar) porterà 110 milioni di mc3 al giorno di gas naturale verso Baghdad e Damasco, e da lì (forse) anche verso l’Europa. Il progetto legherà indissolubilmente i due Paesi all’Iran. A prescindere, dunque, da chi sarà al potere in Siria.
E Assad cosa farà? Secondo alcune voci, pare stia cercando asilo politico in America Latina.

Mursi, un piede in molte scarpe

A due mesi dalla sua elezione, le principali sfide per il neopresidente dell’Egitto Mohamed Mursi restano l’equilibrio regionale e l’economia. Questi ultimi 30 giorni offrono un’idea di come le sta affrontando.

Nel corso dl vertice del Movimento dei Paesi non allineati (NAM) in corso a Teheran, Mursi si è dichiarato solidale con il “popolo siriano, in lotta contro un regime oppressivo che ha perso legittimità“. Secondo il presidente egiziano, “Tutti noi abbiamo manifestato solidarietà nei confronti di coloro che stanno cercando libertà e giustizia in Siria. Tradurre questa vicinanza in una chiara visione politica significa sostenere una transizione pacifica verso un sistema democratico che rifletta la richiesta di libertà del popolo siriano“. Parole di fronte alle quali la delegazione siriana ha lasciato l’aula.
Una posizione, ovviamente, non condivisa dagli iraniani padroni di casa. In proposito, Mursi e il suo omologo Ahmadi-Nejad hanno discusso il dossier Siria, come annunciato dal vice ministro degli Esteri iraniano. I due presidenti “Hanno insistito sulla necessità di risolvere la crisi siriana attraverso la via diplomatica e sulla necessita’ di impedire ogni intervento estero“. Per compensare la sua posizione anti-Assad, Morsi ha anche sostenuto il diritto all’uso pacifico dell’energia nucleare da parte di tutti i Paesi del mondo. E dunque, anche dell’Iran, il cui controverso programma nucleare è da anni uno dei leitmotiv dell’attualità internazionale.
Per finire, Mursi ha chiesto una ‘riforma del Consiglio di Sicurezza” delle Nazioni Unite per renderlo ”maggiormente rappresentativo del nuovo ordine mondiale del XXI secolo”.
Per trovare una chiave di lettura alle dichiarazioni di Morsi dobbiamo ricordare che a fine maggio la Fratellanza Musulmana ha invocato un intervento armato per risolvere la situazione in Siria. Non c’è da stupirsi. Il perché l’ho spiegato qui:

Fratelli Musulmani, descritti dal marasma mediatico come fanatici e integralisti, sono molto più vicini a quelle degli Stati Uniti di quanto sembri a prima vista.

La resurrezione politica della Fratellanza Musulmana porta - almeno in parte - la firma del Dipartimento di Stato americano, grazie ai fiumi di denaro e al supporto diplomatico elargiti dietro le quinte. L’occasione per cementare questo sodalizio, secondo il blog Land Destroyer, fu il vertice inaugurale dell’Alleanza dei Movimenti Giovanili, tenuto a New York nel 2008, dove parteciparono anche coloro che poi sarebbero diventati i leader del 6th april Movement. Lo scorso anno il New York Times ha rivelato che quegli stessi leader sono stati addestrati, equipaggiati, finanziati dagli Stati Uniti, prima di essere rispediti a destabilizzare l’Egitto all’inizio nel 2010 e poi nel 2011 nel corso della cosiddetta “primavera araba”.

I Fratelli Musulmani sono i migliori alleati degli americani in Medio Oriente. Questo post di Paolo Gonzaga (da leggere tutto) approfondisce la questione, introducendone anche gli ulteriori riflessi sull’economia egiziana:

Che i Fratelli Musulmani fossero dei partner affidabili l’amministrazione Usa lo aveva capito sin dagli anni di Mubarak, quando all’arresto del miliardario Khayrat el Shater, il governo americano si turbava per le conseguenze che avrebbe potuto provocare nel libero mercato della regione, mentre gli incontri tra la leadership della Fratellanza e i vertici della politica e della finanza Usa si protraggono da anni. Gli Usa anno trovato nell’organizzazione dei Fratelli Musulmani un antidoto alle rivendicazioni  troppo radicali della rivoluzione, e viste anche le posizioni anti-sindacali e conservatrici dei Fratelli Musulmani e del loro braccio politico Freedom and Justice Party, hanno anche compreso come grazie alla capillarità della loro struttura potessero intervenire in ogni situazione conflittuale, a partire dai luoghi di lavoro, con la loro attitudine corporativa e collaborazionista per ripristinare la pace sociale, anche grazie all’uso strumentale della religione. Gli Usa hanno poi trovato nei Fratelli Musulmani una classe borghese imprenditoriale che avrebbe ben potuto sostituire i business-men legati al partito di Mubarak, la Npd. Il pensiero economico dei Fratelli Musulmani non si discosta affatto da quello dei loro predecessori mubarakiani, la differenza che i Fratelli stessi tengono a rimarcare è la minore corruzione, ma in economia i Fratelli Musulmani si rivelano ampiamente, sia in via teorica che pratica, una forza politica reazionaria e conservatrice che potrà ben opporsi alle nuove richieste delle classi lavoratrici egiziane, sempre più organizzate, in un momento in cui la conflittualità dei nuovi sindacati indipendenti si sta facendo sempre più alta, e le richieste di maggiori diritti, di salari più alti, di giustizia sociale, e di democrazia dei luoghi di lavoro sono argomento all’ordine del giorno.

D’altronde l’amministrazione USA sa bene che al contrario dei salafiti, che infatti hanno rifiutato il prestito del FMI in quanto “haram, proibito dall’islam poiché basato sugli interessi e quindi sull’usura, i Fratelli Musulmani sono alquanto elastici e pragmatici su queste questioni,  e che coinvolgerli nella gestione del potere avrebbe portato solo giovamento alle dinamiche ultra-liberiste della finanza mondiale. I Fratelli Musulmani sono infatti, come accennato, totalmente in grado di sostituire in tutto e per tutto l’ex-partito stato di Mubarak, e per questo hanno lavorato ad una ricomposizione con l’esercito, prima dialogando e trattando con lo Scaf, poi facendone fuori  la vecchia guardia legata a Mubarak nelle persone del Federmaresciallo Tantawi e da ‘Anan sostituiti in una notte con ufficiali più giovani, più vicini agli islamisti e più malleabili. Poco importa che siano gli stessi che eseguivano i “test di verginità” sulle ragazze arrestate (il nuovo Capo dell’esercito, Al Sissi, é proprio l’alto ufficiale che aveva dato il via a questa pratica barbara e repressiva), e che il loro curriculum mal si sposi con quel nuovo corso di un nuovo Egitto in cui i diritti umani diventino una priorità come chiedevano i rivoluzionari; l’importante é che il business possa continuare come prima, l’esercito mantiene il controllo del suo business, valutato in un 20-40% dell’economia egiziana e i Fratelli Musulmani escono finalmente dal ghetto e possono partecipare alla spartizione dovuta ai vincitori.  La visione economica dei Fratelli Musulmani é tra le più neoliberiste che si possano: partendo dal concetto base enunciato nel programma economico del FJP della “proprietà privata come la gemma dell’islam” ed arrivando a proposte come la creazione di una cassa sociale, con i fondi della elemosina rituale, la zakat che vada a finanziare la sanità e l’istruzione…che avviliscono il diritto dell’essere umano ai bisogni necessari per portarlo sul piano della carità personale e dunque della “concessione” e non del “diritto”.

Si capisce perché, a differenza di quanto dichiarato dalla stampa egiziana, gli islamisti non hanno compiuto nessun “ribaltone” riguardo al loro atteggiamento nei confronti dei prestiti internazionali, dopo la formale richiesta di 4,8 miliardi di dollari al FMI. Condannati infatti fino a poco tempo fa in quanto giudicati contrari alla legge islamica, ora, al contrario, tali prestiti vengono auspicati. A ciò si aggiungono un ulteriore prestito da 2 miliardi di dollari da parte del Qatar (altro sponsor della Fratellanza Musulmana), grazie ai quali Mursi si è comprato il benestare dei militari al pensionamento di Tantawi, e l’emissione di titoli di Stato da 400 milioni di euro per ripianare i costi della rivoluzione dello scorso anno.
Il tutto per risollevare un’economia in fase di declino, caratterizzata da una dipendenza dal settore turistico (il cui calo del 32% rispetto al 2010 ha fortemente rallentato il PIL egiziano), afflitta da una disoccupazione cronica e che per il 40% è in mano ai militari. Per avere un’idea dell’emergenza economica in corso nel Paese, si veda questo paper dell’ISPI.

Ecco dunque la strategia di Mursi per aiutare l’Egitto a rialzarsi: appiattimento a mò di sogliola alle decisioni di Washington – e di Doha -, accompagnato dal dialogo con l’Iran (interrotti da trent’anni) e dal sostegno all’ascesa delle potenze emergenti; rilancio dell’economia attraverso l’integrazione nei circuiti finanziari globali, a parole, massiccio indebitamento, nei fatti; rilancio del proprio ruolo guida nel mondo arabo, in teoria, e megafono delle ambizioni del Qatar in cambio di aiuti, in pratica; compromesso con l’esercito affinché acconsenta a lasciare il potere politico alla Fratellanza Musulmana, mantenendo comunque quello economico.
Mursi sa che, per tornare a camminare, l’Egitto deve tenere il piede in molte scarpe. In una situazione d’emergenza, può funzionare. Ma nel lungo periodo dovrà decidere quante e quali vorrà tenere. Perché prima o poi, c’è da crederlo, saranno i suoi alleati a chiederglielo.

Quello che tutti sapevano: l’Iran contrabbanda armi in Iraq

di Luca Troiano

Negli ultimi mesi l’esercito iraniano avrebbe fornito armi di contrabbando agli insorti in Iraq e Afghanistan per accelerare il ritiro degli Stati Uniti.
La notizia è del Wall Street Journal. Secondo il giornale le armi e i proiettili inviati dal corpo dei pasdaran avrebbero già ucciso soldati americani. Gli iraniani avrebbero anche consegnato razzi a lungo raggio ai taliban in Afghanistan, aumentando la capacità bellica degli insorti in modo da colpire le postazioni Isaf da maggiore distanza.
Accuse definite “ridicole” dal Ministro della Difesa iraniano, Ahmad Vahidi. Secondo Teheran si tratta di chiaro tentativo degli americani di scaricare sugli altri le colpe dei propri errori.

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Iran: due anni fa, l’Onda Verde

carta di Laura Canali tratta da Limes 1/2010 C’era una volta Obama

1. Esattamente due anni fa fa, le strade di Teheran furono invase da una rumorosa orda di giovani, poi denominata “Onda verde”, che per alcuni giorni riempì le vie del Paese come le prime pagine di mezzo mondo.
Fu il verdetto delle elezioni a scatenare tutto. La conferma del presidente uscente Mahmoud Ahmadi-Nejad, tutt’altro che scontata secondo i sondaggi della vigilia, provocò una reazione di massa che nessuno si sarebbe aspettato.
A complicare le cose contribuì anche l’irrazionale atteggiamento di Khamenei, che anziché placare gli animi, come l’altezza del suo ruolo richiedeva, finì per esasperarli. Nella settimana delle elezioni la Guida suprema, infatti, nel tentativo di ricondurre la folla a più miti consigli, commette tre passi falsi che hanno finito per infervorarla ancora di più.
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Crescono le tensioni tra Iran e Azerbaijan

1. Da alcuni mesi l’Azerbaijan è attraversato da un sottile ma crescente ondata di dissenso, e nelle alte sfere del governo di Baku si sta facendo strada l’idea che dietro la regia dei disordini ci sia l’Iran. In altre parole, la Repubblica Islamica sta facendo leva sulla comune fede islamica sciita per accrescere la propria influenza nel Paese del Caucaso, secondo una politica che rischia di alimentare una spirale di tensione tra le parti.
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L’Arabia Saudita costruirà 16 reattori nucleari. Solo per scopi civili?

Il nucleare nel mondo

L'energia nucleare nel mondo. In rosso: le centrali attive; in blu quelle in costruzione; in verde quelle progettate. Fonte: Frankfurter Allgemeine Zeitung su dati dell'International Journal for Nuclear Power, al 31 dicembre 2008

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Iran – Occidente: la nuova partita si gioca in Africa

Il sequestro di un carico di armi in Nigeria, di provenienza iraniana, ha allarmato le autorità di Lagos. Per Israele le armi erano dirette a Gaza. Per Lagos erano destinate ai dissidenti interni. Intanto il Gambia interrompe le relazioni con Teheran. Ma lo scenario potrebbe allargarsi a tutto il continente. La partita in Africa tra Iran e Occidente è appena iniziata.

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