Egitto, piazza Tahrir di nuovo in fermento. Ma quanta disinformazione al riguardo…

[premessa metodologica: scrivere “Morsi”, “Mursi”, “Morsy” è indifferente. La prima versione (con la “o”) è quella più diffusa, ma anche la seconda (con la “u”, che ho personalmente adottato in alcuni post precedenti, non è errata. La riportano, tra le principali testate, BBC, Reuters e al-Arabiya. Scriverò Morsi per mere ragioni di maggiore fruibilità del testo.]

Come spiega Limes, militari e servizi segreti del Cairo sono stati decisivi per il cessate-il-fuoco tra Israele, Hamas e le altre fazioni armate palestinesi otto giorni dopo l’inizio di Pillar of Defense. La novità sta nel ruolo del presidente Mohammed Morsi: l’operazione gli ha dato grande visibilità mediatica e il suo prestigio personale ne è uscito rafforzato da questo conflitto. Ma dopo l’annuncio della tregua egli ha reso nota una dichiarazione costituzionale con cui si attribuisce pieni poteri per “salvaguardare la rivoluzione”, secondo cui le leggi e i decreti approvati da quando è presidente non possono essere contestati fino all’approvazione di una Costituzione.

Così, piazza Tahrir è tornata ad essere teatro di manifestazioni. In più, i giudici delle corti d’appello del Paese hanno proclamato uno sciopero contro la decisione del presidente. Nonostante tali mobilitazioni, Morsi non avrebbe alcuna intenzione di rinunciare al decreto. Diversi funzionari e politici egiziani sarebbero comunque al lavoro per trovare una soluzione condivisa, che possa accontentare sia gli oppositori del presidente sia i suoi sostenitori.

Detto ciò, la stampa estera si è scatenata nei paragoni tra le proteste di oggi e quelle del 25 gennaio 2011, quando la rivoluzione è iniziata. E i paragoni sono anche tra lo stesso presidente Morsi, democraticamente eletto, e il vecchio dittatore Mubarak di cui ha preso il posto. Sembra di rivedere le immagini di un anno fa: l’alba di una nuova rivoluzione. Sembra, perché non è proprio così.

L’elezione di Morsi solo pochi mesi fa ci ha fatto dimenticare che l’Egitto è ancora nel pieno del suo processo di transizione. I lavori dell’Assemblea costituente non sono ancora terminati, molti vecchi solidali di Mubarak sono ancora al loro posto e le nuove istituzioni sorte all’indomani della rivoluzione (il Parlamento e, per l’appunto, il presidente) non hanno trovato un punto di equilibrio nella nuova cornice istituzionale.
In particolare, ad uno sguardo più attento, lo scontro in atto fra il presidente e l’apparato giudiziario, non dovrebbe stupire nessuno. Come ricorda Linkiesta:

In Egitto, dove la Corte Costituzionale, formata da 21 giudici, nominati a vita dal presidente della Repubblica, è ancora quella dell’era mubarakiana, le sue sentenze si sono rivelate il bastone utilizzato dall’esercito per fermare l’avanzata islamista. A maggio la Consulta ha selezionato le candidature alle elezioni presidenziali, rifiutando quella del milionario (in dollari) Khairat al-Shater, prima scelta dei Fratelli Musulmani, e ammettendo quella di Ahmed Shafiq, ultimo premier di Mubarak.
Tutto questo malgrado il Parlamento avesse votato una legge che vietava ai cacicchi dell’ancien régime di scendere in campo. La Fratellanza ha comunque presentato un proprio candidato di ripiego, Morsi appunto, che è uscito in testa dal primo turno delle presidenziali, lo scorso 24 maggio. Qui è entrata in gioco la Corte. Il 14 giugno, alla vigilia della ballottaggio, ha dichiarato incostituzionale l’elezione di un terzo dei membri del Parlamento, quelli scelti con il sistema uninominale. L’intera assemblea legislativa – dominata dagli islamisti – è stata sciolta: a molti è sembrata una mossa preventiva, in vista di un ballottaggio dal quale sarebbe scaturito – come è effettivamente avvenuto – un presidente della Fratellanza. Il 12 agosto, poi, lo stesso Morsi, ha ripreso possesso di alcuni poteri dei quali era stato privato, attraverso una dichiarazione costituzionale emessa dall’esercito, prima del suo insediamento. La dialettica, come dimostrato dagli eventi di questi giorni, è destinata a proseguire.

Due contributi su Osservatorio Iraq, fonte preziosa di informazioni sul Medio Oriente (nonché una delle poche rimaste, vista l’ecatombe di analoghe testate che ha caratterizzato il 2012), ci aiutano a comprendere meglio le dinamiche in atto all’interno del paradigma politico egiziano. Con buona pace dei cliché della stampa internazionale.
Il primo ci spiega il quadro di alleanze e rivalità negli attuali vertici al Cairo:

L’ultima mossa del presidente ha letteralmente spaccato il paese in due, anche se la frattura interna al mondo politico e sociale egiziano sembrava evidente già da diverso tempo.
Il 18 novembre, Ahmed Maher, rappresentante del movimento giovanile del ’6 aprile’, si era ritirato dall’Assemblea costituente chiedendo che in 48 ore fossero accolte le sue richieste in merito ad alcune modifiche della sezione “Stato e Società” che si trova nella nuova Costituzione.
La sua fuoriuscita seguiva quelle del Free Egyptians Party, dell’Egyptian Social Democratic Party, del Tagammu Party e successivamente ancora del Karama Party, del Socialist Popular Alliance Party e del Democratic Front Party.
Allo stesso modo anche il leader del sindacato dei giornalisti Gamal Fahmy ha recentemente annunciato la volontà di abbandonare i lavori dell’Assemblea, così come il rappresentante del sindacato dei farmacisti Mohamed Abdel-Qader ed i vari rappresentanti copti.
Come il 25 gennaio 2011, il mondo dell’opposizione sembra unirsi e ritrovare vigore quando identifica un nemico comune, in questo caso il presidente Morsi.
Il nuovo National Front for Salvation of the Revolution, fondato da Muhamamd El Baradei, ‘Amr Moussa e Hamdeen Sabbahi sembra essere alla testa delle proteste, ma alcuni manifestanti non cessano di criticare questa ‘nuova e variopinta’ alleanza.
Nel mirino, la presenza di due uomini che sarebbero esponenti del vecchio regime: il già citato Amr Moussa (che all’epoca di Mubarak fu addiriittura ministro degli Esteri) e Sayed El-Badawi (leader del Wafd Party, uomo dal torbido passato che  pochi giorni prima del 25 gennaio 2011 affermava che “nessuno poteva mettere in discussione la legittimità del potere di Mubarak”).
Allo stesso modo moltissimi avversano la presenza nella coalizione del Free Egyptians Party, fondato dal miliardario Naguib Sawiris, personaggio storicamente vicino alla famiglia Mubarak ed in particolare amico di Gamal Mubarak.
Per quanto possa sembrare paradossale, il fronte che vuole ‘salvare la rivoluzione’ critica il presidente per le sue manovre autoritarie che ricordano il vecchio regime, ma poi accetta al suo interno la presenza di esponenti di quel mondo.
E se il fronte dell’opposizione appare tutt’altro che monolitico e compatto, si può dire altrettanto di qello dei giudici, ormai letteralmente spaccati tra chi ritiene accettabile il decreto di Morsi e chi invece lo giudica lesivo del principio di separazione dei poteri.
Fra i maggiori oppositori, spicca Ahmed al-Zend, capo del Judges Club, personaggio che nella sua storia ha largamente collaborato in maniera attiva con il regime di Mubarak.
Altri gruppi invece, come ad esempio i Judges for Egypt, hanno espresso parere positivo rispetto alle decisioni presidenziali.
Morsi sembra aver ricevuto anche l’appoggio della corrente politica salafita. Il portavoce del partito al-Nour, Nader Bakkar, ha difeso l’azione del presidente salutando con favore la rimozione del procuratore generale Abdel-Maguid Mahmoud.
Ed è proprio ancora Bakkar ad annunciare che di qui a pochissimi giorni la Fratellanza e i salafiti organizzeranno una grande manifestazione in supporto del governo, e proprio in Piazza Tahrir.
La posizione di Morsi è delicatissima e l’unica via di uscita sembra essere quella di chiudere al più presto i lavori di un’Assemblea costituente decimata – sono rimasti circa 60 componenti rispetto ai 100 originari ed ormai sono tutti in maggioranza islamisti - in modo da poter far decadere la validità del recente decreto e provare a riaprire il dialogo con l’opposizione.

Il secondo illustra nel dettaglio il contenuto della dichiarazione. Già, perché tutti i media ne parlano ma nessuno finora ha provato a spiegarne il contenuto:

L’adozione di una nuova Dichiarazione Costituzionale appare, sotto il profilo giuspubblicistico, come un’astuta mossa per recidere completamente ogni filo di continuità con il regime precedente e, a ben vedere, permette alla Fratellanza di mettere in sicurezza il potere fin qui acquisito.
Inoltre assolve almeno altri due compiti: difendere l’Assemblea Costituente e neutralizzare eventuali attacchi della magistratura.
Nel primo caso, il presidente ha implicitamente ammesso l’impossibilità dell’Assemblea di concludere il proprio mandato nel tempo stabilito, fatto che, data la disciplina precedentemente riportata, avrebbe riaperto la partita conferendo alla Giunta il potere di nominarne una nuova.
Nel secondo caso, l’adozione della Dichiarazione Costituzionale è stata giustificata dalla necessità di far fuori il procuratore generale Abdel-Meguid Mahmoud.
Costui in ottobre era già stato indotto da Morsi a lasciare il proprio incarico, in cambio della nomina ad ambasciatore presso la Santa Sede.
In quel caso, dati i principi di indipendenza ed inamovibilità dei membri della magistratura, l’attacco presidenziale non era andato a buon fine.
Mahmuod, accusato da più parti di voler difendere l’ancien régime, replicava di rimanere al suo posto, dato che l’organo esecutivo non può dimettere un membro del giudiziario.
Da ciò è derivata la necessità del presidente di agire attraverso lo strumento delle norme quasi-costituzionali.
Chiarita dunque natura e scopi della dichiarazione costituzionale nella recente storia dell’Egitto, cosa c’è scritto nell’ultimo documento firmato da Muhamamd Morsi?
Innanzitutto il testo non sostituisce, bensì integra, quello precedente emendandolo in alcune disposizioni. Non casualmente il primo dei sette articoli introdotti si riferisce ai crimini commessi durante la fase rivoluzionaria.
Leggendo il testo si deduce che tutte le indagini relative ad atti di violenza compiuti contro i manifestanti nei giorni delle rivolte di piazza saranno riaperte e poste sotto l’attenta analisi di nuovi e più neutrali organi giudicanti.
L’articolo richiama infatti la “Legge per la protezione della rivoluzione” e stabilisce che tutti gli ufficiali, siano essi attivi nella politica o nell’apparato burocratico, implicati in fatti criminogeni accertati saranno dismessi dal proprio incarico.

l’analisi racconta nel dettaglio cos’è una dichiarazione costituzionale e ne esamina i principali punti. Tuttavia, puntualizza il testo:

Se è chiaro che Morsi ha inteso sfruttare la tempistica derivante dalla recente vittoria diplomatica riscossa con la crisi a Gaza, è rilevante ricordare come la sua elezione sia avvenuta con il 51% dei voti espressi.
Ciò mette in dubbio la liceità al ricorso di strumenti legali compiuti nel nome del popolo sovrano.

Da qui il marasma sociale che ne è seguito.
Non è azzardato supporre che gli esponenti del vecchio regime cerchino di sfruttare l’onda lunga delle proteste per delegittimare Morsi. Questo spiega perché la dichiarazione del presidente abbia ricevuto più enfasi del necessario. Finendo per (ri)scaldare gli animi nel Paese.
In sintesi: la partita per il potere in Egitto non è ancora finita. E il fatto che in questa partita l’esercito (espressione dell’ancient régime) non sia più in prima linea non ne riduce in alcun modo le possibilità di vittoria.

Egitto, per gli USA non c’è alternativa ai Fratelli Musulmani

Gli ultimi sviluppi in Egitto stanno configurando uno scenario da colpo di Stato mascherato. A pochi giorni dal secondo turno per le presidenziali, i militari hanno ripristinato la legge d’emergenza e la Corte costituzionale ha annullato l’elezione di un terzo della Camera bassa, quella parte di parlamento eletta attraverso ballottaggio, con l’effetto di sciogliere l’intera Camera.
La complessità della situazione è riassunta sul sito dell’Enciclopedia Treccani:

Lo scioglimento del parlamento eletto ha demotivato gli elettori e le percentuali di astensionismo (si parla del 60% del totale) sono state assai più alte che nel primo turno, dove pure aveva votato, secondo le stime ufficiali, solo poco più della metà degli aventi diritto. Gli elettori dei candidati esclusi dal ballottaggio hanno verosimilmente disertato in massa le urne: il solo Abdel Moneim Abdel Futuh, il Fratello dissenziente che aveva raccolto i consensi di molti democratici liberali (fra questi, il Movimento del 6 aprile) si è dichiarato per Mursi, mentre ‘Amr Musa aveva ambiguamente auspicato l’avvento di uno “stato civile”, dichiarando allo stesso tempo che l’Egitto non era pronto per l’esperienza parlamentare. Nei due giorni delle votazioni, cortei che invitavano a boicottare le urne si sono succeduti nelle strade del Cairo, mentre il numero di schede annullate volontariamente, in modi spesso pittoreschi, si profila assai alto.
Per molti, l’alternativa è stata non fra il ritorno al passato regime e un governo eletto a guida islamista, ma fra laicismo e islamismo, senza mezzi termini; quest’ultima scelta ha lasciato pochi margini agli elettori cristiani copti, così come a una parte dell’opposizione laica, che hanno accolto, infatti, la candidatura di Shafik e l’intervento militare, come una garanzia contro l’instabilità politica e la deriva comunitaria.

Questo pezzo di tradotto da Medarabnews, spiega che la sfida maggiore a cui dovrà far fronte la rivoluzione egiziana, anche dopo l’elezione del nuovo presidente, sarà quella di distruggere le reti dello “stato profondo” che ancora detengono il potere nel Paese:

La storia di quest’espressione va ricercata nell’esperienza turca, ed indica una rete di alleanze legate alle istituzioni della sicurezza e dell’esercito che trae origine dalle tradizioni delle società segrete di epoca ottomana. Solitamente, fine ultimo di questi gruppi è la conservazione del potere e dello status quo; si tratta di gruppi che formano uno stato dentro lo stato e che lavorano sempre dietro le quinte per assicurarsi il controllo sugli apparati amministrativi e di sicurezza dello stato.

È del tutto chiaro che la cattiva amministrazione della fase di transizione in Egitto, da parte del Consiglio superiore delle forze armate, ha portato ad una mancanza di fiducia tra i militari e le forze rivoluzionarie le quali, alla fine, hanno cominciato a pretendere la caduta del governo militare. Nonostante questo, non possiamo ignorare il ruolo giocato dalla rete dello stato profondo in Egitto, la quale è stata capace di serrare le proprie fila e difendere i propri interessi per salvare ciò che rimaneva del regime dopo averne sacrificato il capo.

Ciononostante, sono in tanti ad augurarsi la vittoria di Shafiq in quanto militare, quindi “laico”, contrapposto ai “famigerati” islamisti. A fugare questo luogo comune ci pensa Lorenzo Declich, il quale ricorda come nella storia recente dell’Egitto veri fomentatori del conflitto settario siano proprio i militari:

Se quel conflitto non ci fosse, e se non ci fosse il terrore del “regime islamico”, Mubarak e i suoi figliocci, che oggi si mangiano il padre per rimanere al potere, sarebbero indifendibili.

Aggiungendo che alcuni membri della Jihad islamicahanno annunciato la formazione di un nuovo partito, Jihad democratica, il cui obiettivo è dare supporto al candidato dei militari egiziani, Ahmed Shafiq. Dettaglio che smentisce l’idea che l’elezione di Shafiq sia il male minore, poiché “laico”.
Per farsi un’idea di come gli jihadisti cerchino di sfruttare le opportunità offerte da un sistema (semi)democratico a proprio vantaggio basta leggere questo lungo post su Jihadica. C’è questo paragrafo in particolare che riassume il pensiero di Ayman al-Zawahiri sul concetto di democrazia:

Al-Zawahiri’s reasoning is obviously meant to show that the US, by waging a “war on Islam” is going against the will of Egyptians but that he and al-Qaida are actually on the people’s side. In this sense, al-Zawahiri appears to be the real supporter of democracy. He quickly dispels this idea, however, since he explicitly rejects the “democracy that America wants for us, a special democracy for the Third World in general and the Islamic world in particular”. Such American-sponsored democracy, al-Zawahiri states, could be seen in Algeria, when that country cancelled elections in the early 1990s after they had been won by Islamists, or in Gaza, when the world refused to deal with Hamas after it had won elections there.

Al-Zawahiri does not just object to democracy because he associates it with injustice, however. He also claims it is an idol that is worshipped by its followers since they blindly follow what the majority wants, irrespective of what religion says. The majority thus becomes the object of worship instead of religion. As an alternative, the current Egyptian regime should leave and the country should be ruled by a pious, Islamic regime instead. The people will have the right to choose their leaders, al-Zawahiri claims, but obviously within the bounds of the sharia. The misery of the people should be ended, the West should be confronted and the oppression should be lifted “in Palestine, Iraq, Afghanistan and every corner of the world of Islam”. Jihad should therefore be continued until this goal has been achieved.

A corollario di tale posizione, proprio ieri al-Zawahiri ha espressamente chiesto al suo Paese di revocare l’accordo con Israele e di basare la futura legislazione egiziana sulla shari’ia.

Dall’altra parte, i Fratelli Musulmani, descritti dal marasma mediatico come fanatici e integralisti, sono molto più vicini a quelle degli Stati Uniti di quanto sembri a prima vista. Dopo aver – più o meno velatamente – criticato sia l’America che Israele, a fine maggio la Fratellanza Musulmana ha esplicitamente invocato un intervento armato in Siria, aderendo alla posizione statunitense – e israeliana, espressa dal recente appello del ministro della Difesa Ehud Barak.  Secondo la Reuters:

Working quietly, the Brotherhood has been financing Free Syrian Army defectors based in Turkey and channeling money and supplies to Syria, reviving their base among small Sunni farmers and middle class Syrians, opposition sources say

Mesi fa scrivevo che la prospettiva di un’al-Qa’ida rinnovata e più forte deve aver convinto gli USA della necessità di muoversi dietro le quinte per stringere accordi con la Fratellanza:

Lo scorso 6 novembre il quotidiano libanese Al-Diyar ha rivelato l’esistenza di negoziati segreti tra Stati Uniti e Fratellanza Musulmana affinché Washington sostenga l’ascesa del movimento alla guida dei Paesi arabi a condizione che questo si impegni a contrastare al-Qa’ida. I primi contatti risalirebbero a quattro anni fa, poi l’esplosione della Primavera araba avrebbe costretto gli USA ad accelerare il raggiungimento di un accordo,accettando l’ascesa politica degli islamisti.
La Casa Bianca è consapevole che non vi è alternativa politica ai Fratelli Musulmani. Le elezioni lo hanno dimostrato. Pertanto gli USA dovranno adottare una strategia che tenga in conto la realtà del movimento come principale forza politica in Egitto e nel resto del Medio Oriente. Beninteso,purché sia garantita la sopravvivenza delle petromonarchie del Golfo (Arabia Saudita in primis, dove le contestazioni non mancano), alla cui stabilità sono legate le speranze di ripresa dell’economia mondiale.
Inoltre, l’ideologia settaria dei Fratelli Musulmani li rende intrinsecamente ostili ai movimenti sciiti (come Hezbollah), ismailiti e alawiti. Washington potrebbe sfruttare l’appoggio della Fratellanza per contribuire ad isolare l’Iran, sostenendo i movimenti salafiti presenti al suo interno in Balucistan e Khuzestan, notoriamente nemici di Teheran.

Tale processo non è storia recente. Questo articolo di Seymour Hersh del 2007 spiega come la “resurrezione” del movimento sia stata sostenuta dalla coppia USA-Israele attraverso i sauditi, allo scopo di favorire l’ascesa di una forza (sunnita) da contrapporre all’Iran (sciita):

In the past few months, as the situation in Iraq has deteriorated, the Bush Administration, in both its public diplomacy and its covert operations, has significantly shifted its Middle East strategy. The “redirection,” as some inside the White House have called the new strategy, has brought the United States closer to an open confrontation with Iran and, in parts of the region, propelled it into a widening sectarian conflict between Shiite and Sunni Muslims.
To undermine Iran, which is predominantly Shiite, the Bush Administration has decided, in effect, to reconfigure its priorities in the Middle East. In Lebanon, the Administration has coöperated with Saudi Arabia’s government, which is Sunni, in clandestine operations that are intended to weaken Hezbollah, the Shiite organization that is backed by Iran. The U.S. has also taken part in clandestine operations aimed at Iran and its ally Syria. A by-product of these activities has been the bolstering of Sunni extremist groups that espouse a militant vision of Islam and are hostile to America and sympathetic to Al Qaeda.

[Walid] Jumblatt then told me that he had met with Vice-President Cheney in Washington last fall to discuss, among other issues, the possibility of undermining Assad. He and his colleagues advised Cheney that, if the United States does try to move against Syria, members of the Syrian Muslim Brotherhood would be “the ones to talk to,” Jumblatt said.”

“There is evidence that the Administration’s redirection strategy has already benefitted the Brotherhood. The Syrian National Salvation Front is a coalition of opposition groups whose principal members are a faction led by Abdul Halim Khaddam, a former Syrian Vice-President who defected in 2005, and the Brotherhood. A former high-ranking C.I.A. officer told me, “The Americans have provided both political and financial support. The Saudis are taking the lead with financial support, but there is American involvement.” He said that Khaddam, who now lives in Paris, was getting money from Saudi Arabia, with the knowledge of the White House. (In 2005, a delegation of the Front’s members met with officials from the National Security Council, according to press reports.) A former White House official told me that the Saudis had provided members of the Front with travel documents.” 

Hersh rivela che la cricca libanese di Saad Hariri aveva fatto da tramite tra gli americani e la Fratellanza in Siria. Abbiamo dunque la conferma che i Fratelli musulmani e Hariri hanno lavorato insieme a Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita per anni.
Non solo. La resurrezione politica della Fratellanza Musulmana porta - almeno in parte - la firma del Dipartimento di Stato americano, grazie ai fiumi di denaro e al supporto diplomatico elargiti dietro le quinte. L’occasione per cementare questo sodalizio, secondo il blog Land Destroyer, fu il vertice inaugurale dell’Alleanza dei Movimenti Giovanili, tenuto a New York nel 2008, dove parteciparono anche coloro che poi sarebbero diventati i leader del 6th april Movement. Lo scorso anno il New York Times ha rivelato che quegli stessi leader sono stati addestrati, equipaggiati, finanziati dagli Stati Uniti, prima di essere rispediti a destabilizzare l’Egitto all’inizio nel 2010 e poi nel 2011 nel corso della cosiddetta “primavera araba”.
A proposito di destabilizzare, ci sono alcuni aspetti che meriterebbero di essere approfonditi. In novembre scrivevo:

A parte il fatto che diversi manifestanti sono rimasti feriti o contusi da armi made in USA (come denuncia anche Amnesty), vi è il sospetto che gli americani siano direttamente sono coinvolti nelle sparatorie di fine novembre. Un video trasmesso dalla Tv egiziana mostra tre stranieri che gettano bottiglie molotov. Più inquietante (e da verificare) è una testimonianza riportata dall’Islam Times, secondo il quale alcuni security contractors (della Xe Services, ex Blackwater?) avrebbero aperto il fuoco presso l’Università americana del Cairo su manifestanti e polizia.

Come se si stesse cercando di esasperare il malcontento popolare contro i militari. A beneficio di chi, è facile immaginarlo. Ma in fondo sono soltanto mie speculazioni. La testimonianza è riportata (in arabo) anche qui.

In Egitto la rivoluzione non c’è mai stata

In Occidente l’opinione pubblicato ha sviluppato due immagini della rivoluzione egiziana e, più in generale, della primavera araba. Una è quella dei giovani di Piazza Tahrir, riuniti dal martellante passaparola sui social media. L’altra è quella degli islamisti dalle lunghe barbe che approfittano di uno dei rari momenti di (semi)democrazia al Cairo per tentare l’ascesa al potere.
Come spesso accade, le nostre ricostruzioni contengono un fondo di verità innaffiato da un insieme di luoghi comuni. Ad ogni modo, la condizione di rivoluzione incompiuta che caratterizza l’Egitto di oggi – ben messa in risalto dagli scontri in Piazza Tahrir, iniziati in dicembre e rinfiammati in questi giorni – è principalmente conseguenza di due fattori.

In primo luogo, i problemi socioeconomici del Paese, rimasti irrisolti e senza un barlume di prospettive ad un anno dalla defenestrazione di Mubarak.
Si, perché al di là della visione romanzata dei giovani che chiedevano a gran voce rappresentaza e democrazia, i motivi per cui la gente è scesa in strada sono molto più materiali: povertà diffusa, diseguaglianze economiche, disoccupazione, giovanile, deficit alimentare, infrastrutturale e scolastico. Tutto questo nonostante una crescita che nei trent’anni targati Mubarak ha viaggiato a ritmi del 5% annuo, con punte del 7% nel 2007 e 2008, forte anche degli investimenti esteri che dal 2004 al 2010 hanno sfiorato quota 50 miliardi di dollari.
Se andiamo a vedere, non c’è da stupirsi che le statistiche sul PIL non si siano tradotte in maggior benessere per la popolazione. I due terzi delle entrate di valuta estera del Paese derivano da rendite energetiche, turismo, diritti di transito lungo il Canale di Suez e rimesse degli emigrati. Le riforme intervenute negli ultimi anni hanno riguardato settori a limitato impatto occupazionale, senza quasi sfiorare i settori chiave. L’esplosione demografica, il decremento della produzione agricola (ormai l’Egitto importa la metà dei suoi alimenti base) e le scarse politiche di sostegno dell’ex presidente hanno fatto il resto. Con il paradossale effetto che, mentre in trent’anni il PIL egiziano è letteralmente volato, oggi gli egiziani sono molto più poveri rispetto a cento anni fa.

In secondo luogo, la presenza dei militari al potere, ormai (ufficialmente) diventati il vero ostacolo alla libertà. In Egitto le forze armate non sono i garanti della laicità, come in Turchia. Di fatto sono – e si concepiscono – come uno Stato nello Stato. Lo Stato, quello vero, lo comandano da sessant’anni: tutti e tre i presidenti del Paese – Nasser, Sadat e Mubarak – sono stati ufficiali nell’esercito. Un’istituzione che ha sempre goduto del rispetto e della stima del popolo. Ma da quando nel 1977 Sadat firmò gli accordi di Camp David con Israele e USA, l’esercito è stato progressivamente emarginato, messo in condizione di non poter più combattere. In cambio, il regime ha foraggiato i generali di aiuti economici e affidato loro la gestione di investimenti ed attività economiche. Oggi i militari costruiscono infrastrutture e centri commerciali, gestiscono alberghi e villaggi turistici, così come ospedali e media, producono e commercializzano pane, latte e acqua minerale. Si stima che il 40% dell’economia del Paese sia in mano all’esercito. Non a caso le riforme a cui accennavo più sopra non hanno minimamente incoraggiato l’iniziativa privata, salvaguardando le rendite di posizione dei militari da quel fenomeno che noi chiamiamo concorrenza.
Non è un caso che oggi si sita cominciando a riflettere sulla natura pilotata della sollevazione popolare. Un anno fa scrivevo:

Piazza Tahrir è stata lo sfondo, e non la protagonista, del rovesciamento del regime.
L’idea che una manovra per rovesciare Mubarak fosse in atto ben prima che la folla riempisse piazza Tahrir non è del tutto peregrina. Agevolare l’uscita di scena dell’ottuagenario presidente aveva l’obiettivo di garantire una successione ordinata nel governo del Paese. In tal modo sarebbe stato possibile sfruttare le prossime elezioni presidenziali per far emergere una nuova figura, espressione degli alti comandi militari, in linea con la tradizione degli ultimi decenni. Una figura che non sarebbe stata quella di Gamal Mubark [figlio di Hosni, n.d.r.].
C’è una fondamentale differenza tra il regime così come Nasser lo aveva creato e la dittatura di Hosni Mubarak. Il regime consisteva – e consiste – in un complesso istituzionale e burocratico incentrato sulle gerarchie militari, che coinvolgesse ogni aspetto della società egiziana. Mubarak, al contrario, è venuto a distinguere i suoi interessi da quelli dell’esercito, a chiaro vantaggio dei primi. Era logico che i militari vedessero nell’anziano presidente una minaccia per l’establishment consolidato.
I manifestanti non hanno mai chiesto la caduta del regime, ma solo quella del ra’is. Un dettaglio che nei convulsi giorni della rivolta è sfuggito a molti. Ai militari di sicuro non piaceva lo spettacolo delle folle in strada, ma la crisi politica seguita all’insorgere delle manifestazioni ha offerto loro l’opportunità di pensionare il presidente e di salvare il regime. E con esso, anche i propri interessi.
Dall’inizio delle manifestazioni, l’attività dell’esercito si è mostrata opaca. Il consiglio militare ha abolito la costituzione e sciolto il parlamento, ufficialmente per promuovere il cambiamento politico ma di fatto togliendo di mezzo le restanti istituzioni del Paese. Tutto il potere è caduto in mano ai militari. Nessuno dei rappresentati di piazza Tahrir è mai stato chiamato al loro tavolo.
Questo è il punto. A piazza Tahrir non c’è stata una rivoluzione. Non sono stati i manifestanti a rovesciare Mubarak, ma di fatto un colpo di stato militare celato dietro la maschera di una protesta per la democrazia. Quando fu chiaro che Mubarak non avrebbe volontariamente rassegnato le dimissioni, i militari hanno preso in mano il potere attraverso la creazione di un consiglio militare, lasciando che l’indignazione della folla fornisse una visione edulcorata dei fatti ad uso e consumo del romanticismo occidentale. Dall’11 febbraio i militari hanno il pieno controllo del Paese.
 …
Pertanto, la realtà che abbiamo di fronte è molto diversa da quella che l’entusiasmo di piazza Tahrir ci aveva fatto vedere.  Non è che non in Egitto non sia successo niente, ma ciò che è successo non è una copia fedele di quello che i media hanno ritratto. A parte lo spettacolo offerto dalla folla, il regime è rimasto esattamente dove era. Con l’aggravante di godere del favore dell’opinione pubblica sia interna che esterna al Paese. L’esaltazione di quei giorni di gennaio è andata spegnendosi in una sconfortante conferma della morale gattopardiana: in Egitto è cambiato tutto affinché non cambiasse nulla.

Le forze armate concentrano su di sé il potere politico e quello economico. Logico che abbiano tutto l’interesse a mantenere lo status quo.