L’Angola colonizza il Portogallo con la compiacenza dell’Europa

Una degli effetti collaterali della crisi economica è il rovesciamento dei rapporti di forza che hanno caratterizzato le relazioni tra il cosiddetto Primo Mondo e il Terzo negli ultimi secoli. Una sorta di effetto boomerang che un Paese su tutti, il Portogallo, sta sperimentando sulla propria pelle.

Oggi l’Angola, dopo 400 anni di colonizzazione portoghese (1575-1975) approfittando di una crescita in doppia cifra e del momento di difficoltà dell’ex madrepatria, sta pesantemente investendo in Portogallo rilevando molte aziende. Un anno fa ne parlavo qui. Se poi aggiungiamo che una grossissima fetta di immigrati portoghesi – 150 mila secondo l’ambasciata portoghese – si è vista costretta ad emigrare a Luanda i cerca di lavoro, è evidente che i rapporti  i rapporti Nord-Sud come li abbiamo sempre conosciuti vanno sparendo.
Secondo Capire davvero la crisi:

Gli investimenti angolani in Portogallo hanno raggiunto i 70 milioni di euro nel 2011, più che raddoppiando rispetto all’anno precedente. Secondo l’agenzia di stampa portoghese Lusa, solo nei primi cinque mesi del 2012 sono saliti a 126 milioni. Dopo aver acquisito quote sostanziali nel sistema bancario portoghese: 19,5% del Banco Português de Investimento (465 milioni) e il BIC Português (160 milioni); gli investimenti si sono diretti verso le telecomunicazioni (28,8% di ZON Multimedia) e naturalmente il petrolio all’interno della compagnia petrolifera GALP e della piattaforma SONANGOL.

In un articolo apparso nell’aprile del 2013 sulla rivista Colombiana El Malpensante, lo scrittore e giornalista portoghese Pedro Rosa Mendes in un lungo report sulla situazione attuale portoghese, riguardo ai rapporti con l’Angola scrive: “Ho già detto che il Portogallo non potrebbe esistere senza l’Angola. Questo comporta una questione di sovranità che però è ormai un problema nostro, non più del paese africano. Negli ultimi anni da Luanda sta arrivando un flusso di denaro e d’investimenti che mantiene a galla il paese. In cambio del controllo di posizioni chiave nel settore bancario, energetico, distributivo e della comunicazione, gli angolani stanno evitando che Lisbona vada a fondo.”  

L’ex potenza coloniale in crisi è diventata un supermercato dove i nuovi ricchi dell’ex colonia, a cominciare dalla famiglia del presidente Dos Santos, acquistano banche e immobili. Panorama (che ricorda come nel 2012 l’Angola sia cresciuta del 6,8%, ma si trovi anche al 157 esimo posto su 174 nella classifica dei Paesi più corrotti secondo Transparency) scende più nei dettagli di questi investimenti:

Con 30 miliardi di dollari di riserve, l’Angola sta investendoforte in Portogallo, dove ha già acquisito quote sostanziali di Banco Bpi e Bic, due dei maggiori gruppi bancari portoghesi, della compagnia petrolifera Galp e della piattaforma di telecomunicazioni Zon Multimedia. Fra i maggiori investitori figurano la compagnia petrolifera stataleSonangol e uomini d’affari vicini all’entourage presidenziale, tra cui la 40enne Isabel dos Santos, figlia del presidente angolano Eduardo dos Santos e capace donna d’affari recentemente definita da Forbes «la prima miliardaria donna africana». Il fratello José Filomeno dos Santos è invece presidente del fondo sovrano (forte di un patrimonio di 5 miliardi di dollari) alimentato dai proventi petroliferi. Gli investimenti angolani in Portogallo hanno raggiunto i 70 milioni di euro nel 2011, più che raddoppiando rispetto all’anno precedente. Secondo l’agenzia di stampa portoghese Lusa, solo nei primi cinque mesi del 2012 sono saliti a 126 milioni.

In prima fila tra gli investitori angolani in Portogallo c’è appunto Isabel Dos Santos. Laureata al King’s College di Londra, la “principessa” di Luanda è uno dei personaggi chiave di questa complicata saga postcoloniale. Per la stampa nazionale è la prova evidente di come anche l’Angola, un Paese dove il 70% degli abitanti sopravvive con meno di due dollari al giorno, può anche produrre delle storie di successo nel campo della finanza internazionale; per la rivista Forbes (secondo la stessa inchiesta citata sopra) è invece una creatura inventata di sana pianta dal padre per permettere al suo “clan” di accaparrarsi di una parte dei redditi pubblici, dal petrolio ai diamanti, per poi metterli al sicuro all’estero, cioè in Portogallo.

Linkiesta elenca i principali investimenti portoghesi di Isabel e di altri esponenti del clan presidenziale:

Secondo Forbes, Isabel dos Santos Fontes, la quarantenne figlia maggiore del Presidente dell’Angola, è la prima miliardaria africana della storia. Laureata in Ingegneria al King’s College di Londra, Isabel dos Santos si lanciò nel business nel 1997 – il Miami Beach di Luanda, un ristorante i cui considerevoli successi hanno accompagnato la trasformazione della capitale dell’Angola. Per entrare nella classifica diForbes ha però avuto bisogno di ben altri investimenti: 28,8% di ZON Multimédia (vale 385 milioni di dollari), 19,5% del Banco Português de Investimento (465 milioni) e il BIC Português (160 milioni). In più, Isabel dos Santos possiede un quarto di Unitel, il principale operatore telefonico in Angola, e ha progetti minerari e agricoli con Arkady Gaydamak e Lev Leviev, uomini d’affari israeliani di origine russa.

ZON (che è in processo di fusione con Optimus) e BPI (il cui maggior azionista è la Caixa spagnola) fanno parte del PSI20, l’indice principale della Borsa di Lisbona, mentre il BIC è cresciuto recentemente con l’acquisto del Banco Português de Negócios. Il fior fiore del capitalismo lusitano è (o è stato) socio di Isabel dos Santos e del marito Sindica Dokolo (di origine congolese, mentre lei è nata a Baku da madre azera): Américo Amorim (il re del sughero, uomo più ricco del Portogallo, che insieme all’impresa pubblica angolana Sonangol controlla Galp Energia dopo l’uscita parziale dell’ENI e che detiene 25% del BIC), Sonae (che controlla Optimus), il Grupo Espírito Santo (storico alleato della famiglia Agnelli, ha attività di credito, pesca e aviazione in Angola), Portugal Telecom (in Unitel), e Pedro Sampaio Nunes.

Per vari anni membro del consiglio d’amministrazione della Galp è stato Manuel Vicente, il presidente della Sonangol. La compagnia di Stato, oltre che in Galp, è presente nel Millennium Bcp – principale banca portoghese, in cui è il maggiore azionista. Vicente, che secondo la stampa specializzata è legato al fondo Carlyle, è stato nominato vice-presidente dell’Angola nel 2012 ed è dato come favorito nella corsa per succedere a Jose Eduardo Dos Santos, 71 anni, al potere dal 1979. Senza dimenticare i generali Hélder Vieira Dias, meglio noto come “Kopelipa”, e Leopoldino Nascimento “Dino”. Il primo è il più stretto collaboratore militare del presidente, il secondo ha diretto a lungo le telecomunicazioni. Possiedono un terzo dei 110 appartamenti all’Estoril Sol Residence, il più rinomato della località balneare, insieme ad altri facoltosi angolani. A questi nomi si è aggiunto proprio, prima di Ferragosto, António Mosquito che è entrato in Soares da Costa Construções con due terzi del capitale. Un’operazione, resa necessaria dall’esposizione del gruppo Soares da Costa verso le banche, in cui è intervenuto il BCP che ha identificato l’imprenditore angolano che ha già varie attività in Portogallo. Del resto in Angola la società di costruzioni nel 2012 ha realizzato 44% del fatturato (+8%, mentre in Portogallo c’è stata una flessione di 28%).

António Mosquito ha dimostrato interesse anche per il gruppo Controlinveste, proprietario del Diário de Notícias, del Jornal de Notíciase di altri media portoghesi. Se l’acquisto di cui si parla da mesi dovesse concretizzarsi, l’estensione del potere angolano nelle comunicazioni portoghesi raggiungerebbe livelli preoccupanti, dato che andrebbe ad aggiungersi a quelli della Newshold di Alvaro Sobrinho, che già controlla il settimanale Sol e ha partecipazioni in due periodici (Visão ed Expresso) e nei quotidiani Correio da Manhâ (il maggiore per circolazione) e Jornal de Negocios. Newshold si è detta interessata ad acquisire RTP (Radio e Televisâo Portuguesa) nel caso in cui il governo di centro-destra decidesse di privatizzare l’emittente.

Per avere un’idea di quale sia l’equazione di potere nei legami tra l’establishment di Lisbona e l’ex colonia basta osservare quanto accaduto negli ultimi due mesi. Lo scorso anno un settimanale di Lisbona ha pubblicato la notizia dell’inchiesta aperta nella capitale portoghese a carico di alcune figure pubbliche legate al governo angolano, provocando la dura reazione della stampa angolana. In questi mesi vari ministri si sono recati a Luanda per riallacciare i rapporti, fino ad arrivare alle scuse diplomatiche formulate dal ministro degli esteri portoghese Rui Machete a metà settembre. Il ministro ha però aggiunto che aggiungendo che “non è stato possibile” evitare l’inchiesta. Queste dichiarazioni hanno provocato grande scalpore a Lisbona, dove diversi politici ed editorialisti hanno fermamente disapprovato l’atteggiamento di sottomissione del ministro.

Ma la precisazione finale del ministro, unita al coro di dissensi verso il ministro, ha finito per offendere Luanda, accendendo dibattito sulla relazione di dipendenza che collega l’ex potenza coloniale sull’orlo del fallimento alla sua ex colonia in piena ascesa economica. Durante il suo discorso sullo stato della nazione, il 15 settembre, il presidenteDos Santos ha ritenuto che le condizioni per un “partenariato strategico” non erano più presenti, concetto ribadito anche in un successivo discorso di ottobre. A inizio novembre 14 deputati portoghesi si sono recati a a Luanda per cercare di migliorare le relazioni fra Lisbona e la sua ex colonia.

L’episodio no è passato inosservato. Il quotidiano francese online Mediapart è quello che più di ogni altro ha cercato di squarciare il velo di opacità intorno agli interessi di Luanda in quel di Lisbona. In una lunga inchiesta (via Presseurop) racconta perché la provenienza dei capitali angolani riversati nell’economia lusitana susciti parecchi dubbi. Nella prima parte dell’inchiesta si spiega:

La “rivincita del colonizzato” è più che ambigua. Un gran numero di “investimenti” angolani nel settore dell’edilizia di lusso sulla costa o nelle banche sono di dubbia origine e favoriscono solo un piccolo gruppo di imprenditori vicini al potere. Diverse persone contattate da Mediapart a Lisbona parlano di un sistema con enormi ramificazioni e di cui il Portogallo serve da centro di riciclaggio del denaro sporco per i nuovi ricchi angolani.

Per l’ex giornalista portoghese Pedro Rosa Mendes, oggi professore all’Ehess di Parigi, questa pratica di riciclaggio di capitali risale a molto prima della crisi attuale. La si può datare alla fine degli anni novanta, quando l’Angola, all’epoca in piena guerra civile, aveva emesso nuove concessioni petrolifere. La decisione aveva provocato l’esplosione della produzione di oro nero nel paese, rimpinguato le casse dello stato e rafforzato la sua influenza sulla scena internazionale. La recessione dei paesi dell’Europa meridionale, a partire dal 2008, non ha fatto altro che accelerare la grande trasformazione delle relazioni fra l’Angola e il Portogallo.

Nella seconda:

“Il Portogallo riveste un ruolo strategico per il potere angolano: permette all’élite economica e politica di prepararsi una via di fuga in caso di cambio di regime, e una parte delle sue ricchezze è custodita in Portogallo. Ma il paese serve anche al riciclaggio dei capitali angolani di dubbia provenienza”, riassume Jorge Costa del Blocco di sinistra, che a gennaio dovrebbe pubblicare un libro sui “padroni angolani del Portogallo”.

Un rapporto pubblicato nel 2011 dall’ong Global witness passa in rassegna i conti – particolarmente opachi – dell’industria petrolifera in Angola e afferma chiaramente che tra i registri tenuti dal ministero del petrolio e quelli del ministero delle finanze esiste una differenza di non meno di 87 milioni di barili di petrolio rispetto alla produzione complessiva dell’anno 2008. Questo è soltanto un esempio tra i tanti del fallimento delle istituzioni, che possono favorire prelievi illeciti di fondi pubblici.

Malgrado l’entità delle operazioni è già tanto se il dibattito scuote la scena portoghese. Il caso delle scuse diplomatiche di Rui Machete lo ha soltanto sfiorato e l’interessato ha finito per evitare le dimissioni. “Tutti i politici portoghesi, al potere o all’opposizione, hanno intrattenuto rapporti con le forze angolane, da un lato o dall’altro del conflitto”, precisa Pedro Rosa Mendes.

Il Movimento popolare di liberazione dell’Angola (Mpla), un tempo rigidamente marxista-leninista, ha aderito all’Internazionale socialista nel 2003. Intrattiene dunque rapporti stretti con i comunisti e i socialisti, ma anche con i socialdemocratici oggi al potere in Portogallo. “Col passare delle generazioni l’Mpla ha sempre saputo adeguarsi al contesto e cambiare alleanze a seconda delle evoluzioni politiche”, prosegue Pedro Rosa Mendes.

Secondo il resoconto di Jorge Costa dopo il ritorno del Portogallo alla democrazia nel 1974 26 ministri e segretari di stato hanno occupato o continuano a occupare poltrone nelle aziende angolane dopo essere passati attraverso un ministero pubblico. L’attuale primo ministro Pedro Passos Coelho ha trascorso parte della sua infanzia in Angola. La stampa portoghese fa anche congetture sull’esistenza di una “lobby angolana” all’interno del governo, costituita da vari ministri nati o cresciuti a Luanda.

In tutto questo contesto spicca l’assenza dell’Europa, sempre secondo Mediapart dettata da una precisa ragione:

Secondo l’eurodeputata socialista Ana Gomes l’Europa sarebbe addirittura complice di questa operazione: “L’austerità e i programmi di privatizzazione imposti a Lisbona dall’Europa hanno come effetto quello di aggravare la dipendenza del Portogallo dall’Angola. E non solo l’Europa non dice niente, ma addirittura spinge in questa stessa direzione”.

In ogni caso non ci si deve aspettare una reazione da parte della Commissione europea, tenuto conto delle elezioni europee dell’anno prossimo. José Manuel Barroso, a capo della commissione dal 2004, è stato uno dei primi ministri portoghesi più vicini a Dos Santos. Nel 2003 si era recato a Luanda in compagnia di dieci ministri. In qualità di presidente della Commissione ha effettuato una visita di due giorni in Angola nell’aprile 2012 per rafforzare la cooperazione dell’Ue con Luanda.

Nel 2003 Barroso è stato uno degli invitati d’onore al matrimonio di un’altra figlia del presidente angolano, Tchizé Dos Santos. Quest’ultima, più discreta della sorellastra Isabel, ha appena rilevato il 30 per cento di una società portoghese di spedizioni di frutta.

Il Portogallo torna a tremare

Ci eravamo quasi dimenticati del Portogallo e dei suoi problemi finanziari, concentrati come siamo sulla crisi di Cipro. Fino a che non è giunto un fulmine a ciel sereno a richiamare il nostro sguardo su questa sponda dell’Atlantico.

Nella notte del 5 aprile la Corte costituzionale di Lisbona ha respinto quattro delle nove misure di rigore approvate dal governo nell’ultima manovra economica. Questa decisione mette a rischio i 78 miliardi di euro di aiuti economici (pari al 50% del PIL, di cui 61 già erogati) promosso in favore del Paese dalle istituzioni internazionali.
I giudici hanno impiegato 3 mesi a deliberare l’illegittimità delle misure, tra le quali spiccano i tagli alle pensioni e agli stipendi dei dipendenti pubblici (entrambi di circa il 6,4% annuo), nonché i tagli alle indennità per i disoccupati e per i malati. Secondo Diario Economico, un influente quotidiano nazionale del settore, la decisione della corte ha aperto un buco di bilancio da circa 1,3 miliardi – su un totale di 5 miliardi presenti nella manovra – che sarà necessario coprire in un mese di tempo.

Per tutta risposta, il primo ministro Pedro Passos Coelho – del Partito Social Democratico (PSD) di centrodestra – si prepara ad annunciare una nuova serie di tagli alla spesa pubblica. Inoltre dovrà cercare nuove misure di compensazione e dovrà farlo con gli istituti di credito.
Ma quanto rischia chi dice no all’austerity? Se lo domanda Fabrizio Goria su Linkiesta:

La decisione della Corte costituzionale lusitana è destinata a fare la storia dell’austerity in Europa. Il premier socialdemocratico Pedro Passos Coelho si trova di fronte a una scelta difficile. Andare avanti con le misure finora introdotte o rinegoziare l’intero pacchetto di salvataggio con l’Ue.

La posizione della Commissione europea è chiara. Nessun deragliamento dall’attuale programma di misure economiche. Il Portogallo, in altre parole, deve continuare su questa linea.

La sostenibilità del debito portoghese è precaria. Senza un’estensione dei termini per il rientro del deficit, Lisbona potrebbe essere costretta a richiedere un altro pacchetto di aiuto. A dirlo con certezza, pochi giorni fa, è stato il numero uno della Banca centrale nazionale Carlos da Silva Costa. «Il Portogallo ha bisogno di trovare la sua via, ma questa passa anche da un allentamento dei cordoni sul deficit, dato che gli sforzi sono stati già ampi», ha detto Costa. Il disavanzo sta infatti calando meno del previsto. Secondo i dati della Commissione Ue, il 2011 si è chiuso con un deficit del 4,4%, mentre l’anno scorso è stato del 5 per cento. Per il 2013 non ci saranno miglioramenti significativi: il deficit sarà del 4,9% del Pil. Il rischio, però, è che la decisione della Corte costituzionale possa peggiorare una situazione che è già deteriorata rispetto agli ultimi mesi.

Quello che succederà nei prossimi giorni sarà cruciale per il Paese. «È facile che il governo portoghese decida di introdurre nuove tasse al fine di coprire le lacune, ma così aggraverebbe solo la recessione», spiega in una nota Goldman Sachs. E come ricorda Frederik Ducrozet, senior economist di Crédit Agricole, lo spazio di manovra del governo lusitano è limitato, dato che la Corte costituzionale ha imposto a Coelho di non introdurre nuove tasse. Via libera ai taglio strutturali, quindi. L’obiettivo è ottenere i due miliardi di euro della tranche di aiuti entro maggio. Una meta forse troppo ambiziosa.

Secondo Jornal de Negócios , un lato positivo nella vicenda c’è: se da un lato Passos Coelho (che dopo la sentenza non si è dimesso, nonostante le pressanti richiesta in tal senso) sarà costretto a ridurre ulteriormente la spesa pubblica, dall’altro le misure che si appresta a varare rappresentano un’occasione unica per procedere a una vera rifondazione dello Stato:

Passos Coelho ha voluto che il programma di aggiustamento fosse la strada per riformare lo stato e creare le istituzioni di una società più moderna, in una cultura di concorrenza e in un’economia di uguaglianza di diritti e di possibilità. Ma non ci è riuscito perché non ha mai cercato di farlo, invece di andare avanti si è limitato ad aspettare il ritorno del mercato.
Ancora non sappiamo che cosa vuole il governo in materia di riforma dello stato. Sappiamo che si dovranno tagliare le spese, ma l’obiettivo di ridurle di 2,5 miliardi di euro nel 2014 per un totale di cinque miliardi entro il 2015 è diventato politicamente e socialmente impossibile. Il governo ci sarebbe riuscito senza il suo fallimento davanti alla corte costituzionale?
Il paese non vuole altre tasse e non vuole neppure dei tagli alla spesa pubblica, perché ha capito che questo significherà dei tagli agli stipendi e alle pensioni.

Una cosa è certa: l‘austerità non ha pagato. Il Pil è sceso, lo scorso anno, del 3,2%; le proiezioni per il 2013 annunciano il terzo anno di recessione con un ulteriore -2,3%. La disoccupazione, già a livelli record (17,5%), è prevista in aumento al 18,5% per il 2014.
Per Lisbona è ancora notte fonda.

Spagna e Portogallo, da colonizzatori a colonie. Grazie alla crisi.

Una volta i flussi migratori si dirigevano dalle colonie verso i Paesi che ne furono la madrepatria. I capitali, invece, seguivano il percorso inverso: le industrie nazionali investivano nelle economie emergenti, sfruttando le opportunità (basso costo del lavoro, materie prime, ecc.) offerte dalle loro economie in crescita.
Oggi la musica è cambiata: i flussi migratori si sono rovesciati, e così sono i talenti del Vecchio Continente, lasciati senza prospettive nelle nostre lande, ad emigrare verso il Nuovo mondo, e non più viceversa. I capitali, al contrario, da qui affluiscono copiosi per sostenere le esangui economie mediterranee.
Spagna e Portogallo sono l’esempio più lampante di questa nuova tendenza. La crisi economica ha invertito i ruoli tra colonizzati e colonizzatori. Una versione moderna della (ri)colonizzazione in cui la storia sta decretando la rivincita di quelli su questi.

Spagna

La stampa spagnola parli addirittura di “esodo” per descrivere il fenomeno della migrazione dei giovani (e non solo) iberici in terra argentina: nel 2011 50mila persone hanno lasciato la madrepatria per raggiungere l’ex colonia. All’inizio di quest’anno il Wall Street Journal segnalava che nel 2011 per la prima volta negli ultimi vent’anni la Spagna ha registrato più partenze che arrivi – in altre parole gli emigranti hanno superato gli immigrati -, e che secondo i sondaggi il 62% degli oltre cinque milioni di spagnoli oggi senza lavoro sarebbero disposti a lasciare il Paese pur di ottenerne uno. Linkiesta aggiunge che Nei primi tre mesi di quest’anno il saldo negativo si rafforza. Sono stati infatti in 132.000 ad andarsene poco più di 100.000 ad arrivare: il primo paese di destinazione è sì il Regno Unito, seguito da Francia, Stati Uniti e Germania, ma le tendenze emergenti sembrano essere altre: Ecuador (+36%), Perù (+16%), Colombia (+11%) e Cile (+10%). Un vero e proprio ritorno alle ex colonie, soprattutto nei settori edili e dell’estrazione mineraria, ma che coinvolge anche i cosiddetti cervelli in fuga.
Secondo l’OCSE, accade addirittura che cittadini originariamente argentini, emigrati in Europa durante la crisi del 2001 e naturalizzati spagnoli, stiano ora facendo ritorno a Buenos Aires e dintorni. L’inquietudine riguarda anche il numero complessivo della popolazione spagnola destinata a ridursi, nei prossimi dieci anni, dagli attuali 47 milioni a poco più di 45.
Per Maurizio Stefanini su Limes racconta come al XXII Vertice Ibero-Americano il governo di Mariano Rajoy ha chiesto di facilitare l’emigrazione dei giovani spagnoli verso l’America Latina, esortando le multinazionali della regione ad investire in Spagna:

Il dato piuttosto imbarazzante sia per la Spagna che per il Portogallo è che ormai questo vertice non rappresenta più tanto un’occasione per offrire aiuto ai paesi latinoamericani, bensì per chiederlo. Clamorose, in particolare, le interviste con cui Jesús Gracia, sottosegretario alla Cooperazione e per l’Iberoamerica nel governo Rajoy, ha chiesto di “rendere più facile l’emigrazione dei giovani spagnoli nell’Iberoamerica”. “Di fronte alla crisi spagnola, molti ibero-americani stanno tornando ai loro paesi, con alcune capacità che prima non avevano, accompagnati da giovani spagnoli con buona formazione che cercano un’opportunità di impiego. Non va visto come un dato negativo. Si stanno sviluppando nuove forme di emigrazione per rendere più facile l’inserimento lavorativo. C’è un deficit di tecnici specializzati in paesi come Colombia, Perù o Brasile dove possono essere i benvenuti”.
Nel 2012, circa 50 mila spagnoli sono emigrati: 9 mila sono andati in America Latina, il cui pil a livello regionale dovrebbe crescere del 3,2% nel 2012 e del 4% nel 2013; nel 2006 solo 3600 spagnoli erano emigrati qui. L’impressione è che stia per scatenarsi un’ondata.
Rajoy ha chiesto “regole del gioco chiare” per le imprese spagnole che investono in America Latina, al fine di evitare nuovi casi Ypf. A tutt’oggi, le imprese spagnole quotate in Borsa hanno fatturato in America Latina 115 miliardi di euro, pari a un quarto della propria cifra di affari. Il premier spagnolo ha inoltre esortato lemultilatinas – le nuove multinazionali latino-americane, che quasi in contemporanea si riunivano in un forum a Bogotá – a investire in Spagna. “Se nel passato l’America Latina è stata un’opportunità per l’Europa, adesso l’Europa è un’opportunità per l’America Latina”.Dulcis in fundo, la Spagna sta chiedendo di essere ammessa all’Unasur.
Stiamo assistendo a un capovolgimento di prospettive di dimensioni epocali. Il prossimo appuntamento sarà a Panama, il 18 e 19 ottobre 2013, nel 500esimo anniversario dalla scoperta del Pacifico proprio da parte dei Conquistadores arrivati nel territorio dell’Istmo.

Portogallo

Lisbona non se la passa tanto meglio. Dal 2009 a oggi, 440 mila persone hanno lasciato il Portogallo, spinti da un tasso di disoccupazione altissimo – 13,6 percento nel 2011 – e da un’economia in pieno stallo. Solo nell’ultimo anno 70.000 lusitani hanno preso il volo per il Brasile attratti dalle opportunità di lavoro offerte in ragione dei massicci investimenti intrapresi per la Coppa del Mondo 2014 (500 miliardi di dollari, più del doppio dell’intero PIL di Lisbona).
Qualcuno ha optato anche per l’Angola: nel 2007 solo 156 portoghesi hanno chiesto un visto per l’Angola. Nel 2010 il loro numero è salito a 23.787. Luanda è sì una delle capitali più care al mondo, in stridente contrasto con l’infima qualità della vita, ma se in Portogallo lo stipendio di un ingegnere civile non raggiunge i mille euro, laggiù lo stesso ingegnere può arrivare a guadagnare quattro volte tanto.
Anche il Mozambico è una destinazione ambita: nel 2010, infatti, il Paese ha rilasciato quasi 12 mila permessi di residenza a cittadini portoghesi, il 13% in più dell’anno precedente. Il numero di residenti conta oggi 21 mila portoghesi e continua ad aumentare.
E poi c’è Macao, la Las Vegas del mondo lusofono.
Panorama riporta alcuni dati:

Il contatore dell’emigrazione corre al ritmo di circa 40 mila persone l’anno e il numero di cittadini portoghesi registrati in Angola, il più grande produttore di petrolio in Africa dopo la Nigeria, è cresciuto del 64% nel 2010, arrivando da quasi 92 mila presenze.
Il Mozambico segna +23% sul 2008 e il Brasile + 9%, con oltre 705 mila persone coinvolte. Il Primo Ministro Pedro Passos Coelho, consapevole del peso crescente dei sussidi di disoccupazione sugli sforzi per tagliare le spese e raggiungere i rigorosi obiettivi di bilancio stabiliti dal piano di salvataggio, ha invitato gli insegnanti disoccupati a prendere in considerazione le alternative in tutto il mercato di lingua portoghese.

Linkiesta aggiunge che inversione dei ruoli non riguarda solo il mercato del lavoro:

In cambio dei fondi concessi nel maggio del 2011 per evitare il default, 78 miliardi di euro, Europa e Fmi hanno imposto a Lisbona alcune condizioni, compresa una massiccia dose di privatizzazioni, a partire dalla Edp (Energias de Portugal) e dalla Ren (Reds Energéticas Nacionais). Sulla lista dei compratori l’Angola è in prima fila. Il campione degli investimenti esteri di Luanda è la Sonangol, il gigante petrolifero nazionale, che ha già una partecipazione del 14 per cento nella più grande banca privata portoghese, la Millennium Bcp. All’inizio del 2011 ha comprato una fetta della Escom Investments, del Grupo Espirito Santo, e adesso ambisce ad entrare nella Galp, la compagnia energetica statale di Lisbona.
Se in precedenza erano le banche portoghesi a dominare il mercato di Luanda, l’ex colonia è diventata colonizzatrice anche in ambito finanziario. Isabel dos Santos non è soltanto la quarantenne figlia del presidente angolano. È la manager che ha conquistato le cronache di Forbes grazie alle sue scorribande economiche. Dal 2008 è azionista di Portugal Telecom e fa parte del cda della Edp, del Banco Português de Investimento e del Banco Espirito Santo. Nel 2010 la sua Kento Holding ha comprato il dieci per cento di Zon Multimedia, leader nel mercato della pay tv e secondo provider internet portoghese. L’angolana Bic, di cui possiede una quota, ha comprato il Banco Português de Negócios – che era stato nazionalizzato nel 2008 in seguito a problemi finanziari – per una cifra molto inferiore a quella inizialmente richiesta.
In questo momento è Luanda a fare la voce grossa.

E la voce grossa, l’Angola, la fa davvero. Forte dei capitali investiti a Lisbona e attraverso l’influenza dell’onnipotente Sonangol, il regime di Luanda riesce a condizionare la libertà di stampa all’interno dell’ex madrepatria, al punto da far “dimenticare” ai media lusitani che l’Angola, dopo tutto, è e rimane un Paese non democratico. Ma non è il momento per le critiche: il Portogallo ha bisogno di soldi e di esportare beni, l’Angola, invece, di soldi ne ha a palate ma ha bisogno di tutto il resto. Domanda e offerta si incontrano, e così la situazione sociopolitica dell’ex colonia, sulla stampa portoghese, diventa un tabù.
Oggi 
i rapporti di forza sono questi.

Senza una visione politica l’Europa non avrà futuro

Per l’Europa, il 12 settembre 2012 sarà giustamente ricordato come un mercoledì da leoni.
A Karlsruhe, la Corte costituzionale tedesca ha pronunciato il proprio (seppur condizionato) al Fondo salva Stati e al Patto di Bilancio – qui il dispositivo.
Qualche centinaio di km più in là, in Olanda, nelle elezioni anticipate i conservatori liberali del premier uscente Mark Rutte l’hanno spuntata d’uno o due seggi sui laburisti di Diederik Samson; dopo avere polemizzato per tutta la campagna, i due leader dovranno ora formare un governo di coalizione filoeuropeo.
Due successi dai quali l’Unione Europea esce più forte e più legittimata, democraticamente e giuridicamente.
C’è un ulteriore effetto positivo: secondo l’ultima disanima mensile di J.P. Morgan, l’esposizione dei Money market fund  statunitensi - i primi a fuggire - sull’Eurozona è aumentata sia in luglio sia in agosto. Potrebbe essere un fuoco di paglia, ma si tratta di un segno tangibile che lentamente, la fiducia nella moneta unica sta tornando. E J.P. Morgan conclude: “Ora tocca ai politici europei dare un seguito alle decisioni della Bce“.

Ed eccoci al punto dolente.
La sentenza di Karlsruhe ha chiuso la prima fase del salvataggio dell’Eurozona: quella finanziaria. Ora si apre però la seconda, ben più impegnativa: quella politica. Una battaglia che dalle istituzioni finanziarie si estende ai governi e alle urne in cui (in italia e soprattutto in Germania) già dal prossimo anno le democrazie saranno chiamate a decidere il futuro del continente. E che in pratica consisterà nel convincere le forze politiche nazionali ad accettare la cessione di sovranità necessaria al nuovo assetto dell’UE.
Secondo Repubblica si estenderà su tre livelli, di cui il più importante (dopo la politica economiche e le politiche nazionali) è quello della politica europea:

È il più complesso. Ieri la Commissione ha presentato la sua proposta per affidare la sorveglianza delle seimila banche dell´Unione alla Bce. È il primo passo dell´Unione bancaria, ma è un passo che non piace ai tedeschi. Sempre ieri, davanti al Parlamento europeo, Barroso ha indicato il futuro dell´Europa in una «federazione di stati nazione», che non piace ai francesi. A ottobre, i capi di governo dovranno dare una prima valutazione del progetto sull´ulteriore integrazione che sarà presentato da Van Rompuy, Draghi, Barroso e Juncker. Esso prevederà riforme che si potranno fare a trattati costanti, ma anche obiettivi e tabella di marcia per una modifica dei trattati che dovrà portare all´unione di bilancio e ad una vera e propria unione politica.
La coesistenza e la confusione di sovranità nazionali e sovranità europea è un problema sempre più grave che va risolto per il bene della democrazia stessa. Lo dimostra la sentenza di ieri, che ha tenuto trecento milioni di europei appesi alla decisione di otto giudici nominati dai Lander tedeschi.
Dopo aver salvato la moneta, insomma, ora bisogna salvare l´Europa conferendole quella sovranità che ancora non possiede.

Senza questo passo, l’Europa non ha futuro. Secondo Fabrizio Goria su Linkiesta:

Certo, ora l’Europa ha uno strumento capace di intervenire sui mercati finanziari, lo Esm, in caso manchi la fiducia. Ma cosa significa quando “manca la fiducia”? Molto semplicemente, nessun investitore vuole prestare soldi ai Paesi dell’eurozona. E in questo momento, la scelta è quella di fare training autogeno. «Tutto va bene», sembrano ripetersi i politici europei, incuranti degli effetti sociali della crisi e della pesantezza della recessione che sta flagellando il Club Med dell’eurozona (e non solo). La Banca centrale europea (Bce) potrà sostenere gli Stati comprando i loro bond governativi tramite le Outright monetary transaction. Ma questo non vuol dire che la desertificazione dei mercati obbligazionari terminerà domani. Anzi. Gli investitori lavorano nel lungo termine: se vedono che ci sono misure e riforme credibili, capaci di dare i loro frutti non fra due ma fra dieci anni, investono. In alternativa, sfruttano la volatilità per guadagnare sia una fase sia nell’altra.

I trattati saranno cambiati, l’eurozona difficilmente rimarrà con questa struttura, ma rimane un problema di fondo. Come conciliare il concetto di federazione di Stati con 500 milioni di persone? L’eurozona ha 17 Paesi, 17 economie, 17 storie diverse e 17 interessi nazionali diversi. L’Europa ne ha ancora di più. Come mi dice un altro funzionario, questa volta francese, «è facile parlare, è difficile agire». E questo lo si è visto con la Grecia.

Secondo Eric Maurice, direttore di Presseurop:

Per permettere alla politica di riacquisire i suoi diritti, i leader europei dovranno dimostrare un po’ più di fermezza nelle loro decisioni e una visione più chiara del futuro. Altrimenti dovremo abituarci a seguire ogni mese la conferenza stampa di Draghi [considerato ormai il deus ex machina della moneta unica].

C’è però un paradosso, evidenziato da El Pais. L’8 settembre, nel corso dell’ultimo forum Ambrosetti, il premier Monti e il presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy hanno lanciato l’idea di un vertice straordinario a Roma. In questa occasione si parlerà del futuro dell’idea europea e si rifletterà sui mezzi per combattere il populismo e l’euroscetticismo. Peccato che Monti e Von Rompuy non siano altro che due politici non eletti che credono di poter combattere idee sempre più diffuse e popolari con l’ennesima riunione elitaria. L’ultima di una lunga – e inconcludente – lista da due anni a questa parte.
Benché l’intento sia lodevole, è il mezzo ad essere sbagliato. La conclusione, secondo il quotidiano spagnolo, è che:

è importante parlare di politica e difendere il progetto di integrazione non solo contro gli attacchi dei mercati, ma anche contro la disaffezione dei cittadini. Ma come colmare il vuoto di legittimità che spiana la strada al populismo? La loro iniziativa può rivelarsi pericolosa se si limiterà a combattere delle posizioni politiche perfettamente democratiche, mentre loro stessi hanno una legittimità fragile e indiretta.
Lo scetticismo, che era finora il nemico principale dei sostenitori di un’Europa unita, si rivela essere una componente importante del dibattito europeo: se gli fosse stato accordato uno spazio maggiore nei dibattiti fondamentali degli ultimi venti anni si sarebbero potuti correggere alcuni errori di concezione del progetto di integrazione, risparmiandoci una parte dei problemi attuali.
Invece di criticare i populisti e gli euroscettici, i responsabili dell’Ue dovrebbero sforzarsi di far tacere le critiche migliorando la qualità democratica del sistema. Sul lungo periodo sarebbe triste se i democratici ci dovessero obbligare a scegliere fra populisti eletti e tecnocrati europeisti.

Di certo, l’ultrarigorismo di Berlino non aiuta. La proposta tedesca per il bilancio UE 2014-2020 (che in gergo comunitario si chiama multiannual financial framework) si inserisce su questa linea. Essa prevede, tra le altre cose: niente sconti, neanche per i paesi più in difficoltà come la Grecia; il passaggio dal finanziamento a fondo perduto per le regioni più deboli a veri e propri prestiti, da restituire; e che “in futuro ogni regione beneficiaria sottoponga una strategia di crescita”. Il solito copione di “sangue, sudore e lacrime“, come la proposta è stata ribattezzata da un diplomatico europeo citato dal sito Euractiv.
L’obiettivo di Berlino è evitare abusi e ridurre i poteri della Commissione Europea. Di fatto, sarà un ostacolo in più verso ogni forma di cooperazione tra gli Stati, oltreché verso la ripresa economica di quella più deboli. Come il Portogallo, a cui la Troika ha “benevolmente” offerto più tempo per far quadrare i conti in cambio di maggiori sacrifici. O la maltrattata Grecia, per la quale non è esclusa una seconda ristrutturazione del debito – e che adesso vuole mettere i puntini sulle i con Berlino, minacciando di chiedere ai tedeschi un risarcimento da 300 miliardi di euro per le distruzioni della Seconda Guerra Mondiale.
Come si può sperare che l’Europa faccia dei passi avanti se oggi i singoli governi arrivano al punto di rivangare fatti accaduti settent’anni fa? E come sì può sperare che i governi dell’Eurozona lavorino insieme per un’Europa più unita, se gli Stati più deboli devono finanziarsi sui mercati a tassi insostenibili a causa delle regole imposte da quelli più forti, che viceversa prendono il denaro in prestito a costi poco più che simbolici? E’ soprattutto questo a ricordarci che, con il mercoledì da leoni alle spalle, gli altri giorni dell’Europa sono e restano sempre uguali.

L’Europa è una torta che la Cina sta mangiando fetta dopo fetta

La Cina deve investire la sue riserve valutarie (3.200 mld dollari) e il debito americano non le basta più. Dopo anni di acquisti di Treasury Bond, Pechino ha preso di mira l’Europa.
Poi si è lanciata alla caccia di public utilities, avvantaggiata dalla crisi che ha reso possibili fusioni e acquisizioni a prezzi ridotti e ha quasi azzerato la forza contrattuale dei Paesi più indebitati.
Ai governanti va bene così: messi in difficoltà dall’opinione pubblica e più interessati alle prossime elezioni che alle future generazioni, gli esecutivi del Vecchio Continente accolgono giulivi i denari che da Pechino arrivano copiosi, tralasciando il fatto che in questo modo stanno svendendo l’avvenire di quei Paesi che in teoria sarebbero chiamati a salvaguardare.

Il Portogallo è l’esempio più lampante di questa scarsa lungimiranza strategica dettata dallo stato di necessità. Lo scorso anno destò molto stupore la notizia che i cinesi stavano effettuando massicci investimenti in titoli pubblici di Lisbona (qui, qui e qui).
In maggio il Portogallo è stato salvato dalla bancarotta attraverso un prestito di 78 miliardi di euro da parte dell’Unione europea e del Fondo Monetario Internazionale, in cambio di un programma di austerity che comprendeva tagli alla spesa pubblica e privatizzazioni di asset statali. La Cina non ha perso tempo e, forte della crescente quota di debito (e di sovranità) portoghese in suo possesso, si è fiondata sul banchetto di privatizzazioni. Nonostante ciò, tra banche in rosso e spread alle stelle, Lisbona è ormai ad un passo del baratro, e per salvarsi cerca di fare cassa svendendo le proprie aziende di servizi.
Giovedì scorso la China State Grid è diventata socio di riferimento della rete elettrica portoghese, dopo che il governo le ha ceduto una quota del 40% per 592 milioni di euro, circa 150 milioni in più rispetto al prezzo di mercato.
L’operazione fa il paio con un’altra, nel mese di dicembre, nella quale Lisbona ha venduto il 21,35% di Energias de Portugal (EDP) alla Three Gorges Corp. per 2,7 miliardi di euro (50% di più del prezzo di mercato).
E si tratta solo delle prime mosse di un più vasto piano di sostegno dell’economia lusitana, che potrebbe portare altri 8 miliardi di ulteriori investimenti.

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Il fondo di stabilità europeo potrebbe non garantire l’equilibrio dell’area euro

articolo di Paolo Manasse illustra le ambiguità e le contraddizioni conseguenti alla nascita del Fondo di stabilità europeo (European Stability Mechanism), che sarà operativo dal 2013 per salvaguardare l’equilibrio finanziario dell’area euro.
Nato per risolvere i problemi delle economie più deboli del continente, c’è il rischio che finisca per aggravarli. I motivi sono diversi.
Innanzitutto, per la dotazione insufficiente e tardiva. Ammonta a 700 miliardi per una capacità di erogazione di 500, ma i Paesi dell’euro ne sborseranno effettivamente solo ottanta, dilazionati in cinque rate annuali, e solo a partire dal 2013. Il resto sarà sottoscritto sotto forma di garanzia. Questo nonostante solo nell’anno in corso verranno a scadere circa 502 miliardi di debito di Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna e Italia, e che i requisiti finanziari della sola Spagna fino al 2013, secondo le stime di Citibank, sono quantificati nella cifra di 470 miliardi. E’ vero che gli accordi prevedono la possibilità di accelerare i versamenti del fondo in caso di crisi prima del 2013, ma permangono molte incertezze circa la tempestività e la misura degli interventi, col rischio di abbandonare la moneta unica e i debiti sovrani in balia della speculazione.
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L’Europa senza Unione

La mancata intesa tra Commissione e Parlamento sull’approvazione della finanziaria 2011 è frutto di uno scontro aperto tra gli stati, prima ancora che tra istituzioni comunitarie. L’esercizio provvisorio del bilancio, nel caso non si trovasse un compromesso, comporterebbe gravi perdite per tutti, compresi i membri refrattari all’accordo. L’Italia ormai asservita alla tutela di interessi di pochi ha un ruolo sempre più marginale in ambito comunitario. La questione del brevetto europeo come emblema della divisione all’interno della Ue. Bruxelles fa pressioni su Dublino affinché accetti l’aiuto comunitario, ma anche la pur fiera Londra non naviga in buone acque.

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