La Sicilia del Grillopardo

Termometro Politico offre una puntuale analisi quantitativa del voto in Sicilia. Ma più che dai numeri, il migliore sunto delle recenti elezioni è essere espresso dalle lettere. Non tanto, cioè, dalla percentuale di voto del Movimento 5 Stelle (che rasenta il 15%) o da quella degli astenuti (53%), quanto dal giudizio con cui l’agenzia Fitch ha declassato la Sicilia quando lo spoglio aveva ormai superato il 50% delle elezioni e i risultati si erano consolidati: BBB. Praticamente spazzatura. E per di più con un outlook negativo. Questo perché (e qui torniamo ai numeri) la somma di voti ottenuti dal Pd, dall’Udc e dalle liste civiche che sostengono il neoeletto presidente Rosario Crocetta non va oltre i 40 seggi; ben lontani dai 46 necessari che garantirebbero alla sua coalizione la governabilità dell’isola. O, più prosaicamente, la sopravvivenza politica.

Per giorni si è ripetuto che il voto siculo era importante perché l’isola anticipa le tendenze nazionali, dunque poteva contribuire a chiarire un quadro politico nazionale sconfortante e imprevedibile a sei mesi dalle prossime elezioni politiche. Tutte chiacchiere. I media “tradizionali” (leggi: in mano ai partiti) dicevano la stessa cosa delle amministrative a Milano dello scorso anno, probabilmente solo per spingere la gente al voto nella ragionevole previsione di un astensionismo di massa. Certo, il resto d’Italia ha seguito la campagna elettorale sicula con un mix di attenzione, curiosità e timore, chi (i cittadini) con la speranza che l’isola possa essere il punto di partenza per un nuovo corso, e chi (i politici) con il timore di perdere le proprie rendite di posizione sotto la spinta di Grillo e degli altri movimenti di protesta. E oggi si parla, fantastica e ipotizza sulle ripercussioni che il responso delle urne avrà sullo scenario nazionale e in particolare su un PDL sempre più al tramonto. Ma il quadro che viene fuori dal voto non è confortante.
Secondo Agnese Licata su Altrenotizie:

Della serie: quando un risultato elettorale dice tutto (sul disgusto degli elettori verso la politica) e dice niente (sul futuro governo della Sicilia). L’astensione oltre il 50% e l’esplosione del Movimento 5 Stelle fino al 18% dei voti raccontano di cittadini che in partiti vecchi e nuovi non credono più. Soprattutto, non pensano che uno o l’altro cambi qualcosa. “Su’ tutti ‘na cosa” – ossia “sono tutti uguali” – è una delle frasi più ricorrenti in Sicilia a tempo di elezioni. Stavolta, i grillini hanno ridotto almeno in parte il ricorso a questa massima dell’anti-politica, ma è il pessimismo a prevalere, almeno tra la metà degli isolani.

I risultati di questa elezione potranno cambiare davvero la politica regionale oppure generare una fotocopia dell’ultima, disastrosa, instabile legislatura? Ad oggi, entrambe queste alternative hanno la stessa possibilità di realizzarsi.

Più facile, invece, che il Pd trovi una qualche sponda nell’Mpa e in Miccichè. Ed eccoci qui a una musica già suonata, quella che dal 2010 ha visto alla guida della Sicilia una coalizione  Mpa-Pd come unica soluzione per avere una maggioranza all’Assemblea. Questo è il rischio più forte: ritrovarsi punto e a capo. Crocetta ha dichiarato che lui non intende compromettere se stesso e il partito con inciuci vari, piuttosto si torna tutti a votare. Ma il suo partito la penserà allo stesso modo, soprattutto considerando il fatto che è composto dalle stesse persone che appoggiarono fino all’ultimo l’ex governatore Raffaele Lombardo, rinviato a giudizio per concorso in associazione mafiosa e voto di scambio?
Insomma, da queste elezioni in Sicilia si aspettavano tante risposte, ma arrivano più che altro domande.

Il candidato sconfitto Nello Musumeci già ipotizza un pronto ritorno alle urne, non tanto per lungimiranza politica quanto per provare a strappare una second chance nella corsa al trono dell’isola.
Tra le tante domande senza risposta, ce ne è una che meriterebbe un’attenzione immediata ma che nessun candidato, grillini compresi, ha mai neppure avuto il coraggio di approcciare: come tappare la voragine di denaro pubblico – generato da favoritismi, compravendita di voti, interessi personali e chi più ne ha più ne metta… insomma, tutto tranne il bene comune – che ha portato il debito strutturale della Sicilia a toccare quota 18 miliardi di euro. Per il 2013 saranno disponibili 1,9 miliardi che non basteranno per pagare precari, forestali, trasferire fondi ai comuni, per il trasporto pubblico locale e per i collegamenti con le isole minori, mentre le imprese continuano a vantare crediti per 5 miliardi di euro.
I maligni hanno individuato una chiave di lettura dell’elevato astensionismo proprio nella crisi dei conti della Regione: finiti i soldi è finito il voto di scambio. La gente è rimasta a casa perché i politici non avevano più nulla da offrire. Anche se le accuse di compravendita elettorale non sono mancate, al di là della dubbia presentabilità di chi le ha lanciate.

E a proposito di voto di scambio, merita una menzione un’inchiesta dell’Espresso secondo cui la mafia si sarebbe “astenuta” da queste ultime elezioni:

Non sappiamo cosa possono aver fatto i mafiosi a piede libero, su quali scelte politiche si sono indirizzati. L’Espresso può però affermare con certezza che i boss detenuti hanno preferito non votare. E di solito i mafiosi detenuti fanno ciò che viene indicato da quelli ancora liberi. L’astensione così massiccia in tutta la Sicilia non era mai avvenuta anche fra i detenuti, tanto che i seggi aperti nelle carceri sono andati deserti. Nessuno di loro si è presentato a votare. Anche i mafiosi fanno dunque parte del popolo degli astensionisti che ha toccato quota 53 per cento.
Per far comprendere meglio ciò che è accaduto in Sicilia basta dire che su 7.050 detenuti hanno votato solo in 46: si tratta di carcerati comuni e non di mafia. All’istituto di pena di Pagliarelli a Palermo dove si trovano rinchiusi i mafiosi, su 1.300 detenuti solo uno si è presentato al seggio elettorale, ed è in custodia cautelare per reati che non sono quelli per mafia. Stesso identico atteggiamento a Catania, Agrigento e Caltanissetta. Uno scenario che ribalta, anzi trasforma ciò che in passato è stato fatto proprio dai detenuti che facevano la fila in carcere per votare il proprio candidato che in gran parte dei casi risultava essere quasi sempre lo stesso o dello stesso partito.
Forse adesso i mafiosi sono rimasti a guardare. Si sono allontanati da questa competizione probabilmente per tanti motivi che forse un giorno qualche collaboratore di giustizia potrà spiegare.

Lo scorso maggio i detenuti delle carceri Pagliarelli e Ucciardone a Palermo si sono astenuti dal voto per eleggere consiglieri comunali e sindaco del capoluogo. Era il primo segnale lanciato nell’ultimo decennio dalla mafia a questa “nuova” politica. Adesso qualcosa sembra essere cambiato. E la cosa stupisce, perché Cosa nostra non si arrende così facilmente. Forse questa volta i mafiosi hanno intuito che a vincere poteva essere Rosario Crocetta che fin da subito, anche per la sua storia personale, ha tuonato contro Cosa nostra, e allora forse non era il caso di avvicinarlo. Sta di fatto che a questa tornata elettorale dalle carceri è arrivato un segnale diverso. Stare lontani da questi politici. Forse vogliono stare a guardare alla finestra e imboccare la porta d’ingresso dei politici quando sarà il momento di fare affari. Si spera, in quel caso, che la politica abbia la forza di tenersi lontana dalla mafia.

Chi invece non ha saputo per nulla cogliere il senso delle elezioni siciliane è la stampa estera in generale. Visto da fuori, il voto ha semplicemente decretato la caduta del PDL, quindi la fine di Berlusconi. Un tantino scontata, banale e partigiana come retorica; autorevoli testate come Die Welt, Liberation ed El Mundo potevano sforzarsi un pò di più. Se non altro accorgendosi che alle piazze riempite dal Movimento 5 Stelle facevano da contraltare quelle vuote dei politici di professione, di qualunque schieramento politico. Piazze piene a cui sono seguite urne riempite solo a metà.

Se questo può essere il punto di partenza per una svolta storica, c’è da chiedersi come questa potrà proseguire sorretta dalle gambe di meno della metà della popolazione. Le urla di Grillo non sono evidentemente bastate a restituire speranza a chi è già arrivato al limite della sopportazione.
Finito il tempo dei facili slogan e della demagogia, c’è bisogno di qualcuno che si impegni seriamente a ricostruire una Regione, e poi un Paese, ormai abbandonato a sé stesso. Altrimenti sarà stato l’ennesimo fuoco di paglia. L’ultimo di una lista di occasioni in cui ci si è illusi di poter cambiare tutto, col risultato alla fine di non cambiare nulla.

E se gli italiani sapessero che le regioni non “esistono”?

In principio fu la moltiplicazione degli incarichi in Sicilia. Poi fu il turno della spesa sanitaria gonfiata in Lombardia. Ma a far detonare la bomba di “Regionopoli” sono state le peripezie di Batman Fiorito nel Lazio. E da lì, le notizie sugli sprechi delle regioni  Secondo Panorama1.059.321.736 di euro è il costo complessivo delle Regioni italiane per tenere in vita i consigli regionali. Nel dettaglio:

La Valle d’Aosta (15 milioni di euro) Trentino (17 milioni), Friuli (24 milioni), Liguria (31 milioni) Piemonte (81 milioni), Lombardia (75 milioni), Veneto (58 milioni), Emilia (38 milioni), Umbria (23 milioni), Marche (17 milioni), Toscana (32 milioni), Lazio (102 milioni), Abruzzo (32 milioni), Puglia (44 milioni), Campania (89 milioni), Molise (11 milioni), Calabria (77 milioni), Basilicata (23 milioni), Sardegna (85 milioni), Sicilia (175 milioni).

Chi indagare tutti i numeri degli sprechi nel dettaglio può dare un’occhiata (prendo solo tre esempi, ma su Google ne trovate una caterva) a queste lunghe analisi su Oggi e su Politica24, senza dimenticare gli editoriali di Rizzo e Stella sul CorriereIl ripetersi di casi di malcostume se non di malavita non può più essere liquidato come episodico“.
Mele marce a parte, è proprio la spesa regionale ad essere andata fuori controllo. Proprio Rizzo e Stella lo segnalavano già in aprile. Nell’ultimo decennio le Regioni italiane hanno speso 89 miliardi di euro in più. Di questi, oltre la metà sono stati “assorbiti” dalla sanità (49,1 mld). A fronte di un aumento dell’inflazione che nel periodo preso in esame ha toccato il 23,9%, la crescita della spesa è stata del 74,6%. Nel 2010 (ultimo dato disponibile riferito ai bilanci di previsione) le uscite complessive delle Regioni hanno superato i 208,4 miliardi di euro. A queste cifre se ne sommano altre a dir poco ambigue. Su tutte, quella relativa ai cosiddetti oneri “non classificabili”, per i quali le regioni spendono quasi 40 miliardi all’anno, con un incremento pari al 113,8% rispetto al 2000, cui si aggiungono le spese di amministrazione generale (personale non sanitario, sicurezza e spese di funzionamento) che gravano per circa 12,5 miliardi di euro.

Non è questa l’autonomia che avevano in mente i padri costituenti. A nulla serve, scoprire che le regioni a statuto speciale siano più allegre di quelle a statuto ordinario. La moralità non deve essere mai soggettiva, né tanto meno comparativa. Certo è che l’autonomia deve significare responsabilità, mentre troppo spesso gli enti beneficiari la intendono come l’assenza di qualunque forma di controllo dall’alto. Senza trasparenza ogni spesa è uno spreco.
E non manca chi nel fragore dello scandalo invoca lo scioglimento di tutte le regioni. Sarebbe come amputare un arto solo perché ha subito una frattura. Ma dobbiamo ammettere che le regioni, così come erano state concepite, hanno fallito la missione. Il perché lo spiega questo lucido commento del costituzionalista Michele Ainis sul Corriere:

L’introduzione degli enti regionali costituì la principale novità della Carta del 1947, ma poi venne tenuta a lungo in naftalina, perché la Democrazia cristiana non voleva cedere quote di potere al Partito comunista. Quando tale resistenza fu infine superata – all’alba degli anni Settanta – le Regioni vennero al mondo zoppe, malaticce. Da un lato, il nuovo Stato repubblicano aveva occupato ormai tutti gli spazi; dall’altro lato, i partiti politici avevano occupato lo Stato. Ed erano partiti fortemente accentrati, dove i quadri locali prendevano ordini dall’alto. Le Regioni si connotarono perciò come soggetti sostanzialmente amministrativi, dotati di competenze legislative residuali e senza una reale autonomia.
Poi, nel 2001, grazie alla bacchetta magica del centrosinistra, scocca la riforma del Titolo V; ed è qui che cominciano tutti i nostri guai. Perché dal troppo poco passiamo al troppo e basta; ma evidentemente noi italiani siamo fatti così, detestiamo le mezze misure. E allora scriviamo nella Costituzione che la competenza legislativa generale spetta alle Regioni, dunque il Parlamento può esercitarla soltanto in casi eccezionali. Aggiungiamo, a sprezzo del ridicolo, che lo Stato ha la stessa dignità del Comune di Roccadisotto (articolo 114). Conferiamo alle Regioni il potere di siglare accordi internazionali, con la conseguenza che adesso ogni «governatore» ha il suo consigliere diplomatico, ogni Regione apre uffici di rappresentanza all’estero. Cancelliamo con un tratto di penna l’interesse nazionale come limite alle leggi regionali. E, in conclusione, trasformiamo le Regioni in soggetti politici, ben più potenti dello Stato.
I risultati li abbiamo sotto gli occhi. Non solo gli sprechi, i ladrocini, i baccanali. Non solo burocrazie cresciute a dismisura e a loro volta contornate da un rosario di consulte, comitati, consorzi, commissioni, osservatori. Quando il presidente Monti, nel luglio scorso, si mise in testa di chiudere i piccoli ospedali, il ministro Balduzzi obiettò che la competenza tocca alle Regioni, non al governo centrale. Negli stessi giorni la Corte costituzionale (sentenza n. 193 del 2012) ha decretato l’illegittimità della spending review , se orientata a porre misure permanenti sulla finanza regionale. Costituzione alla mano, avevano ragione entrambi, sia la Consulta sia il ministro; ma forse il torto è di questa Costituzione riformata.
La Costituzione ha torto quando converte le Regioni in potentati. Quando ne incoraggia il centralismo a scapito dei municipi. Quando consegna il governo del territorio alle loro mani rapaci, col risultato che il Belpaese è diventato un Paese di cemento. Quando disegna una geografia istituzionale bizantina (sul lavoro, per esempio, detta legge lo Stato, ma i tirocini sono affidati alle Regioni). Quando mantiene in vita anacronismi come le Regioni a statuto speciale. Quando pone sullo stesso piano il ruolo delle Regioni virtuose (per lo più al Nord) e di quelle scellerate (per lo più al Sud). Infine, ha torto quando nega allo Stato il potere di riappropriarsi di ogni competenza, se c’è una crisi, se la crisi esige un’unica tolda di comando.

Ma soprattutto, la Costituzione (e coloro che l’hanno scritta) hanno torto quando hanno elevato ad ente territoriale di governo un’entità – la regione, appunto – che a onor del vero non dovrebbe neppure esistere:

Le Regioni nacquero nel 1864 per iniziativa di Pietro Maestri, geografo del Regno. Egli concepì formalmente un gruppo di entità, denominate “Compartimenti”, allo scopo di raggruppare gli uffici statistici ereditati dagli Stati preunitari.
In pratica erano solo una aggregazione di province per finalità meramente burocratiche. Il progetto di Maestri fu poi implementato da Cesare Correnti nel 1867, il quale suddivise il Regno in 16 regioni, poi aumentate a 18 con l’annessione di Veneto e Friuli Venezia-Giulia in seguito alla Terza guerra d’indipendenza. Il termine “Regione” sarebbe stato adottato a partire dal 1913.
Non solo. Nella sua trattazione, Maestri si affrettò a precisare che tale identificazione serviva unicamente come unioni di province, spiegando chiaramente che in nessun caso poteva essere la base di partenza per la formazione di qualsiasi attore politico sul territorio del Regno. Per applicare un federalismo, concluse, sarebbe stato necessario tutt’altro lavoro, seguendo ripartizioni di tutt’altra forma.
Le Regioni, insomma, sono entità del tutto arbitrarie, sia dal punto di vista geografico che etnico. Nessuna di essa ha dei confini ben definiti a parte Sicilia e Sardegna, i cui contorni sono stati tratteggiati dal mare e non dall’uomo; ma in teoria nulla vieta che i rispettivi territori possano essere suddivisi in più Regioni (soprattutto la Sardegna: chi conosce i sassaresi, ad esempio, saprà che hanno ben poco da spartire con i cagliaritani).
Come si fa a parlare di “popolo” lombardo, campano o calabrese? L’arbitrarietà delle delimitazioni territoriali ha finito per accorpare aree socioculturalmente disomogenee in un’unica Regione e per spezzettarne altre in più Regioni.
Una regione geografica è tale quando presenta un’estensione distinta per proprie caratteristiche geomorfologiche naturali culturali, storiche e linguistiche. Dal punto di vista storico-culturale, ha più senso parlare di Daunia e Salento, piuttosto che della Puglia. Un cittadino di Lecce o Brindisi si offenderà nel sentirsi chiamare pugliese, rimarcando con orgoglio che una volta il Salento era una regione, come poteva esserlo la Romagna e come non lo è mai stata la Lunezia (si veda: http://www.lunezia.com).
Purtroppo, i più hanno una conoscenza vaga e imprecisa, se non proprio nulla, delle regioni geografiche, entità più affini ma celate all’ombra delle Regioni politiche.
La conseguenza più infausta di questa distorsione è l‘uso strumentale che la politica fa delle presunte “identità” regionali. Poiché ogni regione ha (avrebbe) il suo popolo, con tanto di storia, tradizione e cultura, sempre più spesso i Presidenti/Governatori reclamano maggiore peso e autonomia nella propria manovra rispetto al potere centrale. Insomma, chiedono soldi e poteri.
Ma in nome di quale (inesistente) popolo? Di quale (supposta) identità storica?Complice la scarsa coscienza nazionale che ci ritroviamo, molti fanno prima a sentirsi “lombardi” o “siciliani” piuttosto che italiani. E la politica trae ampio profitto dall’esaltazione di questo orgoglio d’appartenenza.

Domanda: alla luce dei recenti scandali, cosa farebbero gli italiani se sapessero se gli unici enti ancora liberi di spendere e spandere a proprio esclusivo piacimento non dovrebbero neppure esistere?
Nulla, come sempre. Proprio perché sono italiani. E perché, prima ancora, sono laziali, lombardi, siciliani, ecc…

La Padania non esiste

La nazionale della Padania, tre volte campione del mondo delle nazioni non riconosciute

In Italia la politica dell’annuncio non passa mai di moda, nemmeno quando il mondo intero ci chiede di concentrarci sui fatti. Tra una maggioranza che annuncia riforme (per il premier) e un’opposizione che annuncia (di non avere) alternative, ogni tanto ad unirsi al coro c’è la Lega di Bossi, con l’annuncio della secessione.
Lo scorso primo ottobre il prof. Ainis, in un articolo sul Corriere, ha spiegato le ragioni tecniche per cui la Padania è e resterà un bluff. Costituzione alla mano, Ainis ricorda che “l’Italia è «indivisibile», dice l’articolo 5; e quindi l’unità del nostro territorio rappresenta un limite assoluto alla revisione costituzionale.” Principio al quale non può opporsi quello della sovranità popolare di cui all’art.1, poiché la quale si esercita “nelle forme e nei limiti stabiliti dalla Costituzione” stessa (e qui torniamo all’art.5). Non vale neppure richiamare il principio di autodeterminazione dei popoli, poiché esso fu concepito tenendo a mente i popoli oppressi dall’occupazione straniera, tanto da ispirare l’intero processo di decolonizzazione; la Padania non si può certo definire una colonia italiana.

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