Petrolio all’italiana: alle compagnie i profitti, a tutti gli altri i costi (ambientali e non solo)

Corleto Perticara è un ridente comune di 2.712 anime dell’entroterra potentino, nella valle del fiume Sauro, al confine con la provincia di Matera. Ha dato i natali a Pietro e Michele La Cava, e Carmine e Tommaso Senise, illustri coppie di fratelli legate al periodo storico del Risorgimento. Visitandolo, si possono ammirare la Chiesa Chiesa Matrice di Santa Maria Assunta e i resti del Castello Normanno, ora sede municipale. Tuttavia, non è per questi aspetti che, da circa un mese, questo piccolo comune lucano è conosciuto più all’estero che in Italia.

Nei primi di novembre un articolo sul Guardian (tradotto qui) si è concentrato su Perticara. Il motivo? il prossimo avvio dell’estrazione di petrolio attraverso una serie di pozzi aperti lungo le pendici dell’Appennino. Si tratta del cosiddetto progetto Tempa rossa, approvato dal governo Monti lo scorso maggio, partecipato al 75% dalla compagnia francese Total e per il restante 25% da Shell, in un campo di estrazione che sarà operativo dal 2016 e che dovrebbe fornire una  produzione giornaliera di 50 mila barili di petrolio, 230 mila m3 di gas naturale, 240 tonnellate di GPL e 80 tonnellate di zolfo. Lo scorso 23 marzo anche il CIPE ha quantificato il finanziamento totale dell’opera in 1,3 miliardi di euro.
Secondo il quotidiano britannico, Goldman Sachs considera il piano uno tra i 128 progetti più importanti al mondo: uno di quellicapaci di cambiare gli scenari mondiali dell’energia estrattiva. Ne è convinta anche il sindaco Roasaria Vicino, sicura che  le royalties che entreranno nelle casse dell’amministrazione locale garantiranno un netto miglioramento della vita dei corletani.

Al di là delle buone intenzioni riguardo allo sviluppo delle fonti rinnovabili e al miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici, resta il fatto che il piano energetico nazionale ruota attorno ai combustibili fossili. Dunque, all’estrazione di petrolio e di gas naturale, di cui il governo intende raggiungere il raddoppio della produzione nazionale, per un incremento che dovrebbe fornire all’Italia il 7% del suo fabbisogno totale di energia. E che a detta del ministro Passera contribuirà a creare 25.000 nuovi posti di lavoro – argomento sempre di grande appeal, soprattutto ora che la disoccupazione ha toccato i massimi storici.

Peccato che lo slancio entusiastico del governo non tenga conto dell’altra faccia della medaglia, ossia dei rischi derivanti dalle estrazioni nonché da tutte le attività connesse. In estate concludevo un articolo domandandomi, a fronte di risorse misere e danni potenziali enormi, cosa ci fosse di strategico nelle trivellazioni.
E non solo l’unico a chiederselo, soprattutto perché la corsa all’oro nero potrebbe mettere a repentaglio l’altra e più importante risorsa custodita sotto il suolo lucano: l’oro blu. L’estrazione petrolifera in Basilicata infatti si concentra spesso in prossimità di dighe e sorgenti. Qualche dato da Canalenergia:

La Regione considerata “strategica” dal Governo per aumentare la produzione nazionale di idrocarburi, non ha soltanto il petrolio. Nella sola Val d’Agri si contano 600 sorgenti. Il fiume Agri alimenta l’invaso del Pertusillo che fornisce ogni anno 153 milioni di metri cubi di acqua a Puglia Basilicata. Secondo i dati dell’Autorità Interregionale di Bacino della Basilicata, oltre il 65%dell’acqua erogata, pari a quasi 103,5 milioni di mc, tra il 1992 e il 2002 verso la Puglia è stato destinato ad uso umano.

Sul petrolio in Basilicata si veda questo spezzone della puntata de Gli Intoccabili del 27 febbraio scorso. La triste sintesi è che l’arrivo delle trivelle in terra lucana non ha portato né occupazione né benessere. In compenso, la gente del luogo deve fare quotidianamente i conti con i danni ambientali e sanitari che la bonanza del petrolio comporta.
Tutte circostanze che, secondo l’OLA (Organizzazione Lucana Ambientalista), l’autore dell’articolo sul Guardian evidentemente non conosce:

Ci perdoni, Mr Hooper! Lei ha perso però una occasione per descrivere qualcosa di reale, oltre il pittoresco paesaggio che l’ha impressionato. Non ha visto, forse non ha voluto vedere più a fondo oltre la superficie oleografica e pittoresca. Ha preferito scrivere il suo articolo riportando le voci ufficiali che presentano la Basilicata come il Texas d’Italia.  La voce di Mrs Vicino, sindaco di Corleto Perticara, nonchè  Assessore all’Edilizia Scolastica e Pubblica Istruzione della Provincia di Potenza, ripete da sempre il ritornello dello sviluppo petrolifero come unica occasione di riscatto. Mrs Vicino continua a far finta di credere nello sviluppo petrolifero e non vuole vedere cosa accade a pochi chilometri dal comune che amministra da sindaco, a Viggiano, dove il petrolio, dopo 15 anni, non ha creato nè occupazione nè ricchezza, ma solo disoccupazione e inquinamento, nonostante le royalties.
Nel suo articolo accenna ma non approfondisce la cosiddetta “moratoria petrolifera bluff”, fatta approvare dal Consiglio Regionale della Basilicata dal presidente della Regione Basilicata, Vito De Filippo. Non ha voluto ascoltare le testimonianze di chi abita a poca distanza dal pozzo petrolifero Gorgoglione 2, che la Total sta perforando e da dove fuoriescono gas mortali e velenosi, come l’ H2s. Non ha chiesto alla Total, ad esempio, se è vero che il progetto prevede che le acque acque di strato provenienti dai pozzi di petrolio e quelle oleose del costruendo centro olio di Corleto Perticara, debbano essere riversate nel torrente Sauro. Avrebbe potuto approfondire le questioni dei fanghi petroliferi seppelliti illegalmente sotto i campi dove i contadini hanno coltivato il grano, che ancora aspettano di essere bonificati. Chiedere infine, perchè a Corleto Perticara si ci ammala più che in qualsiasi altra area urbana ed industriale d’Italia, pur essendo un’area agricola.

Dello stesso tenore il commento della prof.ssa D’Orsogna sul suo blog.
Ma non c’è solo la Basilicata. Da mesi, in tutto l’arco ionico si è levato un coro di voci preoccupate per un probabile aumento delle emissioni inquinanti dovute all’attività estrattiva. Nel porto di Taranto - l‘Ilva non è poi così lontana – sarà necessario costruire due serbatoi da 180.000 m3 per stoccare il greggio, ampliare il pontile della raffineria ENI e supportare l’aumento del traffico da 45 a 140 navi l’anno. In un momento, quello attuale, di rinnovato interesse per l’esplorazione petrolifera lungo le coste pugliesi.

E’ inutile sottolineare che tra il governo e le compagnie petrolifere sussista un’innegabile (e preoccupante) convergenza di interessi. Una cosa è certa: oggi si scopre che la riforma al Titolo V della Costituzione, pur avendo conferito maggiore autonomia alle Regioni, le ha praticamente spogliate dell’autodeterminazione a decidere le azioni da adottare sul proprio territorio in materia di energia. E così il Governo ha impugnato dinanzi alla Corte Costituzionale la legge della Regione Basilicata che ha bloccato le nuove ricerche di petrolio e gas. Certo, si dirà, la legge viola il principio di leale collaborazione, che sempre deve presiedere ai rapporti tra lo Stato e la Regione. Il testo del ricorso, però, lascia quanto meno perplessi.

UPDATE: Alcune mappe:

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Polizia interna e signori della guerra, ecco l’esercito della Shell in Nigeria

[Image]Lo scorso 9 febbraio l’amministratore delegato di Shell Nigeria, Mutiu Sunmonu, in un incontro pubblico a Londra, ha indirettamente ammesso l’esistenza di legami finanziari tra la compagnia e alcuni gruppi armati nel Delta del Niger per proteggere le proprie attività nel Paese.

Questo articolo di Greenpeace ricostruisce la vicenda. Per la prima volta un alto grado della società riconosce il ruolo della stessa nell’inasprimento di un conflitto che provoca circa mille vittime all’anno. Diverse indagini indipendenti hanno confermato che la Shell ha esacerbato il conflitto attraverso il finanziamento di gruppi di miliziani responsabili di violazioni dei diritti umani, e lo stesso Sunmonu riconosce che “alcune delle cose che facciamo nel Delta potrebbe effettivamente involontariamente provocare conflitti“. Ma il dirigente giustifica questa eventualità con la difficoltà di distinguere i miliziani dai contractors affidabili, cosa impossibile perché la Shell ha anche una rete di informatori in Nigeria.

A più di sei mesi dalle dichiarazioni di Sunmonu,  l’ong inglese Platform rivela che Shell investe in Nigeria quasi il 40% del proprio budget annuale per la sicurezza. Nel dettaglio, si parla di 383 milioni di dollari a fronte di un miliardo totale nel biennio 2007/09.

Platform, citando documenti ufficiali della multinazionale di cui è entrata in possesso (si veda qui), conferma come  buona parte di tali fondi sia andata a soggetti – tra cui le forze governative, ma anche signori della guerra attivi nel Delta – che per tutelare gli interessi della Shell si sono resi responsabili di numerose violazioni dei diritti umani. In cifre, 65 milioni di dollari sono stati spesi in favore dei reparti speciali della polizia denominati “kill & go”, come lascia intendere il nome tra i più violenti di tutto il Paese, mentre per ulteriori uscite di 75 milioni non si trovano delle giustificazioni esaurienti. La compagnia mantiene anche un copro di polizia interna da 1200 uomini.

In Nigeria, Shell lamenta di subire il furto di circa 150.000 barili al giorno a fronte di oltre 2 milioni prodotti e che, solo nel 2008, 62 dipendenti o collaboratori sono stati sequestrati e tre uccisi. Ma le elargizioni alle forze di polizia locali non hanno fatto che aumentare la corruzione presso gli apparati di sicurezza locali.
Ad ogni modo, ciò che la big oil spende per la sua protezione è molto più i quanto costerebbero il trattamento e la bonifica del Delta. In luglio una petizione di 300.000 persone ha formalmente chiesto alla big oil di ammettere i danni ambientali provocati nell’area e di rimediarli attraverso una concreta opera di pulizia.

La triste realtà è che anche il governo sovvenziona i signori della guerra per prevenire i furti di greggio. Il Wall Street Journal segnala che da un lato Abuja investe 450 milioni di dollari solo per quest’anno per un programma di amnistia degli ex miliziani, ma dall’altro li paga per proteggere gli oleodotti. Il messaggio di fondo è che la militanza conviene, perché offre più premi che rischi.

Mentre a Rio discutono, l’Artico viene espugnato

Oil impacts on Arctic food webs

Grafica di Greenpeace

Parlando della conferenza Rio+20, ho fatto un cenno a Greenpeace e alla sua campagna Save the Arcticvolta alla salvaguardia del profondo Nord affinché i governi lo dichiarino una sorta di “santuario” mondiale, dove le trivellazioni petrolifere e la pesca insostenibile siano consentite.

Ironia della sorte, mentre i grandi del mondo erano riuniti in Brasile, il gigante petrolifero Shell era in procinto di concludere i preparativi per le prime trivellazioni nel Mar Glaciale Artico. A fine maggio l’amministrazione Obama aveva dato il via libera alle operazioni, nonostante la fragilità della regione e le preoccupazioni espresse sia dalle popolazioni indigene che dalla comunità scientifica.  Dapprima il presidente si era rifiutato di effettuare la Dichiarazione di Impatto Ambientale sui mari di Beaufort e di Chukchi; in seguito ha sospeso uno scienziato federale, colpevole di aver dichiarato i pericoli per flora e la fauna connessi alle esplorazioni; infine, ha accelerato la concessione dei permessi di trivellazione alla Shell e ha fatto vari tentativi – come già avvenuto sotto l’amministrazione Bush – di  (s)vendere l’Arctic National Wildlife Refuge alle Big Oil.

L’Artico fa gola a tutti. In gennaio scrivevo:

Nel 2008, una stima della United States Geological Survey ha stabilito che sotto i ghiacci del Polo Nord si celano circa 90 miliardi di barili di petrolio e altri 44 miliardi di gas naturale liquido, distribuiti in 25 aree geologicamente esplorabili. Dei totali stimati, circa l’84% si trova in mare aperto. Per questo sempre più esperti sono convinti che il futuro del mondo si giocherà a nord, dove il rapido scioglimento dei ghiacci promette di aprire questo immenso forziere di risorse ancora intatte.
In altre parole, l’Artico è una torta e tutti ne vogliono una fetta.

In questo quadro, che ne sarà degli abitanti dell’Artico? Potrebbero essere tentati dal partecipare al business più che ad ostacolarlo, incamerandone ovviamente le briciole. L’unica certezza è che rivestiranno un ruolo sempre più marginale. Un peccato, se pensiamo che il Consiglio Artico è al momento l’unica organizzazione internazionale che permette ai popoli indigeni di sedersi al proprio tavolo, in parità con gli Stati membri.
È prevedibile che i diritti degli abitanti saranno sempre più emarginati. La storia ci insegna che un evento può tradursi in vittoria o sconfitta, ricchezza o povertà a seconda del punto di vista in cui ci poniamo. Quella dell’Artico dice che il passato appartiene ai popoli e il presente agli Stati, ma il futuro, probabilmente, sarà delle multinazionali

Nel primo vertice di Rio, quello del 1992, per la prima volta le Nazioni Unite lanciarono l’allarme sul massiccio sfruttamento degli ecosistemi, aggravato dalle violenze alle popolazioni indigene delle zone sfruttate. A distanza di vent’anni, non si può dire che abbiamo fatto passi avanti, anzi. In un’ipotetica scala di responsabilità riguardo al peggioramento degli standard di vita di una comunità, il primato negativo spetta proprio alla Shell. I disastri causati nel Delta del Niger sono sotto gli occhi di tutti – questo sito ne offre una sintesi. La compagnia, sempre generosa nella distribuzione di dividendi ai propri azionisti, non è mai stata in grado di rispettare gli standard di sicurezza ambientali, ragion per cui è stata ripetutamente trascinata in tribunale. Il totale degli sversamenti in mare ammonta ad oltre 1,51 miliardi di litri di petrolio. Shell ha anche ammesso di aver finanziato i signori della guerra attivi in Nigeria. Non certo il miglior biglietto da visita per un’azienda di livello mondiale.
Le probabilità che gli incidenti nella regione artica abbiano conseguenze peggiori sono ampiamente documentate.  il perché lo avevo spiegato qui, citando un rapporto di Greenpeace dove si approfondivano le ragioni tecniche per cui le trivellazioni nell’Artico sono potenzialmente più dannose rispetto a quelle effettuate in zone tropicali:

Le condizioni estreme della regione determinano un pericoloso mix di maggiori rischi e minori possibilità di quantificarli e contenerli rispetto alle operazioni di esplorazioni in aree più esotiche. Rischi che le compagnie non sono adeguatamente preparate (e disposte) ad affrontare.

Le compagnie non sono in grado di assicurare il contenimento degli incidenti, né saprebbero come rispondere ad una fuoriuscita di petrolio al di sotto dei ghiacci. E non vi è alcuna infrastruttura in grado di gestire le emergenze nel raggio di migliaia di chilometri.
I responsabili riuniti a Rio, sapevano queste cose? Certamente si, ma erano anche consapevoli di quanto pesa l’appoggio delle Big Oil nelle proprie campagne elettorali – più di tutti lo sa Obama, che ha dato carta bianca a Shell a meno di sei mesi dal voto di novembre. In compenso, come spiegavo l’altra volta a Rio si è discusso di come incentivare la green economy, la panacea di tutti i mali.
Considerata la vulnerabilità dell’ecosistema nordico, gli annunci di imminenti trivellazioni nell’Artico sono la cronaca di un disastro annunciato. E forse, irreversibile.

Dietro i furti di petrolio in Nigeria

Il Delta del Niger è un terreno insidioso, non soltanto per la presenza del MEND. Oggi il ministro delle finanze di Abuja, Ngozi Okonjo-Iweala, ha lanciato l’allarme sull’impatto che i furti di petrolio stanno causando sull’economia del Paese. Tutta colpa del “bunkering” (furto di greggio direttamente dagli oleodotti) e delle altre forme di sottrazioni. Secondo il ministro, il 17% della produzione petrolifera del mese di aprile sarebbe stato sottratto, con la riduzione di un quinto della quota di entrate statali derivanti dall’oro nero.
Secondo la Shell, la maggior oil company impegnata nel Paese, la quantità di greggio trafugata ammonta ad oltre 150.000 barili di al giorno (di cui 43.000 direttamente alla compagnia), per un controvalore di circa 2 milioni di euro.

L’aspetto inquietante è che, secondo alcuni rapporti, la polizia e il governo non sarebbero affatto immuni da colpe, da un lato perché accusati di chiudere gli occhi di fronte alle sottrazioni, dall’altro perché sospettati di essere direttamente coinvolti negli stessi.

Il Nigerian Tribune denuncia senza mezze misure la complicità degli agenti di sicurezza nelle attività illegali in cambio di laute tangenti:

These illegal bunkerers had been given assurances by senior police officers in Abuja that nothing would happen to them even if they were arrested.
It was reliably gathered that the bunkerers, who now resort to breaking pipelines, carry out their illegal activities accompanied by siren-blaring escorts thereby scaring people away and creating the impression that they were government officials on assignment.
An example was a cartel known as Tekeena Oil, that loaded two foreign ships in the Niger Delta last week at the Mobil Oil filed in Eket, Akwa Ibom State.
The illegal vessels, containing about 200,000 metric tonnes of AGO and crude oil, was loaded within 24 hours before they could sail off.
Nigerian Tribune was told exclusively that before the ships could be loaded with the crude, the sum of N50 million was paid to senior police officers to give them protection.

Non meno tenero è il giudizio espresso in questa analisi sui ministri, i funzionari, i dirigenti dell’Agenzia dello Sviluppo del Delta del Niger, accusati di non avere altro interesse che saccheggiare la regione per sé e le proprie consorterie, in totale spregio per le necessità della popolazione:

They would have handed-down the share of their godfathers, touts, and hangers-on before swallowing the rest. A governor in one of the Niger Delta states has shown anger against this attitude and caused an assessment to be done by an independent body, which found only five out of 23 to have excelled. So far, two LGA bosses have been overthrown by their people. Now that the EFCC is toothless, the politicians are simply on the rampage.

La Nigeria è un rentier state: il 95% delle entrate pubbliche deriva dalle rendite petrolifere. In soldoni, il bilancio statale del 2012 prevede una produzione di petrolio di 2,48 milioni di barili al giorno (in crescita rispetto ai 2,3 milioni nel 2011) che garantirebbe una proiezione di entrate pubbliche pari a 9.406 trilioni di dollari. Di questa somma, 3.644 trilioni di dollari sono destinati al governo federale. Numeri sufficienti a rendere l’idea sull’importanza dell’oro nero nelle sorti del Paese.
Ma qui, come in molti altri Stati del Sud del mondo, il petrolio rappresenta più un problema che un’opportunità.
Abuja vanta il secondo PIL dell’Africa sub-sahariana, ma le condizioni socioeconomiche del Paese di oggi sono peggiori di quanto non lo fossero 30 anni fa. Oggi il 70% della popolazione del Delta del Niger vive con meno di un dollaro al giorno perché il grosso della rendita petrolifera della Nigeria viene incamerato dall’1%, il quale beneficia pure di una corruzione dilagante che secondo le stime del, dal 1960 avrebbe rubato all’economia nigeriana una somma tra i 300 e i 400 miliardi di dollari.
E parliamo di un Paese multipartitico dotato di istituzioni democratiche.

Artico: il presente è degli Stati, il futuro delle multinazionali

Nel 2008, una stima della United States Geological Survey ha stabilito che sotto i ghiacci del Polo Nord si celano circa 90 miliardi di barili di petrolio e altri 44 miliardi di gas naturale liquido, distribuiti in 25 aree geologicamente esplorabili. Dei totali stimati, circa l’84% si trova in mare aperto. Per questo sempre più esperti sono convinti che il futuro del mondo si giocherà a nord, dove il rapido scioglimento dei ghiacci promette di aprire questo immenso forziere di risorse ancora intatte.
In altre parole, l’Artico è una torta e tutti ne vogliono una fetta. Un banchetto al quale si potrà partecipare solo sedendosi al tavolo giusto: quello del Consiglio Artico.

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