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Il conflitto in Darfur inizia il 26 febbraio 2003, quando il Fronte di Liberazione del Darfur (FLD) rivendicò pubblicamente un attacco su Golo, quartier generale del distretto di Jebel Marra. A dieci anni di distanza, sebbene via una tregua, gli scontri sono ancora in corso: 510 vittime e un migliaio di feriti solo nelle ultime settimane di violenze tra le tribù arabe nella provincia occidentale del Sudan, in guerra ormai permanente.
In occasione del decennale, l’associazione Italians for Darfur, che riunisce giornalisti, artisti, educatori e operatori umanitari impegnati da anni nella promozione di campagne per i diritti umani in Sudan, ha pubblicato il suo rapporto annuale sul Darfur.
Il blog Le persone e la dignità sul Corriere ne offre questa sintesi:

Non è molto noto, ad esempio, che circa il 50 per cento della popolazionedel Darfur è stato direttamente coinvolto nel conflitto; che, nonostante risoluzionisul disarmo delle milizie e l’embargo sulle armi deliberato sin dal 2004, queste continuano a circolare; che un’imponente missione di caschi blu dell’Onu ha sostanzialmente fallito l’obiettivo di riportare la pace.
Ancora oggi, il bilancio della crisi del Darfur è pesante e non sembra destinato a migliorare. Sono poche le persone che superano i 35 anni di vita, molti bambini muoiono prima di averne compiuti sei, ogni giorno ne muoiono 75. La scolarizzazione è ancora molto bassa e si riesce a garantire un’educazione minima solo al 65 per cento dei bambini, la maggior parte dei quali peraltro vive ancora nei campi profughi, soffre di depressione e disturbi post-traumatici.

Secondo l’Ufficio di coordinamento degli aiuti umanitari delle Nazioni Uniteil numero di sfollati interni nei campi che stanno ricevendo aiuti alimentari è salito a 1.430.000 e oltre due milioni di abitanti del Darfur continuano a essere direttamente colpiti dal conflitto. Altri 280.000 profughi sono rifugiati nel Ciad orientale.

La procuratrice della Corte penale internazionale, Fatou Bensouda, ha recentemente dichiarato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che “in Sudan continuano a essere commessi crimini con l’obiettivo dichiarato dal governo di fermare la ribellione in Darfur”. Gli episodi presi in considerazione comprendono bombardamenti, attacchi via terra, il blocco della distribuzione di aiuti umanitari e violenze dirette contro le popolazioni civili.

Unimondo, che riporta la testimonianza all’agenzia MISNA di padre Feliz da Costa Martins, superiore della parrocchia di Nyala, aggiunge:

Negli anni tra il 2003 e il 2007, la crisi nel Darfur ha provocato un numero imprecisato di vittime (centinaia di migliaia per le Nazioni Unite, non più di 5000 per il governo sudanese) e circa due milioni di sfollati inclusi 200.000 profughi nel confinante Ciad.
“Le cose sembravano migliorate tra il 2009 e il 2011, poi da un anno a questa parte e soprattutto negli ultimi mesi si è tornato a sparare e a fuggire” dice il missionario comboniano, da anni nella regione occidentale del Sudan, teatro dopo il conflitto di una delle peggiori crisi umanitarie al mondo.

“La situazione al nord è peggiore, ma i riflessi dell’instabilità e delle violenze sono ben percepibili in tutto il Darfur. Spostarsi da una zona all’altra è diventato pericoloso a causa della presenza delle «harakat» (movimenti), in alcuni casi gruppi di banditi, in altri milizie al soldo di qualcuno, ma non c’è un controllo territoriale basato su sfere di influenza come negli anni del conflitto. C’è insicurezza e basta” insiste il missionario, per cui gli avvenimenti degli ultimi mesi “gettano nuove ombre sul futuro di questa parte dal paese”.
Due anni fa, nel luglio 2011, l’indipendenza delle regioni meridionali da Khartoum, ottenuta dopo un conflitto ultraventennale, ha inferto un duro colpo anche ai movimenti ribelli dei territori occidentali, la cui agenda vede ora in testa l’abbattimento di un regime più debole ai loro occhi di quanto non fosse mai stato prima. “L’indipendenza di Juba ha reso realtà il sogno dell’emancipazione dal governo centrale. Oggi tutti i movimenti sorti dalla scissione dei gruppi ribelli rivendicano la caduta del presidente al Bashir, un tema fino a pochi anni fa assente dalle loro agende” aggiunge il missionario. Mentre a contribuire alla nuova ondata di violenze nella regione, “è stata la massiccia presenza di armi che, nonostante l’embargo, hanno continuato a circolare sul territorio. E l’illusione da parte della comunità internazionale che la situazione in Darfur si andasse risolvendo. Un errore, alla luce di quanto sta accadendo, che potrebbe rivelarsi fatale”.

Antonella NApoli su Limes racconta la nuova corsa alle risorse dietro la volontà di Khartoum di stanare i ribelli antigovernativi:

L’emergenza più grave dall’inizio del 2013 è stata registrata nell’area del Jebel Amir, zona collinare del nord Darfur. Almeno 25 villaggi sono stati distrutti, con centinaia di vittime e migliaia di sfollati. Gli scontri tra alcune comunità in lotta tra loro per il controllo di una miniera d’oro hanno spinto alla fuga oltre 90 mila persone.

Quella in Darfur non è stata, non è, la ‘solita’ guerra civile.

Il Sudan è un paese ‘estremo’ non solo per le disparità tra il centro del potere, in pieno boom economico, e le martoriate e aride aree del Darfur, dove languono gli scampati alle violenze dei janjaweed, i cosiddetti ‘diavoli a cavallo’.
La regione occidentale sudanese è ancora teatro di una crisi politica e umanitaria. Il Sudan, nell’ultimo anno e mezzo, ha affrontato cambiamenti decisivi, a cominciare dalla separazione il 9 luglio del 2011 dal Sud Sudan, che a seguito di un referendum per l’autodeterminazione è diventato indipendente. Per tutto il 2012 sono proseguiti i negoziati relativi agli accordi sulla ripartizione del petrolio, sulla cittadinanza e sulla demarcazione del confine. Ma il tavolo delle trattative si è più volte interrotto fino ad arrivare a uno scontro armato che ha fatto temere l’inizio di un nuovo conflitto su larga scala.
Per scongiurare la ripresa delle ostilità tra i due fronti, che si sono combattuti per oltre vent’anni in una guerra civile che ha causato 2 milioni di morti, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite ha approvato all’unanimità una risoluzione che ha imposto la cessazione delle ostilità. Contestualmente il conflitto in Darfur si è ulteriormente intensificato, propagandosi nella zona di Abyei, nel Kordofan del Sud e nel Nilo Blu, spingendo centinaia di migliaia di civili a fuggire da queste aree. La situazione di grande instabilità ha favorito il proliferare della contrapposizione a Khartoum che ha ‘costretto’ il servizio d’intelligence e sicurezza nazionale e la polizia statale a perpetrare violazioni dei diritti umani contro persone ritenute critiche nei confronti del governo, per aver esercitato i loro diritti alla libertà di espressione, associazione e riunione.

Spicca il silenzio dei media sul tema. Del Darfur nessuno parla e Omar al-Bashir, sul cui capo pende da anni un mandato di cattura internazionale spiccato dal Tribunale dell’Aja per crimini contro l’umanità, non solo lo sa. Ma ne approfitta più che può.

Un paio di notizie dal Sudan.

Il primo dicembre, Pagan Amum, capo negoziatore del governo del Sud Sudan, ha incontrato i funzionari sudanesi a Khartoum. L’incontro ha avuto due risultati importanti:
1) Il Sud ha manifestato l’intenzione di riprendere le esportazioni di petrolio verso il Nord nel giro di poche settimane – si veda il mio articolo sull’accordo raggiunto alcune settimane fa -, anche se il completo ripristino della produzione a pieno regime potrebbe richiedere un anno;
2) Il Nord ha ottenuto dal Suda la formale promessa di interrompere ogni attività di supporto ai movimenti dei ribelli attivi nel territorio sudanese. Khartoum, infatti sta combattendo i gruppi ribelli sia nello Stato del Nilo Azzurro, sia in Sud Kordofan, a ridosso del confine con il Sud, sia nella regione occidentale del Darfur. Gli scontri potrebbero spingersi fino a ridosso della capitale, come già avvenuto nel 2010 quando il Justice and Equality Movement sferrò un attacco nei sobborghi di Obdurman, cittadina gemella della capitale sull’altra sponda del Nilo, che le separa. Inoltre, il Sudan Liberation Movement e il Sudan Liberation Army (che ha rinnegato l’accordo di pace di Abuja del 2006), nelle scorse settimane hanno rilanciato l’offensiva contro le Forze armate sudanesi.
E non sono gli unici scricchiolii che minano il potere del presidente Omar al-Bashir, a capo del Sudan (dopo un colpo di Stato) dal 1989.

Circa una decina di giorni prima, sono state arrestate tredici persone, tra cui l’ex capo dei Servizi segreti, Salah Gosh, il generale delle Forze armate Mohamed Ibrahim Abdel-Galil e il maggiore Adil Al-Tayeb, altro importante funzionario dei NISS (Servizi di intelligence e sicurezza nazionale), per aver progettato un’azione eversiva al fine di rovesciare il regime di Bashir. Il Sudan Tribune (secondo il quale tutta la vicenda è intrisa di confusione) aggiunge altri (possibili?) nomi degli arrestati (qui e qui).
Il sopra citato articolo sul Time spiega il ruolo centrale avuto dagli islamisti. In metà novembre si è tenuta la Conferenza Generale del Movimento Islamico (qui la sintesi di Alex Thurston) fondato nel 1945 da una costola della Fratellanza Musulmana in Egitto. Ebbene, nel corso dell’evento è emerso un forte contrasto tra alcuni leader del movimento, che intendevano promuovere una più forte richiesta di riforme al governo di Bashir, e i funzionari vicini al presidente, contrari a tale proposito. Delusi da tale chiusura, alcuni delegati hanno lasciato l’incontro ancora prima della chiusura dei lavori.
Non è la prima volta che il malcontento interno fa traballare il regime. Già in marzo il Popular congress party, principale partito d’opposizione, aveva chiamato anche i gruppi armati a una rivolta per rovesciare il regime, ricevendo più apprezzamento del previsto.
Un quadro, quello sudanese, di grande destabilizzazione per tutta la regione.

Il 27 ottobre l’Associated Press ha pubblicato delle foto satellitari che mostrano come una fabbrica di armi a Yarmuk (Sudan) sia stata bombardata, forse da aerei militari. L’attacco sarebbe avvenuto nella notte del mercoledì precedente e il regime sudanese ha subito accusato Israele, il quale però non conferma né smentisce. In particolare si parla di un’operazione condotta con quattro cacciabombardieri.
Secondo il Guardian quei container contenevano armi e munizioni dirette ad Hamas e ad Hezbollah per conto dell’Iran. Da quando molti carichi di armi spediti direttamente sono stati intercettati da Israele, Teheran ha cominciato ad inviare i rifornimenti bellici tramite il Sudan. L’attacco quindi sarebbe stato mirato a interrompere il flusso di armi diretto ai gruppi terroristici che operano ai confini di Israele. Non è neppure la prima volta che il regime di Khartoum accusa Tel Aviv di essere responsabile di bombardamenti ai suoi danni: era già accaduto in altre due occasioni, nel 2009 e nel 2011.
E’ probabile che l’operazione avesse anche un obiettivo secondario. Secondo alcuni analisti Israele non solo sarebbe in grado di portare a termine un attacco simile: in linea d’aria il Sudan dista circa 1.600 km da Israele, dunque i caccia israeliani ne avrebbero percorsi più di tremila in volo tra andata e ritorno. Più o meno la distanza che separa Israele dalla centrale sotterranea di Fordow, il più lontano dei siti nucleari iraniani. In realtà, grazie grazie ai rifornimenti in volo di carburante,  l’aviazione israeliana è in grado di raggiungere e colpire tali obiettivi, come era già stato dimostrato a livello teorico da alcuni esperti. L’attacco di Yarmuk lo confermerebbe anche a livello pratico.

Tuttavia, la situazione è ancora più complessa. Il Time raccoglie le opinioni di alcuni analisti scettici riguardo alla versione di Khartoum: se gli aerei erano invisibili ai radar, le autorità sudanesi come possono affermare che i velivoli fossero proprio quattro? Potrebbe anche essersi trattato di una esplosione accidentale nel magazzino, come era stato inizialmente riferito dal governatore dello stato di Khartoum. Ma in un momento di gravi tensioni sociali all’interno del Paese, Israele rappresenta un facile capro espiatorio per canalizzare la rabbia popolare distogliendola dalle miserie quotidiane.
Un analista sudanese parla di un attacco avvenuto con un drone, il cui obiettivo era un deposito di munizioni per droni accanto alla fabbrica, la quale sarebbe stata accidentalmente colpita. C’è anche la possibilità che l’obiettivo non erano le armi, bensì qualcosa di più importante: secondo un altro analista (stavolta israeliano), non si inviano quattro aerei fino a 1.900 km di distanza solo per distruggere una fabbrica che produce razzi Grad.

Interessante il contributo di Amin Rosen sull’Atlantic, che esordisce così: “Non capita spesso che un governo annunci con enfasi che una struttura militare nella sua capitale è stata distrutta da un attacco a sorpresa, anche alla luce di plausibili elementi di prova contrari.” L’idea di fondo è quella: incolpare un nemico esterno per unire una popolazione frammentata e irrequieta, come già avvenuto la scorsa estate in occasione degli scontri di frontiera col neonato Sud Sudan.
Nondimeno, ci sono indizi che l’attacco aereo sia effettivamente avvenuto, come la testimonianza di un giornalista della AFP e un video su Youtube che mostra esplosioni – benché non sia possibile stabilire cosa le abbia causate. Inoltre, Rosen ricorda che Sudan e Iran hanno firmato un “accordo di cooperazione militare” nel 2008, e che il Paese africano ha ricevuto e ospitato il personale della Guardia Rivoluzionaria iraniana. Le voci sul transito per le armi destina ad Hamas sono  state confermate in un incontro tra l’inviato speciale degli Stati Uniti Scott Gration e il capo dei servizi segreti sudanesi Salah Ghosh, che però ha negato il diretto coinvolgimento del suo governo.

Israele non attraversa un momento  favorevole. La scorsa settimana, lo sceicco Hamad bin Khalifa al-Thani, emiro del Qatar, è stato il primo capo di Stato a visitare la Striscia di Gaza da cinque anni a questa parte, rompendo così l’isolamento diplomatico di Hamas (qui la mia analisi e qui quella di Limes). Fatto inquietante, la visita di al-Thani ha coinciso con una ripresa di lanci di razzi di Hamas contro i civili israeliani che vivono nelle zone intorno a Gaza. Alla luce di questo aspetto, l’attacco di Yarmuk potrebbe essere un avvertimento di Tel Aviv all’Iran – e a questo punto, anche ad Hamas – che la sua capacità di reazione è sempre e comunque pronta ed efficace. E devastante.

Sabato 4 agosto – due giorni dopo la scadenza assegnata del Consiglio di Sicurezza ONU – Sudan e Sud Sudan hanno raggiunto un accordo provvisorio sulla ripartizione delle rendite petrolifere.
Secondo la Reuters, il mediatore dell’UA Thabo Mbeki non ha fornito i dettagli finanziari dell’operazione, ma la delegazione del Sud Sudan a dichiarato che il governo di Juba pagherà poco meno di 10 dollari al barile per il transito negli oleodotti del Nord (a fronte di una richiesta di 22), oltre a corrispondere una cifra di 3,2 miliardi di dollari a Khartoum a titolo di compensazione per la perdita dei tre quarti delle proprie riserve in conseguenza della secessione.

Il petrolio ha rappresentato una delle principali fonti di tensione tra Khartoum e Juba parti fin dall’indipendenza di quest’ultima nel luglio 2011. Se il Sud è ancora costretto a sottostare ai capricci del Nord – oleodotti e raffinerie si trovano nel territorio di Khartoum, lo stesso Nord ha subito un pesante crollo delle entrate pubbliche in mancanza degli introiti petroliferi del Sud. Una situazione aggravata dai ripetuti incidenti alla frontiera e dalla decisione di Juba di arrestare del tutto la produzione di oro nero in assenza di una soluzione. Per liberarsi dal giogo di Khartoum, Juba ha pianificato la costruzione di un oleodotto per esportare il greggio via Kenyaqui un aggiornamento.

Firmato l’accordo, la produzione dovrebbe essere riavviata in settembre. Qui nasce un problema: secondo l’IEA il rilancio sarà più problematico di quanto sembri: se nel 2011 i due Sudan generavano un output pari a 450.000 b/g, l’organizzazione stima che nel 2013 l’estrazione non sarà che un terzo rispetto a quel livello.

L’accordo di petrolio ha generato un notevole entusiasmo internazionale – si vedano le dichiarazioni delle Nazioni Unite,  di Stati UnitiCina. Tuttavia è solo un primo passo e non mancano le pressioni sulle parti per compierne ulteriori, come dimostra questa dichiarazione dell’ambasciatore USA presso le Nazioni Unite, Susan Rice.
Inoltre le controversie tra i due Paesi finiscano qui. Le parti hanno in programma di tornare al tavolo  tra pochi giorni per affrontare un altro tema spinoso: quello della sicurezza. Il Sudan sottolinea che l’attuazione dell’accordo di transito non entrerà in vigore fino a quando le parti non giungeranno ad un accordo sulla sicurezza delle frontiere e sullo status della provincia di Abyei. I colloqui si sono arenati sull’ipotesi di farne una zona demilitarizzata, che rappresenterebbe il primo passo per porre fine alle ostilità. Ma su questo punto le parti sono lontane, e altri negoziati saranno necessari per fare dei passi avanti. Secondo l’Unione Africana, le parti hanno tempo fino al 22 settembre a risolvere tali questioni in sospeso.

Ancora. C’è un particolare, forse insignificante (o forse no), che lega il Sud Sudan al Darfur, altra turbolenta regione. L’agenzia di stampa sudanese SUNA, nell’articolo in arabo sulle dichiarazioni post accordo contiene un passaggio che nella versione in inglese non c’è: quello in cui Khartoum chiede al Sud Sudan di tagliare ogni legame con i movimenti ribelli nel Darfur, nel Blue Nile State, e nel Sud Kordofan. Non a caso, i ribelli nel Darfur hanno accolto il negoziato tra i due Paesi con disappunto.
Khartoum è molto preoccupata di ciò che accade in quella martoriata regione. Le violenze scoppiate ad inizio agosto – culminate nell’uccisione di un funzionario del governo e di un peacekeeper pochi giorni fa – hanno già costretto alla fuga 25.000 persone.
Infine c’è la questione dei rimpatriati. Oltre 16.000 sud sudanesi bloccati nello Stato dell’Alto Nilo sono rischio dopo che l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) ha annunciato la sua intenzione di sospendere le operazioni per i prossimi due mesi, a causa della mancanza di fondi. Nell’ultimo anno l’OIM ha riferito di aver assistito il rimpatrio di 50.000 persone utilizzando chiatte fluviali, barche, autobus, treni e aerei per farle giungere alle loro destinazioni finali.
In conclusione, l’accordo sul petrolio ha (forse) risolto il problema principale tra i due Sudan. Ma per tutti gli altri ci sarà ancora da aspettare.

Il 9 luglio dello scorso anno il Sud Sudan ha proclamato la propria indipendenza dal Nord dopo quasi mezzo secolo insanguinato da due guerre civili.  Il neonato Paese era pieno di euforia, e la speranza per un futuro migliore animava ogni angolo della capitale Juba.  Un anno dopo, quell’emozione sembra più sbiadita delle fotografie che la conservano. Il governo guidato da Salva Kiir e Niek Machar, ex alti gradi dell’Esercito Sudanese di Liberazione Popolare, non è riuscito a soddisfare le aspettative di una popolazione stremata dalle violenze e dalla povertà diffusa. In una nazione dove poco più di un quarto degli adulti è in grado di leggere e l’aspettativa di vita è inferiore a 50 anni e dove mancano persino i servizi di base, la secessione dal Nord non finora ha portato i benefici agognati.
Certo, la costruzione di uno Stato non è mai impresa facile, e questo è tanto più vero nella situazione del Sud Sudan, i cui problemi di oggi sono il frutto dei decenni di oppressione del regime sudanese.
Un anno fa scrivevo:

Il malgoverno di Khartoum, che negli anni ha incamerato le ricche rendite petrolifere senza mai provvedere alla crescita della regione, ha lasciato una pesante eredità di sottosviluppo al nuovo Stato. Il Sud Sudan è tra i Paesi più poveri del mondo, con una rete infrastrutturale ridotta all’osso e un tasso di analfabetismo altissimo. Senza contare l’elevato numero di sfollati (5 milioni, secondo il Displacement Monitoring Center) a causa del ventennale conflitto. L’economia è incapace di stare in piedi da sola e di fatto dipende interamente dal petrolio, i cui introiti rappresentano il 98% delle entrate statali.
Khartoum sa di poter far leva sulla precarietà della situazione. Compromettere le possibilità di sviluppo di Juba tramite esose richieste sul transito, ai limiti dell’estorsione, rappresenta il modo più efficace per mantenere il controllo su un territorio che il Nord considera ancora di propria appartenenza.

Il presidente Kiir, cattolico praticante, ex ribelle con la reputazione di conciliatore (smentita con l’occupazione di Heglig), sa bene – anche grazie alla Cina, che non smette mai di ricordarglielo – che un buon rapporto con il Sudan è la migliore garanzia per la pace nel suo Paese. Tuttavia, durante il suo primo anno di vita (qui una cronologia), il più giovane Stato del mondo ha consumato più energie per respingere le offensive militari dell’ex madrepatria che per avviare un processo di sviluppo al proprio interno. Il gesto più eclatante è stato l’arresto della produzione petrolifera a causa del contenzioso sulle tariffe di transito con Khartoum. Ma in un Paese dove il petrolio rappresenta pressoché l’unica fonte di guadagno, la mossa non poteva non comportare pesanti effetti collaterali, primo fra tutti il brusco aumento dei prezzi.
A pesare su una situazione già precaria c’è il fenomeno della corruzione dei funzionari statali. Un mese fa il presidente Kiir ha apertamente accusato 75 di loro della sparizione di 4 miliardi di dollari dalle casse pubbliche. Episodi come questo alimentano il timore che il Sud Sudan diventi una nuova Nigeria, dove un’élite beneficia delle rendite petrolifere mentre i due terzi della gente vivono meno di un dollaro al giorno.
Infine, la separazione dal Nord non ha fermato le violenze non solo ai confini, ma neppure all’interno del Paese.

Se il Sud Sudan piange, al di là della barricata il Sudan non ride:

L’indipendenza del Sud ha privato Khartoum dell’80% delle sue rendite petrolifere, aprendo un buco di bilancio da 2,4 miliardi di dollari. Per risanare le esangui casse dello Stato, il regime di Bashir ha approvato un duro piano di austerity fatto di maggiori tasse e tagli ai sussidi.

E le proteste continuano ancora adesso.

A ben vedere, i due vicini di casa – nati da quella che una volta era la più grande nazione africana -, rappresentano due facce della stessa medaglia: il problema del Nord è che, con la secessione di Juba, ha perso l’80% della sua produzione di petrolio; quello del Su, invece, è che ha solo il petrolio. I necessari riaggiustamenti a far sì che le due economie tornino a camminare con le proprie gambe richiederanno tempo e fatica.
E fintantoché l’oleodotto LAPSSET - che consentirà di esportare petrolio dal porto kenyota di Lamu, direttamente sull’Oceano Indiano, senza passare più dal territorio sudanese – non sarà realizzato, il cordone ombelicale che lega Juba a Khartoum non potrà ancora dirsi reciso.
Kiir dice di voler trasformare il Sud Sudan “da una terra di conflitti ad una terra promessa“. Finire le ostilità con il Nord sarebbe già metà dell’opera.

Il Sudan attraversa serie difficoltà economiche. L’indipendenza del Sud ha privato Khartoum di buona parte delle sue rendite petrolifere, aprendo un buco di bilancio da 2,4 miliardi di dollari. Per risanare le esangui casse dello Stato, il regime di Bashir ha approvato un duro piano di austerity fatto di maggiori tasse e tagli ai sussidi.
Inevitabili le proteste di piazza. Lunedì, la capitale Khartoum è stata teatro di violenti scontri tra manifestanti e forze di polizia. Gli incidenti si sono ripetuti martedì e mercoledì.

Per i sudanesi, i piani del governo si tradurranno in un autentico salasso. Parlando in parlamento, il ministro delle finanze Ali Mahmud al-Rasul ha detto che i prezzi dei carburanti aumenteranno tra il 12,5% e il 60%, l’IVA passerà dal 15% al 17% e le spese amministrative del governo saranno tagliate del 25%. La moneta sarà svalutata, sottraendo ulteriore potere d’acquisto alla popolazione in un Paese dove l’inflazione viaggia al 30%.
Ma gli esperti dicono che ci vorrà del tempo prima che tali misure sortiscano qualche effetto.
Per contenere le manifestazioni, il governo ha apportato alcuni emendamenti all’ultimo minuto, ma il pacchetto nel suo insieme renderà la vita quotidiana dei sudanesi molto più difficile. E l’austerità, come ben sanno i greci, non aiuta minimamente a risollevare l’economia.

A guidare le proteste sono soprattutto gli studenti, a Khartoum e in altre città del Paese. Ma il dato più significativo, fino a questo momento, è che il regime non ha accolto le proteste come una minaccia alla propria esistenza, come invece era accaduto un anno, fa – quando gli echi della primavera araba si sono uditi anche da queste parti. Il che non vuol dire che Bashir possa dormire sonni tranquilli.
La situazione odierna è ben lontana da quella dell’aprile 2010 , quando il New York Times riferì che molti sudanesi del Nord, paghi di una “espansione” economica goduta durante il regime di Bashir, si dicevano ansiosi di rieleggerlo. In realtà l’economia sudanese è in crisi da tempo, molto prima della secessione del Sud. E nel Paese sono in tanti a nutrire un forte risentimento verso il governo centrale di Khartoum.
Bashir non potrà sempre sperare di risollevare la propria popolarità a suon di proclami nazionalistici. E sulla sua testa pende ancora quel mandato di cattura internazionale che la Corte di Giustizia dell’Aja non vede l’ora di eseguire.

Quando il Sud Sudan ha ottenuto l’indipendenza da Khartoum nel luglio scorso, molte fondamentali questioni sono rimaste irrisolte. Da quel momento, vari cicli di colloqui hanno prodotto più frustrazioni che progressi.
Benché sia Nord che Sud Sudan affermino di non volere la guerra, le tensioni al confine tra rischiano di precipitare in un conflitto vero e proprio. Alle incursioni delle truppe di terra di Khartoum si sono aggiunti i bombardamenti arerei, che secondo Juba avrebbero preso di mira i giacimenti petroliferi di Heglig
Dopo gli scontri il presidente del Sudan Omar al-Bashir ha sospeso il vertice con il suo omologo del Sud Kiir in programma il 3 aprile, spingendo il segretario ONU Ban Ki-Moon a lanciare un appello alla calma.

Nelle ultime settimane alcuni segnali avevano lasciato sperare in un netto miglioramento della situazione. Innanzitutto, il 13 marzo Khartoum e Juba avevano siglato due accordi  in materia di cittadinanza e gestione delle frontiere, concordando inoltre di tenere un vertice bilaterale tra i due presidenti su invito del Sud in un rinnovato spirito di collaborazione reciproca. Esattamente una settimana dopo, Bashir aveva annunciato di aver deferito ad una commissione tecnica la sua decisione se aderire o meno alla proposta congiunta di Unione Africana e Lega Araba per l’invio di aiuti nel Sud Kordofan. La commissione prevede di rilasciare una relazione nei prossimi giorni.
Tali segni di progresso nel contesto dei negoziati tra Khartoum e Juba avevano incoraggiato un cauto ottimismo presso la comunità internazionale. A quel punto sarebbero state necessarie ulteriori pressioni diplomatiche, ai più alti livelli, per fare in modo che il vertice di aprile potesse scrivere la parole fine sulle dispute tra l’ultimo nato degli Stati africani e l’ex madrepatria. Va letta in questo senso una dichiarazione del Dipartimento di Stato americano che persuadeva le parti a “preparare il vertice in buona fede per il vertice previsto per l’inizio di aprile allo scopo di trovare un accordo globale riguardo alle questioni in sospeso – su tutte, la ripartizione dei proventi petroliferi e lo status della provincia di Abyei.
L’agenda del vertice avrebbe fatto meglio ad includere la proposta di rimandare il termine ultimo, previsto per l’8 aprile entro cui tutti gli appartenenti a minoranze etniche del Sud residenti in Sudan dovranno registrarsi all’anagrafe di Khartoum come stranieri o, in alternativa, lasciare il Paese. Considerato che si parla di circa 700.000 persone, trasferire così tanti individui in così poco tempo è totalmente impossibile. Ma qui non c’è il petrolio di mezzo, per cui non c’è di che stupirsi se questo tema fosse assente dalle esortazioni made in USA.
A causa de conflitto in corso e del conseguente rinvio del vertice, tutto ciò è passato in cavalleria.

Adesso il combattimento è chiuso , ma forse non per molto. Da oggi le parti sono (per l’ennesima volta) in trattativa, stavolta nella vicina Etiopia - che cerca forse di avvantaggiarsi sul Kenya, promotore dell’oleodotto che affrancherà Juba dal controllo di Khartoum?
L’uso della violenza come una tattica di negoziazione non è nuova, ma è una strategia pericolosa. La violenza può aumentare al di là di quello che gli strateghi avevano previsto. Ed è inoltre costosa, soprattutto per due Paesi del terzo mondo. Il Sudan non sembra essere in grande forma, sia economicamente che politicamente. Darfur e Sud Kordofan restano ferite aperte. E in tempo di carestia, anche il cibo diventa un’arma di guerra. l’attuale altalenante ritmo di bastone e carota non è sostenibile.
Infine, in questo caso, non sembra funzionare. La violenza non sembra aver portato una soluzione favorevole a Khartoum.

Non va dimenticato che i problemi li ha anche Juba. Per riportare la calma tre mesi dopo il devastante attacco nello Stato di Jonglei nel mese di dicembre (circa 140.000 gli sfollati), il governo del Sud Sudan aveva anche lanciato una serie di iniziative volte a favorire il disarmo delle milizie locali. A tal fine erano stati dispiegati 15.000 soldati nel Jonglei, e le prime relazioni governative sul disarmo volontario parlavano circa 4.000 fucili stati raccolti nella Bor County. Tuttavia si tratta di un numero poco significativo, visto che non vi sono dati precisi sulle armi totali in circolazione. Vi è il sospetto che molte di esse siano state nascoste nella boscaglia o portate fuori dal Paese.

Martedì 24 gennaio, a Juba, Sud Sudan e Kenya hanno sottoscritto un memorandum d’intesa per la realizzazione dell’oleodotto che trasporterà il petrolio dai giacimenti sudanesi al porto kenyota di Lamu, sull’Oceano Indiano; restano ancora da definire le tariffe. La costruzione inizierà non appena i fondi saranno resi disponibili.

In questo modo il neonato Sud Sudan potrà affrancarsi dal controllo dell’ex madrepatria del Nord, proprietaria dell’unica rete di oleodotti esistenti, con la quale i rapporti restano tesi. Il Sud vanta riserve petrolifere per 6,6 mld di barili: l’80% del petrolio del Sudan prima della secessione. Ma l’unica infrastruttura esistente per l’esportazione passa attraverso il Nord, il quale trattiene 32 $ a barile (a fronte di un’offerta di 1 $) in diritti di passaggio. Khartoum giustifica l’alto pedaggio in termini di compensazione per le alte perdite conseguenti al distacco del Sud: 5 mld $ fino al 2015 secondo il FMI; addirittura il triplo secondo il governo.

Dopo i violenti scontri per il controllo di Abyei dei mesi scorsi, oggi Juba accusa Khartoum di aver sottratto greggio per l’equivalente di 350 mln $, minacciando la chiusura di 900 pozzi che arresterebbero di fatto il flusso di petrolio – e di introiti. Questa situazione preoccupa molto la Cina, che importa il 5% del proprio fabbisogno di petrolio dai due Sudan e che si è offerta di mediare tra i governi rivali al fine di trovare una soluzione. Ma il giovane Stato potrà davvero bloccare la produzione considerato che da essa dipende il 98% delle proprie entrate?
Non solo. Secondo Juba, ci sarebbe la regia di Khartoum dietro l’esplosione di violenze tribali nello Stato di Jonglei, costate finora 6.000 morti e 120.000 sfollati.

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Il 9 luglio il mondo ha celebrato la nascita del Sud Sudan, ma a due mesi dall’indipendenza lo sviluppo del nuovo Stato si sta già dimostrando una strada in salita.
Neanche il referendum di gennaio che ha sancito l’indipendenza (98,83% di si) è servito a placare una guerra durata 21 anni e che ha lasciato sul terreno 2,5 milioni di vittime. Almeno sette milizie ribelli operano sul territorio meridionale, in particolare nella regione contesa di Abyei, e le Nazioni Unite stimano che più di 2.300 persone siano morte nel corso delle violenze dal giorno del referendum.
Questo perché progresso e problemi sono entrambi riflessi dello stesso potenziale: il petrolio. Il Sudan unito era il terzo maggior produttore di oro nero dell’Africa subsahariana, soprattutto grazie al Sud che ospita il 73% dei giacimenti da cui si estraggono attualmente 385.000 barili al giorno. Un particolare che spiega la perdurante contrarietà di Khartoum all’emancipazione del nuovo Stato.
Troppe volte, infatti, il conflitto sudanese è stato osservato sotto la lente della religione o della multietnicità, tralasciando il fatto che la privazione dei diritti fondamentali al popolo del Sud nei 55 anni di storia del Paese è stata innanzitutto in conseguenza del rigido controllo centrale sulle risorse periferiche. Non a caso la situazione si è aggravata dal 2004, quando il governo guidato da Omar al-Bashir sferrò una nuova offensiva per mantenere il controllo del petrolio e dell’acqua del Sud.

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Dalla sua indipendenza vent’anni, ci sono due cose che l’Ucraina ha ereditato dall’Unione Sovietica: Chernobyl e l’industria pesante. Fabbriche che producono acciaio, macchinari, veicoli. E armi.
Solo nel 2010 il volume di armamenti esportati in Africa ha raggiunto quota 956,7 milioni di dollari, con un incremento di circa il 20% rispetto all’anno precedente. Aumento che fa il paio con quello del 2009 rispetto al 2008 (+14%). Lo ha reso noto l’Avvocatura dello Stato per il controllo delle esportazioni, in merito al portafoglio dei contratti firmati dalla compagnia d’export statale Ukrspetsexport.
Un buon risultato per un’economia che cerca di risollevarsi dalla crisi globale, che nel 2009 provocò una contrazione del PIL reale del 15,2%. Ad affossare il Paese contribuì anche il crollo del prezzo dell’acciaio, di cui l’Ucraina (soprattutto la parte Est, a maggioranza russa) è produttore ed esportatore.

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carta di Laura Canali per Limes

di Luca Troiano

Lo sfruttamento del Nilo è motivo di crescente tensione tra l’Egitto e gli stati alla fonte, in particolare l’Etiopia. Questi ultimi, e l’Etiopia in particolare, ne reclamano un utilizzo maggiore, ma Il Cairo e Khartoum si appellano ad un trattato del ’59 che garantisce loro un diritto quasi esclusivo sulle acque del fiume. Ogni tentativo di accordo è andato a vuoto. E il progetto di dighe annunciato dall’Etiopia potrebbe chiudere i rubinetti per gli Stati a valle.

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1. I fatti in corso in Egitto hanno messo provvisoriamente in secondo piano una questione mai risolta: quella di un più equo e razionale utilizzo del Nilo.Negli ultimi anni, fattori quali l’inarrestabile crescita demografica, l’estensione del deserto del Sahara e la crescente scarsità delle piogge hanno incrementato la domanda idrica sia per le attività agricole ed industriali che per le necessità delle popolazioni. Tutto ciò si è tradotto, sul piano internazionale, in una battaglia politica per la spartizione del fiume e delle sue preziose acque.
Questo perché il regime dei diritti sulle risorse idriche è ancora regolato da una convenzione stipulata dalla Gran Bretagna (allora potenza coloniale della regione) nel 1959 e mai aggiornata, che assegna il 55% delle acque all’Egitto e il 22% al Sudan (quota che dovrà essere modificata in seguito all’imminente secessione del Sud dalla capitale Khartoum). Lasciando quel che avanza a Burundi, Ruanda, Tanzania, Uganda, Congo, Kenya ed Etiopia.

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