Obama ha vinto, ma le sfide iniziano adesso

Sono le prime ore di mercoledì 7 novembre. Al McCormick Center di Chicago, Barack Obama ha appena finito di pronunciare il discorso della vittoria. Nel backstage, il presidente riceve l’abbraccio di Family and Friends, il gruppo di parenti e amici di una vita che è sempre intorno a lui nelle grandi occasioni della sua carriera. Tra i presenti, si staglia l’enorme figura di Allison Davis, l’avvocato dei diritti civili che molti anni fa accolse nella sua Law Firm il giovane Obama, fresco di laurea a Harvard. Il presidente lo indica agli altri: «Questo è l’uomo che mi ha assunto». Poi si abbracciano. «You made it», ce l’hai fatta, dice Davis. Obama lo guarda negli occhi, gli prende la mano stringendola forte e ribatte: «Allison, I don’t lose», io non perdo. Fa una pausa, poi ripete: «I don’t lose». Barack Obama è molto competitivo.
Paolo Valentino, «Io non perdo» Così Barack ai suoi amici, Corriere della Sera, 09/11/2012

Obama ce l’ha fatta. Sondaggisti e statistici (quelli seri, almeno), lo avevano previsto, ma lo psicodramma della rielezione (ce la farà? Non ce la farà?), su cui gli analisti di tutto il mondo si sono scervellati per due anni – dalla débacle delle elezioni di midterm del 2010 -, ha avuto il lieto fine solo nella notte di martedì 6 novembre. E’ il verdetto che esce da una tra le più drammatiche e combattute elezioni della storia recente degli Stati Uniti, in cui non sono mancate le accuse di frode e le minacce di strascichi giudiziari.
Il voto popolare mostra però un’America divisa esattamente in due: donne, giovani, afroamericani, ispanici sono tornati a votare il presidente democratico come quattro anni fa, ma rispetto ad allora la coalizione di gruppi che ne avevano decretato il trionfo ha perso molti pezzi. Tradotto in termini di voti, se il Senato resta sotto il controllo dei democratici, la Camera vede un rafforzamento della maggioranza dei repubblicani. Il che lascia a molti il dubbio se queste elezioni le abbia davvero vinte Obama o piuttosto le abbia perse Romney. E’ dunque probabile che i prossimi mesi presenteranno lo stesso panorama di divisioni e lotte che ha segnato questa campagna.
Una somma delle opinioni a caldo sulla conferma di Obama si trova su Internazionale Presseurop. Facciamo però un passo indietro e proviamo ad indagare sulle radici di questo risultato.

Di fatto, Obama resta alla guida di due nazioni ben distinte: l’America rurale bianca, profondamente conservatrice se non reazionaria, e quella urbana e cosmopolita che si è schierata con il presidente uscente. Che non è più lo stesso di quattro anni fa: nel 2008 Obama seppe comunque conquistare il cuore e la mente di tanti americani con il suo messaggio di cambiamento e di speranza, la bravura della sua squadra elettorale, le sue capacità oratorie, la sua immagine bella e vincente. Quattro anni dopo ha vinto un altro Obama: un presidente prudente e centrista, che ha dovuto gestire la peggiore crisi dal ’29 e che anche per questo, con la sola eccezione importante della riforma sanitaria, a dispetto delle attese non è stato artefice di nessuna rivoluzione.

Limes traccia un’anatomia della vittoria di Obama: il presidente ha vinto con un margine di voti minore rispetto a quattro anni fa, ma ha prevalso in tutti i battleground States: Colorado, Iowa, New Hampshire, Virginia, Wisconsin, Ohio e Massachussets – di cui Romney era stato governatore. Tuttavia il risultato non giustifica trionfalismi: al di là delle divisioni nel Congresso – preludio di un nuovo muro contro muro coi repubblicani a due mesi dalfiscal cliff -, la spaccatura è anche socioeconomica: avendo votato per Obama soprattutto i poveri e le minoranze, mentre Romney è stato preferito dalle fasce di reddito più alte e l’elettorato bianco. In generale, la chiave del successo di Obama sta nell’aver rimodulato il suo messaggio politico rispetto al trionfo del 2008: se la prima campagna faceva appello soprattutto alle emozioni, questa ha puntato in primo luogo sulle ragioni. E ha fatto centro.

Il risultato di queste elezioni era probabilmente inscritto nella mappa demografica del Paese: i repubblicani hanno ancora una volta fatto presa sugli uomo bianchi eterosessuali (il gruppo demografico che ha governato il paese dall’inizio); ma dall’altra parte, la maggiore partecipazione di nuovi gruppi etnici (ispanici) e sociali (gay, donne), insieme a giovani e afroamericani, prefigura la potenzialità di una maggioranza democratica stabile, una volta che essa sia sollecitata da opportune politiche e messaggi che vertono sui temi sociali. Non è infatti un mistero che Obama abbia riconquistato la Casa Bianca in virtù dell’attenzione mostrata per i diritti civili. Nello stesso tempo, con l’affermarsi di un movimento “da sinistra”  al suo interno, il Partito Democratico non è più il partito della mediazione, come era stato fin dai tempi di Lyndon Johnson.
Si segnalano comunque episodi di razzismo dopo la rielezione, a testimonianza del pericolo di polarizzazione nel mutato tessuto sociale americano.

Conclusa la sbornia elettorale, è già tempo di rimettersi al lavoro. E Obama ne ha molto. Foreign Policy individua i 14 temi principali che il rieletto presidente dovrà affrontare nel suo secondo mandato: dai cambiamenti climatici alla Cina, dal nucleare all’Africa, il settimanale ha sentito l’opinione di alcuni esperti.
In primo luogo ci sono i conti pubblici: il fiscal cliff vale 600 miliardi di dollari, fatti di aumenti fiscali e taglio di agevolazioni che scatteraanno automaticamente il 1 gennaio 2013 senza un accordo bipartisan; un termine che potrebbe far naufragare i suoi sforzi per risollevare l’economia e contenere un debito pubblico da 16.235 miliardi di dollari. Sempre spinoso il nodo del lavoro: Obama è il primo presidente Usa rieletto con un tasso di disoccupazione quasi all’8%.
In politica estera, il primo banco di prova è il Medio Oriente. Dove la crisi siriana, le trattative (segrete?) sul nucleare iraniano e i rapporti sempre più tesi con Israele (Netanyahu tifava per Romney) dipingono un quadro sempre più ingarbugliato per il presidente. Neppure la Cina non è contenta: la conferma di Obama significa stabilità, ma come ha sintetizzato il China daily «ha avanzato più critiche contro la Cina Obama in quattro anni che George W. Bush in due mandati».
C’è poi il tema dell’ambiente, trascurato da entrambi i candidati in campagna elettorale (nonostante i disastri del 2011 e la siccità dei mesi scorsi) ma tornato prepotentemente di scena dopo il devastante passaggio dell’uragano Sandy, che qualcuno considera la prova tangibile dei cambiamenti climatici in atto.
Sullo sfondo c’è sempre lo scenario di una guerra permanente contro il terrorismo, che nel Nord del Mali potrebbe vedere il suo prossimo palcoscenico.

Se dunque il meglio per l’America deve ancora venire, dall’altra parte le sfide che attendono il presidente sono tante e complicate. Buona fortuna, Barack. Ne avrai davvero bisogno.

Teopolitica degli Stati Uniti

Per comprendere gli sviluppi della campagna presidenziale negli Stati Uniti non possiamo sottovalutare la rilevanza del fattore religioso nella realtà sociale e culturale dell’America di oggi.

La presenza più significativa nella convention repubblicana di Tampa, che ha ufficialmente investito Mitt Romney come sfidante di Obama nella corsa alla Casa Bianca, è stata quella del cattolico Timothy Dolan, cardinale di New York e presidenza della Conferenza episcopale degli USA.
Il cardinale è la voce della Chiesa cattolica in America. E il voto cattolico è una grossa posta in gioco in vista delle presidenziali di novembre, ragion per cui Romney lo sta inseguendo in tutti i modi – anche i più discutibili. Come spiega Federico Rampini su Repubblica:

è proprio il credo ultra-conservatore di Romney, oltre alla designazione di un candidato vicepresidente cattolico come Paul Ryan, ad avere suggellato la Santa alleanza con le gerarchie cattoliche.
Se non era scontato che la Chiesa romana simpatizzasse con un mormone, tantomeno lo è per i suoi fedeli. Nel 2008 i cattolici Usa votarono a maggioranza per Barack Obama, con uno scarto di 9 punti percentuali. Anche Obama ha un vice cattolico, Joe Biden. Tra Biden e Ryan c’è un fossato valoriale. Il vicepresidente in carica è il fautore di un cattolicesimo sociale, mette l’accento sulla lotta contro le ingiustizie. Ryan è un integralista noto per le sue crociate contro l’aborto. 
È su questi temi che il cardinal Dolan si schiera senza esitazioni. Due scontri recenti con la Casa Bianca sono cruciali. Quando Obama sciolse gli indugi sul diritto dei gay al matrimonio, i vertici della Chiesa cattolica lo condannarono. L’altro conflitto è esploso con la richiesta dell’Amministrazione federale che i dipendenti delle istituzioni cattoliche (come le scuole private) abbiano un’assicurazione sanitaria “normale”, inclusiva dei rimborsi per eventuali interruzioni di gravidanza. “Un attentato alla libertà religiosa in America”, fu definita questa richiesta dalla Conferenza episcopale.
I cattolici sono in minoranza, l’America è prevalentemente protestante. Ma sono una minoranza corposa: un quarto dell’elettorato, con forti concentrazioni nelle comunità di origine italiana, irlandese, polacca, nonché nei più recenti flussi di immigrazione dai paesi ispanici. Dal 1972 il candidato presidenziale che ha conquistato il voto dei cattolici ha anche vinto la corsa alla Casa Bianca.
L’elettorato cattolico è uno specchio fedele della nazione, anche se al suo interno è attraversato da divisioni spesso su base etnica. I cattolici “bianchi” tendono a votare repubblicano, tra i latinos c’è una tradizionale preferenza democratica

Negli USA il fattore R – religion-  è un terreno delicato, dove bisogna muoversi con attenzione. Obama lo sa bene: nel 2008 una delle ragioni del suo successo dapprima nella selezione dei candidati democratici in vista delle primarie e poi nel confronto diretto con John McCain è stata la capacità di spezzare il fronte dei cristiani conservatori, negli anni di Bush pressoché interamente schierato a favore del campo repubblicano, per portare dalla sua parte almeno una quota di quel “voto di Dio” che altrimenti avrebbe premiato il suo avversario o si sarebbe astenuto dalla scelta elettorale.
E per conquistare tali consensi, Obama,  diversamente da John Kerry quattro anni prima, si è speso in un aperto confronto con tutte le principali confessioni di cui gli americani si professano adepti. (per una mappa delle “fede” negli USA si veda qui). L’allora senatore dell’Illinois ha cercato il dialogo con i pastori di alcune delle cd. megachurches “non denominazionali” – affrancate cioè dalle denominazioni storiche del protestantesimo americano e in prevalenza di orientamento fondamentalista - ai quali aveva cercato di spiegare come alla base del suo impegno per la riforma e l’ampliamento del welfare state ci fosse proprio la sua fede religiosa. Ovviamente, nessun cenno ai temi dell’aborto e della ricerca sulle cellule staminali.

In seguito alla sua elezione, le cerimonie di insediamento del neopresidente videro la presenza di un variegato quadro di personalità religiose. A cominciare dal vescovo episcopaliano Gene Robinson, invitato da Obama per una cerimonia che precedeva il giuramento e noto per essersi pubblicamente dichiarato omosessuale. Poi fu la volta del reverendo Rick Warren, di fronte al quale Obama giurò sulla Bibbia di Abramo Lincoln. Costui è un pastore californiano fondamentalista a capo di una megachurch dove ogni domenica si raccolgono non meno di 20.000 fedeli; i suoi rapporti con la politica USA e con Obama in particolare sono riassunti qui, dove spiccano le critiche al presidente per la sua apertura ai matrimoni gay. Infine il reverendo Joseph Lowery, progressista e noto sostenitore del movimento per i diritti civili.
Aderente alla United Church of Christ e sincero ammiratore di Reinhold Niebuhr, Obama ha saputo sfruttare il marketing religioso al servizio della propria immagine. Ma nel corso del suo mandato il fattore R si è anche rivelato un boomerang, se pensiamo che gran parte dell’opinione pubblica USA è costituita dalla consistente area degli evangelicals, che negli ultimi anni si è fortemente schierata dalla parte di Israele. Un convincimento dettato sia da ragioni teologiche (Israele è la patria dei profeti) che profetiche (l’esistenza di Israele prelude al ritorno del Messia e quindi all’instaurazione del suo regno eterno). Per le frange radicali di questi movimenti del cosiddetto “sionismo cristiano“, Obama non sta facendo abbastanza per la difesa di Gerusalemme, la cui sopravvivenza è – a loro dire – messa in forse dal programma nucleare iraniano, e non pochi di loro gli hanno già voltato le spalle in favore del più bellicoso Romney. Pertanto Obama sa bene che, per il futuro del suo legame con gli evangelicals - e di riflesso, per restare alla Casa Bianca -, la tenuta dei rapporti con Israele in questi due mesi che precedono il voto rappresenta un test di fondamentale importanza.

Dall’altra parte della barricata, Romney è stato “penalizzato” dal fatto di essere mormone. Ossia un adepto della quarta confessione religiosa degli Stati Uniti, nonché la più ricca. Ma anche una delle più controverse e criticate negli USA. In America la chiesa mormone sta crescendo rapidamente. Anzi, è quella che cresce più rapidamente, contribuendo ad alimentare la diffidenza nei suoi confronti. Secondo Panorama:

Stando ai sondaggi Gallup, il 22 per cento di repubblicani e democratici non è pronto a mandare alla Casa Bianca un adepto della Chiesa di Gesù Cristo e dei Santi degli ultimi giorni (appena il 5 per cento prova disagio all’idea di un presidente nero). Per capire il paradosso di un ex vescovo mormone nello Studio Ovale, bisogna riandare a John Kennedy, che da cattolico sconfisse l’eccezione religiosa e il tabù di dover essere Wasp (white anglo-saxon protestant, bianco anglosassone protestante). Se infatti Jfk è stato il primo presidente non protestante e Barack Obama il primo non bianco, Romney potrebbe essere il primo degli oltre 13 milioni di fedeli con epicentro mondiale a Salt Lake City, nello Utah: l’etnia religiosa più enigmatica e controversa degli States, percepita come aliena per ragioni storiche, teologiche, culturali.
Evangelici e protestanti negano ai mormoni la patente di cristiani. Molti contestano lasegregazione della donna, il ritardo col quale il tempio ha aperto i battenti ai neri (solo nel 1978), con cui tuttora non li spalanca ai consanguinei non mormoni dello sposo o della sposa (è successo ai genitori di Ann, moglie di Romney), e l’ostracismo verso i gay che ha spinto a clamorosi suicidi sul sagrato dei templi. Molti ricordano la poligamia, che oggi è motivo di scomunica a Salt Lake City, ma fu praticata ufficialmente fino al 1890.
Adesso il proselitismo avviene attraverso le chat del sito Mormon.org, dove abili missionari come Zayne, 20 anni, dal Montana, e Benjamin, 19, dallo Utah, non si sbilanciano: “La missione della nostra chiesa è quella di insegnare il Verbo di Dio, non di eleggere politici. Romney è un mormone, ma le decisioni sono solo sue. Noi immaginiamo che farebbe tutto ciò che ritenesse meglio per il paese”. Ma davanti a ulteriori domande su omosessualità, battesimi post mortem e ruolo della donna, si scollegano rapidamente.
Uno studio di Robert M. Bowman (Institute for religious research) passa ai raggi X il mormonismo di Romney. Il candidato non ne parla e difende il suo silenzio col divieto costituzionale dei test religiosi per chi concorre a incarichi pubblici. Resta sul vago di una religiosità che coincide con quella dell’America profonda, costruita per ispirazione divina da coloni in fuga verso la libertà, anche religiosa: il mito della formazione nazionale affonda le radici nel contrasto fra l’Europa secolarizzata e l’America resa grande dalla fede. God bless America.

In marzo il blog USA 2012 ha spiegato come l’influenza del “fattore mormone” sul percorso di Romney nelle primarie repubblicane:

Romney riceve pochi voti dagli evangelici e da quelli che credono che la visione religiosa di un aspirante presidente sia “molto importante”. E questo gli ha causato alcune sconfitte o vittorie meno nette. Impedendogli di fatto di chiudere il discorso “nomination repubblicana”.
Nel Midwest e nel Sud, tra gli evangelici Santorum ha battuto Romney con numeri a due cifre, ancora peggio è andata tra chi pensa che il credo di un potenziale presidente sia “molto importante”. Romney è un uomo la cui religiosità è nota, e questo dovrebbe renderlo appetibile per questo gruppo di elettori. Invece no, Santorum ha vinto 52 a 21% in Ohio, 51 a 17% in Tennessee, 47 a 16% in Alabama. E anche in Illinois, dove Romney ha facilmente portato a casa la vittoria, ha perso pesantemente nei confronti di Santorum tra gli elettori che ritengono la sua fede una questione importante.
L’ostilità nei confronti di Romney e della sua religione spesso viene espressa esplicitamente, un leader evangelico di Dallas, il pastore Robert Jeffress, ha definito il mormonismo un “culto”, affermando anche che per questa ragione “Romney non potrà accedere al paradiso”. Nella gara delle sparate ha però vinto Scott Thomas, conservatore cattolico che appoggia Santorum, secondo cui: “l’Anticristo forse non è Obama, ma Romney”.

Pochi giorni fa la rivista Washington National Cathedral ha intervistato i due candidati alla Casa Bianca sulla loro fede religiosa e inparticolare sul loro rapporto con Dio. Panorama ne fa questa sintesi: Obama vede realizzato l’insegnamento divino nel Welfare State, Romney nella rinascita degli Stati Uniti come nazione guida del mondo:

criticato per essere un praticante timido (solo negli ultimi tempi ha intensificato la sua partecipazione alle funzioni domenicali), Obama risponde con una sua visione della fede che lo porta a trovare una diretta conseguenza tra delle sue decisioni politiche e le scritture del Vangelo.
Come quando afferma che la Fede gli dice che il suo destino è legato a quello di un bambino che non ha assistenza medica, a un genitore che ha perso il lavoro dopo che la sua fabbrica è sta chiusa, a una famiglia che sta oltrepassando verso il basso la soglia della povertà.
Nell’intervista alla rivista della National Cathedral, il presidente focalizza la sua attenzione sul pluralismo religioso degli Stati Uniti, considerato come diretta espressione della natura stessa di quel Paese, e indica nella Fede uno dei motori del progresso morale della nazione, dalla sfida per il suffragio universale a quella per i diritti civili delle minoranze.

Molto più profondo appare invece il rapporto tra Mitt Romney e la Chiesa del Cristo e dei Santi degli Ultimi Giorni e più in generale con la comunità mormone, di cui l’ex governatore appare un pilastro.Ne ha sempre parlato poco, ma è la biografia del candidato repubblicano a parlare per lui.
Missionario in Francia appena dopo la laurea, Romney officia e presenzia alle funzioni religiose, insegna ai giovani delle scuole mormoni, partecipa molto attivamente alla vita della sua Chiesa. Molto in sintonia con la moglie Ann, spesso – anche durante i tour elettorali – si apparta con lei per pregare.
Per lui, il raggiungimento di successi (anche in campo economico) terreni è una prova, la promessa della felicità nell’aldilà. Ma, soprattutto, Mitt Romney – come tutti i Mormoni – pensa che l’America sia la Nuova Gerusalemme, la Terra Promessa scelta da Dio per guidare le altre nazioni del globo. Ed è per questo che, secondo lui, gli Usa devono tornare ad avere un ruolo speciale nel Mondo.

Il Sussidiario aggiunge:

Le rispettive risposte sono così ben calibrate da non offendere nessuno. Romney non è esplicito per quanto riguarda la sua posizione contraria all’aborto, e per una buona ragione: è stato infatti a favore dell’interruzione di gravidanza quando correva per la carica di governatore del Massachusetts e i sostenitori dell’aborto erano decisivi nel determinare chi sarebbe stato il vincitore. I suoi avversari oggi alimentano la sua reputazione di opportunista sui temi etici. Lo stesso Obama, costeggiando il tema esplosivo dei matrimoni omosessuali, ha dimostrato di avere cambiato la sua posizione.

Da questa ricostruzione emerge come, dai coloni puritani del Mayflower a Martin Luther King, dal teismo di Thomas Jefferson al fondamentalismo antidarwiniano, dal pacifismo etico di Woodrow Wilson al neofondamentalismo interventista di Ronald Reagan o di George W. Bush, il fattore R costituisce  un pilatro fondamentale della cultura americana, e dunque un tema centrale del dibattito pubblico.
Per quanto alcune indagini ritengano che l’influenza della religione nella vita sociale americana sia in declino (si veda il libro American Grace: How Religion Divides and Unites USdi Robert D. Putnam e David E. Campbell), resta il fatto che il 55% degli americani si dice regular churchgoes, ossia frequenta regolarmente una chiesa o un altro luogo di culto. E che gli Stati Uniti sono l’unico Paese al mondo dove un presidente non può parlare apertamente della teoria dell’evoluzione perché in un istante perderebbe milioni di voti, poiché in America sono tanti, tantissimi, i creazionisti. Il Paese dove uno Stato – lo Utah, feudo mormone – può bandire una serie televisiva che parla di una coppia omosessuale che desidera adottare un bambino, oppure dove (grazie a G. W. Bush) oltre due terzi dei corsi sull’astinenza sessuale sono fuorvianti su questioni come la contraccezione e l’ aborto; trattano gli stereotipi sui ragazzi e le ragazze come dati scientifici e contengono gravi errori – al prezzo di 900 milioni di dollari dal 2005 al 2010.
Il rapporto tra religione e politica negli USA è spiegato in questa analisi su WakeUpNews:

Per comprendere l’importanza della religione nella vita democratica degli statunitensi basta prendere in considerazione il fatto che molti presidenti hanno fatto della propria religione un punto di forza. L’esempio più recente è quello di George W. Bush, mentre Barack Obama è stato fortemente criticato per la sua scelta di non dichiarare la propria fede e per il mancato – e sempre presente – riferimento a Dio nel discorso dell’ultimo Ringraziamento. Il perché lo ha spiegato in un’intervista il professor Emilio Gentile, docente di Storia Contemporanea presso La Sapienza di Roma: «L’America è il primo paese ad essersi fondato sulla dichiarata separazione tra Stato e Chiesa senza che questa implicasse, allo stesso tempo, alcuna separazione tra religione e politica. La religione, in quanto componente fondamentale dell’identità americana fin dalle origini, ha sempre rappresentato un fattore onnipresente nella politica americana attraverso la sua massima espressione: il presidente della Repubblica. I presidenti americani sono sempre stati uomini di fede religiosa anche se non appartenenti a specifiche chiese o denominazioni; hanno sempre invocato l’aiuto di Dio, dell’essere supremo, sia pure definito in termini più teistici che riferibili a una particolare confessione religiosa. Bisogna tener conto che l’America si è sempre considerata nei duecento anni della sua esistenza una ‘democrazia di Dio’, cioè una democrazia le cui origini risalgono al riconoscimento che vi sono dei diritti naturali che il creatore ha dato agli esseri umani conferendo in modo specifico agli americani la missione di diffonderli».

E’ proprio il caso di dire che, a decidere chi sarà l’inquilino della Casa Bianca per i prossimi quattro anni, alla fine sarà anche il “voto di Dio“.

Chi c’è dietro le campagne presidenziali negli Stati Uniti

Billionaire donatori

Cosa hanno in comune Obama e Romney? Entrambi vantano, tra i propri fans, una folta schiera di miliardari. I quali non lesinano ricche donazioni per sostenere l’immagine dei propri beniamini in vista delle presidenziali di novembre.
Cerchiamo di capire di chi i candidati alla casa Bianca sono i burattini.

Questo articolo del Washington Post rivela che Romney ha ricevuto 42 donazioni alla sua campagna da parte di miliardari. Obama non è molto indietro, con almeno 30 sostenitori a nove zeri. Rick Perry (ritirato) e John Huntsman seguono rispettivamente con 20 e 12. Nessuno ha puntato su Ron Paul.
Il più ricco donatore di Romney è il finanziere John Paulson, 16 miliardi di dollari di patrimonio e oltre un milione donato all’ex governatore del Massachusetts; seguono l’immobiliarista Donald Bren (12 miliardi) e l’editore Sam Zell (5 miliardi).
Il più ricco donatore di Obama è l’industriale di origine russa Len Blavatnik (10,1 miliardi), il quale ha foraggiato anche Romney. Altri sovventori sono Peter Lewis, presidente della compagnia di assicurazioni Progressive, l’ex CEO di Google Eric Schmidt (7 miliardi) e il finanziere John Doerr (2,2 miliardi). Tuttavia il contributo maggiore è giunto da un non miliardario, e precisamente dal produttore di Hollywood Jeffey Katzenberg, 800 milioni di patrimonio, che ha donato al presidente in carica ben 2 milioni.
In ogni caso, non è un mistero che il mondo di Wall Street abbia scelto Romney.

Che una campagna elettorale più “ricca” possa far pendere l’ago della bilancia per un candidato piuttosto che per un altro è risaputo, soprattutto negli Stati Uniti. Come non è un mistero che i donatari, una volta eletto il proprio favorito, si aspettino un “dividendo” politico dal loro investimento.
I ragazzi di Occupy Wall Strett ci ricordano che nel 2010 il 94% dei candidati vincitori delle elezioni di mid-term aveva avuto a disposizione più soldi rispetto agli avversari sconfitti. Questo offre un’idea dell’importanza del fattore $ nel processo democratico d’oltreoceano. E non vi è dubbio che un ruolo di primo piano nella macchina del consenso spetti alle cosiddette lobby.

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