Con l’omicidio di Belaid, i nodi della Tunisia vengono al pettine

Chokri Belaïd era uno dei politici più importanti dell’opposizione di sinistra in Tunisia. Il 6 febbraio è stato ucciso a Tunisi, di fronte alla sua casa. Dopo la sua uccisione sono iniziate in alcune zone del paese una serie di manifestazioni e proteste contro la polizia. Tutti i partiti si affrettano a condannare l’attentato, in una catena di dichiarazioni tanto lunga quanto scontata.
Ma la situazione si complica anche a livello politico, dopo che il partito di governo Ennahda (al-Nahda) si è opposto alla proposta del suo leader Hamadi Jebali, e primo ministro, di sciogliere il governo in carica e formarne uno nuovo di unità nazionale formato da tecnici, con un “mandato limitato per gestire gli affari del paese fino alle elezioni, che dovranno svolgersi il prima possibile”.

Si tratta solo dell’ultimo – e più grave – episodio che testimonia come negli ultimi mesi la realtà sociale e politica nel Paese maghrebino si sia fatta particolarmente tesa e violenta, per quanto messa in ombra dal più risonante marasma egiziano.
Egitto col quale la Tunisia condivide il fatto di essere governata da un partito espressione della Fratellanza Musulmana, al punto che ora si teme un’evoluzione simile a quella in corso al Cairo.
Ma qui la “contrapposizione” tra tra laici e islamisti rimarcata dalla stampa nostrana non c’entra quasi nulla. Lorenzo Declich spiega che la reazione della popolazione all’omicidio di Belaid esprime la sfiducia nei confronti del nuovo sistema di potere (partiti secolari compresi), che si è spartito le poltrone mentre la Tunisia sprofonda nel baratro:

Per capire quanto sia depistante il distinguo che definisce “laiche” le forze scese in piazza basta ascoltare le invocazioni a Dio di quelle folle in lutto e leggere i messaggi di cordoglio della cittadinanza. Non si parla, qui, di “laici” contro “religiosi”. Si parla di un blocco di potere (indulgente nei confronti delle ali estremiste dell’islam politico, quelle stesse formazioni che oggi festeggiano la morte di Belaid) al quale partecipano anche partiti “laici” – la sinistra moderata di Ettakatol e il Congresso per la repubblica. Un blocco che in poco più di un anno ha proceduto all’occupazione delle sedie lasciate vuote dai sodali di Ben Ali, venendo a patti con i poteri forti, vecchi e nuovi, tunisini e non. E che si è dimostrato incapace di affrontare i problemi dei cittadini, mentre il paese correva a grandi passi verso il baratro economico e lo scontro sociale.

Giacomo Fiaschi, esperto di comunicazione e da anni residente in Tunisia, aggiunge:

alla domanda “chi c’è dietro alla mano omicida che ha stroncato l’esistenza di Chokri Belaïd?” la risposta non può essere che una: chi ha interesse a destabilizzare il Paese, e nessuna formazione, nessun movimento politico attualmente in campo può avere questo interesse. Ma, a questo proposito, conviene ricordare che le mani su questo paese, per oltre un secolo, non è stata solo la politica di chi l’ha governato, o ha fatto finta di governarlo, ad avercele.

Una pista porta alla polizia.

Anche la Giordania in bilico

Nel caos della “Primavera araba” ci si dimentica spesso della Giordania, erroneamente considerata un’isola felice come il Marocco. Invece anche la monarchia hascemita deve fare i conti con dei problemi seri e improcrastinabili.
Un anno fa, re Abdullah fu il primo leader arabo a chiedere ad Assad di lasciare il potere. Ma oggi, anche il suo trono pare essere tutt’altro che saldo.

Se ci pensiamo, della Giordania non si sa nulla. Perché nessuno ne scrive, nessuno ne parla. In Italia lo fa solo Alice Marziali su Limes (questa la sua ultima analisi, da legge per intero).
Per mesi ad Amman si è ripetuto che il re è forte, il governo è saldo e mantiene tutto sotto controllo, quindi si può stare davvero tranquilli. Più o meno la stessa cosa che si diceva in Tunisia, Egitto, Libia e Siria, prima che storia prendesse un altro corso.
Dalla sua salita al trono il re non fa altro che giocare la carta della credibilità internazionale, presentandosi come l’alfiere della pace nel Medio Oriente (proprio come suo padre Hussein). Ed è la ragione per cui il re continua a raccogliere consensi all’estero, mentre la situazione interna si fa sempre più precaria. In patria, infatti, re Abdullah ha rimosso ben tre primi ministri dall’inizio dell’anno, ha sciolto il parlamento, ha una legge che consente allo Stato di oscurare i siti internet “che rappresentino una minaccia” – e non è nemmeno il primo bavaglio che Amman mette al web.
Sulla libertà d’espressione in Giordania si veda questa intervista allo scrittore Fadi Zaghmout.

Inoltre, Amman sta pagando un prezzo altissimo alla crisi siriana: secondo l’UNHCR, profughi riparati in Giordania hanno già superato le centomila unità – parliamo di quelli registrati, dunque “ufficiali”; quelli effettivi sarebbero almeno 40.000 in più. La massa di rifugiati rischia di turbare i fragili equilibri di uno Stato che ha già dovuto assorbire ben tre ondate di palestinesi in fuga dalla guerra (nel 1948, nel 1967 e nel 1973).

Poi c’è la crisi economica. Il deficit di bilancio dovrebbe raggiungere i 3.5 miliardi di dollari, mentre quello commerciale ha toccato quota 9,569 miliardi dollari nei primi nove mesi di quest’anno, in crescita del 19,5% rispetto all’anno scorso. In poche parole, la Giordania esporta meno della metà di quello che importa. Situazione insostenibile nel lungo periodo. La corruzione e la disoccupazione, poi, aumentano indisturbate. Fino ad ora, gli unici aiuti concreti per aiutare Amman a rialzarsi sono stati i 487 milioni dollari depositati nella Banca centrale giordana dall’Arabia Saudita e i 250 milioni dal Kuwait. Ma il governo non sembra avere alcun piano per imprimere una svolta.
Il re ha dovuto rivolgersi al FMI per l’impennata del debito pubblico, provocato dalle continue chiusure del gasdotto (colpito da 14 attentati dal febbraio 2011) che trasferisce il gas egiziano attraverso il Sinai. I prezzi dei generi alimentari sono cresciuti. Ma allo stesso tempo non ha pensato di contenere la spesa statale, ad esempio riducendo gli investimenti militari. La Giordania è infatti uno dei Paesi più militarizzati al mondo.

La sera del 14 novembre, il neopremier Abdallah Ensour, nominato dal re da meno di un mese, ha dato il colpo di grazia al malcontento nazionale annunciando della liberalizzazione del mercato energetico e della fine dei sussidi statali. In meno di un’ora, la piazza antistante il ministero degli Interni si è riempita di manifestanti che chiedevano il ritiro del provvedimento. E la caduta del regime. Le proteste hanno violentemente scosso il paese per giorni.
L’unica risposta immediata del regime è la repressione. 45 membri della Fratellanza Musulmana sono stati arrestati a fine mese in seguito alle proteste per il caro carburante.

In ottobre, parlando ad una platea di 3.00 selezionatissimi personaggi della scena pubblica, re Abdullah aveva ribadito di volere che la Giordania cambi per il meglio. Ora il re avrebbe tutte le carte in regola per seguire il sentiero tracciato da Mohammed VI in Marocco, ma sembra non averne il coraggio. Anzi, il usseguirsi di provvedimenti repressivi ha di fatto dimostrato la sua concreta indisponibilità ad attuare dei cambiamenti sostanziali. E allora a decidere potrebbero essere i giordani.

Come già fecero tunisini ed egiziani, al di là degli inconvenienti che qualunque vicenda di regime change comporta.

Tutti parlano dell’Egitto, ma le vere proteste sono in Tunisia

Un anno fa la cacciata di Ben Alì pareva aver inaugurato un nuovo corso per la Tunisia. Oggi, invece, ci rendiamo conto che il vento della cd. Primavera araba non ha cambiato nulla rispetto a prima. Cacciato il dittatore, restano i problemi di sempre: disoccupazione, povertà, mancanza di prospettive. Lo dimostrano le veementi manifestazioni di questi giorni a Siliana, una città sui bordi superiori del deserto del Sahara.
Questa settimana, oltre 10.000 persone sono scese in piazza per protestare contro le precarie condizioni economiche nella zona. Mobilitazioni, in molti casi degenerate in scontri, che hanno lasciato sul terreno oltre 220 feriti. La polizia ha usato gas lacrimogeni e proiettili di gomma per contenere i disordini. Tanto che Navi Pillay, Alto Commissario ONU per i diritti umani, ha duramente preso posizione contro la repressione in atto.
I manifestanti in Siliana hanno chiesto al primo ministro Hamadi Jebali di dimettersi. Inizialmente lui ha risposto con sdegno; poi, per placare gli animi, ha annunciato l’intenzione di formare un nuovo governo per venire incontro alle richieste della piazza (si veda anche qui).

Un gruppo di giovani attivisti a Tunisi ha tenuto una protesta in segno di solidarietà. Siliana si trova a meno di 100 km a nord di Sidi Bouzid, il paese da cui la rivoluzione in Tunisia – e da lì, tutta la Primavera araba – è iniziata. Ma dal sacrificio di Mohamed Bouazizi poche cose sembrano essere cambiate. Le promesse di rinnovamento non sono state mantenute. E poco importa che nel 2013 si terranno sia le elezioni parlamentari che le presidenziali.

In settimana, il governo di Tunisi ha ottenuto due prestiti di 500 milioni di dollari ciascuno: uno della Banca africana per lo sviluppo e un altro dalla Banca Mondiale. Il bilancio statale del 2013 è dunque coperto, ma in futuro servirà molto di più. La la Tunisia potrebbe chiedere al Fondo Monetario Internazionale l’apertura di una linea di credito da 2,5 miliardi dal 2014 in poi.
In un Paese (come pure l’Egitto) dove i salafiti sono passati dalle prigioni al parlamento, i problemi economici della base restano tuttora irrisolti. E gli aiuti internazionali non sono altro che un rimedio tampone, il cui unico effetto è quello di prendere tempo, rimandando i nodi da sciogliere ad un futuro prossimo. In attesa di non sa bene cosa. Certo, come ha puntualizzato il governatore regionale Ahmed Zine Mahjoubi, in un anno di lavoro non si potevano risollevare le sorti di una città che ha subito 50 anni di emarginazione.
Passata la rivoluzione, i tunisini aspettano ancora un vero cambiamento.

Egitto, piazza Tahrir di nuovo in fermento. Ma quanta disinformazione al riguardo…

[premessa metodologica: scrivere "Morsi", "Mursi", "Morsy" è indifferente. La prima versione (con la "o") è quella più diffusa, ma anche la seconda (con la "u", che ho personalmente adottato in alcuni post precedenti, non è errata. La riportano, tra le principali testate, BBC, Reuters e al-Arabiya. Scriverò Morsi per mere ragioni di maggiore fruibilità del testo.]

Come spiega Limes, militari e servizi segreti del Cairo sono stati decisivi per il cessate-il-fuoco tra Israele, Hamas e le altre fazioni armate palestinesi otto giorni dopo l’inizio di Pillar of Defense. La novità sta nel ruolo del presidente Mohammed Morsi: l’operazione gli ha dato grande visibilità mediatica e il suo prestigio personale ne è uscito rafforzato da questo conflitto. Ma dopo l’annuncio della tregua egli ha reso nota una dichiarazione costituzionale con cui si attribuisce pieni poteri per “salvaguardare la rivoluzione”, secondo cui le leggi e i decreti approvati da quando è presidente non possono essere contestati fino all’approvazione di una Costituzione.

Così, piazza Tahrir è tornata ad essere teatro di manifestazioni. In più, i giudici delle corti d’appello del Paese hanno proclamato uno sciopero contro la decisione del presidente. Nonostante tali mobilitazioni, Morsi non avrebbe alcuna intenzione di rinunciare al decreto. Diversi funzionari e politici egiziani sarebbero comunque al lavoro per trovare una soluzione condivisa, che possa accontentare sia gli oppositori del presidente sia i suoi sostenitori.

Detto ciò, la stampa estera si è scatenata nei paragoni tra le proteste di oggi e quelle del 25 gennaio 2011, quando la rivoluzione è iniziata. E i paragoni sono anche tra lo stesso presidente Morsi, democraticamente eletto, e il vecchio dittatore Mubarak di cui ha preso il posto. Sembra di rivedere le immagini di un anno fa: l’alba di una nuova rivoluzione. Sembra, perché non è proprio così.

L’elezione di Morsi solo pochi mesi fa ci ha fatto dimenticare che l’Egitto è ancora nel pieno del suo processo di transizione. I lavori dell’Assemblea costituente non sono ancora terminati, molti vecchi solidali di Mubarak sono ancora al loro posto e le nuove istituzioni sorte all’indomani della rivoluzione (il Parlamento e, per l’appunto, il presidente) non hanno trovato un punto di equilibrio nella nuova cornice istituzionale.
In particolare, ad uno sguardo più attento, lo scontro in atto fra il presidente e l’apparato giudiziario, non dovrebbe stupire nessuno. Come ricorda Linkiesta:

In Egitto, dove la Corte Costituzionale, formata da 21 giudici, nominati a vita dal presidente della Repubblica, è ancora quella dell’era mubarakiana, le sue sentenze si sono rivelate il bastone utilizzato dall’esercito per fermare l’avanzata islamista. A maggio la Consulta ha selezionato le candidature alle elezioni presidenziali, rifiutando quella del milionario (in dollari) Khairat al-Shater, prima scelta dei Fratelli Musulmani, e ammettendo quella di Ahmed Shafiq, ultimo premier di Mubarak.
Tutto questo malgrado il Parlamento avesse votato una legge che vietava ai cacicchi dell’ancien régime di scendere in campo. La Fratellanza ha comunque presentato un proprio candidato di ripiego, Morsi appunto, che è uscito in testa dal primo turno delle presidenziali, lo scorso 24 maggio. Qui è entrata in gioco la Corte. Il 14 giugno, alla vigilia della ballottaggio, ha dichiarato incostituzionale l’elezione di un terzo dei membri del Parlamento, quelli scelti con il sistema uninominale. L’intera assemblea legislativa – dominata dagli islamisti – è stata sciolta: a molti è sembrata una mossa preventiva, in vista di un ballottaggio dal quale sarebbe scaturito – come è effettivamente avvenuto – un presidente della Fratellanza. Il 12 agosto, poi, lo stesso Morsi, ha ripreso possesso di alcuni poteri dei quali era stato privato, attraverso una dichiarazione costituzionale emessa dall’esercito, prima del suo insediamento. La dialettica, come dimostrato dagli eventi di questi giorni, è destinata a proseguire.

Due contributi su Osservatorio Iraq, fonte preziosa di informazioni sul Medio Oriente (nonché una delle poche rimaste, vista l’ecatombe di analoghe testate che ha caratterizzato il 2012), ci aiutano a comprendere meglio le dinamiche in atto all’interno del paradigma politico egiziano. Con buona pace dei cliché della stampa internazionale.
Il primo ci spiega il quadro di alleanze e rivalità negli attuali vertici al Cairo:

L’ultima mossa del presidente ha letteralmente spaccato il paese in due, anche se la frattura interna al mondo politico e sociale egiziano sembrava evidente già da diverso tempo.
Il 18 novembre, Ahmed Maher, rappresentante del movimento giovanile del ‘6 aprile’, si era ritirato dall’Assemblea costituente chiedendo che in 48 ore fossero accolte le sue richieste in merito ad alcune modifiche della sezione “Stato e Società” che si trova nella nuova Costituzione.
La sua fuoriuscita seguiva quelle del Free Egyptians Party, dell’Egyptian Social Democratic Party, del Tagammu Party e successivamente ancora del Karama Party, del Socialist Popular Alliance Party e del Democratic Front Party.
Allo stesso modo anche il leader del sindacato dei giornalisti Gamal Fahmy ha recentemente annunciato la volontà di abbandonare i lavori dell’Assemblea, così come il rappresentante del sindacato dei farmacisti Mohamed Abdel-Qader ed i vari rappresentanti copti.
Come il 25 gennaio 2011, il mondo dell’opposizione sembra unirsi e ritrovare vigore quando identifica un nemico comune, in questo caso il presidente Morsi.
Il nuovo National Front for Salvation of the Revolution, fondato da Muhamamd El Baradei, ‘Amr Moussa e Hamdeen Sabbahi sembra essere alla testa delle proteste, ma alcuni manifestanti non cessano di criticare questa ‘nuova e variopinta’ alleanza.
Nel mirino, la presenza di due uomini che sarebbero esponenti del vecchio regime: il già citato Amr Moussa (che all’epoca di Mubarak fu addiriittura ministro degli Esteri) e Sayed El-Badawi (leader del Wafd Party, uomo dal torbido passato che  pochi giorni prima del 25 gennaio 2011 affermava che “nessuno poteva mettere in discussione la legittimità del potere di Mubarak”).
Allo stesso modo moltissimi avversano la presenza nella coalizione del Free Egyptians Party, fondato dal miliardario Naguib Sawiris, personaggio storicamente vicino alla famiglia Mubarak ed in particolare amico di Gamal Mubarak.
Per quanto possa sembrare paradossale, il fronte che vuole ‘salvare la rivoluzione’ critica il presidente per le sue manovre autoritarie che ricordano il vecchio regime, ma poi accetta al suo interno la presenza di esponenti di quel mondo.
E se il fronte dell’opposizione appare tutt’altro che monolitico e compatto, si può dire altrettanto di qello dei giudici, ormai letteralmente spaccati tra chi ritiene accettabile il decreto di Morsi e chi invece lo giudica lesivo del principio di separazione dei poteri.
Fra i maggiori oppositori, spicca Ahmed al-Zend, capo del Judges Club, personaggio che nella sua storia ha largamente collaborato in maniera attiva con il regime di Mubarak.
Altri gruppi invece, come ad esempio i Judges for Egypt, hanno espresso parere positivo rispetto alle decisioni presidenziali.
Morsi sembra aver ricevuto anche l’appoggio della corrente politica salafita. Il portavoce del partito al-Nour, Nader Bakkar, ha difeso l’azione del presidente salutando con favore la rimozione del procuratore generale Abdel-Maguid Mahmoud.
Ed è proprio ancora Bakkar ad annunciare che di qui a pochissimi giorni la Fratellanza e i salafiti organizzeranno una grande manifestazione in supporto del governo, e proprio in Piazza Tahrir.
La posizione di Morsi è delicatissima e l’unica via di uscita sembra essere quella di chiudere al più presto i lavori di un’Assemblea costituente decimata – sono rimasti circa 60 componenti rispetto ai 100 originari ed ormai sono tutti in maggioranza islamisti – in modo da poter far decadere la validità del recente decreto e provare a riaprire il dialogo con l’opposizione.

Il secondo illustra nel dettaglio il contenuto della dichiarazione. Già, perché tutti i media ne parlano ma nessuno finora ha provato a spiegarne il contenuto:

L’adozione di una nuova Dichiarazione Costituzionale appare, sotto il profilo giuspubblicistico, come un’astuta mossa per recidere completamente ogni filo di continuità con il regime precedente e, a ben vedere, permette alla Fratellanza di mettere in sicurezza il potere fin qui acquisito.
Inoltre assolve almeno altri due compiti: difendere l’Assemblea Costituente e neutralizzare eventuali attacchi della magistratura.
Nel primo caso, il presidente ha implicitamente ammesso l’impossibilità dell’Assemblea di concludere il proprio mandato nel tempo stabilito, fatto che, data la disciplina precedentemente riportata, avrebbe riaperto la partita conferendo alla Giunta il potere di nominarne una nuova.
Nel secondo caso, l’adozione della Dichiarazione Costituzionale è stata giustificata dalla necessità di far fuori il procuratore generale Abdel-Meguid Mahmoud.
Costui in ottobre era già stato indotto da Morsi a lasciare il proprio incarico, in cambio della nomina ad ambasciatore presso la Santa Sede.
In quel caso, dati i principi di indipendenza ed inamovibilità dei membri della magistratura, l’attacco presidenziale non era andato a buon fine.
Mahmuod, accusato da più parti di voler difendere l’ancien régime, replicava di rimanere al suo posto, dato che l’organo esecutivo non può dimettere un membro del giudiziario.
Da ciò è derivata la necessità del presidente di agire attraverso lo strumento delle norme quasi-costituzionali.
Chiarita dunque natura e scopi della dichiarazione costituzionale nella recente storia dell’Egitto, cosa c’è scritto nell’ultimo documento firmato da Muhamamd Morsi?
Innanzitutto il testo non sostituisce, bensì integra, quello precedente emendandolo in alcune disposizioni. Non casualmente il primo dei sette articoli introdotti si riferisce ai crimini commessi durante la fase rivoluzionaria.
Leggendo il testo si deduce che tutte le indagini relative ad atti di violenza compiuti contro i manifestanti nei giorni delle rivolte di piazza saranno riaperte e poste sotto l’attenta analisi di nuovi e più neutrali organi giudicanti.
L’articolo richiama infatti la “Legge per la protezione della rivoluzione” e stabilisce che tutti gli ufficiali, siano essi attivi nella politica o nell’apparato burocratico, implicati in fatti criminogeni accertati saranno dismessi dal proprio incarico.

l’analisi racconta nel dettaglio cos’è una dichiarazione costituzionale e ne esamina i principali punti. Tuttavia, puntualizza il testo:

Se è chiaro che Morsi ha inteso sfruttare la tempistica derivante dalla recente vittoria diplomatica riscossa con la crisi a Gaza, è rilevante ricordare come la sua elezione sia avvenuta con il 51% dei voti espressi.
Ciò mette in dubbio la liceità al ricorso di strumenti legali compiuti nel nome del popolo sovrano.

Da qui il marasma sociale che ne è seguito.
Non è azzardato supporre che gli esponenti del vecchio regime cerchino di sfruttare l’onda lunga delle proteste per delegittimare Morsi. Questo spiega perché la dichiarazione del presidente abbia ricevuto più enfasi del necessario. Finendo per (ri)scaldare gli animi nel Paese.
In sintesi: la partita per il potere in Egitto non è ancora finita. E il fatto che in questa partita l’esercito (espressione dell’ancient régime) non sia più in prima linea non ne riduce in alcun modo le possibilità di vittoria.

Il Qatar annette anche Gaza

Che il Qatar sia emerso come un attore influente nello scacchiere mediorientale non è un mistero. Prima le intercessioni per conto della diplomazia iraniana verso l’Occidente, poi l’attivismo guerrafondaio in Libia e il sostegno smaccato alla Fratellanza Musulmana in Egitto e Tunisia, infine la sfrenata partigianeria anti-Assad nel marasma siriano. Oggi il potente emiro al-Thani mira più in alto, volgendo le sue attenzioni al punto più caldo della geografia levantina: Gaza.
Per anni la causa palestinese è stata un pò il principale collante delle popolazioni arabe, almeno dal punto di vista mediatico. Tutti a sbraitare contro Israele, ma nessuno a dare un sostegno concreto a Gaza e alla Cisgiordania. Se i Paesi del Golfo avessero donato anche solo un giorno all’anno di introiti petroliferi ai Territori occupati, forse oggi i palestinesi se la passerebbero un pò meglio. Invece nulla. Tante parole (e tutte contro Israele), ma fatti zero.

Solo la Turchia ha provato a smuovere quest’inerzia. La spedizione della Freedom Flottilla del 2010, condita dall’incidente della Mavi Marmara (n cui nove cittadini turchi persero la vita sotto il fuoco israeliano), è bastata ad Erdogan per accattivarsi molte simpatie in questo lato del mondo. Ma non è bastato. Perché Ankara non ha saputo sfruttare l’opportunità offerta dalla Primavera araba di divenire il nuovo faro della galassia islamica sunnita. E perché – dato non indifferente – non ha le risorse finanziarie di Doha.

In questo quadro la visita a Gaza dell’emiro del Qatar, Hamad bin Khalifa al-Thani, assume un importante significato. L’emiro è stato accolto in modo trionfale, e non soltanto perché ha annunciato l’avvio di una serie di progetti per un investimento complessivo di 400 milioni di euro. Come spiega Lettera43:

IL QATAR ROMPE L’ASSEDIO PALESTINESE. Ma Hamad bin Khalifa ha portato in dote anche un altro ‘regalo’ non meno rilevante.
Lo ha sottolineato a uso della Comunità internazionale il ministro Ismail Haniyeh nell’accogliere l’ospite: «Con questa visita lei ha ufficialmente rotto l’ingiusto assedio politico ed economico imposto a Gaza per più di cinque anni», ha detto all’emiro, ricordano la battaglia di Gaza del 2007 seguita alla vittoria elettorale del 2006 di Hamas, inserito nella lista delle «organizzazioni terroristiche» da gran parte delle cancellerie occidentali, tra cui Usa, Unione europea e Giappone.
La visita contribuirà certamente a rafforzare la posizione di Haniyeh, vincitore del confronto con Meshal per la leadership del movimento, ma sottoposto al nevralgico compito di gestione del cessate il fuoco rispetto a una popolazione a dir poco insoddisfatta delle condizioni di vita che si trova a sopportare.
FATAH-HAMAS, RICONCILIAZIONE DIFFICILE. Ma non solo. Il viaggio, comunicato al telefono solo domenica 21 ottobre a Abu Mazen, il leader dell’antagonista Fatah, sembra anche lasciar trasparire un maggior favore dell’emiro nei confronti di Hamas; quasi che da Doha si ritenga ormai al tramonto il processo di riconciliazione tra le due formazioni palestinesi, con ciò che ne potrebbe derivare sulla prospettiva della creazione di un solo Stato nazionale palestinese.
Forse è prematuro ipotizzare questo sbocco, vista l’attenzione con la quale il Qatar si è impegnato in favore di tale processo di riconciliazione nel passato – un’urgenza cui ha fatto rifermento lo sceicco nella sua visita – ma va tenuta comunque presente. Tanto più in considerazione della caduta di consenso di Fatah nelle elezioni amministrative in Cisgiordania.
È altresì verosimile che il movimento sfrutterà le credenziali dell’emiro per sollecitare il Cairo – che con il presidente Mohamed Morsi ha già mostrato di voler seguire una linea di significativa apertura – ad assumere una posizione più proattiva a favore del superamento del suo isolamento internazionale.

La sostanza sta nel giro di boa effettuato da Hamas allorché, a marzo, ha denunciato, per bocca del primo ministro, la politica repressiva del regime siriano di Bashar al Assad, collocandosi dunque al fianco dei ribelli sunniti (sostenuti proprio dal Qatar).
Si è trattato di un gesto forte con il quale il presidente di Damasco ha perso un ventennale alleato. Con l’aggravante, per il regime siriano e dunque anche per Teheran, di una serie di conseguenze a catena, quali l’inaugurazione da parte di Hamas di una nuova stagione di rapporti anche con Arabia Saudita, Turchia e Giordania: quasi il tracciato di un innovativo fronte transnazionale sunnita.
A RISCHIO IL RAPPORTO CON HEZBOLLAH. Il deterioramento degli storici rapporti tra Hamas e Teheran ne è un altro corollario, anche se non ancora definitivamente sanzionato, e fa supporre che gli sceicchi abbiano manifestato concreta disponibilità a surrogare l’apporto di risorse tradizionalmente assicurato dagli iraniani ad Hamas. Al momento, restano in piedi le relazioni tra lo stesso Hamas e il libanese Hezbollah, ma c’è da chiedersi fino a quando.
Il riposizionamento di Hamas, che ha sempre giocato un rilevante ruolo regionale, assume dunque una valenza geopolitica di cruciale sensibilità in questa fase di fermentazione dell’area mediorientale.
Sullo sfondo di questa realtà geostrategica può apparire stonato l’appellativo «umanitaria» associato alla visita dello sceicco del Qatar.
GAZA, PEDINA DELLA PRIMAVERA ARABA. Ma per la popolazione palestinese di Gaza, paradossalmente di entità similare a quella del Qatar ma incommensurabilmente più povera, la visita ha rappresentato il modo migliore per festeggiare l’importante festa religiosa islamica dell’Aid al Adha che da venerdì 26 è destinata a portare alla Mecca la gigantesca fiumana di qualche milione di pellegrini.
Il Golfo, d’altronde, è stato paradossalmente il principale beneficiario della Primavera araba, con l’affermazione delle forze politiche di ispirazione islamica sunnita. Gaza ne risulta ora una piccola, ma nevralgica tessera aggiuntiva.

Gaza è l’ultimo e forse più importante tassello del mosaico geopolitico qatariota. Dopo l’annessione de facto della nuova Libia liberata (?),  le accuse di ingerenze da parte di mezzo mondo arabo, i tentativi di corruzione della Russia affinché lasciasse Assad al suo destino, la controversa iniziativa di ospitare un ufficio di rappresentanza dei taliban, e più di recente le opere umanitarie (tutt’altro che disinteressate) nel Nord del Mali, la martoriata città palestinese può essere il punto di arrivo, e insieme di partenza, dell’ascesa di Doha a potenza regionale.
Se non altro perché il momento della visita non è casuale. L’America è distratta dalle battute finali della campagna presidenziale, la Turchia è indecisa di entrare in guerra contro la Siria o no, la Russia deve fare i conti (in tutti i sensi) con le ristrettezze di bilancio e Israele (rectius: Netanyahu) è alle prese con la paranoia iraniana. Con i principali attori geopolitici in altre faccende affaccendati, l’emiro al-Thani ha avuto campo libero per mettere le mani su Gaza.
Anche a costo di inimicarsi Israele, che – come era facile immaginare – non ha mancato di stigmatizzare l’arrivo di al-Thani nella Striscia, col rischio di incrinare i già incerti rapporti tra Doha e Tel Aviv – benché l’emiro sia giunto a Gaza scortato da 12 caccia israeliani. In ogni caso, la visita di al-Thani non ha fermato gli attacchi israeliani sulla città.
Per finire, c’è da chiedersi se la politica estera del Qatar, così come avviata, possa essere sostenibile nel lungo periodo.

Egitto, per gli USA non c’è alternativa ai Fratelli Musulmani

Gli ultimi sviluppi in Egitto stanno configurando uno scenario da colpo di Stato mascherato. A pochi giorni dal secondo turno per le presidenziali, i militari hanno ripristinato la legge d’emergenza e la Corte costituzionale ha annullato l’elezione di un terzo della Camera bassa, quella parte di parlamento eletta attraverso ballottaggio, con l’effetto di sciogliere l’intera Camera.
La complessità della situazione è riassunta sul sito dell’Enciclopedia Treccani:

Lo scioglimento del parlamento eletto ha demotivato gli elettori e le percentuali di astensionismo (si parla del 60% del totale) sono state assai più alte che nel primo turno, dove pure aveva votato, secondo le stime ufficiali, solo poco più della metà degli aventi diritto. Gli elettori dei candidati esclusi dal ballottaggio hanno verosimilmente disertato in massa le urne: il solo Abdel Moneim Abdel Futuh, il Fratello dissenziente che aveva raccolto i consensi di molti democratici liberali (fra questi, il Movimento del 6 aprile) si è dichiarato per Mursi, mentre ‘Amr Musa aveva ambiguamente auspicato l’avvento di uno “stato civile”, dichiarando allo stesso tempo che l’Egitto non era pronto per l’esperienza parlamentare. Nei due giorni delle votazioni, cortei che invitavano a boicottare le urne si sono succeduti nelle strade del Cairo, mentre il numero di schede annullate volontariamente, in modi spesso pittoreschi, si profila assai alto.
Per molti, l’alternativa è stata non fra il ritorno al passato regime e un governo eletto a guida islamista, ma fra laicismo e islamismo, senza mezzi termini; quest’ultima scelta ha lasciato pochi margini agli elettori cristiani copti, così come a una parte dell’opposizione laica, che hanno accolto, infatti, la candidatura di Shafik e l’intervento militare, come una garanzia contro l’instabilità politica e la deriva comunitaria.

Questo pezzo di tradotto da Medarabnews, spiega che la sfida maggiore a cui dovrà far fronte la rivoluzione egiziana, anche dopo l’elezione del nuovo presidente, sarà quella di distruggere le reti dello “stato profondo” che ancora detengono il potere nel Paese:

La storia di quest’espressione va ricercata nell’esperienza turca, ed indica una rete di alleanze legate alle istituzioni della sicurezza e dell’esercito che trae origine dalle tradizioni delle società segrete di epoca ottomana. Solitamente, fine ultimo di questi gruppi è la conservazione del potere e dello status quo; si tratta di gruppi che formano uno stato dentro lo stato e che lavorano sempre dietro le quinte per assicurarsi il controllo sugli apparati amministrativi e di sicurezza dello stato.

È del tutto chiaro che la cattiva amministrazione della fase di transizione in Egitto, da parte del Consiglio superiore delle forze armate, ha portato ad una mancanza di fiducia tra i militari e le forze rivoluzionarie le quali, alla fine, hanno cominciato a pretendere la caduta del governo militare. Nonostante questo, non possiamo ignorare il ruolo giocato dalla rete dello stato profondo in Egitto, la quale è stata capace di serrare le proprie fila e difendere i propri interessi per salvare ciò che rimaneva del regime dopo averne sacrificato il capo.

Ciononostante, sono in tanti ad augurarsi la vittoria di Shafiq in quanto militare, quindi “laico”, contrapposto ai “famigerati” islamisti. A fugare questo luogo comune ci pensa Lorenzo Declich, il quale ricorda come nella storia recente dell’Egitto veri fomentatori del conflitto settario siano proprio i militari:

Se quel conflitto non ci fosse, e se non ci fosse il terrore del “regime islamico”, Mubarak e i suoi figliocci, che oggi si mangiano il padre per rimanere al potere, sarebbero indifendibili.

Aggiungendo che alcuni membri della Jihad islamicahanno annunciato la formazione di un nuovo partito, Jihad democratica, il cui obiettivo è dare supporto al candidato dei militari egiziani, Ahmed Shafiq. Dettaglio che smentisce l’idea che l’elezione di Shafiq sia il male minore, poiché “laico”.
Per farsi un’idea di come gli jihadisti cerchino di sfruttare le opportunità offerte da un sistema (semi)democratico a proprio vantaggio basta leggere questo lungo post su Jihadica. C’è questo paragrafo in particolare che riassume il pensiero di Ayman al-Zawahiri sul concetto di democrazia:

Al-Zawahiri’s reasoning is obviously meant to show that the US, by waging a “war on Islam” is going against the will of Egyptians but that he and al-Qaida are actually on the people’s side. In this sense, al-Zawahiri appears to be the real supporter of democracy. He quickly dispels this idea, however, since he explicitly rejects the “democracy that America wants for us, a special democracy for the Third World in general and the Islamic world in particular”. Such American-sponsored democracy, al-Zawahiri states, could be seen in Algeria, when that country cancelled elections in the early 1990s after they had been won by Islamists, or in Gaza, when the world refused to deal with Hamas after it had won elections there.

Al-Zawahiri does not just object to democracy because he associates it with injustice, however. He also claims it is an idol that is worshipped by its followers since they blindly follow what the majority wants, irrespective of what religion says. The majority thus becomes the object of worship instead of religion. As an alternative, the current Egyptian regime should leave and the country should be ruled by a pious, Islamic regime instead. The people will have the right to choose their leaders, al-Zawahiri claims, but obviously within the bounds of the sharia. The misery of the people should be ended, the West should be confronted and the oppression should be lifted “in Palestine, Iraq, Afghanistan and every corner of the world of Islam”. Jihad should therefore be continued until this goal has been achieved.

A corollario di tale posizione, proprio ieri al-Zawahiri ha espressamente chiesto al suo Paese di revocare l’accordo con Israele e di basare la futura legislazione egiziana sulla shari’ia.

Dall’altra parte, i Fratelli Musulmani, descritti dal marasma mediatico come fanatici e integralisti, sono molto più vicini a quelle degli Stati Uniti di quanto sembri a prima vista. Dopo aver – più o meno velatamente – criticato sia l’America che Israele, a fine maggio la Fratellanza Musulmana ha esplicitamente invocato un intervento armato in Siria, aderendo alla posizione statunitense – e israeliana, espressa dal recente appello del ministro della Difesa Ehud Barak.  Secondo la Reuters:

Working quietly, the Brotherhood has been financing Free Syrian Army defectors based in Turkey and channeling money and supplies to Syria, reviving their base among small Sunni farmers and middle class Syrians, opposition sources say

Mesi fa scrivevo che la prospettiva di un’al-Qa’ida rinnovata e più forte deve aver convinto gli USA della necessità di muoversi dietro le quinte per stringere accordi con la Fratellanza:

Lo scorso 6 novembre il quotidiano libanese Al-Diyar ha rivelato l’esistenza di negoziati segreti tra Stati Uniti e Fratellanza Musulmana affinché Washington sostenga l’ascesa del movimento alla guida dei Paesi arabi a condizione che questo si impegni a contrastare al-Qa’ida. I primi contatti risalirebbero a quattro anni fa, poi l’esplosione della Primavera araba avrebbe costretto gli USA ad accelerare il raggiungimento di un accordo,accettando l’ascesa politica degli islamisti.
La Casa Bianca è consapevole che non vi è alternativa politica ai Fratelli Musulmani. Le elezioni lo hanno dimostrato. Pertanto gli USA dovranno adottare una strategia che tenga in conto la realtà del movimento come principale forza politica in Egitto e nel resto del Medio Oriente. Beninteso,purché sia garantita la sopravvivenza delle petromonarchie del Golfo (Arabia Saudita in primis, dove le contestazioni non mancano), alla cui stabilità sono legate le speranze di ripresa dell’economia mondiale.
Inoltre, l’ideologia settaria dei Fratelli Musulmani li rende intrinsecamente ostili ai movimenti sciiti (come Hezbollah), ismailiti e alawiti. Washington potrebbe sfruttare l’appoggio della Fratellanza per contribuire ad isolare l’Iran, sostenendo i movimenti salafiti presenti al suo interno in Balucistan e Khuzestan, notoriamente nemici di Teheran.

Tale processo non è storia recente. Questo articolo di Seymour Hersh del 2007 spiega come la “resurrezione” del movimento sia stata sostenuta dalla coppia USA-Israele attraverso i sauditi, allo scopo di favorire l’ascesa di una forza (sunnita) da contrapporre all’Iran (sciita):

In the past few months, as the situation in Iraq has deteriorated, the Bush Administration, in both its public diplomacy and its covert operations, has significantly shifted its Middle East strategy. The “redirection,” as some inside the White House have called the new strategy, has brought the United States closer to an open confrontation with Iran and, in parts of the region, propelled it into a widening sectarian conflict between Shiite and Sunni Muslims.
To undermine Iran, which is predominantly Shiite, the Bush Administration has decided, in effect, to reconfigure its priorities in the Middle East. In Lebanon, the Administration has coöperated with Saudi Arabia’s government, which is Sunni, in clandestine operations that are intended to weaken Hezbollah, the Shiite organization that is backed by Iran. The U.S. has also taken part in clandestine operations aimed at Iran and its ally Syria. A by-product of these activities has been the bolstering of Sunni extremist groups that espouse a militant vision of Islam and are hostile to America and sympathetic to Al Qaeda.

[Walid] Jumblatt then told me that he had met with Vice-President Cheney in Washington last fall to discuss, among other issues, the possibility of undermining Assad. He and his colleagues advised Cheney that, if the United States does try to move against Syria, members of the Syrian Muslim Brotherhood would be “the ones to talk to,” Jumblatt said.”

“There is evidence that the Administration’s redirection strategy has already benefitted the Brotherhood. The Syrian National Salvation Front is a coalition of opposition groups whose principal members are a faction led by Abdul Halim Khaddam, a former Syrian Vice-President who defected in 2005, and the Brotherhood. A former high-ranking C.I.A. officer told me, “The Americans have provided both political and financial support. The Saudis are taking the lead with financial support, but there is American involvement.” He said that Khaddam, who now lives in Paris, was getting money from Saudi Arabia, with the knowledge of the White House. (In 2005, a delegation of the Front’s members met with officials from the National Security Council, according to press reports.) A former White House official told me that the Saudis had provided members of the Front with travel documents.” 

Hersh rivela che la cricca libanese di Saad Hariri aveva fatto da tramite tra gli americani e la Fratellanza in Siria. Abbiamo dunque la conferma che i Fratelli musulmani e Hariri hanno lavorato insieme a Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita per anni.
Non solo. La resurrezione politica della Fratellanza Musulmana porta - almeno in parte - la firma del Dipartimento di Stato americano, grazie ai fiumi di denaro e al supporto diplomatico elargiti dietro le quinte. L’occasione per cementare questo sodalizio, secondo il blog Land Destroyer, fu il vertice inaugurale dell’Alleanza dei Movimenti Giovanili, tenuto a New York nel 2008, dove parteciparono anche coloro che poi sarebbero diventati i leader del 6th april Movement. Lo scorso anno il New York Times ha rivelato che quegli stessi leader sono stati addestrati, equipaggiati, finanziati dagli Stati Uniti, prima di essere rispediti a destabilizzare l’Egitto all’inizio nel 2010 e poi nel 2011 nel corso della cosiddetta “primavera araba”.
A proposito di destabilizzare, ci sono alcuni aspetti che meriterebbero di essere approfonditi. In novembre scrivevo:

A parte il fatto che diversi manifestanti sono rimasti feriti o contusi da armi made in USA (come denuncia anche Amnesty), vi è il sospetto che gli americani siano direttamente sono coinvolti nelle sparatorie di fine novembre. Un video trasmesso dalla Tv egiziana mostra tre stranieri che gettano bottiglie molotov. Più inquietante (e da verificare) è una testimonianza riportata dall’Islam Times, secondo il quale alcuni security contractors (della Xe Services, ex Blackwater?) avrebbero aperto il fuoco presso l’Università americana del Cairo su manifestanti e polizia.

Come se si stesse cercando di esasperare il malcontento popolare contro i militari. A beneficio di chi, è facile immaginarlo. Ma in fondo sono soltanto mie speculazioni. La testimonianza è riportata (in arabo) anche qui.

Algeria, la primavera mai iniziata

Le elezioni in Algeria hanno visto la partecipazione del 42,36%degli aventi diritto. Il Fronte di Liberazione Nazionale, partito al potere dai tempi della guerra d’indipendenza contro la Francia, avrà 220 seggi. Sommati ai 68 conquistati dal Raggruppamento nazionale democratico (il partito nato da una costola del Fln) otteniamo 288 seggi su 462. Non sarà necessario, come in passato, scendere a compromessi con gli islamisti.
A questi ultimi non è riuscita la cavalcata al potere sulla falsariga di quanto abbiamo visto in Tunisia ed Egitto. L’Alleanza verde, formata dal Movimento sociale per la pace (Msp), Ennahda e Islah, ha avuto appena 48 seggi. Nemmeno l’altra lista islamista, Adala del leader radicale Djaballa, che si era staccato da Islah perché non condivideva la scelta di allearsi con il Msp, ha avuto successo, raggiungendo appena i 7 seggi. Il Fronte delle forze socialiste (Ffs), che aveva boicottato due tornate elettorali nel 2007  e2009, ha ottenuto 21 seggi. Sono state elette 144 donne, inferiori alla quota del 30% prevista, comunque superiore al 7% precedente.
Questa attenta analisi sul sito della Treccani, che rivela alcuni importanti retroscena della campagna elettorale dal punto di vista del regime, ci aiuta ad approfondire lo scenario:

Jamal Zenati, dalle pagine del quotidiano el-Watan, ci spiega in maniera piuttosto perentoria come “l’appuntamento del prossimo 10 maggio rappresenti qualcosa di più di una semplice elezione legislativa”. A seguito delle modifiche apportate al testo costituzionale nel 2008 che hanno permesso al presidente della Repubblica algerina di essere eletto per la terza volta, si è creata, secondo Zenati, una spaccatura tra un potere presidenziale sempre più autonomo, ed un parlamento sempre meno protagonista sulla scena politica. Ecco perché, continua l’autore, “le elezioni legislative non rappresentano più un momento di espressione della sovranità popolare”, ma il “preludio ad uno scrutinio presidenziale”. … Ad avvalorare questa lettura un articolo di Ghania Oukazi apparso sul Quotidien d’Oran. Oggetto dell’analisi la battaglia tutta interna all’ex-partito unico algerino, il FLN (Fronte di liberazione nazionale – Jabha al-tahrîr al-watanî), nella quale sembra evidente agli occhi di Oukazi la longa manus del Presidente Bouteflika, che è riuscito a ridefinire gli equilibri interni al proprio partito in modo da mantenerne il controllo.

L’Alleanza Verde ha subito parlato di brogli, nonostante la presenza di 500 osservatori internazionali. In effetti in Africa – e nei Paesi in via di sviluppo in generale – la denuncia di irregolarità da parte della fazione perdente è consuetudine, ma le previsioni parlavano di un testa a testa tra FLN e islamisti. E i toni entusiasti con i quali i commentatori locali hanno celebrato la partecipazione, la regolarità delle operazioni e (soprattutto) il consenso intorno al presidente Bouteflika suonano quanto meno sospetti. In ogni caso, dopo il voto si apre la sfida delle riforme – ammesso che il governo abbia davvero la volontà di attuarle.

Per comprendere il contesto particolare in cui l’Algeria è inserita, bisogna riflettere su alcuni punti.
In generale, gli esperti hanno evidenziato come la “primavera araba” sembra aver toccato solo superficialmente l’Algeria. Per la verità qui le rivolte erano scoppiate già nel novembre 2010 (dunque oltre un mese prima dell’immolazione di Mohamed Bouazizi), nelle regioni interne del Paese, per arrivare poi ad Algeri nel gennaio successivo. La concomitanza con i moti in corso in Tunisia ha fatto sì che l’opinione pubblica internazionale aprisse gli occhi solo in quel momento. Le ragioni dell’insurrezione erano legate a questioni prettamente sociali, piuttosto che politiche: il rincaro dei beni di prima necessità – farina, riso, olio e latte – dovuto alla riduzione delle sovvenzioni statali, aveva aggravato le già difficili condizioni di vita della popolazione, ancora scottata dalla precedente ondata inflattiva del 2008 (l’anno dei 31.500 migranti a Lampedusa). Ancora oggi l’autosufficienza alimentare è un miraggio e i prodotti di consumo restano legati all’importazione, dal momento che il comparto interno non è considerato una priorità.
Oltre alla crisi alimentare, a mortificare le speranze dei giovani algerini c’è la mancanza di lavoro. Grazie alle sue notevoli riserve di idrocarburi, l’Algeria è il secondo paese più ricco d’Africa, alle spalle del Sudafrica. Una ricchezza che ha permesso al Paese di estinguere il proprio debito estero, ma non di risollevare le condizioni di vita della popolazione, posto che essa non viene ridistribuita secondo criteri di equità o di necessità. La rendita serve di fatto ad alimentare il sistema di potere, ossia Bouteflika e la sua cricca. Inoltre il settore energetico, il quale genera enormi profitti ma richiede al contempo poderosi investimenti, non garantisce ricadute altrettanto positive sul piano occupazionale. Non c’è da stupirsi che il 40% dei giovani sotto i trent’anni sia ancora disoccupato, nonostante gli ambiziosi piani di sviluppo del settore, coronati dall’annuncio di nuove raffinerie. Ciò di cui davvero il Paese necessita è un programma che punti alla crescita di un’economia diversificata.
Eppure l’abbozzo di “primavera sociale” del 2010-2011 non si è tradotto in rivoluzione, come è invece avvenuto in Egitto e nella vicina Tunisia. È come se gli algerini abbiano preferito non alzare il livello dello scontro, lasciando che la protesta si spegnesse.
L’Algeria ha un background politica distinto rispetto, ad esempio, a quello dell’Egitto. Un aspetto a volte sottovalutato nelle analisi che leggiamo sul tema e che include gli incipit di rivolta del 1988 e del 1992, per proseguire con la drammatica guerra civile degli anni Novanta.  Linkiesta ripercorre queste fasi:

Il 5 ottobre 1988 è la data da cui partire per comprendere il passato, il presente ma soprattutto il futuro dell’Algeria … Quell’ottobre di 24 anni fa, il Paese nord africano conobbe una Primavera araba “ante litteram” quando migliaia di giovani ma non solo, stanchi di un trentennio di partito unico caratterizzato inizialmente da una sbornia socialista e da una mala gestione e corruzione in seguito, scesero in strada assaltando uffici e ministeri, dando alle fiamme i simboli dello stato. La risposta non si fece attendere: l’esercito uscì dalle caserme e aprì il fuoco contro i dimostranti, uccidendone almeno 169 e ferendone migliaia (qualcuno avanza il numero di 500 morti). Il regime algerino (contrariamente a quanto accaduto lo scorso anno in molti Paesi arabi) aveva subito intuito che in uno scontro sarebbe stato spazzato via. Così nel febbraio del 1989 offrì molte concessioni, con l’abrogazione della costituzione, l’instaurazione del multipartitismo, la nascita della prima stampa araba indipendente, ma soprattutto l’apertura all’economia di mercato.
Il sogno di una profonda riforma democratica del sistema svanì però in meno di 4 anni. Dopo aver stravinto le elezioni Locali del giugno 1990 (prime elezioni libere nel Paese) il Fronte islamico della salvezza, guidato da Abbas Madani e Ali Belhaj, si ripete nel dicembre del 1991 vincendo nel primo turno delle legislative l’82% dei seggi.
Ed eccoci alla seconda data che sarà fatale per l’apertura democratica ma non solo. Sarà il bivio che stravolgerà per 17 anni la storia recente dell’Algeria. L’11 gennaio del 1992 l’esercito costringe l’allora Presidente Chadli Benjadid a dimettersi interrompendo il processo elettorale. Le assemblee comunali dove ha vinto il Fis vengono sciolte, gli eletti e i militanti arrestati e spediti nei campi allestiti nel deserto del Sahara. Qui inizia l’incubo algerino, un bagno di sangue collettivo (la tragedia nazionale) costato la vita ad oltre 250mila persone con migliaia di dispersi, da cui la società fatica ancora a riprendersi.

Gran parte delle narrazioni sugli eventi che hanno avuto luogo nel mondo arabo si concentrano su elementi simbolici come la folla di Tahrir, il martellamento dei social network, Il sacrificio di Mohamed Bouazizi. Tutti fattori che hanno rivestito un ruolo fondamentale nel successo delle rivoluzioni in Tunisia ed Egitto in virtù del proprio richiamo all’aggregazione e alla partecipazione popolare, che hanno costretto i regimi a reagire e poi a mollare. In Algeria tutto questo non c’è stato, complici un’opposizione miseramente frammentata, in cui gli islamisti non sono una forza preponderante, e un regime costituito da strateghi politici molto furbi e tattici. In compenso c’è una memoria collettiva ancora profondamente segnata dalla guerra civile.
Emblematica questa (amara) conclusione su In 30 secondi, al termine di un’esauriente disamina sul risultato elettorale:

Qualcuno penserà che dobbiamo accontentarci. Gli “islamisti” hanno perso e tutto sommato le elezioni sono regolari.
Ci sono donne in parlamento, almeno.
Ma, appunto, è una vera mascherata che accontenta tutti tranne la stragrande maggioranza degli algerini, che rimangono lì, relegati sullo sfondo, come i selvaggi in un quadro orientalista, mentre all’unanimità il mondo plaude al regime mafioso e sanguinario di Bouteflika.
Il mondo sta dicendo loro che la cosiddetta “primavera araba” è stata un incidente, non un complotto.