Giordania, avanti con l’ancien régime

Le elezioni in Giordania (qui i risultati preliminari) confermano un parlamento fedele a re Abdallah: come nel 2008 e nel 2010, l’assemblea nazionale vedrà la presenza predominante di esponenti delle basi di potere del regime, in particolare degli apparati di sicurezza, del mondo degli affari e dei gruppi tribali. Soltanto poco più di una ventina dei 150 seggi totali sono andati a uno schieramento diviso al suo interno di gruppi di sinistra e islamici. Risultati scontati e non hanno prodotto nessun cambiamento.

L’affluenza alle urne è stata del 56,56%, per un totale di un milione e 251 mila votanti. È stato dunque superato quel 50% considerato la soglia minima dagli osservatori locali per considerare legittimo il nuovo parlamento, nonostante l’invito Fronte Islamico d’Azione, braccio politico dei Fratelli Musulmani a boicottare le elezioni, descritte come “fraudolente”. Fratellanza che ora parla di compravendita di voti e finte tessere elettorali.
In effetti, nei giorni precedenti alle consultazioni non sono mancati di casi di arresti per voto di scambio. A cominciare da quelli di Ahmed Safadi, ex deputato ora finito in carcere con l’accusa di compravendita voti e di possesso illegale di tessere elettorali, e di Mohammed Khushman, segretario dell’Unione Nazionale Giordana. Ma anche il regime stesso è coinvolto nel meccanismo dello scambio. Inoltre, con la corruzione diffusa che infetta i vari apparati dello Stato, è scontato supporre che siano proprio gli alti gradi del potere a scegliere quali personaggi perseguire e quali no.

Per gli osservatori internazionali, va bene così. La favola della “Giordania isole felice e moderata” continua a nascondere i reali problemi del Paese. – non ultimo, lo sfruttamento del lavoro minorile.
Ci si è limitati a sottolineare che la pressione esercitata dai movimenti di protesta (rimando al mio post precedente) ha permesso di ottenere alcune riforme: già il fatto che le elezioni siano state supervisionate da una commissione indipendente è un segnale di cambiamento e di apertura, come pure la quota rosa di quindici seggi da destinare alle donne, tre in più rispetto alla scorsa tornata, e la scelta del primo ministro che Abdallah II dovrà condividere con il Parlamento. Trascurando però che la legge elettorale impedisce con la selezione dei candidati di garantire un’effettiva competizione plurale: i partiti infatti potevano candidare solo il 20% dei parlamentari, mentre il restante 80 è stato scelto su base locale, favorendo in tal modo i candidati tribali vicini al re. a favore di una scelta su base tribale più che individuale.
In ogni caso, nonostante l’immagine glamour costruita attorno alla Regina Rania, la Giordania questa volta potrebbe essere contagiata dai mutamenti regionali. Abdallah II intanto è stato costretto a chiedere un alto prestito al Fondo Monetario: 2 miliardi di dollari.

Linkiesta nota le implicazioni della partita giordana non solo per quanto riguarda la politica interna di Amman, ma per il futuro di tutto lo scacchiere mediorientale. Dove la parte del leone, manco a dirlo, la fa il Qatar:

Dietro la battaglia antimonarchica dei Fratelli Musulmani ci sarebbe, infatti, il Paese protagonista della primavera araba e della caduta dei regimi di Tunisia, Egitto e Libia: il Qatar. Le autorità del piccolo emirato avrebbero minacciato ritorsioni in campo politico ed economico nei confronti della Giordania per la posizione assunta dal re, Abdallah II, che intende ostacolare l’ascesa al potere dei Fratelli Musulmani proprio nella vicina Siria. Secondo quanto rivela il periodico giordano Al Majalla, un esponente della Coalizione nazionale siriana dell’opposizione ha riferito alle autorità di Amman che il governo qatariota sarebbe irritato per la scelta dell’esecutivo giordano di sostenere i gruppi dell’opposizione siriana antagonisti dei Fratelli Musulmani.
Il periodico giordano sostiene che il Qatar avrebbe più volte chiesto ad Amman di entrare nell’asse di cui fanno parte anche Turchia e Egitto per far cadere il regime di Bashar al Assad a vantaggio del gruppo islamico. Doha avrebbe inviato una serie di messaggi ad Amman che si ostinerebbe a restare legata all’Arabia Saudita, preoccupata per l’avanzata dei Fratelli Musulmani nella regione. Il pericolo è che il Qatar possa usare la sua emittente televisiva Al Jazeera per avviare una campagna contro la casa reale giordana, già in difficoltà sul fronte interno per la scelta dell’opposizione islamica di non partecipare alle elezioni di domani.

Sullo sfondo, l’emergenza dei profughi siriani, ancora in attesa dell’aiuto internazionale. A causa della guerra centinaia di migliaia di persone hanno lasciato la Siria per rifugiarsi nella vicina Giordania. Amman per ora tiene aperte le porte, ma le condizioni disagiate dei campi spingono alcuni rifugiati a tornare in patria, nonostante la guerra in corso.

A due anni dalla rivoluzione, l’Egitto non è ancora quello che sognavano i giovani di piazza Tahrir

A due anni dai raduni in piazza Tahrir, dagli scontri con le forze di sicurezza, dai morti, oggi l’Egitto ha una nuova Costituzione, un Parlamento e un presidente liberamente eletti. Eppure piazza Tahrir continua a riempirsi. L’Egitto è l’immagine di un Paese in transizione: a volte accelera verso il cambiamento, altre fa dei passi indietro. Ma i problemi di sempre rimangono: dalla corruzione alla violenza, passando per la discriminazione delle donne e per le tensioni tra copti e musulmani. A cui si aggiungono l’impunità dei vecchi esponenti del regime e le persone uccise come diretta conseguenza degli scontri di piazza avvenuti negli ultimi tempi. Poi ci sono i casi degli abitanti dell’isola di Qursaya, di Muhammad Sabry, e di tutti quei civili che ancora oggi sono costretti a subire processi militari.
Ripensando ai giorni di inizio 2011 c’è un particolare che da allora la stampa internazionale sembra aver trascurato: la mobilitazione che portò alla caduta del trentennale regime di Mubarak, più che ad una sincera richiesta di rappresentanza e partecipazione, era il frutto della mancanza di lavoro, di prospettive, di futuro. In definitiva, la gente soffriva la mancanza non tanto della democrazia, quanto del pane quotidiano.
Dopo tutto, l’aspirazione alla democrazia è anche l’esigenza di migliori condizioni economiche. Dobbiamo partire da qui per comprendere come mai la piazza principale del Cairo continua a ribollire.

L’economia in panne

La caduta di Mubarak ha avuto pesanti conseguenza sull’economia egiziana: le riserve in valuta estera, da 36 miliardi di dollari, sono calate a 15,5 miliardi (dati febbraio 2012); la crescita è crollata dall 5% del 2010 all’1,8% dell’anno seguente (per il FMI si attesterà al 3,3% nel 2013); la percentuale di giovani disoccupati e che non seguono nemmeno programmi di studio o formazione supera il 40%. Soltanto per non far aumentare il numero di disoccupati sarebbe necessario creare più di 750.000 posti di lavoro all’anno.
L’esportazione dei capi d’abbigliamento segnerà una caduta del 20% per tutto il 2013, e gli scioperi portuali hanno gettato seri dubbi sulla raggiungere il suo obiettivo dichiarato di esportare 17,5 miliardi di dollari di merci entro la fine dell’anno. Stesse previsioni per altri settori chiave dell’economia.
Oggi il Paese importa praticamente tutto e per pagarlo ha riserva valutarie che bastano per tre mesi. Intanto incombe una svalutazione che potrebbe deprezzare la moneta nazionale fino al 50%. Problemi che Morsi e il suo gabinetto non si mostrano in grado di affrontare.
Linkiesta:

La crescita dei prezzi al consumo, che con le famose rivolte del pane a metà degli anni Duemila aveva posto le premesse della Rivoluzione del 2011, non si è affatto fermata, alimentando insieme alla povertà il dissenso popolare. Il presidente Mohammed Morsi, eletto lo scorso giugno come candidato dei Fratelli musulmani, ha dimostrato per il momento di non contestare, né di volersi sottrarre alle regole dell’economia globale e alle sue logiche neoliberiste, limitandosi nei fatti a pararne le conseguenze più negative sulla gente comune attraverso il varo di una serie di politiche assistenziali che però avranno difficoltà nel contrastare in modo duraturo l’aumento della povertà nel paese.
Non è un caso che le recenti azioni legali conclusasi con la rinazionalizzazione di alcune imprese pubbliche, privatizzate negli ultimi anni dell’era Mubarak a tutto vantaggio di clienti corrotti del passato regime siano state vittoriosamente portate avanti dai sindacati, piuttosto che dai Fratelli musulmani. Intanto, scioperi e disservizi continuano a singhiozzo con conseguenze anche gravi sulla manutenzione di strutture e impianti. Risultato: una serie impressionate di incidenti (e morti) nel settore ferroviario. Sono ancora moltissime le fabbriche che rimangono chiuse, mentre uno dei principali settori generatori di reddito, il turismo, continua a risentire degli effetti dell’interezza e dei timori generati da questa nei possibili visitatori.
A due anni dalla Rivoluzione e a poco più di sei mesi dalla vittoria di Morsi la domanda rimane la stessa: i Fratelli musulmani che per anni hanno coltivato nella clandestinità l’opposizione al regime di Mubarak, una volta usciti allo scoperto per partecipare alla rivoluzione, riusciranno a trasformarsi in un vero e proprio partito politico? Al momento quelle che erano le logiche religioso-assistenziali dei Fratelli sembrano essere transitate direttamente nell’agenda del Partito della giustizia e della libertà e di conseguenza in quella del governo, mentre riforme annunciate (come quella di un tetto minimo e massimo per i salari) restano inevase.
Per un governo abituato a governare a colpi di maggioranza il rischio è quello di perdere proprio quella maggioranza, alienandosi il consenso di quella parte della classe media e laica che aveva creduto nella capacità di Morsi e dei Fratelli di operare riforme effettive al di là della maggiore o minore prossimità all’Islam dei singoli.

Cosa farà Morsi? Secondo Il Mondo di Annibale:

Il Qatar, sempre più attivo, intende soffiare l’Egitto e la Fratellanza Musulmana al “competitori” sauditi, e mette sul tavolo un prestito di 5 miliardi dollari. L’emiro di soldi ne ha e può farlo. L’interesse è chiaro. Ma 5 miliardi di dollari basteranno? No. Forse aiuteranno Morsi a prender tempo, ma resta necessario l’aiuto finanziario del FMI, e quelli i soldi li prestano in nome delle solite politiche che Morsi non può permettersi.
Le scelte suicide che il FMI pretende in cambio di altri 5 miliardi, privatizzazioni, sgradite ai militari, e liberalizzazione dei prezzi, oggi sovvenzionati. Per i poveri, oggi il 40% del Paese vive con due dollari al giorno, sarebbe una catastrofe.
Morsi a inserire una tassazione progressiva non ci pensa proprio, pensa piuttosto ad allargare la base dei prodotti sottoposti a IVA. Ma è chiaro che questa manovra colpisce più i poveri che i ricchi. Se si eliminassero le sovvenzioni che bloccano i prezzi poi, sarebbe una carneficina.
Il fatto è che il tempo stringe e le elezioni politiche incalzano. Cosa farà Morsi?
L’impressione è che non si sforzerà di pensare a una politica economica, si aggrapperà al prestito del Qatar per prender tempo e negoziare con il Fondo Monetario Internazionale, quanto meno per non trovarsi costretto a capitolare davanti al Fondo prima delle elezioni e inimicarsi proprio quei ceti meno abbienti ai quali chiede il voto.

Questa la durissima critica all’operato del presidente di Mohamed Elmasry, docente all’Università di Waterloo:

Mentre era intento a prendere il massimo dei poteri, Morsi non ha mai prestato attenzione ai gravissimi problemi economici dell’Egitto. La Banca Centrale ha annunciato di avere una riserva di moneta di 12 miliardi di dollari, quanto basta a coprire gli importi dei soli tre mesi prossimi. La sterlina egiziana sta perdendo velocemente terreno nei confronti del dollaro americano, con un’inflazione del 20%, dal momento che il paese importa il 70% del suo fabbisogno.Il governo Morsi ha richiesto un prestito di 4.8 miliardi al Fondo monetario internazionale (FMI) per coprire il deficit di budget, ma Standard&Poor ha abbassato il rating del credito egiziano a lungo termine di un livello, proprio questa settimana: al ‘B-‘, ossia sei gradini sotto il limite dell’investment grade.
Morsi conta sulla pressione americana nei confronti del FMI e sui paesi del Golfo affinché concedanoall’Egitto tutto quello di cui ha bisogno.
Gli americani sono contenti di Morsi, con la sola clausola che segua i loro “5 comandamenti”: evitare commenti retorici contro Israele; non ristabilire relazioni diplomatiche con l’Iran; supportare i ribelli siriani; ignorare la rivolta civile in Bahrein e non offrire asilo politico al presidente islamista del Sudan.
Morsi non ha ne’ un piano a lungo termine ne’ obiettivi intermedi per rimettere l’Egitto in carreggiata verso lo sviluppo economico e la giustizia sociale (…).
L’Egitto sta affrontando gravi problemi e le risposte di Morsi sono queste: ‘non è colpa nostra, abbiamo ereditato questi problemi e incolpiamo l’opposizione per l’instabilità politica e i media indipendenti per i feedback negativi di questi 6 mesi di governo’.
Secondo le previsioni, non ci saranno terreni agricoli disponibili in Egitto nei prossimi 183 anni a partire da oggi, dal momento che gli egiziani continuano a costruire sui territori arabili lungo il fiume Nilo.

Analisi che però tralascia un dato fondamentale. Dove ha fatto la prima visita il Presidente egiziano Morsi? In Cina. Il risultato più tangibile dell’incontro con Hu Jintao fu l’apertura di una linea di credito dalla Banca cinese alla Banca Nazionale d’Egitto per 200 milioni di dollari. “5 comandamenti” a parte, il totale degli scambi tra il Cairo e Pechino è salito a 8,8 miliardi dollari nel 2011 mentre quelli con gli USA ammontavano a 8,3 miliardi. Scettica verso le rivolte arabe, Pechino sarà l’asso nella manica di Morsi? Forse, comunque sia, da sola non basterà a sostenere un’economia che al momento non sta sulle proprie gambe.

L’incertezza politica

Se l’economia va male, la politica non se la passa meglio. Dapprima Morsi ha rischiato di inimicarsi la piazza con quel controverso decreto con cui si attribuiva pieni poteri per “salvaguardare la rivoluzione” – benché la vicenda sia stata fraintesa dalla stampa e strumentalizzata dall’opposizione -, poi è stata la volta della nuova Costituzione, approvata con referendum popolare ma che lascia perplessi sotto molti punti di vista.
Le lacune del progetto costituzionale sono evidenziate da OsservatorioIraq. In sintesi, il processo di redazione del testo si è svolto in tutta fretta tra il 22 e il 30 novembre, e la bozza di Costituzione che ne è emersa ha provocato molte divisioni. Non solo. Alcuni articoli della proposta costituzionale sono mal formulati, come quello sul bilancio. Il potere giudiziario viene indebolito in diverse maniere. Non vi è menzione di un meccanismo per la protezione delle donne e delle minoranze religiose. Infine, l’Egitto non è mai stato così confessionale da definire apertamente il sunnismo come la fonte esclusiva della sua tradizione islamica.
Da un lato, la Costituzione stata approvata dal 63,8% dei votanti al referendum confermativo; dall’altro, ha votato solo il 32,9% della popolazione. E non sono mancati gli strascichi polemici, con le fazioni politiche contrarie al progetto costituzionale che hanno presentato ricorso contro i risultati del referendum, a loro dire viziati da evidenti “frodi e violazioni”.
L’Egitto è uscito così dal referendum in uno stato di totale ostilità tra governo e opposizione. Brutto segno in in vista delle prossime elezioni legislative, dove l’incertezza regna sovrana.
In ogni caso, riguardo alla consultazione referendaria erano i numeri dell’affluenza alle urne quelli che preoccupavano Morsi. Dietro la questione del voto, c’erano almeno 20 miliardi di dollari in investimentiSoldi che il Qatar si era detto pronto a versare nelle casse dello Stato egiziano in cambio della nuova Costituzione, e che vanno ad aggiungersi ai quasi 5 miliardi summenzionati.

A proposito: l’ascesa al potere dei Fratelli Musulmani sta ridisegnando il quadro dei complicati equilibri regionali nel Golfo. Non c’è solo il Qatar: tutte le monarchie della penisola arabica sono in qualche modo interessate (leggi: preoccupate) riguardo all’evolversi degli eventi al Cairo. Per una sintesi delle implicazioni geopolitiche, si veda questa analisi di Sultan Sooud Al Qassemi su Osservatorio Iraq. Da leggere dall’inizio alla fine.

La libertà di stampa (che non c’è)

Infine, non mancano le accuse di censura e di repressione del dissenso.
Poche settimane fa il vicepresidente Mahmoud Mekki, che aveva svolto un ruolo di primo piano nei colloqui di unità nazionale, ha rassegnato le proprie dimissioni dall’incarico. Ufficialmente, spiegando di “non essere portato per la politica”, sebbene  dalle sue parole emerga una critica velata alle politiche del presidente.
Qualche tempo dopo, il general manager di Al-Arabiya Abdul Rahman al-Rashed, ha denunciato la difficoltà di criticare la Fratellanza Musulmana da parte dei media, dal momento che la trappola ideologica sapientemente costruita dall’organizzazione fa sì che ogni critica nei suoi confronti venga interpretata come una critica all’Islam.

Riassumendo, i giovani di piazza Tahrir sono sempre lì. Ma l’Egitto di oggi non è ancora quello che essi speravano quando la riempirono la prima volta, quel 25 gennaio di due anni fa.

Il Qatar annette anche Gaza

Che il Qatar sia emerso come un attore influente nello scacchiere mediorientale non è un mistero. Prima le intercessioni per conto della diplomazia iraniana verso l’Occidente, poi l’attivismo guerrafondaio in Libia e il sostegno smaccato alla Fratellanza Musulmana in Egitto e Tunisia, infine la sfrenata partigianeria anti-Assad nel marasma siriano. Oggi il potente emiro al-Thani mira più in alto, volgendo le sue attenzioni al punto più caldo della geografia levantina: Gaza.
Per anni la causa palestinese è stata un pò il principale collante delle popolazioni arabe, almeno dal punto di vista mediatico. Tutti a sbraitare contro Israele, ma nessuno a dare un sostegno concreto a Gaza e alla Cisgiordania. Se i Paesi del Golfo avessero donato anche solo un giorno all’anno di introiti petroliferi ai Territori occupati, forse oggi i palestinesi se la passerebbero un pò meglio. Invece nulla. Tante parole (e tutte contro Israele), ma fatti zero.

Solo la Turchia ha provato a smuovere quest’inerzia. La spedizione della Freedom Flottilla del 2010, condita dall’incidente della Mavi Marmara (n cui nove cittadini turchi persero la vita sotto il fuoco israeliano), è bastata ad Erdogan per accattivarsi molte simpatie in questo lato del mondo. Ma non è bastato. Perché Ankara non ha saputo sfruttare l’opportunità offerta dalla Primavera araba di divenire il nuovo faro della galassia islamica sunnita. E perché – dato non indifferente – non ha le risorse finanziarie di Doha.

In questo quadro la visita a Gaza dell’emiro del Qatar, Hamad bin Khalifa al-Thani, assume un importante significato. L’emiro è stato accolto in modo trionfale, e non soltanto perché ha annunciato l’avvio di una serie di progetti per un investimento complessivo di 400 milioni di euro. Come spiega Lettera43:

IL QATAR ROMPE L’ASSEDIO PALESTINESE. Ma Hamad bin Khalifa ha portato in dote anche un altro ‘regalo’ non meno rilevante.
Lo ha sottolineato a uso della Comunità internazionale il ministro Ismail Haniyeh nell’accogliere l’ospite: «Con questa visita lei ha ufficialmente rotto l’ingiusto assedio politico ed economico imposto a Gaza per più di cinque anni», ha detto all’emiro, ricordano la battaglia di Gaza del 2007 seguita alla vittoria elettorale del 2006 di Hamas, inserito nella lista delle «organizzazioni terroristiche» da gran parte delle cancellerie occidentali, tra cui Usa, Unione europea e Giappone.
La visita contribuirà certamente a rafforzare la posizione di Haniyeh, vincitore del confronto con Meshal per la leadership del movimento, ma sottoposto al nevralgico compito di gestione del cessate il fuoco rispetto a una popolazione a dir poco insoddisfatta delle condizioni di vita che si trova a sopportare.
FATAH-HAMAS, RICONCILIAZIONE DIFFICILE. Ma non solo. Il viaggio, comunicato al telefono solo domenica 21 ottobre a Abu Mazen, il leader dell’antagonista Fatah, sembra anche lasciar trasparire un maggior favore dell’emiro nei confronti di Hamas; quasi che da Doha si ritenga ormai al tramonto il processo di riconciliazione tra le due formazioni palestinesi, con ciò che ne potrebbe derivare sulla prospettiva della creazione di un solo Stato nazionale palestinese.
Forse è prematuro ipotizzare questo sbocco, vista l’attenzione con la quale il Qatar si è impegnato in favore di tale processo di riconciliazione nel passato – un’urgenza cui ha fatto rifermento lo sceicco nella sua visita – ma va tenuta comunque presente. Tanto più in considerazione della caduta di consenso di Fatah nelle elezioni amministrative in Cisgiordania.
È altresì verosimile che il movimento sfrutterà le credenziali dell’emiro per sollecitare il Cairo – che con il presidente Mohamed Morsi ha già mostrato di voler seguire una linea di significativa apertura – ad assumere una posizione più proattiva a favore del superamento del suo isolamento internazionale.

La sostanza sta nel giro di boa effettuato da Hamas allorché, a marzo, ha denunciato, per bocca del primo ministro, la politica repressiva del regime siriano di Bashar al Assad, collocandosi dunque al fianco dei ribelli sunniti (sostenuti proprio dal Qatar).
Si è trattato di un gesto forte con il quale il presidente di Damasco ha perso un ventennale alleato. Con l’aggravante, per il regime siriano e dunque anche per Teheran, di una serie di conseguenze a catena, quali l’inaugurazione da parte di Hamas di una nuova stagione di rapporti anche con Arabia Saudita, Turchia e Giordania: quasi il tracciato di un innovativo fronte transnazionale sunnita.
A RISCHIO IL RAPPORTO CON HEZBOLLAH. Il deterioramento degli storici rapporti tra Hamas e Teheran ne è un altro corollario, anche se non ancora definitivamente sanzionato, e fa supporre che gli sceicchi abbiano manifestato concreta disponibilità a surrogare l’apporto di risorse tradizionalmente assicurato dagli iraniani ad Hamas. Al momento, restano in piedi le relazioni tra lo stesso Hamas e il libanese Hezbollah, ma c’è da chiedersi fino a quando.
Il riposizionamento di Hamas, che ha sempre giocato un rilevante ruolo regionale, assume dunque una valenza geopolitica di cruciale sensibilità in questa fase di fermentazione dell’area mediorientale.
Sullo sfondo di questa realtà geostrategica può apparire stonato l’appellativo «umanitaria» associato alla visita dello sceicco del Qatar.
GAZA, PEDINA DELLA PRIMAVERA ARABA. Ma per la popolazione palestinese di Gaza, paradossalmente di entità similare a quella del Qatar ma incommensurabilmente più povera, la visita ha rappresentato il modo migliore per festeggiare l’importante festa religiosa islamica dell’Aid al Adha che da venerdì 26 è destinata a portare alla Mecca la gigantesca fiumana di qualche milione di pellegrini.
Il Golfo, d’altronde, è stato paradossalmente il principale beneficiario della Primavera araba, con l’affermazione delle forze politiche di ispirazione islamica sunnita. Gaza ne risulta ora una piccola, ma nevralgica tessera aggiuntiva.

Gaza è l’ultimo e forse più importante tassello del mosaico geopolitico qatariota. Dopo l’annessione de facto della nuova Libia liberata (?),  le accuse di ingerenze da parte di mezzo mondo arabo, i tentativi di corruzione della Russia affinché lasciasse Assad al suo destino, la controversa iniziativa di ospitare un ufficio di rappresentanza dei taliban, e più di recente le opere umanitarie (tutt’altro che disinteressate) nel Nord del Mali, la martoriata città palestinese può essere il punto di arrivo, e insieme di partenza, dell’ascesa di Doha a potenza regionale.
Se non altro perché il momento della visita non è casuale. L’America è distratta dalle battute finali della campagna presidenziale, la Turchia è indecisa di entrare in guerra contro la Siria o no, la Russia deve fare i conti (in tutti i sensi) con le ristrettezze di bilancio e Israele (rectius: Netanyahu) è alle prese con la paranoia iraniana. Con i principali attori geopolitici in altre faccende affaccendati, l’emiro al-Thani ha avuto campo libero per mettere le mani su Gaza.
Anche a costo di inimicarsi Israele, che – come era facile immaginare – non ha mancato di stigmatizzare l’arrivo di al-Thani nella Striscia, col rischio di incrinare i già incerti rapporti tra Doha e Tel Aviv – benché l’emiro sia giunto a Gaza scortato da 12 caccia israeliani. In ogni caso, la visita di al-Thani non ha fermato gli attacchi israeliani sulla città.
Per finire, c’è da chiedersi se la politica estera del Qatar, così come avviata, possa essere sostenibile nel lungo periodo.

L’Italia (s)vende, il Qatar compra

La politica di dismissioni di beni pubblici annunciata da Monti due mesi fa – da implementarsi attraverso tre fondi comuni pubblici, due immobiliari e uno mobiliare – si prefigge di fornire allo Stato la liquidità necessaria per ridurre il nostro ipertrofico debito pubblico, ormai non troppo lontano dalla fatidica soglia dei 2000 miliardi di euro.
In questi giorni, il neoministro dell’Economia Vittorio Grilli promette un’imponente piano quinquennale di cessioni. Se il patrimonio immobiliare nazionale ammonta a 300 miliardi di euro e quello degli enti locali a 350, l’idea è quella di alienare beni per 15-20 miliardi all’anno – poco più di un punto percentuale di PIL all’anno – per cinque anni.

Non è la prima volta che  si tenta la dismissione delle partecipazioni statali e degli enti locali. Ora, a parte il fatto che l’idea dei tre fondi ricalca abbastanza fedelmente il piano lanciato dal seminario indetto da Tremonti lo scorso settembre, poco prima che gli eventi precipitassero e il piano fosse accantonato insieme al Governo Berlusconi, il passato insegna che in Italia la strada delle privatizzazioni è sempre stata in salita. Nel con pochi e scarsi risultati.
Vent’anni fa, la campagna di privatizzazioni augurata in pompa magna da Ciampi non portò i benefici tanto agognati. Lo spezzettamento e la successiva vendita dell’IRI, ad esempio, procurò al governo 150 Mila miliardi di vecchie lire, ma neppure un soldo fu destinato alla riduzione del debito pubblico. Un precedente di certo poco incoraggiante.

La principale differenza rispetto al 1993 sta nella presenza di attori esteri danarosi e lungimiranti, i quali sono adesso alla finestra in attesa che il bazaar Italia apra i battenti per questa nuova stagione di saldi.
In prima fila, oltre alla Cina – interessata a rilevare quote di ENI, specialmente dopo i felici sviluppi delle attività di ricerca in Mozambico – c’è l’intraprendente emirato del Qatar. Per avere un’idea di cosa è questo piccolo ma ambiziosissimo Stato, consiglio questa analisi su Tempi.
I rapporti con l’Italia hanno subito un’impennata proprio negli ultimi mesi, guarda caso nel momento in cui da noi si è iniziato a parlare di dismissioni e privatizzazioni. Dopo il tiepido incontro con Monti dello scorso aprile, in cui l’emiro Hamad bin Khalifa al-Thani ha manifestato qualche dubbio ad investire nel Belpaese per via della corruzione (della serie: il bue che dice cornuto all’asino), oggi l’asse Italia-Qatar sembra promettere bene. Il nostro Paese è la principale meta europea degli investimenti di Doha assieme alla Franciadi cui l’emiro al-Thani è praticamente il nuovo re. Grazie ai recenti accordi energetici con Giappone e Turchia, l’emirato si è garantito le risorse necessarie per procedere ad una nuova ondata di acquisti:

In Italia, dopo l’acquisto a suon di petrodollari della Costa Smeralda, il Qatar sarebbe in pole position per prendere il controllo delle quote di Snam Rete Gas che l’Eni sarà costretta a cedere nei prossimi mesi. Ma l’interesse dell’emirato non si limiterebbe al settore energetico: i movimenti che nelle ultime settimane hanno fatto volare in borsa il titolo Unicredit sarebbero riconducibili al fondo sovrano dell’Emirato, intenzionato ad acquisire una quota rilevante del capitale di piazza Cordusio. Il braccio finanziario della piccola monarchia sunnita andrebbe di fatto a sostituire i libici in quella che, nonostante i rovesci dell’ultimo anno, resta una delle banche più solide d’Europa.

Italia Oggi aggiunge:

Quando c’è di mezzo il Fondo sovrano del Qatar, uno dei più ricchi al mondo, è bene drizzare le antenne. Dicono che gli uomini dell’emiro Hamad bin Khalifa Al Thani, che pochi mesi fa ha incontrato il premier Mario Monti a Roma, stiano trattando l’acquisto della rete tv La7 da Telecom e una partnership con Mediaset per la tv a pagamento Praemium. L’emiro già possiede la tv al Jazeera, emittente leader nel mondo arabo, seguita da 220 milioni di persone in decine di Stati. Se le voci saranno confermate, sarà l’ennesimo acquisto di un pezzo dell’economia italiana da parte del fondo Qia (Qatar Investment Authority), braccio operativo del Fondo sovrano del Qatar, con un capitale sociale di 85 miliardi di dollari e 130 miliardi da investire in 5 anni. Già ora la lista degli acquisti del Qatar in Italia è rispettabile: l’Hotel Gallia a Milano (130 milioni di euro), il 45 per cento del rigassificatore di Rovigo (in partnership con Exxon Mobil e Edison), gli alberghi più lussuosi e i terreni della Costa Smeralda (trattativa in corso per 60 milioni di euro), più una quota Eni del 3 per cento (una trattativa molto riservata, che nessuno degli interessati ha finora escluso).

La sinergia con Mediset rivela le mire dell’emirato sul mercato televisivo italiano:

Ora le mire dello sceicco, attraverso al-Jazeera, si spostano anche in Italia, dove, dovessero andare in porto, al-Thani si troverebbe proprietario del terzo polo tv nazionale e socio in affari con la pay-tv di Berlusconi che conta già una non disprezzabile base di 2 milioni di spettatori.

Acquisti a cui si è aggiunto di recente, come già anticipato su Investire Oggi,  il marchio Valentino. Ah già, dimenticavo Ibrahimovic e Thiago Silva

Al di là di questa sommaria ricostruzione, nessuno ha ancora indagato a fondo sulle reali intenzioni del Qatar nei confronti del nostro Paese. Quando Monti ha invitato l’emiro ad investire da noi, forse nessuno, neppure lo stesso Monti, si era reso conto dell’asimmetria esistente tra domanda ed offerta. L’intento di Monti era incoraggiare l’ingresso di capitali stranieri nel mercato nostrano; quello dell’emiro, accaparrare asset per estendere la propria longa manus sul vecchio continente. L’intraprendenza dell’emirato è inversamente proporzionale alla sua trasparenza., il che non è esattamente il miglior biglietto da visita per un investitore.
Rispetto al 1993 il rischio non è vendere e stravendere senza ridurre di una virgola il nostro debito. E’ quello di ritrovarci al guinzaglio di un padrone di cui conosciamo poco o nulla.

Le due Guerre Fredde in Siria

La Russia ha ripetutamente affermato che qualsiasi attacco alla Siria sarà considerato come un attacco alla sua sicurezza nazionale. Medvedev, con molta enfasi, si è spinto più in là: se gli Stati Uniti non rispetteranno la sovranità della Siria, la susseguente escalation di tensioni potrebbe condurre il mondo nel baratro di una guerra nucleare (si veda anche qui). Esagerato, certo, ma rende l’idea di come il Cremlino non tolleri alcuna interferenza nell’evoluzione della crisi siriana.
Queste sono le ragioni del sostegno russo alla Siria:

Con l’eventuale fine di Assad, Mosca perderebbe un grosso cliente nella vendita di armi, oltre ad un avamposto strategico – l’ultimo, probabilmente – nella regione. Inoltre, anche i russi hanno capito che per l’Occidente Damasco è una tappa obbligata sulla strada che porta a Teheran. Se i regimi in questione fossero rovesciati, Mosca vedrebbe i confini dell’ex Primo mondo spingersi fin dentro quello che considera il proprio spazio vitale. Inaccettabile come prospettiva. Di conseguenza ha sempre ribadito con fermezza la propria volontà di bloccare qualsiasi tentativo di intervenire in Siria con il benestare delle Nazioni Unite.

E queste sono le motivazioni per cui gli Stati Uniti auspicano un cambio di regime – quelle vere, scevra di ogni retorica pro-democrazia ma al contrario fondata su un preciso calcolo strategico:

Non potendo impegnarsi direttamente, gli USA ricorrono al vecchio strumento della proxy war, che consiste nell’offrire materiale (ossia armi) e finanziario al nemico del proprio nemico. Perciò i media concentrano la propria attenzione sul Free Syria Army, ufficialmente formato da dissidenti dell’esercito regolare ma in realtà creato e formato con l’appoggio dell’Occidente (non a caso si parla di “Brigate Feltman”). Benché sia stato dato molto risalto alla diserzione di un generale con cinquanta uomini al seguito, le forze armate di Damasco sono ancora intatte e disciplinate. Non vanno poi dimenticati i ribelli libici, di fede sunnita e dunque schierati contro Assad, come ad Hizbullah in Libano.
Dall’altra parte c’è l’Iran, fiero sostenitore di Assad e del primato sciita, la cui partecipazione diretta è dichiarata dallo stesso Jeffrey Feltman, assistente del Segretario di Stato USA. Alcune settimane fa il governatore della provincia irachena di al-Anbar, Qasim Al-Fahdawi ha detto di averele prove del coinvolgimento dell’Esercito di Mahdi di Moqtada al-Sadr negli scontri. Anche l’opposizione siriane sostiene che 100 autobus trasportanti almeno 4.500 uomini armati di al-Sadr avrebbero attraversato il confine siriano, diretti verso Deir al-Zour. Si segnala che pochi giorni fa la Turchia ha denunciato il sequestro di un cargo contenente armi diretto in Siria, di sospetta provenienza iraniana  (accusa smentita da Teheran).

La ragione per cui l’America segue da vicino gli eventi in Siria è perché spera che, una volta caduta Damasco, la prossima ad implodere possa essere  Teheran
.

Armi e navi verso la Siria

Le più chiare avvisaglie dell’escalation in corso sono rappresentate dalla progressiva militarizzazione intorno al Paese. BBC riporta che la Russia ha inviato una sette navi da guerra guidate da un cacciatorpediniere anti-sommergibile in direzione della sua base siriana di Tartus. Secondo fonti citate dall’agenzia stampa Interfax, le navi trasportano un contingente di militari in missione di addestramento, oltre che cibo e carburante per la base. Ufficialmente. Di fatto, Mosca vuole far capire a Stati Uniti Occidente – e alla Lega Araba – che intende difendere i propri interessi nella regione. Nel frattempo, gli Stati Uniti stanno inviando un terzo gruppo di portaerei nella regione del Golfo Persico.
Mosse giunte a meno di un mese dalla vendita di elicotteri d’assalto russi al regime siriano. Affare che a Mosca difendono in ragione del fatto che gli americani, dietro le quinte, stanno inviando armi e munizioni ai ribelli siriani – fatto noto da mesi, confermato dal New York Times in giugno così come dal velato monito di Kofi Annan pochi giorni fa. A proposito di ribelli, qui avevo spiegato cos’è davvero il Free Syrian Army e chi c’è dietro:

Il DamasPost rivela la vera storia dietro la formazione di questo gruppo. Lo scorso 20 Febbraio 2011 l’Assistente del Segretario di Stato Usa Jeffrey Feltman è stato a Beirut, accompagnato da un funzionario del Mossad di nome Amit Azogi (ex generale dell’esercito israeliano e ora trafficante d’armi), un ufficiale dell’intelligence giordana di nome Ali Gerbag e alcuni libanesi appartenenti al Movimento 14 marzo. Presente anche il Presidente del Partito di Liberazione Islamico in Turchia, Yilmaz Chelk. L’obiettivo dell’incontro era quello di formare gruppi di miliziani armati per lottare contro il regime siriano. Non a caso, il quotidiano parla dell’Esercito Libero come delle “Brigate Feltman”.
Non solo. Un servizio recentemente trasmesso dalla BBC mostra due interessanti dettagli. I miliziani sono basati nel nord del Libano, in una zona dove prosperano gli estremisti salafiti e wahabiti. Inoltre, va notato che essi imbracciano fucili M-16, gli stessi in dotazione all’esercito americano e che i siriani non hanno mai utilizzato [dopo quella svista, i ribelli sono sempre apparsi in video imbracciando dei più consueti AK-47 Kalashnikov]

Una nuova Guerra Fredda all’orizzonte?

Lo scenario che emerge dal caos siriano induce a pensare che il mondo abbia fatto un salto indietro di trent’anni, all’epoca della Guerra Fredda. Allora i russi invadevano l’Afghanistan e gli americani finanziavano i ribelli che li combattevano – chi fossero questi ribelli e quali intenzioni avessero, l’America lo avrebbe scoperto un martedì 11 settembre di vent’anni dopo.
In realtà la Guerra Fredda è solo un eco del passato. Il Grande Gioco della Siria è molto più complicato.
Quasi sempre i media dimenticano di considerare l‘Iran e la Lega Araba (quest’ultima retta dalla premiata ditta Qatar-Arabia Saudita). Tali parti sono portatrici di interessi contrapposti, che – a prima vista – ricalcano quelli, rispettivamente, di Russia e Stati Uniti.

Il ruolo dell’Iran

L’Iran è il principale alleato di Damasco (con la quale mantiene un ferreo patto di mutua difesa), dunque sta con Mosca; sauditi e qatarioti premono affinché in Siria possa essere instaurata una democrazia, e appoggiano la posizione USA.
Dell’Iran abbiamo già detto: è il vero obiettivo della strategia americana in Siria:

Ciò che tutt’ora non ci dicono, ma che é facilmente desumibile da questa cartina preparata dagli amici di nocensura.com, é che le basi americane in medio-oriente sono davvero tante e, guardacaso, tutte intorno all’Iran. Mettere le mani sul territorio siriano, ponendo fine al governo antiamericano di Assad, permetterebbe di completare l’opera di accerchiamento all’Iran.

Inoltre, come scrivevo in un post di febbraio, citato più sopra:

Mosca ha rivelato che la bozza del CdS conteneva una clausola che autorizzava l’intervento militare. Un articolo su Pravda fornisce un’eccellente spiegazione del triangolo di rapporti tra Stati Uniti, Arabia Saudita e Israele. Quest’altro su al-Akhbar va oltre e spiega perché Occidente e Lega Araba spingono per un intervento militare: garantirsi un avamposto nella prospettiva di un prossimo attacco all’Iran, in una catena di eventi che porterebbe a ridisegnare la mappa della regione mediorientale.

Il mancato invito di Teheran all’ultima Conferenza degli Amici della Siria a Ginevra (giudicato un errore dai russi), nonostante l’apertura del segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon e di Kofi Annan, parla per sé. Non si chiede al tacchino di imbandire il pranzo di Natale.

Le trame di Qatar e Arabia Saudita

Dall’altra parte c’è la Lega Araba. Quale sia il suo scopo, lo spiegavo in un altro post citato più sopra:

[...] porre fine al dominio sciita per riportare al potere la maggioranza sunnita, in modo che in un futuro appuntamento elettorale il popolo possa consegnare la nascitura “democrazia” siriana nelle mani della Fratellanza Musulmana, sulla falsariga di quanto sta già avvenendo in Tunisia ed Egitto.
Non stiamo assistendo ai negoziati arabo-occidentali per la liberazione della Siria, ma ai tentativi sottotraccia del Qatar di trasformare il Paese in una nuova Libia. E a Washington fingono di non saperlo, troppo indaffarati a chiudere i conti con Teheran senza sporcarsi le mani.
L’unità di intenti dimostrata da americani e qatarini si rivela dunque un pericoloso passo a due in cui i primi credono di guidare i secondi e in realtà sono questi ad usare quelli. Ciò che Washington non riesce a capire è che l’apparente convergenza di interessi con Doha nasconde in realtà due obiettivi opposti e, in definitiva, inconciliabili.
Difficile immaginare cosa verrà fuori da questo ambiguo sodalizio. Non dimentichiamoci che al-Qa’ida, oggi incubo dell’Occidente, non è altro che il figlio illegittimo di quel matrimonio tra USA e Pakistan celebrato trent’anni fa in funzione antisovietica.

I veti della Russia sono il maggiore ostacolo alla realizzazione di questo programma.
In dicembre il Qatar aveva fatto un tentativo – senza successo – per indurre Mosca a più miti consigli. Come? Attraverso l’argomentazione a Doha più congeniale, ossia la corruzione:

Pochi giorni fa è scoppiato [nei primi di dicembre, appunto] un caso diplomatico tra Russia e Qatar dopo la notizia che l’ambasciatore russo a Doha aveva subito un “incidente” all’aeroporto della capitale qatariota. Il ministero degli Esteri russo Lavrov ha preteso le scuse formali dello Stato arabo, oltre alla punizione degli agenti di sicurezza coinvolti nel fatto.
L’agenzia di stampa russa RT riferisce che l’ambasciatore ed altri funzionari dell’ambasciata sono stati picchiati dalla polizia doganale. La ragione del gesto è spiegata da un anonimo diplomatico russo, il quale rivela che questo incidente “è un insulto a causa della posizione russa sulla Siria”.
Il quotidiano libanese Al-Nahar racconta un retroscenala Russia avrebbe respinto un’offerta di milioni di dollari per revocare il proprio appoggio ad Assad passando sul fronte antiregime. La reazione di Mosca è stata un rifiuto, accompagnato dalla conferma del proprio sostegno a Damasco. La Siria è l’avamposto russo sul Mediterraneo poiché le flotte di Mosca sono attraccate ai porti di Tartus e Latakia. Difficile che i russi rinuncino alla profondità strategica garantita da Assad.
Visto l’accaduto, Mosca ha ufficialmente degradato le proprie relazioni con Doha.

Quanto ai sauditi, quest’articolo tradotto da Medarabnews spiega che a Ryadh, il regime di Assad è dipinto come una dittatura atea, l’ultimo Stato guidato da una minoranza eretica che opprime i musulmani sunniti, mentre viene sostenuto dai russi. La crisi siriana diventa così un’occasione per regolare vecchi conti in sospeso:

Sconfiggere la Russia nel mondo arabo fu una priorità per l’Arabia Saudita, ancor prima di diventare un vero e proprio impegno in Afghanistan negli anni ‘80. L’attuale crisi siriana è forse l’ultima possibilità di compromettere definitivamente la già erosa sfera di influenza russa nella regione. I sauditi forse pensano che sconfiggere la Russia questa volta in Siria potrebbe dare nuovo vigore alla loro vecchia mitologia di sconfiggere l’ateismo nel mondo e sostenere i musulmani sunniti a livello globale. Mentre la Russia è cambiata negli ultimi vent’anni, il regime saudita è ancora molto dipendente dall’esigenza di proporsi come difensore dell’Islam sunnita. Simili pretese sono sufficienti a preoccupare i russi nel loro cortile di casa.

Fuochi incrociati

Ricostruiti tutti gli interessi in gioco, possiamo trarre una conclusione: la crisi siriana non è un nuovo capitolo della Guerra Fredda – non di quella “classica”, almeno.
In Siria sono in corso due confronti a distanza: USA-Iran, da un lato; monarchie arabe-Russia, dall’altro. I discorsi sull’imperialismo americano, sull’esportazione della democrazia e affini, a cui siamo abituati, mal si adattano alla complessità del rebus di Damasco. E sullo sfondo del bisticcio Washington-Mosca si stagliano nuove figure, più influenti e più direttamente coinvolte sul campo di quanto non possano esserlo le due ex (uniche) superpotenze.
La verità è che il nuovo ordine mondiale gira sempre più intorno a nuovi perni: innanzitutto i BRICS, di cui Cina e Russia – e in futuro anche l’India? – sono la spina dorsale. Il loro peso è sufficiente a bloccare qualunque mossa di un Occidente che fatica ancora a riprendersi dalla crisi. E poi i Paesi arabi, forti del proprio ruolo strategico nell’approvvigionamento energetico mondiale, i quali non sono più disposti a recitare un ruolo subalterno nei dossier geopolitici che li riguardano.
Ai media nostrani rimane difficile spiegare che l’oligopolio della potenza condiviso tra Stati Uniti, Regno Unito e Francia sono solo echi del passato. Un nuovo ordine mondiale si profila all’orizzonte. La crisi in Siria è solo l’inizio.

Al-Jazeera stravolge i rapporti nel Golfo Persico

Nella civiltà dell’immagine, chi controlla i media è re. Meglio ancora: è demiurgo, poiché crea la realtà che afferma.
A nessuno è sfuggito il decisivo ruolo di al-Jazeera nel corso della primavera araba, dove si è distinta per attenzione e professionalità attraverso le dirette non stop da piazza Tahrir o da Tripoli assediata sotto le bombe. Tanto da meritarsi il Peabody award 2011 per la copertura full time nei giorni più caldi delle rivolte.
Quello che in pochi si sono chiesti è quale interesse abbia l’emiro del Qatar, proprietario di fatto dell’emittente, a dare voce alle richieste di libertà e diritti umani per altri popoli, al contrario negati in casa propria. Il Qatar e le aziende che ne fanno capo sono di fatto poco più di un patrimonio personale in mano alla sua famiglia. Come può parlare di democrazia proprio lui che è forse il sovrano più autocratico al mondo?
Al-Jazeera ha 65 uffici con 3.000 dipendenti e 400 giornalisti sparsi per il mondo, frutto di un bilancio da 100 milioni di dollari interamente finanziato dall’emiro. Con la sua reputazione e con questo capitale di avviamento, è sempre stata in grado di orientare l’opinione pubblica. Tra le iniziative promosse dal Qatar, è quella in cui maggiormente affiora la volontà di potenza del piccolo e ricchissimo Stato del Golfo: tutte le altre – diplomatiche, economiche e militari – non sarebbero state neppure immaginabili senza l’influenza di al-Jazeera. Si veda questa analisi.
Facile immaginare che un così ampio attivismo potesse condurre ad una ridefinizione degli equilibri geopolitici nel Golfo.

Il peso massimo della regione, com’è ovvio, è l’Arabia Saudita. Gli altri Stati sono più o meno satelliti di Ryadh, con la sola eccezione del Qatar.
Negli ultimi anni la casa di Sa’ud ha mostrato sempre più insofferenza verso il populismo di al-Jazeera, al punto da vietare ai propri cittadini di apparire sull’emittente – unico “trasgressore”, Osama bin Laden.
Poi sono arrivate le rivolte arabe a rivoluzionare tutto. La rimozione di Ben Alì e Mubarak, vista all’inizio come una minaccia per la stabilità della regione, si è poi dimostrata un’occasione per sostituire – democraticamente – due regimi laici con governanti nuovi di zecca espressione dei Fratelli musulmani e della costellazione salafita. Entrambi lautamente finanziati proprio dal Qatar e dall’Arabia Saudita. Un primo passo per la restaurazione de facto dell’islamismo nelle terre che furono parte del califfato medioevale.
Il comune interesse pilotare il corso della primavera araba ha portato ad un riavvicinamento tra i due Paesi.
Prova ne è la brusca virata nella linea editoriale di al-Jazeera Quando i movimenti di protesta hanno raggiunto gli Stati del Golfo – in particolare il Bahrain, per non parlare delle province orientali dell’ Arabia Saudita -, la copertura di Al Jazeera è stata inspiegabilmente addomesticata rispetto alle dirette fiume dei giorni di Tahrir. Il direttore generale della rete, Wadah Khanfar, che nel corso della sua direzione aveva stretto un buon rapporto con i governanti del Qatar e l’influente religioso Yousef al-Qaradawi, è stato costretto a dimettersi (benché insista che sia stata una sua scelta). Un doppio standard che non è sfuggito agli spettatori.

Per due rivali che tornano ad essere amici, ci sono due amici che rischiano di diventare rivali. Negli anni il Qatar ha instaurato una proficua relazione con l’Iran, non soltanto perché condividono il più grande giacimento di gas del mondo (North Field/South Pars). Doha si è attivamente impegnata in tutti i dossier più caldi che coinvolgono la diplomazia iraniana (non ultimo, il programma nucleare di Teheran), diventandone di fatto il volto presentabile. Sempre a Doha, ad esempio, sono in corso i negoziati per la risoluzione della controversia su Abu Musa e altre due isole di fronte allo Stretto di Hormuz occupate dall’Iran e rivendicate dagli EAU con l’appoggio degli altri Paesi del Golfo.
A guastare le relazioni c’è ora la crisi siriana, dove i due Paesi sono schierati su fronti opposti: Teheran è la prima sostenitrice di Assad, mentre Doha sta facendo di tutto per farlo cadere. Una divergenza che traspare sempre di più a livello mediatico.
Si veda questa intervista a Jihad Ballout, ex Media Relations Manager di al-Jazeera, sul canale satellitare iraniano Press Tv. Egli accusa l’emiro del Qatar di pilotare la linea editoriale dell’emittente, ricordando la raffica di dimissioni di dipendenti, soprattutto in Libano, in segno di protesta per la manipolazione delle informazioni sulla Siria.
Press Tv è prona agli interessi della Guida Suprema Ali Khamenei tanto quanto al-Jazeera lo è a quelli dell’emiro al-Thani. Non a caso apre ogni notiziario con le ultime dal Bahrein e da Qatif (dove la gente chiede la testa di re Abdullah), per poi dare ampio spazio alle manifestazioni di sostegno ad Assad.
Le schermaglie tra i contendenti sono appena iniziate.

Guerra Fredda e guerra civile. I conflitti in Siria sono due e li sta vincendo la Russia

Dall’inizio di febbraio il precipitare degli eventi in Siria ha offerto due drammatiche conferme.
Da un lato, dopo l’ultima mattanza di Homs la crisi siriana può di fatto considerarsi degenerata in guerra civile.
Dall’altro, il nuovo veto di Cina e Russia – il secondo dopo quello di ottobre – davanti al Consiglio di Sicurezza ci riporta indietro di vent’anni, all’epoca della Guerra Fredda.

Un voto contro l’Occidente: così il Ministro degli esteri turco Davutoglu ha definito il veto di Russia e Cina, ma onestamente non potevamo aspettarci un esito differente.
La Cina giustifica la propria scelta in base al principio di non ingerenza negli affari altrui e alla necessità di non concedere un pericoloso precedente alla comunità internazionale (rectius: alla NATO). Se il mondo si muove per i siriani oggi, pensano a Pechino, c’è il rischio che faccia lo stesso per uiguri e tibetani domani: comodo pretesto per soppiantare con le armi quel crescente potere che la Cina sta guadagnando col commercio.
Più complessa la posizione del Cremlino. Con l’eventuale fine di Assad, Mosca perderebbe un grosso cliente nella vendita di armi, oltre ad un avamposto strategico – l’ultimo, probabilmente – nella regione. Inoltre, anche i russi hanno capito che per l’Occidente Damasco è una tappa obbligata sulla strada che porta a Teheran. Se i regimi in questione fossero rovesciati, Mosca vedrebbe i confini dell’ex Primo mondo spingersi fin dentro quello che considera il proprio spazio vitale. Inaccettabile come prospettiva. Di conseguenza ha sempre ribadito con fermezza la propria volontà di bloccare qualsiasi tentativo di intervenire in Siria con il benestare delle Nazioni Unite.
Dichiarandosi nel pieno rispetto del diritto internazionale, Mosca aveva chiesto a Washington, e di riflesso ai Paesi arabi, di rispettare la sovranità della Siria per facilitare una soluzione politica della crisi, ma tanto non poteva ovviamente bastare per indurre le controparti a rinunciare alla proposta di risoluzione. I russi contavano sul fatto che l’America non poteva permettersi una nuova avventura militare proprio ora: si è appena ritirata dall’Iraq, è ancora impantanata in Afghanistan ed è concentrata sullo Stretto di Hormuz, dove le tensioni non sembrano smorzarsi. Ma tutto ciò non è bastato per scalzare il dossier siriano dal tavolo di Obama.
Per la verità, le previsioni russe non erano del tutto errate. Obama non vuole impegnarsi in un nuovo conflitto a pochi mesi dalle elezioni ma non può neppure restare a guardare, con la Lega Araba che continua a tirarlo per la giacca. Pare che la Casa Bianca abbia chiesto all’Egitto di inviare proprie truppe in Siria.
Per ostacolare ogni iniziativa contro Damasco, la Russia aveva dunque cercato di mettere le mani avanti presentando una propria bozza di risoluzione al CdS. Ma tale piano ha ricevuto le pesanti critiche di Occidente e Lega Araba perché ammetteva comunque la permanenza di Assad al potere in vista di una presunta transizione democratica. Nel frattempo si è affrettata a ribadire che darà esecuzione ai contratti di vendita di armi fintantoché le Nazioni Unite non pronunceranno un pacchetto di sanzioni che li vietino. Inoltre ha espresso il proprio disappunto per la decisione della Turchia di schierarsi con la Lega Araba e ancora di più ha criticato la decisione di quest’ultima di ritirare i propri osservatori,(le cui conclusioni, peraltro, mostrano una realtà sul campo alquanto diversa da quella propagandata dai media ufficiali), vedendo tale mossa come un alzare le braccia della diplomazia con conseguente ricorso all’intervento straniero come extrema ratio. In effetti è stato proprio dopo il ritiro della missione che la Lega Araba ha rimesso la questione sul tavolo del Consiglio di Sicurezza. L’intenzione era chiara: lasciare il lavoro sporco agli altri (cioè a noi) per concentrarsi sul dopo, ossia le successive elezioni che nei piani di Ryadh e Doha avrebbero consegnato il potere agli islamisti sunniti.

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