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Riprendo un passaggio del mio post sulla strage di Boston:

un’analisi dell’ISPI – che in coda riporta la cronologia dei principali attentati terroristici in territorio americano degli ultimi anni – prende in esame i possibili risvolti politici dell’attentato:

Identificare la matrice dell’attentato riveste notevole importanza anche in termini politici. Infatti, come afferma il professor Mario Del Pero, università di Bologna, nel suo blog se la matrice risultasse islamica, ciò indebolirebbe Obama, che ha costruito la sua credibilità in materia di sicurezza grazie a una ferma azione nei confronti del terrorismo internazionale. Se la matrice fosse invece quella interna il presidente ne risulterebbe probabilmente avvantaggiato, impegnato com’è nella campagna per introdurre norme più stringenti sulla vendita e il possesso di armi da fuoco.

Dalla risposta a questa domanda dipenderà la reazione della Casa Bianca.

Ora, benché legami tra i fratelli Tsarnaev (presunti attentatori) e il jihadismo caucasico siano ancora da dimostrare, come era nelle previsioni l’attentato della scorsa settimana sta già producendo delle importanti conseguenze politiche, sia interne che esterne agli Stati Uniti. E tutte sfavorevoli al presidente Obama.

Per cominciare, mercoledì 17 aprile il Senato ha bocciato gli emendamenti proposti alla legislazione sulle armi. Una sconfitta per la Casa Bianca e una vittoria per la National Rifle Association.
Inoltre, negli Stati Uniti gli armamenti registrano vendite record, come spesso avviene nei giorni che seguono simili tragici eventi.
Gli attacchi a Boston, in altre parole, stanno vanificando gli sforzi del presidente per porre un freno alla proliferazione delle armi da fuoco.

Sul piano della politica estera, dopo le bombe alla maratona Obama ha parlato al telefono con il suo omologo russo, Vladimir Putin, convenendo sulla necessità di “proseguire sulla via della cooperazione nella lotta al terrorismo e sui temi della sicurezza”. Washington potrebbe dunque schierarsi con Mosca in nome dell’antiterrorismo. Secondo Limes:

Nell’attesa che le indagini chiariscano questo e altri aspetti, si vanno delineando alcuni possibili risvolti della vicenda sui rapporti Usa-Russia. Alle soglie del nuovo millennio, una serie di attentati (tra cui quelli ad alcuni edifici di Mosca del 1999) fornì a Vladimir Putin un valido pretesto per scatenare la seconda guerra cecena e riacquistare il (pressoché) totale controllo del Caucaso settentrionale.
Malgrado le proteste degli attivisti per i diritti umani, in America e altrove, Washington non obiettò a una guerra il cui fine (dichiarato e reale) era la preservazione dell’unità territoriale russa e la lotta al terrorismo jihadista, che nel caso ceceno traeva alimento dalla lotta per l’indipendenza. Specialmente dopo l’11 settembre e l’inizio dell’intervento in Afghanistan, gli sforzi di Putin per sradicare la guerriglia islamica dal Caucaso verranno benedetti apertamente dalla Casa Bianca.
Alla vigilia delle Olimpiadi invernali di Soci, in programma per il 2014, Mosca è ansiosa di sradicare qualsiasi minaccia terroristica e a tal fine la vicenda di Boston sembra offrire una preziosa opportunità. La Russia ha a lungo sostenuto i legami dei jihadisti caucasici con al Qa’ida, trovando però nell’amministrazione Obama un interlocutore tiepido. Ora è possibile che queste tesi suscitino una rinnovata attenzione a Washington, cui Mosca ha già offerto piena assistenza alle indagini in corso.
L’esito finale potrebbe essere un incremento della cooperazione bilaterale in materia di antiterrorismo, peraltro funzionale all’auspicato riavvicinamento tra i due paesi, a lungo perseguito dall’amministrazione – da ultimo con la recente visita a Mosca del consigliere per la sicurezza nazionale Tom Donilon.
Sinora tali sforzi sono stati pregiudicati (tra l’altro) dalle divergenze sulla postura verso il regime siriano, dai propositi russi di riarmo e da episodi puntuali, come la vicenda delle adozioni statunitensi di bambini russi bloccate dal Cremlino, il giro di vite legislativo di Mosca verso le ong straniere e il parallelo processo all’attivista Viktor Navalnij. Ma anche dal Magnitskij Act, la legge con cui il Congresso statunitense ha inteso punire i russi accusati di violare i diritti umani.
Sulla scia dei fatti di Boston, alcune di queste divergenze potrebbero essere accantonate in nome del superiore interesse alla lotta al terrorismo. Purché la pista terroristica risulti effettivamente confermata e il Cremlino non interpreti eventuali aperture di credito americane come un’acquiescenza implicita a un inasprimento della repressione interna, specialmente (ma non solo) nel Caucaso settentrionale.

Per Obama si tratta di un’altra sconfitta: la proposta di cooperazione a Putin giunge proprio nei giorni in cui i rapporti con la Russia (mai del tutto normalizzati, a dispetto del “reset” annunciato nel 2009) registrano una nuova altalena di alti e bassi.

In queste settimane, schiaffi e carezze si sono susseguiti senza sosta. Dapprima la mini-guerra fredda sulle adozioni di bimbi russi da parte di famiglie americane. Poi la pubblicazione dell’americana lista Magnitskij per la messa al bando di 18 alti funzionari russi, seguita da quella russa contro altrettanti funzionari americani. Infine la visita a Mosca del consigliere della Casa Bianca per la sicurezza nazionale, Tom Donilon, il quale ha consegnato ai suoi omologhi russi una lettera a firma del presidente Obama.
Adesso, la cooperazione tra i due Paesi in tema di sicurezza potrebbe scattare anche nelle indagini sugli attentati di Boston, sebbene i servizi segreti russi abbiano lasciato filtrare di non aver fornito alcuna informazione sui fratelli Tsarnaev.

Al di là di quelli che saranno i risultati finali, per Obama è l’implicita ammissione di non poter affrontare il problema della lotta al terrorismo prescindendo dall’aiuto di Mosca. E per Putin, l’occasione di incassare un tacito consenso alla repressione - di quel che resta – della guerriglia cecena, sullo sfondo delle crescenti preoccupazioni per la sicurezza delle Olimpiadi invernali di Soci 2014, a breve distanza dal nord del Caucaso.

Nel sesto anniversario della morte di Anna Politkovskaya, Matteo Cazzulani dedica un ricordo alla coraggiosa giornalista (la ventesima assassinata in Russia da quando Putin è al potere), illustrando  il legame tra la sua uccisione e la politica energetica di Mosca:

Ricordare la coraggiosa giornalista significa non solo mantenere vivo il ricordo di una personalità esemplare, ma anche rendersi conto di come il gas sia utilizzato dalla Russia per scopi politici, sopratutto nei confronti di un’Europa che Mosca ha tutto l’interesse a mantenere debole e divisa.
Se, come progettato dalla Commissione Europea, nel Vecchio Continente sarà creato un mercato unico del gas con forniture diversificate – che non esclude l’oro blu della Russia, ma attinge da più fonti di approvvigionamento – l’UE, e i singoli Paesi che oggi pongono gli affari con Mosca su un piano privilegiato rispetto a quello dei diritti civili e dell’interesse generale dell’Europa, si sentiranno meno succubi di un regime autoritario.
Forse, anche i Governi degli Stati dell’Unione Europea avranno il coraggio di nominare piazze, vie ed edifici alla Politkovskaya, come già fatto dal Parlamento Europeo e, in Italia, da alcune Amministrazioni Locali come quelle di Milano, Brescia, Genova e Ferrara.
Per chi invece si occupa di informazione, è bene arrestare per un giorno la routine della continua informazione per dedicare il sesto anniversario dall’assassinio di Anna Politkovskaya al ricordo di questa Donna dallo straordinario coraggio: per non dimenticare chi ancor oggi soffre la mancanza di libera espressione sotto regimi “gasati”.

La condanna delle Pussy Riot ha provocato una mobilitazione globale, e non poteva essere diversamente. Per molti è un’ingiustizia, per qualcuno se la sono cercata. In ogni caso è evidente la natura compromissoria del verdetto: si al carcere, no ad una pena esemplare. Due anni sono pochi, a fronte dei sette paventati all’inizio.
In ogni caso, il loro soggiorno nelle carceri russe non sarà piacevole.
Nel mondo si grida alla violazione della libertà d’espressione. In realtà, l’analisi della vicenda richiede una riflessione molto più profonda.

Tutti per le Pussy Riot…

La stampa francese ha sferrato duri attacchi contro il regime di Putin.
Questo commento di Francois Sergent su Liberation spiega che il processo alle tre musiciste non è stato altro che una parodia della giustizia e della democrazia. La Russia non può considerarsi uno Stato di diritto e non ha nulla a che fare con le altre democrazie del G8, perché Putin, fin dalla sua elezione (truccata), ha più volte cercato di sopprimere ogni critica nei suoi confronti, in piazza, sulla stampa o sul web.
Dello stesso tenore Le Monde, secondo cui la condanna delle Pussy Riot è “degna dell’Inquisizione“. Consapevole della pressione internazionale, Putin voleva che la condanna non fosse troppo pesante. Ma voleva una condanna.
Per  Le Figaro la vicenda “ha fatto risorgere il passato sovietico della Russia“. Il quotidiano cita il caso di Joseph Brodsky, futuro Premio Nobel per la Letteratura, che nel 1964 fu condannato a cinque anni di lavori forzati per “parassitismo sociale”.

In Spagna, il sostegno alle tre musiciste è sintetizzato da questo titolo di El Pais: Todos somos Pussy Riot.

Interessanti i commenti dalla stampa russa.
Il Moscow Times riporta una dichiarazione di uno degli avvocati delle tre ragazze, Mark Feigin, secondo il quale “Il verdetto è stato … trasmesso dall’alto” ed è ”un riflesso della situazione politica che esiste in Russia. L’illegalità è diventata normale“. Dello stesso avviso l’avvocato e leader dell’opposizione Alexei Navalny, ”è del tutto evidente che il verdetto è stato firmato personalmente da Putin”. I leader dell’opposizione Sergei Udaltsov e Garry Kasparov sono stati arrestati poco dopo il loro arrivo al palazzo di giustizia, insieme ad altri 50 manifestanti.

Da leggere il commento di Ria Novosti, che con non poco pragmatismo afferma che il verdetto danneggerà l’immagine di Putin all’estero, ma non cambierà sostanzialmente la condotta dei Paesi occidentali nei confronti del Cremlino. Alla fine la realpolitik prevale sempre e la posizione del Cremlino non sarà influenzata dal discredito della sua leadership: “oggi il mondo ride di noi“, ammette Alexei Malashenko del Carnegie Moscow Center, “ma tra una settimana sarà tutto finito“.
Il caso conferma il cambiamento ideologico del Cremlino, il cui sostegno politico sembra fondarsi sulla religione anziché sull’opinione pubblica. Una strategia che potrà garantire stabilità al regime nel breve periodo, ma che alla lunga sarà avversata dalla maggior parte dei russi. Anche la chiesa ortodossa ha subito un danno d’immagine: se dopo l’era sovietica godeva del rispetto di tutto il popolo, oggi molti fedeli ritengono che essa dovrebbe restare fuori dalla politica.
Di conseguenza, anche all’interno del Paese il processo aumenterà il risentimento dell’opposizione verso il presidente, ma non dovrebbe innescare delle grandi manifestazioni. Una volta che le proteste di piazza saranno finite, recita il commento finale, alla gente non resterà che emigrare.

Sulla stessa linea si trova anche la BBC. La vicenda non inciderà troppo sul regime: “la protesta è durata meno di un minuto, il processo appena una quindicina di giorni e il verdetto richiesto tre ore per essere pronunciato”.
In ogni caso, essa è espressione della situazione politica della Russia di oggi: un potere top-down, dove il vertice amministra la base e dove c’è troppa commistione tra Stato e Chiesa. Dove i giudici non sempre sono indipendenti.

…Pochi per Assange…

A centinaia di chilometri di più in qua, mentre tutti indignati per la condanna delle tre ragazze russe, per Julian Assange si fa carta straccia del diritto internazionale:

La ridicola, ridicolissima vicenda delle Pussy Riot è un buon intrattenimento estivo per mezza popolazione del pianeta. Sotto l’ombrellone, ci si indigna per le “cantanti ant-Putin” senza neppure sapere di cosa si sta parlando. In due parole, si tratta di tre tizie autonominatesi“Rivolta della passerina” che mostrano le chiappe canterellando contro il governo.
Esattamente come fa Sara Tommasi.
L’ultima volta è successo in una chiesa, e il prete ha chiamato le guardie, come sarebbe accaduto in ogni Paese del mondo. Immaginatevi la Tommasi che si scopre il didietro nel Duomo di Milano: finirebbe arrestata, ma nessuna delle anime belle si sognerebbe di scrivere che la colpa è di Mario Monti dittatore.
O forse sì, se a qualche governo straniero facesse comodo far passare Sara Tommasi per una povera vittima della perversa e illiberale dittatura italiana. Magari avremmo appelli mondiali per liberare la povera Sara, che ha mostrato il culo in chiesa ma lo ha fatto solo per sensibilizzare l’opinione pubblica contro l’efferata dittatura. Monti crocifisso sul New York Times per Sara Tommasi. Neanche ai tempi del Berlusca, una roba simile.
Intanto, però, Julian Assange è chiuso in un’ambasciata e i Paesi democratici fanno carta straccia del diritto internazionale pur di metterlo in gattabuia. Anche lui protestava contro qualcosa, ma lo faceva in modo assai più raffinato che mostrando il culo e cantando canzoncine da varietà: lo faceva informando il mondo con dati, fatti e documenti.
E’ accusato di stupro dal suo democraticissimo Paese, la Svezia, nonché accusato di spionaggio dagli States che se ne fregano dell’asilo politico concesso dall’Ecuador e lo vogliono processare a ogni costo. Un’ “accusa sproporzionata”, quella verso le Pussy Riot. Invece, quella verso Assange?
Provate ora ad immaginare se Putin si fosse spinto a tanto, con le sue Sara Tommasi locali. E provate ad immaginare che forse vi siete bevuti l’ennesima pagliacciata dell’indignazione-spettacolo, inflittaci dai professionisti ben remunerati dell’indignazione globale.

Ci si lamenta della magistratura non indipendente di Mosca, mentre Londra minaccia di invadere l’ambasciata di uno Stato estero. In altre parole, come nella migliore tradizione della stampa occidentale si sono fatti due pesi e due misure:

Peccato, potrebbe riflettere qualcuno, che lo stesso spirito di “democrazia”, la stessa indignazione e la stessa difesa del diritto alla libertà di espressione non si sia visto anche per il “caso Assange”, abbandonato dalla comunità internazionale nonostante l’Ecuador abbia ritenuto il fondatore di WikiLeaks avente diritto di asilo politico. La Gran Bretagna ha “minacciato” addirittura di invadere l’ambasciata dell’Ecuador a Londra1 , dove Julian Assange si è rifugiato da circa 2 mesi, pur di “mettere le mani addosso” al fondatore di WikiLeaks per andare ad estradarlo in Svezia dove non è incriminato di nessun reato, ma deve solo essere interrogato per difendersi da un’accusa di “sexcrime” stile orwelliana.

Julian Assange non vuole andare in Svezia (ma vuole essere interrogato) perché ha il serio timore (e le prove) che da lì sarebbe a sua volta estradato negli Stati Uniti, dove non rischierebbe una sentenza di due anni ma la pena di morte. Ma evidentemente, Julian Assange non è abbastanza mainstream per essere difeso, e soprattutto ha colpito il nemico sbagliato.

Information Clearing House cerca di comparare le due vicende: Pussy Riot vs, a ciascuno il suo eroe, è il titolo. La conclusione, forse ideologica ma non del tutto campata in aria, è che la mobilitazione mediatica per le ragazze punk non è altro che l’ennesima espressione della rivalità con la Russia. Come dire che se le tre ragazze fossero state condannate in Mongolia o nella Nuova Guinea non ce ne fregherebbe poi così tanto.

…Nessuno per gli altri

Se il confronto tra il fondatore di Wikileaks e le tre ragazzotte russe può sembrare inopportuno, improprio o addirittura populista, state tranquilli, ce ne sono centinaia ben più calzanti.
Consiglio la lettura di questo commento di Mark Levine su al-Jazeera: la storia delle Pussy Riot ha acceso la passione di artisti americani ed europei, da Sting a Madonna, che ne hanno chiesto pubblicamente la loro libertà. Nulla di strano fin qui. Ma quegli stessi cantanti europei e statunitensi restano in silenzio di fronte ai drammi quotidianamente subiti dai loro colleghi musicisti e artisti di quei Paesi in cui la libertà di espressione è minacciata molto di più che nella Russia di Putin. Artisti che rischiano la vita, e non solo due anni di prigione, per la loro attività pubblica di denuncia contro le dittature, il terrorismo, le ingiustizie di ogni genere. E che per questo la vita la perdono.
Come Abdi Jeylani Malaq Marshale, comico somalo ucciso lo scorso 1° agosto ucciso perché faceva la parodia degli islamisti.
Come il blogger etiope Eskinder Nega, condannato a 18 anni di reclusione per aver “osato” denunciare l’oppressione e l’ineguaglianza nel suo Paese.
Come Ghazala Javed, giovane cantante pakistana uccisa dai taliban lo scorso giugno dopo essere stata “scomunicata” dagli stessi.
Come Sergio Vega e gli altri sette musicisti uccisi in Messico negli ultimi tre anni. Lo stesso Paese dove, dal 2000 ad oggi, sono stati assassinati anche 81 giornalisti.
Nessuno è sceso per strada per ricordali. Nessuno ha sventolato cartelli o cantato cori davanti alle ambasciate straniere. Nessuno ha organizzato manifestazioni pittoresche o dibattiti pubblici. Forse perché nessuna telecamera era lì ad inquadrarli in una gabbia di vetro. E’ estate, c’è il sole, fa caldo… il porno di Sara Tommasi e la farfalla di Belen tirano molto di più di qualche litro di sangue versato. Al massimo la gente si indigna per i beagle.

Solo per Anna Politkovskaja l’indignazione globale ha veramente battuto un colpo. Al punto che dopo il suo assassinio fu proposto che ciascuno Stato intitolasse la strada in cui sorge la propria ambasciata russa, affinché la diplomazia del Cremlino fosse obbligata a riportare in ogni luogo il nome della giornalista uccisa sulla propria corrispondenza ufficiale. Ovviamente la realpolitik ebbe la meglio anche in quell’occasione e non se ne fece nulla. Ma per la prima volta il mondo aprì gli occhi sul trattamento che la libertà di pensiero e di espressione riceve in certe parti del mondo. Anna Politkovskaja, russa come le Pussy Riot. Vittima di Putin, come le Pussy Riot. Vittima sul serio, però. Vittima per aver denunciato le malefatte di un regime, così come tanti altri giornalisti, artisti, cantanti, poeti. Tutti colpevoli del più esecrabile dei crimini per un regime: aver cercato di dare un significato alla parola libertà.
Altro che un pò di cagnara durante una messa.

Se la speranza è l’ultima a morire, possiamo dire che dopo le dimissioni di Kofi Annan tramonta forse l’ultima possibilità di una soluzione diplomatica al conflitto in Siria. Secondo Giuliana Sgrena su Globalist:

La rinuncia non è una sconfitta di Kofi Annan ma della comunità internazionale. Ovviamente chi voleva l’intervento militare non aveva nessun motivo per sostenere il piano Onu in 6 punti, equilibrato e accettabile sia per il presidente sanguinario Bashar Assad che per gli oppositori che hanno militarizzato lo scontro, sostenuti dai paesi del Golfo, dai consiglieri occidentali e ora apertamente anche dalla Cia. Quelli che avrebbero voluto realmente un processo democratico sono rimasti isolati.

E’ una sconfitta per noi pacifisti che ci siamo dichiarati contro l’intervento militare senza essere in grado di qualsiasi azione politica, manifestazione di piazza che denunciasse i responsabili del bagno di sangue siriano e sostenesse una opzione diplomatica, a partire dal piano Onu, rafforzato con un aumento di osservatori protetti da un corpo Onu con compiti di polizia e anche da osservatori civili. Forse non era realizzabile, ma non ci abbiamo nemmeno provato, scontrandoci invece sulle “nostre verità” che non sono quelle sul terreno.

Putin piange lacrime di coccodrillo: si è detto dispiaciuto delle dimissioni, continuando a sostenere la necessità di una soluzione diplomatica, quando in realtà è stata proprio Mosca – in collaborazione con Pechino -, a condannare la missione di Anna al fallimento a suon di veti. Peraltro rifiutando l’unica condizione posta da Annan per cui la transizione avrebbe potuto avere senso, ossia le dimissioni di Bashar al-Assad.
Ma è ormai chiaro che la Russia è decisa a lasciare che il bagno di sangue prosegua pur di salvare il suo avamposto residuo in riva al Mare Nostrum – e in tutto il Medio Oriente.

Fallita la diplomazia, il piano B dell’amministrazione USA è molto meno rassicurante. Obama ha ufficialmente autorizzato la CIA a compiere azioni coperte in Siria a “sostegno” dei ribelli - con tutto il carico di ambiguità che questo termine porta con sé. Il governo americano ha messo a disposizione 25 milioni di dollari per l’assistenza “non-letale” in favore dell’opposizione siriana, da impiegare per lo più per le apparecchiature di comunicazione, e altre strumentazioni. Ha inoltre stanziato ulteriori 64 milioni dollari in aiuti umanitari per il popolo siriano, posto che la guerra civile sta provocando una grave crisi alimentare nel Paese.
Che gli USA stiano “sostenendo” i ribelli è cosa nota già da tempo. Tuttavia, la pubblica ammissione di questa realtà è un esplicito riconoscimento che la questione Siria sarà risolta dalle armi, più che dai tavoli nei piani alti.
Difficile esprimere un giudizio su questa scelta. Secondo il Washington Times, Obama finirà di fatto per armare al-Qa’ida (ammesso che la formazione sia davvero presente in Siria); per Foreign Policy, al contrario, la strategia di Obama sta funzionando.
Lucio Caracciolo, direttore di Limes, all’indomani dell’attentato di Damasco scriveva:

Sul piano militare, nessuno può vincere. Da sole, le opposizioni armate non prevarranno. Nemmeno con i sostanziosi aiuti arabosauditi, qatarini e occidentali. Ma non potranno essere sradicate, a meno che i pretoriani di al-Assad non optino per la guerra di sterminio, mettendo mano financo alle armi chimiche.

In questa come in altre guerre civili le armi servono a manutenere il conflitto, non a risolverlo. Quando gli storici scriveranno la storia della crisi in Siria, scopriremo probabilmente che a deciderne le sorti sarà stato il denaro. Quello che scarseggia nelle casse del regime, mentre sovrabbonda nei conti dei petromonarchi della Penisola arabica. Ed è speso non solo per armare il raffazzonato Esercito siriano libero, ma soprattutto per convertire dirigenti e funzionari di Damasco alla causa dei rivoltosi.

Intanto le acque siriane si fanno sempre più movimentate:

Domenica 29 Luglio una nave da guerra cinese ha attraversato il Canale di Suez per dirigersi verso le coste della Siria.

Con i cinesi le acque intorno alla Siria e, comunque, intorno al medio oriente tutto, iniziano ad essere esageratamente congestionate di navi militari, portaerei, incrociatori di tutte le più grosse marine militari del mondo.

La possibilità di una guerra in Siria si avvicina sempre di più se è vero, come a noi sembra, che non c’è nulla di peggio e di più semplice, per scatenare una guerra, di un incidente causato dalla presenza di tante navi militari, di paesi diversi e storicamente contrapposti, in un piccolo specchio d’acqua.

La questione è approfondita da una blogger egiziana, la quale nota che il quotidiano egiziano Ahram (unico, assieme a Shourouk, a parlarne) parla addirittura di tre navi. Eppure, il lunedì seguente il ministro dell’interno del Cairo ha smentito il passaggio delle navi.
Nei giorni precedenti si era parlato anche dell’arrivo di una piccola flotta russa con 360 militari a bordo per una serie esercitazioni congiunte con la marina di Damasco, ma proprio oggi Mosca ha smentito che le navi fossero dirette in Siria.
Voci che testimoniano come gli USA non sono gli unici a muoversi sulla strada dell’escalation militare. E che adesso la partita geopolitica della Siria si gioca a carte scoperte.

Tutti si aspettavano la vittoria di Putin; pochi il fuori programma delle proteste, soprattutto con questa intensità. Segno che se al 63% dei russi – con una punta del 99,4% in Cecenia, dove Vladimir ha sparso il sale – vanno bene altri sei (dodici?) anni con l’ex agente del Kgb al potere, il restante 37% non la pensa esattamente così. In altre parole, in Russia sta nascendo quella cosa che noialtri chiamiamo “opinione pubblica”, ossia quel movimento trasversale che partendo dalla base può produrre vibrazioni fino al vertice della piramide.
Nel corso della campagna elettorale, e in particolare all’indomani delle contestate elezioni parlamentari del 4 dicembre, Putin aveva bollato le manifestazioni di piazza come una minoranza destabilizzante nelle mani di non meglio precisati governi stranieri. I suoi discorsi traboccavano di nazionalismo, tutti convergenti sulla necessità di “difendere la Russia, anche se non si è capito bene da chi. In compenso lui sa difendere bene se stesso da ogni forma di dissenso: Reuters e BBC parlano di 550 arresti tra i manifestanti (tra cui tre giornalisti e un blogger), benché i media statali riportino cifre molto inferiori. Perfetto corollario del suo programma politico, incentrato sul solo obiettivo della permanenza al Cremlino.

Come mai il dissenso è esploso proprio adesso? La Russia sta attraversando un periodo di crescita (+4,3% nel 2001), mentre la vicina Europa annaspa. In realtà, come rilevato da molti studiosi, la ricchezza forma la classe media, principale antagonista di ogni forma di regime. In Russia tale classe è nata proprio negli ultimi anni, dopo il sofferto decennio eltsiniano. Come dire che è stato lo stesso sviluppo economico di cui Putin si professa artefice a segnare la fine del grande consenso intorno alla sua figura.
Lo spiega bene Linkiesta: Quando il paese si trova agli albori della crescita, il leader distribuisce la rendita petrolifera al popolo, con un occhio di riguardo secondo le simpatie politiche e industriali. In seguito l’impalcatura inizia a mostrare le prime crepe. I proventi petroliferi, sia pur in forma di briciole, finiscono nelle tasche del popolo, favorendo l’ascesa di professionisti, docenti, intellettuali: una prima forma di “borghesia”, appunto. A questo punto il regime tenta in qualche modo di cooptare la classe media nello schema di potere. Il problema è che nessun regime è mai riuscito ad assicurarsi la sopravvivenza politica in questo modo, a meno di non impiegare la violenza su larga scala.

In ogni caso la vittoria di Putin costerà allo Stato russo centinaia di miliardi di dollari: a tanto ammonta il controvalore delle promesse elettorali necessarie a “comprare” il consenso delle masse.
Questa ricca analisi della Reuters analizza nel dettaglio il programma di spese previsto. Il costo degli aumenti retributivi del settore pubblico peserà sul bilancio pubblico per l’1,5% del PIL all’anno. Percentuale con gli altri impegni di spesa sociale che potrà arrivare al 2% entro il 2018, o ma alcune stime parlano addirittura del 4-5%. Ci sono poi le spese militari: 790 miliardi di dollari entro il 2020, che faranno lievitare la spesa pubblica di un ulteriore 2,2% del PIL annuo.
Non è poco se pensiamo che nei primi due mesi del 2012, la spesa pubblica è già aumentata del 37% rispetto ad un anno fa. Inoltre Putin ha più volte ripetuto che non aumenterà l’età pensionabile dagli attuali 60 anni per gli uomini e 55 per le donne, gravando il bilancio statale (il cui 10% è impiegato per le prestazioni pensionistiche) di un ulteriore onere implicito.
Tutti numeri la cui stabilità è legata all’imponderabile volatilità del greggio, in un’economia dove le rendite energetiche rappresentano ancora i due terzi delle esportazioni nazionali. La Russia raggiunge il pareggio di bilancio con il petrolio a 90 dollari al barile, e lo scorso anno il prezzo medio si è attestato ben al di sopra quota 110, complici la Primavera araba e la guerra in Libia.
Certo, se Putin si decidesse a fare qualcosa per combattere gli sprechi e la corruzione la Russia potrebbe tagliare il budget federale di un 5-10%, risparmiando l’equivalente dell’1-2% del PIL all’anno. Ma è ovvio che non farà nulla.

Se sarà rieletto anche tra sei anni, Putin avrà trascorso venti anni da presidente più quattro da primo ministro. Totale 24 anni: sarà stato al potere meno di Stalin, ma più di Brezhnev. E’ stata un’elezione meno tediosa di quanto potesse immaginare, ma è comunque tornato al Cremlino evitando il ballottaggio e tanto gli basta. Poco importa se i dati siano falsati, come sostengono gli osservatori internazionali.
Il sostegno all’uomo forte del Cremlino resta alto, soprattutto nelle province e nelle campagne. Ma è nelle città che si annida la temibile classe media. La stessa classe consapevole che in Russia non sono i governati a scegliere i governanti, bensì i governanti a scegliersi da soli. Di conseguenza l’appuntamento elettorale degrada a teatrino messo in piedi per il popolo, ad una una pubblicità per esaltare il sostegno a Putin. In concreto, il presidente sta esasperando il confronto con l’opposizione fino al punto di rottura. Egli sta dichiarando guerra a quel 37% che non lo voterà mai. Con la conseguenza di inacidire l’avversione nei suoi confronti. Per adesso ha vinto una battaglia, ma la guerra è appena iniziata.

Il 24 agosto l’Ucraina ha celebrato vent’anni di formale indipendenza. Formale, perché i tentacoli di Mosca sono tuttora ben saldi su Kiev.
Così non c’è da stupirsi che Yulia Tymoshenko, in carcere da agosto, sia stata condannata a sette anni di reclusione e 188 milioni di dollari di multa per aver firmato un contratto di fornitura di gas, giudicato svantaggioso, quando era primo ministro nel 2009. Un verdetto deciso nonostante (o forse a causa) della pressione occidentale sulla vicenda, e che di fatto pone fine alle aspirazioni dell’ex repubblica sovietica all’ingresso nell’Unione Europea.
A seguito della decisione, il presidente Viktor Yanukovich ha commentato che si tratta di una decisione non politica, bensì assunta nel quadro della giustizia penale, e che in ogni caso c’è sempre un giudizio di appello a cui rivolgersi. La sentenza, difatti, potrebbe essere capovolta in secondo grado, segnando l’ennesimo capitolo di una lunga saga
Proprio la scorsa settimana, Yanukovich ha presentato alla Rada (il parlamento ucraino) un progetto di riforma del codice penale che attenua le pene per i crimini in campo economico, pur senza alcun riferimento ai reati ascritti a Tymoshenko. È evidente che l’opposizione cercherà ora di proporre una serie di emendamenti allo scopo di depenalizzare tali articoli. L’applicazione retroattiva di tali misure permetterebbe alla ex leader della rivoluzione arancione di tornare a piede libero.

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1. Quelli che tutti supponevano ha avuto conferma ufficiale ieri: il prossimo anno Vladimir Putin sarà il “nuovo” presidente della Russia. E potrebbe restarlo fino al 2024.
La notizia l’ha data proprio colui che doveva essere il suo concorrente, l’attuale numero uno del Cremlino Dimitry Medvedev. Trova dunque una risposta quella che molti avevano dipinto come la domanda del secolo nella storia politica russa. Perché l’avvicendamento tra Medvedev e il suo “fratello maggiore” a zar di tutte le Russie, al netto delle speculazioni dei media, non è mai stato veramente in discussione. Le elezioni del prossimo marzo formalizzeranno il cambio della guardia.
L’occasione per l’annuncio è stato il congresso di Russia Unita, il partito dei due diarchi di Mosca. Medvedev ha dichiarato di voler appoggiare la candidatura del suo predecessore; Putin lo ha ringraziato aggiungendo che per lui sarebbe stato un “grande onore”. Tutto secondo copione.
Il ritorno dell’ex ufficiale del KGB al Cremlino si concretizzerà in marzo. Medvedev sarà probabilmente a capo della Duma, la camera bassa del parlamento russo. Uno swap che i due stanno cercando di far passare come un trionfo della democrazia.

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carta di Laura Canali tratta da Limes QS 3/2008 "Russia contro America, peggio di prima"

1. Quando il presidente Barack Obama si è insediato nel gennaio 2009, le relazioni tra Usa e Russia attraversavano una fase delicata. Gli otto anni di presidenza Bush avevano in parte logorato quel clima di cooperazione instaurato negli anni Novanta e le tensioni tra le due ex superpotenze erano sotto gli occhi di tutti. Ad esempio, durante il primo mandato di Bush gli Stati Uniti hanno cercato allargare i confini della Nato fino alle porte della Russia, ignorando completamente la promessa fatta da suo padre a Gorbaciov che l’Alleanza Atlantica non si sarebbe espansa verso est al di là di Germania riunificata. Nel 2002 la decisione unilaterale degli Stati Uniti di ritirarsi dal trattato di difesa Abm (Anti Missili Balistici) deteriorò ulteriormente la collaborazione, tanto che i vertici del Cremlino affermarono si sentirsi “ingannati e traditi”.
In un contesto così teso, il “reset” annunciato da Obama nelle relazioni con Mosca è stato una priorità della nuova politica estera americana. Lo stesso presidente russo Medvedev ha confermato che gli sforzi di Obama hanno contribuito a migliorare i rapporti tra i due Paesi. Il trattato Start sul disarmo nucleare e l’appoggio della Casa Bianca all’ingresso della Russia nel WTO sono i due più significativi esempi della nuova era di collaborazione inaugurata dalle due ex superpotenze.
Tuttavia, alcune questioni chiave sono rimaste in sospeso. I negoziati sullo scudo antimissile non procedono bene e la Nato è sempre in procinto di espandersi verso est con l’inclusione di Georgia e Ucraina. Cambiano i tempi moderni, ma restano i vecchi sospetti.

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di Luca Troiano

1. L’8 agosto 2008 il mondo si svegliò con la notizia che dello scontro in atto tra le truppe georgiane e quelle russe nella città di Tskhinvali, capitale dell’Ossezia del Sud, dando l’avvio ad una guerra che pur nella sua breve durata avrebbe mutato (forse) definitivamente i preesistenti assetti nel Caucaso.
È noto che un piano d’attacco contro Tbilisi era sul tavolo del Cremlino già da tempo, ma non va trascurato il fatto che il confine tra i due Paesi era stato più volte infiammato dalle ripetute provocazioni georgiane. Ancora oggi non è chiaro chi abbia sconfinato per primo, sebbene il Rapporto finale dell’inchiesta commissionata dall’Unione Europea attribuisca all’esercito georgiano la responsabilità di aver sparato del primo colpo. E tutto sommato la questione è irrilevante.
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Il 12 aprile la Russia ha celebrato i 50 anni dell’impresa di Yuri Gagarin ma i tempi in cui Mosca gareggiava con gli Usa nella corsa allo spazio sono ormai uno sbiadito ricordo. Mercoledì 24 agosto la navicella spaziale Progress M-12M, un cargo senza equipaggio che trasportava rifornimenti alla Stazione Spaziale Internazionale (ISS), si è schiantata in Siberia poco dopo il lancio poiché il razzo vettore Soyuz TMA-21 non è riuscito a mandarla in orbita.

La Soyuz ha subito un guasto circa 5 minuti e mezzo dopo il suo lancio dal cosmodromo di Baikonur, in Kazakhstan, precipitando nella provincia meridionale di Altai della Siberia. Un fallimento che ha indotto la Roscosmos, l’Agenzia spaziale russa, a rinviare la prossima missione Soyuz TMA-22, originariamente prevista per il 22 settembre.
Il fallimento della missione non è che l’ultima di una serie di disavventure in cui è incappato il programma spaziale russo, qui riassunte:

- 5 dicembre 2010: tre satelliti fondamentali per il completamento del sistema di navigazione russo GLONASS-K (concorrente del più noto sistema GPS) sono caduti nel Pacifico, al largo delle Hawaii, poco dopo il loro lancio. La perdita è stata stimata in 4 miliardi di rubli (138 milioni di dollari). Un’indagine interna ha individuato la causa in un errore di programmazione nella quantità di combustibile del razzo.
- 1 Febbraio 2011: il Geo-IK 2, importante satellite militare che avrebbe permesso di disegnare una mappa tridimensionale della Terra per l’individuazione precisa degli obiettivi sensibili, è finito fuori orbita subito dopo il lancio su un razzo Rokot. Si è anche parlato di “interferenze elettromagnetiche” ad opera di una potenza straniera per sabotare l’operazione. In seguito si è scoperto che il razzo aveva perso l’orientamento verso il sole, con la conseguente mancanza della corrente necessaria per raggiungere la posizione.
- 30 marzo 2011: Roscosmos rinvia una missione con equipaggio a bordo della ISS a causa di un inconveniente con i sistemi di comunicazione della navicella Soyuz. La missione viene completata il 5 aprile, ma i vertici della Federazione russa, che avevano scelto di presenziare al lancio del 30 marzo a due settimane dal cinquantenario del volo di Gagarin, hanno espresso un secco disappunto.
- 18 agosto 2011: Il satellite Express-AM4, lanciato su un razzo Proton-M per fornire servizi di televisione digitale, telefono e internet in tutta la Russia, finisce fuori orbita per un errore analogo a quello occorso al Geo-IK 2. Si tratta del satellite per telecomunicazioni più potente mai costruito in Europa; la perdita economia è stimata in 7,5 miliardi di rubli (260 milioni di dollari).
- 24 agosto 2011: Il veicolo Progress M-12M si schianta in Siberia poco dopo il lancio.

Nel corso delle celebrazioni del 12 aprile, il presidente Medvedev ha ribadito che l’esplorazione dello spazio rimane una priorità per la Russia. Ripercorrendo la cronologia dell’era spaziale, notiamo subito che dopo i fuochi d’artificio iniziali (il lancio dello Sputnik e il colo di Gagarin) Mosca è stata presto superata dalle imprese made in Usa, tra le quali spicca il programma Apollo che ha condotto allo sbarco sulla Luna. Ad oggi, però, il gigante eurasiatico resta l’unica nazione in grado di spedire cosmonauti sulla ISS.
L’elenco di disavventure è costato il posto ad Anatoly Perminov, direttore di Roscosmos, rimosso da Putin e sostituito con il viceministro della Difesa Vladimir Popovkin lo scorso 29 aprile. Una mossa che palesa quanto sia profonda la frustrazione del Cremlino di fronte ripetuti flop, ma che non ha finora impresso una svolta a questa imbarazzante situazione.

Il recente scontro sulla Risoluzione Onu 1973 ha rilanciato i dubbi sulla solidità dei rapporti tra il presidente e il premier russo. Il primo, ex pupillo del secondo, sembra smarcarsi sempre di più dal suo mentore. Puntando (forse) alla riconferma alle presidenziali del 2012
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carta di Laura Canali tratta da Limes 3/09 "Eurussia, il nostro futuro?"

1. Le drammatiche notizie che a cadenza pressoché oraria giungono dalla Libia, hanno messo in secondo piano il vertice di ieri a Bruxelles tra Ue e Russia sulla terza direttiva europea di liberalizzazione dell’energia, che prevede la separazione tra produzione da una parte, trasporto e distribuzione dall’altra (in gergo unbundling). In parole povere, per la Russia si tradurrebbe nel divieto di possedere gasdotti in Europa.

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Italia-Russia dopo Wikileaks

Nei giorni 2 e 3 dicembre si è svolto a Soci, sul Mar Nero, il settimo vertice intergovernativo tra Italia e Russia, alla presenza del premier Silvio Berlusconi e del presidente Dimitri Medvedev.
Un incontro importante per il rafforzamento di una partnership già abbastanza solida: dai tempi della dissoluzione dell’Urss i rapporti diplomatici tra i due paesi sono sempre stati buoni.
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