Boko Haram diffonde il jihad anche in Camerun

I due preti italiani Giampaolo Marta e Gianantonio Allegri, e la suora canadese Gilberte Bussier, rapiti nella notte fra venerdì e sabato nella diocesi di Maroua, nel Nord del Camerun, sono stati presi dagli islamisti nigeriani di Boko Haram. Il gruppo, come sappiamo, opera prevalentemente nelle regioni settentrionali della Nigeria, dove il governo di Lagos opera da anni una violenta repressione.

Negli ultimi tempi Boko Haram ha iniziato a “sconfina” anche nelle regioni settentrionali del Camerun, zone dalla vocazione prevalentemente turistica, anche se ultimamente viene sconsigliato di recarvisi. Giò alla fine del 2013 lo stesso gruppo terroristico rapì un missionario francese, Georges Vandenbeusch, curato della parrocchia di Nguetchewe, e una famiglia francese sempre nella regione di Moroua che, dopo essere stati trattenuti per 3 mesi in Nigeria, vennero rilasciati.

Di lì in poi è stato un continuo susseguirsi di incidenti tra il gruppo jihadista e le forze di sicurezza di Yaoundè. A metà gennaio i villaggi di frontiera nel nord del Camerun sono stati abbandonati a seguito di pesanti combattimenti tra l’esercito nigeriano e i militanti Boko Haram a Banki, nello Stato di Borno. Il 3 marzo sette persone, sei islamisti e un soldato camerunense, sono state uccise negli scontri a fuoco scoppiati dopo l’incursione del gruppo islamista nigeriano di Boko Haram nel nord del Camerun. E adesso il rapimento dei religiosi a Maroua. Continua a leggere

Verità scomode su al-Qa’ida nel Maghreb Islamico. E sui rapporti tra jihadismo e Occidente

Per capire cosa è successo ad In Amenas dobbiamo innanzitutto sgomberare il campo dai pregiudizi di parte.

Un articolo del prof Michel Chossudovsky su Global Resarch (tradotto qui) fa risalire le origini di AQIM ad un’iniziativa della CIA in funzione della guerra in Afghanistan, a cui si somma oggi il ruolo occulto rivestito da Arabia Saudita e Qatar (quest’ultimo definito come un fedele alleato degli Stati Uniti).

Il testo, come tutti quelli dello stesso autore, è pesantemente intriso di antiamericanismo. E questo impedisce un’analisi obiettiva della situazione reale.
Affermare che gli USA abbiano finanziato la Jihad islamica in Afghanistan – così come altri gruppi paramilitari in giro per il mondo – in funzione antisovietica e anticomunista è storia; ma vedere la mano americana dietro ogni formazione terroristica che minacci la stabilità dell’Occidente, al fine di giustificare la necessità di un intervento armato risolutore agli occhi dell’opinione pubblica, è complottismo puro.

Le origini di AQIM – e di riflesso, la spiegazione dei fatti di In Amenas – sono molto più sottili. Lorenzo Declich, studioso del mondo islamico contemporaneo serio e affidabile, ricostruisce la vicenda in tre distinti contributi su Islametro.

Il primo prende le mosse da alcuni suoi appunti del 2010, integrati con alcuni passaggi di un articolo del prof. Jeremy Keenan sul penultimo volume di Limes, per rivelare che:

La storia dell’AQMI è controversa. Tempo fa osservavo quanto i suoi legami con al-Qaida “centrale” fossero scarsi – i suoi vertici, sembra, snobbano l’AQMI – e mettevo in evidenza il fattore locale: talvolta, in questi anni, si è fatta molta fatica a distinguere l’AQMI da una banda di predoni “normali” (vedi i links sopra).

Ora arriva un’analisi accurata (preceduta da un libro: “The Dark Sahara: America’s War on Terror in Africa”) di Jeremy Keenan, professore associato di ricerca presso la School of Oriental and African Studies della London University.

L’articolo narra di una situazione molto complicata: dietro all’AQMI, secondo Keenan, vi sono principalmente il governo algerino, con i suoi servizi segreti, e in seconda battuta i servizi segreti americano e britannico.

Obiettivo algerino: riarmarsi e divenire il cliente privilegiato degli americani nell’area.

Obiettivo americano (e britannico): stabilire le proprie basi militari in aree di grande importanza strategica ed economica.

Operazioni di false flag, infiltrazioni nei gruppi esistenti ed altre amenità sono le strategie usate da queste agenzie.

Tutto, ovviamente, nel quadro della Guerra al Terrore.

Keenan riprende il tema su Limes, descrivendo la prima operazione di false flag algerino-statunitense, che data 2003:

Sotto il comando di un agente infiltrato dei servizi segreti, Amari Sayfi (alias Abd el-Razzaq Lamri, anche noto come El Para), circa sessanta terroristi del Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento (Gspc) – una formazione con base in Algeria, rinominata nel 2006 al-Qa’ida nel Maghreb Islamico (Aqim) – presero in ostaggio trentadue turisti europei nel Sahara algerino. Con gran fanfara, l’amministrazione Bush etichettò prontamente El Para come “L’uomo di bin Laden nel Sahara”

[...]

Il fiorire di organizzazioni jihadiste “simili” ad AQIM nell’area sub-sahariana non sarebbe, secondo Keenan, che l’ultima tappa di un percorso di destabilizzazione dell’area preparatorio dell’intervento esterno, il quale sta avvenendo in queste ore (se volete approfondire andatevi a prendere l’articolo di Keenan).

AQIM è frutto di un’iniziativa di Algeri rispetto alla quale Washington ha avuto un ruolo (se lo ha avuto) solo secondario, per non dire subalternoCon buona pace dei classici cliché antiamericanisti. Ma andiamo oltre.

Il secondo (icasticamente intitolato false flag) tratteggia il background dietro il sequestro di In Amenas, mettendone in luce alcune contraddizioni:

I francesi bombardano il Mali ma al-Qa’ida nel Maghreb Islamico (AQIM) colpisce in Algeria.

I jihadisti non avevano neanche quasi fatto in tempo a dichiarare che l’occidente avrebbe pagato il conto per l’attacco francese, le cancellerie occidentali non avevano neanche quasi fatto in tempo a dichiarare il proprio appoggio, anche logistico,  che 41 “occidentali” (americani, norvegesi, inglesi) sono stati rapiti presso uno stabilimento per il trattamento del gas della BP.

Lo stabilimento si trova a In Amenas, nel sud-est, vicino alla frontiera con la Libia e molto lontano dalla frontiera maliana.

L’attacco, sembra, è stato ben preparato. Si tratta del più imponente rapimento mai realizzato nel Sahel.

A rivendicare l’attacco è Mokhtar Belmokhtar, a nome di una katiba (battaglione) di “nuova formazione“, un battaglione di “giovani attivisti” formotasi nel Mali settentrionale.

Il “Battaglione di Quelli che Firmano col Sangue” (كتيبة الموقعين بالدم).

Eppure l’Algeria aveva chiuso le frontiere col Mali quasi subito, il 14 gennaio.

Le frontiere nel Sahara sono poca cosa, si dirà.

Ma Mokhtar Belmokhtar non è esattamente ciò che si può definire una “novità”.

Trattasi di uno dei capi storici di AQIM.

Riprendiamo il nostro Jeremy H. Keenan, un “non esattamente sprovveduto” rispetto al tema della “Guerra al terrorismo” nel Sahara-Sahel.

Su Open Democracy, un think tank “non esattamente complottista”, Keenan scrive (25 settembre 2012):

I tre leader di AQMI nel Sahara, Abdelhamid Abou Zaid, Yahia Djouadi e Mokhtar Belmokhtar (hanno molti soprannomi), sono stati e sono tuttora agenti del DRS [cioè il Département du Renseignement et de la Sécurité algerino, it.: Dipartimento di informazione e sicurezza, DIS]. Sono responsabili del rapimento di oltre 60 ostaggi occidentali (due sono stati uccisi e due sono morti) e della maggior parte degli altri attacchi terroristici perpetrati nella regione del Sahara-Sahel negli ultimi anni. Questa è una cosa che molte intelligence sanno bene.

Per chi legge in inglese (dicembre 2012): How Washington helped foster the Islamist uprising in Mali.

Potete leggere anche qui per diffidare di chi farà una facile equazione con la Siria.

qui per avere un certo background.

Il terzo (flas flag 2) è la continuazione del precedente:

Gli americani ripetono fino quasi a morirne che l’attacco è orchestrato da al-Qa’ida.

Al-Qa’ida quale?

Nell’area ci sono due formazioni legate in qualche forma ad al-Qa’ida: al-Qa’ida nel Maghreb Islamico (AQMI) e Movimento per il tawhid e il Jihad nell’Africa Occidentale (si usa l’acronimo MUJAO).

La seconda è una scissione della prima.

Ma questo commando non fa parte né dell’una né dell’altra.

Uno fra i mille siti che fanno monitoraggio del jihadismo mondiale, Jihadica, ci racconta che Mokhtar Belmokhtar, cioè colui che parla a nome di questi salnguinolenti firmatari,  è stato sospeso da AQMI nell’ottobre 2011.

Questi però sarebbe ancora collegato con al-Qa’ida “centrale”, cioè quella organizzazione che ha base nel Waziristan, a cavallo fra Pakistan e Afghanistan.

Quindi nel Sahara-Sahel avremmo tre formazioni qaidiste, in una qualche relazione – di scontro o di alleanza – fra loro.

Secondo DEBKA (sempre da prendere con le molle ma stavolta riprende una fonte mauritana che non ho ritrovato) Mokhtar Belmokhtar, che noi conosciamo per essere collegato coi servizi di sicurezza algerini e che da sempre viene snobbato da “al-Qa’ida centrale”, oltre a chiedere la cacciata dei francesi dal Mali chiede la liberazione dello “sceicco cieco”, Omar Abd el-Rahman, il responsabile del primo attacco al World Trade Center di New York, tuttora in carcere negli Stati Uniti.

Una richiesta che suona davvero ridicola per il suo anacronismo.

Pensate che, a suo tempo, se n’è interessato anche l’attuale Presidente egiziano, Mohamed Morsi.

I combattenti del commando di In Amenas sarebbero una “brigata internazionale”.

Sarebbe un commando “vecchio stile”, insomma, reclutato in Mali.

Che però conosce benissimo In Amenas al punto che, come dice un ex ostaggio algerino: “non sono andati nel sito dell’algerina Gtp, né in quello dell’italiana Sarpi, vuoti al momento dell’attacco”. I terroristi, secondo lui, “avevano delle complicità all’interno perché conoscevano le camere degli stranieri e tutti i dettagli sul funzionamento della base”.

Mokhtar Belmokhtar, quindi, diventa il capo di un gruppo qaidista decisamente “retro” che ha contatti con al-Qa’ida centrale. Fa attaccare (perché lui non ci va, a In Amenas) una istallazione economica strategica per l’Algeria in un’operazione che sulle prime si configura come il più importante sequestro mai avvenuto nell’area e subito dopo come una grande carneficina di ostaggi e terroristi. Chiede ai francesi di andarsene dal Mali ma anche di liberare Omar Abd el-Rahman.

Perché a me suona così finto?

La somma delle riflessioni di Declich ci conduce alle ultime righe del primo articolo, che da AQIM ci porta fino alla guerra civile in Siria:

Bene, ho scritto tutto questo per un motivo preciso, ovvero per raccontare come sia tutto sommato facile infiltrarsi in un’organizzazione terroristica jihadista.

E quale sia la relazione perversa fra jihadismo e “occidente”.

Il jihadismo si nutre di retorica antioccidentale, l’occidente si nutre di jihadismo.

Queste organizzazioni esistono, nascono da sé, e poi vengono infiltrate ed eterodirette.

Non è facile, invece, infiltrarsi in movimenti di liberazione, in rivoluzioni, in movimenti.

Questo ci porta in Siria e ci spiega perché il fiorire del jihadismo non può che essere considerato una “manna dal cielo” per chi, fino a oggi, è stato alla finestra a guardare una manica di criminali massacrare civili inermi.

Senza jihadisti, possibilmente infiltrati, non si può controllare la Siria di domani.

La Francia prepara una guerra ombra nel Mali

il 28 giugno scorso Ansar Dine e altri gruppi collegati ad al-Qa’ida – tra i quali il Movimento unito per il jihad in Africa Occidentale, responsabile del rapimento di Rossella Urru – hanno annunciato di aver preso il pieno controllo del Nord del Mali, sconfiggendo i combattenti tuareg del Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad (MNLA) nella battaglia di Goa.

Oggi l’Azawad è visto come la versione africana dell’Afghanistan di metà degli anni Novanta, ossia come base di addestramento e rifugio di formazioni jihadiste. Ma anche se il governo francese si è espresso pubblicamente a favore di un intervento armato nel nord del Mali, ha negato le voci di un invio di truppe francesi nel Paese. Invece, Parigi favorisce ufficialmente l’intervento da parte dell’esercito del Mali sostenuto da truppe dell’Unione Africana col supporto logistico fornito dall’ECOWAS, a cui l’Algeria ha già dato la sua tacita approvazione. In realtà, dietro le quinte il governo francese sta seriamente cercando di convincere gli Stati Uniti e altri Paesi occidentali a sostenere un intervento (in)diretto. Parigi invierà droni di sorveglianza per la raccolta di informazioni di sicurezza, ma girano voci che i francesi stiano arruolando mercenari da utilizzare contro le milizie islamiste.

Un intervento sul campo comporta molti rischi, se non altro per la complessità del quadro internazionale intorno al Mali. Secondo Linkiesta:

Il conflitto è ormai alle porte e il ruolo della Mauritania è centrale, assieme a quello dell’Algeria. Algeri, che in patria persegue una lotta senza quartiere contro le “katibat” islamiste, non vuole però impegnarsi oltre confine e spinge per una soluzione negoziale. Nouakchott, invece, si sta progressivamente allineando alle posizioni di Costa d’Avorio, Burkina Faso, Nigeria, e soprattutto del principale sostenitore dell’intervento, la Francia.
A tessere le trame nell’area è l’ex potenza coloniale. Parigi non può permettersi il lusso di scendere in campo direttamente con la propria armée, sia per evitare accuse di neo-imperialismo – Hollande ha più volte preso le distanze dal concetto di Françafrique – sia per non mettere a rischio le vite dei propri ostaggi, tuttora in mano ad Aqmi. Non resta che affidarsi alle organizzazioni regionali, in primo luogo alla Comunità Economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas), che ha deciso di dispiegare una forza di circa 3.300 soldati.
Che l’intervento sia «materia di settimane, non di mesi», come ha detto esplicitamente il ministro transalpino della Difesa, Jean-Yves le Drian, si è capito da vari segnali. L’ultimo, in ordine di tempo, è stata la decisione, da parte di Parigi, di inviare in Niger, entro la fine dell’anno, i droni Male Harfang rientrati dall’Afghanistan, in modo da sorvegliare la zona. Ma sono soprattutto i movimenti di truppe e di materiale bellico a mostrare che il countdown è partito.
Secondo il quotidiano algerino El-Khabar, il piano d’azione sarebbe stato già definito e prevederebbe l’immediata occupazione militare delle principali città e delle aree residenziali del Nord Mali, da parte di un contingente africano armato dai francesi. Una volta conquistate le roccaforti jihadiste, si provvederebbe poi a smantellare l’intera rete fondamentalista.
Il primo carico – veicoli pesanti, armi leggere e strumenti di comunicazione, per un totale di 80 milioni di euro – è stato spedito da una base transalpina in Senegal ed è sbarcato nel Nord del Burkina Faso, lungo i confini con il Niger. L’impegno di Parigi copre anche l’aspetto logistico. Le forze africane dovrebbero sobbarcarsi un’impresa onerosa, gestendo il controllo di un’area più grande della stessa Francia, per cui l’ex potenza coloniale sta studiando la costruzione di una propria base nel Mali centro-settentrionale, da realizzare una volta cacciati gli islamisti. Esercitazioni militari congiunte, a cui partecipano le forze speciali d’Oltralpe – 200, tra soldati e ufficiali – e un contingente formato da unità dell’esercito nigerino e di quello mauritano, si tengono da settimane in una zona lungo il confine tra il Niger e lo stesso Mali. È la conseguenza di un accordo di cooperazione tra la Francia e l’Ecowas, che mira a preparare l’adattamento dell’armée alle difficili condizioni del deserto africano.
Gli Stati Uniti, in piena campagna per le presidenziali, sono più prudenti. Il generale Carter Ham, comandante di Africom, la struttura creata nel 2008 per gestire le relazioni militari con il continente nero, ha dichiarato «che non esistono piani per un intervento diretto americano in Mali», ma che Washington sosterrebbe operazioni di peacekeeping e di contro-terrorismo. Obama ha autorizzato una serie di missioni segrete di intelligence nel continente, come rivelato a giugno dal Washington Post. Uno dei principali obiettivi è proprio Aqmi. Da tempo i droni a stelle e strisce sorvolano il Sahel alla ricerca delle basi operative degli jihadisti.
La missione di Romano Prodi, neo-inviato speciale dell’Onu per l’area, si annuncia spinosa. Tutti gli intrighi dell’Africa occidentale trovano oggi nel Mali un palcoscenico ideale per le loro sceneggiature. Un esempio? Secondo un recente report delle Nazioni Unite, i sostenitori dell’ex presidente ivoriano Gbagbo – attualmente in custodia all’Aja dopo un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale – stanno cercando un’alleanza con Aqmi per destabilizzare l’intera area e riprendere il potere, cacciando il rivale del loro leader, Alassane Ouattara.

Un centinaio di membri delle forze speciali francesi sono già dispiegati nella regione. Non rimane che convincere i partner europei e gli Stati Uniti ad agire. Per adesso il Vecchio Continente ha dimostrato un tiepido sostegno. Il terrorismo nell’Africa occidentale è un problema europeo: lo è nel Mali – come nel Nord della Nigeria, dove Boko Haram continua a far saltare in aria chiese cristiane con sempre maggiore disinvoltura.
Il problema è questo. Lo scorso anno la Francia è stata promotrice (leggi: istigatrice) e capofila dell’intervento armato in Libia a sostegno delle milizie ribelli. I risultati li conosciamo: guerra costosa e destabilizzazione di un Paese già instabile, con preoccupanti conseguenze sull’equilibrio regionale – di cui la rivolta dei tuareg nel Mali, antefatto all’affermazione dei gruppi islamisti nell’area, è solo l’effetto collaterale più evidente. Dopo un’esperienza così sconfortante, Europa e America saranno ancora disposte a seguire Parigi in una nuova guerra tra le sabbie del Nord Africa?

Gheddafi fu ucciso da un agente segreto francese. Dov’è la notizia?

La non-notizia di oggi è che l’assassino di Gheddafi era un agente segreto straniero mischiato alle brigate rivoluzionarie. Indovinate di quale nazionalità…

Tra gli ambienti diplomatici occidentali nella capitale libica il commento ufficioso più diffuso è che, se davvero ci fu la mano di un sicario al servizio degli 007 stranieri, questa «quasi certamente era francese». Il ragionamento è noto. Fin dall’inizio del sostegno Nato alla rivoluzione, fortemente voluto dal governo di Nicolas Sarkozy, Gheddafi minacciò apertamente di rivelare i dettagli dei suoi rapporti con l’ex presidente francese, compresi i milioni di dollari versati per finanziare la sua candidatura e la campagna alle elezioni del 2007. «Sarkozy aveva tutti i motivi per cercare di far tacere il Colonnello e il più rapidamente possibile»

Secondo il Corriere, fu Assad a passare alla NATO il numero del telefono satellitare di Gheddafi agli 007 francesi. In cambio il presidente siriano avrebbe ottenuto che Parigi chiudesse un occhio sulla repressione contro la popolazione in rivolta, limitando così la pressione internazionale su Damasco.

Per capire perché questa rivelazione è un pò la scoperta dell’acqua calda dobbiamo fare un salto indietro a metà febbraio 2011. La narrativa ufficiale di quella che poi sarebbe degenerata nella guerra civile libica parla di una rivolta nata in Cirenaica, e presto estesa in tutto il Paese, in seguito alla brutale repressione di manifestazioni popolari spontanee.
A questa versione se ne affianca un’altra, più articolata e meno “vendibile” al grande pubblico. La repentina degenerazione della crisi libica dalle manifestazioni di piazza alla guerra civile ha da subito alimentato  i sospetti che si sia trattato di un colpo di Stato in fieri. Tale golpe, raccontava l’analista Karim Mezran sulle pagine di Limes un anno fa, sarebbe stato deciso pochi mesi prima  in un albergo di Parigi dai servizi segreti francesi con la complicità di Nuri al-Mismari, ministro del cerimoniale di Gheddafi. Le rivolte avrebbero poi costretto gli organizzatori ad accelerare il piano. Le defezioni dei militari e degli alti gradi del governo (su tutti: il ministro della Giustizia Mustafa Abdel Jalil e quello dell’Interno Abdel Fattah Yunis), stranamente rapide e a macchia di leopardo, la rapida genesi del CNT, la diffusione di cos’ì tante armi leggere in mano a così tanta gente, e soprattutto la frenetica attività diplomatica della Francia in favore dell’intervento armato troverebbero spiegazione proprio in questa imprevista accelerazione.
Qualcuno si è chiesto come mai la Francia ha premuto con tutte le sue forze per convincere le altre potenze della necessità di un intervento armato, poi consacrato dalla risoluzione 1973 del CdS? Oppure perché è stata la prima a riconoscere il CNT – sorto dal nulla da un giorno all’altro – come unico interlocutore in Libia? O come mai Parigi non ha neppure atteso l’avvio ufficiale della missione Unified Protector, inviando i propri caccia nei cieli libici con un giorno d’anticipo?
Sugli interessi francesi in Libia e sul piano messo in atto per strapparla all’Italia si veda questa analisi su Il Sussidiario.

A un anno di distanza i fati dimostrano che la Francia ha fatto male i calcoli. Se mai ce ne fosse bisogno, questo articolo sul blog di Alex Thurston spiega perché l’intervento NATO in Libia è stato un errore. E gli effetti collaterali provocati dal rovesciamento di Gheddafi sono sotto gli occhi. Innanzitutto l’insorgenza dei tuareg nel Nord del Mali, che avrebbe poi condotto alla dichiarazione d’indipendenza dell’Azawad e alla sua successiva caduta in mano ai qaidisti. Senza contare l’afflusso di profughi in Ciad, Tunisia, Egitto ed Europa (via Lampedusa) e un ruolo non secondario nella crisi alimentare che tuttora affligge la regione del Sahel.

Nel 1307 Filippo IV il Bello, re di Francia, espose una serie di accuse infamanti contro i cavalieri Templari – con cui era stato in affari e di cui era debitore – per azzerare i propri debiti e mettere le mani su gran parte del patrimonio dell’ordine. Sette secoli più tardi, la storia si è ripetuta nella figura di Nicolas Sarkozy, esecutore del suo ex amico e socio Muammar Gheddafi.
In tanti hanno bevuto la storiella dell’intervento umanitario. In realtà Sarkozy ha voluto la caduta di Gheddafi per strappare la Libia all’influenza italiana, guadagnando posizioni nel Nord Africa. L’eliminazione fisica dell’ex alleato era necessaria per evitare che quest’ultimo fosse tradotto davanti ad un tribunale internazionale per crimini di guerra, dove avrebbe meritato un posto d’onore ma all’interno del quale avrebbe rivelato alcuni segreti che, per il bene delle cancellerie occidentali, sarebbe stato meglio che restassero tali.

Si aggrava la crisi alimentare nel Sahel

Map - Sahel food crisis

Grafico del Guardian sulla crisi alimentare nel Sahel (giugno 2012)

Martedì 7 agosto Patrick McCormick, portavoce dellUNICEF, ha dichiarato che la prossima settimana toccheremo il  “picco di ricoveri di bambini affetti da malnutrizione acuta grave nei centri in tutto il Sahel“.
In Niger, descritto da McCormick come il Paese più colpito, circa 161.000 bambini sotto i cinque anni soffrono di malnutrizione, secondo un sondaggio effettuato all’inizio di luglio. In Ciad, l’agenzia ha visto raddoppiato il carico di lavoro mensile rispetto al 2010, con 630 bambini sotto i cinque ammessi ai centri di trattamento. E di questo passo non è affatto sicuro che le strutture siano in grado di provvedere – finanziariamente e non solo – alle cure di cui i bambini hanno bisogno.

Deutsche Welle spiega come anche gli allevamenti sono duramente colpiti dalla carestia. Per assicurare un sostentamento agli allevatori, l’ong tedesca Welthungerhilfe acquista i capi di bestiame più deboli – quelli che altrimenti finirebbero in pentola nei villaggi locali – ad un prezzo molto inferiore a quello di mercato. L’intento è quello di impedire lo spopolamento delle aree secche, fenomeno che peggiorerebbe le conseguenze della crisi in corso. Se la gente migrasse altrove, la maggior parte delle (poche) coltivazioni rimaste sarebbe abbandonata. Inoltre, i campi profughi si affollerebbero, fino a rendere le attività di cooperazione quasi insostenibili – anche qui, finanziariamente e non solo.

I fenomeni migratori sono già ben visibili in Mali (qui la testimonianza dei pastori locali), dove alla carestia si aggiunge il dramma dell’occupazione islamista dell’Azawad. Migliaia di famiglie del Nord si sono riversate nella capitale Bamako, a Mopti e in altre città del Sud, per un totale di 70.000 nuovi ingressi nelle ultime settimane. Il Paese è sempre più pressato sul fronte politico, militare ed economico. E le voci di un possibile intervento armato per riportare l’ordine del Nord non fanno che incoraggiare ulteriori spostamenti.
Chi non migra nel Sud, lascia il Paese per rifugiarsi in Mauritania, Niger e negli altri Stati vicini. I quali, già alle prese con altri problemi al loro interno, hanno sempre più difficoltà ad accogliere nuovi rifugiati. 

Come ha sottolineato McCormick, ad aggravare la crisi – oltre alla siccità e al conflitto armato nel Nord del Mali – sta contribuendo un altro fenomeno che richiama alla memoria le bibliche piaghe d’Egitto: le locuste.
Secondo il Manifesto:

Il luogo d’origine del flagello è localizzato nelle aree meridionali dell’Algeria e della Libia (dalle parti di Ghat); una volta adulte le locuste migrano grazie ai venti verso il nord del Niger (Arlit, Agadez, montagne Air, pianure Tamesna e altipiani Djada), ed eventualmente verso il nord del Mali (Kidal e Gao), verso il nord-ovest del Ciad (Borkou, Ennedi, Tibesti) e verso la Mauritania. Possono anche spostarsi nella parte meridionale di quei paesi, viaggiando a una velocità tra 100 e 200 chilometri al giorno… Solo i venti contrari arrestano queste legioni mortali impedendo loro di arrivare ancora più a sud. 
La presenza delle locuste era già segnalata in Libia e in Algeria dopo le inusuali piogge di ottobre e novembre 2011, che le avevano aiutate a crescere in fretta. Adesso sono arrivate nel nord del Niger e del Sahel, nelle zone dove si sono verificate piogge precoci e dove dunque c’è già vegetazione sufficiente ai loro bisogni e alla loro riproduzione. Sciami di giovani e voracissime locuste possono azzerare la stagione della semina che si apre in Sahel. Se le (pur auspicabili) piogge continuano e le locuste non sono fermate, potrebbero avere una seconda generazione nei prossimi mesi; in ogni generazione il loro numero si moltiplica per sedici. E procederebbero verso sud, verso aree ben più coltivate
Nel nord del Niger sono già segnalati danni alle palme da datteri e a piccole aree coltivate.

Come mai nessuno provvede? Perché non c’è più nessuno a farlo. Negli anni scorsi era il regime di Gheddafi a provvedere alla disinfestazione, impiegando vaste schiere di immigrati dall’Africa subsahariana – ora scomparsi dalla società libica. Caduto il dittatore, la disinfestazione si è arrestata:

Oltre alle precoci piogge e al conflitto in Mali, qual è il fattore che ha tanto aiutato le locuste? Secondo la Fao «i recenti avvenimenti in Libia», cioè la guerra lanciata dalla Nato e la perdurante instabilità. Perché in anni normali, Algeria e Libia sarebbero state capaci di controllare le popolazioni di locuste sui loro territori, impedendo loro di muoversi verso Sud. In particolare la Libia destinava squadre di tecnici formati, macchine e parecchio denaro al monitoraggio e al trattamento. Mandava anche squadre e denaro ad altri paesi africani a questo scopo, precisa il funzionario della Fao. Adesso è tutto smantellato, nessuno se ne occupa, le squadre anti-locuste e i loro mezzi sono spariti da qualche parte.

Un altro effetto collaterale della guerra voluta da Sarkozy e di cui l’unica vincitrice è stata al-Qa’ida. Oltre, ovviamente, alle locuste.

Rossella Urru è libera. Una buona notizia e qualche necessaria segnalazione

Rossella Rurru è libera e sta bene. Sono stati rilasciati anche i due spagnoli rapiti con lei nove mesi fa; tutti e tre si trovano nelle mani di mediatori. Nessun riscatto pagato, afferma la Farnesina con la più classica delle frasi di circostanza, poco dopo smentita dagli stessi sequestratori:

da Timbuctù, dove è stata consegnata nelle mani dei mediatori, è stata trasferita nel Burkina Faso insieme ai due colleghi spagnoli, Ainhoa Fernández del Rincón ed Enric Gonyalons. Poi, sarà diretta in Italia, dove il suo paese Samugheo (Oristano) si prepara a riabbracciarla. 
«Considerateli liberi perché le nostre condizioni sono state rispettate», aveva anticipato Mohammed Ould Hicham, esponente del Movimento per l’unità e la jihad in Africa occidentale (Mujao), lo stesso che ha effettuato il sequestro. Le condizioni per il rilascio – ha spiegato – erano la liberazione di tre prigionieri islamisti, «detenuti da un paese islamico» e il pagamento di un riscatto. La svolta, secondo l’agenzia mauritana Ani, sarebbe stata il rilascio di Mamne Ould Oufkir, arrestato lo scorso 4 dicembre in Mauritania perché sospettato di essere coinvolto nel sequestro dei tre. Il suo nome figurava nella lista dei detenuti salafiti da liberare in cambio della cooperante italiana, avanzata dal Mujao.

Quanto sta accadendo dà la netta impressione che, nell’alleanza islamica del nord del Mali, i gruppi che ne fanno parte abbiano ormai compiti ben precisi: Aqmi incarna l’ala militare; Ansar Dine impone la sharia nelle regioni ‘liberatè; il Mujao gestisce i sequestri. E lo fa anche bene, perchè limita al massimo i comunicati, centellina le notizie (come ha fatto nel caso di Rossella Urru) e usa alcuni media «non ostili» quando c’è da fare pressione, magari facendo filtrare informazioni errate, come quella della liberazione degli ostaggi, con il solo scopo di fare montare la tensione nei Paesi d’origine dei rapiti. Con senno di poi si può dire che la notizia del rilascio di ieri l’altro di tre diplomatici algerini, sui sette rapiti in aprile a Gao, sempre dal Mujao, poteva forse fare intuire una svolta positiva nel sequestro di Rossella Urru e dei due cooperanti spagnoli. Ma, davanti alle contorte logiche dei gruppi jihadisti, niente si deve mai dare per scontato o possibile.

Riscatto sui dieci milioni a ostaggio (dunque una trentina totali), a quanto pare pagati attraverso la decisiva intercessione di un emiro locale:

A dare il via alle trattative è il presidente del Burkina Faso, Blaise Campaoré, tramite i suoi emissari ma il “dialogo” dura mesi e soltanto domenica scorsa , con l’invio di un riscatto dall’Europa succede qualcosa. I soldi, una presunta cifra di dieci milioni a ostaggio, arrivano in Burkina Faso e finiscono a Gao, nelle mani di una figura fondamentale: l’emiro Abdul Hakim. Poi entra in gioco il mediatore (di cui si mantiene l’anonimato) e si può iniziare a parlare di liberazione ma la cellula islamica vuole di più: sette detenuti nei Paesi del Sahel devono essere rilasciati. Sappiamo di un rilascio, confermato da un ufficiale italiano ma non del numero.
Una volta ricevuti i soldi si procede con il rilascio dei tre prigioneri che vengono portati a Gao. I tre possono lasciare la città con l’automobile messa a disposizione dall’emiro Abdul Hakim: si parte ma una tempesta di sabbia blocca il viaggio. Poco dopo Rossella sarà libera e risulta essere in buone condizioni, mentre la situazione degli spagnoli appare un poco più preoccupante

Secondo Globalist:

un team dei servizi segreti di Madrid (a cui si era unito inizialmente uno 007 italiano, poi raggiunto da altri due colleghi) si era incontrato in Burkina Faso con un emissario dei sequestratori che ha ricevuto mandato di chiudere la partita. E la nota positiva è che il “gancio” tra le due parti è stato un cittadino del centro-africa esperto di sequestri il cui intervento è stato decisivo per arrivare alla liberazione di Sandra Mariani.

Ma allora qual è stato il ruolo della Farnesina nella liberazione? Se lo domanda Il Foglio:

[...] la Farnesina non ha avuto un ruolo di peso ed è anzi apparsa in ritardo – all’oscuro? – al momento della liberazione di Rossella Urru,

il governo di Madrid si sarebbe fatto trovare più pronto alla conclusione del negoziato, arrivato ieri mattina con la liberazione da un carcere della Mauritania di Ould Faqir, uno dei sequestratori. Nel pomeriggio un aereo militare spagnolo partiva per riportare i due in patria.

Le fonti insistono sul ruolo giocato dal Burkina Faso, che ha preso ormai il controllo delle mediazioni con Ansar Eddin, il movimento estremista che occupa con la forza il nord del Mali. Si sa che il presidente del Burkina Faso, Blaise Compaoré, è coinvolto nella mediazione che riguarda l’espansione militare di Ansar Eddin, considerata così pericolosa che il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, venerdì scorso ha annunciato un imminente “intervento armato”. C’è stata mediazione anche sui sequestrati, che non erano nelle mani di Ansar Eddine ma di un gruppo minore di scissionisti di al Qaida che si è dato il nome di Movimento per l’unità e il jihad nell’Africa occidentale (Mujao). Prima dei tre cooperanti europei, Ansar Eddin era già riuscito a ottenere la liberazione di tre diplomatici algerini rapiti anche loro dal Mujao. E’ chiaro che ora il gruppo si sta accreditando come forza regionale con cui trattare. Nella mediazione Urru erano coinvolti il Burkina Faso, la Mauritania – che ha liberato il prigioniero decisivo – i servizi algerini e francesi (questi “per conoscenza”) e quelli spagnoli. Il ministero degli Esteri italiano non faceva parte di questa catena.

Infine, Mario Monti ha definito la liberazione di Rossella una “vittoria contro il terrorismo”. Parole a sproposito. Un conto è la gioia per la liberazione di una nostra cittadina, altra è la lotta al terrorismo:

come si può dire che questa sia anche una vittoria contro il terrorismo internazionale? Anche se le autorità italiane, infatti, non possono confermare di aver pagato un riscatto al gruppo islamista che aveva rapito la Urru e dopo aver fornito garanzie per la scarcerazione di Ould Faqir, uno degli uomini implicati nel sequestro della cooperante lo scorso anno, ci si domanda come si possa davvero parlare di lotta al terrorismo.

Che nella regione del Sahel è più forte che mai.

Quello che i media non dicono sul Mali

Carta di Laura Canali per Limes 3/2011 "(Contro)Rivoluzioni in corso"

In Mali è accaduto tutto nel giro di due settimane: prima il colpo di Stato che ha deposto il presidente Amadou Toumani Touré, poi la ribellione dei Tuareg nel Nord, infine la proclamazione unilaterale dell’indipendenza dell’Azawad.
La sollevazione era iniziata già in gennaio, ma non vi è dubbio che nel volgere di pochi giorni sia stata agevolata dalla confusione scoppiata a Bamako a partire dal 22 marzo. E pensare che gli uomini di Sanogo avevano pensato bene di rovesciare il presidente perché accusato di inettitudine nella gestione della rivolta – qui un’analisi delle dinamiche che hanno portato dall’ammutinamento al colpo di Stato.
In pochi giorni il Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad (MNLA) ha raggiunto i propri obiettivi militari, ossia le città capoluogo di Kidal, Gao, Timbuktu, annunciando così la fine delle operazioni e poi la creazione di un proprio Stato. L’offerta di negoziati da parte di Sanogo ha tutta l’aria di una resa di fronte all’avanzata nemica. Ad ogni modo, la richiesta di riconoscimento del nuovo Stato è stata rifiutata da Parigi (che secondo una voce sarebbe dietro il golpe a Bamako) così come dall’Unione Africana e dal resto della comunità internazionale. Risposta ovvia. D’altra parte nessuno vuole creare un precedente che alimenti ulteriori spinte centrifughe da parte di ogni popolo, tribù o clan che rivendichi dei diritti sul territorio che abita – soprattutto in Africa, dove le nazioni sono state create con compasso e righello senza tenere conto degli areali di ciascuna etnia.

Benché al momento la vita a Bamako pare già essersi normalizzata, nel resto del Mali si segnalano già 200.000 persone in fuga, e lo scenario futuro si prospetta oscuro. L’Ecowas deciderà possibili sanzioni; il resto della comuità internazionale minaccia di sospendere i programmi di aiuto umanitario – proprio nel momento in cui il Sahel si trova nel bel mezzo di una crisi alimentare tanto grave quanto pericolosa. E si tratta solo della punta dell’iceberg dei problemi.
Il rischio principale è la possibile somalizzazione dell’Azawad e del Sahel in generale. È opportuno precisare che il MNLA è solo la maggiore fazione in cui i ribelli Tuareg sono raggruppati, ma non l’unica. In particolare, sulla scena c’è anche Ansar Dine (in arabo: “I sostenitori/difensori della fede”), che dichiara di voler imporre la shari’a in Mali e i cui rapporti con il MNLA pare fossero già incrinati prima del colpo di Stato a Bamako. Ansar Dine afferma di controllare un territorio a nordest del Paese, a riprova della spaccatura in corso. Un’approfondita analisi, tra le altre cose, delle relazioni tra i vari gruppi, si trova qui.
L’altro pericolo è che AQMI (al-Qa’ida nel Maghreb Islamico) approfitti della situazione per estendere la propria presenza nella regione. Secondo Le Monde, qa’idisti e Tuareg sarebbero divenuti avversari, ma non va dimenticato che sono pur sempre stati gli uni a trasformare gli altri da nomadi del deserto a mercenari e contrabbandieri.
Infine, c’è da chiedersi se lo Stato a cui i Tuareg aspirano si limiterà all’interno del Mali o se tenteranno di integrare anche i territori da essi popolati in Niger, Algeria, Mauritania, Burkina Faso e Libia.

Ciò che sta avvenendo nell’Azawad è frutto dell’effetto domino generato dalla caduta di Gheddafi in Libia. Mentre da noi Maroni parlava di fantomatiche invasioni di profughi che avrebbero invaso il Belpaese, sono gli Stati africani confinanti ad aver subito in pieno l’onda d’urto dei civili (e non solo) in fuga dalla Libia in fiamme: 900.000 persone, secondo stime ONU. E ciò in un periodo (giugno-novembre) coincidente con l’insorgere della crisi alimentare nel Sahel.
Tra le migliaia di persone che giunsero in Mali, vi era anche un considerevole numero di miliziani tuareg (dai 2.000 ai 4.000) che avevano combattuto dalla parte di Gheddafi, portando con sé buona parte della cornucopia di armi trafugate dagli arsenali sguarniti. Circostanza che ha dato nuovo impulso al movimento secessionista in Mali, ad appena due anni dalla fine dell’ultima rivolta.
Allora a guidare i ribelli era stato Ibrahim ag Bahanga, morto lo scorso 26 agosto al suo rientro in Mali dopo due anni di esilio in Libia, sospettato di pianificare una nuova sollevazione (ossia quella tuttora in corso). La figura di ag Bahanga e le dinamiche politiche dei Tuareg dopo la fine di Gheddafi sono ricostruite qui e qui.

Nota a margine. Al di là della voce riportata all’inizio, la Francia è la grande sconfitta dagli eventi in corso, poiché sta vedendo sfuggirsi di mano un’intera regione che considera di propria pertinenza. Era stata Parigi ad organizzare il (fallito) colpo di Stato da cui sarebbe scaturita la rivolta libica. Nei piani dell’Eliseo, rovesciare Gheddafi per rimpiazzarlo con un governo amico avrebbe consentito di ristabilire un controllo più diretto sulle ex colonie nel Sahara. Invece è accaduto esattamente il contrario.

Nord Africa, il reclutamento di terroristi grazie agli aiuti internazionali

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Non solo Sahel. L’ultimo rapporto del Centro Internazionale per gli Studi terrorismo (ICTS) avverte che al-Qa’ida nel Maghreb Islamico (AQMI) sta estendendo la sua portata in tutto il Nord Africa, con un occhio al resto del continente.
L’aspetto più preoccupante è che l’organizzazione provvede al reclutamento di nuove milizie direttamente presso i campi profughi sovvenzionati dagli aiuti internazionali, come quello vicino a Tindouf, in Algeria. Rifugi che peraltro stanno in piedi grazie ai milioni di dollari versati dall’Occidente e in particolare dagli USA.
Lo studio analizza inoltre i crescenti legami tra AQMI e il Fronte Polisario, che lotta per la liberazione del Saharawi. Tale connessione è stata dimostrata in occasione del rapimento di Rossella Urru assieme ad altri due operatori umanitari, considerato che i terroristi hanno portato a termine il sequestro anche grazie alle indicazioni ricevute da alcuni membri del Polisario.
In generale, nel decennio che va dall’11 settembre alla Primavera araba, i sequestri, gli attentati ed altri attacchi di matrice qa’idista nella regione sono praticamente quintuplicati. L’arco di instabilità alimentato dai jihadisti si sta pian piano allargando verso Sud, addentrandosi nell’Africa subsahariana. Si parla delle relazioni con Boko Haram in Nigeria e al-Shabaab in Somalia (formalmente aderita ad al-Qa’ida da qualche settimana), nonché del traffico di armi libiche prelevate dagli incustoditi arsenali gheddafiani.
Per finanziarsi, AQMI sta collegando il proprio business sugli stupefacenti a quello dei cartelli della droga latinoamericani, attraverso una rete di traffici nel Sahel – anche qui – in condominio con il Fronte Polisario.
In definitiva, il rapporto ICTS afferma che al-Qa’ida e gli altri gruppi insurrezionalisti nella regione cercano di sfruttare l’instabilità generata dalla Primavera araba per estendere la propria influenza in tutta l’Africa, allungando i tentacoli anche in Europa e nelle Americhe. Per far fronte al crescente rischio di reclutamento nei campi profughi, lo studio raccomanda di concentrarsi non solo sulle modalità con cui gli aiuti vengono utilizzati, ma anche sui programmi di rimpatrio volontario e di reinsediamento dei rifugiati, in modo da sottrarli all’indottrinamento di cui sarebbero oggetto nei campi stessi.
Per preparare il terreno ad una soluzione reale al dramma dei rifugiati, il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha chiesto all’UNHCR di effettuare un censimento della popolazione dei campi di Tindouf. 35 anni di conflitto nel Sahara occidentale hanno costretto migliaia di persone alla fuga. Strutture come quella di Tindouf sono costate oltre un miliardo di dollari in vent’anni (un terzo dei quali pagato dagli USA), di fatto col solo risultato di perpetuare le già precarie condizioni della gente in questi campi.
Gran parte degli aiuti è poi finito direttamente o indirettamente nelle mani del Fronte Polisario senza che i funzionari preposti al loro controllo se ne accorgesse. E non si tratta neppure del primo caso in cui la negligenza nell’impiego dei dollari dei contribuenti americani finisce per sovvenzionare terroristi, trafficanti di droga, e mercenari.

Droni e terroristi nelle sabbie del Sahel

Nei mesi caldi della Primavera araba, tra i tanti attori internazionali coinvolti ci si chiesti che fine avesse fatto il più temuto: al-Qa’ida. Le sue varie diramazioni prosperano nei luoghi tribali, dove le autorità statuali non arrivano: Sinai, Yemen, Sahel.
Al-Qa’ida è un cancro e il Medio Oriente è coperto delle sue metastasi. Rapimenti, traffico di droga e di armi sono le sue attività quotidiane, nonché le principali fonti di reddito.
Nella regione del Sahel (letteralmente: “riva”) questa situazione è stata incoraggiata dalla crisi libica e dall’afflusso di armi provenienti dagli arsenali gheddafiani ora incustoditi.

Di fronte alle crescenti sfide alla sicurezza, Mauritania, Mali e Niger stanno potenziando le proprie capacità militari acquistando armi dalla Francia. Il governo francese è legato con dieci paesi africani in una serie di contratti di vendita di armi. Il giro d’affari rappresenta una boccata d’ossigeno per l’industria francese, ma è anche indice di un problema sempre più urgente.
Soprattutto la stabilità del Mali è messa in serio rischio. L’aspetto più preoccupante, come ricordato dall’ambasciatore di Parigi a Bamako, è la totale assenza di un dibattito parlamentare in proposito. In un Paese da 1,24 milioni kmq di superficie e 7243 km di confini, Aqmi ha molte opportunità di prosperare, anche grazie alla complicità delle tribù Tuareg.
Consapevoli che, tra gli Stati del Sahel, il Mali costituisce forse l’anello più debole della catena nella lotta ad Aqmi, anche gli Stati Uniti hanno fornito aiuti militari all’esercito maliano del valore di 9 milioni di dollari, tra cui 75 veicoli, tra cui 44 fuoristrada, 18 camion Mercedes 1517 e sei ambulanze, oltre a grandi quantità di abbigliamento e attrezzature

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