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Ci eravamo quasi dimenticati del Portogallo e dei suoi problemi finanziari, concentrati come siamo sulla crisi di Cipro. Fino a che non è giunto un fulmine a ciel sereno a richiamare il nostro sguardo sulla sponda dell’Atlantico.

Nella notte del 5 aprile la Corte costituzionale di Lisbona ha respinto quattro delle nove misure di rigore approvate dal governo nell’ultima manovra economica. Questa decisione mette a rischio i 78 miliardi di euro di aiuti economici (pari al 50% del PIL, di cui 61 già erogati) promosso in favore del Paese dalle istituzioni internazionali.
I giudici hanno impiegato 3 mesi a deliberare l’illegittimità delle misure, tra le quali spiccano i tagli alle pensioni e agli stipendi dei dipendenti pubblici (entrambi di circa il 6,4% annuo), nonché i tagli alle indennità per i disoccupati e per i malati. Secondo Diario Economico, un influente quotidiano nazionale del settore, la decisione della corte ha aperto un buco di bilancio da circa 1,3 miliardi – su un totale di 5 miliardi presenti nella manovra – che sarà necessario coprire in un mese di tempo.

Per tutta risposta, il primo ministro Pedro Passos Coelho – del Partito Social Democratico (PSD) di centrodestra – si prepara ad annunciare una nuova serie di tagli alla spesa pubblica. Inoltre dovrà cercare nuove misure di compensazione e dovrà farlo con gli istituti di credito.
Ma quanto rischia chi dice no all’austerity? Se lo domanda Fabrizio Goria su Linkiesta:

La decisione della Corte costituzionale lusitana è destinata a fare la storia dell’austerity in Europa. Il premier socialdemocratico Pedro Passos Coelho si trova di fronte a una scelta difficile. Andare avanti con le misure finora introdotte o rinegoziare l’intero pacchetto di salvataggio con l’Ue.

La posizione della Commissione europea è chiara. Nessun deragliamento dall’attuale programma di misure economiche. Il Portogallo, in altre parole, deve continuare su questa linea.

La sostenibilità del debito portoghese è precaria. Senza un’estensione dei termini per il rientro del deficit, Lisbona potrebbe essere costretta a richiedere un altro pacchetto di aiuto. A dirlo con certezza, pochi giorni fa, è stato il numero uno della Banca centrale nazionale Carlos da Silva Costa. «Il Portogallo ha bisogno di trovare la sua via, ma questa passa anche da un allentamento dei cordoni sul deficit, dato che gli sforzi sono stati già ampi», ha detto Costa. Il disavanzo sta infatti calando meno del previsto. Secondo i dati della Commissione Ue, il 2011 si è chiuso con un deficit del 4,4%, mentre l’anno scorso è stato del 5 per cento. Per il 2013 non ci saranno miglioramenti significativi: il deficit sarà del 4,9% del Pil. Il rischio, però, è che la decisione della Corte costituzionale possa peggiorare una situazione che è già deteriorata rispetto agli ultimi mesi.

Quello che succederà nei prossimi giorni sarà cruciale per il Paese. «È facile che il governo portoghese decida di introdurre nuove tasse al fine di coprire le lacune, ma così aggraverebbe solo la recessione», spiega in una nota Goldman Sachs. E come ricorda Frederik Ducrozet, senior economist di Crédit Agricole, lo spazio di manovra del governo lusitano è limitato, dato che la Corte costituzionale ha imposto a Coelho di non introdurre nuove tasse. Via libera ai taglio strutturali, quindi. L’obiettivo è ottenere i due miliardi di euro della tranche di aiuti entro maggio. Una meta forse troppo ambiziosa.

Secondo Jornal de Negócios , un lato positivo nella vicenda c’è: se da un lato Passos Coelho (che dopo la sentenza non si è dimesso, nonostante le pressanti richiesta in tal senso) sarà costretto a ridurre ulteriormente la spesa pubblica, dall’altro le misure che si appresta a varare rappresentano un’occasione unica per procedere a una vera rifondazione dello Stato:

Passos Coelho ha voluto che il programma di aggiustamento fosse la strada per riformare lo stato e creare le istituzioni di una società più moderna, in una cultura di concorrenza e in un’economia di uguaglianza di diritti e di possibilità. Ma non ci è riuscito perché non ha mai cercato di farlo, invece di andare avanti si è limitato ad aspettare il ritorno del mercato.
Ancora non sappiamo che cosa vuole il governo in materia di riforma dello stato. Sappiamo che si dovranno tagliare le spese, ma l’obiettivo di ridurle di 2,5 miliardi di euro nel 2014 per un totale di cinque miliardi entro il 2015 è diventato politicamente e socialmente impossibile. Il governo ci sarebbe riuscito senza il suo fallimento davanti alla corte costituzionale?
Il paese non vuole altre tasse e non vuole neppure dei tagli alla spesa pubblica, perché ha capito che questo significherà dei tagli agli stipendi e alle pensioni.

Una cosa è certa: l‘austerità non ha pagato. Il Pil è sceso, lo scorso anno, del 3,2%; le proiezioni per il 2013 annunciano il terzo anno di recessione con un ulteriore -2,3%. La disoccupazione, già a livelli record (17,5%), è prevista in aumento al 18,5% per il 2014.
Per Lisbona è ancora notte fonda.

Una volta i flussi migratori si dirigevano dalle colonie verso i Paesi che ne furono la madrepatria. I capitali, invece, seguivano il percorso inverso: le industrie nazionali investivano nelle economie emergenti, sfruttando le opportunità (basso costo del lavoro, materie prime, ecc.) offerte dalle loro economie in crescita.
Oggi la musica è cambiata: i flussi migratori si sono rovesciati, e così sono i talenti del Vecchio Continente, lasciati senza prospettive nelle nostre lande, ad emigrare verso il Nuovo mondo, e non più viceversa. I capitali, al contrario, da qui affluiscono copiosi per sostenere le esangui economie mediterranee.
Spagna e Portogallo sono l’esempio più lampante di questa nuova tendenza. La crisi economica ha invertito i ruoli tra colonizzati e colonizzatori. Una versione moderna della (ri)colonizzazione in cui la storia sta decretando la rivincita di quelli su questi.

Spagna

La stampa spagnola parli addirittura di “esodo” per descrivere il fenomeno della migrazione dei giovani (e non solo) iberici in terra argentina: nel 2011 50mila persone hanno lasciato la madrepatria per raggiungere l’ex colonia. All’inizio di quest’anno il Wall Street Journal segnalava che nel 2011 per la prima volta negli ultimi vent’anni la Spagna ha registrato più partenze che arrivi – in altre parole gli emigranti hanno superato gli immigrati -, e che secondo i sondaggi il 62% degli oltre cinque milioni di spagnoli oggi senza lavoro sarebbero disposti a lasciare il Paese pur di ottenerne uno. Linkiesta aggiunge che Nei primi tre mesi di quest’anno il saldo negativo si rafforza. Sono stati infatti in 132.000 ad andarsene poco più di 100.000 ad arrivare: il primo paese di destinazione è sì il Regno Unito, seguito da Francia, Stati Uniti e Germania, ma le tendenze emergenti sembrano essere altre: Ecuador (+36%), Perù (+16%), Colombia (+11%) e Cile (+10%). Un vero e proprio ritorno alle ex colonie, soprattutto nei settori edili e dell’estrazione mineraria, ma che coinvolge anche i cosiddetti cervelli in fuga.
Secondo l’OCSE, accade addirittura che cittadini originariamente argentini, emigrati in Europa durante la crisi del 2001 e naturalizzati spagnoli, stiano ora facendo ritorno a Buenos Aires e dintorni. L’inquietudine riguarda anche il numero complessivo della popolazione spagnola destinata a ridursi, nei prossimi dieci anni, dagli attuali 47 milioni a poco più di 45.
Per Maurizio Stefanini su Limes racconta come al XXII Vertice Ibero-Americano il governo di Mariano Rajoy ha chiesto di facilitare l’emigrazione dei giovani spagnoli verso l’America Latina, esortando le multinazionali della regione ad investire in Spagna:

Il dato piuttosto imbarazzante sia per la Spagna che per il Portogallo è che ormai questo vertice non rappresenta più tanto un’occasione per offrire aiuto ai paesi latinoamericani, bensì per chiederlo. Clamorose, in particolare, le interviste con cui Jesús Gracia, sottosegretario alla Cooperazione e per l’Iberoamerica nel governo Rajoy, ha chiesto di “rendere più facile l’emigrazione dei giovani spagnoli nell’Iberoamerica”. “Di fronte alla crisi spagnola, molti ibero-americani stanno tornando ai loro paesi, con alcune capacità che prima non avevano, accompagnati da giovani spagnoli con buona formazione che cercano un’opportunità di impiego. Non va visto come un dato negativo. Si stanno sviluppando nuove forme di emigrazione per rendere più facile l’inserimento lavorativo. C’è un deficit di tecnici specializzati in paesi come Colombia, Perù o Brasile dove possono essere i benvenuti”.
Nel 2012, circa 50 mila spagnoli sono emigrati: 9 mila sono andati in America Latina, il cui pil a livello regionale dovrebbe crescere del 3,2% nel 2012 e del 4% nel 2013; nel 2006 solo 3600 spagnoli erano emigrati qui. L’impressione è che stia per scatenarsi un’ondata.
Rajoy ha chiesto “regole del gioco chiare” per le imprese spagnole che investono in America Latina, al fine di evitare nuovi casi Ypf. A tutt’oggi, le imprese spagnole quotate in Borsa hanno fatturato in America Latina 115 miliardi di euro, pari a un quarto della propria cifra di affari. Il premier spagnolo ha inoltre esortato lemultilatinas - le nuove multinazionali latino-americane, che quasi in contemporanea si riunivano in un forum a Bogotá – a investire in Spagna. “Se nel passato l’America Latina è stata un’opportunità per l’Europa, adesso l’Europa è un’opportunità per l’America Latina”.Dulcis in fundo, la Spagna sta chiedendo di essere ammessa all’Unasur.
Stiamo assistendo a un capovolgimento di prospettive di dimensioni epocali. Il prossimo appuntamento sarà a Panama, il 18 e 19 ottobre 2013, nel 500esimo anniversario dalla scoperta del Pacifico proprio da parte dei Conquistadores arrivati nel territorio dell’Istmo.

Portogallo

Lisbona non se la passa tanto meglio. Dal 2009 a oggi, 440 mila persone hanno lasciato il Portogallo, spinti da un tasso di disoccupazione altissimo – 13,6 percento nel 2011 – e da un’economia in pieno stallo. Solo nell’ultimo anno 70.000 lusitani hanno preso il volo per il Brasile attratti dalle opportunità di lavoro offerte in ragione dei massicci investimenti intrapresi per la Coppa del Mondo 2014 (500 miliardi di dollari, più del doppio dell’intero PIL di Lisbona).
Qualcuno ha optato anche per l’Angola: nel 2007 solo 156 portoghesi hanno chiesto un visto per l’Angola. Nel 2010 il loro numero è salito a 23.787. Luanda è sì una delle capitali più care al mondo, in stridente contrasto con l’infima qualità della vita, ma se in Portogallo lo stipendio di un ingegnere civile non raggiunge i mille euro, laggiù lo stesso ingegnere può arrivare a guadagnare quattro volte tanto.
Anche il Mozambico è una destinazione ambita: nel 2010, infatti, il Paese ha rilasciato quasi 12 mila permessi di residenza a cittadini portoghesi, il 13% in più dell’anno precedente. Il numero di residenti conta oggi 21 mila portoghesi e continua ad aumentare.
E poi c’è Macao, la Las Vegas del mondo lusofono.
Panorama riporta alcuni dati:

Il contatore dell’emigrazione corre al ritmo di circa 40 mila persone l’anno e il numero di cittadini portoghesi registrati in Angola, il più grande produttore di petrolio in Africa dopo la Nigeria, è cresciuto del 64% nel 2010, arrivando da quasi 92 mila presenze.
Il Mozambico segna +23% sul 2008 e il Brasile + 9%, con oltre 705 mila persone coinvolte. Il Primo Ministro Pedro Passos Coelho, consapevole del peso crescente dei sussidi di disoccupazione sugli sforzi per tagliare le spese e raggiungere i rigorosi obiettivi di bilancio stabiliti dal piano di salvataggio, ha invitato gli insegnanti disoccupati a prendere in considerazione le alternative in tutto il mercato di lingua portoghese.

Linkiesta aggiunge che inversione dei ruoli non riguarda solo il mercato del lavoro:

In cambio dei fondi concessi nel maggio del 2011 per evitare il default, 78 miliardi di euro, Europa e Fmi hanno imposto a Lisbona alcune condizioni, compresa una massiccia dose di privatizzazioni, a partire dalla Edp (Energias de Portugal) e dalla Ren (Reds Energéticas Nacionais). Sulla lista dei compratori l’Angola è in prima fila. Il campione degli investimenti esteri di Luanda è la Sonangol, il gigante petrolifero nazionale, che ha già una partecipazione del 14 per cento nella più grande banca privata portoghese, la Millennium Bcp. All’inizio del 2011 ha comprato una fetta della Escom Investments, del Grupo Espirito Santo, e adesso ambisce ad entrare nella Galp, la compagnia energetica statale di Lisbona.
Se in precedenza erano le banche portoghesi a dominare il mercato di Luanda, l’ex colonia è diventata colonizzatrice anche in ambito finanziario. Isabel dos Santos non è soltanto la quarantenne figlia del presidente angolano. È la manager che ha conquistato le cronache di Forbes grazie alle sue scorribande economiche. Dal 2008 è azionista di Portugal Telecom e fa parte del cda della Edp, del Banco Português de Investimento e del Banco Espirito Santo. Nel 2010 la sua Kento Holding ha comprato il dieci per cento di Zon Multimedia, leader nel mercato della pay tv e secondo provider internet portoghese. L’angolana Bic, di cui possiede una quota, ha comprato il Banco Português de Negócios – che era stato nazionalizzato nel 2008 in seguito a problemi finanziari – per una cifra molto inferiore a quella inizialmente richiesta.
In questo momento è Luanda a fare la voce grossa.

E la voce grossa, l’Angola la fa davvero. Forte dei capitali investiti a Lisbona e attraverso l’influenza dell’onnipotente Sonangol, il regime di Luanda riesce a condizionare la libertà di stampa all’interno dell’ex madrepatria, al punto da far “dimenticare” ai media lusitani che l’Angola, dopo tutto, è e rimane un Paese non democratico. Ma non è il momento per le critiche: il Portogallo ha bisogno di soldi e di esportare beni, l’Angola, invece, di soldi ne ha a palate ma ha bisogno di tutto il resto. Domanda e offerta si incontrano, e la situazione sociopolitica dell’ex colonia diventa un tabù.
Oggi 
i rapporti di forza sono questi.

Per l’Europa, il 12 settembre 2012 sarà giustamente ricordato come un mercoledì da leoni.
A Karlsruhe, la Corte costituzionale tedesca ha pronunciato il proprio (seppur condizionato) al Fondo salva Stati e al Patto di Bilancio - qui il dispositivo.
Qualche centinaio di km più in là, in Olanda, nelle elezioni anticipate i conservatori liberali del premier uscente Mark Rutte l’hanno spuntata d’uno o due seggi sui laburisti di Diederik Samson; dopo avere polemizzato per tutta la campagna, i due leader dovranno ora formare un governo di coalizione filoeuropeo.
Due successi dai quali l’Unione Europea esce più forte e più legittimata, democraticamente e giuridicamente.
C’è un ulteriore effetto positivo: secondo l’ultima disanima mensile di J.P. Morgan, l’esposizione dei Money market fund  statunitensi - i primi a fuggire - sull’Eurozona è aumentata sia in luglio sia in agosto. Potrebbe essere un fuoco di paglia, ma si tratta di un segno tangibile che lentamente, la fiducia nella moneta unica sta tornando. E J.P. Morgan conclude: “Ora tocca ai politici europei dare un seguito alle decisioni della Bce“.

Ed eccoci al punto dolente.
La sentenza di Karlsruhe ha chiuso la prima fase del salvataggio dell’Eurozona: quella finanziaria. Ora si apre però la seconda, ben più impegnativa: quella politica. Una battaglia che dalle istituzioni finanziarie si estende ai governi e alle urne in cui (in italia e soprattutto in Germania) già dal prossimo anno le democrazie saranno chiamate a decidere il futuro del continente. E che in pratica consisterà nel convincere le forze politiche nazionali ad accettare la cessione di sovranità necessaria al nuovo assetto dell’UE.
Secondo Repubblica si estenderà su tre livelli, di cui il più importante (dopo la politica economiche e le politiche nazionali) è quello della politica europea:

È il più complesso. Ieri la Commissione ha presentato la sua proposta per affidare la sorveglianza delle seimila banche dell´Unione alla Bce. È il primo passo dell´Unione bancaria, ma è un passo che non piace ai tedeschi. Sempre ieri, davanti al Parlamento europeo, Barroso ha indicato il futuro dell´Europa in una «federazione di stati nazione», che non piace ai francesi. A ottobre, i capi di governo dovranno dare una prima valutazione del progetto sull´ulteriore integrazione che sarà presentato da Van Rompuy, Draghi, Barroso e Juncker. Esso prevederà riforme che si potranno fare a trattati costanti, ma anche obiettivi e tabella di marcia per una modifica dei trattati che dovrà portare all´unione di bilancio e ad una vera e propria unione politica.
La coesistenza e la confusione di sovranità nazionali e sovranità europea è un problema sempre più grave che va risolto per il bene della democrazia stessa. Lo dimostra la sentenza di ieri, che ha tenuto trecento milioni di europei appesi alla decisione di otto giudici nominati dai Lander tedeschi.
Dopo aver salvato la moneta, insomma, ora bisogna salvare l´Europa conferendole quella sovranità che ancora non possiede.

Senza questo passo, l’Europa non ha futuro. Secondo Fabrizio Goria su Linkiesta:

Certo, ora l’Europa ha uno strumento capace di intervenire sui mercati finanziari, lo Esm, in caso manchi la fiducia. Ma cosa significa quando “manca la fiducia”? Molto semplicemente, nessun investitore vuole prestare soldi ai Paesi dell’eurozona. E in questo momento, la scelta è quella di fare training autogeno. «Tutto va bene», sembrano ripetersi i politici europei, incuranti degli effetti sociali della crisi e della pesantezza della recessione che sta flagellando il Club Med dell’eurozona (e non solo). La Banca centrale europea (Bce) potrà sostenere gli Stati comprando i loro bond governativi tramite le Outright monetary transaction. Ma questo non vuol dire che la desertificazione dei mercati obbligazionari terminerà domani. Anzi. Gli investitori lavorano nel lungo termine: se vedono che ci sono misure e riforme credibili, capaci di dare i loro frutti non fra due ma fra dieci anni, investono. In alternativa, sfruttano la volatilità per guadagnare sia una fase sia nell’altra.

I trattati saranno cambiati, l’eurozona difficilmente rimarrà con questa struttura, ma rimane un problema di fondo. Come conciliare il concetto di federazione di Stati con 500 milioni di persone? L’eurozona ha 17 Paesi, 17 economie, 17 storie diverse e 17 interessi nazionali diversi. L’Europa ne ha ancora di più. Come mi dice un altro funzionario, questa volta francese, «è facile parlare, è difficile agire». E questo lo si è visto con la Grecia.

Secondo Eric Maurice, direttore di Presseurop:

Per permettere alla politica di riacquisire i suoi diritti, i leader europei dovranno dimostrare un po’ più di fermezza nelle loro decisioni e una visione più chiara del futuro. Altrimenti dovremo abituarci a seguire ogni mese la conferenza stampa di Draghi [considerato ormai il deus ex machina della moneta unica].

C’è però un paradosso, evidenziato da El Pais. L’8 settembre, nel corso dell’ultimo forum Ambrosetti, il premier Monti e il presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy hanno lanciato l’idea di un vertice straordinario a Roma. In questa occasione si parlerà del futuro dell’idea europea e si rifletterà sui mezzi per combattere il populismo e l’euroscetticismo. Peccato che Monti e Von Rompuy non siano altro che due politici non eletti che credono di poter combattere idee sempre più diffuse e popolari con l’ennesima riunione elitaria. L’ultima di una lunga – e inconcludente – lista da due anni a questa parte.
Benché l’intento sia lodevole, è il mezzo ad essere sbagliato. La conclusione, secondo il quotidiano spagnolo, è che:

è importante parlare di politica e difendere il progetto di integrazione non solo contro gli attacchi dei mercati, ma anche contro la disaffezione dei cittadini. Ma come colmare il vuoto di legittimità che spiana la strada al populismo? La loro iniziativa può rivelarsi pericolosa se si limiterà a combattere delle posizioni politiche perfettamente democratiche, mentre loro stessi hanno una legittimità fragile e indiretta.
Lo scetticismo, che era finora il nemico principale dei sostenitori di un’Europa unita, si rivela essere una componente importante del dibattito europeo: se gli fosse stato accordato uno spazio maggiore nei dibattiti fondamentali degli ultimi venti anni si sarebbero potuti correggere alcuni errori di concezione del progetto di integrazione, risparmiandoci una parte dei problemi attuali.
Invece di criticare i populisti e gli euroscettici, i responsabili dell’Ue dovrebbero sforzarsi di far tacere le critiche migliorando la qualità democratica del sistema. Sul lungo periodo sarebbe triste se i democratici ci dovessero obbligare a scegliere fra populisti eletti e tecnocrati europeisti.

Di certo, l’ultrarigorismo di Berlino non aiuta. La proposta tedesca per il bilancio UE 2014-2020 (che in gergo comunitario si chiama multiannual financial framework) si inserisce su questa linea. Essa prevede, tra le altre cose: niente sconti, neanche per i paesi più in difficoltà come la Grecia; il passaggio dal finanziamento a fondo perduto per le regioni più deboli a veri e propri prestiti, da restituire; e che “in futuro ogni regione beneficiaria sottoponga una strategia di crescita”. Il solito copione di “sangue, sudore e lacrime“, come la proposta è stata ribattezzata da un diplomatico europeo citato dal sito Euractiv.
L’obiettivo di Berlino è evitare abusi e ridurre i poteri della Commissione Europea. Di fatto, sarà un ostacolo in più verso ogni forma di cooperazione tra gli Stati, oltreché verso la ripresa economica di quella più deboli. Come il Portogallo, a cui la Troika ha “benevolmente” offerto più tempo per far quadrare i conti in cambio di maggiori sacrifici. O la maltrattata Grecia, per la quale non è esclusa una seconda ristrutturazione del debito – e che adesso vuole mettere i puntini sulle i con Berlino, minacciando di chiedere ai tedeschi un risarcimento da 300 miliardi di euro per le distruzioni della Seconda Guerra Mondiale.
Come si può sperare che l’Europa faccia dei passi avanti se oggi i singoli governi arrivano al punto di rivangare fatti accaduti settent’anni fa? E come sì può sperare che i governi dell’Eurozona lavorino insieme per un’Europa più unita, se gli Stati più deboli devono finanziarsi sui mercati a tassi insostenibili a causa delle regole imposte da quelli più forti, che viceversa prendono il denaro in prestito a costi poco più che simbolici? E’ soprattutto questo a ricordarci che, con il mercoledì da leoni alle spalle, gli altri giorni dell’Europa sono e restano sempre uguali.

La Cina deve investire la sue riserve valutarie (3.200 mld dollari) e il debito americano non le basta più. Dopo anni di acquisti di Treasury Bond, Pechino ha preso di mira l’Europa.
Poi si è lanciata alla caccia di public utilities, avvantaggiata dalla crisi che ha reso possibili fusioni e acquisizioni a prezzi ridotti e ha quasi azzerato la forza contrattuale dei Paesi più indebitati.
Ai governanti va bene così: messi in difficoltà dall’opinione pubblica e più interessati alle prossime elezioni che alle future generazioni, gli esecutivi del Vecchio Continente accolgono giulivi i denari che da Pechino arrivano copiosi, tralasciando il fatto che in questo modo stanno svendendo l’avvenire di quei Paesi che in teoria sarebbero chiamati a salvaguardare.

Il Portogallo è l’esempio più lampante di questa scarsa lungimiranza strategica dettata dallo stato di necessità. Lo scorso anno destò molto stupore la notizia che i cinesi stavano effettuando massicci investimenti in titoli pubblici di Lisbona (qui, qui e qui).
In maggio il Portogallo è stato salvato dalla bancarotta attraverso un prestito di 78 miliardi di euro da parte dell’Unione europea e del Fondo Monetario Internazionale, in cambio di un programma di austerity che comprendeva tagli alla spesa pubblica e privatizzazioni di asset statali. La Cina non ha perso tempo e, forte della crescente quota di debito (e di sovranità) portoghese in suo possesso, si è fiondata sul banchetto di privatizzazioni. Nonostante ciò, tra banche in rosso e spread alle stelle, Lisbona è ormai ad un passo del baratro, e per salvarsi cerca di fare cassa svendendo le proprie aziende di servizi.
Giovedì scorso la China State Grid è diventata socio di riferimento della rete elettrica portoghese, dopo che il governo le ha ceduto una quota del 40% per 592 milioni di euro, circa 150 milioni in più rispetto al prezzo di mercato.
L’operazione fa il paio con un’altra, nel mese di dicembre, nella quale Lisbona ha venduto il 21,35% di Energias de Portugal (EDP) alla Three Gorges Corp. per 2,7 miliardi di euro (50% di più del prezzo di mercato).
E si tratta solo delle prime mosse di un più vasto piano di sostegno dell’economia lusitana, che potrebbe portare altri 8 miliardi di ulteriori investimenti.

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articolo di Paolo Manasse illustra le ambiguità e le contraddizioni conseguenti alla nascita del Fondo di stabilità europeo (European Stability Mechanism), che sarà operativo dal 2013 per salvaguardare l’equilibrio finanziario dell’area euro.
Nato per risolvere i problemi delle economie più deboli del continente, c’è il rischio che finisca per aggravarli. I motivi sono diversi.
Innanzitutto, per la dotazione insufficiente e tardiva. Ammonta a 700 miliardi per una capacità di erogazione di 500, ma i Paesi dell’euro ne sborseranno effettivamente solo ottanta, dilazionati in cinque rate annuali, e solo a partire dal 2013. Il resto sarà sottoscritto sotto forma di garanzia. Questo nonostante solo nell’anno in corso verranno a scadere circa 502 miliardi di debito di Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna e Italia, e che i requisiti finanziari della sola Spagna fino al 2013, secondo le stime di Citibank, sono quantificati nella cifra di 470 miliardi. E’ vero che gli accordi prevedono la possibilità di accelerare i versamenti del fondo in caso di crisi prima del 2013, ma permangono molte incertezze circa la tempestività e la misura degli interventi, col rischio di abbandonare la moneta unica e i debiti sovrani in balia della speculazione.
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L’Europa senza Unione

La mancata intesa tra Commissione e Parlamento sull’approvazione della finanziaria 2011 è frutto di uno scontro aperto tra gli stati, prima ancora che tra istituzioni comunitarie. L’esercizio provvisorio del bilancio, nel caso non si trovasse un compromesso, comporterebbe gravi perdite per tutti, compresi i membri refrattari all’accordo. L’Italia ormai asservita alla tutela di interessi di pochi ha un ruolo sempre più marginale in ambito comunitario. La questione del brevetto europeo come emblema della divisione all’interno della Ue. Bruxelles fa pressioni su Dublino affinché accetti l’aiuto comunitario, ma anche la pur fiera Londra non naviga in buone acque.

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