Per la Spagna è la fine di un’era

È un tipico esercizio della stampa, quello di mettere in relazione eventi superficialmente simili, ancorché distinti e privi di qualunque nesso funzionale, per renderli meglio fruibili al grande pubblico. Non ha fatto eccezione la recente doppia “abdicazione” spagnola, ossia quella di re Juan Carlos ha cui ha fatto seguito l’uscita di scena della Nazionale di calcio dai Mondiali in Brasile. Al di là della scontata, e se vogliamo ingenua tendenza dei cronisti a cedere alla seduzione di certe analogie, i due eventi testimoniano un cambiamento di portata molto più ampia di quanto immaginiamo. Non si tratta solo del fatto che adesso la Spagna abbia un nuovo re e non sia più Campione del mondo; la vera notizia è che essa non sarà più come l’abbiamo conosciuta fino oggi.

Juan Carlos aveva molte buone ragioni per abdicare: al peso degli anni si era aggiunto quello, meno sopportabile, degli scandali; negli ultimi tempi la caduta di consensi era stata inversamente proporzionale al numero degli acciacchi fisici. Nel suo ultimo discorso, il monarca ha parlato della necessità di lasciare spazio alla generazione giovane «che merita di andare avanti», indicando nel figlio Felipe la figura migliore per affrontare le sfide del presente. Ad esempio la crisi economica, oppure – ma questo il re non poteva dirlo – la conservazione stessa della monarchia. Al di là delle spinte indipendentiste della Catalogna, infatti, molti osservatori non nascondono che in Spagna più che la monarchia fosse popolare Juan Carlos e ora mettono in dubbio che l’istituzione possa sopravvivere all’uscita di scena di quello che era stato ribattezzato “il re repubblicano”. La Spagna si scopre dunque un Paese diviso tra regioni che vogliono andarsene e altre che invece dettano le proprie condizioni per restare; tra chi acclama il nuovo re e chi aspira invece ad eleggere un presidente.

Passando dal trono ai campi da gioco, perfino gli analisti allergici al pallone concordano come lo spirito della Spagna si rifletta appieno nel suo calcio. Fino al trionfo negli Europei del 2008, la Nazionale iberica ha sempre presentato una singolare contraddizione. Da una parte vantava alcuni tra i più forti giocatori nel panorama calcistico internazionale ed era solita i gironi di qualificazione per Europei/Mondiali a pieni punti segnando sempre valanghe di gol; dall’altra, nelle fasi finali delle grandi competizioni steccava sempre. La ragione, spiegavano gli esperti, rispecchiava un carattere di fondo dell’intera società spagnola: la divisione tra diverse anime al suo interno. Perché se la Spagna è politicamente unita fin dal matrimonio di Ferdinando e Isabella, rispettivamente sovrani d’Aragona e di Castiglia, gli spagnoli sono invece sempre stati divisi. Ci accorgiamo allora che, metafore a parte, un filo sottile lega l’uscita di scena del re a quella delle Furie rosse. Continua a leggere

Catalogna, ovvero come la (Dis)Unione Europea ci ha portato dal sogno dell’integrazione al pericolo del secessionismo

Ieri, mentre in Italia c’erano le primarie del PD, nella comunità autonoma spagnola della Catalogna si sono tenute le elezioni per eleggere il nuovo parlamento regionale, la Generalitat, indette a inizio ottobre dal presidente Artur Mas, leader della coalizione liberaldemocratica di centrodestra Convergenza e Unione (CiU). L’affluenza alle urne è stata del 56%, circa 8 punti in più rispetto alla precedente tornata elettorale e in assoluto la maggiore mai registrata nella regione. La coalizione di Mas è prima, ma ha perso un quinto dei seggi. In altre parole, non ottiene quella “maggioranza eccezionale” invocata in campagna elettorale, necessaria a  proseguire sulla via della secessione con un mandato più forte.
La grave crisi economica che ha interessato la Catalogna è stata al centro della campagna elettorale in queste settimane. Mas ha più volte ribadito la volontà di indire un referendum sull’indipendenza della regione. Secondo  (come El Pais e La Vanguardia), la perdita di consensi si spiega col fatto che Mas abbia puntato quasi esclusivamente su questo tema per mettere in secondo piano altri argomenti, sfavorevoli al suo governo, come i conti disastrosi della regione. La Catalogna ha infatti un debito di 42 miliardi di euro sui 140 miliardi totali delle regioni spagnole, nonostante sia la più produttiva del Paese. Senza contare che, nell’ultima settimana della campagna elettorale, Mas è stato anche accusato di corruzione e di riciclaggio di denaro, sulla base di alcune anticipazioni non ufficiali di un’indagine nei suoi confronti.

Nel complesso, i partiti catalanisti presi nel loro complesso perdono seggi: da 76 a 74. Quelli spagnolisti, favorevoli allo status quo, guadagnano: da 21 a 28. Chi ha vinto, dunque? Secondo La Vanguardia (quotidiano catalano, non dimentichiamolo) ha vinto lo Spagna, o meglio, lo status quo spagnolo:

Quando nelle prossime settimane si comincerà a negoziare la formazione di un nuovo governo, si potrà constatare quanto entusiasmo suscita la prospettiva di far parte di un esecutivo obbligato a seguire la via dei duri sacrifici.
La Spagna ha un problema: una crisi durissima e due parlamenti sovranisti (quello basco e quello catalano). Ma in fondo è un problema gestibile: i baschi non faranno nulla che possa realmente mettere a rischio i saldi fiscali positivi del loro vantaggioso statuto, mentre la Catalogna, intrappolata nella retorica sentimentale del sovranismo, si trasformerà in un vespaio. Ha vinto la Spagna, ha vinto l’ordine costituito.

L’ondata separatista ha dunque subito una frenata (come era già successo in Galizia un mese fa), ma in ogni caso resta una spinosa questione. In ottobre il Financial Times notava come mentre il governo britannico ha autorizzato il referendum sull’indipendenza della Scozia, Madrid continua a negarlo alla Catalogna, rischiando di rafforzare il separatismo.
Le crisi hanno però la tendenza a semplificare tutto. E Al di là della retorica di Mas e delle reticenze di Madrid, la realtà appare molto più complessa di quella che il teatrino della politica spagnola sembra ostentare.

A prima vista, la regione più ricca non vuole più pagare per il resto del Paese e minaccia di staccarsi. Il debito è frutto della voracità fiscale di Madrid, affermano a Bercellona, perciò le rivendicazioni catalane sono legittime e vanno seriamente discusse.
In realtà, le origini dirette dei problemi economici catalani sono la drammatica recessione prodotta dall’enorme bolla immobiliare e le decisioni prese dai diversi governi nel corso degli anni. Un problema comune a tutta la Spagna, senza eccezioni tra regione e regione. Secondo l’analisi di Bruxelles, il precario stato delle finanze pubbliche della Catalogna non è dunque frutto dei trasferimenti verso Madrid o dei tagli di bilancio imposti dal governo centrale (anche se il sistema di finanziamento e redistribuzione non è perfetto e su questo si può discutere), come invece sostiene il movimento separatista per giustificare le sue pretese.
E poi, alla Catalogna conviene davvero l’indipendenza? Obiettivamente, no.

Il distacco di Barcellona da Madrid presenta dei problemi non trascurabili, sia nel quadro dei successivi rapporti economici con la Spagna che nel contesto internazionale. Limes, che presenta un excursus storico delle le pulsioni identitarie catalane, riassume la questione così:

L’independència, infatti, infervora gli animi e le gradinate dello stadio Camp Nou di Barcellona, ma presuppone una serie di problemi non trascurabili. Il nuovo stato nascerebbe fuori dall’Ue: potrebbe entrarci solo con l’accordo unanime dei membri. Come si comporterebbe in questo caso Madrid? Comunque, per un periodo negoziale di durata non prevedibile, merci e capitali catalani sarebbero esclusi dalla libera circolazione, perdendo l’accesso al mercato spagnolo. Ecco perchè le imprese e le banche di Barcellona e dintorni preferiscono la ricerca di un compromesso. Lo stesso Mas non manca di puntualizzare come la sovranità della Catalogna non debba consistere in un “addio alla Spagna”.

I tentativi catalani di approfondire l’autonomia da Madrid sono stati numerosi durante i secoli, e spesso decisamente sfortunati. Resta però da chiedersi quanto senso abbia la nascita di un nuovo Stato nazione in Europa, quando il confronto geopolitico del nostro continente avviene con entità come Cina, Stati Uniti, Russia o Brasile. Nella stessa Unione Europea, le capitali tendono a perdere il loro potere decisionale in favore di centri alternativi come Francoforte, Bruxelles o Berlino.

Globalist approfondisce il tema, con una conclusione che alza uno sguardo sulle analoghe rivendicazioni in giro per l’Europa:

Vale la pena di ricordare che l’Ue non ha riconosciuto l’indipendenza del Kosovo. E il fatto che la Catalogna sia più ricca non la sottrae certo alla trafila della richiesta di adesione. In campagna elettorale Mas ha parlato anche di Catalogna Stato membro della Nato, «ma senza esercito». Una contraddizione in termini.
Tutto questo è comunque secondario. La Costituzione spagnola sancisce il carattere “indissolubile” dell’unità statale, il referendum ha in questo paese carattere consultivo, va ratificato, dai cittadini, ovvero tutti gli abitanti del paese e non solo i catalani.
A Madrid sono in pochi a prendere sul serio le rivendicazioni di Mas per una Catalogna indipendente, sottolineando però i rischi di un effetto domino in altre aree del paese, a cominciare dai Paesi Baschi. Quasi tutti i madrileni ascoltati da Globalist nella capitale spagnola, concordano su un punto: Mas cerca di alzare l’asticella col governo per fare paura, sapendo benissimo di non poter camminare con le proprie gambe.
«Quello che davvero Mas vuole ottenere sono nuove concessioni dal governo, una maggiore autonomia e un regime fiscale più vantaggioso» dice Enrique, 44enne esponente delle Forze dell’Ordine in borghese. Isabel, giovane ingegnere non ancora trent’enne con esperienza in cooperazione internazionale incontrata a Puerta del Sol alla vigilia del voto catalano sottolinea: «La prospettiva di una Catalogna indipendente non sta in piedi. E proprio per il fatto che le rivendicazioni sono di tipo economico. Che faranno stamperanno una valuta nuova? Di certo non potranno usare l’euro».
Il punto centrale della rivendicazione catalana è un’Austerity attribuita alla redistribuzione della ricchezza locale col resto del paese. Il debito catalano è però pari a circa 44 milioni di euro [dato ovviamente errato] e la disoccupazione interessa almeno 800 mila catalani. Ed è proprio qui che casca l’asino. Un improbabile stato indipendente di Catalogna vedrebbe questo debito incrementato. Lo conferma il Financial Times, che scrive: «Una Catalogna indipendente sarebbe più ricca ma più indebitata della Spagna». Tanto per cominciare ci sarebbe da restituire qualche soldo a Madrid per la quota di debito nazionale e la ristrutturazione delle banche. Poi c’è la questione dell’export.
Lo spiega bene The Economist, citando il blog del Professor Pankaj Ghemawat, della IESE Business School di Barcellona. Ghemawat ha creato una mappa delle esportazioni catalane, dimostrando che se è vero che questa regione esporta, è anche vero che esporta una bella fetta di produzione nella stessa Spagna. Gli attuali 49 miliardi di export sarebbero dimezzati, con un inevitabile ripercussione sull’occupazione. L’elenco potrebbe continuare, ma, dato che il segno dei tempi è diventato la parola “spread” si pensi alla reazione dei mercati alla notizia di una dichiarazione unilaterale di secessione catalana.
Questa è la sostanza. Condita però da Mas con dei toni populistici che rimandano all’identità nazionale che non trovano ragione nei fatti. Le rivendicazioni culturali catalane sono state affrontate e soddisfatte una decina di anni fa. A Barcellona il catalano ha pari dignità con lo spagnolo.

Resta da vedere se la vicenda catalana sommata alla questione fiamminga e alla prospettiva di un referendum separatista in Scozia segni l’inizio di una tendenza europea.
In tempi di crisi economica come quella che il vecchio continente attraversa, le isterie nazionalistiche fanno paura. Anche negli anni ’30 del secolo scorso andò più o meno così.

Eccoci allora al punto nodale, la madre di tutti i problemi nrll’Europa di oggi, quella dell’austerity: la crisi sta riaccendendo ovunque le tensioni tra le regioni più prospere e i governi centrali. Ed è singolare che tanto i separatisti scozzesi quanto quelli catalani fanno ricorso proprio agli ideali europei per sostenere le rispettive rivendicazioni. L’integrazione europea, che mirava ad unirci, ci sta portando sempre più alla frammentazione.
Una contraddizione che il quotidiano polacco Uwazam Rze ha cercato di mettere in luce:

Ormai i sostenitori dell’autodeterminazione preferiscano soprattutto gli ambienti ovattati dei gabinetti ministeriali o delle istituzioni europee, gli eventi culturali e la promozione delle lingue regionali. Una strategia che sembra avere successo: alla vigilia delle scadenze elettorali i governi si piegano alle rivendicazioni dei separatisti in cambio del loro sostegno.
In questa battaglia la lingua è un’arma molto potente. I catalani la utilizzano con la stessa maestria con cui giocano a calcio. In Catalogna lo spagnolo è considerato una lingua straniera e le scuole sono obbligate a garantire solo quattro ore settimanali di spagnolo. Per chi arriva dalla Castiglia o dall’Andalusia con la propria famiglia è impossibile trovare una scuola con un insegnamento integralmente in spagnolo.
Negoziando con le autorità statali i separatisti non esitano a ricorrere ad argomenti filo-europei, e difendono la tesi secondo cui l’indipendenza della Catalogna, del Paese basco o della Scozia non metterebbe in difficoltà la nazione spagnola o britannica, poiché la federalizzazione dell’Unione ridurrà comunque il ruolo degli stati nazione. Se le capitali cedono di anno in anno parte dei loro poteri alla Commissione europea, perché non darne un po’ anche a Edimburgo o a Barcellona?
Con questa retorica europeistica, i separatisti hanno trovato una valida soluzione per cancellare l’etichetta di pericolosi e irresponsabili fanatici che era attribuita loro.

Secondo il New York Times il caso della Catalogna dimostra come l’integrazione europea (o meglio, la sua attuale e perversa applicazione), anziché unire gli Stati, abbia finito dare una spinta al secessionismo delle regioni:

La Catalogna potrebbe diventare la scintilla di una nuova ondata separatista nell’Unione europea, ed essere seguita da presso da Scozia e Fiandre. Il grande paradosso dell’Ue – che si fonda sul concetto della sovranità condivisa – è che abbassa l’asticella spingendo le regioni a battersi per la propria autonomia.
Mentre dalla crisi della zona euro potrebbe emergere un’Unione post-nazionale, caratterizzata dall’impulso verso una maggiore unione fiscale e un controllo più centralizzato sui budget e le banche nazionali, la crisi ha accelerato le ambizioni separatiste delle regioni più ricche dei paesi membri, che non vogliono più finanziare i loro vicini più poveri.
Il presidente catalano Artur Mas ha sconvolto la Spagna e i mercati convocando elezioni regionali anticipate e promettendo di indire un referendum sull’indipendenza dalla Spagna, anche se Madrid lo considera illegale. La Scozia vuole fissare per l’autunno del 2014 un referendum sull’indipendenza. I fiamminghi hanno ormai raggiunto un’autonomia pressoché totale, sia sul piano amministrativo sia su quello linguistico, ma sono tuttora profondamente risentiti per l’egemonia dei francofoni della Vallonia e dell’élite di Bruxelles. La prova potrebbe essere costituita dalle elezioni provinciali e comunali in programma per il  14 ottobre.
Come nei matrimoni, esistono innumerevoli cose che  tengono uniti i paesi anche a malincuore: una storia comune, guerre comuni, figli in comune, nemici comuni. Ma la crisi economica nell’Unione europea sta mettendo in luce anche antichi dissapori.
In Catalogna come nelle Fiandre molti pensano di pagare ai governi centrali molto più di quanto ricevono. Da questo punto di vista è una replica in piccolo della controversia della zona euro, in cui i paesi settentrionali più ricchi come Germania, Finlandia e Austria deplorano il fatto che le loro relative ricchezze e il loro successo siano prosciugati per tenere a galla paesi come Grecia, Portogallo e Spagna.
L’espansione complessiva dell’integrazione europea di fatto ha abbassato l’asticella del secessionismo, perché le entità emergenti sanno di non dover essere del tutto autonome e indipendenti”, ha detto Mark Leonard, direttore del Consiglio europeo per le relazioni estere. “Sanno che avranno accesso a un mercato di 500 milioni di persone e ad alcune delle garanzie dell’Ue”.

Prospettiva davanti alla quale Bruxelles è dovuta correre ai ripari. Ma benché l’Unione Europea abbia già precisato che gli indipendentisti troveranno la porta chiusa per quanto riguarda un’automatica adesione, particolarismi e rivendicazioni procedono indisturbati. Peccato che sia proprio l’Europa ad incoraggiarli: a Bruxelles ci siano già più di 300 uffici a difendere gli interessi di territori grandi e piccoli, che fanno della UE il più grande tavolo di negoziati del mondo.

Nella UE dei 27 Stati, la voce grossa delle comunità locali è la regola, non l’eccezione. E dire che l’Europa era nata per unirci.

Spagna e Portogallo, da colonizzatori a colonie. Grazie alla crisi.

Una volta i flussi migratori si dirigevano dalle colonie verso i Paesi che ne furono la madrepatria. I capitali, invece, seguivano il percorso inverso: le industrie nazionali investivano nelle economie emergenti, sfruttando le opportunità (basso costo del lavoro, materie prime, ecc.) offerte dalle loro economie in crescita.
Oggi la musica è cambiata: i flussi migratori si sono rovesciati, e così sono i talenti del Vecchio Continente, lasciati senza prospettive nelle nostre lande, ad emigrare verso il Nuovo mondo, e non più viceversa. I capitali, al contrario, da qui affluiscono copiosi per sostenere le esangui economie mediterranee.
Spagna e Portogallo sono l’esempio più lampante di questa nuova tendenza. La crisi economica ha invertito i ruoli tra colonizzati e colonizzatori. Una versione moderna della (ri)colonizzazione in cui la storia sta decretando la rivincita di quelli su questi.

Spagna

La stampa spagnola parli addirittura di “esodo” per descrivere il fenomeno della migrazione dei giovani (e non solo) iberici in terra argentina: nel 2011 50mila persone hanno lasciato la madrepatria per raggiungere l’ex colonia. All’inizio di quest’anno il Wall Street Journal segnalava che nel 2011 per la prima volta negli ultimi vent’anni la Spagna ha registrato più partenze che arrivi – in altre parole gli emigranti hanno superato gli immigrati -, e che secondo i sondaggi il 62% degli oltre cinque milioni di spagnoli oggi senza lavoro sarebbero disposti a lasciare il Paese pur di ottenerne uno. Linkiesta aggiunge che Nei primi tre mesi di quest’anno il saldo negativo si rafforza. Sono stati infatti in 132.000 ad andarsene poco più di 100.000 ad arrivare: il primo paese di destinazione è sì il Regno Unito, seguito da Francia, Stati Uniti e Germania, ma le tendenze emergenti sembrano essere altre: Ecuador (+36%), Perù (+16%), Colombia (+11%) e Cile (+10%). Un vero e proprio ritorno alle ex colonie, soprattutto nei settori edili e dell’estrazione mineraria, ma che coinvolge anche i cosiddetti cervelli in fuga.
Secondo l’OCSE, accade addirittura che cittadini originariamente argentini, emigrati in Europa durante la crisi del 2001 e naturalizzati spagnoli, stiano ora facendo ritorno a Buenos Aires e dintorni. L’inquietudine riguarda anche il numero complessivo della popolazione spagnola destinata a ridursi, nei prossimi dieci anni, dagli attuali 47 milioni a poco più di 45.
Per Maurizio Stefanini su Limes racconta come al XXII Vertice Ibero-Americano il governo di Mariano Rajoy ha chiesto di facilitare l’emigrazione dei giovani spagnoli verso l’America Latina, esortando le multinazionali della regione ad investire in Spagna:

Il dato piuttosto imbarazzante sia per la Spagna che per il Portogallo è che ormai questo vertice non rappresenta più tanto un’occasione per offrire aiuto ai paesi latinoamericani, bensì per chiederlo. Clamorose, in particolare, le interviste con cui Jesús Gracia, sottosegretario alla Cooperazione e per l’Iberoamerica nel governo Rajoy, ha chiesto di “rendere più facile l’emigrazione dei giovani spagnoli nell’Iberoamerica”. “Di fronte alla crisi spagnola, molti ibero-americani stanno tornando ai loro paesi, con alcune capacità che prima non avevano, accompagnati da giovani spagnoli con buona formazione che cercano un’opportunità di impiego. Non va visto come un dato negativo. Si stanno sviluppando nuove forme di emigrazione per rendere più facile l’inserimento lavorativo. C’è un deficit di tecnici specializzati in paesi come Colombia, Perù o Brasile dove possono essere i benvenuti”.
Nel 2012, circa 50 mila spagnoli sono emigrati: 9 mila sono andati in America Latina, il cui pil a livello regionale dovrebbe crescere del 3,2% nel 2012 e del 4% nel 2013; nel 2006 solo 3600 spagnoli erano emigrati qui. L’impressione è che stia per scatenarsi un’ondata.
Rajoy ha chiesto “regole del gioco chiare” per le imprese spagnole che investono in America Latina, al fine di evitare nuovi casi Ypf. A tutt’oggi, le imprese spagnole quotate in Borsa hanno fatturato in America Latina 115 miliardi di euro, pari a un quarto della propria cifra di affari. Il premier spagnolo ha inoltre esortato lemultilatinas – le nuove multinazionali latino-americane, che quasi in contemporanea si riunivano in un forum a Bogotá – a investire in Spagna. “Se nel passato l’America Latina è stata un’opportunità per l’Europa, adesso l’Europa è un’opportunità per l’America Latina”.Dulcis in fundo, la Spagna sta chiedendo di essere ammessa all’Unasur.
Stiamo assistendo a un capovolgimento di prospettive di dimensioni epocali. Il prossimo appuntamento sarà a Panama, il 18 e 19 ottobre 2013, nel 500esimo anniversario dalla scoperta del Pacifico proprio da parte dei Conquistadores arrivati nel territorio dell’Istmo.

Portogallo

Lisbona non se la passa tanto meglio. Dal 2009 a oggi, 440 mila persone hanno lasciato il Portogallo, spinti da un tasso di disoccupazione altissimo – 13,6 percento nel 2011 – e da un’economia in pieno stallo. Solo nell’ultimo anno 70.000 lusitani hanno preso il volo per il Brasile attratti dalle opportunità di lavoro offerte in ragione dei massicci investimenti intrapresi per la Coppa del Mondo 2014 (500 miliardi di dollari, più del doppio dell’intero PIL di Lisbona).
Qualcuno ha optato anche per l’Angola: nel 2007 solo 156 portoghesi hanno chiesto un visto per l’Angola. Nel 2010 il loro numero è salito a 23.787. Luanda è sì una delle capitali più care al mondo, in stridente contrasto con l’infima qualità della vita, ma se in Portogallo lo stipendio di un ingegnere civile non raggiunge i mille euro, laggiù lo stesso ingegnere può arrivare a guadagnare quattro volte tanto.
Anche il Mozambico è una destinazione ambita: nel 2010, infatti, il Paese ha rilasciato quasi 12 mila permessi di residenza a cittadini portoghesi, il 13% in più dell’anno precedente. Il numero di residenti conta oggi 21 mila portoghesi e continua ad aumentare.
E poi c’è Macao, la Las Vegas del mondo lusofono.
Panorama riporta alcuni dati:

Il contatore dell’emigrazione corre al ritmo di circa 40 mila persone l’anno e il numero di cittadini portoghesi registrati in Angola, il più grande produttore di petrolio in Africa dopo la Nigeria, è cresciuto del 64% nel 2010, arrivando da quasi 92 mila presenze.
Il Mozambico segna +23% sul 2008 e il Brasile + 9%, con oltre 705 mila persone coinvolte. Il Primo Ministro Pedro Passos Coelho, consapevole del peso crescente dei sussidi di disoccupazione sugli sforzi per tagliare le spese e raggiungere i rigorosi obiettivi di bilancio stabiliti dal piano di salvataggio, ha invitato gli insegnanti disoccupati a prendere in considerazione le alternative in tutto il mercato di lingua portoghese.

Linkiesta aggiunge che inversione dei ruoli non riguarda solo il mercato del lavoro:

In cambio dei fondi concessi nel maggio del 2011 per evitare il default, 78 miliardi di euro, Europa e Fmi hanno imposto a Lisbona alcune condizioni, compresa una massiccia dose di privatizzazioni, a partire dalla Edp (Energias de Portugal) e dalla Ren (Reds Energéticas Nacionais). Sulla lista dei compratori l’Angola è in prima fila. Il campione degli investimenti esteri di Luanda è la Sonangol, il gigante petrolifero nazionale, che ha già una partecipazione del 14 per cento nella più grande banca privata portoghese, la Millennium Bcp. All’inizio del 2011 ha comprato una fetta della Escom Investments, del Grupo Espirito Santo, e adesso ambisce ad entrare nella Galp, la compagnia energetica statale di Lisbona.
Se in precedenza erano le banche portoghesi a dominare il mercato di Luanda, l’ex colonia è diventata colonizzatrice anche in ambito finanziario. Isabel dos Santos non è soltanto la quarantenne figlia del presidente angolano. È la manager che ha conquistato le cronache di Forbes grazie alle sue scorribande economiche. Dal 2008 è azionista di Portugal Telecom e fa parte del cda della Edp, del Banco Português de Investimento e del Banco Espirito Santo. Nel 2010 la sua Kento Holding ha comprato il dieci per cento di Zon Multimedia, leader nel mercato della pay tv e secondo provider internet portoghese. L’angolana Bic, di cui possiede una quota, ha comprato il Banco Português de Negócios – che era stato nazionalizzato nel 2008 in seguito a problemi finanziari – per una cifra molto inferiore a quella inizialmente richiesta.
In questo momento è Luanda a fare la voce grossa.

E la voce grossa, l’Angola, la fa davvero. Forte dei capitali investiti a Lisbona e attraverso l’influenza dell’onnipotente Sonangol, il regime di Luanda riesce a condizionare la libertà di stampa all’interno dell’ex madrepatria, al punto da far “dimenticare” ai media lusitani che l’Angola, dopo tutto, è e rimane un Paese non democratico. Ma non è il momento per le critiche: il Portogallo ha bisogno di soldi e di esportare beni, l’Angola, invece, di soldi ne ha a palate ma ha bisogno di tutto il resto. Domanda e offerta si incontrano, e così la situazione sociopolitica dell’ex colonia, sulla stampa portoghese, diventa un tabù.
Oggi 
i rapporti di forza sono questi.

Spagna sull’orlo del baratro

La non-notizia di oggi è che la Spagna ammette di essere sull’orlo del baratro:

Madrid ha alzato bandiera bianca. «Non ci sono più soldi per i servizi pubblici e senza gli acquisti di titoli di Stato effettuati dalla Banca centrale europea, La Spagna sarebbe collassata». Il ministro iberico del Bilancio, Cristóbal Montoro, non ha usato mezzi termini per descrivere di fronte al Parlamento la situazione che sta vivendo la Spagna. Ufficializzata la richiesta di sostegno finanziario per il sistema bancario, Madrid ora attende l’Eurogruppo di domani per capire in che modo potrà ottenere i fondi, senza i quali il collasso sarebbe inevitabile.

Che Madrid avesse superato il punto di non ritorno, si sapeva già da aprile. Basti pensare che oggi i tassi pagati sui propri titoli pubblici sono ben superiori a quelli che Portogallo, Irlanda e Grecia pagavano quando hanno chiesto, ciascuna a suo tempo, il salvataggio internazionale: CBS ricorda che tali nazioni hanno atteso una durata media di 22 giorni prima di chiedere aiuto una volta che gli interessi sui propri titoli a 10 anni hanno varcato la soglia del 7%.

La novità è che per la prima volta la triste realtà viene ammessa in pubblico. Per anni Zapatero prima e Rajoy dopo avevano cercato di minimizzare l’entità della crisi, se non addirittura di negarla. Risultato? Oggi la Spagna dovrà affrontare la situazione a costi molto maggiori di quanto sarebbe stato necessario nel 2009, quando i primi segnali iniziarono a manifestarsi:

Prima il bailout, poi l’austerity. Lo stesso scenario visto per Grecia, Irlanda e Portogallo, si è oggi ripresentato per la Spagna. Arriveranno 65 miliardi di euro di tagli in due anni e mezzo. «Siamo in mezzo al guado, dobbiamo decidere cosa fare e sono sicuro che tutti gli spagnoli sapranno essere uniti», ha detto il premier Mariano Rajoy presentando le misure di austerity che dovranno riformare il Paese. Il conto dei pacchetti di bilancio lievita quindi a 123 miliardi di euro nell’arco dell’ultimo anno. Prima i 15 miliardi di euro dell’ultimo periodo di José Luis Rodríguez Zapatero, poi i 16 miliardi di sforbiciate alla spesa delle Regioni autonome, infine i 27,3 miliardi di tagli deciso dal governo Rajoy nei mesi scorsi. Tuttavia, come spiegano da HSBC, potrebbe non essere abbastanza per evitare un piano di salvataggio ad ampio spettro e non solo limitato al sistema bancario

Ciò non significa che la classe dirigente abbia perduto la sua peggiore abitudine: la reticenza. El Pais racconta che il parlamento – manovre a parte - non ha ancora discusso né si è pronunciato sul piano di salvataggio da 100 miliardi di euro (approvato oggi da quello tedesco), richiesto proprio da Madrid un mese fa:

El Gobierno español ha pedido el rescate con fondos europeos para recapitalizar la banca. Es una operación que ha puesto a España bajo todos los focos internacionales. Supone pedir una ayuda de hasta 100.000 millones de euros que pasarán a engrosar la deuda pública. Y, sin embargo, el Parlamento español ni ha debatido ni se ha pronunciado sobre el rescate, del que el Gobierno apenas ha dado cuenta al Congreso, más allá de alguna alusión de pasada en el debate de los recortes que protagonizó Mariano Rajoy o de alguna pregunta parlamentaria en las sesiones de control del Gobierno.

El contraste es más brutal porque son los Parlamentos de otros países europeos lo que sí están debatiendo y votando un rescate que afecta principalmente a España. El Parlamento holandés, el Bundestag alemány el Parlamento finlandés han votado las condiciones por las que se regirá el sistema financiero español, mientras el Parlamento español lo ignoraba.

I documenti su cui il Bundestag si è pronunciato sono pubblicati e commentati dal Financial Times, che ne mette in luce le ambiguità.

Le ragioni del collasso dell’economia spagnola le ho già spiegate qui. A ciò si aggiunge ora il problema delle finanze pubbliche. La Spagna non è la Grecia, ma la deleteria combinazione di entrate fiscali in calo e tassi obbligazionari in rialzo stanno per infliggere il colpo di grazia alle esangui casse di Madrid.
Magical Spain spiega. come detto sopra, la Spagna paga oggi interessi superiori al 7%. Conta 450.000 politici, ossia il triplo della Germania e il doppio della Francia (entrambi con una popolazione e un PIL molto maggiori a corrispettivi iberici). Ogni euro incassato tramite le entrate fiscali, lo Stato ne spende 1,5, ragion per cui il debito di bilancio sfiora la doppia cifra. La bilancia delle partite correnti è in passivo (in generale è in rosso per tutte le economie mediterranee dell’Eurozona). Quasi i due terzi del debito sovrano sono a carico dei 17 governi regionali.
In queste condizioni, la Spagna potrebbe aver bisogno di un nuovo piano di salvataggio entro l’autunno, stavolta non solo limitato alle banche.
Per concludere, la discesa verso gli inferi prevede tre gradini: i primi due – bailout e austerity – li ha già indicati Linkiesta. Manca solo il terzo: le privatizzazioni selvagge.

Spagna, prossimamente in svendita

Nonostante il piano di salvataggio da 100 miliardi di euro deciso domenica, nè i mercati nè le gli osservatori più autorevoli (come il premio Nobel J. Stiglitz) ritengono che Madrid sia fuori pericolo. Anzi, lo spread viaggia a quota 544 punti e i tassi di interessi al 7%. In queste condizioni, sono in molti a pensare che un’altra iniezione di denaro sia inevitabile. D’altra parte, alcuni analisti si aspettavano un’elargizione addirittura doppia rispetto a quella decisa dalle istituzioni internazionali.

Ma i guai della Spagna non finiscono qui. Ieri è arrivato anche il downgrade di Moody’s, che pone la Spagna molto vicina al livello “junk”. Moody’s sostiene che il piano dell’Europa per salvare le banche iberiche aumenterà il carico del debito sovrano. Il downgrade, da A3 a Baa3, potrebbe proseguire entro i prossimi tre mesi, fanno sapere dall’agenzia di rating. E pensare che Rajoy aveva cercato di rassicurare tutti proprio su questo punto, sottolineando che l’aiuto esterno a Madrid serve a garantire liquidità al sistema bancario e non a rifinanziare il debito pubblico, come invece è accaduto in Grecia, Irlanda e Portogallo.
Come nota il quotidiano Europa , il quale rivela che dietro il salvataggio di Madrid c’è la mano di Parigi – è stato infatti Pierre Moscovici, ministro dell’economia e braccio destro del neo presidente, a mediare tra le posizioni in campo, scrivendo infine col suo omologo spagnolo Luis De Guindos i termini del salvataggio -:

I soldi andranno al Fondo di ristrutturazione bancaria (Frob), aumentando il debito pubblico, e gli interessi si caricheranno sul deficit: cento miliardi di debito, la cifra ritenuta attendibile dalla maggior parte degli analisti, e tre miliardi l’anno di maggior deficit (al 3 per cento di interessi). Né i fondi andranno nell’economia reale incentivando il credito. Serviranno a sanare le perdite, mentre il controllo sul sistema finanziario spagnolo avrà l’immediato effetto di ridurre ancora la concessione di crediti. La troika controllerà da vicino la ristrutturazione del sistema finanziario e il rispetto degli impegni spagnoli che, come per Irlanda, Grecia e Portogallo, verranno sottoscritti con la firma del memorandum of understanding, il memoriale di intesa che, come esplicitamente detto dall’euroguppo, avrà carattere vincolante e presuppone, per cominciare, il rispetto di tutti gli impegni presi da Zapatero e confermati da Rajoy. Il tutto, in un contesto ancora oscuro, illuminato solo in piccola parte.
Ancora una volta le banche vengono salvate coi soldi dei contribuenti, aumentando il debito pubblico precluso invece a politiche di sviluppo economico e potenziamento del welfare.

Ne consegue che se la Spagna dovesse essere davvero declassata a livello spazzatura, alcuni investitori potrebbero essere costretti a dover vendere i propri titoli, aggravando una situazione già drammatica.
La morale della favola è che Madrid ha un bisogno disperato di quattrini, e la via più semplice dove andare a cercali (a parte la nota “più tagli, più tasse”, già ampiamente battuta) è quella delle privatizzazioni.
Il patto dell’euro sottende l’equazione di potere della nuova Europa: la Germania finanzia i Paesi più indebitati in cambio dell’eterodirezione dei conti pubblici e la cessione degli asset virtuosi. Se la prima fase può dirsi praticamente raggiunta – stando alle condizioni che Madrid, al di là dei giri di parole di Rajoy, sarà costretta a rispettare a fronte dell’aiuto ricevuto -, l’effetto del downgrade di Moody’s (al quale presto seguiranno quelli delle altre due Parche del rating, visto che la tempistica dei loro giudizi è quasi sempre sincrona) sarà quello di imprimere una brusca accelerazione alla seconda.

Nemmeno 20 giorni fa il Ministreo dell’Economia di Madrid aveva annunciato che su tavolo del governo c’è un piano di privatizzazioni da approvare entro l’estate, che dovrebbe garantire alle casse dello Stato un introito complessivo tra 20 e 30 miliardi di euro. Le dismissioni dovrebbero riguardare società pubbliche come  Renfe, Aena, Puertos del Estado, Paradores, Loterias y Apuestas del Estado, oltre alle cessione delle partecipazioni in altre grosse aziende – come IAG, compagnia risultante de la fusione di Iberia e British Airways, Ebro Foods o Red Electrica de Espana – detenute tramite la Sociedad Estatal de Participaciones Industriales (SEPI).
E sullo sfondo rimangono i bocconi più ghiotti: Telefonica e Repsol – benché il valore di quest’ultima sia parecchio diminuito dopo la spoliazione di YFP da parte del governo argentino.

Tuttavia, questo non significa che l’economia tedesca o quella americana (principale beneficiaria, dei declassamenti,  almeno nelle intenzioni) potranno fare una scorpacciata al prossimo banchetto di cessioni pubbliche che Madrid sarà costretta ad imbandire. Al tavolo c’è già la Cina che, forte delle sue immense riserve valutarie, avrà modo di proseguire la sua campagna di acquisizioni nel Vecchio Continente.
Proprio domenica 10 giugno, giorno del rescate da 100 miliardi di euro, Telefonica ha annunciato la vendita di una quota del 4,56% di una delle principali società cinesi di telecomunicazioni, China Unicom, per 1,13 miliardi di euro. E due settimane prima la compagnia cinese STGRD.UL ha annunciato l’acquisto delle attività in Brasile della spagnola Actividades de Construcción y Servicios SA per 531 milioni di dollari più l’accollo dei debiti per ulteriori 411 milioni.
Antipasto di un simposio in procinto di essere servito.

Spagna, la fiesta è finita

Per mesi il premier spagnolo Mariano Rajoy ha respinto le voci secondo cui Madrid fosse sul punto di chiedere un sostegno finanziario sulla falsariga degli altri PIGS. Invece tre giorni fa si è visto costretto ad invocare un aiuto da 100 miliardi di euro per evitare l’implosione del sistema bancario spagnolo. Peraltro la cifra è solo indicativa, perché il reale importo dell’erogazione verrà deciso nei prossimi giorni al termine di due summit tra le banche spagnole in grave crisi e i rappresentanti dei Paesi dell’euro per calcolare l’esatto ammontare del prestito.
E’ (per il momento) l’ultima tappa di una discesa iniziata quattro anni fa, con l’inizio della grande recessione, e che ha vissuto i momenti più drammatici nel 2010, all’indomani dello scoppio della crisi greca, e a fine maggio, con la crisi di Bankia, quarto istituto bancario del Paese.
Come notava Linkiesta già in aprile:

Le banche sono il buco nero di Madrid. Secondo Lombard Street Research le urgenze di ricapitalizzazione per gli istituti di credito sono circa 95 miliardi di euro. Ancora più elevate le stime secondo Citigroup, 140 miliardi di euro. In linea con la casa d’affari londinese è invece Ubs, che parla di 90 miliardi di euro. «Il sistema bancario è in crisi, se non ci fosse stata la Bce non ci sarebbe più stato ossigeno», scrivevano gli analisti della banca elvetica. In effetti, le due operazioni di rifinanziamento a lungo termine (Long-term refinancing operation, o Ltro) dell’Eurotower hanno fornito oltre 1.000 miliardi di euro di liquidità a tre anni. Fra dicembre e febbraio le banche iberiche hanno comprato 68 miliardi di euro di bond governativi, prevalentemente spagnoli, per sostenere il mercato obbligazionario e rifinanziare il proprio debito in portafoglio. Lo ha evidenziato Merrill Lynch la settimana scorsa, ricordando come l’esposizione complessiva ai debiti sovrani degli istituti di credito iberici sia di 250 miliardi di euro. Tanto, ma meno delle banche italiane, esposte sui bond governativi per 302 miliardi di euro.

Tra i vari fattori, quello che finora ha svolto un ruolo decisivo nella deriva di Madrid è stata l’esplosione della bolla immobiliare, durata almeno un decennio. El Pais rileva che tra il 1997 e il 2007 le costruzioni sono cresciute al tasso del 5% all’anno. In quegli anni lo stock edilizio è aumentato di 5,7 milioni di unità, quasi il 30% di tutte quelle esistenti. Nel 1998  il governo Aznar approvò una legge che dichiarava edificabili tutti i terreni, salvo espresso divieto, moltiplicando la crescita irrazionale del settore dell’edilizia. L’idea era quella di aumentare le costruzioni per farne scendere il prezzo, rendendone la soglia di acquisto più accessibile. Invece si ebbe l’effetto contrario, quello di alimentare un circuito speculativo: le case venivano acquistate non perché a buon mercato, bensì perché suscettibili di rivalutazione. Complice l’entrata nell’euro, che aveva comportato la diminuzione dei tassi d’interesse, le banche elargivano mutui a volontà, incoraggiando gli acquisti. In dieci anni l’incremento di valore degli immobili ha raggiunto il 191%.  Era dunque inevitabile che banche e edilizia si ritrovassero strette in un abbraccio mortale.
Già in novembre scrivevo come mai la fine del mattone ha segnato la fine del miracolo spagnolo:

Nel decennio dal 1996 al 2007, la quota del PIL generata dall’edilizia si è situata tra l’11,7% e il 18% del totale. Nello stesso periodo il settore ha impiegato tra il 9% e il 13% della forza lavoro totale. In realtà il peso del mattone nell’economia spagnola era molto più ingombrante. Questo perché i dati statistici non tengono conto degli effetti a cascata prodotti dal sistema dell’edilizia, concretizzati da un vasto indotto economico (agenzie immobiliari, forniture, servizi, arredamento, manutenzione, ecc.) e da un significativo aumento delle entrate pubbliche (più fatturato per le imprese del settore uguale più imposte sul reddito; più case uguale più imposte immobiliari). In totale, nel 2007 il 40% dell’intera economia spagnola gravitava intorno all’industria del mattone. Una situazione che Naredo aveva sintetizzato nel suo saggio La burbuja immobiliario-financiera.

Di colpo, la crisi immobiliare ha messo a nudo le carenze del sistema produttivo del Paese.

Il caso della Spagna non è unico. Finora, almeno otto Paesi hanno erogato oltre 1,2 miliardi di euro di denaro pubblico per salvare il sistema proprio finanziario, secondo le stime del FMI. La differenza è che il governo Rajoy ha dovuto ricorrere ai partner europei per trovare i soldi necessari.
Cosa dovrà fare la Spagna in cambio del prestito, non è ancora dato sapere. Il Post considera questo uno dei punti più oscuri della vicenda:

Il premier Rajoy ha assicurato che alla Spagna non verranno chiesti altri sacrifici, principalmente per due motivi: nel caso spagnolo, a differenza di Grecia, Portogallo e Irlanda, non è direttamente coinvolta la cosiddetta “troika” (Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea e Unione Europea), che negli altri casi ha, almeno in parte, supervisionato i paesi in difficoltà per controllare strettamente i piani di risanamento delle loro economie.
Inoltre, la Spagna recentemente ha già approvato dure misure di austerità. Si prevede già una crescita della disoccupazione, già molto alta, e nuovi tagli potrebbero peggiorare la situazione. Del resto il prestito internazionale non è destinato direttamente alle casse del governo spagnolo ma alle banche, che a loro volta dovranno rispettare nuovi parametri che verranno resi noti nei prossimi giorni. È vero, però, che anche l’Irlanda ha ricevuto gli aiuti internazionali per una crisi del sistema bancario simile a quella spagnola: con il coinvolgimento dell’FMI, ha dovuto approvare in cambio dure misure di austerità.

Anche il ministro delle finanze, Cristobal Montoro, ha detto che che “los hombres de negro”, come vengono definiti gli ispettori della troika, non giungeranno in Spagna. Al contrario, El Pais nota come tale proposito sarà presto smentito, perché la normativa del fondo salva-Stati, da cui proverranno gli aiuti, prevede che le entità soccorse risultino conformi alle ispezioni di UE, BCE ed Autorità Bancaria Europea. Inoltre, secondo le attuali regole di accesso al fondo, il beneficiario deve dimostrare di avere una programmazione di politica fiscale “solida”. Infine Madrid sarà inevitabilmente costretta ad innalzare l’età pensionabile prima del previsto.

L’analisi conclude che i bailout comportano, dal punto di vista economico, almeno un decennio di vacche magre: difficoltà d’accesso al mercato dei finanziamenti, fuga dei capitali stranieri e misure d’austerità, con rilevanti sacrifici sociali. Proprio l’ultima cosa di cui la Spagna ha bisogno in questo momento. A fine anno Madrid registrerà un deficit di bilancio del 5,3%, stando alle previsioni del governo, mentre Rajoy aveva rassicurato Bruxelles che non avrebbe superato il 4,5%. Ma El Pais ritiene che alla fine si attesterà al 5,8%. Il tutto a fronte di un PIL dato in contrazione di un punto percentuale e di un debito pubblico che passerà dal 68,5% nel 2011 al 78,5% di fine 2012, per non parlare del tasso di disoccupazione, stabile al 24%.

Lo scorso autunno Zapatero era stato costretto ad andarsene perché tacciato di incompetenza, se non proprio di deliberata disonestà. Nel 2008, proprio nei giorni della partita Italia-Spagna, annunciò al mondo che il PIL pro capite spagnolo aveva superato quello italiano. “Prossimo sorpasso, la Francia”, diceva. Di Natale sbagliò un rigore, Fabregas segnò quello decisivo e le furie rosse proseguirono la corsa verso la coppa – ironia della sorte, battendo quella Germania che, calcio a parte, occupa il trono d’Europa, quello vero. Finiti i festeggiamenti, ci si accorse che l’economia di Madrid non era così inarrestabile come la squadra di Luis Aragones. Il resto è storia nota.
Sabato scorso, di nuovo Italia-Spagna, di nuovo un pareggio. E a Madrid c’è di nuovo un premier che si rifiuta di guardare in faccia la realtà. Oggi Rajoy si trova in una situazione non dissimile a quella del suo predecessore, considerato che la stampa spagnola non gli perdona di usare mille giri di parole pur di non pronunciare quella fatidica: “salvataggio”. La cosa peggiore, nota El Pais, non è l’ironia dei giornalisti – riassunta nello slogan Tú dices tomate, yo digo rescate, dal titolo di un articolo di Lisa Abend sul Time -, quanto la diffidenza dei leader europei verso Rajoy perché non hanno capito se la vendita al pubblico del “non-salvataggio” è una mossa di marketing politico oppure una dimostrazione di incapacità di comprendere la realtà.
Forse la Spagna vincerà l’Europeo come nel 2008. Ma a Madrid, pomodori a parte, sanno tutti che la fiesta è finita da un pezzo.

Con l’espropriazione di YPF l’Argentina ha scelto di voltare le spalle al mondo

La notizia della nazionalizzazione di YPF da parte del governo argentino ha fatto destato molto scalpore. Possiamo analizzarla sotto sue aspetti: uno politico e l’altro economico, peraltro strettamente connessi.
Se esaminiamo gli ultimi sviluppi della politica estera di Buenos Aires, salta all’occhio come, dal giorno della sua rielezione, Cristina Kirchner abbia fatto poco per guadagnarsi amici fuori dalle mura di casa.
Prima l’annuncio di future restrizioni alle importazioni per tutelare il mercato interno, rivolte anche agli altri Paesi dell’America Latina e che secondo gli analisti segneranno l’inizio della fine del Mercosur. Poi la pretesa di riaprire la discussione sulla sovranità delle Falkland, nonostante una guerra persa trent’anni fa e il fatto che gli abitanti delle isole si considerino britannici. Poi lo spocchioso abbandono del summit delle Americhe di pochi giorni fa a causa del mancato sostegno dell’America Latina  a tale richiesta. Infine la vicenda YPF, di fatto espropriata alla compagnia spagnola Repsol a cui era stata (s)venduta all’inizio degli anni Novanta.
Complice una situazione economica meno rosea di quanto appaia, con una crescita prevista al 4,2% ma con un’inflazione 9,9% a cui il suo governo non appare in grado di porre un freno (se non manipolandola, secondo l’accusa di alcuni economisti), Cristina Kirchner è sempre più alla ricerca di consensi. Che per il momento sono arrivati: applausi ed acclamazioni hanno salutato la decisione di riprendersi YPF. Ma al contempo ha gettato il discredito internazionale sul Paese. Il governo Rajoy ha detto che l’amicizia tra Spagna e Argentina può considerarsi rotta. Il FMI ha criticato duramente la decisione della Kirchner. L’Unione Europea, che in questa storia non può incidere molto, si è limitata a sospendere l’incontro bilaterale in programma il 19 e 20 aprile, mentre gli USA, per adesso,  mantengono un profilo neutrale. In ogni caso l’Argentina è finita sotto il fuoco della stampa estera.

Yacimientos Petrolíferos Fiscales venne fondata nel 1922 con l’intento di sfruttare il petrolio il Paese. Nel 1993 la quota di maggioranza è stata ceduta a Repsol per 3 miliardi di dollari in contanti e 2 miliardi in debito. Nel 1999 il governo ha ceduto il resto, dando la possibilità alla famiglia Eskenazi (proprietaria della compagnia Petersen) e ai piccoli investitori di entrare nell’azienda. Fino ad oggi il capitale sociale era così ripartito: 57,4% a Repsol; 25,5% appartenente a Petersen (di proprietà della famiglia Eskenazi); 0,02% al governo argentino e il 17% di flottante.
Adesso il progetto di nazionalizzazione prevede che il governo rilevi il 51% delle azioni di YPF sottraendole a quelle degli spagnoli, Repsol resterà al 6,4%, mentre Petersen manterrà la sua quota e il restante 17% rimarrà sul mercato.
Secondo il governo, il petrolio è una questione di interesse pubblico, posto che l’economia cresce e il suo fabbisogno di energia aumenta di conseguenza. I consumi di petrolio e gas sono aumentati rispettivamente del 38% e del 25% dal 2003 al 2010, ma la produzione è calata del 12% e del 2,3%. Di conseguenza l’Argentina è diventata importatore netto di prodotti petroliferi, per l’equivalente di 10 miliardi di dollari solo nello scorso anno. Tutto ciò a causa di Repsol, che in virtù dell’accordo di vendita ai tempi di Menem ha il diritto di incassare il 90% dei dividendi di YPF senza reinvestirli in ricerca e produzione sul territorio. Circostanza confermata dall’IEA. Nelle scorse settimane, quando la prospettiva della nazionalizzazione iniziava a farsi strada sui media, Buenos Aires aveva accusato Repsol di occultare parte degli utili di YPF per non reimpiegarli in progetti di esplorazione ed estrazione. Repsol, dal canto suo, aveva allora tentato di vendere segretamente le proprie partecipazioni in YPF alla cinese Sinopec, ma il decreto di espropriazione l’ha battuta sul tempo.

Continua a leggere

Fine del mattone, fine del miracolo spagnolo

Sembra passato un secolo da quando l’Europa intera invidiava la Spagna. Fino al 2007 Madrid ha viaggiato col vento in poppa, al punto che molti la vedevano in lizza per sottrarre a Berlino la patente di locomotiva d’Europa.
Oggi, invece, la Spagna rappresenta l’ultima lettera di quel gramo acronimo PIIGS con cui il Financial Times ha apostrofato gli anelli deboli della catena dell’euro. Dimenticando che per oltre un decennio la Spagna era stata al centro della scena economica europea.
I dati dell’INE (Istituto Nacional de Estatistica) parlano di una crescita mai inferiore al 3% nel periodo compreso tra il 1995 e il 2008, con punte del 5%. In questo arco temporale il PIL spagnolo è più che raddoppiato, passando da 447 miliardi di euro a 1000 miliardi. Il PIL pro capite era balzato dal 93% della media europea del 1997 al 105% del 2007, mentre quello italiano, tanto per fare un paragone, era precipitato dal 109% al 103,5%. Nel 2007 la disoccupazione aveva toccato il suo minimo storico all’8%, poco più di un terzo rispetto alla metà degli anni Novanta. Una crescita di cui hanno beneficiato anche le entrate statali, passate dai 90 miliardi di euro del 1997 agli oltre 200 miliardi del 2007.
Un boom economico che ha comportato un notevole afflusso di immigrati, cresciuti di quasi 5 milioni negli ultimi dieci anni. Al punto che la quasi totalità (98%) dell’incremento demografico avuto in tale periodo è ascrivile ai flussi migratori.
La Spagna aveva ottime ragioni per vantarsi di tale sviluppo. A differenza delle economie di carta di Islanda e e Irlanda, cadute dalle stelle alle stalle in seguito al collasso dei rispettivi settori bancari, il miracolo spagnolo era fondato su basi reali. La Spagna ha fatto passi da gigante in tutti i principali settori strategici: trasporti, comunicazioni, energia. Un progresso compiuto anche grazie ad un coscienzioso uso dei fondi strutturali europei, che dal 1987 (anno di ingresso nella CEE) al 2007 ha portato nelle casse di Madrid, in media, 6 miliardi di euro all’anno (circa un quarto di tutti i fondi europei di sviluppo). Grazie a tale sostegno il Paese ha realizzato grandiosi investimenti in infrastrutture. Oggi la Spagna può giovarsi di oltre 2.500 km di ferrovie ad alta velocità e oltre 13.000 km di autostrade, il doppio rispetto all’Italia. Negli ultimi trent’anni le utenze telefoniche sono triplicate, passando da 6 milioni a 18 milioni. La rete degli oleodotti è più che raddoppiata, passando da 1.300 km nel 1980 ai 4.000 km odierni; quella dei gasdotti, inesistente negli anni Settanta, si estende oggi per 27.000 km.

Continua a leggere