Perché si protesta in Brasile

In Brasile, invece, l’occasione è stata la Confederations Cup. Migliaia di persone manifestano da giorni in un Paese che non ha problemi di democrazia e ha (aveva?) un’economia in salute. Le proteste, ufficialmente scatenate dall’aumento del presso dei mezzi pubblici, sono state molto riprese dalla stampa di tutto il mondo, non tanto per le loro dimensioni quanto perché si stanno tenendo nei giorni in cui si gioca la Coppa delle Confederazioni, antipasto dei Mondiali del prossimo anno.

Come in occasione del Gran Premio di Formula Uno nel Bahrein, anche nel Paese carioca un evento sportivo ha fatto da cassa di risonanza ad un’ondata di protesta diffusa. Ed è un bene, checché ne dica Blatter. Altrimenti all’estero non se ne sarebbe proprio parlato.

Brasilia val bene un biglietto dell’autobus

La giovane filmaker Carla Dauden a spiegare il perché in un video su Youtube:

«La Coppa del Mondo – dice Carla – costerà al Brasile circa 30 miliardi di dollari. Ora dimmi: in un Paese dove l’analfabetismo colpisce in media il 10% della popolazione (con picchi del 21%) e dove 13 milioni di persone soffrono la fame e molte altre muoiono aspettando di essere cura, ha bisogno di altri stadi?»

In un lungo articolo su Limes che traccia un parallelo tra Argentina, Brasile e Cile – che hanno tutti e tre un paio di cose in comune: sono (o saranno presto) governati da capi di Stato donne e hanno un modello di sviluppo di successo ma problematico - Maurizio Stefanini spiega che dietro alle proteste in corso nel Paese verdeoro non ci sono solo le polemiche per il costo degli stadi e men che meno quelle per il costo degli autobus, bensì l’insofferenza verso sprechi e corruzione:

Partiamo dal Brasile, dove manifestazioni sempre più massicce contestano sia il governo, sia le amministrazioni locali di centrodestra, proprio mentre parte la Confederations Cup: la prima del ciclo di manifestazioni che tra Giornate della Gioventù con visita del Papa, Mondiali di Calcio e Olimpiadi dovevano celebrare la definitiva ascesa della nuova potenza brasiliana, in attesa di ottenere anche l’Esposizione Universale del 2020.

Invece risuona il grido “La Turchia è qui”, assieme a quello storico della sinistra latinoamericana “il popolo unito non sarà mai vinto”, scandito per ironia della sorte contro un governo di sinistra guidato da una ex guerrigliera.

Come in Turchia la difesa di un parco, in effetti, anche in Brasile l’aumento dei prezzi del trasporto pubblico da 3 a 3,20 reais a biglietto (da 1,5 a 1,6 dollari) non è stato che il pretesto attorno al quale si è coagulato un risentimento più generale. La realizzazione delle infrastrutture per i grandi eventi, occasione di sperperi e scandali, ha contribuito a far traboccare l’ira dei manifestanti. Iniziate a San Paolo, le dimostrazioni si sono estese a Brasilia e poi a Rio, dove si sono verificati degli scontri fuori dallo stadio dove si è giocato Italia-Messico.

Dopo che in tutto il paese c’erano state manifestazioni e proteste, 200 mila persone sono scese in piazza in otto diverse città. Centomila mila a Rio de Janeiro, dove uno slogan era “se non si abbassa il costo dei trasporti si ferma Rio”, e dove la polizia ha sparato lacrimogeni e pallottole di gomma per impedire l’invasione dell’Assemblea legislativa statale. A Belo Horizonte i manifestanti erano 40 mila e 10 mila a Brasilia, dove 200 dimostranti hanno occupato il tetto del Congresso dopo averne infranto i vetri. Sempre nella capitale, un movimento che lotta per la trasparenza nella realizzazione dei Mondiali ha bloccato le strade bruciando pneumatici e scope.

Movimento passe libre, “Movimento trasporto gratis”, è l’organizzazione da cui sono iniziate le proteste. Creata nel 2005 da studenti che partecipavano al Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, continua da allora a lottare per l’utopia del trasporto gratis, e talvolta è riuscita a ottenere dei ribassi dei prezzi.

Come in Turchia la dura repressione della polizia ha accresciuto il risentimento, cui si è aggiunto il generale malcontento per tutto ciò che non funziona nel modello brasiliano, che ha dato lavoro, case, auto, benessere materiale, sicurezza alimentare agli indigenti, visibilità al paese in campo internazionale, ma fa pagare troppe tasse, non riesce a ridurre la corruzione dei politici e non riesce a migliorare sensibilmente un sistema educativo, sanitario e di trasporti gravemente carente.

Peraltro, anche ciò che ha funzionato pare a rischio, con la crescita economica sempre più debole e un’inflazione salita al 6,5% in due mesi. Accanto alla contraddizione del Partito dei lavoratori (Pt) di Lula e Dilma, antica forza di protesta ormai adagiata sul potere, ci sono quella del Partito della socialdemocrazia brasiliana (Psdb). Il Psdb è la prima forza dell’opposizione di centrodestra, cui appartiene il governatore di San Paolo Geraldo Alkmin, che in un tipico riflesso condizionato dei ceti medi locali ha subito difeso l’attuazione della polizia, senza se e senza ma.

Mentre al Pt appartiene il sindaco di San Paolo Fernando Haddad, che con un colpo al cerchio e uno alla botte ha criticato sia la polizia sia il “vandalismo” dei manifestanti, cui ha spiegato che per trovare i 2 miliardi di euro necessari a assicurare il trasporto gratis bisognerebbe raddoppiare le tasse. Tuttavia i giovani del suo partito si sono uniti alla protesta.

Anche se ha chiesto ai sindaci di revocare gli aumenti dei biglietti e si è detta “orgogliosa” della protesta - come prova di democrazia – Dilma è stata fischiata allo stadio e la sua popolarità nei sondaggi è scesa dal dal 65 al 57%. Comunque il consenso resta altissimo e l’intenzione di voto a suo favore per le prossime presidenziali, pur scesa dal 58 al 51%, le permetterebbe ancora di vincere al primo turno. Per il secondo posto arrancano il leader del Psdb Aecio Neves e l’ex ministro dell’Ambiente Marina Silva, entrambi al 16%. La Silva è al momento impegnata nel difficile processo di fondazione di un nuovo partito. Al 6% sta il governatore la popolarità di Pernambuco Eduardo Campos, presidente del Partito Socialista Brasiliano (Psb).

Come in Cile (vedi sotto) e in tante altre parti del mondo compresa l’Italia, insomma, c’è un disagio che non si riconosce più né nella sinistra né nella destra tradizionali e che cerca nuovi canali di espressione. In Brasile neanche quella forma aggiornata di panem et circenses rappresentata da “Programma fame zero” e calcio riesce più a calmarla.

L’economia brasiliana sta davvero così bene?

Non del tutto, a quanto pare. Se qualche segno di cedimento era apparso evidente già negli anni scorsi (qui e qui), oggi le difficoltà sembrano farsi man mano più evidenti.
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Tutti parlano dell’Egitto, ma le vere proteste sono in Tunisia

Un anno fa la cacciata di Ben Alì pareva aver inaugurato un nuovo corso per la Tunisia. Oggi, invece, ci rendiamo conto che il vento della cd. Primavera araba non ha cambiato nulla rispetto a prima. Cacciato il dittatore, restano i problemi di sempre: disoccupazione, povertà, mancanza di prospettive. Lo dimostrano le veementi manifestazioni di questi giorni a Siliana, una città sui bordi superiori del deserto del Sahara.
Questa settimana, oltre 10.000 persone sono scese in piazza per protestare contro le precarie condizioni economiche nella zona. Mobilitazioni, in molti casi degenerate in scontri, che hanno lasciato sul terreno oltre 220 feriti. La polizia ha usato gas lacrimogeni e proiettili di gomma per contenere i disordini. Tanto che Navi Pillay, Alto Commissario ONU per i diritti umani, ha duramente preso posizione contro la repressione in atto.
I manifestanti in Siliana hanno chiesto al primo ministro Hamadi Jebali di dimettersi. Inizialmente lui ha risposto con sdegno; poi, per placare gli animi, ha annunciato l’intenzione di formare un nuovo governo per venire incontro alle richieste della piazza (si veda anche qui).

Un gruppo di giovani attivisti a Tunisi ha tenuto una protesta in segno di solidarietà. Siliana si trova a meno di 100 km a nord di Sidi Bouzid, il paese da cui la rivoluzione in Tunisia – e da lì, tutta la Primavera araba – è iniziata. Ma dal sacrificio di Mohamed Bouazizi poche cose sembrano essere cambiate. Le promesse di rinnovamento non sono state mantenute. E poco importa che nel 2013 si terranno sia le elezioni parlamentari che le presidenziali.

In settimana, il governo di Tunisi ha ottenuto due prestiti di 500 milioni di dollari ciascuno: uno della Banca africana per lo sviluppo e un altro dalla Banca Mondiale. Il bilancio statale del 2013 è dunque coperto, ma in futuro servirà molto di più. La la Tunisia potrebbe chiedere al Fondo Monetario Internazionale l’apertura di una linea di credito da 2,5 miliardi dal 2014 in poi.
In un Paese (come pure l’Egitto) dove i salafiti sono passati dalle prigioni al parlamento, i problemi economici della base restano tuttora irrisolti. E gli aiuti internazionali non sono altro che un rimedio tampone, il cui unico effetto è quello di prendere tempo, rimandando i nodi da sciogliere ad un futuro prossimo. In attesa di non sa bene cosa. Certo, come ha puntualizzato il governatore regionale Ahmed Zine Mahjoubi, in un anno di lavoro non si potevano risollevare le sorti di una città che ha subito 50 anni di emarginazione.
Passata la rivoluzione, i tunisini aspettano ancora un vero cambiamento.

Non solo Sudafrica. Tutto il Continente Nero è attraversato da proteste

Oltre alla protesta dei minatori di platino in Sudafrica (che da Marikana si è estesa ad altre due miniere), diversi altri tumulti si registrano qua e là lungo il continente africano. Alcuni per motivi economici, altri per ragioni politiche.

Ciad

Da fine luglio i dipendenti pubblici sono in sciopero per il mancato rispetto degli aumenti salariali promessi dal governo. L’incremento in busta paga – di ben il 115% – sarebbe dovuto arrivare già in gennaio in virtù di un accordo concluso in novembre, ma da allora nulla è cambiato.
In Ciad la vita sta diventando sempre più cara. La capitale N’Djamena è l’ottava città più cara al mondo per gli espatriati. Una  combinazione di fattori ha reso la vita nella città molto esosa, e non solo per gli stranieri e i ricchi. Il Journal du Tchad  scrive che nei mercati della capitale e delle altre principali città i prezzi dei prodotti di base aumentano costantemente. Ci sono mercanti che mettono da parte delle scorte per causare una penuria “artificiale” delle merci, imponendo prezzi ancora più alti.
Nonostante alcuni spiragli aperti nei giorni scorsi, le trattative tra sindacati e governo non hanno sortito effetto. Ora i lavoratori pubblici fanno appello a quelli privati di unirsi a loro nella protesta in segno di solidarietà. Il Paese rischia la paralisi.

Mauritania

Qui sono i minatori d’oro a protestare. La miniera di Tasiast, di cui è concessionaria la canadese Kinross Gold Corporation, non sta rendendo quanto dovrebbe. La compagnia sta elaborando una strategia volta a ridurre i costi del sito, senza però specificare in cosa si concretizzerà.
Costata 7 miliardi di dollari nell’estate del 2010, la miniera è stata il maggior investimento della Kinross da vent’anni a questa parte. E dopo aver dato il benservito a Tye Burt, il dirigente che aveva consigliato l’acquisto, la multinazionale potrebbe procedere alla riduzione della forza lavoro.
Già in giugno i minatori sono entrati in sciopero per qualche giorno. La situazione rimane tesa perché la compagnia pare intenzionata a sospendere la produzione.

Senegal

In metà agosto, un giovane sordo è morto in cella dopo essere stato arrestato a Kedougou con l’accusa di aver fumato marijuana. Alla notizia è scoppiata la protesta popolare.
Non è la prima volta che Kedougou diviene teatro di manifestazioni di piazza. Nel dicembre 2008 ci furono dei tumulti a causa delle precarie condizioni economiche della comunità. Il bilancio ufficiale parlò di due morti, 35 feriti e 26 arresti.

Gabon

Qui le celebrazioni per la festa dell’indipendenza, in metà agosto, sono state funestate da violenti scontri tra la polizia e i manifestanti, scesi in piazza a Libreville a sostegno del leader dell’opposizione André Mba Obame che chiede una nuova costituzione ed elezioni. Nel 2009 Obame aveva contestato la vittoria alle presidenziali di Ali Bongo, attuale capo di Stato e figlio di Omar Bongo, morto in quell’anno dopo oltre 40 anni al potere. Ne seguì un periodo di profonda instabilità e violenti scontri. Quelli in corso sono i peggiori da allora. Obame è rientrato nel Paese l’11 agosto, dopo 14 mesi di esilio auto-imposto in Francia, e il governo lo ha già accusato di voler destabilizzare il Paese. Nel frattempo l’Unione nazionale – il partito di Obame, ufficialmente sciolto – e altri gruppi di opposizione hanno chiesto una conferenza per discutere di nuove riforme, dello scioglimento dell’assemblea nazionale, della stesura di una nuova costituzione. Hanno anche chiesto nuove elezioni per il 2013.

Togo

Da lunedì l’esercito sta cercando di disperdere le centinaia di persone che si sono radunate in città, facendo uso di gas lacrimogeni.  I manifestanti chiedono una modifica della legge elettorale prima delle elezioni che dovrebbero (il condizionale è d’obbligo) tenersi a ottobre. L’opposizione e alcune associazioni civili, che fanno capo al Collettivo Sauvons le Togo, lamentano il fatto che i confini delle circoscrizioni del Paese, ridisegnati lo scorso maggio, favorirebbero il partito al governo. Inoltre l’opposizione è contraria all’aumento dei seggi parlamentari da 81 a 91.
Il Collettivo aveva organizzato tre giorni di manifestazioni – 21, 22 e 23 agosto – a Deckon, l’area commerciale della capitale Lomé, dove i manifestanti non sono mai arrivati perché bloccati dalla polizia.
L’ultimo aggiornamento apparso sul sito del collettivo è un’allerta che riguarda gli arruolamenti di “giovani miliziani” che dovrebbero agire da infiltrati nel movimento allo scopo di provocare le forze dell’ordine e dar loro il pretesto per repressioni e arresti.
L’Indro presenta un’approfondita analisi della situazione. Il Togo è governato da più di quattro decenni dalla stessa famiglia: gli Gnassingbé. Scopo del Collettivo è impedire che le elezioni di ottobre si trasformino nell’ennesima falso plebiscito per la “casa regnante”.

Nigeria

In un Paese esportatore di petrolio, proprio l’oro nero è causa di tensioni e proteste tra la popolazione. Solo nell’ultimo mese, il JEPTFON, sindacato degli importatori di carburanti, ha proclamato uno sciopero contro il mancato pagamento dei sussidi da parte del governo. La vertenza è durata dal 23 al 28 luglio.
Il NUPENG, sindacato dei lavoratori nel settore petrolifero, aveva proclamato uno sciopero di solidarietà, poi sospeso il 29 luglio, che ha scatenato molte polemiche nel Paese. Più di recente, in metà agosto il NUPENG ha iniziato uno sciopero dei benzinai nella capitale Abuja, con la minaccia di estenderlo a tutto il Paese. La revoca è arrivata il 24 agosto, dopo due giorni di trattative. Mercoledì 22 il governo aveva pubblicato una lista  di 25 compagnie nigeriane accusate di aver derubato le casse pubbliche: parte di queste società si è impegnata a restituire i fondi sottratto. In base all’accordo, a restituzione avvenuta l’esecutivo provvederà a ripristinare i sussidi, in modo da permettere alle società di riprendere il regolare pagamento degli stipendi. Le parti si rivedranno tra due settimane per verificare i progressi fatti.
Fuori dal settore petrolifero, nell’ultimo mese si segnalano anche lo sciopero degli insegnanti e quello del personale degli enti di ricerca, entrambi contro i mancati aumenti salariali e il taglio dei fondi previsti.

Proteste in Sudan

Il Sudan attraversa serie difficoltà economiche. L’indipendenza del Sud ha privato Khartoum di buona parte delle sue rendite petrolifere, aprendo un buco di bilancio da 2,4 miliardi di dollari. Per risanare le esangui casse dello Stato, il regime di Bashir ha approvato un duro piano di austerity fatto di maggiori tasse e tagli ai sussidi.
Inevitabili le proteste di piazza. Lunedì, la capitale Khartoum è stata teatro di violenti scontri tra manifestanti e forze di polizia. Gli incidenti si sono ripetuti martedì e mercoledì.

Per i sudanesi, i piani del governo si tradurranno in un autentico salasso. Parlando in parlamento, il ministro delle finanze Ali Mahmud al-Rasul ha detto che i prezzi dei carburanti aumenteranno tra il 12,5% e il 60%, l’IVA passerà dal 15% al 17% e le spese amministrative del governo saranno tagliate del 25%. La moneta sarà svalutata, sottraendo ulteriore potere d’acquisto alla popolazione in un Paese dove l’inflazione viaggia al 30%.
Ma gli esperti dicono che ci vorrà del tempo prima che tali misure sortiscano qualche effetto.
Per contenere le manifestazioni, il governo ha apportato alcuni emendamenti all’ultimo minuto, ma il pacchetto nel suo insieme renderà la vita quotidiana dei sudanesi molto più difficile. E l’austerità, come ben sanno i greci, non aiuta minimamente a risollevare l’economia.

A guidare le proteste sono soprattutto gli studenti, a Khartoum e in altre città del Paese. Ma il dato più significativo, fino a questo momento, è che il regime non ha accolto le proteste come una minaccia alla propria esistenza, come invece era accaduto un anno, fa – quando gli echi della primavera araba si sono uditi anche da queste parti. Il che non vuol dire che Bashir possa dormire sonni tranquilli.
La situazione odierna è ben lontana da quella dell’aprile 2010 , quando il New York Times riferì che molti sudanesi del Nord, paghi di una “espansione” economica goduta durante il regime di Bashir, si dicevano ansiosi di rieleggerlo. In realtà l’economia sudanese è in crisi da tempo, molto prima della secessione del Sud. E nel Paese sono in tanti a nutrire un forte risentimento verso il governo centrale di Khartoum.
Bashir non potrà sempre sperare di risollevare la propria popolarità a suon di proclami nazionalistici. E sulla sua testa pende ancora quel mandato di cattura internazionale che la Corte di Giustizia dell’Aja non vede l’ora di eseguire.

Un piede in Europa e l’altro nel baratro: il vento delle proteste soffia anche in Croazia

 

A vent’anni dall’indipendenza, il Paese si appresta ad entrare nell’Unione all’ombra di una situazione sempre più difficilIn febbraio la Croazia è stata scossa da una serie di manifestazioni di piazza contro il governo Kosor, giudicato responsabile della difficile situazione economica. Accanto alle proteste dei giovani, organizzate su Facebook, ci sono quelle dei veterani di guerra che accusano lo stesso governo di tradimento degli interessi nazionali.


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