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Riprendo un passaggio del mio post sulla strage di Boston:

un’analisi dell’ISPI – che in coda riporta la cronologia dei principali attentati terroristici in territorio americano degli ultimi anni – prende in esame i possibili risvolti politici dell’attentato:

Identificare la matrice dell’attentato riveste notevole importanza anche in termini politici. Infatti, come afferma il professor Mario Del Pero, università di Bologna, nel suo blog se la matrice risultasse islamica, ciò indebolirebbe Obama, che ha costruito la sua credibilità in materia di sicurezza grazie a una ferma azione nei confronti del terrorismo internazionale. Se la matrice fosse invece quella interna il presidente ne risulterebbe probabilmente avvantaggiato, impegnato com’è nella campagna per introdurre norme più stringenti sulla vendita e il possesso di armi da fuoco.

Dalla risposta a questa domanda dipenderà la reazione della Casa Bianca.

Ora, benché legami tra i fratelli Tsarnaev (presunti attentatori) e il jihadismo caucasico siano ancora da dimostrare, come era nelle previsioni l’attentato della scorsa settimana sta già producendo delle importanti conseguenze politiche, sia interne che esterne agli Stati Uniti. E tutte sfavorevoli al presidente Obama.

Per cominciare, mercoledì 17 aprile il Senato ha bocciato gli emendamenti proposti alla legislazione sulle armi. Una sconfitta per la Casa Bianca e una vittoria per la National Rifle Association.
Inoltre, negli Stati Uniti gli armamenti registrano vendite record, come spesso avviene nei giorni che seguono simili tragici eventi.
Gli attacchi a Boston, in altre parole, stanno vanificando gli sforzi del presidente per porre un freno alla proliferazione delle armi da fuoco.

Sul piano della politica estera, dopo le bombe alla maratona Obama ha parlato al telefono con il suo omologo russo, Vladimir Putin, convenendo sulla necessità di “proseguire sulla via della cooperazione nella lotta al terrorismo e sui temi della sicurezza”. Washington potrebbe dunque schierarsi con Mosca in nome dell’antiterrorismo. Secondo Limes:

Nell’attesa che le indagini chiariscano questo e altri aspetti, si vanno delineando alcuni possibili risvolti della vicenda sui rapporti Usa-Russia. Alle soglie del nuovo millennio, una serie di attentati (tra cui quelli ad alcuni edifici di Mosca del 1999) fornì a Vladimir Putin un valido pretesto per scatenare la seconda guerra cecena e riacquistare il (pressoché) totale controllo del Caucaso settentrionale.
Malgrado le proteste degli attivisti per i diritti umani, in America e altrove, Washington non obiettò a una guerra il cui fine (dichiarato e reale) era la preservazione dell’unità territoriale russa e la lotta al terrorismo jihadista, che nel caso ceceno traeva alimento dalla lotta per l’indipendenza. Specialmente dopo l’11 settembre e l’inizio dell’intervento in Afghanistan, gli sforzi di Putin per sradicare la guerriglia islamica dal Caucaso verranno benedetti apertamente dalla Casa Bianca.
Alla vigilia delle Olimpiadi invernali di Soci, in programma per il 2014, Mosca è ansiosa di sradicare qualsiasi minaccia terroristica e a tal fine la vicenda di Boston sembra offrire una preziosa opportunità. La Russia ha a lungo sostenuto i legami dei jihadisti caucasici con al Qa’ida, trovando però nell’amministrazione Obama un interlocutore tiepido. Ora è possibile che queste tesi suscitino una rinnovata attenzione a Washington, cui Mosca ha già offerto piena assistenza alle indagini in corso.
L’esito finale potrebbe essere un incremento della cooperazione bilaterale in materia di antiterrorismo, peraltro funzionale all’auspicato riavvicinamento tra i due paesi, a lungo perseguito dall’amministrazione – da ultimo con la recente visita a Mosca del consigliere per la sicurezza nazionale Tom Donilon.
Sinora tali sforzi sono stati pregiudicati (tra l’altro) dalle divergenze sulla postura verso il regime siriano, dai propositi russi di riarmo e da episodi puntuali, come la vicenda delle adozioni statunitensi di bambini russi bloccate dal Cremlino, il giro di vite legislativo di Mosca verso le ong straniere e il parallelo processo all’attivista Viktor Navalnij. Ma anche dal Magnitskij Act, la legge con cui il Congresso statunitense ha inteso punire i russi accusati di violare i diritti umani.
Sulla scia dei fatti di Boston, alcune di queste divergenze potrebbero essere accantonate in nome del superiore interesse alla lotta al terrorismo. Purché la pista terroristica risulti effettivamente confermata e il Cremlino non interpreti eventuali aperture di credito americane come un’acquiescenza implicita a un inasprimento della repressione interna, specialmente (ma non solo) nel Caucaso settentrionale.

Per Obama si tratta di un’altra sconfitta: la proposta di cooperazione a Putin giunge proprio nei giorni in cui i rapporti con la Russia (mai del tutto normalizzati, a dispetto del “reset” annunciato nel 2009) registrano una nuova altalena di alti e bassi.

In queste settimane, schiaffi e carezze si sono susseguiti senza sosta. Dapprima la mini-guerra fredda sulle adozioni di bimbi russi da parte di famiglie americane. Poi la pubblicazione dell’americana lista Magnitskij per la messa al bando di 18 alti funzionari russi, seguita da quella russa contro altrettanti funzionari americani. Infine la visita a Mosca del consigliere della Casa Bianca per la sicurezza nazionale, Tom Donilon, il quale ha consegnato ai suoi omologhi russi una lettera a firma del presidente Obama.
Adesso, la cooperazione tra i due Paesi in tema di sicurezza potrebbe scattare anche nelle indagini sugli attentati di Boston, sebbene i servizi segreti russi abbiano lasciato filtrare di non aver fornito alcuna informazione sui fratelli Tsarnaev.

Al di là di quelli che saranno i risultati finali, per Obama è l’implicita ammissione di non poter affrontare il problema della lotta al terrorismo prescindendo dall’aiuto di Mosca. E per Putin, l’occasione di incassare un tacito consenso alla repressione - di quel che resta – della guerriglia cecena, sullo sfondo delle crescenti preoccupazioni per la sicurezza delle Olimpiadi invernali di Soci 2014, a breve distanza dal nord del Caucaso.

Nelle puntate precedenti:

Cipro pesa per lo 0,2% sul PIL dell’Eurozona. Il prestito messo sul piatto dall’Unione Europea (10 miliardi di euro) e il fabbisogno per salvare il sistema bancario dell’isola (altri 5 miliardi) sono briciole rispetto alle cifre necessarie per salvare la Grecia o a quelle in discussione per il bilancio UE 2014-2020. Eppure la vicenda Nicosia rischia di minare le fondamenta stesse della moneta unica.

Senza gli aiuti internazionali, infatti, l’area euro potrebbe vedere la seconda insolvenza di uno Stato membro nell’arco di due anni, dopo il default selettivo della Grecia.
La crisi delle banche cipriote nasce dalla forte esposizione proprio verso Atene: 28 miliardi di euro, pari ad un terzo del loro attivo totale e addirittura al 170% del PIL dell’isola. Circa 4,7 miliardi sono costituiti da titoli di Stato (ricordiamo che il debito greco è già stato ristrutturato, per cui le obbligazioni saranno rimborsate ad un valore inferiore di quello nominale), il resto da prestiti verso un sistema di aziende, quello greco, ormai decotto.
Per concedere i denari di cui Nicosia ha urgentemente bisogno, i finanziatori esteri (ossia la troika FMI-BCE-Commissione Europea), chiedono un coinvolgimento domestico. Secondo la Bce,  una financial transaction tax non era praticabile. Da qui l’idea del prelievo forzoso sui conti correnti, condizione vincolante per il bail out deciso dall’Eurogruppo.
All’inizio il neopresidente cipriota Nikos Anastasiades era fermamente contrario, ma a fargli cambiare idea sarebbe stato il negoziatore per conto della Bce, il tedesco Jörg Asmussen, il quale avrebbe rimarcato che senza gli aiuti internazionali la Laiki Bank, la seconda banca del Paese, sarebbe andata in bancarotta. Trascinando nel baratro altri istituti di credito. A quel punto, il presidente ha dovuto cedere.
Per rendere operativo il piano di aiuti si è così deciso di introdurre una tassa, chiamata one-off stability levy, che nella sua prima formulazione prevedeva due aliquote di prelievo: 6,75% per i depositi fino a 100.000 euro, 9,9% oltre questa soglia. Secondo i calcoli di Barclays, i depositi oltre i 100.000 euro rappresentano il 54% del totale: 36,917 miliardi di euro su 68,363 miliardi complessivi.
L’obiettivo richiesto dalla troika è quello di raccogliere circa 5,8 miliardi di euro. Secondo la banca britannica, tassando tutti i depositi sotto i 100.000 euro si otterrebbero 2,123 miliardi di euro, il 37% di quanto occorre. I conti correnti con depositi tra i 100.000 e 500.000 euro frutterebbero circa 810 milioni di euro, ossia il 14%. Tassando invece solo i depositi oltre i 500.000 euro (al 9,9%) si otterrebbero circa 2,8 miliardi, il 49% del totale.
Decisione, quella del prelievo forzoso, che non poteva non scatenare divisioni politiche e rabbia sociale. Fino alla clamorosa decisione di martedì 19 marzo, quando il Parlamento ha bocciato la misura perché “troppo iniqua”, in mancanza di un’esenzione sui piccoli risparmiatori.

Grande rifiuto di Cipro, o grande errore di Bruxelles?

La Germania (azionista di maggioranza della) vuole evitare la creazione di “precedenti”: che in Europa cioè siano i Paesi in surplus ad accollarsi l’onere di salvare quelli in deficit per garantire la stabilità dell’euro. Così pretende sacrifici. L’elezione di Anastasiades alla presidenza dell’isola avrebbe dovuto agevolare l’adozione e l’implementazione delle misure richieste dalla troika. Invece sono sorte non poche complicazioni.
Innanzitutto, Cipro rappresenta un caso diverso rispetto alla Grecia e agli altri PIIGS. Secondo Giorgio Arfaras su Limes:

Cipro, a differenza di altri paesi europei salvati dall’intervento della troika Fmi-Bce-Commissione Europea, ha dei tratti che la rendono poco “simpatica”. L’isola è un paradiso fiscale: alle imprese si chiede, infatti, un’imposta sui profitti del 10% (in Italia e Germania l’imposta Irpeg è del 30%) e, in aggiunta, non si fanno troppe domande sull’origine dei denari che arrivano copiosi, soprattutto dalla Russia. Secondo l’intelligence tedesca questi ammontano a circa 26 miliardi, ossia a quasi il doppio del pil cipriota. Una parte dei depositi è quindi di non ciprioti – per quanto forniti di residenza, che si ottiene solo portando del denaro “nell’isola di Afrodite”.

Inoltre, il prelievo sui conti è una mossa controproducente. Se un governo si arroga il diritto di mettere le mani nei conti correnti dei risparmiatori, a soffrirne non sono solo tali i risparmi, ma il rapporto di fiducia tra cittadini e autorità. Il timore di un bank-run, a giudicare dalle code agli sportelli per ritirare i propri contanti custoditi nei bancomat, si è rivelato reale.
Come spiega Fabrizio Goria su Linkiesta:

In altre parole, Ue e Cipro hanno congelato parte dei conti correnti dei ciprioti e di tutti gli stranieri che hanno depositi sull’isola. Ed è proprio su questo punto che rischia di crollare tutto il sistema di fiducia su cui si basa l’eurozona. Dal momento che viene meno la libera circolazione dei capitali, disciplinata dagli articoli 56 e 60 del Trattato CE, viene meno uno dei pilastri fondamentali dell’Ue stessa.

L’introduzione di misure per la limitazione alla circolazione del capitale, unito a un prelievo forzoso, rischia di fare molto più male che l’inconcludenza della politica europea per uscire dalla peggiore crisi della sua storia. Non solo. Paradossalmente, rischia di fare più male dell’austerity e dei suoi effetti. Quando si era salvata la Grecia si disse che era un caso «unico». Si è visto che i bailout non si sono fermati. Anche quando la Grecia ha effettuato la prima ristrutturazione del debito sovrano nella storia della zona euro si disse che era una situazione «unica». Poi arrivò il default selettivo e il piano di buyback del debito.

Gustavo Piga, ordinario di Economia politica presso l’Università Tor Vergata di Roma, spiega la portata dell’”incredibile errore economico e politico dei governanti europei con Cipro”:

Per ottenere 6 miliardi di euro dai depositanti ciprioti, tassa altamente regressiva (perché i cittadini più ricchi non detengono che una quota molto bassa della loro ricchezza in depositi bancari e perché tipicamente i più ricchi queste cose le vengono a sapere prima, in tempo per scappare) e altamente ingiusta (perché basata su contingenze del quotidiano e non di una effettiva e certa capacità di contribuire di colui che subisce l’imposta), l’Europa è riuscita nell’incredibile performance tafazziana di contemporaneamente:
a) perdere il supporto di una larga parte della popolazione cipriota sul progetto europeo;
b) aumentare la paura dei risparmiatori mondiali sugli investimenti nell’area euro, con tutti i connessi impatti sui rendimenti richiesti sulle attività in euro e sulla (accresciuta) probabilità di un effetto contagio sui depositi delle banche degli altri Paesi euro in caso di future notizie macroeconomiche negative appunto in quel Paese.

Al momento, Cipro è virtualmente fuori dall’Eurozona. Solo virtualmente, poiché l’articolo 50 del Trattato di Lisbona disciplina solo l’uscita dall’Unione Europea e non anche dall’Eurozona. secondo l’attuale legislazione, dunque, Nicosia non  può uscire dall’euro. Ma senza il piano di salvataggio da parte della troika, il suo sistema bancario rischia di implodere. A certificarlo è stato l’ennesimo downgrade da parte di Standard & Poor’s, che a portato il merito dell’isola da CCC+ a CCC, con outlook negativo. Ora un solo gradino (CCC-) separa l’isola dalla D di default.

Nicosia – Mosca, relazioni pericolose

Nello stesso giorno del gran rifiuto del Parlamento di Nicosia, il ministro delle Finanze Michalis Sarris è volato a Mosca con il ministro per l’Energia al fine di discutere della crisi del Paese con le autorità russe. In serata, Sarris ha poi rassegnato le dimissioni. Il motivo? Uno litigio telefonico fra il Sarris e Anastasiades, in cui il presidente avrebbe accusato il suo ministro di aver lasciato che la troika imponesse l’odioso prelievo dai conti correnti. Dimissioni infine rientrate, a riprova del caos che regna a Nicosia in questi giorni.

Il fatto che Cipro, membro della UE e dell’Eurozona, sia andata a negoziare con la Russia, è un vero smacco per Bruxelles. Ma neppure Nicosia è così entusiasta all’idea di chiedere aiuto a Mosca.
Nei giorni in cui la troika imponeva ai ciprioti il suo aut aut, il gigante energetico russo Gazprom, offriva la propria disponibilità al salvataggio dell’isola in cambio dei diritti di esplorazione dei depositi di gas naturale a largo del Paese. Cipro ha respinto l’offerta, scegliendo di proseguire i negoziati con la troika.
Il governo di Cipro non vuole rinunciare alle sue riserve di oro blu, il cui valore stimato ammonterebbe a circa 300 miliardi di euro (20 volte gli aiuti necessari a salvarla). Per giunta, sta cercando di utilizzare tali riserve per scoraggiare il bank-run, offrendo ai risparmiatori di compensare i prelievi sui depositi con titoli legati alla redditività dei giacimenti.
Anche qui però ci sono degli intoppi. Lo sviluppo dei giacimenti richiederà almeno sette anni. Dunque il governo cipriota non ne incasserebbe gli introiti prima del 2020. Questo secondo le ipotesi più ottimistiche, perché le rivendicazioni avanzate dalla Turchia e da Israele ritarderanno verosimilmente l’inizio delle estrazioni almeno di qualche anno.

In realtà il gas di Cipro rappresenta una questione più strategica che economica. L’obiettivo di Mosca non è estrarre il gas, ma che non siano gli europei a sfruttarlo, rompendo così il monopolio delle forniture russe. Ancora Giorgio Arfaras:

per la Russia, che dipende almeno per il 70% del suo bilancio statale dai proventi di gas e petrolio, i giacimenti individuati al largo di Cipro e Israele, come pure nel mare greco, sono una minaccia: il primo mercato di future estrazioni sarebbe ovviamente l’Europa, in diretta concorrenza con le forniture russe. Così non stupisce che Gazprom voglia partecipare ai progetti estrattivi ciprioti e stia cercando scorciatoie.
Stupirebbe di più, fanno notare gli analisti, se una volta ottenute le licenze, la compagnia russa le sfruttasse appieno. Le esportazioni dai giacimenti in territorio russo garantiscono infatti il 100% dei profitti, il triplo di quanto può mettere in conto per l’export realizzato fuori dai propri confini nazionali.
Insomma, davanti all’offerta di un “salvataggio alternativo” da parte di Gazprom, Cipro continua a pensare che i russi abbiano solo interesse a entrare nei progetti, ma non a svilupparli completamente.

La crisi di Cipro nasce dalla sua natura di paradiso fiscale, in cui gli oligarchi russi (e non solo loro) depositavano i loro soldi senza dare troppe spiegazioni. Ma è stata la miopia politica dell’Europa a trasformare Nicosia da ridente isola del Mediterraneo a bomba ad orologeria in seno all’area euro.

Nell’eterna partita geopolitica tra Europa e Russia, l’Ucraina rappresenta una pedina molto importante.

Venerdì 15 marzo  i

Dzerkalo Tyzhnya, il principale giornale ucraino, riportava un’indiscrezione (rilanciata dall’agenzia Interfax) secondo cui Kiev avrebbe accettato di aderire all’Unione Doganale Eurasiatica (che comprende Russia, Bielorussia e Kazakistan) come membro associato per due anni, prima di adottare lo status di partner a pieno titolo. Bloccando forse definitivamente l’ingresso di Kiev nella UE. Secondo La Voce Arancione:

L’inglobamento dell’Ucraina nell’Unione Doganale della Russia ha conseguenze catastrofiche per l’Unione Europea, poiché esso permetterà presto alla Russia di esercitare una fortissima pressione in ambito energetico nei confronti dell’UE, che oggi già dipende dalle forniture di gas russo per il 40% del suo fabbisogno continentale.

I colloqui (a porte chiuse) tra il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo ucraino Viktor Yanukovich si sono svolti nei primi di marzo nella villa privata dell’uomo forte del Cremlino, situata al di fuori di Mosca.
Putin considera l’accordo vantaggioso per tutti. “Se l’Ucraina entra nel’Unione doganale”, ha detto, “il suo PIL aumenterà tra l’1,5 e 6,5%, a seconda del grado di integrazione.” Ciò che ha coscienziosamente omesso di precisare è che l’ingresso nella CEE Eurasiatica precluderebbe l’analogo passo in quella Europea.
Nel vertice bilaterale Ucraina-UE di febbraio, infatti, il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, aveva ribadito a Yanukovich che la UE e l’Unione Doganale post sovietica si escludono a vicenda. In altre parole, ora l’Ucraina deve scegliere.

Yanukovich ha dichiarato che il commercio dell’Ucraina con i Paesi dell’Unione Eurasiatica nel 2012 ammontava a 63 miliardi di dollari, mentre quello con i Paesi della UE era pari a 50 miliardi. Il suo Paese non può dunque fare a meno né dell’una né dell’altra. Da qui la necessità di avvicinarsi a ciascuna delle due sponde stando però attento a non alienarsi le simpatie dell’altra.

Ora come ora Kiev è saldamente nell’orbita di Mosca. Non soltanto per la forte influenza che l’Ucraina subisce da quest’ultima attraverso i ricatti sul gas: ad esempio, la Russia sarebbe pronta a rilevare il controllo dei gasdotti dell’Ucraina mediante la creazione di una joint venture per la gestione delle condutture ucraine gestito al 50% da Mosca e Kiev, ma di fatto controllato al Cremlino. Accordo contornato da un sontuoso sconto sulle forniture di oro blu.
A complicare le cose concorrono le ripetute difficoltà riscontrate nel dialogo con l’Europa. E per il crescente isolamento in cui le titubanze di Yanukovich hanno spinto il Paese nei suoi difficili esercizi di equilibrio tra Bruxelles e Mosca.

Un tempo Yanukovich era considerato un esponente filorusso. Invece ha più volte adottato la retorica europeista, dimostrandosi restio a consegnare il suo Paese nelle braccia di Putin. In concreto, però, ha fatto poco per avvicinare l’Ucraina a Bruxelles.
L’ultimo vertice bilaterale di fine febbraio a Bruxelles si è concluso con un nulla di fatto. Nessuno si aspettava che Kiev avanzasse una proposta di adesione, giudicata prematura; ma che le parti pervenissero ad un accordo di associazione (peraltro in discussione da mesi) per creare un’area di libero scambio, questo sì. Invece le due montagne hanno partorito un topolino: un accordo per un finanziamento di 610 milioni di euro nei prossimi due anni. Poca roba, se pensiamo al prestito che in questi giorni l’Ucraina tentando di rinegoziare con il Fondo Mondiale Internazionale per oltre 15 miliardi.
A dividere le parti c’è sempre l’affaire Tymohenko. L’Ue desidera l’ex premier libera, mentre l’Ucraina vuole mantenerla in galera, o quantomeno fuori dalla politica. Difficile che si giunga al compromesso, anche se l’ipotetica liberazione dell’ex ministro degli interni Yuri Lutsenko, in carcere da oltre un anno, potrebbe essere un gesto teso in questa direzione.

In definitiva Yanukovich vorrebbe avvicinarsi anche all’Europa, ma deve fare i conti la realtà. il presidente ucraino dice che il suo paese “non è abbastanza forte o ricco da poter trascurare tale cooperazione” con l’Unione Eurasiatica.
Tuttavia, secondo Stefano Grazioli su Limes:

Kiev non vuole finire nelle braccia di Mosca e nemmeno cedere a Bruxelles. La strategia di Yanukovich di navigare a vista rischia però nei prossimi mesi di dover mutare di fronte quantomeno all’ultimatum dell’Ue. Se non ci sarà la firma sull’Accordo di associazione, saliranno le probabilità che l’asse ucraino si sposti definitivamente verso la Russia.

Nell’eterna contesa con Bruxelles Mosca segnerebbe così un punto di importanza epocale.

A due anni dalla rivoluzione, la Libia è ancora  fuori controllo. Pareva almeno che gli interessi italiani fossero garantiti: il primato di ENI nell’estrazione di idrocarburi, in particolare, era rimasto invariato, e nuovi contratti erano stati siglati sia col cane a sei zampe che con altre nostre grandi aziende (es: Iveco, Sirti, Salini).
Già, pareva.

Sabato 2 marzo la Mellitah Oil & Gas, joint venture paritetica fra la libica NOC e l’ENI, ha bloccato il locale impianto di trasformazione del gas a causa di alcuni scontri a fuoco nel distretto di Nuqat al Khams. La struttura, che tratta circa 100.000 barili al giorno prodotti dal pozzo di El Feel e che rifornisce clienti come Edison, Gaz de france e Sorgenia ha arrestato la produzione e di mettere in sicurezza il personale e le installazioni, con la conseguente interruzione del flusso di gas attraverso il gasdotto Greenstream. Tale conduttura, anch’essa in comproprietà tra NOC ed ENI, convoglia tutto il gas che l’Italia importa dalla Libia (circa 150 mln m3 al giorno).

L’impianto è stato riavviato lunedì 4, ma il ripristino dei flussi di gas attraverso  il Greenstream non sarà immediato. Per ENI il danno è stato tutto sommato limitato.
Secondo Linkiesta, però, c’è molto di che preoccuparsi:

in zona è presente un gruppo armato il quale “da giorni opera con l’obiettivo di fermare la produzione petrolifera e gasifera in particolare dal giacimento di al Wafa che si trova all’interno del sito e che rifornisce l’Italia e l’Unione Europea con 8 milioni di metri cubi di gas all’anno attraverso il gasdotto South Stream che arriva in Italia. Questa milizia ha chiesto il pizzo al governo. Vuole dei soldi in cambio dei quali è disposto a garantire la sicurezza dell’area desertica della Libia”.

E’ un copione già visto: alla fine di una guerra civile, le varie tribù cercano di accaparrarsi le rendite che possono. Pretendendo un compenso dal governo – e probabilmente anche dalle compagnie – per garantire la “protezione” dell’impianto.

Il governo di Tripoli ha subito schierato l’esercito a difesa dell’impianto. Sempre Linkiesta - che riporta in tabella le importazioni italiane di gas per Paese di provenienza dal 1990 al 2011 -   interpreta questa mossa sotto un duplice profilo.
Da un lato, la Libia teme di perdere le sue preziose rendite, più che mai fondamentali in un periodo di cronica instabilità come quello in corso. Dall’altro – e questo è interessante – tale mossa può servire per dimostrare ai vari fornitori nazionali in che modo si stia muovendo il settore del gas, per tentare di rinegoziare alcuni contratti dopo il brusco calo dei consumi dal dopo-crisi. E qui entra in gioco la Russia:

Eni è ancora legata a contratti del tipo “take-or-pay” con la Russia: se i volumi “prenotati” non vengono ritirati, Eni deve corrispondere una penale. Molti dei contratti libici, poi, sono legati a strutture contrattuali estremamente onerose, in cui il partner locale riceve una percentuale altissima del profitto (tra le più alte al mondo). Rinunciare al gas libico serve per dimostrare ai libici che di Libia si può fare a meno; e serve per dimostrare ai russi che di gas ce n’è così tanto, che ci si può permettere di chiudere un rubinetto a piacimento. Nel frattempo, se poi il rubinetto si chiude, si compra più gas dalla Russia, evitando di corrispondere onerose penali.

Del resto, se i consumi in Italia sono crollati, la Russia ci ha rimesso molto in termini di volumi esportati. Nel 2006 in Italia si consumavano ancora 83,5 miliardi di metri cubi di gas, di cui 22,5 di provenienza moscovita. Nel 2011 la domanda è scesa a 76,7 miliardi, coperti per 19,6 dai russi. Anche dall’Algeria le importazioni sono diminuite nello stesso periodo, passando da 25 a 21,3 miliardi. La Libia in periodi “normali” rappresenta il 12,5% delle importazioni italiane di gas. Ecco la mappa dei gasdotti e dei rigassificatori:

In merito a questo presunto “bilanciamento” del Cane a sei zampe tra Libia e Russia si scatena lo scetticismo degli operatori del settore. La voce tra gli addetti è che Eni, che controlla tutti gli accessi per l’importazione di gas in Italia, sfrutti le vicende libiche per ottenere vantaggi in chiave russa – come sarebbe già successo con la precedente chiusura di Greenstream in occasione della guerra civile libica. Le chiusure rappresenterebbero eventi dalla gestione difficile per molti operatori nazionali che operano su base geografica più limitata. Per fortuna, stavolta l’interruzione è durata poco e ha avuto luogo in un finesettimana, quando i consumi sono più bassi. Così, in poco tempo i malumori si sono chetati, e l’Eni ha un esercito in più a proteggerla.

Con il Greenstream a secco, e l’Italia è energicamente più vulnerabile.
E questo aspetto, soprattutto ora che Gazprom è vicina al controllo del gas di Israele, che Rosnerft ha rafforzato la sua alleanza con ENI e che le compagnie russe sono in piena corsa per acquisire le aziende energetiche greche DEPA e DESFA a prezzi di saldo, sta favorendo la realizzazione dei piani di Mosca nella geopolitica energetica italiana ed europea.

Nicos Anastasiades è il nuovo presidente di Cipro dopo aver vinto il ballottaggio con il 57,48% delle preferenze. Il suo avversario, il candidato di centrosinistra Stavros Malas, si è fermato al 42,52%.

Eleggendo Anastasiadis i cittadini ciprioti hanno scelto una nuova via. Non poteva essere altrimenti: per la prima volta nella storia recente del Paese, la campagna elettorale non è stata monopolizzata dal problema della divisione dell’isola, ma dal rischio di fallimento. Il salvataggio di questo piccolo Stato europeo non dovrebbe fare notizia, se non fosse per la resistenza opposta dalla Germania e da altri Paesi della zona euro.

L’ultimo meeting dell’Eurogruppo a Bruxelles lunedì 21 gennaio ha rinviato il confronto tra Cipro e la troika è rinviato a metà marzo, ossia a dopo le presidenziali e la formazione di un nuovo governo. L’Osservatorio Balcani e Caucaso offre una lunga e approfondita analisi sul tema, da leggere dall’inizio alla fine. A proposito della riluttanza tedesca, c’è un passaggio che vale la pena sottolineare:

Le critiche e le condizioni poste dalla Germania hanno diffuso a Nicosia l’impressione che il “tesoriere europeo” stia attaccando gratuitamente la Repubblica di Cipro per provocare uno spostamento di capitali stranieri dall’isola verso altre destinazioni, Germania compresa.

Contando che le chiavi del salvataggio sono in mano alla Germania, il voto dei ciprioti – come quello dei loro fratelli greci dello scorso giugno – non poteva non essere esente da pressioni da parte di Berlino.
Secondo Il Fatto Quotidiano del 14 febbraio:

O fate come diciamo noi o i soldi non arrivano. Che poi tradotto significa: “O eleggete il candidato che ci va bene, oppure le cose si mettono male”. A sette mesi dalle ultime elezioni in Grecia la storia si ripete e la Germania conferma le proprie intenzioni. Questa volta però parliamo di Cipro, del piano di salvataggio che la terzultima economia europea ha chiesto nel giugno scorso e delle elezioni che devono tenersi, il 17 febbraio. Ma lo schema resta lo stesso: prima votate, possibilmente come vogliamo noi, poi per i soldi si vedrà.
A chiarirlo, l’11 gennaio, proprio a Cipro, è stata Angela Merkel, volata nella città di Limassol con lo stato maggiore del Ppe per discutere del budget europeo e tirare la volata al candidato conservatore alle elezioni, Nicos Anastasiades. Una riunione a cui hanno partecipato i leader conservatori di mezza Europa (specie quella del Nord). La Merkel ha spiegato a tutti i delegati che del piano di salvataggio dell’economia cipriota, travolta da una pesante crisi bancaria, non si parlerà prima di marzo. E che Cipro non avrà “un trattamento di favore”.

 Ma oltre alla consueta ortodossia in tema di austerità finanziaria c’è dell’altro:

Riciclaggio e denaro russo, quindi. Non un tema secondario, specie per i tedeschi: secondo dati ottenuti dai servizi segreti di Berlino, e pubblicati dalla stampa tedesca a novembre le banche cipriote avrebbero in pancia qualcosa come 20 miliardi di euro di depositi provenienti da poco chiari investitori russi. Cipro naturalmente nega tutto, ma il dato resta. E d’altra parte basta andare a farsi un giro proprio a Limassol, dove c’è la più grande comunità russa dell’isola, forte di 10mila persone e che può vantare una stazione radio in russo, giornali in russo, scuole russe, cartelli stradali in cirillico, per farsi venire qualche sospetto.
Da qui la contrarietà tedesca ad andare a inettare nel settore bancario soldi che andrebbero a beneficio degli investitori moscoviti.

Non stupisce che, secondo il quotidiano cipriota Politis, la vittoria di Anastasiades sia stata “un sollievo per la maggior parte dei leader UE, compresa Angela Merkel“, che non vedevano di buon occhio le trattative con la Russia per il salvataggio delle banche cipriote condotte dal presidente comunista uscente, Dimitri Christofias. La verità è che i risparmiatori dell’Europa del nord non vogliono che il loro denaro serva a garantire i depositi dei ricchi russi che approfittano dei vantaggi finanziari dell’isola, oltre che del buon clima.

Per i russi, Cipro rappresenta un paradiso – naturale per alcuni, fiscale per altri. E tra questi ultimi vi sono soggetti tutt’altro che raccomandabili. Molti dei quali legati alla criminalità organizzata, ai quali l’Europa, salvando Nicosia, potrebbe involontariamente fare un grosso favore. In novembre scrivevo:

Data la sua posizione geograficaCipro è strategicamente importante per molte nazioni sia dentro che fuori dall’Europa. Soprattutto per la Russia, che come abbiamo visto ama l’isola non soltanto per l’ubicazione e per il clima. Qui le società di comodo sono anonime, le banche discrete, le tasse basse. I soldi sporchi hanno offerto un boom prolungato agli abitanti del posto, nonostante un livello d’industrializzazione prossimo allo zero. Un paradiso per gli oligarchi e per la mafia russa, che da vent’anni prospera sulle macerie dell’Urss.

Nuovi dettagli sui raid israeliani in Siria dell’altro giorno.

Il quotidiano iracheno Azzaman, secondo quanto riporta il JPost, svela che il raid avrebbe provocato molte vittime tra le Guardie rivoluzionarie iraniane presenti vicino alla struttura colpita dai bombardamenti, secondo quanto riferito da un diplomatico occidentale. L’offensiva è avvenuta almeno 48 ore prima della diffusione della notizia, fatta filtrare da Gerusalemme.

Secondo l’Economist, l’attacco non significa che Israele voglia interferire nella guerra civile siriana. Piuttosto, segna la continuazione della guerra segreta contro il riarmo di Hezbollah.

Ennio Remondino su Globalist:

I tre bombardamenti israeliani effettuati nella notte su convogli di trasporto armi siriani parlano chiaro. Traduzione pratica delle minacce indirizzate a Damasco dal Primo Ministro israeliano che, dopo aver incontrato Re Abdallah di Giordania a fine dicembre, non aveva escluso un attacco preventivo contro “gli arsenali chimici siriani” per impedire che finiscano sotto il controllo di Hezb’Allah libanese o dei jihadisti presenti all’interno dell’ “Esercito di Liberazione Siriano”, l’Els, dando corpo alle confessioni rese dal generale Abdul Aziz Jasim al Shalali, ex capo della Polizia militare siriana, defezionista rifugiato in Turchia. Nessuna eco, invece, alle dichiarazioni di Bashar al Assad a un giornale libanese filo-siriano dove sostiene che se la Turchia facesse venir meno il supporto ai “ribelli” la guerra finirebbe “in due settimane”.

La stampa israeliana considera l’attacco in Siria un evento in grado di provocare una reazione a catena dalle conseguenze imprevedibili. Israele avrebbe infatti messo in stato d’allerta le truppe stanziate nel nord del Paese.
Dello stesso tenore i media internazionali. Secondo Victor Kotsev sull’Asia Times, “È difficile dire quanto sia probabile una guerra regionale nel prossimo futuro, ma è fuor di dubbio che l’attacco israeliano di martedì è stato uno sviluppo di grande rilievo”. Ad esempio, in un certo senso il bombardamento aereo di obiettivi militari in territorio siriano da parte di Israele avvenuto il 30 gennaio è solo “una prova del conflitto mai esploso tra Tel Aviv e Teheran”, spiega il Washington Post.
Teheran ha infatti reagito con veemenza all’attacco israeliano, minacciando “serie conseguenze per Tel Aviv”, mentre Hezbollah ha chiesto una condanna su larga scala dell’azione militare compiuta dallo Stato ebraico. Nel tradizionale discorso del venerdì, il segretario generale del movimento Hassan Nasrallah ha affermato che l’aggressione di Israele “smaschera” le vere cause della guerra civile siriana: distruggere questo paese e indebolire il suo esercito. Oltre a confermare la volontà dello Stato ebraico cerca di impedire qualsiasi sviluppo delle capacità tecnologiche e militari dei Paesi arabi.
Quasi in risposta alle dichiarazioni dall’Iran, il segretario di Stato uscente Hillary Clinton ha messo in guardia la Repubblica Islamica dal fornire supporto alla Siria in termini di personale addetto alla sicurezza militare. Come se la presenza iraniana in Siria (anche in funzione antiisraeliana) non fosse già il segreto di Pulcinella.
Di maggior rilievo quanto riportato da 
Asharq al-Awsat, secondo il quale la Russia avrebbe inviato cinque navi da guerra nel levante Mediterraneo per svolgere una serie di esercitazioni nei pressi della costa siriana.

Nubi di guerra all’orizzonte? No.

Al di là dei gridi d’allarme, diversi analisti israeliani tendono ad escludere una escalation militare immediata in conseguenza del raid aereo in Siria.
Dello stesso avviso è Lorenzo Trombetta, corrispondente ANSA da anni anni residente a Beirut, secondo cui il “presunto” raid israeliano nei pressi di Damasco non cambia per ora gli equilibri regionali e si inserisce solo indirettamente nella dinamica del conflitto interno in corso in Siria:

La Siria degli Asad da decenni non costituisce una minaccia reale alla sicurezza di Israele. Anzi, come hanno più volte affermato in modo diretto e indiretto i politici israeliani, la permanenza al potere del presidente Bashar al Asad è una garanzia e non un pericolo per lo Stato ebraico. Che non ha mai nascosto di preferire il suo miglior nemico all’ignoto.
I segnali che nessuna guerra sta per scoppiare nella regione provengono anche dai due principali alleati di Damasco: gli Hezbollah hanno condannato verbalmente il raid ma, pur avendone ampiamente i mezzi, non hanno fatto nulla per evitare che i caccia israeliani bombardassero un obiettivo a due passi dalla capitale siriana.
Gli aerei di Israele sono entrati – lo ha confermato il ministero della Difesa di Beirut - da Naqura, sul mare, e in direzione nord-est, hanno attraversato quasi tutta la valle della Beqaa passando sopra le retrovie, i depositi e i campi di addestramento della milizia sciita. Se Hezbollah intendeva proteggere davvero il suo alleato – e scatenare una nuova guerra con Israele – poteva usare almeno uno dei ventimila missili che si dice siano in possesso del movimento filo-iraniano.
E se Israele voleva sostenere i ribelli siriani anti-regime - è la tesi dei sostenitori di Asad, che grida al complotto straniero guidato dai sionisti – non si sarebbe limitata a bombardare solo un obiettivo e dopo quasi due anni dell’inizio della rivolta, ma avrebbe da tempo avviato una campagna su più fronti per accelerare la caduta del raìs.
L’Iran, dal canto suo, aveva nei giorni scorsi affermato che “ogni attacco alla Siria sarà considerato un attacco all’Iran”. Ma dalla dichiarazione di condanna espressa nelle ultime ore da Teheran – dal sottosegretario agli esteri e non dal ministro della Difesa – appare evidente che la Repubblica islamica non agirà militarmente in soccorso del suo storico alleato arabo.
Il governo siriano – tramite l’ambasciatore a Beirut, non il presidente Asad -afferma che si riserva il diritto di rispondere alla vile aggressione, ma che lo farà a sorpresa. Come se l’effetto sorpresa fosse un’eccezione in questo tipo di azioni e non la norma.
La difficile posizione del regime siriano è messa in queste ore ancor più a nudo dalla constatazione - segnalata non solo da fini analisti ma dal più semplice degli uomini della strada in Siria – che nessun velivolo militare siriano si è alzato in volo per proteggere il paese dal raid israeliano.
E che l’aviazione di Damasco non sarà usata contro il “nemico” bensì che continuerà ad essere usata contro ospedali da campo dove sono ammucchiati feriti, panetterie di fronte alle quali si allungano file di donne e bambini, moschee dove sono rifugiati famiglie di sfollati.

PS: più preoccupanti sono le notizie dal fronte orientale della Siria, dove ormai è al-Qa’ida a comandare.

La questione del prossimo bailout di Cipro è al centro del dibattito europeo dalla scorsa estate. Da mesi i leader della zona euro stanno preparando un intervento più massiccio del previsto per aiutare i Paesi in difficoltà, che comprende anche un programma in favore di Nicosia.
Ma i tedeschi sono riluttanti, e stavolta non soltanto in nome di quella probità fiscale della cui mancanza rimproverano la Grecia e il resto delle economie mediterranee. Secondo un rapporto dei servizi segreti tedeschi, i primi ad approfittare degli almeno 10 miliardi richiesti dall’isola a Bruxelles sarebbero gli oligarchi russi, che hanno parcheggiato 20,3 miliardi di fondi neri nelle banche di Nicosia.
Dal blog di Antonio Vannuzzo su Linkiesta:

Lo dice un rapporto segreto della Bnd, la Cia tedesca, diffuso dal settimanale Spiegel. L’isola mediterranea sta trattando con Bruxelles un salvataggio di “soli” 10 miliardi di euro dopo che la Cyprus Popular Bank, la principale banca del Paese, è stata pesantemente colpita dal taglio al valore nominale dei titoli greci verso i quali era fortemente esposta. Un salvataggio dal significato più geopolitico che finanziario: nonostante Cipro abbia adottato l’euro dal 2008, è fortemente e storicamente legata alla Russia, tanto che già l’anno scorso ha ricevuto un prestito da 2,5 miliardi di euro a un tasso del 4,5 per cento. Un legame consolidato dopo il crollo dell’Unione sovietica e le successive privatizzazioni delle società statali, favorito dalla tassazione praticamente inesistente che ne fa un paradiso fiscale dove hanno sede oltre 40mila società off shore.
«Il report della Bnd evidenzia che i maggiori beneficiari dei miliardi provenienti da fondi foraggiati con i soldi dei contribuenti europei saranno gli oligarchi russi, uomini d’affari e mafiosi che hanno parcheggiato i loro guadagni illeciti a Cipro», si legge sullo Spiegel. Secondo l’intelligence tedesca, i russi hanno depositato sull’isola 26 miliardi di dollari (20 miliardi di euro circa), cifra che supera di gran lunga il Pil locale, pari a 17 miliardi di euro.
Nonostante sia uscito dalla black list Ocse dei paradisi fiscali nel 2000, dopo aver siglato con l’organizzazione internazionale di Parigi un accordo formale per implementare la trasparenza bancaria e la lotta al riciclaggio, Cipro rimane una piazza estremamente attraente, con una tassazione al 4,5% degli utili e una sui redditi che va dal 10 al 20%, a seconda che i soldi transitino attraverso una banca domiciliata nel Paese. Un regime di favore che l’Europa, come condizione per erogare i fondi necessari al salvataggio, vorrebbe riformare. Ma dalle parti di Nicosia dormono sonni tranquilli: c’è sempre Mosca a cui rivolgersi.

Questo è il punto. Secondo gli 007 di Berlino, Cipro offre ancora la possibilità di riciclare denaro sporco, nonostante abbia ufficialmente adottato tutte le misure richieste per uscire dalla black list dei paradisi fiscali. Inoltre, l’isola ha concesso ad 80 oligarchi russi la nazionalità cipriota, rendendoli così a tutti gli effetti cittadini dell’Unione Europea.
Per il momento la crisi di Cipro ha favorito un altro peso piuma dell’Eurozona: l’Estoniale cui banche sono state letteralmente prese d’assalto dai magnati russi, ansiosi di trasferirvi i propri denari nel timore che qualcosa potesse accadere. Ma la questione politica rimane: l’articolo di Der Spiegel ha immediatamente scatenato reazioni politiche a Berlino, che ora si trova in una posizione molto imbarazzante. Sempre secondo il settimanale tedesco, tradotto da Presseurop:

Rifiutare gli aiuti però non è un’opzione praticabile: così facendo si manderebbe un segnale disastroso ai mercati finanziari. Perché gli europei dovrebbero riuscire a salvare la Spagna e l’Italia se non riescono a tirar fuori dai guai un paese minuscolo come Cipro?
Il governo tedesco si trova in una posizione molto imbarazzante. Ci sono notevoli rischi politici: se acconsentisse a concedere un bailout a Cipro, Angela Merkel rischierebbe di screditare la sua intera linea politica dell’euro.
Gli europei non potranno fingere di non sapere. Il Bnd ha analizzato la situazione a Cipro e ne ha discusso con esperti della “troika”, di cui fanno parte la Commissione europea, il Fondo monetario internazionale e la Banca centrale europea (Bce).
I funzionari del Bnd non hanno portato buone notizie. Da un punto di vista formale, l’isola si adegua a tutte le normative sulla lotta al riciclaggio di denaro previste dall’Ue e a tutti gli accordi internazionali, ha detto l’agenzia. Il paese ha approvato le leggi necessarie e ha istituito le organizzazioni richieste. Ma quando si è trattato di far rispettare le leggi in questione i problemi sono venuti a galla.
Il riciclaggio di denaro è facilitato dalle laute provvigioni versate dai magnati russi per ottenere la cittadinanza cipriota, e secondo la Bnd sarebbero già 80 gli oligarchi che si sono procurati l’accesso all’intera Ue.
Nel solo 2011 dalla Russia sono usciti circa 80 miliardi di dollari, e buona parte di essi è transitata da Cipro, secondo il Bnd. I russi inoltre avrebbero depositato nelle banche dell’isola 26 miliardi di dollari, una cifra molto superiore al pil annuale di tutta Cipro.
La conclusione del Bnd è che se Cipro otterrà un bailout dall’Ue per poter restare nella zona euro, i soldi dei contribuenti tedeschi e di altri europei di fatto andranno a tutelare i soldi sporchi dei russi.

Cipro è diventata membro dell’Ue nel 2004 ed è entrata nella zona euro tre anni e mezzo dopo. E all’improvviso è diventata richiestissima.

Da allora il modello economico cipriota è diventato estremamente interessante. Il paese è un paradiso fiscale all’interno dell’Ue, ma l’Ocse gli ha dato un certificato di buona salute perché si presume che faccia abbastanza per impedire il riciclaggio.
Tuttavia, un documento del Parlamento europeo riguardante la criminalità organizzata in Russia cita parecchie volte l’isola, e un rapporto della Banca mondiale che parla di 150 casi di corruzione internazionale cita numerose società e conti a Cipro.

Data la sua posizione geografica, Cipro è strategicamente importante per molte nazioni sia dentro che fuori dall’Europa. Soprattutto per la Russia, che come abbiamo visto ama l’isola non soltanto per l’ubicazione e per il clima. Qui le società di comodo sono anonime, le banche discrete, le tasse basse. I soldi sporchi hanno offerto un boom prolungato agli abitanti del posto, nonostante un livello d’industrializzazione prossimo allo zero. Un paradiso per gli oligarchi e per la mafia russa, che da vent’anni prospera sulle macerie dell’Urss.
Fatto non secondario, il rapporto di Der Spiegel compare proprio nei giorni in cui Cipro avvia lo sfruttamento massiccio dei giacimenti di gas a largo delle sue acque.
Mafia, mercati, oligarchi ed energia. Tutti elementi che rendono complicata la vicenda. Non a caso, un confidente della cancelliera Merkel ha fatto sapere che secondo lei “Cipro non è un problema economico, ma politico”.

Uno studio della NASA, che prende in esame i dati satellitari e dalla Terra degli ultimi 20 anni, mostra l’evolversi un fenomeno apparentemente contraddittorio in capo al mondo: nell’Artico il ghiaccio si ritrae, mentre in Antartide si espande sempre di più.  In altre parole, i ghiacci che che ricoprono il Mar Glaciale Artico hanno toccato un minimo di estensione, fenomeno che dura da oltre 30 anni ed è ora arrivato a un punto giudicato preoccupante per l’equilibrio del Polo Nord così come lo conosciamo. In Antartide, al contrario, dal 1978 al 2010 l’estensione totale del ghiaccio marino è incrementata di circa 18.000 kmq l’anno: una superficie paragonabile a quella del Veneto.
Il processo in corso è lo stesso, sebbene comporti due risultati differenti. Al nord, infatti, l’aumento della temperatura media scioglie i ghiacci esponendo le acque dell’oceano alla luce del sole, che di conseguenza si riscaldano accelerando il processo di scioglimento del ghiaccio. Al Sud, l’aumento del ghiaccio ha reso l’ambiente più “freddo”, e dunque più ghiacciato. In entrambi i casi, in sostanza, si tratta di un fenomeno che da un certo punto in poi ha finito per autoalimentarsi.
I due estremi del mondo, dunque, condividono lo stesso destino. Non soltanto dal punto di vista climatico. Entrambi sono oggetto delle stesse dinamiche politiche, nonché obiettivo degli stessi Stati.

Polo Nord

A fine ottobre la Russia, per bocca di Aleksandr Popov, direttore dell’agenzia federale per lo sfruttamento del sottosuolo Rosnedra, ha sollecitato (nuovamente) le Nazioni Unite a riconoscerei nuovi confini della piattaforma artica che accrescerebbero la parte russa di oltre di 1,2 milioni di kmq. Le ricerche geologiche condotte dai geologi di Mosca nell’ultimo biennio potrebbero consentirle di sostenere la richiesta davanti alla commissione ONU sui limiti della piattaforma continentale; l’unico organismo internazionale adibito a consacrare tale riconoscimento. In caso di risposta affermativa, la Russia potrebbe sfruttare maggiormente i ricchi giacimenti di idrocarburi, terre rare e metalli preziosi celati sotto i fondali.
Un’insistenza che ci ricorda, se mai ce ne fosse bisogno, che la guerra – “fredda”, di nome e di fatto – per l’Artico è già in corso. Lo ha capito la Danimarca, che pochi giorni fa ha fondato il Comando della Difesa per il Polo Nord a Nuuk, capitale della Groenlandia. Nel discorso inaugurale, la Regina Margherita II ha affermato che “Compito primario dell’Arctic Command sarà quello di dirigere e coordinare il dispiegamento di unità militari nel Nord Atlantico e nell’Artico. Il progetto è parte dell’attuazione dell’accordo Difesa 2010-2014“. Si tratta dell’ultimo e più tangibile esempio del crescente fenomeno di militarizzazione dell’area. Sull’altra faccia della medaglia, la strategia delle grandi potenze nella regione Artica si impernia su una logica spartitoria.
Interessante questa analisi su Rinascita, che racconta come nel corso del 2012 le esercitazioni militari nell’Artico si siano alternate agli incontri ad alto livello dei rappresentanti delle Forze armate di Stati Uniti, Russia, Canada, Norvegia, Danimarca, Svezia, Islanda e Finlandia per discutere la spartizione dell’area. Avvenimenti questi che avranno un peso enorme sul futuro del Polo Nord. Futuro che in ogni caso, come ho più volte ricordato, sarà comunque appannaggio non degli Stati, bensì delle Oil companies (qui, qui e qui).

Polo Sud

Qui la situazione non è molto diversa. In attesa di saccheggiare i giacimenti energetici (50 miliardi di barili di petrolio), oggetto delle mire predatorie dei grandi Stati sono le riserve di pesca. Pochi giorni fa, a Didney, è fallito il tentativo di creare un “santuario marino” nell’Oceano Antartico con l’intento di proteggere la biodiversità dell’area. La Commissione per la conservazione delle risorse viventi marine dell’Antartico ha infatti chiuso i lavori senza adottare alcuna decisione a riguardo, rinviando la questione al vertice annunciato per il prossimo luglio in Germania.
Composta da 24 Paesi e dall’Unione Europea, la Commissione ha valutato due proposte riguardanti altrettante zone nelle acque dell’Antartico meridionale: una da 1,6 milione di kmq per la tutela del mare di Ross (l’ecosistema marino meglio conservato al mondo), e un’altra da 1,9 milione di kmq lungo la zona costiera nell’Antartico orientale, sostenuta da Australia e Unione europea. Ma i timori di Cina e Russia per le restrizioni che ne sarebbero derivate alla pesca ha bloccato tutto.
Gli ambientalisti riuniti nell’Alleanza per l’Oceano Antartico hanno espresso forte delusione. ”La Commissione si è comportata come un’organizzazione ittica piuttosto che un’organizzazione di tutela delle acque dell’Antartico“, ha commentato Farah Obaidullah, portavoce di Greenpeace. Ma come già accaduto in altri vertici su temi ambientali (come il Rio+20), non ci si poteva aspettare un esito differente. Troppo forti gli interessi commerciali perché le questioni ambientali potessero avere il loro peso.

La Guerra Fredda c’è ancora. La differenza è che oggi gli attori sono tre: a Stati Uniti e Russia si è aggiunta la Cina. E figura simbolo del conflitto a bassa intensità tra le grandi superpotenze non possono che essere loro: le spie.

Solo nell’ultimo anno i casi di spionaggio si sono moltiplicati. L’ultimo è di pochi giorni fa, in Texas, dove undici persone sono state accusate di spionaggio dopo il blitz che l’FBI ha condotto nei locali di una presunta società di copertura. Otto di loro sono state arrestate; le altre tre sono riuscite a fuggire e a rifugiarsi in Russia. L’accusa è quella di aver procurato tecnologia sensibile microelettronica al loro Paese. Alcuni investigatori di controspionaggio degli Stati Uniti sostengono che lo scopo sarebbe stato quello di utilizzare, per molteplici impieghi, gli hardware elettronici creati dalle imprese americane. Mosca, come da copione, nega le accuse.
E i russi non sono gli unici a frequentare gli ambienti americani nel tentativo di carpirne segreti, progetti e informazioni sensibili. Anche iraniani e cinesi sono presenti nel numero non ben definito di agenti stranieri che si nascondono tra le migliaia di normalissimi studenti americani nelle facoltà di scienze, tecnologie e ingegneria degli Stati Uniti.

In agosto Bryan Underwood, un diplomatico americano che aveva lavorato presso il consolato degli Stati Uniti nella città di Guangzhou tra il 2009 e il 2011, ha confessato di aver cercato di vendere informazioni segrete al governo cinese. Ma già nel novembre 2011 gli americani accusarono Mosca e Pechino di rubare i loro segreti industrialisecondo uno studio intitolato “Foreign spies stealing Us economic secrets in cyberspace” presentato al Congresso:

Il report cita solo Cina e Russia, pur sostenendo che siano decine i servizi di intelligence, le aziende, le istituzioni accademiche e i privati cittadini che spiano i segreti americani sul web. “I cinesi sono i più attivi e accaniti autori di spionaggio economico”, secondo lo studio americano.
Ma anche la Russia rappresenta una temibile minaccia: “I servizi di intelligence russi stanno conducendo una serie di attività per raccogliere informazioni industriali e tecnologiche da obiettivi selezionati negli Stati Uniti”, si legge nel report.
Lo studio americano ammette la difficoltà di capire chi veramente si celi dietro un cyber-attacco. Diverse aziende Usa hanno riferito di intrusioni nelle loro reti informatiche che hanno avuto origine in Cina, ma l’intelligence non riesce a risalire sempre ai diretti responsabili. Tuttavia, “Quando un attacco è molto sofisticato, noi presumiamo sempre che ci sia il coinvolgimento di un governo o di un servizio di spionaggio estero”, ha detto Bryant.
La National science foundation rivela che il governo, le università e le imprese americane hanno speso in ricerca e sviluppo 398 miliardi di dollari nel 2008. Ma non è possibile definire quanto di questo patrimonio sia rubato dalle cyber-spie. Per questo Bryant ha definito il cyber-spionaggio una “minaccia silenziosa per la nostra economia con risultati enormi: segreti commerciali sviluppati dopo migliaia di ore di lavoro dalle nostre menti più brillanti sono rubati e trasferiti alla concorrenza nel giro di secondi”.

Le spie cinesi sono operative anche nella Russia di Putin. In luglio Svyatoslav Bobyshev e Yevgeny Afanasyev, due professori universitari che nel complesso militare-affiliato all’Università Statale Baltic Tecnologica a San Pietroburgo, sono stati condannati a 12 anni e mezzo di reclusione con l’accusa di aver fornito le specifiche di lancio dei Bulava subacquei.
Anche qui, non si tratta del primo episodio. Nell’ottobre dello scorso anno, a una settimana esatta dalla visita a Pechino di Putin, il Servizio per la sicurezza statale (FSB, l’ex KGB) annunciò di aver catturato in flagrante una spia cinese mentre stava cercando di acquistare della documentazione top secret sulle tecnologie di produzione dei sistemi missilistici terra-aria S-300. In realtà l’arresto era avvenuto un anno prima, ma venne reso noto solo in prossimità dell’incontro tra l’allora primo ministro russo e Hu Jintao, incentrato sulla questione delle esportazioni di gas verso la Cina.

Nel sesto anniversario della morte di Anna Politkovskaya, Matteo Cazzulani dedica un ricordo alla coraggiosa giornalista (la ventesima assassinata in Russia da quando Putin è al potere), illustrando  il legame tra la sua uccisione e la politica energetica di Mosca:

Ricordare la coraggiosa giornalista significa non solo mantenere vivo il ricordo di una personalità esemplare, ma anche rendersi conto di come il gas sia utilizzato dalla Russia per scopi politici, sopratutto nei confronti di un’Europa che Mosca ha tutto l’interesse a mantenere debole e divisa.
Se, come progettato dalla Commissione Europea, nel Vecchio Continente sarà creato un mercato unico del gas con forniture diversificate – che non esclude l’oro blu della Russia, ma attinge da più fonti di approvvigionamento – l’UE, e i singoli Paesi che oggi pongono gli affari con Mosca su un piano privilegiato rispetto a quello dei diritti civili e dell’interesse generale dell’Europa, si sentiranno meno succubi di un regime autoritario.
Forse, anche i Governi degli Stati dell’Unione Europea avranno il coraggio di nominare piazze, vie ed edifici alla Politkovskaya, come già fatto dal Parlamento Europeo e, in Italia, da alcune Amministrazioni Locali come quelle di Milano, Brescia, Genova e Ferrara.
Per chi invece si occupa di informazione, è bene arrestare per un giorno la routine della continua informazione per dedicare il sesto anniversario dall’assassinio di Anna Politkovskaya al ricordo di questa Donna dallo straordinario coraggio: per non dimenticare chi ancor oggi soffre la mancanza di libera espressione sotto regimi “gasati”.

La notizia è di una settimana fa. La Voce Arancione:

Nella giornata di lunedì, 24 Settembre, il Presidente polacco, Bronislaw Komorowski, ha dato il via all’attuazione di un Decreto per la costruzione di un sistema di difesa antimissilistico in Polonia.
Secondo Komorowski, il progetto sarà composto da postazioni radar e missili di medio e corto raggio dislocati sul territorio polacco. Tra gli scopi principali dell’operazione, il Presidente della Polonia ha illustrato la necessità di dotare Varsavia di una struttura all’avanguardia in grado di proteggere i confini nazionali e di modernizzare l’apparato militare del Paese.
Lo scudo spaziale polacco – che sarà parte integrante del costituendo sistema di difesa missilistico della NATO in Europa Centrale – è stato varato durante l’ultima riunione del Consiglio Nazionale per la Sicurezza e la Difesa: organismo che riunisce le massime cariche dello Stato e i Leader del delle forze politiche rappresentate in Parlamento.
Il perché della decisione della Polonia di costruire un proprio sistema di difesa missilistico è dovuto alla scarso impegno in materia prestato dal Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, che ha rimandato la realizzazione dello scudo spaziale NATO in Europa Centrale a dopo il 2018.

Komorowski ha motivato la sua decisione affermando che “lo scudo spaziale è essenziale” per il sistema di difesa di Varsavia. “Non ha senso“, secondo il presidente, “spendere grosse cifre per attrezzature militari nuove, se poi non siamo al riparo dai raid aerei“.
Quando nel 2009 il neoeletto presidente Obama annunciò l’abbandono dello scudo antimissile progettato da Bush, la Polonia andò su tutte le furie. In nome del proclamato “reset” nelle relazioni con Mosca, gli USA sacrificarono gli interessi di Varsavia sull’altare della realpolitik. Di fatto, l’annuncio di Komorowski rappresenta il punto d’arrivo di questa polemica a distanza con Obama iniziata tre anni fa. Secondo Komorowski: “Il nostro errore è stato che, accettando la proposta degli Stati Uniti, non abbiamo preso in considerazione il rischio politico legato al cambiamento del presidente degli Stati Uniti. Abbiamo pagato un prezzo politico troppo alto per quello“.
Per rimpiazzare il sistema ideato da Bush, gli Stati Uniti si impegnarono a dislocare una batteria di missili Patriot degli intercettori SM-3 in Polonia, ma Varsavia non è mai stata convinta di questo simpiazzo. I continui temporeggiamenti e rinvii di Obama – l’ultimo durante il vertice NATO del Maggio 2012, a Chicago, quando il presidente USA ha rinviato l’entrata in funzione dello scudo dal 2015 al 2018 – hanno finito per spazientare la dirigenza polacca. Volendo evitare un altro “errore”, Komorowski ha dapprima messo in discussione la redditività a lungo termine del sistema SM-3 made in USA, poi ha cercato la collaborazione della Francia e dell’alleata Germania per la realizzazione di uno scudo a tre, infine ha annunciato il progetto dello scudo solitario, che in ogni caso confluirà in quello targato NATO a partire dal 2018.
Per costruire il proprio scudo, la Polonia si propone di spendere tra i 2,5 miliardi e i 3,7 miliardi di dollari nel periodo che va dal 2014 al 2023. Peccato, però, che il vero dilemma polacco riguardo alla difesa non sia lo scudo, bensì l’esiguo numero di uomini su cui le forze armate possono contare (“un esercito senza soldati“: qui e qui).

La Russia ha già mal digerito la decisione degli USA di realizzare uno scudo di difesa nel Sudest asiatico, area del mondo che a Obama interessa certamente di più dell’Europa. Inoltre l’America sta facendo pressione anche sui Paesi del Golfo affinché questi ultimi provvedano a dotarsi di un proprio scudo. Pertanto i contini tentennamenti sull’implemetazione di un analogo sistema di difesa in Europa possono leggersi anche alla luce della necessità di non giocare troppo con i nervi di Mosca.
Obama sarà ricordato come il presidente americano che meno ha tenuto l’Europa in considerazione, anche sul piano delle sinergie militari. Non stupisce quindi che la difesa antimissile europea non sia in cima alle sue priorità. Nondimeno, la gestione complessiva della vicenda, nonché del rapporto con i tradizionali alleati europei, è stata quanto meno discutibile.
Tutto a vantaggio della Russia, che nelle divisioni interne agli alleati trova la sua linfa.

Ricordate quando nel 2007 una bandiera russa venne piantata sui fondali del Polo Nord? Ora Mosca, per riaffermare la propria influenza nella regione artica, si affida addirittura ad una benedizione ortodossa. Secondo il Barents Observer, la Russia vuole che il “Polo sia ortodosso” e, pertanto, lo ha fatto “battezzare” martedì 18 settembre, nel corso di una spedizione organizzata da Russian Arctic e dell’Antarctic Research Institute.
Misura simbolica a cui ne è seguita una più concreta: la progettazione di una nuova nave rompighiaccio a propulsione nucleare per assicurarsi la massima mobilità nella regione.

Per comprendere le ragioni di un gesto a prima vista strampalato dobbiamo fare un salto indietro di alcune settimane.
Per i russi l’Artico presenta grandi potenzialità sul piano energetico. Questo in teoria, perché in pratica lo sfruttamento delle risorse del profondo Nord presenta non difficoltà forse insormontabili. A fine agosto Gazprom ha interrotto i lavori per l’estrazione di gas dallo Shtokman, il giacimento più capiente d’Europa, dopo l’abbandono del progetto da parte del colosso norvegese Statoil e della compagnia francese Total, entrambe partecipanti con una quota del 25%. l’impennata dei costi, il calo della domanda europea e il conveniente shale gas americano hanno indotto la compagnia russa ad accantonare il progettoMosca nega, ma lo stop rappresenta un duro colpo ai suoi piani energetici.
OroNero illustra le ragioni che hanno condotto alla rinuncia:

I costi altissimi, legati al fatto che da scoperta a produzione nell’Artico passano anche 25 anni, l’impossibilità di lavorarci per più di tre mesi l’anno senza mettere a rischio la vita di chi ci lavora e l’integrità delle strutture, e i problemi connessi all’assenza di infrastrutture nell’artico, ha costretto Gazprom a togliere il tappo al progetto Shtokman.
Shtokman era stata scoperta negli anni ’80 quandi l’esplorazione della zona iniziò seriamente. Si tratta di uno dei più grandi giacimenti al mondo in termini di risorse con 3,9 mila miliardi di metri cubi. Il campo è grando più di 1400 km2 a 550 km di distanza dalla peninsula Kola. La prima fase di produzione doveva estrarre 23,7 mld di metri cubi all’anno, un terzo del consumo annuale italiano (BP, 2011). La seconda fase prevedeva 48 mld mc e la terza 71 mld di metri cubi.
La mancata partenza delle operazioni significa che Gazprom ha speso miliardi, non si sa quanti per la sopra citata intrasparenza, nel progetto che però non comincerà a produrre guadagni entro i tempi previsti. Se si tratta di un decennio o due di ritardi non importa, infrastrutture saranno da rimpiazzare, staff da formare, progetti da adattare a nuove condizioni climatiche e a nuove legislazioni.
Gazprom ha continuato a sottovalutare la rivoluzione shale gas negli Stati Uniti, che fa pressione sui prezzi e che potrebbe ridurre la domanda per gas russo. Inevitabile a questo punto che la Russia faccia di tutto per evitare uno sviluppo dello shale in Europa.

Eccoci ad un punto che ci riguarda da vicino. In Europa, quando si parla di shale gas, si parla della Polonia. Paese retto da un governo fortemente europeista e da sempre ostile a Mosca. Invitato all’incontro degli Ambasciatori tedeschi nella giornata di sabato 26 agosto il Ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski, ha illustrato un piano per aiutare l’Europa ad uscire dalla crisi e rilanciarla a livello globale: riforme politiche riguardanti la Commissione Europea ed il sistema elettorale del Vecchio Comtinente, unione bancaria e finanziaria. E in più un concreto piano di sfruttamento dello shale gas polacco.
La Polonia calcola che le riserve di shale, agli attuali ritmi produttivi, potrebbero fornire gas per i prossimi 360-440 anni e creare 155.000 nuovi posti di lavoro. Già nel 2010 Sikorski dichiarò che nel giro di 10-15 la Polonia sarebbe diventata la nuova Norvegia. Per Varsavia il gas di scisto potrebbe rappresentare una fortuna e per l’europa un’alternativa al monopolio russo. In altre parole, il gas di scisto potrebbe ridefinire l’equilibrio di potere nell’Europa centro-orientale.

Secondo La Voce Arancione:

Oltre che per il sostegno del processo di integrazione europea, la Polonia ricopre un ruolo di primo piano per altri due motivi. Il primo e legato al sostegno fornito al processo di allargamento dell’Unione Europea ad Ucraina, Moldova, Georgia e Bielorussia: Paesi dell’Unione Europea che per motivi geopolitici non appartengono all’UE nonostante culturalmente e storicamente appartengano di diritto all’Europa.
In secondo luogo, Varsavia possiede nel suo territorio un ampio giacimento di gas Shale, il cui sfruttamento consentirebbe all’Unione Europea di soddisfare il suo fabbisogno energetico senza più dipendere dalle forniture della Russia.
Tuttavia, lo sfruttamento dei giacimenti shale e contrastato da due fattori. Il primo e legato alle tecnologie necessarie per l’estrazione di questo tipo di oro blu, ubicato a profonda profondità: necessari sono infatti macchinari provenienti dagli USA – dove lo shale e sfruttato normalmente – molto costosi, e, prima ancora, studi sul campo parecchio approfonditi.
Il secondo fattore contrastante lo sfruttamento del gas shale e legato alla protesta ambientalista, che si oppone ai lavori di ricerca per presunti danni all’equilibrio geologico del Paese in cui e ubicato il giacimento.
Secondo indiscrezioni provenienti da fonti molto accreditate, i movimenti che si schierano contro lo sfruttamento dello shale sono appoggiati politicamente dalla Russia, che mal sopporta la possibilità di perdere il proprio monopolio sulla compravendita di gas in Europa.

Persa la carta artica, con lo sviluppo dell’industria del gas di scisto in Polonia la Russia rischia di veder scemare la sua posizione di forza all’interno del Vecchio Continente. Almeno fino alle prossime contromosse.

Diversamente da quanto accaduto in Libia, in Siria l’intervento militare internazionale non c’è stato (e probabilmente non ci sarà), ma ciò non significa che l’Occidente e le altre potenze esterne non siano attivamente coinvolte sul campo.
Qatar, Arabia Saudita, Giordania e Turchia offrono supporto materiale e logistico alMosca rifornisce Damasco di armi, radar e ricambi; Teheran schiera centinaia di pasdaran e numerosi miliziani di Hezbollah.
Ma il ruolo degli attori stranieri non si ferma qui. Accanto alla guerra militare – tra le forze di Assad e i ribelli -, a quella mediatica – tra chi sostiene un intervento esterno e chi invece denunzia un complotto imperialista – e a quella diplomatica – nel Consiglio di Sicurezza ONU -, in Siria si sta facendo strada un altro conflitto ombra: quello delle spie.
Già in marzo Linkiesta denunciava il coinvolgimento dell’intelligence di Parigi:

Nel silenzio generale dei media, e dopo l’ennesima offensiva militare nel quartiere di Bab Amr, ad Homs, l’esercito siriano fa più di 1.500 prigionieri, di cui numerosi “stranieri”. Tra questi, figurano almeno diciotto francesi. Chi sono? Non civili, certo. Alla stregua di soldati, chiedono immediatamente di avvalersi dello statuto di prigionieri di guerra, ma rifiutano recisamente di fornire la loro identità, il loro grado militare e l’élite d’appartenenza. Tra di essi, spunta un colonnello del servizio trasmissione della Dsge, il contro-spionaggio dei servizi segreti francesi. Tra le armi ritrovate dall’esercito siriano fucili, mitragliette e lanciarazzi di fabbricazione israeliana.

L’articolo (da leggere tutto e al quale rinvio) ricostruisce poi la genesi e gli sviluppi della missione operativa condotta dal  DSGE. Informazioni confermate  da Wikileaks che cita alcune mail trafugate dal sito d’intelligence Stratfor.
Non ci sono solo i francesi. Già nell’inverno scorso il sito d’intelligence israeliano Debka (non sempre attendibile, a onor del vero) aveva parlato di agenti segreti britannici – e francesi – al fianco dei rivoltosi. In giugno il New York Times ha rivelato la presenza di uomini della CIA impegnati nella Turchia meridionale a spedire armi e aiuti agli insorti. Il 19 agosto il Times conferma che le forze di Sua Maestà addestrano i ribelli e li affiancano in azione in territorio siriano, appoggiati dalle informazioni raccolte dai servizi segreti di Londra attraverso la base britannica di Akrotiry, Cipro. A riguardo, a fine agosto il Ministro degli Affari Esteri di Nicosia, Erato Kozakou-Marcoullis, ha chiesto alle autorità britanniche chiarimenti sulle notizie stampa secondo cui le installazioni militari del Regno Unito sull’isola stanno fornendo intelligence ai ribelli siriani.
Hanno le mani in pasta anche i servizi segreti tedeschi del Bundesnachrichtendienst (BND), che schiera in Mediterraneo il meglio della tecnologia radar e di spionaggio imbarcata sulla nave-spia Oker3,000 tonnellate di stazza e 83 metri di lunghezza che, navigando al largo delle coste siriane, sarebbero in grado di cogliere i movimenti di aerei ed elicotteri fino a 600 km di profondità intercettando ogni tipo di comunicazioni. I dati raccolti vengono poi trasmessi nella base Nato di Adana (Turchia), dove si provvede ad intercettare i messaggi radio e le comunicazioni telefoniche tra i membri del governo siriano e dei vertici militari. Le informazioni raccolte vengono poi trasmesse al FSA per pianificare le operazioni sul campo.
In tutto ciò la Turchia – che contro Damasco conduce da mesi una guerra non dichiarata – ha un ruolo non secondario, come testimoniato dalla recente visita a Istanbul del capo della CIA David Petraeus, riportato da un pò tutti i media turchi ma non confermato (e neppure smentito) dal governo di Ankara:

Una conferma dei piani per la creazione in tempi rapidi di una zona cuscinetto lungo il confine ma all’interno della Siria – zona che la Francia vorrebbe proteggere impiegando forze militari straniere, dando così il via all’intervento militare internazionale – viene dall’offensiva lanciata dai ribelli su Harem, città a soli due km dal confine, a nordovest di Aleppo. E’ un crocevia strategico e la sua cattura permetterebbe agli insorti armati di garantirsi una ulteriore via d’accesso verso la Turchia.

Ricapitolando, in Siria ci sono praticamente le spie di mezzo mondo: Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Germania, Turchia, Russia, Iran. E Italia.
Cosa c’entriamo noi?
A fine agosto si scopre che in luglio quattro uomini armati, con passaporti italiani ma nomi inglesi, erano stati arrestati in Libano, e che gli Stati Uniti ne avevano il rilascio immediato d’accordo con l’ambasciata italiana:

La storia, che le autorità di Beirut hanno cercato di occultare, risale a luglio, quando in Libano sono stati bloccati quattro uomini appena entrati nel paese, ma proveninenti dalla Siria. Fermati ad un posto di blocco, i quattro hanno esibito regolari passaporti italiani, ma con nomi inglesi (o americani): James Newton, Andrew Robert, Thomas Oliver e Sam (non si è saputo il cognome). Uomini la cui presenza non era passata inosservata: infatti fin dal 5 luglio uomini delle forze tribali dell’area nord della Bekaa (la valle che si estende al confine libanese/siriano, storicamente centro di ogni tipo di traffico illegale, area logistica di Hezbollah ma ultimamente indicata da Damasco come luogo dal quale gli islamisti si infiltrano in Siria per partecipare alla rivolta) si erano accorti di movimenti sospetti ed avevano notato la presenza di una Range Rover nera (con targa che finiva con 21/c) e di una Jeep Tri Blazer nera (con targa che finiva con 11/c). Le macchine avvistate nella Bekaa il 5 luglio erano entrate in Siria e tornate in Libano due giorni dopo.

saputo dell’arresto dei quattro con gli accompagnatori, è entrata direttamente in azione Maura Connelly, dal 2010 ambasciatore degli Stati Uniti in Libano, che ha contattato le autorità di Beirut ottenendo il rilascio del gruppo. Un’azione congiunta, a quanto sembra, con l’ambasciata italiana.

Globalist rivela che i quattro erano contractors ingaggiati dall’AISE – il nostro serizio segreto esterno – e molto probabilmente impegnati in una covert action congiunta con elementi della Cia. Operazione di quale natura, però, non è ancora dato sapere:

Se, come sembra del tutto verosimile, la ricostruzione delle fonti di Sama Syria fosse corretta, il mistero dei passaporti italiani autentici non sarebbe più tale. Infatti nel nostro ordinamento sono previste norme che consentono il rilascio di falsi passaporti là dove ci siano esigenze di sicurezza o interesse nazionale. In altri termini, l’autenticità dei passaporti rappresenterebbe un’ulteriore conferma del legame dei 4 con l’intelligence italiana.
Questa la storia, che però non deve meravigliare: sarebbe molto più strano se in Siria non ci fossero servizi segreti di tutte le risme e reti spionistiche di questo o quel paese. Tanti, troppi gli interessi.

La Voce Arancione:

A dare la notizia, smentita dal Pentagono ma confermata da Mosca, e stato il giornale The Washington Free Beacon [qui la fonte originale].
Missili russi a poca distanza dagli Stati Uniti d’America hanno messo a dura prova il sistema di sicurezza nazionale di Washington. Tra i mesi di Giugno e luglio un sottomarino della marina militare della Russia di classe 971 Akula ha incrociato nelle acque territoriali statunitensi presso il Golfo del Messico.
A dare la notizia della presenza di oggetti militari russi in territorio americano e stato il giornale The Washington Free Beacon, nella giornata di giovedì, 16 Agosto.
Pronta e stata la smentita dell’Addetto del Dipartimento della Difesa USA, Wendy Snyder, che ha negato la notizia ed ha rassicurato sulla sicurezza militare del territorio statunitense.
Diversa la versione delle fonti russe, che hanno ammesso la presenza di oggetti militari in diverse zone del pianeta al di fuori del territorio della Russia, tra cui, con tutta probabilità, anche il Golfo del Messico.
Inoltre, Mosca ha rifiutato di comunicare l’ubicazione attuale dei suoi sottomarini dislocati per differenti mari della terra.

Voice of Russia racconta che, senza violare la legislazione internazionale e la sovranità degli USA, la marina russa è rimasta per circa un mese nel Golfo del Messico, completando diverse attività tattiche e strategiche. Mentre gli esperti militari russi sono congratulati reciprocamente per il successo della missione, l’incapacità di individuare l’esatta ubicazione della flotta russa ha suscitato preoccupazioni  negli ambienti militari americani. Secondo Vladimir Yevseyev, capo del Centro di studi sociali e politici, con questa manovra la Russia ha dimostrato gli Stati Uniti che un sistema di sicurezza assolutamente perfetto non esiste.

La Russia ha offerto l’ennesima dimostrazione soft della propria rinata potenza militare. Con gli Stati Uniti pronti a riorientare il proprio focus strategico sugli oceani Indiano e Pacifico, e con i negoziati sullo scudo antimissile in Europa sempre in stallo, Mosca cerca di rimescolare le carte esibendo le proprie potenzialità in mare.
Proprio in questi giorni, il ministero della Difesa russo ha annunciato la consegna in settembre dei nuovi missili balistici sottomarini Yuri Dolgorukiy(dal nome del fondatore di Mosca). Inoltre, l’esercito russo ha schierato un reggimento armato con il sistemadi difesa antimissile  S-400 nella città portuale di Nakhodka in Estremo Oriente. Il sistema S-400 è in grado di monitorare bersagli multipli fino a 370 miglia. Un reggimento è composto da due battaglioni, ciascuno dei quali è dotato di otto lanciatori con 32 missili.

Forbes trae spunto dall’episodio per domandarsi se ha ancora senso foraggiare un sistema di difesa elefantiaco come quello americano. Nel 2011 gli USA hanno speso per la sola Marina la bellezza di 179 miliardi di dollari, quasi il doppio di quanto la Russia ha investito per tutte le sue forze armate (93 miliardi). Eppure la Guerra Fredda è finita da un pezzo; oggi le minacce per la sicurezza sono ben altre (il terrorismo), a fronte delle quali l’approccio muscolare della difesa americana è del tutto inadeguato, oltreché dispendioso e controproducente. Non saranno i sommergibili nucleari o le portarerei da centinaia di migliaia di tonnellate a proteggere New York o Los Angeles dal rischio di nuovi attentati. Una flotta russa nel Golfo del Messico non rappresenta un rischio per la sicurezza USA. Il vero rischio, sostiene Forbes, è che i sistemi di sicurezza non si siano accorti dell’arrivo di quella flotta russa nel Golfo del Messico.
Sarà forse per questo che il Pentagono non conferma la notizia?

Pertanto, se da un lato è difficile dire se l’episodio avrà conseguenze diplomatiche, dall’altro sta già avendo conseguenze politiche, e tutte interne agli USA. In una lettera al Capo della Naval Operations, l’ammiraglio Jonathan Greenert, il senatore del Texas John Cornyn (repubblicano), ha chiesto che sia resa nota una spiegazione dettagliata dell’incidente. Inutile dire che i repubblicani ne chiederanno conto anche al presidente Obama, ora che mancano poco più di due mesi alle elezioni.

La condanna delle Pussy Riot ha provocato una mobilitazione globale, e non poteva essere diversamente. Per molti è un’ingiustizia, per qualcuno se la sono cercata. In ogni caso è evidente la natura compromissoria del verdetto: si al carcere, no ad una pena esemplare. Due anni sono pochi, a fronte dei sette paventati all’inizio.
In ogni caso, il loro soggiorno nelle carceri russe non sarà piacevole.
Nel mondo si grida alla violazione della libertà d’espressione. In realtà, l’analisi della vicenda richiede una riflessione molto più profonda.

Tutti per le Pussy Riot…

La stampa francese ha sferrato duri attacchi contro il regime di Putin.
Questo commento di Francois Sergent su Liberation spiega che il processo alle tre musiciste non è stato altro che una parodia della giustizia e della democrazia. La Russia non può considerarsi uno Stato di diritto e non ha nulla a che fare con le altre democrazie del G8, perché Putin, fin dalla sua elezione (truccata), ha più volte cercato di sopprimere ogni critica nei suoi confronti, in piazza, sulla stampa o sul web.
Dello stesso tenore Le Monde, secondo cui la condanna delle Pussy Riot è “degna dell’Inquisizione“. Consapevole della pressione internazionale, Putin voleva che la condanna non fosse troppo pesante. Ma voleva una condanna.
Per  Le Figaro la vicenda “ha fatto risorgere il passato sovietico della Russia“. Il quotidiano cita il caso di Joseph Brodsky, futuro Premio Nobel per la Letteratura, che nel 1964 fu condannato a cinque anni di lavori forzati per “parassitismo sociale”.

In Spagna, il sostegno alle tre musiciste è sintetizzato da questo titolo di El Pais: Todos somos Pussy Riot.

Interessanti i commenti dalla stampa russa.
Il Moscow Times riporta una dichiarazione di uno degli avvocati delle tre ragazze, Mark Feigin, secondo il quale “Il verdetto è stato … trasmesso dall’alto” ed è ”un riflesso della situazione politica che esiste in Russia. L’illegalità è diventata normale“. Dello stesso avviso l’avvocato e leader dell’opposizione Alexei Navalny, ”è del tutto evidente che il verdetto è stato firmato personalmente da Putin”. I leader dell’opposizione Sergei Udaltsov e Garry Kasparov sono stati arrestati poco dopo il loro arrivo al palazzo di giustizia, insieme ad altri 50 manifestanti.

Da leggere il commento di Ria Novosti, che con non poco pragmatismo afferma che il verdetto danneggerà l’immagine di Putin all’estero, ma non cambierà sostanzialmente la condotta dei Paesi occidentali nei confronti del Cremlino. Alla fine la realpolitik prevale sempre e la posizione del Cremlino non sarà influenzata dal discredito della sua leadership: “oggi il mondo ride di noi“, ammette Alexei Malashenko del Carnegie Moscow Center, “ma tra una settimana sarà tutto finito“.
Il caso conferma il cambiamento ideologico del Cremlino, il cui sostegno politico sembra fondarsi sulla religione anziché sull’opinione pubblica. Una strategia che potrà garantire stabilità al regime nel breve periodo, ma che alla lunga sarà avversata dalla maggior parte dei russi. Anche la chiesa ortodossa ha subito un danno d’immagine: se dopo l’era sovietica godeva del rispetto di tutto il popolo, oggi molti fedeli ritengono che essa dovrebbe restare fuori dalla politica.
Di conseguenza, anche all’interno del Paese il processo aumenterà il risentimento dell’opposizione verso il presidente, ma non dovrebbe innescare delle grandi manifestazioni. Una volta che le proteste di piazza saranno finite, recita il commento finale, alla gente non resterà che emigrare.

Sulla stessa linea si trova anche la BBC. La vicenda non inciderà troppo sul regime: “la protesta è durata meno di un minuto, il processo appena una quindicina di giorni e il verdetto richiesto tre ore per essere pronunciato”.
In ogni caso, essa è espressione della situazione politica della Russia di oggi: un potere top-down, dove il vertice amministra la base e dove c’è troppa commistione tra Stato e Chiesa. Dove i giudici non sempre sono indipendenti.

…Pochi per Assange…

A centinaia di chilometri di più in qua, mentre tutti indignati per la condanna delle tre ragazze russe, per Julian Assange si fa carta straccia del diritto internazionale:

La ridicola, ridicolissima vicenda delle Pussy Riot è un buon intrattenimento estivo per mezza popolazione del pianeta. Sotto l’ombrellone, ci si indigna per le “cantanti ant-Putin” senza neppure sapere di cosa si sta parlando. In due parole, si tratta di tre tizie autonominatesi“Rivolta della passerina” che mostrano le chiappe canterellando contro il governo.
Esattamente come fa Sara Tommasi.
L’ultima volta è successo in una chiesa, e il prete ha chiamato le guardie, come sarebbe accaduto in ogni Paese del mondo. Immaginatevi la Tommasi che si scopre il didietro nel Duomo di Milano: finirebbe arrestata, ma nessuna delle anime belle si sognerebbe di scrivere che la colpa è di Mario Monti dittatore.
O forse sì, se a qualche governo straniero facesse comodo far passare Sara Tommasi per una povera vittima della perversa e illiberale dittatura italiana. Magari avremmo appelli mondiali per liberare la povera Sara, che ha mostrato il culo in chiesa ma lo ha fatto solo per sensibilizzare l’opinione pubblica contro l’efferata dittatura. Monti crocifisso sul New York Times per Sara Tommasi. Neanche ai tempi del Berlusca, una roba simile.
Intanto, però, Julian Assange è chiuso in un’ambasciata e i Paesi democratici fanno carta straccia del diritto internazionale pur di metterlo in gattabuia. Anche lui protestava contro qualcosa, ma lo faceva in modo assai più raffinato che mostrando il culo e cantando canzoncine da varietà: lo faceva informando il mondo con dati, fatti e documenti.
E’ accusato di stupro dal suo democraticissimo Paese, la Svezia, nonché accusato di spionaggio dagli States che se ne fregano dell’asilo politico concesso dall’Ecuador e lo vogliono processare a ogni costo. Un’ “accusa sproporzionata”, quella verso le Pussy Riot. Invece, quella verso Assange?
Provate ora ad immaginare se Putin si fosse spinto a tanto, con le sue Sara Tommasi locali. E provate ad immaginare che forse vi siete bevuti l’ennesima pagliacciata dell’indignazione-spettacolo, inflittaci dai professionisti ben remunerati dell’indignazione globale.

Ci si lamenta della magistratura non indipendente di Mosca, mentre Londra minaccia di invadere l’ambasciata di uno Stato estero. In altre parole, come nella migliore tradizione della stampa occidentale si sono fatti due pesi e due misure:

Peccato, potrebbe riflettere qualcuno, che lo stesso spirito di “democrazia”, la stessa indignazione e la stessa difesa del diritto alla libertà di espressione non si sia visto anche per il “caso Assange”, abbandonato dalla comunità internazionale nonostante l’Ecuador abbia ritenuto il fondatore di WikiLeaks avente diritto di asilo politico. La Gran Bretagna ha “minacciato” addirittura di invadere l’ambasciata dell’Ecuador a Londra1 , dove Julian Assange si è rifugiato da circa 2 mesi, pur di “mettere le mani addosso” al fondatore di WikiLeaks per andare ad estradarlo in Svezia dove non è incriminato di nessun reato, ma deve solo essere interrogato per difendersi da un’accusa di “sexcrime” stile orwelliana.

Julian Assange non vuole andare in Svezia (ma vuole essere interrogato) perché ha il serio timore (e le prove) che da lì sarebbe a sua volta estradato negli Stati Uniti, dove non rischierebbe una sentenza di due anni ma la pena di morte. Ma evidentemente, Julian Assange non è abbastanza mainstream per essere difeso, e soprattutto ha colpito il nemico sbagliato.

Information Clearing House cerca di comparare le due vicende: Pussy Riot vs, a ciascuno il suo eroe, è il titolo. La conclusione, forse ideologica ma non del tutto campata in aria, è che la mobilitazione mediatica per le ragazze punk non è altro che l’ennesima espressione della rivalità con la Russia. Come dire che se le tre ragazze fossero state condannate in Mongolia o nella Nuova Guinea non ce ne fregherebbe poi così tanto.

…Nessuno per gli altri

Se il confronto tra il fondatore di Wikileaks e le tre ragazzotte russe può sembrare inopportuno, improprio o addirittura populista, state tranquilli, ce ne sono centinaia ben più calzanti.
Consiglio la lettura di questo commento di Mark Levine su al-Jazeera: la storia delle Pussy Riot ha acceso la passione di artisti americani ed europei, da Sting a Madonna, che ne hanno chiesto pubblicamente la loro libertà. Nulla di strano fin qui. Ma quegli stessi cantanti europei e statunitensi restano in silenzio di fronte ai drammi quotidianamente subiti dai loro colleghi musicisti e artisti di quei Paesi in cui la libertà di espressione è minacciata molto di più che nella Russia di Putin. Artisti che rischiano la vita, e non solo due anni di prigione, per la loro attività pubblica di denuncia contro le dittature, il terrorismo, le ingiustizie di ogni genere. E che per questo la vita la perdono.
Come Abdi Jeylani Malaq Marshale, comico somalo ucciso lo scorso 1° agosto ucciso perché faceva la parodia degli islamisti.
Come il blogger etiope Eskinder Nega, condannato a 18 anni di reclusione per aver “osato” denunciare l’oppressione e l’ineguaglianza nel suo Paese.
Come Ghazala Javed, giovane cantante pakistana uccisa dai taliban lo scorso giugno dopo essere stata “scomunicata” dagli stessi.
Come Sergio Vega e gli altri sette musicisti uccisi in Messico negli ultimi tre anni. Lo stesso Paese dove, dal 2000 ad oggi, sono stati assassinati anche 81 giornalisti.
Nessuno è sceso per strada per ricordali. Nessuno ha sventolato cartelli o cantato cori davanti alle ambasciate straniere. Nessuno ha organizzato manifestazioni pittoresche o dibattiti pubblici. Forse perché nessuna telecamera era lì ad inquadrarli in una gabbia di vetro. E’ estate, c’è il sole, fa caldo… il porno di Sara Tommasi e la farfalla di Belen tirano molto di più di qualche litro di sangue versato. Al massimo la gente si indigna per i beagle.

Solo per Anna Politkovskaja l’indignazione globale ha veramente battuto un colpo. Al punto che dopo il suo assassinio fu proposto che ciascuno Stato intitolasse la strada in cui sorge la propria ambasciata russa, affinché la diplomazia del Cremlino fosse obbligata a riportare in ogni luogo il nome della giornalista uccisa sulla propria corrispondenza ufficiale. Ovviamente la realpolitik ebbe la meglio anche in quell’occasione e non se ne fece nulla. Ma per la prima volta il mondo aprì gli occhi sul trattamento che la libertà di pensiero e di espressione riceve in certe parti del mondo. Anna Politkovskaja, russa come le Pussy Riot. Vittima di Putin, come le Pussy Riot. Vittima sul serio, però. Vittima per aver denunciato le malefatte di un regime, così come tanti altri giornalisti, artisti, cantanti, poeti. Tutti colpevoli del più esecrabile dei crimini per un regime: aver cercato di dare un significato alla parola libertà.
Altro che un pò di cagnara durante una messa.

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