OT: In memoria di Alan Turing, scienziato della libertà

Possiamo vedere solo poco davanti a noi, ma possiamo vedere tante cose che bisogna fare.
Alan Turing

Il 23 giugno del 1912 nasceva Alan Turing, oggi considerato il padre del calcolo elettronico e dell’Intelligenza Artificiale. Morto suicida all’età di soli 41 anni, Alan Turing creò la macchina che consentì al controspionaggio britannico di decifrare i codici nazisti nel corso ella Seconda Guerra Mondiale. E’ stato proprio il suo decisivo contributo come crittoanalista a consegnare il suo nome alla storia.

Nel corso della Seconda Guerra Mondiale, i risultati fondamentali da egli ottenuti nella decrittazione finirono per condizionare l’esito della guerra, salvando la vita a migliaia di soldati alleati. I nazisti comunicavano attraverso codici prodotti da una macchina chiamata “Enigma”, che gli Alleati non erano in grado di decifrare. Ci riuscì proprio Turing, tramite una macchina – la “bomba” – messa a punto assieme ai suoi colleghi. Alla fine della guerra ne circolavano più di duecento esemplari. Grazie a questo prodigioso strumento, gli Alleati poterono decifrare le comunicazioni del Reich, riuscendo a trarli in inganno sulla data e il luogo dello sbarco in Normandia.

A onor del vero, gli storici hanno a lungo dibattuto sull’effettivo impatto delle intuizioni di Turing sull’organizzazione dello sbarco. La decisione del governo britannico di dichiarare la sua opera top secret impedì di svolgere un’analisi approfondita su tutta a vicenda, oltreché al grande pubblico di conoscere l’importanza del suo contributo. In ogni caso, per la Germania, la decrittazione dei messaggi targati Enigma sancì l’inizio della fine.

Invece di essere acclamato come un eroe, Turing fu perseguitato fino alla morte. Un giorno, dopo aver scoperto un’irruzione dei ladri nella sua casa, chiamò la polizia, la quale, nel corso dei sopralluoghi, trovò le prove della sua omosessualità, all’epoca considerata reato. Turing fu di fatto “scomunicato” dalle gerarchie accademiche. Nessuno volle più lavorare con lui. Subì un processo e fu condannato ad una terapia ormonale obbligatoria, che ebbe l’effetto di distruggerlo nel corpo e nella mente. Gli crebbe il seno e cominciò a soffrire di turbe psichiche. Alla fine, si uccise nel 1954 mangiando una mela intrisa di cianuro. Si dice – verità? Leggenda? La distinzione fa qualche differenza? – che il logo di Apple, una mela morsicata da un lato, sia un omaggio di Steve Jobs al genio di Turing, quando l’elogio pubblico del genio inglese era visto ancora come inopportuno. Continua a leggere

La storia (non) le darà ragione

Margaret Thatcher – o Lady di ferro, come l’agiografia mediatica l’ha consegnata alla storia – è stata assieme a Winston Churchill la personalità britannica più influente del secolo. Nel bene e nel male.

Il suo curriculum politico riporta un merito indiscutibile: quello di aver invertito il declino del Regno Unito, in una fase in cui Londra era considerata il grande malato d’Europa. Attraverso un mix di detassazione e deregulation in analogia al paradigma reaganinano ha (momentaneamente) creato grandi ricchezze e sviluppo economico, ma anche profonde disparità sociali.. Illuminazione tagliata e cibo delle scuole razionato, miniere chiuse nella disperazione dei minatori (che oggi festeggiano la sua morte), società statali privatizzate senza la minima esitazione. Ha risanato l’economia britannica, ma ha posto le premesse per la crisi odierna.

Il risultato di tanto sfrenato allentamento delle regole fu una bolla finanziaria e immobiliare che precedette di qualche tempo quelle negli Usa e nel resto d’Europa. nonostante l’implosione del sistema che segnò il tramonto della sua era, l’opera di Thatcher avrebbe gettato il seme per l’ascesa di Tony Blair, leader di una sinistra aperta al capitalismo, in tandem con l’americano Bill Clinton. L’apertura del New Labour ai valori della destra ha fatto tornare a crescere la City di Londra alimentando la speculazione, ma l’ha svuotata di quel suo glorioso apparato industriale che per quasi due secoli, fino alla metà del Novecento, erano stati il motore dell’economia mondiale.

Ci ha lasciato tre eredità: un nazionalismo molto radicato, rigorose idee liberiste in economia e una visione fortemente antieuropea. A proposito di quest’ultimo, oggi suonano profetiche le motivazioni del suo euroscetticismo. Nel suo ultimo volume (Statecraft, “l’arte di governare”, 2002) scrisse che le modalità di creazione della divisa unica (da me analizzate qui) contenessero il germe di future divisioni e risentimenti che avrebbero finito per esasperare le divisioni tra gli europei, invece di contribuire alla loro attenuazione.

Trent’anni dopo, con la crisi dell’euro, quelle della Lady di ferro sembrano le parole di Angela Merkel alle prese con i diktat dell’austerity, responsabili della demolizione politica e sociale di quattro Stati dell’Unione (Grecia, Spagna e Portogallo), con un altro (l’Italia) avviato sulla stessa rotta. Allora il suo neoliberismo fu demonizzato. Eppure oggi, nel divampare della crisi, i politici contemporanei non sembrano conoscere altra ricetta che la sua, riabilitando tacitamente il suo modello come soluzione finale, a dispetto delle sue gravi ripercussioni sociali e macroeconomiche. Basta questo per dire che la storia le ha dato ragione? Non credo.

Indubbiamente, Thatcher è stata una leader forte e propositiva. Ha cambiato il mondo, ma ha anche piantato le radici dell’aumento delle disuguaglianze fra ricchi e poveri, che ha provocato l’attuale crisi economica. Secondo Romano Prodi, questo è stato un successo della Thatcher: l’idea che il mondo debba svilupparsi senza alcuna regola e senza alcun controllo, aumentando i consumi e pagando sempre meno chi produce i beni. La macelleria sociale a cui questa spirale ha dato avvio – effetto collaterale delle sue politiche di rilancio e che si è allargata a macchia d’olio nella vecchia Europa anche a scapito dei valori comunitari – si è rivelata un male ben peggiore di quello che mirava a curare. Come icona del liberismo, ha dimostrato che in politica, più che il rule of law, contano i rapporti di forza. Esattamente ciò che uno Stato di diritto si propone di evitare. No, la storia non le darà ragione.

Nell’Europa (dis)unita si litiga sempre per i soldi / 2

La maratona negoziale sul bilancio europeo 2014-2020 è ancora in corso. Si discute sia per il tetto complessivo che per quanto riguarda la suddivisione tra i capitoli di spesa.
In novembre le trattative erano fallite per la difficoltà di trovare un compromesso tra i paesi (tra cui Italia e Francia) che vorrebbero mantenere al livello attuale le risorse destinate al budget europeo e i governi che propongono riduzioni di spesa, come Regno Unito e Germania.
Allora il premier britannico David Cameron aveva proposto una sostanziale riduzione del budget di almeno 30 miliardi sui 973 proposti dal presidente del consiglio europeo Herman Van Rompuy, uscendo (a parole) come il vincitore della contesa. Forte di questo risultato, Cameron ha così avuto l’ardire di promettere all’opinione pubblica un nuovo accordo con l’Ue prima di indire un referendum sulla permanenza nella stessa entro la fine del 2017. Secondo la stampa britannica il discorso ha lasciato molti dubbi sul futuro e, in ogni caso, si fa presto a dire referendum.

Per sapere come sono ripartite le entrate e le spese nell’Unione Europa si può consultare questa infografica del Guardian.
L’ultima notte di trattative ha portato a una riduzione della spesa di 34,4 miliardi di euro. Per quanto se ne sa ora, rivendicano un successo sia quelli che chiedevano un taglio alla spesa come il Regno Unito, sia quelli che invece chiedevano di non tagliare i finanziamenti degli stati membri all’Unione.
Ma se tutti si dicono vincitori pur partendo da posizioni così divergenti, chi è che ha vinto davvero?

In realtà va sempre così, secondo Le Monde: i negoziati sul budget Ue prevedono sempre uno scontro iniziale e un accordo al ribasso. L’Europa attraversata dalla più grave crisi economica e sociale dal dopoguerra, si limita a semplici aggiustamenti marginali. E neanche i sostenitori di un bilancio generoso, sono molto convinti dell’effettivo valore di questo strumento. Il risultato è che tutti cercano di ridurre il loro contributo. Ha cominciato il Regno Unito e adesso tedeschi, svedesi, olandesi e austriaci stanno cercando di fare lo stesso. E paradossalmente tutti giocano sul divario fra le spese promesse e le spese realmente fatte per riconciliare i paesi contributori e quelli beneficiari.

Curioso, poi, che l’ammontare complessivo del budget 2014-2020 – un trilione di euro – corrisponda più o meno allo stesso ordine di grandezza dell’evasione fiscale nel Vecchio continente. Come dire che se la “guerra” alla fuga dei capitali all’estero ormai inaugurata da tutti leader dei 27 si concludesse con un successo, non ci sarebbero più queste risse da bar in sede di Consiglio Europeo per decidere dove andare a prendere le risorse tramite cui contribuire alla ripresa dell’Unione. Ma quella di Bruxelles rischia di essere una sfida ai mulini a vento ed è sintomatica della (dis)unità di intenti che alberga in seno all’impalcatura europea.
Cecilia Tosi su Limes apre uno squarcio sui paradisi fiscali all’interno della UE:

il metodo preferito dagli europei per pagare meno tasse non è quello di andare alle Cayman, ma di lasciare i propri capitali in Europa. Perché la Ue non è un’unione fiscale né tanto meno tributaria e ognuno dei 27 paesi membri può applicare le aliquote che vuole, creando un mercato europeo del conto corrente che si adatta a tutte le tasche.
 I paradisi dove arrivano i capitali in fuga non sono più dietro la porta – la Svizzera non è più una meta così gettonata – ma direttamente dentro casa, anche in membri fondatori dell’Unione come Paesi Bassi e Belgio.
La Commissione europea ha quantificato il costo dell’evasione fiscale per gli Stati dell’Unione a 1 trilione di euro l’anno. Significa che nel 2012 i 27 membri avrebbero avuto a disposizione mille miliardi di euro in più se nessuno avesse presentato una falsa dichiarazione dei redditi o spostato le proprie ricchezze in un posto diverso da quello dove le ha guadagnate.

In totale, pare che da Amsterdam passino 13 mila miliardi di dollari stornati al fisco altrui.

Ma basta fare due passi più a sud per arrivare in un altro paradiso. Il quotidiano economico fiammingo De Tijd ha appena pubblicato un’inchiesta sugli strumenti finanziari più remunerativi concludendo che il Belgio fornisce accoglienza fiscale a circa il 20% delle più grandi società al mondo. Le prime 25 disporrebbero, secondo il giornale, di 336 miliardi di fondi sistemati a Bruxelles per un “risparmio fiscale” pari a 25.4 miliardi.

Con tutta questa concorrenza, i paradisi fiscali “tradizionali” sono costretti a raccattare le briciole.

…Così come i Paesi (l’Italia, ad esempio) dove la fedeltà fiscale dei contribuenti lascia molto a desiderare.

Ma alla Scozia conviene davvero l’indipendenza?

Lo scorso 15 ottobre il primo ministro scozzese Alex Salmond ha ottenuto la firma di David Cameron per lo svolgimento di un referendum sull‘indipendenza della Scozia. L’Edinburgh Agreement, permetterà dunque agli scozzesi di decidere se separarsi da Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord dopo 300 anni di unione politica.
Ma a cosa va incontro una Scozia indipendente? E’ una domanda non secondaria, perché il grande passo, in ogni caso, non si prospetta come semplice.

In primo luogo, non tutti gli scozzesi sono favorevoli all’idea di una Scozia indipendente. Un sondaggio dell’Evening Standard, spiega che il numero di coloro che supportano l’idea di abbandonare il Regno Unito  in calo. Ma secondo lo Scottish Daily Record da qui al 2014 enormi quantità di denaro e di energia verranno spese nel tentativo di persuadere gli scettici che rompere con il Regno Unito è la scelta migliore. Coincidenza, nello stesso anno in Scozia sono previsti diversi eventi culturali e sportivi di grande profilo, occasioni di aggregazione e pubblicità che potrebbero dare manforte alle tesi indipendentiste.

In secondo luogo, la rinuncia al Regno Unito comporterà anche quella all’Unione Europea. Se in un primo momento è prevalsa la teoria secondo cui dopo l’indipendenza Edimburgo potrebbe unirsi all’Unione senza tanti problemi, in quanto gli scozzesi sono già cittadini UE, ora è proprio Bruxelles a smentire questa idea. Secondo il Post Internazionale:

la Scozia si ritroverebbe fuori dall’Unione Europea, come ha fatto capire anche Barroso a inizio settembre. Non ci sarebbe nessuna “eredità” di Paese membro in quanto facente parte del “vecchio” Regno Unito. Il ministro degli Esteri spagnolo Garcìa-Margallo non ha usato giri di parole: in caso di indipendenza, gli scozzesi vadano a Bruxelles e si rimettano in fila per lo sportello adibito alle pratiche di membership. La fama dei meccanismi burocratici dell’Unione non è delle migliori: ci vorrà parecchio tempo. Niente di automatico, come ha invece fin qui propagandato il governo scozzese. Un’economia fuori dall’Unione Europea non avrebbe vita facile.

In terzo luogo, l’indipendenza ha i suoi costi. Innanzitutto quelli del referendum: circa un milione di sterline. Poi la rinuncia agli oltre 100 miliardi di sterline all’anno che Edimburgo riceve da Londra. In più, il nuovo Stato si troverebbe sulle spalle un debito non indifferente. Diario del Web:

Secondo uno studio dell’organizzazione Taxpayer Scotland, uno Stato scozzese indipendente potrebbe ritrovarsi con un debito di 270 miliardi di sterline (circa 300 miliardi di euro), pari a oltre il doppio del Pil annuale: anche considerando i 6,5 miliardi di euro provenienti dai ricavi petroliferi la Scozia spenderebbe attualmente circa 10 miliardi di euro più di quanto incassi. Conclusioni contestate dai nazionalisti, secondo i quali la Scozia sarebbe perfettamente in grado di sostenersi economicamente.

Gli investimenti nelle green tech (in particolare nell’eolico offshore) potrebbero ridurre la quota di idrocarburi destinata al consumo interno per intaccare il meno possibile quella delle esportazioni, ma in ogni caso il petrolio è in via di esaurimento. Sempre il  Post Internazionale:

i ricavi provenienti dall’estrazione del petrolio dal Mare del Nord andranno per il 90 per cento ad arricchire le nuove casse autonome di Edimburgo, invece che passare per Londra. Ma il prezzo del petrolio è estremamente volatile e la produzione in quelle zone sta calando visibilmente (-17 per cento solo lo scorso anno): difficile affidare un bilancio statale di un piccolo Paese ai venti funesti del mercato petrolifero. Le migliori previsioni parlano di un debito annuo rispetto alla spesa di oltre 4 miliardi di sterline, cifra che sarebbe abbordabile da reperire sui mercati se non fosse figlia di un prezzo del petrolio di 144 dollari al barile datato tra 2008 e 2009. La scoperta di petrolio nel Mare del Nord negli anni Settanta è la madre della rinascita del separatismo scozzese, perchè con quei soldi si pensava di arrivare a una discreta e lussuosa autonomia. Ma i tempi potrebbero essere definitivamente tramontati per far leva sull’oro nero.

L’indipendenza, dunque, porta con sé anche rischi e problemi, oltre che la perdita di alcuni benefici e opportunità che la Scozia ha in quanto parte del Regno Unito. C’è da domandarsi se l’orgoglio nazionale valga tutto questo. Neppure Londra farebbe un affare, vista l’amputazione territoriale che il distacco di Edimburgo comporterebbe.
In realtà, la vera questione è il controllo sul fisco, che Edimburgo reclama a gran voce ma che Londra si ostina non mollare. Il punto è questo: solo la devolution può salvare il Regno Unito, come un articolo del Guardian – tradotto da Presseurop - notava già lo scorso gennaio:

[la devolution è] l’unico provvedimento che potrebbe effettivamente mitigare le forze centrifughe nel Regno Unito. Anche se i dettagli devono ancora essere messi a punto, il concetto è semplice: gli scozzesi dovrebbero alzare le loro tasse e spenderle come credono, ponendo fine alla loro dipendenza fiscale da Londra. Non si parla di re, soldati, bandiere, confini e passaporti. La devolution si estenderebbe al pagamento delle infrastrutture del welfare state. Il governo scozzese – ed eventualmente anche quelli del Galles e dell’Ulster – diventerebbe responsabile in maniera diretta delle politiche interne e sarebbe tenuto a risponderne al suo elettorato.

Non c’è vantaggio per gli inglesi nel lasciare che questa dipendenza continui. E bisogna riconoscere alla maggior parte dell’opinione pubblica scozzese il merito di volere che tale dipendenza abbia fine. La “maximum devolution” riporterebbe a casa sua, nel suo paese natale, la responsabilità fiscale di Adam Smith. Riporterebbe con i piedi per terra il populismo spendaccione dei nazionalisti di Salmond, probabilmente li farebbe perdere alle prossime elezioni e comprometterebbe la causa della piena indipendenza. Tutto ciò a beneficio dei Tory di Cameron.

Cameron dovrebbe lasciare che Salmond indica il suo referendum e farsi promotore della “devo-max”, che incoraggia la responsabilità fiscale e metterebbe fine alle costose sovvenzioni alla Scozia, e il cui realismo politico potrebbe ridare fiato ai Tory in Scozia. È davvero un mistero il motivo per il quale Cameron sia determinato a ostacolarla “finché avrà sangue nelle vene”.
La risposta possibile è una sola. Il potere e la smania di controllo su tutto acquisiscono una logica tutta loro quando i politici arrivano alla più alta delle cariche. In questo caso, però, la smania è controproducente. Un secolo fa le isole britanniche erano una nazione. Il governo pare orientato a farne quattro.

Solo la devolution può salvare il Regno Unito. Almeno fino al 2014.

Anche l’Italia nella guerra invisibile in Siria

Diversamente da quanto accaduto in Libia, in Siria l’intervento militare internazionale non c’è stato (e probabilmente non ci sarà), ma ciò non significa che l’Occidente e le altre potenze esterne non siano attivamente coinvolte sul campo.
Qatar, Arabia Saudita, Giordania e Turchia offrono supporto materiale e logistico alMosca rifornisce Damasco di armi, radar e ricambi; Teheran schiera centinaia di pasdaran e numerosi miliziani di Hezbollah.
Ma il ruolo degli attori stranieri non si ferma qui. Accanto alla guerra militare – tra le forze di Assad e i ribelli -, a quella mediatica – tra chi sostiene un intervento esterno e chi invece denunzia un complotto imperialista – e a quella diplomatica – nel Consiglio di Sicurezza ONU -, in Siria si sta facendo strada un altro conflitto ombra: quello delle spie.
Già in marzo Linkiesta denunciava il coinvolgimento dell’intelligence di Parigi:

Nel silenzio generale dei media, e dopo l’ennesima offensiva militare nel quartiere di Bab Amr, ad Homs, l’esercito siriano fa più di 1.500 prigionieri, di cui numerosi “stranieri”. Tra questi, figurano almeno diciotto francesi. Chi sono? Non civili, certo. Alla stregua di soldati, chiedono immediatamente di avvalersi dello statuto di prigionieri di guerra, ma rifiutano recisamente di fornire la loro identità, il loro grado militare e l’élite d’appartenenza. Tra di essi, spunta un colonnello del servizio trasmissione della Dsge, il contro-spionaggio dei servizi segreti francesi. Tra le armi ritrovate dall’esercito siriano fucili, mitragliette e lanciarazzi di fabbricazione israeliana.

L’articolo (da leggere tutto e al quale rinvio) ricostruisce poi la genesi e gli sviluppi della missione operativa condotta dal  DSGE. Informazioni confermate  da Wikileaks che cita alcune mail trafugate dal sito d’intelligence Stratfor.
Non ci sono solo i francesi. Già nell’inverno scorso il sito d’intelligence israeliano Debka (non sempre attendibile, a onor del vero) aveva parlato di agenti segreti britannici – e francesi – al fianco dei rivoltosi. In giugno il New York Times ha rivelato la presenza di uomini della CIA impegnati nella Turchia meridionale a spedire armi e aiuti agli insorti. Il 19 agosto il Times conferma che le forze di Sua Maestà addestrano i ribelli e li affiancano in azione in territorio siriano, appoggiati dalle informazioni raccolte dai servizi segreti di Londra attraverso la base britannica di Akrotiry, Cipro. A riguardo, a fine agosto il Ministro degli Affari Esteri di Nicosia, Erato Kozakou-Marcoullis, ha chiesto alle autorità britanniche chiarimenti sulle notizie stampa secondo cui le installazioni militari del Regno Unito sull’isola stanno fornendo intelligence ai ribelli siriani.
Hanno le mani in pasta anche i servizi segreti tedeschi del Bundesnachrichtendienst (BND), che schiera in Mediterraneo il meglio della tecnologia radar e di spionaggio imbarcata sulla nave-spia Oker3,000 tonnellate di stazza e 83 metri di lunghezza che, navigando al largo delle coste siriane, sarebbero in grado di cogliere i movimenti di aerei ed elicotteri fino a 600 km di profondità intercettando ogni tipo di comunicazioni. I dati raccolti vengono poi trasmessi nella base Nato di Adana (Turchia), dove si provvede ad intercettare i messaggi radio e le comunicazioni telefoniche tra i membri del governo siriano e dei vertici militari. Le informazioni raccolte vengono poi trasmesse al FSA per pianificare le operazioni sul campo.
In tutto ciò la Turchia – che contro Damasco conduce da mesi una guerra non dichiarata – ha un ruolo non secondario, come testimoniato dalla recente visita a Istanbul del capo della CIA David Petraeus, riportato da un pò tutti i media turchi ma non confermato (e neppure smentito) dal governo di Ankara:

Una conferma dei piani per la creazione in tempi rapidi di una zona cuscinetto lungo il confine ma all’interno della Siria – zona che la Francia vorrebbe proteggere impiegando forze militari straniere, dando così il via all’intervento militare internazionale – viene dall’offensiva lanciata dai ribelli su Harem, città a soli due km dal confine, a nordovest di Aleppo. E’ un crocevia strategico e la sua cattura permetterebbe agli insorti armati di garantirsi una ulteriore via d’accesso verso la Turchia.

Ricapitolando, in Siria ci sono praticamente le spie di mezzo mondo: Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Germania, Turchia, Russia, Iran. E Italia.
Cosa c’entriamo noi?
A fine agosto si scopre che in luglio quattro uomini armati, con passaporti italiani ma nomi inglesi, erano stati arrestati in Libano, e che gli Stati Uniti ne avevano il rilascio immediato d’accordo con l’ambasciata italiana:

La storia, che le autorità di Beirut hanno cercato di occultare, risale a luglio, quando in Libano sono stati bloccati quattro uomini appena entrati nel paese, ma proveninenti dalla Siria. Fermati ad un posto di blocco, i quattro hanno esibito regolari passaporti italiani, ma con nomi inglesi (o americani): James Newton, Andrew Robert, Thomas Oliver e Sam (non si è saputo il cognome). Uomini la cui presenza non era passata inosservata: infatti fin dal 5 luglio uomini delle forze tribali dell’area nord della Bekaa (la valle che si estende al confine libanese/siriano, storicamente centro di ogni tipo di traffico illegale, area logistica di Hezbollah ma ultimamente indicata da Damasco come luogo dal quale gli islamisti si infiltrano in Siria per partecipare alla rivolta) si erano accorti di movimenti sospetti ed avevano notato la presenza di una Range Rover nera (con targa che finiva con 21/c) e di una Jeep Tri Blazer nera (con targa che finiva con 11/c). Le macchine avvistate nella Bekaa il 5 luglio erano entrate in Siria e tornate in Libano due giorni dopo.

saputo dell’arresto dei quattro con gli accompagnatori, è entrata direttamente in azione Maura Connelly, dal 2010 ambasciatore degli Stati Uniti in Libano, che ha contattato le autorità di Beirut ottenendo il rilascio del gruppo. Un’azione congiunta, a quanto sembra, con l’ambasciata italiana.

Globalist rivela che i quattro erano contractors ingaggiati dall’AISE – il nostro serizio segreto esterno – e molto probabilmente impegnati in una covert action congiunta con elementi della Cia. Operazione di quale natura, però, non è ancora dato sapere:

Se, come sembra del tutto verosimile, la ricostruzione delle fonti di Sama Syria fosse corretta, il mistero dei passaporti italiani autentici non sarebbe più tale. Infatti nel nostro ordinamento sono previste norme che consentono il rilascio di falsi passaporti là dove ci siano esigenze di sicurezza o interesse nazionale. In altri termini, l’autenticità dei passaporti rappresenterebbe un’ulteriore conferma del legame dei 4 con l’intelligence italiana.
Questa la storia, che però non deve meravigliare: sarebbe molto più strano se in Siria non ci fossero servizi segreti di tutte le risme e reti spionistiche di questo o quel paese. Tanti, troppi gli interessi.

Falklands, trent’anni dopo. Adesso quella forte è l’Argentina

Ho già spiegato come mai la contesa delle Falklands si sia riaccesa proprio adesso, a trent’anni dalla guerra che ne decretò l’appartenenza al Regno Unito. La ragione è il petrolio, ma in politichese si preferisce non dire certe cose apertamente, preferendo ammantarle con motivazioni storico-sociologico-culturali – vere o presunte – che conferiscano un’aura di rispettabilità alle proprie pretese.
Chi volesse ripercorre la vicenda dal principio può dare uno sguardo a questo esauriente excursus.

Soffermandoci sul presente, la tensione diplomatica tra i contendenti ha subito una brusca impennata l’apice nelle ultime settimane. L’Argentina ha reagito con rabbia alla decisione della Royal Navy di inviare il suo distruttore Dauntless nell’Atlantico meridionale. Parimenti ha mal digerito la visita del principe William in “uniforme da conquistatore, giudicata una provocazione. Alle rimostranze politiche si sono poi aggiunte quelle di piazza, culminate nella manifestazione del 20 gennaio di fronte all’amabasciata di Londra, in cui alcune persone hanno anche incendiato una bandiera britannica.
Eventi a cui Londra ha replicato accusando Buenos di colonialismo e – fatto più significativo – rafforzando la difesa dell’arcipelago con l’invio di un sottomarino a propulsione nucleare Trafalgar, dotato di missili da crociera Tomahawk e siluri Spearfish. In proposito il ministero britannico della difesa ha rifiutato ogni commento ufficiale.
In ogni caso le Falklands sono ben guarnite.

L’aspetto sul quale vale la pena riflettere è che, rispetto al 1982, le parti sono invertite: ora quella forte è l’Argentina. Confortata da indicatori macroeconomici favorevoli (crescita tra il 7% e il 10%, povertà all’8.3% e disoccupazione al 7,2%), Buenos Aires sta vivendo un momento favorevole, benché in mezzo a tante luci non manchino le ombre (inflazione e surplus commerciale previsto in ribasso). Lo Stato è tornato ad essere protagonista della vita economica, dopo la scellerata parentesi liberista targata Menem. L’incremento dei prezzi di materie prime e prodotti agroalimentari hanno contribuito al rilancio dell’export, mentre l’istituzione di restrizioni all’import ha avviato il mercato interno verso la quasi totale autosufficienza.
L’economia di Londra, al contrario, è ancora in stallo a causa della crisi, anche perché appesantita da un debito (pubblico e privato) che cresce a vista d’occhio. Le estrazioni petrolifere sono diminuite di un terzo rispetto all’anno, e il referendum sull’indipendenza della Scozia previsto per il 2014 rischia di portare via anche ciò che resta dei giacimenti nel Mare del Nord.

Anche a livello internazionale la bilancia pende dalla parte dell’Argentina. Pressoché tutti i Paesi dell’America Latina sono schierati con Buenos Aires. Lo si era capito in dicembre, quando il presidente Cristina Kirchner, nel discorso di insediamento alla presidenza del Mercosur, ha ringraziato i presenti per il sostegno offerto al blocco navale argentino nei confronti di imbarcazioni delle Falklands. La prima di una serie di iniziative volte a tagliare fuori i keplers (gli abitanti delle isole) dal resto del mondo.
Londra, invece, parteggia da sola. Cameron è politicamente sempre più isolato dall’Europa. L’America mantiene un profilo neutrale, limitandosi all’augurio che le parti raggiungano un accordo attraverso il dialogo bilaterale.
Elementi che rispecchiano i mutati rapporti di forza sullo scacchiere globale. Non solo tra Argentina e Regno Unito.

Negli ultimi anni la fiducia del Sud America nelle proprie possibilità viaggia di pari passo con l’ascesa della sua economia. Il continente è riuscito a crescere a ritmi lusinghieri nonostante la crisi. I Paesi latinoamericani hanno capito che al mondo non ci sono solo Washington, Londra o Berlino. Così si sono impegnati a stringere solidi legami con le altre economie emergenti (Cina in primis), nonché a rafforzare i rapporti intracontinentali attraverso una serie di riuscite iniziative diplomatiche: Unasur e Celac su tutte.
Contemporaneamente sono cresciute le spese militari, motivata da ragioni diverse da Paese a Paese ma in definitiva volta a ridimensionare le mire straniere sui giacimenti del continente. Nel periodo 2003-2010 Il bilancio della difesa in America Latina è cresciuto con una media annua del 8,5%, fino a sfiorare i 70 miliardi di dollari. L’Argentina spenderà 5 miliardi di euro nel 2012, contro i 3,2 miliardi dello scorso anno. Oltre al completamento del programma di modernizzazione del TAM (Tanque Argentino Medium), Buenos Aires ha deciso di acquistare una cinquantina di elicotteri dalla Cina e di avviare i preparativi per la costruzione di un sottomarino nucleare (in un chiaro esempio di imitazione e/o deterrenza rispetto al Brasile). Previsto anche un programma di sviluppo nel settore dei droni.

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Il petrolio riaccende le tensioni nelle Falklands

Sembra incredibile, ma nei giorni in cui l’attenzione dei media internazionali è concentrata sulla (improbabile) nascita dello Stato palestinese e sulle tensioni tra Turchia e Israele torna in auge la questione delle Falkland. Trent’anni dopo la breve guerra che oppose Regno Unito e Argentina, ad agitare nuovamente le relazioni tra i due Paesi c’è la possibilità sotto le acque dell’arcipelago si celi un cospicuo giacimento di petrolio.

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Il populismo vince anche in Finlandia

La Finlandia è l’ultimo Paese investito dall’ondata populista, cavalcata da movimenti che pronti a sferrare attacchi contro immigrati e istituzioni ma del tutto incapaci di proporre vie d’uscita alla crisi. La vittoria del populismo è una sconfitta per tutti.

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Regno Unito e Olanda porteranno l’Islanda in tribunale?

Nel 2008, il default delle tre principali banche islandesi (la Glitnir, la Kaupþing, e la Landsbanki ) lasciò sul lastrico, oltre agli islandesi, anche parecchi investitori stranieri. In particolare, il fallimento di Icesave, società controllata da Landsbanki, comportò una perdita complessiva da 5,6 miliardi di dollari per circa 340.000 correntisti inglesi e olandesi. Un danno di cui Regno Unito e Olanda si fecero carico, in attesa che l’Islanda fosse in grado di rifondere i capitali elargiti.

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