Artide e Antartide. Poli opposti, stesso destino

Uno studio della NASA, che prende in esame i dati satellitari e dalla Terra degli ultimi 20 anni, mostra l’evolversi un fenomeno apparentemente contraddittorio in capo al mondo: nell’Artico il ghiaccio si ritrae, mentre in Antartide si espande sempre di più.  In altre parole, i ghiacci che che ricoprono il Mar Glaciale Artico hanno toccato un minimo di estensione, fenomeno che dura da oltre 30 anni ed è ora arrivato a un punto giudicato preoccupante per l’equilibrio del Polo Nord così come lo conosciamo. In Antartide, al contrario, dal 1978 al 2010 l’estensione totale del ghiaccio marino è incrementata di circa 18.000 kmq l’anno: una superficie paragonabile a quella del Veneto.
Il processo in corso è lo stesso, sebbene comporti due risultati differenti. Al nord, infatti, l’aumento della temperatura media scioglie i ghiacci esponendo le acque dell’oceano alla luce del sole, che di conseguenza si riscaldano accelerando il processo di scioglimento del ghiaccio. Al Sud, l’aumento del ghiaccio ha reso l’ambiente più “freddo”, e dunque più ghiacciato. In entrambi i casi, in sostanza, si tratta di un fenomeno che da un certo punto in poi ha finito per autoalimentarsi.
I due estremi del mondo, dunque, condividono lo stesso destino. Non soltanto dal punto di vista climatico. Entrambi sono oggetto delle stesse dinamiche politiche, nonché obiettivo degli stessi Stati.

Polo Nord

A fine ottobre la Russia, per bocca di Aleksandr Popov, direttore dell’agenzia federale per lo sfruttamento del sottosuolo Rosnedra, ha sollecitato (nuovamente) le Nazioni Unite a riconoscerei nuovi confini della piattaforma artica che accrescerebbero la parte russa di oltre di 1,2 milioni di kmq. Le ricerche geologiche condotte dai geologi di Mosca nell’ultimo biennio potrebbero consentirle di sostenere la richiesta davanti alla commissione ONU sui limiti della piattaforma continentale; l’unico organismo internazionale adibito a consacrare tale riconoscimento. In caso di risposta affermativa, la Russia potrebbe sfruttare maggiormente i ricchi giacimenti di idrocarburi, terre rare e metalli preziosi celati sotto i fondali.
Un’insistenza che ci ricorda, se mai ce ne fosse bisogno, che la guerra – “fredda”, di nome e di fatto – per l’Artico è già in corso. Lo ha capito la Danimarca, che pochi giorni fa ha fondato il Comando della Difesa per il Polo Nord a Nuuk, capitale della Groenlandia. Nel discorso inaugurale, la Regina Margherita II ha affermato che “Compito primario dell’Arctic Command sarà quello di dirigere e coordinare il dispiegamento di unità militari nel Nord Atlantico e nell’Artico. Il progetto è parte dell’attuazione dell’accordo Difesa 2010-2014“. Si tratta dell’ultimo e più tangibile esempio del crescente fenomeno di militarizzazione dell’area. Sull’altra faccia della medaglia, la strategia delle grandi potenze nella regione Artica si impernia su una logica spartitoria.
Interessante questa analisi su Rinascita, che racconta come nel corso del 2012 le esercitazioni militari nell’Artico si siano alternate agli incontri ad alto livello dei rappresentanti delle Forze armate di Stati Uniti, Russia, Canada, Norvegia, Danimarca, Svezia, Islanda e Finlandia per discutere la spartizione dell’area. Avvenimenti questi che avranno un peso enorme sul futuro del Polo Nord. Futuro che in ogni caso, come ho più volte ricordato, sarà comunque appannaggio non degli Stati, bensì delle Oil companies (qui, qui e qui).

Polo Sud

Qui la situazione non è molto diversa. In attesa di saccheggiare i giacimenti energetici (50 miliardi di barili di petrolio), oggetto delle mire predatorie dei grandi Stati sono le riserve di pesca. Pochi giorni fa, a Didney, è fallito il tentativo di creare un “santuario marino” nell’Oceano Antartico con l’intento di proteggere la biodiversità dell’area. La Commissione per la conservazione delle risorse viventi marine dell’Antartico ha infatti chiuso i lavori senza adottare alcuna decisione a riguardo, rinviando la questione al vertice annunciato per il prossimo luglio in Germania.
Composta da 24 Paesi e dall’Unione Europea, la Commissione ha valutato due proposte riguardanti altrettante zone nelle acque dell’Antartico meridionale: una da 1,6 milione di kmq per la tutela del mare di Ross (l’ecosistema marino meglio conservato al mondo), e un’altra da 1,9 milione di kmq lungo la zona costiera nell’Antartico orientale, sostenuta da Australia e Unione europea. Ma i timori di Cina e Russia per le restrizioni che ne sarebbero derivate alla pesca ha bloccato tutto.
Gli ambientalisti riuniti nell’Alleanza per l’Oceano Antartico hanno espresso forte delusione. “La Commissione si è comportata come un’organizzazione ittica piuttosto che un’organizzazione di tutela delle acque dell’Antartico“, ha commentato Farah Obaidullah, portavoce di Greenpeace. Ma come già accaduto in altri vertici su temi ambientali (come il Rio+20), non ci si poteva aspettare un esito differente. Troppo forti gli interessi commerciali perché le questioni ambientali potessero avere il loro peso.