Il business del petrolio sulle ceneri della Somalia

Si dice che se l’Occidente ha smesso di interessarsi della Somalia è perché nel suo sottosuolo non ci sono risorse da trafugare. Invece le risorse ci sono eccome e il saccheggio è già iniziato.
Il 17 gennaio la Horn Petroleum, società controllata dalla canadese Africa Oil Corp., ha ufficialmente iniziato le trivellazioni nel Puntland, Stato semiautonomo situato a Nordest, sulla punta del Corno d’Africa. La compagnia sta perforando il pozzo di Shabeel-1, nella Valle Dharoor, ad una profondità di 3.800 metri. Ci vorranno 90 giorni per raggiungere il petrolio, stimato in 300 milioni di barili. Si stima che i giacimenti del Puntland ne contengano in totale 6 miliardi.
Se l’operazione avrà successo, si procederà alla perforazione di altri due pozzi della regione di Nugaal.

Per vent’anni le attività estrattive in Somalia sono state impedite dall’incapacità delle fazioni di concordare e rispettare i termini di perforazione, oltre alla cronica instabilità del Paese.
L’esplorazione petrolifera nel Puntland ha avuto inizio nel 2005 (qui la cronologia degli eventi) e vede coinvolta, oltre alla Africa Corp. Oil, anche l’australiana Range Resources, proprietaria al 50,1% dei diritti di concessione nei blocchi di Dharoor e Nugaal (qui i progetti previsti). Gli accordi tra il governo locale e le compagnie furono contestati dal Governo Federale di Transizione perché firmati senza la sua preventiva consultazione.

Il presidente del Puntland, Abdirahman Mahmoud Farole, ha detto che grazie al petrolio la Somalia sarà testimone di una fase di rinascita dopo tanta miseria patita. Egli ha esortato i clan locali, che in precedenza avevano attaccato un convoglio della Africa Oil, a rinunciare alla violenza per cooperare alle operazioni e alla costruzione della pace nella regione. Ha aggiunto inoltre che la gente del posto beneficerà di nuovi posti di lavoro e che i ritorni sugli investimenti saranno utilizzati per migliorare i servizi resi alla comunità. Ma tra i somali, stremati da vent’anni di guerra e abituati alle promesse disattese, serpeggia un misto di paura e disillusione.

In Africa, ogni scoperta di risorse nel sottosuolo si è rivelata una maledizione per gli abitanti del posto. E nella migliore delle ipotesi tali ricchezze hanno alimentato cricche e consorterie locali.
Il caso della Nigeria è emblematico: la gente non ha beneficiato in alcun modo dei ricchi introiti petroliferi, incamerati per la maggior parte dall’1% della popolazione, se è vero che gli indicatori socio-economici del Paese sono peggiori oggi di quanto non lo fossero 30 anni fa. Si stima che, dal 1960, tra i 300 e 400 miliardi di dollari siano stati sottratti da funzionari governativi corrotti, mentre il 70% delle oltre sei milioni di persone che abitano nel delta del Niger vivono con meno meno di un dollaro al giorno. In compenso esse pagano sulla propria pelle i danni ambientali prodotti dalle oltre 7000 fuoriuscite di petrolio (quelle ufficiali…) censite dal 1970 – di cui anche l’Eni ha una fetta di responsabilità.

Continua a leggere