Le sanzioni contro l’Iran colpiscono non il regime, ma la popolazione

Ogni tanto si torna a parlare delle sanzioni contro il programma nucleare iraniano.

Finora le pressioni dei Paesi occidentali per indurre Teheran a rinunciare ai propri piani di arricchimento dell’uranio non ha sortito gli effetti sperati. Non è difficile comprenderne il perché: come ho spiegato quasi un paio d’anni fa, eludere le sanzioni non è poi così difficile.

Nonostante il nuovo regime sanzionatorio promosso all’inizio del 2012 (in vigore dal luglio dello stesso anno), la situazione non è cambiata. Riporto integralmente quanto scritto su Osservatorio Iraq:

Quattro paesi asiatici starebbero acquistando attualmente la quasi totalità delle esportazioni iraniane di petrolio: si tratta di Cina, Corea del Sud, Giappone e India, secondo un recente rapporto della Economist’s Intelligence Unit.
Il petrolio offre l’80% dei proventi da esportazione dell’Iran e più del 50% delle entrate del governo.Il bilancio di previsione del governo iraniano per l’anno fiscale che finirà il prossimo marzo prevedeva l’esportazione di 2,2 milioni di barili al giorno.
Tuttavia, la statunitense International Energy Administration ha recentemente stimato come – a seguito delle sanzioni economiche imposte al paese a partire dal 2010 da Stati Uniti e Unione Europea – le vendite effettive nel 2012 ammontino a circa 1 milione di barili al giorno: la metà di quanto previsto.
In questa situazione, è evidente come la dipendenza di Teheran dai quattro paesi asiatici sia cresciuta sensibilmente. Tuttavia, nel corso del 2012 si nota un leggero declino nella quantità di petrolio che ognuno di questi ha importato.
La Cina, che attualmente acquista circa il 50% delle esportazioni iraniane di petrolio, nel 2012 avrebbe ridotto del 23% le importazioni da Teheran. Flussi di importazione rallentati anche per India, Corea del Sud e Giappone, per una percentuale pari a circa il 40%.
Le ragioni di questa scelta risiedono dall’altra parte del mondo, negli Stati Uniti.
Il 31 dicembre 2011 il presidente Barak Obama firmò una legge secondo cui sarebbe stato tagliato l’accesso al sistema finanziario statunitense a tutte le entità che avessero fatto affari con la Banca centrale iraniana.
La legge prevede proroghe di tre mesi, rinnovabili, per quei paesi che riducano in modo costante i propri acquisti di greggio dall’Iran. Cina, India, Corea del Sud e Giappone hanno ottenuto due proroghe da quando queste sanzioni sono entrate in vigore, nel luglio del 2012.
L’Iran tuttavia non sembra prossimo alla resa.
Il Middle East Economic Digest riporta come Teheran riesca a vendere il proprio petrolio tramite espedienti sempre più complessi: tra questi, il carico dei barili presso porti remoti, da cui il petrolio iraniano è trasportato in Asia a bordo di navi battenti bandiere di altri paesi; così come il contrabbando via terra nel vicino Iraq, dove il petrolio iraniano – molto simile nelle sue specifiche a quello iracheno – è venduto nei porti del Golfo Persico sul mercato internazionale.
Secondo la United Press International, questi stratagemmi avrebbero favorito un aumento delle vendite di petrolio iraniano nella seconda metà del 2012 pari a circa 10.000 tonnellate rispetto ai primi sei mesi dello scorso anno. Un risultato che avrebbe portato nelle casse di Teheran circa 410 milioni di dollari in più al mese.
Esempi che dimostrano come l’Iran non sembri disposto a cedere alle pressioni internazionali e come, in fin dei conti, il meccanismo delle sanzioni si stia rivelando più rischioso per la popolazione che per il governo.

E se fosse proprio quello l’obiettivo? In metà ottobre Justin Logan, direttore del Cato Institute (Centro Studi sulla Politica Estera), aveva dichiarato che lo scopo delle sanzioni è provocare sofferenza nella popolazione, affinché una successiva rivolta possa determinare il collasso o il rovesciamento del regime.
Tutto ciò nonostante sia stato osservato che l’Iran, per dare il via ad una “Primavera persiana” tanto auspicata nei salotti occidentali, avrebbe bisogno di uno sviluppo economico tale da permettere l’ascesa di una classe media.

Israele avrebbe colpito il Sudan per avvertire l’Iran e Hamas

Il 27 ottobre l’Associated Press ha pubblicato delle foto satellitari che mostrano come una fabbrica di armi a Yarmuk (Sudan) sia stata bombardata, forse da aerei militari. L’attacco sarebbe avvenuto nella notte del mercoledì precedente e il regime sudanese ha subito accusato Israele, il quale però non conferma né smentisce. In particolare si parla di un’operazione condotta con quattro cacciabombardieri.
Secondo il Guardian quei container contenevano armi e munizioni dirette ad Hamas e ad Hezbollah per conto dell’Iran. Da quando molti carichi di armi spediti direttamente sono stati intercettati da Israele, Teheran ha cominciato ad inviare i rifornimenti bellici tramite il Sudan. L’attacco quindi sarebbe stato mirato a interrompere il flusso di armi diretto ai gruppi terroristici che operano ai confini di Israele. Non è neppure la prima volta che il regime di Khartoum accusa Tel Aviv di essere responsabile di bombardamenti ai suoi danni: era già accaduto in altre due occasioni, nel 2009 e nel 2011.
E’ probabile che l’operazione avesse anche un obiettivo secondario. Secondo alcuni analisti Israele non solo sarebbe in grado di portare a termine un attacco simile: in linea d’aria il Sudan dista circa 1.600 km da Israele, dunque i caccia israeliani ne avrebbero percorsi più di tremila in volo tra andata e ritorno. Più o meno la distanza che separa Israele dalla centrale sotterranea di Fordow, il più lontano dei siti nucleari iraniani. In realtà, grazie grazie ai rifornimenti in volo di carburante,  l’aviazione israeliana è in grado di raggiungere e colpire tali obiettivi, come era già stato dimostrato a livello teorico da alcuni esperti. L’attacco di Yarmuk lo confermerebbe anche a livello pratico.

Tuttavia, la situazione è ancora più complessa. Il Time raccoglie le opinioni di alcuni analisti scettici riguardo alla versione di Khartoum: se gli aerei erano invisibili ai radar, le autorità sudanesi come possono affermare che i velivoli fossero proprio quattro? Potrebbe anche essersi trattato di una esplosione accidentale nel magazzino, come era stato inizialmente riferito dal governatore dello stato di Khartoum. Ma in un momento di gravi tensioni sociali all’interno del Paese, Israele rappresenta un facile capro espiatorio per canalizzare la rabbia popolare distogliendola dalle miserie quotidiane.
Un analista sudanese parla di un attacco avvenuto con un drone, il cui obiettivo era un deposito di munizioni per droni accanto alla fabbrica, la quale sarebbe stata accidentalmente colpita. C’è anche la possibilità che l’obiettivo non erano le armi, bensì qualcosa di più importante: secondo un altro analista (stavolta israeliano), non si inviano quattro aerei fino a 1.900 km di distanza solo per distruggere una fabbrica che produce razzi Grad.

Interessante il contributo di Amin Rosen sull’Atlantic, che esordisce così: “Non capita spesso che un governo annunci con enfasi che una struttura militare nella sua capitale è stata distrutta da un attacco a sorpresa, anche alla luce di plausibili elementi di prova contrari.” L’idea di fondo è quella: incolpare un nemico esterno per unire una popolazione frammentata e irrequieta, come già avvenuto la scorsa estate in occasione degli scontri di frontiera col neonato Sud Sudan.
Nondimeno, ci sono indizi che l’attacco aereo sia effettivamente avvenuto, come la testimonianza di un giornalista della AFP e un video su Youtube che mostra esplosioni – benché non sia possibile stabilire cosa le abbia causate. Inoltre, Rosen ricorda che Sudan e Iran hanno firmato un “accordo di cooperazione militare” nel 2008, e che il Paese africano ha ricevuto e ospitato il personale della Guardia Rivoluzionaria iraniana. Le voci sul transito per le armi destina ad Hamas sono  state confermate in un incontro tra l’inviato speciale degli Stati Uniti Scott Gration e il capo dei servizi segreti sudanesi Salah Ghosh, che però ha negato il diretto coinvolgimento del suo governo.

Israele non attraversa un momento  favorevole. La scorsa settimana, lo sceicco Hamad bin Khalifa al-Thani, emiro del Qatar, è stato il primo capo di Stato a visitare la Striscia di Gaza da cinque anni a questa parte, rompendo così l’isolamento diplomatico di Hamas (qui la mia analisi e qui quella di Limes). Fatto inquietante, la visita di al-Thani ha coinciso con una ripresa di lanci di razzi di Hamas contro i civili israeliani che vivono nelle zone intorno a Gaza. Alla luce di questo aspetto, l’attacco di Yarmuk potrebbe essere un avvertimento di Tel Aviv all’Iran – e a questo punto, anche ad Hamas – che la sua capacità di reazione è sempre e comunque pronta ed efficace. E devastante.

Entro pochi giorni sapremo se Israele attaccherà l’Iran oppure no

La questione del possibile attacco di Israele all’Iran per arrestarne il programma nucleare giunto già in fase avanzata è un’evergreen dei dibattiti di politica internazionale da vent’anni, ma in questi giorni se ne parla sempre con maggiore insistenza. Perché forse stavolta l’attacco potrebbe esserci davvero.
Per spieganre le ragioni, prendo le mosse da un articolo dell’analista americano John Hulsman intitolato pubblicato su sul quaderno speciale di Limes Media come armi“, intitolato “Idi di settembre“.

Secondo Hulsman, le indicazioni trapelate dai i colloqui riservati tra Obama e Netanyahu alla Casa Bianca in marzo sono preoccupanti. Il premier israeliano ha assicurato di non aver preso nessuna decisione definitiva circa un eventuale attacco all’Iran, impegnandosi a concedere alle ultime sanzioni (in vigore da luglio) un periodo di prova per verificarne l’efficacia. Il problema è che i due alleati, pur trovandosi d’accordo su alcuni punti, traggono conseguenze politiche diverse. Un rapporto dello scorso febbraio afferma che l’Iran è in possesso di circa 100 kg di uranio arricchito al 20%: se arricchito al 90%, sarebbe una quantità sufficiente per fabbricare 4 bombe. Benché sia necessario almeno un anno per assemblare un ordigno nucleare e almeno altri 18-24 mesi per montarlo su un missile Shabab 3, i servizi segreti USA calcolano che al più tardi di Natale (2012) Israele perderà la possibilità di impedire militarmente l’acquisizione dell’atomica. Ma il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak ha più volte affermato che il punto di non ritorno sarà varcato a inizio autunno. Per allora il reattore iraniano di Fordow, situato in una montagna vicino alla città di Qom a 60 metri di profondità e irraggiungibile alle bombe attualmente a disposizione dell’aviazione di Tel Aviv, avrà prodotto abbastanza uranio arricchito da rendere il programma nucleare di Teheran inattaccabile. Ma Obama non ha dato il via libera ad un raid israeliano, né ha promesso di intervenire direttamente in caso di fallimento delle sanzioni.
Ora, che Israele avrebbe attaccato l’Iran entro Natale (2011, questa volta) si diceva già un anno fa. Perché stavolta la minaccia israeliana dovrebbe essere più concreta? Secondo Hulsman, per il semplice motivo che i piani bellici di Netanyahu si legano a doppio filo alla congiuntura elettorale negli USA.
Tirando le somme, Obama ha gestito la politica estera americana in tono dimesso, smorzando gli eccessi di Bush senza però proporre una valida alternativa. Una prudenza che per il presidente in carica si è trasformata in un elemento di forza: secondo i sondaggi, gli americani considerano Obama un leader più capace in politica estera rispetto all’avversario Romney. Ma il dossier Iran potrebbe rimescolare le carte: i repubblicani rimproverano alla Casa Bianca di scarso sostegno ad Israele e fanno pressione affinché essa sostenga incondizionatamente qualunque decisione Tel Aviv sceglierà di adottare. La corsa di Obama per il secondo mandato passa anche attraverso la Florida, Stato elettoralmente strategico e a forte presenza ebraica. Stretto tra due fuochi – Israele da una parte, repubblicani dall’altra – a meno di due mesi dal voto, il presidente potrebbe essere costretto perseguire verso l’Iran una politica basata sulle priorità degli israeliani, anziché su quelle di Washington. Viceversa, in caso di rielezione Obama avrebbe una forza negoziale maggiore nei confronti di Netanyahu e potrebbe così opporre il suo rifiuto ad ogni iniziativa di quest’ultimo.
Pertanto, conclude Hulsman, l’attacco sarà a settembre, oppure non sarà. Il fatto che quindici giorni siano già trascorsi potrebbe autorizzarci a sperare in bene, ma i segnali che qualcosa può ancora succedere non mancano.

Innanzitutto, Netanyahu ha ribadito che farà di tutto per impedire all’Iran di dotarsi della bomba non più tardi di pochi giorni fa, accusando l’America di avere “troppe incertezze” in merito. In agosto un blogger israelo-americano ha pubblicato in rete un estratto di un dossier contenente un piano d’attacco. Sempre in agosto c’è stato un attentato a turisti israeliani in Bulgaria, e pur senza prove certe Ntanyahu non ha perso tempo ad accusare l’Iran della strage. Infine, l’ultimo rapporto del Mossad che parla di “conseguenze imprevedibili” nell’ipotesi di un Iran nuclearizzato risale a due settimane fa. Si vedano anche le recenti dichiarazioni del nostro ministro degli Esteri Giulio Terzi.
C’è poi lo strano caso del Canada, che di punto in bianco ha deciso di interrompere le proprie relazioni con l’Iran, inserendo quest’ultimo – insieme alla Siria – nella lista degli Stati che sostengono il terrorismo. Ok, tra i due Paesi  ci sono stati degli incidenti in passato, ma la repentinità della mossa solleva non pochi interrogativi. E’ da notare che l’annuncio è giunto per bocca del ministro degli esteri John Baird nel corso di una visita ufficiale in Russia, Paese alleato (seppur con riserve) della Repubblica Islamica, nonché fornitore di mezzi e know how per il suo programma atomico.
L’idea più accreditata presso gli analisti è che si sia trattato di una misura prodromica ad un possibile attacco militare a Teheran, posto che Ottawa tende sempre di più ad appiattirsi alle decisioni assunte da Washington (per gli approfondimenti sui rapporti USA-Canada rimando al blog BeYourOwnLeader).

Questo fino a martedì scorso, 11 settembre. Fino all’assalto alla sede diplomatica USA di Bengasi, che ha imposto ad Obama delle scelte nel momento in cui meno avrebbe voluto assumerle. La sua risposta, come nelle previsioni, è stata cauta e decisa nello stesso tempo: forte e irrevocabile presa di posizione sul piano diplomatico contro l’assalto, invio di soldati per proteggere i funzionari d’istanza nei Paesi teatro delle rivolte e dichiarazioni di rispetto nei confronti della religione islamica. Questo per limitare i prevedibili attacchi dei repubblicani che non hanno perso tempo ad accusare il presidente di scarso patriottismo e debole leadership.
Le proteste nel mondo arabo (e non solo) continuano, e gli eventi potrebbero suggerire a Netanyahu di alzare la posta per sfruttare l’ultimo scampolo di vulnerabilità politica del presidente americano. Il quale, in questo momento, ha in mente solo una cosa: la rielezione.

Capitolo Israele. La storia dimostra che, in caso di dubbio circa eventuali minacce alla propria sicurezza, Tel Aviv tende ad agire preventivamente: lo ha fatto contro l’aviazione egiziana nel 1967, contro il programma nucleare iraqeno nel 1981 e contro quello siriano nel 2007. Se fino ad oggi Israele non ha sferrato il colpo, almeno in parte, è perché un’azione diretta in territorio iraniano avrebbe una possibilità di successo solo col decisivo supporto delle forze armate americane. Il reattore di Fordow può essere distrutto solo tramite ordigni anti-bunker, che gli USA si sono sempre coscienziosamente rifiutati di vendere ad Israele, e in ogni caso è dubbio che l’aviazione israeliana, pur mettendo in campo gli oltre 100 aerei considerai necessari all’operazione, sia in grado di finire il lavoro senza l’ausilio di quella americana.
Ma la principale ragione per cui Israele non può attaccare l’Iran è politica, ed è costituita dalle divisioni interne su come affrontare la minaccia iraniana. Per agire, Netanyahu ha bisogno che il governo sia compatto nel sostenere la sua volontà d’attacco. Per tutto il 2011 il primo ministro ha provato a strappare il consenso sull’ipotesi di un’azione preventiva, sostenuto dal ministro degli esteri Barak e dal bellicoso ministro degli Esteri Avigdor Liebermann. Se dimostrerà di aver fatto di tutto per evitare la guerra (ma sono emerse prove che lui abbia falsato i dati sulla minaccia), alla fine il suo gabinetto potrebbe cedere e rassegnarsi all’ineluttabilità dell’attacco. A quel punto la palla passerebbe a Obama.
Sempre John Hulsman, in un precedente articolo sul tema, aveva spiegato che, se quando Israele deciderà di colpire, alla Casa Bianca ci sarà un neoconservatore come G. W. Bush, l’attacco è garantito. Se invece sarà un democratico, l’attacco potrebbe avvenire comunque se Israele incalza, i neocon fanno pressione e il presidente è debole.
La prima e la seconda condizione ci sono già. Sta ad Obama scongiurare l’ultima.

Nella partita di Hormuz l’Iran cerca il profitto, non la guerra

Carta di Laura Canali per Limes 6/08 "Progetto Obama"

La notizia della possibile chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto il giro del mondo, sollecitando l’analisi politico-strategica sui possibili scenari. Nel caso in cui la marina di Teheran bloccasse davvero il transito delle petroliere, la conseguenza sarebbe quella di affamare il Pianeta di energia, spingendolo verso una nuova recessione.
L’idea che il blocco dello Stretto non comporterà grandi cambiamenti si basa su due presupposti errati: il primo è che l’export di Teheran (2,4 mln b/g) è piuttosto basso rispetto al fabbisogno mondiale (84 ml b/g); la seconda è che il rapido ritorno della produzione libica compenserà l’esclusione dal giro di quella iraniana. In realtà, la situazione non è così rosea. Primo, dallo Stretto passano 15,5 mln b/g, ossia tutto l’export dei Paesi del Golfo: il 17% del petrolio consumato a livello globale, il 30% di quello che circola via mare e del 40% di quello destinato alle esportazioni. Secondo, il trend della produzione libica non è così florido come le previsioni dei media raccontano.
Razionalmente l’Iran non farà nulla, visto che il blocco danneggerebbe innanzitutto il proprio export, senza contare le inevitabili ritorsioni militari che il mondo scatenerebbe. Ma è importante che tutti credano che stia per fare qualcosa.
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Perché le sanzioni all’Iran non stanno funzionando?

Lo scorso anno, l’amministrazione Obama ha definito il regime di sanzioni contro l’Iran come il più duro mai applicato, pubblicizzandolo come un grande successo diplomatico. Oggi, la reale efficacia delle misure sembra limitata alla cattura dei pesci piccoli.

1. Quando lo scorso anno il Consiglio di Sicurezza approvò le ultime sanzioni contro Teheran per indurla a rinunciare al suo programma nucleare, la diplomazia internazionale si illuse di aver assestato il colpo di grazia alle ambizioni del regime di ayatollah di possedere l’arma atomica.
A meno di un anno di distanza, sono in molti ad interrogarsi sull’effettiva validità di quelle misure.
La storia delle sanzioni internazionali all’Iran si dispiega nell’arco di tre decenni. Fin dal 1987, infatti, la Repubblica Islamica è stata bersaglio di misure restrittive, perlopiù volute dagli Usa. In questo periodo, l’Iran ha cercato di aggirarne l’ombrello, da un lato, stringendo legami con realtà periferiche in Africa e Centroamerica, e dall’altro, avvalendosi di veri e propri accordi sottobanco.
Ma in che modo le sanzioni vengono bypassate?
Le multinazionali conoscono mille modi per eludere le norme. Il fenomeno del sanction busting, ossia pratica illegale di commercio con un Paese con il quale quest’ultimo è formalmente interdetto, non si risolve solo in accordi che violano palesemente i vincoli internazionali, ma trova forma anche attraverso modalità meno esplicite. Nel dettaglio, le sanzioni non si applicano ai rapporti commerciali mediati da interposti soggetti, per cui le aziende hanno due modi per aggirare le sanzioni:
a) tramite società fittizie situate in paradisi fiscali: celebre è il caso della Halliburton, società di servizi con sede nelle isola Cayman che dal 2000 ha una propria filiale a Teheran, che operava nel Paese degli ayatollah anche in virtù di contributi pubblici ricevuti sia dall’amministrazione Bush che da quella Obama;
b) attraverso Paesi terzi: soprattutto Emirati Arabi Uniti, Qatar, Eritrea, Venezuela e Zimbabwe. Ufficialmente i legami d’affari sono intrattenuti con questi Paesi, senza che le autorità degli Stati esportatori approfondiscano se i passaggi ulteriori conducano verso l’Iran.
L’efficacia delle sanzioni, di fatto, si ripercuote sull’attività delle aziende minori, le quali hanno meno possibilità di accesso ai sotterfugi di cui sopra. Il problema più grande per i commercianti in affari con l’Iran è che le transazioni finanziarie con il Paese degli ayatollah, anche per importi modesti, sono soggette ad autorizzazione da parte dei Paesi che applicano le sanzioni. Autorizzazione non viene quasi mai concessa, in virtù delle pressioni americane sui singoli governi.
Tuttavia, anche in questo caso il controllo non è così capillare. Vi sono alcune banche asiatiche e in Medio Oriente disposte a correre il rischio di fornire garanzie per crediti derivanti da operazioni commerciali con Teheran.
Anche i trasporti vengono spesso condotti senza passare attraverso il filtro delle autorizzazioni. Spesso, infatti, i carichi da e per l’Iran sono spediti tramite navi noleggiate da società di copertura. Come ulteriore copertura possibile, inoltre, la destinazione finale non è necessariamente quella indicato sui documenti di spedizione.

2. La prova che le sanzioni si dimostrano efficaci solo per i pesci piccoli l’abbiamo avuta non più tardi di dieci giorni fa. A fine marzo, il Dipartimento di Stato Usa ha annunciato di voler prendere provvedimenti nei confronti di Belarusneft, una compagnia petrolifera bielorussa controllata dal governo di Minsk, per la firma di un contratto di 500 milioni di dollari, risalente al 2007, per lo sfruttamento di un pozzo di petrolio nel sud-ovest dell’Iran.
Nulla di strano, se non fosse che le autorità americane, così solerti nel punire una società di terza categoria, non si mostrano altrettanto intransigenti nei confronti di compagnie ben più grandi ed influenti della Belarusneft. La mancata sanzione di queste ultime, infatti, ha catturato l’attenzione di alcuni membri del Congresso americano, e precisamente dei senatori (Mark Kirk, repubblicano, dell’Illinois; Jon Kyl, repubblicano, dell’Arizona; Joe Lieberman, indipendente, del Connecticut), i quali si sono rivolti al Segretario di Stato Hillary Clinton e al Segretario al Tesoro Tim Geithner presentando un documento di 54 pagine che denuncia le imprese internazionali che operano o sono sospettate di operare in violazione delle sanzioni contro l’Iran.
L’elenco comprende, tra gli altri, la China National Offshore Oil Corporation (CNOOC), la China National Petroleum Corporation (CNPC), Sinopec, Zhuhai Zhen Rong, Lukoil e Turpas. Tutte compagnie cinesi, e tutte note per i propri massicci investimenti in Iran. Ma la lista comprende anche aziende russe e turche. All’Amministrazione Obama, in altre parole, mancherebbe la volontà politica di agire nei confronti delle aziende di Pechino, Mosca e Ankara.
Le società cinesi, russe e turche, non solo hanno ampio accesso alle risorse petrolifere iraniane, ma hanno di fatto sostituito i progetti precedentemente abbandonati dalle imprese occidentali proprio in conseguenza delle sanzioni Onu, incrementando il proprio giro d’affari. Un esempio su tutti. Nel 2009 la compagnia cinese Inpex, che operava nei giacimenti di Sud Azadegan, fu costretta ad abbandonare l’area in seguito alle pressioni del governo Usa. Pochi mesi dopo, la compagnia cinese Cnpc annunciò un investimento di circa due miliardi di dollari proprio nei campi la Inpex aveva lasciato liberi. Cnpc e altri soggetti trasgressori, in definitiva, beneficiano del minor numero di concorrenti. Svuotando di significato le sanzioni votate dal Consiglio di Sicurezza Onu.

3. C’è poi lo strano caso della banca tedesca EIH.
Pochi giorni fa, il Tesoro ha mostrato viva preoccupazione di fronte alla notizia che il governo tedesco ha autorizzato la banca Europäisch-Iranische Handelsbank a fare da intermediario nei pagamenti del petrolio iraniano per conto dell’India. Delhi, infatti, importa circa 400.000 barili al giorno da Teheran.
Lo scorso settembre, infatti, il Dipartimento del Tesoro statunitense aveva accusato EIH per alcune movimentazioni di capitali il cui fine sarebbe stato lo sviluppo della capacità bellica iraniana, tra cui un pagamento di 3 milioni dollari nel 2007 per l’acquisto di materiale per i programmi missilistici di Teheran. Il Tesoro ha aggiunto che la EIH avrebbe agito come intermediario per diverse banche iraniane direttamente legate con il governo di Ahmadi-Nejad. La banca ha definito le accuse “politiche” e comunque “prive di contenuto”.
Nello stesso periodo, l’Unione europea aveva congelato il patrimonio di decine di aziende e persone, tra cui diverse banche, ritenute coinvolte nel sostenere il programma nucleare iraniano armi o aiutare il paese a eludere le sanzioni. Tuttavia, EIH non era sulla lista, e la normativa comunitaria non ha vietato i pagamenti per il petrolio iraniano e gas naturale.
Il Tesoro Usa, dal canto suo, sostiene che EIH abbia fornito servizi finanziari a diverse istituzioni incluse nella black list dell’Unione Europea, in vigore da ottobre. Una di queste sarebbe la Mellat Bank di Teheran, che secondo un documento della Ue sarebbe direttamente impegna nel sostegno del programma nucleare iraniano. Secondo il bilancio di EIH del 2009, la Mellat sarebbe proprietaria del 25% delle azioni della banca tedesca, il che lascia supporre l’influenza del governo di Teheran sulle decisioni di quest’ultima.
Ad ogni modo, nonostante l’imbarazzo per il pubblico clamore e per le pressioni degli Stati Uniti, i funzionari tedeschi sembrano non avere appigli legali per far sì che EIH sospenda i pagamenti in corso. La banca tedesca ha una regolare autorizzazione e i suoi funzionari ribadiscono che senza una decisione di un tribunale o altro provvedimento restrittivo non possono sospendere l’attività di pagamento. “La Mellat Bank non è nell’elenco” delle aziende soggette alle sanzioni della Ue, ha detto Andreas Peschke, un portavoce del ministero degli esteri, durante una conferenza stampa a Berlino lunedì scorso . “Pertanto non esiste una base legale per bloccare le sue attività di business”.
Interpellata sulla vicenda, la stessa Bundesbank ha anche detto che non aveva scelta. “Se un titolare di un conto in una banca tedesca tedesca incarica la stessa di effettuare un pagamento che è consentito dai regolamenti dell’Unione Europea, essa è tenuta ad effettuare questa operazione”, ha detto l’autorità in un comunicato stampa.
Il pensiero delle istituzioni tedesche sul caso di EIH si riassume in questo: tutte le transazioni che potrebbero violare le sanzioni Onu contro l’Iran devono essere bloccate, ma senza prove non è possibile farlo. Nella conferenza stampa, il portavoce Peschke ha aggiunto che: “Il governo tedesco è naturalmente ben consapevole della delicatezza di questo problema”.
Ma finora il governo Merkel non sembra aver fatto molto per scongiurare i progressi nucleari di Teheran. L’impressione è che Berlino sia ormai rassegnata all’idea di un Iran dotato dell’arma atomica, il che non agevola l’azione degli Usa.

4. Il Paese che più di ogni altro favorisce l’Iran nell’infrazione delle sanzioni Onu è la Cina.
Nascoste sotto strati di intermediari, società di facciata e di altri individui, le aziende cinese appaltatrici in Iran continuano la loro attività senza sosta, anche se ogni tanto il governo Usa alza la voce con Pechino. Ad esempio, nell’ottobre 2008 gli Stati Uniti si sono rifiutati di concludere accordi con la China Shipbuilding & Offshore International Corporation perché considerata fornitrice di materiali utilizzati nella fabbricazione di armi di distruzione di massa non solo per l’Iran, ma anche per la Corea del Nord e Siria.
Molte operazioni tra Iran e Cina avvengono tramite lo scalo di Hong Kong, che in virtù del suo status di porto franco consente ogni genere di traffico, più o meno lecito, senza che la comunità internazionale se ne avveda a sufficienza.
Il filtro di Hong Kong, terzo porto più grande del mondo, fa sì che la misura del coinvolgimento della Cina nel commercio con l’Iran rimanga di fatto un mistero. Nel marzo del 2009, un’inchiesta ufficiale mise in luce che la società Heli-Ocean Technology, di Taiwan aveva spedito 108 trasduttori di pressione in Iran. I calibri, prodotti a duplice uso ed essenziali nella costruzione di centrifughe per l’arricchimento dell’uranio, erano stati ordinati da Inficon Holding AG, azienda svizzera. Heli-Ocean, che funge da agente a Taiwan per conto della Inficon, ha detto la società che ha effettuato l’ordine era la cinese Roc-Master Production and Supply Company, che inizialmente aveva chiesto la consegna dei trasduttori alla sua sede di Shanghai.
Poi, in un modo tipico di contorto riesportazioni verso l’Iran, la società ha chiesto che Heli-Ocean consegnasse i pezzi a Teheran. L’ufficio per il commercio con l’estero di Taiwan ha studiato la vicenda e ha stabilito che non vi era stata violazione delle norme sulle esportazioni, perché al momento in cui la vendita si è verificata i componenti non erano inseriti nella lista di “prodotti strategici ad alta tecnologia”
Gli analisti della sicurezza hanno commentato che era solo un altro esempio di come l’Iran sfugge alle sanzioni. Agendo (più o meno) alla luce del sole.

Il tappeto non vola più. L’effetto delle sanzioni Onu sull’economia iraniana

Le sanzioni Onu emanate in giugno stanno seriamente mettendo a rischio l’economia di Teheran. A dispetto dei segnali di ripresa, cresce il malcontento della gente per un’inflazione ormai fuori controllo. Il governo ribadisce che l’economia iraniana è forte e che proseguirà il programma nucleare. Intanto anche la Cina decide di raffreddare i rapporti economici con Teheran. A Vienna, tra meno di un mese, la prossima partita dei negoziati.

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