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Nella tarda mattinata del 24 ottobre il ministro delle Finanze greco Yannis Stournaras annuncia l’accordo raggiunto con la Trojka sulle nuove misure di austerity indispensabili per ottenere, da un lato, un’ulteriore tranche di aiuti da 31,5 miliardi e, dall’altro, una proroga di due anni - dal 2014 al 2016 – per ripianare il proprio deficit di bilancio. Notizia smentita poco più tardi dai diretti interessati. Basta questo per avere un’idea della confusione che regna quando si parla della crisi greca.

Nel frattempo, la Germania avrebbe messo a punto un piano per il salvataggio della Grecia che prevede l’impiego di una task-force internazionale di esperti da affiancare al governo greco e un conto vincolato per il versamento degli aiuti al Paese. Tutto ciò non avrebbe nulla a che vedere con gli aiuti finanziari, e in alcun modo la presenza degli esperti internazionali sarebbe una contropartita in cambio di risorse. Secondo il Financial Times (accessibile solo su abbonamento, ma da qui qualcosa si riesce pure a leggere), che cita il documento tedesco Enhanced governance and control mechanism (si veda qui), di fatto Berlino punta a rendere più stringente il controllo su Atene. Come se due anni di effetto garrota – con il lento strangolamento dell’economia greca in ragione delle pretese tedesche – non avessero martoriato l’infelice Grecia già a sufficienza.

Ma quando si parla di Grecia, si parla non solo di rigore, ma altresì di speculazione. Il Wall Street Journal racconta che da quando è stata completata la ristrutturazione del debito in marzo, che ha trasformato 200 miliardi di euro di bond greci in 60 miliardi di euro, gli hedge funds (i fondi altamente speculativi) stanno comprando la Grecia praticamente a prezzi di saldo. Perché? I titoli greci sono rischiosi e il mercato in cui agire è limitato, posto che solo il 20% dei 300 miliardi di euro di debito greco è in mano a investitori privati – tutto il resto è della Trojka. Spiega l’IBTimes:

Partiamo da un semplice dato: l’obbligazione con scadenza nel 2023 ha registrato un tasso del 16.53%, circa tre punti percentuali in meno rispetto ai dati di inizio Ottobre. Questo semplice dato è alla base della mossa speculativa degli hedge fund: tassi di interesse in netto calo significano, di fatto, prezzi delle obbligazioni in aumento.
Prendiamo un’obbligazione greca con scadenza nel 2042: il prezzo di vendita, prima delle elezioni dello scorso Giugno, era di 12 centesimi di euro. Ad oggi, passati pochi mesi, con una situazione dal futuro leggermente meno incerto, i rendimenti sono crollati ed il prezzo è salito a quasi 24 centesimi per ogni bond.
L’estrema economicità dei bond greci è, al tempo stesso, l’elemento principe del loro valore. La congiuntura europea rende l’obbligazione greca una vera “merce rara” nell’ottica della gestione e dell’approccio puramente speculativo degli hedge fund. Il portafoglio del fondo Greylock è composto, al 20%, da titoli di Stato greci. ”Non ci sono molte occasioni come questa” ha dichiarato Hans Humes di Greylock. La stessa Third Point ha realizzato una piccola fortuna comprando tali bond in Luglio ed Agosto.
I rischi, ovviamente, sono sempre dietro l’angolo. Se una previsione forse troppo rosea dei fondi afferma che anche l’eventuale uscita dall’euro porterebbe benefici sul prezzo delle obbligazioni, il rischio di default ne farebbe crollare il prezzo. Ma anche qui i fondi si sentono padroni della situazione affermando che, anche in tal caso, sarebbe difficilmente ipotizzabile un prezzo troppo inferiore i 10 centesimi (e quindi poco inferiore al prezzo d’acquisto a 12 centesimi di euro).

Morale della favola: il banco vince sempre. E mentre a Bruxelles discutono, Atene continua ad affondare.

Probabilmente la perdita riportata da JP Morgan finirà per essere molto più grande rispetto ai due miliardi dichiarati sui giornali. In ogni caso rappresenta l’ennesima prova dell’incapacità del mercato di autoregolarsi, in barba alle proprietà salvifiche della “mano invisibile” teorizzata da Adam Smith. L’ennesimo sfacelo di quella deregulation che avrebbe dovuto essere la molla dell’economia e invece si è rivelata la sua scure.
L’Huffington Post, in un articolo che analizza le (altre) perdite sui derivati riportate dall’istituto, afferma:

The U.S. can count on JPMorgan to continue both long and short market manipulation and take its winnings and losses from blind gambles. Shareholders, taxpayers, and consumers will foot the bill for any unpleasant global consequences.

Non solo. Questa analisi della Reuters osserva che il rovescio da due miliardi è  il risultato, forse inevitabile, dell’interazione delle due politiche adottate per mettere una pezza al sistema finanziario americano dopo il disastro del 2008: quella del too big to fail, da un lato; e quella del denaro alle banche  a costo zero, dall’altro:

Too big to fail, the de facto insurance provided by the U.S. to financial institutions so big their failure would be disastrous, provides JP Morgan and its peers with a material advantage in funding and as counterparties. Depositors see it as an advantage, as do bondholders and other lenders. That leaves TBTF banks flush with cash.
At the same time, ultra-low interest rates make the traditional business of banks less attractive, naturally leading to a push to make money elsewhere. With interest rates virtually nothing at the short end but not terribly higher three, five or even 10 years out, net interest margins, once the lifeblood of large money center banks, are disappointingly thin. Given that investors are rightly dubious about the quality of bank earnings, and thus unwilling to attach large equity market multiples to them, this puts even more pressure on managers to look elsewhere for profits[si veda qui]

Per avere un’idea  di JP Morgan, è bene ricordare che:

  • Ha avanzato, assieme a Goldman Sachs, una proposta di regolamentazione degli strumenti derivati, salvo poi affossare ogni concreta possibilità di riforma;
  • È stata tenuta in piedi dal sontuoso piano di salvataggio del governo USA, salvo poi utilizzare i soldi gentilmente ricevuti per investire in India e di altri progetti che ingrosserà le tasche dei suoi top manager, ma non quelle esangui dei contribuenti americani

Manca qualcosa? Ah, si. Benché sia “troppo grande”, può plausibilmente fallire.

Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch continuano ad abbassare la valutazione del debito dei Paesi in crisi, mettendo a rischio non solo stabilità dell’Eurozona ma la sua stessa esistenza.
L’ultimo assalto è avvenuto perché gli Stati europei avevano osato pensare a una partecipazione volontaria delle istituzioni finanziarie private (banche, assicurazioni, fondi di gestione, ecc) al salvataggio della Grecia, il cui fallimento è dato quasi per certo. Una soluzione alla quale le tre Parche del rating hanno imposto il loro veto con un’ecatombe di declassamenti (qui i rapporti esplicativi), alimentando così il clima di nervosismo dei mercati finanziari.
Che le agenzie di rating siano venute meno ai loro compiti di fornire un’informazione corretta è ormai un sospetto molto diffuso.  Benché il rating sia un servizio importante fornito agli investitori, in realtà nel tempo è diventato un meccanismo poco trasparente e monopolizzato dalle tre grandi società che oggi si accaparrano il 95% del mercato. Il settore è oggi uno dei più segreti e sconosciuti al mondo, ma anche uno dei più redditizi, se pensiamo che  negli ultimi tempi i profitti delle agenziesi sono spinti fino al 50% del loro giro d’affari (1,3 miliardi di euro per S&P’s nel 2010).
Anche se le agenzie rispondono che fanno il loro lavoro e che il mercato non ha bisogno di loro per farsi un’opinione, due studi (uno del FMI, l’altro della BCE) dimostrano la loro responsabilità diretta nell’attuale instabilità finanziaria. In entrambi casi la conclusione è che i ripetuti downgrading hanno un effetto diretto sugli investitori, che chiedono automaticamente dei tassi di interesse più alti in ragione del premio di rischio. Spesso queste agenzie seguono le paure del mercato, ma talvolta le anticipano, creando delle previsioni che si autoavverano. Mobilitando diverse decine di miliardi di euro per mettere interi Paesi (Grecia, Irlanda e Portogallo) al riparo da un fallimento peraltro non ancora scongiurato. In un mercato integrato come quello dell’euro, questi declassamenti hanno un effetto destabilizzante sull’insieme degli altri Paesi, compresi quelli dell’esclusivo club della tripla A.

Da un punto di vista storico, i dati devono far riflettere. Per anni le agenzie hanno sistematicamente ignorato i problemi strutturali legati alla bolla immobiliare USA e alle economie periferiche europee, nonostante da tempo mostrassero segni inquietanti. Questa lunga analisi del Sole 24 ore ricostruisce nel dettaglio il caso greco. Ai primi di dicembre 2009 un report di Moody’s scriveva ancora che i “timori degli investitori sulla Grecia era malposti”. Solo dopo che il governo di Atene ha ammesso di aver mentito sulla portata del debito greco, è cominciato il ciclo di declassamenti. Un allarme più tempestivo avrebbe potuto ridurre il flusso di denaro investito verso Atene ed evitare così il super haircut del 50% deciso il 26 ottobre a Bruxelles, che oggi costerà 100 miliardi di euro di perdite nei bilanci della maggiori banche del mondo.
Sulla Grecia Moody’s si è difesa dicendo che la sua estrema prudenza è stata determinata dalla convinzione che l’ingresso di Atene nella zona euro avrebbe evitato per sempre qualsiasi ipotesi di bancarotta. In compenso l’agenzia ha percepito cifre varianti da 330.000 a 540.000 dollari ogni anno per dare il rating al debito pubblico ellenico.
E poi ci sono gli altri casi consegnati agli annali. Lehman Brothers, che ha mantenuto la tripla A fino al giorno stesso del fallimento. Enron, anch’essa tripla A fino ad un secondo prima del collasso. Il downgrading degli Stati Uniti, dovuto ad un errore di 2.000 miliardi di dollari nelle stime di riduzione del debito e motivato da affermazioni politicamente molto orientate alle critiche del Tea Party. Il downgrading della nuova Tunisia, proprio il giorno dopo la cacciata di Ben Alì. In ultimo gli Eurobond, affondati prima ancora di vedere la luce (se mai la vedranno) perché marchiati da un voto basato sulla più bassa valutazione del credito tra quella dei Paesi partecipanti – se fosserogarantiti per il 27% dalla Germania, per il 20% dalla Francia e per il 2% dalla Grecia, il rating sarebbe CC, quello della Grecia
Gli infortuni delle agenzie hanno contribuito ad innescare quel disastro finanziario del 2008 costato finora ben 7.700 mld di dollari di finanziamenti della Federal Reserve allo 0,1% di interesse alle grandi banche americane, secondo quanto ricostruito da Bloomberg. Dopo aver affondato l’economia americana, ora pare che le agenzie vogliano la pelle dell’euro, unendo così in un unico tragico destino le due sponde dell’Atlantico

La questione del controllo delle società di rating si lega strettamente a quella del (presunto) anonimato dei cosiddetti “mercati”. A prima vista, infatti, la speculazione appare un fenomeno fisiologico, insito alla natura stessa della finanza e dovuto all’azione congiunta della generalità degli investitori; in realtà dietro le quinte si celano nomi e volti. Sempre gli stessi.
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Negli ultimi due secoli il colonialismo ha ridotto l’Africa da culla dell’umanità e serbatoio (e discarica) dell’Occidente. Oggi il neocolonialismo trova una estesa ed inquietante espressione nel fenomeno del land grabbing: tecnicamente, “appropriazione di terreni”.
Si tratta della controversa questione delle grandi acquisizioni di terre nei paesi in via di sviluppo da parte di imprese nazionali e transnazionali, ma anche governi e singoli individui. Benché ampiamente documentato nel corso della storia, ad inaugurare la moderna corsa alla terra non è stato un occidentale, bensì re Abdullah d’Arabia Saudita, che anni fa decise di usare i petrodollari per acquistare migliaia di ettari di terreno in Etiopia dove coltivare riso e cereali a buon prezzo per le esigenze del suo regno, dal momento che la popolazione dei paesi del Golfo è destinato a raddoppiare da 30 milioni nel 2000 a 60 milioni nel 2030. Poi si sono fatti avanti cinesi e indiani, alla caccia di campi coltivati per sostenere la propria gigantesca richiesta alimentare. Infine sono arrivati i grandi fondi d’investimento, i quali hanno messo gli occhi sul business della produzione agroalimentare a partire dalla crisi alimentare del 2008.

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1. Non vale la pena esagerare la portata dello scambio di sorrisi tra Merkel e Sarkozy: di per sé, non è che una trascurabile parentesi a margine di un importante vertice europeo; l’antiberlusconismo ne ha fatto il caso del giorno. Il ghigno gallo-teutonico rimane comunque una caduta di stile, prima ancora che la “prova” di quanto la nostra immagine all’estero sia sprofondata in basso. Ben più rilevante, e che il dileggio ha declassato in secondo piano, è la ragione di fondo del vertice in questione, ossia la crisi dell’eurozona (leggi: del nostro debito sovrano).
Il gioco di parole in testa al presente contributo è opera del prof. Mario Monti, che in un recente editoriale sul Corriere ha detto ad alta voce quello che prima si diceva a mezza bocca: l’Italia può affondare l’euro. Perché siamo noi, e non la Grecia, a tenere i mercati in fibrillazione. Lo mostrano i tassi di interesse sul debito: più alti per l’Italia che per la Spagna – e più alti che per la Polonia, benché questa, non facendo ancora parte dell’euro, presenti un esplicito rischio di cambio. Se (rectius: quando) salta Atene, la falla può essere riparata e il vascello euro può sperare di proseguire verso acque più tranquille; viceversa, se saltiamo noi, la moneta unica cola a picco. E se salta l’euro, salta l’Europa; se salta l’Europa, salta l’economia mondiale, tuttora convalescente a quattro anni da un’epidemia finanziaria mai spenta. Se per le banche si era coniata l’espressione “too big to fail”, viceversa l’Italia possiamo definirla “too big to save”: troppo grande per essere salvata. Ed è proprio Bruxelles a ricordarcelo, ente supremo a cui Roma ha da tempo delegato la paternità delle politiche più impopolari.
Diviso più che mai, prostrato da una crisi dalla quale non riesce a rialzarsi, soffocato da caste che sacrificano il merito sull’altare del corporativismo, guidato da un (mal)governo che non si regge sulle proprie gambe, il Belpaese si vede così investito di una responsabilità globale nel momento in cui meno appare in grado di assumere le decisioni più opportune, più urgenti e (per questo) più sofferte. Da noi tutti sono disposti a scontentare tutti in nome del bene comune, a parole; nei fatti ciascun parruccone di Montecitorio ha questa o quella cara corporazione a cui dover dire “grazie” o “obbedisco”.
Mina vagante in un mare in tempesta e seconda I dell’acronimo PIIGS, l’Italia appesa al cappio di una maggioranza politica agonizzante e sotto il tiro della speculazione geofinanziaria si trova per la prima volta a fare i conti con quelle scelte che ne ridefiniranno la fisionomia sia interna che esterna. Ma l’alternativa preferibile in astratto, e che dall’alto ci viene suggerita (riforme strutturali in tempi rapidi), fa a botte con la concretezza di una classe politica e di una costellazione più o meno ampia di lobbies (avvocati, medici, farmacisti, evasori), ostinatamente attaccate al proprio corredo di privilegi feudali. Senza contare la fitta rete di relazioni clientelari sulla quale la politica fonda la propria (il)legittimità. Nel quadro caotico di una bufera speculativa, la necessità di riformare lo status quo (leggi: di assumere misure impopolari) rappresenta il peggiore scenario possibile per un esecutivo come il nostro, privo di idee e contenuti, tenuto in piedi da un movimento separatista e da un gruppo di re$pon$abili, sbeffeggiato in ogni dove e sempre più indebolito da un’inarrestabile emorragia di consensi.

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Peacereporter pubblica una breve ed interessante analisi che testimonia come non sempre alla crescita della borsa corrisponda uno sviluppo reale che sia a beneficio di tutti. I casi di Mongolia e Sri Lanka rappresentano un inquietante esempio del funzionamento delle nuove economie emergenti.
Il quotidiano Indipendent riporta che nel 2010 la borsa di Ulan Bator, capitale della Mongolia, ha triplicato la propria capitalizzazione in un anno, segno che nel mare tempestoso della crisi globale esistono anche delle isole felici. Solo a prima vista, perché le performance registrate nascondono realtà che di felice hanno ben poco.

La borsa di Ulan Bator (nata nel 1991, la più piccola del mondo per capitalizzazione) invece, è trainata dal boom del settore minerario e in misura inferiore da quello edile. L’economia mongola è poco diversificata: attività estrattive, costruzioni e turismo sono pressoché gli unici settori fiorenti nel Paese.

La popolazione è tuttavia esclusa da questo sviluppo, essendo l’industria delle materie prime appannaggio delle imprese straniere. La maggiore è la canadese Ivanohe Mines che vanta concessioni sull’enorme giacimento di rame e oro di Oyu Tolgoi, nel deserto del Gobi. Il colosso ha appena collocato nuove azioni sull borsa di Toronto per finanziare l’ulteriore ampliamento della miniera in questione, confidando in un buon ritorno economico. E così altre aziende.

Se alle imprese vanno i profitti, alla popolazione restano i problemi. I terreni interessati dall’attività estrattiva vengono sottratti ai pascoli, lasciando le famiglie ex nomadi in una grave situazione di indigenza. Viste le difficoltà di integrarli nel contesto urbano (Ulan Bator ospita già un milione metà della popolazione mongola: 1,5 milioni di persone) e di assicurare un lavoro a tutti (visto lo scarso sviluppo del tessuto industriale), i nomadi vengono anch’essi assorbiti dal settore estrattivo in veste di minatori. Il problema sociale è strettamente connesso con quello ambientale, perché le estrazioni avvengono tramite l’immissione nel terreno di cianuro e mercurio,necessari per separare l’oro dalle rocce.
La piaga conseguente a questo declino sociale è ovviamente l’alcolismo. Non è un caso che l’unico comparto ospitato nella borsa di Ulan Bator, esclusi il minerario e l’edile, è quello dei produttori di alcolici. Una sorta di circolo vizioso sotto le mentite spoglie della maggiore crescita borsistica del 2010.

La Bank for International Settlements (BIS) di Basilea, istituto internazionale che svolge funzione di intermediario delle banche centrali, ha pubblicato l’atteso rapporto triennale sulla situazione del mercato dei derivati cosiddetti over-the-counter (OTC), ovvero quelli non negoziati su mercati regolamentati ma affidati alla libera contrattazione degli operatori finanziari.

Secondo la BIS, alla fine di giugno 2010 il mercato mondiale degli OTC ammonta a 582.655 miliardi di dollari di valore “sottostante”, rispetto ai 507.907 miliardi di dollari di fine giugno 2007: ciò significa che la speculazione finanziaria non ha minimamente risentito dalla crisi, anzi ne è uscita rafforzata.
Non solo. Gli strumenti OTC rappresentano appena un terzo del mercato dei derivati: a fine 2009 il controvalore di quelli quotati in mercati regolamentati (exchange traded derivatives) ammontava ad oltre oltre 1.100.000 miliardi di dollari.

Per fornire un ordine di grandezza, basta dire che il PIL mondiale 2010 viene stimato in 69.980 miliardi di dollari: questo significa che esiste una massa speculativa di titoli OTC di 8,5 volte più grande del valore di tutto il lavoro dell’umanità, cui si somma un mercato speculativo finanziario “regolamentato” pari ad ulteriori 18 volte il controvalore del lavoro di tutti noi.

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