Anche in Francia i ristoranti non sono più così pieni

Nella notte tra il 19 e il 20 novembre Moody’s ha declassato il rating delle obbligazioni di Stato francesi: Parigi ha così perduto la sua tripla A, attestandosi a livello A1. Ormai è ufficiale: sarà un autunno caldo anche per la Francia. Passato l’entusiasmo per l’elezione di Hollande viene da chiedersi, infatti, come il Paese riuscirà a rispettare l’obiettivo di un deficit/PIL al 4,5% quest’anno e al 3% l’anno prossimo, visto che secondo un rapporto della Corte dei Conti mancano all’appello circa 10 miliardi per quest’anno e 33 miliardi per il prossimo (ipotizzando un Pil non inferiore all’1%).
Ed è solo la punta dell’iceberg. Si moltiplicano, infatti, le voci che parlano di una Francia come il vero grande malato d’Europa.

Secondo l’Economist, l’economia francese è una “bomba a orologeria” che può fare danni seri nel Vecchio Continente, in tempi brevi. Benché ci siano dei punti di forza su cui il Paese può ancora contare, non mancano quelli di debolezza. Negli ultimi anni la Francia ha perso sempre di più competitività rispetto alla Germania. Inoltre non ha tagliato la spesa pubblica – che ammonta al 56,2% del PIL, una delle più alte d’Europa – così da poter diminuire la pressione fiscale, e soprattutto non ha approvato le riforme strutturali necessarie a ridare vigore all’economia, appesantendo anzi la regolamentazione del lavoro. Le imprese francesi sono state appesantite da tasse molto alte e un costo del lavoro tra i più alti d’Europa. Non a caso, il numero delle nuove imprese è rimasto molto basso negli ultimi anni. Come per altri Paesi europei in difficoltà, anche la Francia non ha potuto svalutare per riguadagnare terreno. Le risorse per sostenere l’economia sono arrivate facendo ricorso alla spesa pubblica e aumentando il debito. Di conseguenza la ricchezza dello Stato è diminuita e, dal 1981 a oggi, il debito pubblico è passato dal 22% al 90% del PIL
Anche Die Welt avverte i francesi che dopo anni di immobilismo e finzioni è arrivato il momento di affrontare la dura realtà.

Gli imprenditori, per tornare produttivi, chiedono di tagliare 30 miliardi di oneri per le imprese e di abbattere la spesa pubblica di 60 miliardi. In una lettera aperta pubblicata su Le Journal du Dimanche, la Afep (Associazione Francesi degli imprenditori privati, che rappresenta gli amministratori delegati di 98 delle più grandi società francesi), spiega che il taglio di 30 miliardi dovrebbe per metà derivare da una spesa pubblica più bassa, e l’altra metà da un aumento dell’Iva.
Ma Hollande, nel timore che uno spostamento in modo così deciso della spesa per il welfare sulla tassazione diretta andrebbe a colpire i consumatori di fascia bassa e media, preferirebbe investire di più in piccole e medie imprese, riponendo poi le sue speranze nei negoziati tra sindacati e aziende, per raggiungere un accordo sulla flessibilità del mercato del lavoro in stile tedesco. Una cosa è certa: senza incentivi pubblici, la grande industria francese (soprattutto quella automobilistica) non sta in piedi.

In questo quadro, la missione di Hollande si presenta complicata. Dalla sua elezione, non solo la situazione della Francia non è migliorata, ma le attuali difficoltà stanno portando il presidente nella tenaglia di una doppia pressione: da un lato, la cittadinanza si attende che siano mantenute le promesse fatte prima del voto (difesa dell’equità e dello stato sociale); dall’altro, Berlino spinge invece perché Parigi adotti misure più rigorose. La crisi ha fin qui impedito al neoinquilino dell’Eliseo di avviare concretamente il proprio programma di riforme, ma nel frattempo si sono moltiplicati i segni dell’impazienza tedesca, nel timore che la Francia non stia facendo abbastanza per migliorare i propri fondamentali macroeconomici.
Inutile sottolineare, infatti che i timori sulla stabilità della seconda economia continentale rappresentano un segnale d’allarme per tutta l’Eurozona. Riporto integralmente questo articolo di Giorgio Arfaras su Limes:

Fino alla vittoria elettorale di Hollande in Francia prevaleva l’idea di seguire “il punto di vista di Berlino”, ossia il Fiscal Compact. Con Hollande ha incominciato a prevalere l’idea di una soluzione mista di Fiscal Compact e Fiscal Growth.
I mercati finanziari a quel punto avrebbero potuto muoversi nella direzione di ridurre il peso del debito pubblico francese nei propri portafogli, con ciò mostrando il proprio “non gradimento” per le politiche di Hollande. Invece, l’intervento della Banca centrale svizzera, volto a tenere fermo il cambio del franco, che si stava apprezzando troppo contro l’euro, ha contribuito a frenare il rialzo dei rendimenti sul debito pubblico francese.
Tutto sembrava sotto controllo, o meglio “sopito”, fino a quando – e in pochi giorni -il Fondo MonetarioThe Economist, e adesso l’agenzia di rating Moody’s hannorisollevato il problema: la Francia ha un debito pubblico che cresce velocemente con un’economia stagnante.
La Francia e la Spagna hanno un debito pubblico che cresce velocemente perché i loro deficit pubblici sono elevati e generano debito per il finanziamento, mentre il debito italiano cresce poco perché il deficit è modesto. Tutte e tre le economie sono però stagnanti. Le manovre richieste per portare sotto controllo il debito pubblico – un rapporto debito/pil pari al 60% in qualche anno – dovrebbero, in presenza di rendimenti elevati e di una crescita modesta, “strizzare” i bilanci pubblici dei tre paesi. Una cosa politicamente difficile da perseguire.
Se, invece, il rapporto fosse dell’80% e i rendimenti richiesti sul debito fossero modesti – anche per l’intervento della Banca Centrale Europea – il bilancio pubblico dei tre paesi verrebbe “strizzato” poco, e nel caso italiano non verrebbe più “strizzato”, perché le manovre fin qui perseguite sarebbero sufficienti.
Perseguendo un’austerità “addolcita”, insomma, le cose potrebbe rimettersi abbastanza in ordine senza troppe frizioni. Quattro delle cinque maggiori economie europee (Francia, Italia, Spagna, Olanda) sono relativamente “mal messe”: crescono poco o niente oppure flettono. Questo andamento comincia a lambire la Germania, la prima economia europea.
La Germania non può cavarsela contando di vendere turbine ai cinesi, deve anche vendere automobili agli europei. L’arrivo della Francia – con il suo peso politico ed economico – nel novero dei paesi “mal messi” potrebbe cambiare le carte in tavola. Una politica di austerità addolcita potrebbe essere la nuova direzione delle cose nell’area euro.

E pensare che fino a ieri la mina vagante eravamo noi. Prima che le contingenze ne imponessero la sostituzione con Mario Monti, Berlusconi affermava che in Italia la crisi non c’era perché i ristoranti erano sempre pieni. Ce lo ricordiamo tutti. A quanto pare, anche oltralpe non si raccontava una storia poi tanto diversa.

Anatomia delle agenzie di rating. Gli interessi della speculazione dietro gli oracoli della finanza mondiale

Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch continuano ad abbassare la valutazione del debito dei Paesi in crisi, mettendo a rischio non solo stabilità dell’Eurozona ma la sua stessa esistenza.
L’ultimo assalto è avvenuto perché gli Stati europei avevano osato pensare a una partecipazione volontaria delle istituzioni finanziarie private (banche, assicurazioni, fondi di gestione, ecc) al salvataggio della Grecia, il cui fallimento è dato quasi per certo. Una soluzione alla quale le tre Parche del rating hanno imposto il loro veto con un’ecatombe di declassamenti (qui i rapporti esplicativi), alimentando così il clima di nervosismo dei mercati finanziari.
Che le agenzie di rating siano venute meno ai loro compiti di fornire un’informazione corretta è ormai un sospetto molto diffuso.  Benché il rating sia un servizio importante fornito agli investitori, in realtà nel tempo è diventato un meccanismo poco trasparente e monopolizzato dalle tre grandi società che oggi si accaparrano il 95% del mercato. Il settore è oggi uno dei più segreti e sconosciuti al mondo, ma anche uno dei più redditizi, se pensiamo che  negli ultimi tempi i profitti delle agenziesi sono spinti fino al 50% del loro giro d’affari (1,3 miliardi di euro per S&P’s nel 2010).
Anche se le agenzie rispondono che fanno il loro lavoro e che il mercato non ha bisogno di loro per farsi un’opinione, due studi (uno del FMI, l’altro della BCE) dimostrano la loro responsabilità diretta nell’attuale instabilità finanziaria. In entrambi casi la conclusione è che i ripetuti downgrading hanno un effetto diretto sugli investitori, che chiedono automaticamente dei tassi di interesse più alti in ragione del premio di rischio. Spesso queste agenzie seguono le paure del mercato, ma talvolta le anticipano, creando delle previsioni che si autoavverano. Mobilitando diverse decine di miliardi di euro per mettere interi Paesi (Grecia, Irlanda e Portogallo) al riparo da un fallimento peraltro non ancora scongiurato. In un mercato integrato come quello dell’euro, questi declassamenti hanno un effetto destabilizzante sull’insieme degli altri Paesi, compresi quelli dell’esclusivo club della tripla A.

Da un punto di vista storico, i dati devono far riflettere. Per anni le agenzie hanno sistematicamente ignorato i problemi strutturali legati alla bolla immobiliare USA e alle economie periferiche europee, nonostante da tempo mostrassero segni inquietanti. Questa lunga analisi del Sole 24 ore ricostruisce nel dettaglio il caso greco. Ai primi di dicembre 2009 un report di Moody’s scriveva ancora che i “timori degli investitori sulla Grecia era malposti”. Solo dopo che il governo di Atene ha ammesso di aver mentito sulla portata del debito greco, è cominciato il ciclo di declassamenti. Un allarme più tempestivo avrebbe potuto ridurre il flusso di denaro investito verso Atene ed evitare così il super haircut del 50% deciso il 26 ottobre a Bruxelles, che oggi costerà 100 miliardi di euro di perdite nei bilanci della maggiori banche del mondo.
Sulla Grecia Moody’s si è difesa dicendo che la sua estrema prudenza è stata determinata dalla convinzione che l’ingresso di Atene nella zona euro avrebbe evitato per sempre qualsiasi ipotesi di bancarotta. In compenso l’agenzia ha percepito cifre varianti da 330.000 a 540.000 dollari ogni anno per dare il rating al debito pubblico ellenico.
E poi ci sono gli altri casi consegnati agli annali. Lehman Brothers, che ha mantenuto la tripla A fino al giorno stesso del fallimento. Enron, anch’essa tripla A fino ad un secondo prima del collasso. Il downgrading degli Stati Uniti, dovuto ad un errore di 2.000 miliardi di dollari nelle stime di riduzione del debito e motivato da affermazioni politicamente molto orientate alle critiche del Tea Party. Il downgrading della nuova Tunisia, proprio il giorno dopo la cacciata di Ben Alì. In ultimo gli Eurobond, affondati prima ancora di vedere la luce (se mai la vedranno) perché marchiati da un voto basato sulla più bassa valutazione del credito tra quella dei Paesi partecipanti – se fosserogarantiti per il 27% dalla Germania, per il 20% dalla Francia e per il 2% dalla Grecia, il rating sarebbe CC, quello della Grecia
Gli infortuni delle agenzie hanno contribuito ad innescare quel disastro finanziario del 2008 costato finora ben 7.700 mld di dollari di finanziamenti della Federal Reserve allo 0,1% di interesse alle grandi banche americane, secondo quanto ricostruito da Bloomberg. Dopo aver affondato l’economia americana, ora pare che le agenzie vogliano la pelle dell’euro, unendo così in un unico tragico destino le due sponde dell’Atlantico

La questione del controllo delle società di rating si lega strettamente a quella del (presunto) anonimato dei cosiddetti “mercati”. A prima vista, infatti, la speculazione appare un fenomeno fisiologico, insito alla natura stessa della finanza e dovuto all’azione congiunta della generalità degli investitori; in realtà dietro le quinte si celano nomi e volti. Sempre gli stessi.
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Più che finanziario, il declassamento degli Usa è geopolitico

di Luca Troiano

No, non credo alla profezia dei Maya sul 2012. Tuttavia, più ci avviciniamo alla fatidica data e più il mondo sembra andare a rotoli.
Venerdì 5 agosto l’agenzia Standard & Poor’s ha annunciato quello che tutti ci aspettavamo: il downgrade degli Stati Uniti da AAA ad AA+. Neppure l’accordo sul tetto del debito è bastato a salvare l’immacolata tripla A dello Zio Sam. E da giorni le borse mondiali sembrano ripiombate nella Fossa delle Marianne del ’29. Continua a leggere

L’Europa è vittima (consapevole) delle agenzie di rating

di Luca Troiano

L’Europa deve biasimare solo se stessa per il caos provocato dalle agenzie di rating.
Importanti personalità quali Jose Manuel Barroso, presidente della Commissione europea, e Wolfgang Schauble, ministro delle Finanze tedesco, hanno aspramente criticato il downgrade del Portogallo da parte di Moody’s e i declassamenti a catena della agonizzante Grecia. Ma di fatto è stata proprio l’Europa a consegnare il futuro di alcuni suoi membri (e, di riflesso, della stessa moneta unica) al pollice verso delle agenzie di rating. L’approccio della Bce alla crisi greca è sintomatico.
Tralasciamo le debolezze strutturali della moneta unica, espressione di tante economie troppo diverse tra loro per funzionare a regime sotto gli stessi parametri.

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Bahrein, la guerra in Libia mette il sistema bancario a rischio

di Luca Troiano

Per il Bahrein, il 2011 si sta rivelando una sorta di annus horribilis. Prima le rivolte interne e la repressione per mezzo di 1000 soldati sauditi e 500 dagli EAU, pur nel totale silenzio dei media. Ora il rischio concreto di una crisi finanziaria, se gli investimenti effettuati in Libia saranno compromessi dall’evolversi della guerra. Nel mese di luglio, l’agenzia di rating Moody’s ha declassato la Arab Banking Corp., gigante bancario del regno, le cui prospettive sono legate a doppio filo all’instabilità della Banca Centrale libica, azionista al 59% dell’istituto di Manama. Il giudizio sui depositi è sceso da Baa3/Prime-3 a Baa1/Not-Prime; quello sulla solidità finanziaria da D+ a D. Rating che sarebbe ancora più basso se alle spalle della banca non ci fossero le garanzie offerte dal Kuwait Investment Authority, azionista di minoranza con il 30%. Valutazioni che comportano un outlook negativo. Continua a leggere