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La guerra in Iraq iniziò il 20 marzo 2003 con un attacco di terra e d’aria. La notte del 3 aprile gli americani presero l’Aeroporto internazionale, poi il 9 fu la volta della capitale Baghdad. L’11 maggio il presidente G. W. Bush dichiarò la fine dei combattimenti.

Gli effetti dell’invasione

Dieci anni dopo, si dice che “Gli americani hanno vinto la guerra, gli iraniani hanno vinto la pace e i turchi gli affari“. E gli iracheni, cosa hanno vinto?

Nel solo 2012 il PIL di Baghdad è cresciuto del 10,5% e le previsioni per il futuro parlano di un ulteriore 9,4%. Merito del petrolio, che contribuisce alle entrate dello Stato per il 90%. Eppure nello stesso tempo aumentano gli scioperi e le proteste proprio contro le compagnie petrolifere, a cui le leggi di Saddam (tuttora in vigore) consentono i licenziamenti indiscriminati e la messa al bando di tutte le organizzazioni sindacali. In altre parole, nell’Iraq di oggi crescono i profitti ma non i diritti.

L’invasione non ha portato che miseria, corruzione, e attentati terroristici quotidiani. Dal 2003 non c’è stato giorno in cui un iracheno non ha perso la vita. Oggi in Iraq una donna su dieci è vedova. Per ogni soldato occidentale ucciso durante l’occupazione sono morti 24 civili iracheni. Nel corso della guerra l’esercito americano ampiamente utilizzato uranio impoverito (si veda quiquiquiquiqui e qui), così come delle armi chimiche a Fallujah, probabile causa delle malformazioni riscontrate nei neonati (qui e qui). Oggi l’Iraq è uno e trino, lacerato dai dissidi tra sunniti, sciiti e curdi. Con i primi in attesa della loro primavera, e gli ultimi che ormai viaggiano per conto proprio, in attesa (forse) di dichiarare la formale indipendenza.

Ah bé, si dirà, qualche “effetto collaterale” c’è stato, ma gli iracheni hanno comunque guadagnato la democrazia. Sbagliato. Il governo guidato da Nuri al-Maliki sta assumendo sempre più i connotati della dittatura. Non a caso si vocifera di una possibile intesa curdo-sunnita per ritirare la fiducia al premier. E qualcuno si chiede se sarà quel Moqtada Al-Sadr, che tanto aveva contribuito ad infiammare L’Iraq, a salvarlo dallo sfacelo politico.

Per tutte queste ragioni sono in tanti a rimpiangere l’Iraq di ieri, quello di Saddam.

La non-vittoria di Washington

Il governo americano sostiene che la guerra in Iraq sia costata tra i 50 e i 60 miliardi di dollari i tutto. Secondo il Premio Nobel Joseph Stiglitz, invece, il costo complessivo potrà arrivare a 5 trilioni. Un nuovo studio, redatto dal Watson Institute for International Studies della Brown University, la cifra sfonderà addirittura quota 6 trilioni.

Oltre al danno, la beffa: Praticamente tutti i maggiori esperti di politica internazionale – sia quelli vicini ai democratici che ai neocon – concordano sul fatto che la guerra contro Baghdad abbia indebolito la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, anziché rafforzarla. Si veda quiquiquiquiquiquiqui, e qui.

E dopo aver tolto le tende da Baghdad – senza preoccuparsi troppo di ciò che si lasciava alle spalle -, la sfida di Washington è evitare che cada sotto il controllo dell’Iran.

La vera ragione della guerra

Perché gli americani hanno invaso l’Iraq? Per il petrolio, dice la vulgata. Ciò parzialmente è esatto. Perché nella visione strategica di Washington, l’oro nero di Saddam era uno strumento, non un obiettivo.

Procediamo con ordine. Il petrolio, dunque. La centralità del greggio nella decisione dell’attacco a Baghdad è stata confermata da molti tra gli stessi esponenti repubblicani che questa guerra l’avevano caldeggiata. Qualche esempio?

  • Chuck Hagel, ex Segretario alla Difesa, nel 2007:
  • Alan Greenspan, ex presidente della Fed, sempre nel 2007;
  • George W. Bush, proprio lui, l’ex presidente, nel 2005;
  • John McCain, senatore e sfidante di Obama nelle presidenziali del 2008, proprio nello stesso anno;
  • Sarah Palin, ex governatore dell’Alaska, semprenel 2008;
  • David Frum, principale autore dei discorsi di Bush, poche settimane fa;
  • John Bolton, ex sottosegretario di Stato, nel 2011.

Al di là della farsa di Cheney (chi non ricorda la provetta sbandierata davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite?), tutti sapevano che l’Iraq non possedeva armi di distruzione di massa.

Quello che invece non sapevano, era che gli Stati Uniti avevano progettato la guerra in Iraq molto prima dell’11 settembre, come confermato dallo stesso Cheney già nel 2000 e, tra gli altri, dall”ex Segretario del Tesoro Paul O’Neill - che all’epoca dei fatti sedeva sul Consiglio di Sicurezza Nazionale -, dall”ex direttore della CIA George Tenet e da alcuni importanti funzionari britannici. Si veda anche qui e qui.

In verità, l’agenda neocon prevedeva un generale regime change in tutto il Medio Oriente fin dagli inizi degli anni Novanta, all’indomani della Prima Guerra del Golfo.

Non per il petrolio, ma con il petrolio

A convincere la Casa Bianca della necessità di intervenire fu una relazione presentata sul tavolo di Bush nella primavera del 2011, i cui contenuti sono stati rivelati da un articolo dell’Herald Sunday. Al centro della decisione di colpire l’Iraq per il petrolio c’era la cattiva gestione della politica energetica degli Stati Uniti nel corso degli ultimi decenni. Le frequenti interruzioni di corrente che avevano interessato alcuni Stati (soprattutto la California) imponevano a Washington l’urgenza di garantirsi nuove fonti di approvvigionamento. Non mancavano inoltre le pressioni delle Big Oil, soprattutto Shell e British Petroleum, ansiose di procurarsi nuovi giacimenti da trapanare.

Il petrolio iracheno sarebbe bastato da solo a placare la sete degli uni (gli americani) e degli altri (i petrolieri)? No. Ma come detto, era lo strumento, non l’obiettivo.

Gli Usa volevano indurre i sauditi ad aumentare la produzione petrolifera per adeguarla al proprio fabbisogno interno, in continua crescita. Già nel 2002 – ossia diversi mesi prima che l’invasione avesse luogo -, Margherita Paolini, coordinatrice scientifica di Limes ed esperta di fonti d’energia, nell’articolo “Il quarto mare aveva chiarito la portata di questa visione. Secondo l’autrice, il petrolio era funzionale alla nuova visione geopolitica che la Casa Bianca stava tentando di elaborare dopo l’11 settembre, e il possesso dei giacimenti iracheni sarebbe stata la chiave per il controllo di quelli di tutti gli altri Paesi della regione. A cominciare dall’Arabia Saudita:

Dichiarando guerra al terrorismo, l’America ha costruito un inedito scenario internazionale, di cui si considera protagonista assoluta. Ciò esclude ogni forma di dipendenza da chicchessia e da qualsiasi cosa. Gli attentati dell’11 settembre hanno costretto gli americani a scoperchiare la pentola saudita. Washington vi ha trovato complicità con le reti terroristiche diffuse in Medio Oriente, in Asia centrale, in Europa, negli stessi Stati Uniti. Particolarmente inquietante l’uso consolidato del wahhabismo – l’ideologia degli ‘ulamå’ sauditi – per infiltrare le aree asiatiche a grande potenzialità energetica, le ultime riserve strategiche dell’Occidente dopo il 2010. Di fatto l’Arabia Saudita appare oggi a molti americani come un rogue State occulto. Ma a differenza di Iran e Iraq, il regno saudita è connesso con l’Occidente grazie a imponenti filiere finanziarie. Inoltre è l’unico paese Opec in grado di raffreddare gli sbalzi parossistici del prezzo del petrolio in caso di grave crisi internazionale, immettendo sul mercato a tamburo battente fino a due milioni di barili/giorno extra quota.
Dunque non si può apertamente fare la guerra all’Arabia Saudita. Ma secondo gli americani quel regime va punito. Come? Demolendo il meccanismo dell’Opec, l’ex cartello dei paesi produttori dominato dai sauditi, oggi ridotto a calmiere per evitare una caduta eccessiva del prezzo del petrolio.

In questo contesto il petrolio diventa lo strumento per condurre la guerra ai rogue States dichiarati o coperti. L’immissione sul mercato di ulteriori significative quantità di greggio farà saltare l’equazione Opec della domanda e dell’offerta. Tanto meglio se tali nuove forniture proverranno da ricchi giacimenti a basso prezzo di estrazione e vicini alle infrastrutture di trasporto: il ritratto del petrolio iracheno. Per punire l’Arabia Saudita bisogna dunque riaprire il serbatoio dell’Iraq, eliminando Saddam.

Dal punto di vista americano, il petrolio iracheno è soprattutto uno strumento di pressione nei confronti degli altri quattro membri permanenti del Consiglio di sicurezza dotati del diritto di veto. Per ottenere il consenso alla spedizione punitiva contro Saddam, Washington ha minacciato russi, francesi e cinesi di tagliarli fuori dalle risorse e dal mercato petrolifero iracheno.

L’America è scontenta dell’Arabia Saudita. E non solo per essere stata colpita da sauditi l’11 settembre (Osama bin Laden e soci). Ma anche per ragioni di geopolitica energetica. Secondo le proiezioni sull’aumento della domanda di petrolio negli Usa, di cui Riyad è il primo fornitore energetico, nel 2020 la dipendenza dalle importazioni dei paesi Opec passerà dagli attuali 5,4 a 9,7 milioni di barili/giorno (b/g). Più della metà di queste importazioni dovrebbe essere garantita dall’Arabia Saudita, dato che nessun altro paese del Golfo è in grado di tenere un tale ritmo produttivo. Ma finora i sauditi non hanno fatto nulla per mettersi su questa strada.

Data l’attuale inaffidabilità geopolitica di Iraq e Iran, questa arretratezza saudita diviene intollerabile. Gli americani pensano dunque di prendere in mano direttamente la gestione della ricerca e della produzione in Arabia Saudita: il cosiddetto upstream, che finora i sauditi non hanno voluto mollare. Non si tratta dunque per gli Usa di mera commercializzazione, ma di riprendere il controllo politico del territorio, a fronte di riserve per 259 miliardi di barili a basso prezzo di estrazione. Esattamente quanto ci si accinge a fare in Iraq. Solo con altri mezzi.
Se il prezzo del petrolio scenderà molto, con l’immissione a breve di petrolio iracheno post-Saddam, l’Arabia Saudita sarà per forza costretta a mettere sul mercato il suo attuale eccesso di capacità – circa due milioni di b/g. Ciò per mantenere la quota di introiti necessari alla casa di Saud, ma anche per gli investimenti volti a sviluppare il settore energetico e il paese in generale. Probabilmente, se già non lo stanno facendo, i sauditi cercheranno di recuperare parte dei 750 miliardi di petrodollari depositati all’estero (60% in Usa, 30% in Europa). In ogni caso, i sauditi non potranno fare a meno di comprare know-how e di attrarre investimenti delle grandi compagnie: in altri termini, venire a patti con loro. A quel punto Washington avrà preso due piccioni con una fava: da Baghdad a Riyad.

L’eredità di Chávez

La morte di Chávez era nell’aria. Lo dimostrava il fatto stesso che il presidente fosse rientrato in Venezuela per passare in patria la fase terminale della sua malattia: la sanità di Caracas non è certo all’altezza di quella di L’Avana, quindi non sembrava sensato proseguire le cure a casa. A meno che non ci fosse più nulla da fare.
Anche se i dettagli della sua malattia non sono mai stati rivelati, si ritiene che sia morto a causa di un cancro manifestatosi nella zona pelvica. Un male che non gli ha neppure lasciato il tempo di prestare giuramento per il suo quarto mandato. E che anche per questo gli garantirà l’immortalità politica.
In ogni caso, se ne va un grande protagonista della politica internazionale.

E’ impossibile raccontare gli ultimi due decenni della storia del Venezuela senza nominare Chávez, tanto è stata importante la sua figura. Tuttavia, la rivoluzione bolivariana resta  incompiutae a questo punto c’è da chiedersi se rimarrà tale. Se si procederà a regolari elezioni, probabilmente vincerebbe un rappresentante del fronte chavista (come Nicolas Maduro, indicato come successore dallo stesso Chávez, oppure Diosdado Cabello, o Elías Jaua) e il progetto potrebbe essere portato avanti. Se invece prevalesse un candidato dell’opposizione (Capriles) il Venezuela volterebbe pagina, ad un prezzo – in termini di stabilità politica – al momento impossibile da prevedere.

Chávez, secondo Linkiesta:

Ha unito il tradizionale caudillismo latinoamericano a una orgogliosa difesa della lotta di classe, che un giorno ha ribattezzato con il nome più moderno di Socialismo del secolo XXI.

Ma la politica di Chávez in America latina ha avuto anche altre conseguenze: la rivoluzione cubana è riuscita a sopravvivere agli embarghi Usa grazie agli aiuti di Caracas. I governi di Bolivia ed Ecuador sono nati sotto la stella chavista. E il presidente Comandante è stato anche responsabile, con l’appoggio di Néstor Kirchner e di Lula, del fallimento dell’Alca, l’Area di libero commercio delle Americhe, voluto dall’allora capo degli Stati Uniti George Bush. Un episodio che ha segnato la rottura dei rapporti con l’America a stelle e strisce, con tutte le limitazioni imposte dalla globalizzazione economica.

E oggi, alla sua morte, i dati parlano chiaro: l’inflazione è la più alta al mondo, il tasso di cambio e le riserve internazionali in caduta libera. Alcune importazioni, sebbene aumentate di quasi cinque volte dal 2003, non riescono a bilanciare la carenza cronica di generi alimentari o medicine. La produzione petrolifera è in calo e le raffinerie fuori controllo. L’indebitamento poi è in ascesa: nel 2007 sfiorava i 30 miliardi di dollari, oggi è a quota 200. Mentre i piccoli agricoltori e artigiani sono alle prese con una microeconomia a brandelli e con i salari ridotti a zero. E i ranchos di Caracas crescono. L’ultima ambizione presidenziale era governare fino al 2031, in quello che, secondo Chávez, sarebbe stato il decennio d’oro (2020 /2030). Questa volta però il Comandante ha perso la battaglia.

Sempre Linkiesta spiega la centralità del petrolio nella costruzione dello Stato sociale e, di riflesso, nella propaganda del presidente. La conclusione è che spesso gli “Stati personali”, morto il leader, crollano:

Hugo Chávez è stato un Vladimir Putin sudamericano: il rischio per un paese ricco di petrolio come il Venezuela è che potentati privati emergano e diventino più forti dello stato – e Chávez ha fatto in modo che ciò non avvenisse. Se questo ha richiesto di imprimere una direzione autoritarista al paese, il lidér non si è mai fatto problemi. Il petrolio è diventato cosa di stato.
L’unica forma possibile di opposizione alla regola statale era quella borghese. Per questo sono stati impiegati tutti i mezzi per evitare che la classe alfabetizzata e benestante avesse qualsiasi tipo di espressione politica. Quando una decina di anni fa quasi due milioni e mezzo di venezuelani firmarono una petizione contro di lui, la lista dei nomi fu pubblicata (la famigerata “Lista Tascòn”) e per un periodo è stata attivamente usata per l’esautorazione dei firmatari dalle aziende statali.

L’idea di comprare consenso con il petrolio è tipica per uno stato petrolifero. E se i soldi del greggio mancavano, Chávez non si è mai fatto problemi a trovarne da altre parti: prima delle ultime elezioni nell’ottobre 2012, il presidentissimo si è fatto prestare soldi dalla Cina – tanto che l’anno scorso il deficit del paese è arrivato al 7,8%, almeno ufficialmente.
Perché alla fine, che lo si voglia o meno, il Venezuela di Chávez non si è mai riuscito a elevarsi rispetto allo status terzomondista di “paese petrolifero”. Il ritmo della vita politica, sociale, economica è dettato dalla velocità alla quale il petrolio esce dal terreno.

Si sostiene che il “chauvismo” possa rimanere nella storia come il peronismo in Argentina. Il problema, però, è che mentre il peronismo si nutre di povertà – che non manca mai – il chauvismo ha come ingrediente fondamentale il petrolio. È un’ideologia che si mantiene in vita finché ci sono barili da vendere. Sarà condannato alla cantina della storia per i limiti stessi della sua tenuta: Chávez lascia un Venezuela in cui, secondo Moisés Naim, «il deficit fiscale è pari al 20% dell’economia, un mercato nero in cui il dollaro è quotato quattro volte di più rispetto al valore ufficiale, un debito dieci volte più grande rispetto al 2003, un sistema bancario fragile e un’industria petrolifera in caduta libera».
Proprio quest’ultimo punto è stato il tallone d’Achille di Chávez: la produzione petrolifera è scesa da del 13% a 2,7 milioni di barili al giorno nel 2011 (ma c’è chi stima anche 2,3-2,5), rispetto a quando ha preso il potere nel 1999. Non è sostenibile per un paese così che la produzione diminuisca. Questo dato, unito all’effetto dei prezzi del petrolio più bassi rispetto alle previsioni, spiega anche perché il Venezuela si sia indebitato così tanto: i programmi sociali finanziati dal greggio non possono essere interrotti, e tagliare la spesa pubblica significa immediata rivolta sociale.
È così che si squarcia il velo del “neobolivarismo” sulla realtà economica del paese. È un bel brand per chi è costretto a crederci in patria, e per chi si costringe a farlo da fuori. Nonostante accurati sforzi di diversificazione verso la Cina, il maggior mercato per il petrolio venezuelano è sempre stato quello degli Stati Uniti. Chavez aveva nazionalizzato gli asset stranieri, ma stava pagando a caro prezzo la scelta, con la diminuzione della produzione.

Le sovvenzioni populiste hanno ridotto il costo della benzina a un dollaro al pieno, forse il prezzo alla pompa più basso al mondo, ma costano miliardi in termini di entrate statali, a fronte di un considerevole peggioramento della congestione sulle strade e dell’inquinamento atmosferico. E come spesso accade, il populismo ha alimentato anche il mal funzionamento della burocrazia e la corruzione, mentre poco si è fatto sul tema della sicurezza. Nell’ultimo decennio gli omicidi sono triplicati a quasi 20.000 all’anno, mentre le bande criminali rapiscono le loro vittime alle fermate degli autobus e lungo le autostrade.
Senza contare l’economia. In febbraio il bolívar, la moneta nazionale, ha subito una svalutazione del 30%. Il mondo finanziario giudica tale mossa necessaria, ancorché ritardataria e insufficiente. Caracas ora godrà di un export più competitivo e potrà riassestare le casse dello Stato, anche se c’è il rischio di veder ulteriormente aumentare un’inflazione che a gennaio ha toccato quota 22% su base annua.
Per tutte queste ragioni il New York Times afferma che Chávez, ”in definitiva, è stato un pessimo manager“.
Dello stesso tenore Gianni Riotta su La Stampa:

Indirizzando nei quartieri popolari un po’ dei profitti del petrolio di cui il Paese è ricchissimo, Chavez ottiene il consenso di tantissimi, maturato poi in ammirazione formidabile, alla Peron in Argentina: un leader, spesa pubblica sfrenata, folla adorante.

C
’è però «l’altro» Hugo Chavez, censurato dalle cronache commosse. Il Chavez che impone a tutte le tv i propri, infiniti, discorsi. Il Chavez che licenzia 19.000 lavoratori del Petróleos der Venezuela perché hanno osato scioperare senza permesso. Il Chavez che impone un suo «lodo» per togliere autonomia alla Corte Costituzionale e cambia le regole elettorali pur di conservare la maggioranza di deputati all’Assemblea Nazionale.
L’imponente spesa pubblica, una sorta di Cassa del Mezzogiorno lubrificata dal petrolio, gli fa vincere le elezioni e oggi lo fa rimpiangere a tanti cittadini. Ma spaventa e costringe all’emigrazione i migliori professionisti del ceto medio, dottori, ingegneri, docenti universitari e fa crollare investimenti e fiducia, tra nazionalizzazioni sfrenate e corruzione. Appalti, progetti locali, finanziamenti ad aziende, niente in Venezuela si muove se la macchina politica chavista non riceve le sue mazzette. La corruzione è rampante, e chi non fa parte dei clan deve andarsene. Giornalisti, intellettuali, politici, imprenditori, studenti dissidenti hanno vita dura.
Malgrado l’immensa ricchezza del petrolio il Venezuela è in panne economica. Moises Naim, ex ministro a Caracas e direttore di Foreign Policy, osserva che il Venezuela ha «uno dei deficit fiscali maggiori al mondo, alto tasso di inflazione, valuta in pessimo stato nei cambi, un debito che cresce come nessun altro, crollo della produttività, inclusa industria petrolifera. Cadono gli investimenti, sale la corruzione. Un leader arrivato al potere con la promessa di eliminare gli oligarchi e scandali, è circondato da quelli che in Venezuela si chiamano boliburgueses, casta di dirigenti chavisti, familiari, clienti che hanno ammassato enormi patrimoni in affari loschi col governo». 

Lasciamo il Venezuela per allargare lo sguardo al resto dell’America Latina.

E’ significativa la coincidenza – prima del decesso di Chàvez - tra il rientro in patria del presidente venezuelano e la rielezione in Ecuador di Rafael Correain una sorta di ideale passaggio di consegne tra due leader che hanno molto in comune – attenzione alle classi povere, così come lo scarso rispetto per la libertà di stampa – ma anche molte differenze. Correa, ad esempio, non ha mai elaborato un disegno geopolitico per fare del suo paese una potenza regionale e non può vantare la statura internazionale del suo defunto omologo. E poi non ha i soldi per poter finanziare welfare e geopolitica allo stesso modo, poiché l’economia dell’Ecuador è pari a circa un quarto di quella venezuelana e il petrolio è molto meno.
Negli stessi giorni, la Bolivia di Evo Morales procedeva alla nazionalizzazione di Sabsa, un’impresa spagnola che controlla i principali aeroporti del Paese. Una mossa tipica dei governi di Chàvez e Correa.

Costoro sono stati gli apripista di quel processo di emancipazione che ha affrancato, in varie tappe, l’America Latina dal ruolo di cortiletto di casa degli Stati Uniti in cui era stato relegato fino a non troppi anni fa. Eppure, benché nella memoria collettiva del Sud America Chávez sia destinato a rimanere un simbolo, la sua scomparsa non dovrebbe modificare di molto gli equilibri regionali. Il Subcontinente di oggi è ben diverso da quello di vent’anni fa, e alla retorica infiammata dei Chávez e compagnia si è affiancata una corrente di governi di centro-sinistra meno radicali e più attenti alla crescita economica, sul modello di Lula in Brasile.
Ma la notizia della morte del Comandante è ancora troppo calda perché si possa ipotizzare uno scenario a breve termine.

In Iraq, dove la democrazia è stata calata dell’alto, ci accorgiamo che la guerra non è mai finita. Ha solo cambiato protagonisti e bersagli. A un anno dal ritiro del grosso delle truppe americane e dopo altri nove di occupazione, continuano le lotte di potere tra gruppi politici, etnici e religiosi e si profila la possibilità di elezioni anticipate prima dello scadere della legislatura, nel 2014. O peggio ancora, di una tripartizione curdo-sunnito-sciita del Paese.

L’Iraq nel 2012

Dopo Saddam doveva essere democrazia, ma la realtà è ben diversa. I più recenti dati di Human Rights Watch parlano di libertà personali e collettive negate, abusi su popolazione e minoranze, permanente divisione del Paese in tre aree etnico-religiose.
Gli attentati terroristici si moltiplicano: 325 morti e oltre 700 feriti a luglio. 365 uccisi e 683 feriti nel solo mese di settembre. Nello stesso mese, la condanna a morte in contumacia dell’ex vicepresidente iracheno, il sunnita Tariq al-Hashemi, colpevole di avere organizzato con gruppi terroristici sunniti oltre 150 attentati e omicidi tra il 2005 e il 2011 contro politici e funzionari sciiti del governo di Maliki. Hashemi, fuggito dall’Iraq, si trova ora in Turchia, che rifiuta di concederne l’estradizione a Baghdad.
Resta irrisolta la questione curda, rimasta più o meno silente dal 1992. Anche se il Kurdistan ha una produzione giornaliera di soli 1.000 barili, il Governo autonomo ha stipulato oltre 40 contratti per l’estrazione e l’esportazione autonoma del petrolio contro la volontà del governo centrale, che li ha definiti illegali.
Per finire, in dicembre il Presidente Jalal Talabani, impegnato in una difficile mediazione tra sunniti, sciiti e curdi, è stato colpito da un ictus, cadendo in uno stato di coma profondo.

Il conflitto settario

Tra tutti i paesi del Medio Oriente l’Iraq è quello che ospita al suo interno il maggior numero di minoranze - di cui i sunniti rappresentano chiaramente la punta di diamante -, i cui diritti vengono sistematicamente ignorati. Ragion per cui la deriva settaria del malcontento della popolazione rischia di infiammare un quadro già acceso.
Dal 23 dicembre infiammano le manifestazioni della minoranza sunnita, che accusa il primo ministro Nuri al-Maliki d’incompetenza nella gestione dei servizi pubblici e denuncia la legislazione antiterrorista da cui si sente presa di mira. L’argomento secessione non è più un tabù. Le proteste di massa nel governatorato di Anbar hanno dato origine l’idea di uno “Stato dell’Iraq occidentale” che comprenda popolazione sunnita del Paese.
La primavera confessionale irachena si articola sulle richieste dei manifestanti sunniti (qui in arabo) formulate in 15 punti, sui quali spicca l’istituzione di una “regione sunnita secondo la Costituzione”, a cui segue la caduta del governo Maliki nel caso di rifiuto all’accoglimento di tale istanza. Già lo scorso aprile fonti kuwaitiane (in arabo) rivelavano che Hashemi aveva sostenuto la formazione di una cosiddetta “Grande regione sunnita”  che comprendesse le province di Tikrit, Mosul, Anbar e Diyala. La quale potrebbe essere una delle ragioni, al di là di quelle ufficiali, della sua estromissione e persecuzione da parte del governo Maliki. Secondo altre fonti, Hashemi – definito un burattino nelle mani del governo turco – avrebbe elargito 4 milioni di dollari ai capi tribù delle suddette province per continuare le manifestazioni di piazza.
Negli stessi giorni è tornato a farsi vivo anche Ezzat Ibrahim ad-Duri, ex vicepresidente del Consiglio del comando della rivoluzione dei tempi di Saddam, ultimo ex uomo forte del passato regime e tuttora latitante, dando il suo sostegno alle manifestazioni antigovernative sunnite e lasciando intendere che Maliki è una burattino nelle mani dall’Iran.
La partita irachena non si gioca più solo nei palazzi del potere, ma anche nelle piazze e con le tende. E nel prossimo futuro anche con le armi, se è vero che in novembre è nato lEsercito libero dell’Iraq, fotocopia dell’omologo siriano. I suoi uomini dicono di voler abbattere il “potere sciita” nel Paese e “combattere l’influenza dell’Iran” nella regione. Nessun riferimento a libertà e diritti.
Il giornalista Latif Alsaadi ricorda:

Tutti questi problemi sono comunque la conseguenza della base politica costituzionale, su cui si è mosso il processo politico seguente, e della realtà creata dopo l’occupazione dal plenipotenziario americano Bremer e dal Governo da lui diretto.
Con lui si è fondata la distribuzione del potere su base etnica e settaria e si sono formati, “in nome” della democrazia e del processo democratico, nuovi potenti interessi. Sempre su questa base è stata modificata la legge elettorale con cui si è andati alle elezioni del 2010, in seguito alle quali, stante anche la presenza di una costituzione malata, si sono consolidati interessi selvaggi e legati ad un potere autoritario.
Tale legge infatti ha attribuito gli oltre due milioni di voti delle forze sconfitte ai partiti più forti e grandi, col risultato che molti sono entrati in parlamento senza essere stati votati.

La questione curda

E poi ci sono i curdi. Il Kurdistan gode di un certo grado di autonomia nell’area a nord del Paese, ma l’atmosfera di apparente cooperazione col governo centrale si è parecchio incrinata nell’ultimo periodo.Le polemiche con Baghdad ruotano intorno a due questioni: l’applicazione dell’art. 140 della Costituzione in merito alla giurisdizione su alcune aree contese (come le province di Kirkuk, Salah’din, Ninive e Diyala) e la divisione degli utili del petrolio. Centrale, in entrambi i casi, è la posizione di Kirkuk, città nei cui paraggi viene estratto il 20% di tutto il petrolio iracheno.
Sul primo punto, l’accordo col governo Maliki prevedeva che alle popolazioni locali venisse concesso di decidere se stare con il Governo Regionale Curdo o no, ma Baghdad ha preferito inviare un contingente armato verso i confini del Kurdistan – la Forza operativa Dijlah, allo scopo di controllare le suddette località, anche se formalmente con la finalità di combattere il terrorismo. Sul secondo, ai curdi spetterebbe 17% dei proventi petroliferi, ma non siamo mai andati oltre il 13%-14% a causa dei tagli imposti da Baghdad.
Come nella contesa tra sunniti e sciiti, il braccio di ferro tra curdi e governo centrale interessi molto concreti. Globalist:

La controversia in merito alla sovranità territoriale tra governo centrale e KGR ha, infatti, multiple sfaccettature. Da un lato alle diatribe politiche tra Baghdad ed Erbil è sottesa una spaccatura tra arabi e curdi che potrebbe riaprire contraddizioni di natura etnica all’interno del Paese, dall’altro un ruolo importante è giocato dagli alleati internazionali delle due parti. A seguito della ritirata delle truppe statunitensi, sia il governo centrale sia il KGR hanno cercato di ricalibrare a proprio favore i rapporti di forza interni. In questo senso il governo al Maliki ha tentato un riposizionamento sull’asse sciita al fianco dell’Iran mentre il governo di Barzani ha lavorato per apparire un partner credibile per gli investitori esteri.

Gli investimenti stranieri nel settore petrolifero iracheno sono diretti perlopiù in Kurdistan o nelle provincie contese e per quanto durante l’estate il governo di al Maliki abbia cercato di riprendere la gestione delle concessioni anche minacciando le compagnie petrolifere, Barzani mantiene salda la sua posizione ed ha reso noto il progetto di un oleodotto curdo verso la Turchia che estrometterebbe completamente il governo iracheno dalla gestione degli impianti. L’alleanza con attori internazionali, e in particolar modo con Ankara, ha, però, obbligato il KGR a rilanciare il proprio protagonismo nell’area e ad esprimersi anche su questioni come la guerra in Siria, foriere di dissidi a livello interno. Nel caso specifico Baghdad ed Erbil si trovano su fronti opposti. Al Maliki sostiene gli al-Assad mentre Barzani ha dato rifugio a molti profughi siriani e ha creato forti legami con il Consiglio Nazionale Siriano (CNS).

In questo contesto un eventuale conflitto interno tra curdi ed arabi non solo renderebbe palese il fallimento del processo di unificazione nazionale dell’Iraq, ma avrebbe anche conseguenze che travalicano i confini del Paese e che potrebbero aggiungere elementi di instabilità alla regione.

In quest’ottica, il Kurdistan vuole internazionalizzare la sua lotta per assumere un ruolo chiave nel quadro geopolitico regionale.
Se da un lato il governatore curdo Erbil ha intrapreso una serie di iniziative di lotta “interne”, come la sospensione delle proprie forniture a Baghdad quale arma di negoziato, dall’altro ha alzato lo sguardo oltreconfine stringendo accordi di esplorazioni con le maggior compagnie petrolifere mondiali. Uno su tutti – quello con Exxon Mobil -, ha complicato estremamente le relazioni tra il governo autonomo e la compagnia statunitense, da una parte, e le autorità irachene, dall’altra. Il pericolo rappresentato da questa mossa si spiega in due effetti: le Big Oil sembrano ora pronte a rischiare l’ira di Baghdad pur di guadagnare una posizione in Kurdistan, mentre la regione sembra acquistare, in questo modo, sempre maggiore autonomia di manovra.
Il controllo sull’Iraq passa per la frammentazione del tessuto politico, sociale ed economico che lo costituisce. Perché l’Iraq odierno non è che questo: un Paese incatenato da forze politiche ed economiche che ne inibiscono la crescita, continuando però a sfruttare le sue risorse energetiche.
Sarà anche per questo che, da qualche tempo, i media internazionali danno grande rilevanza al Kurdistan iracheno, mentre i diritti di oltre 20 milioni di curdi che vivono in Turchia non sembrano meritare lo stesso spazio (parentesi: per un background completo sulla questione curda si veda Limes).

Il futuro che non c’è

Per la Banca Mondiale l’Iraq un Paese ancora da tutto da ricostruireLe risorse per farlo ci sarebbero, in teoria. In pratica, in cima all’agenda del governo questo punto pare non esserci. Nel 2013 Baghdad avrà a disposizione il più grande bilancio della storia del Paese, forte dei 118,6 miliardi di dollari previsti dai proventi del petrolio. Ma a beneficiarne non saranno i cittadini: la fetta più grande della torta è destinata infatti a incrementare la produzione di greggio, a rafforzare la sicurezza e la difesa, e a soddisfare tutte le esigenze dell’ufficio del primo ministro. La ricostruzione, dunque, dovrà ancora attendere.
Senza contare le inefficienze e disuguaglianze direttamente imputabili alla corruzione, che in Iraq coinvolge tutti gli aspetti della vita quotidiana.

Per finire, anche la verità – prima e l’ultima vittima dell’invasione irachena - dovrà attendere. Il giorno di Natale, le famiglie dei militari americani e britannici coinvolti nell’invasione del 2003 hanno appreso che la declassificazione di alcuni messaggi privati intercorsi tra l’allora premier Tony Blair e il presidente USA George W. Bush è stata nuovamente rimandata: doveva essere pronta quasi due anni fa, poi nel 2012 e ora prossima data utile sembra essere fine 2013, forse l’inizio del 2014. Colpa delle resistenze incontrate tra le fila del governo inglese.
A dieci anni di distanza, ci sono segreti (di Pulcinella) che non possono ancora essere svelati.

Il 2012 in sintesi

Il 2012 dal punto di vista della politica internazionale può essere visto sotto un duplice aspetto: quello dei fatti noti e dei meno noti.
Niccolò Locatelli su Limes riassume i temi dominanti dell’anno che sta per concludersi:

Il 2012 non è stato per la politica internazionale un anno rivoluzionario (e indimenticabile) come il 2011, quanto piuttosto un anno in cui si sono consolidate tendenze emerse in passato o ne sono nate di nuove, dagli esiti ancora incerti. È stato un anno di cambi di leadership realizzati (Cina), mancati (Stati Uniti), in sospeso (Venezuela). È stato un anno di crisi sventate o per lo meno rinviate (il collasso dell’euro, l’attacco all’Iran). Per questi motivi il 2012 può essere definito un anno di transizione.
In Siria la transizione è stata duplice: quella che nel 2011 era una ribellione è diventata una vera e propria guerra civile [...] la guerra in Siria è diventata nel corso del 2012 una guerra per procura tra l’asse dei paesi sunniti – appoggiato, in mancanza di alternative migliori, dall’Occidente – e l’Iran, per l’occasione spalleggiato dalla Russia.

gli Stati Uniti sono presi dalla transizione delle loro priorità geopolitiche: l’allontanamento dal Medio Oriente verso il Pacifico,per contenere la Cina e concentrarsi sull’area dove l’economia crescerà di più, è in atto. La conferma alla Casa Bianca di Obama, tra i principali artefici di questa strategia, la rafforzerà.

Attraverso il Diciottesimo congresso del Partito comunista, la Cina ha avviato con successo, malgrado lo scandalo di Bo Xilai, il cambio di leadership che si concluderà a marzo. [...] Nel 2012 la Cina è stata particolarmente assertiva nel rivendicare la propria sovranità(disputata) di alcune isole nel Mar Cinese. Le prove di forza con GiapponeVietnam eFilippine sono rimaste sul piano politico e simbolico, ma anche se non si è arrivati alla guerra la situazione resta tesa.

La transizione per l’Unione Europea, e in particolare per l’Eurozona, nel 2012 ha significato lotta per la sopravvivenza. [...] Rimangono insoluti i nodi politici e culturali: se la soluzione dev’essere condivisa, quanta sovranità sono disposti a cedere gli Stati, e a chi?

A est dell’Ue l’eco delle sentenze del Tribunale penale internazionale dell’Aja ci dice che la transizione verso una convivenza pacifica nell’ex Jugoslavia è ancora incompleta.

Il 2012 è stato un anno di transizione anche per la cosiddetta “primavera araba”:l’assalto al consolato Usa di Bengasi, le contestate decisioni di Morsi in Egitto, l’ondata di arresti in Kuwait e Bahrein hanno portato molti a dubitare della possibilità che la democrazia trionfi sulla sponda Sud del Mediterraneo.

In America Latina una transizione potrebbe avviarsi da un momento all’altro. Per la prima volta nel XXI secolo, il Venezuela e la regione potrebbe essere presto orfani – politicamente o biologicamente - di Hugo Chávez. [...] L’alleato più stretto del Venezuela, la Cuba dei fratelli Castro, ha già avviato una lentissima transizione verso un’economia più aperta, sul modello cinese e vietnamita. Come a Pechino e ad Hanoi, anche sull’isola la democrazia non è alle viste.

I fatti e gli eventi trascurati e meno noti al grande pubblico, ma che potrebbero diventare i trending topic del 2013, come di consueto, sono invece raccontati da Foreign Policy.
In sintesi:

  1. Le relazioni commerciali tra India e Pakistan
    L’interscambio commerciale tra i due Paesi è aumentato di nove volte tra il 2004 e il 2011, arrivando a toccare quota 2,7 miliardi di dollari. Ed è destinato ad aumentare ulteriormente dopo la firma di diversi accordi nello scorso settembre.
  2. Il Brasile diventa Paese d’immigrazione
    Attulamente ci sono stati circa 2 milioni di stranieri (molti dei quali portoghesi) che vivono legalmente in Brasile e circa 600.000 clandestini. L’interesse da parte dei cittadini di altri Paesi è frutto delle opportunità offerte dall’economia in crescita (ma non troppo), che nel prossimo anno richiederà un apporto di lavoratori qualificati tra le 200.000 e 400.000 unità, da impiegare in settori come il petrolio, le miniere, e la tecnologia.
  3. Gli Inuit rivendicano maggiori diritti sulle estrazioni nell’Artico
    La tendenza è iniziata nel mese di marzo, quando il governo Inuit del Labrador, in Canada,ha revocato il divieto di estrazione dell’uranio. Poi, nel mese di settembre, un gruppo di Inuit del territorio di Nunavut si è rivolto a Wall Street per trovare investitori disposti a finanziare un progetto di estrazione di oro, argento, rame, zinco e diamanti.
  4. Il verme di Guinea è quasi scomparso
    L’OMS ritiene che nei prossimi due anni verme di Guinea diventerà la seconda malattia conosciuta, dopo il vaiolo, ad essere completamente eliminata. Altre patologie (come la lebbra e la peste tubercolosi), però, sembrano tornare in ascesa a dispetto delle previsioni.
  5. Stampa 3D, innovazione e problemi
    Nel futuro prossimo la tecnologia tridimensionale porrà delle serie questioni sia per il copyright che per quanto riguarda l’ecosostenibilità.
  6. Finisce il mito dei call center indiani
    Per anni, l’immagine dei giganteschi call center in India è stata uno dei cliché della globalizzazione (chi non ricorda il film The Millionaire?). Ma da quest’anno la quota degli operatori telefonici localizzati a Delhi è scesa dall’80% al 60% in virtù della crescente concorrenza di Filippine, Brasile, Messico, Vietnam e alcuni Paesi dell’Europa orientale. Nel subcontinente il mercato dell’outsourcing sembra ormai saturo; le altre altre economie emergenti sanno ora di poter competere.
  7. Hong Kong in controffensiva
    Le tensioni tra Hong Kong e la madrepatria sono in crescita, accentuandole tendenze nazionalistiche in seno alla città autonoma. Le prove di forza di Pechino nel Mar Cinese Meridionale preoccupano sempre di più il governo locale.
  8. Cipro, la sponda di Mosca sul Mediterraneo
    Il salvataggio dell’economia dell’isola da parte della Russia (qui e qui) ha di fatto allontanato Nicosia da Bruxelles. L’influenza su Cipro garantisce al Cremlino un valido avamposto sia nei rapporti con la Turchia che col resto del Vicino Oriente.
  9. Il petrolio nel Congo
    Si stima che l’area del Parco Nazionale del Virunga, vicino al confine con l’Uganda, contenga giacimenti di oro nero per un ammontare di 6 miliardi di barili. Ai prezzi correnti, il valore di quel petrolio sarebbe pari a 28 volte l’intero PIL del Congo. Ma le operazioni di ricerca ed estrazione sono complicate dai rischi geopolitici ed ambientali che le attività petrolifere comportano.
  10. Le dispute insulari di cui non abbiamo sentito parlare
    Per tutto il 2012 si è parlato delle tensioni nell’Asia orientale per quanto riguarda il possesso di determinate isole (su tutte, le Spratly e le Senkaku). Ma anche nel Golfo Persico c’è chi litiga per lo stesso motivo: è il caso di Iran e Emirati Arabi Uniti, che rivendicano la sovranità su Abu Musa e i lembi di terra limitrofi.

Come tutti (gli esperti di questioni geopolitiche) sanno, l’economia cinese e quella americana sono complementari: l’apparato industriale sinico e quello finanziario di Wall Street si incastrano alla perfezione (benché le aziende USA, dopo anni di delocalizzazione selvaggia, stiano adesso riportando la produzione in casa). Ma sia Pechino che Washington consumano molta energia. Troppa. Ed è qui che parte la competizione tra i due colossi, dove i colpi bassi non mancano. Le manovre intorno al boom petrolifero in Uganda ne sono un esempio.

Vi ricordate Kony?

In seguito alla campagna mediatica di Invisible Chidren – che peraltro non diceva tutta la verità sulla vicenda;  ecco la vera storia - molte forze sono state mobilitate contro Joseph Kony, leader del LRA, e qualche risultato in tal senso è pure stato ottenuto. Rimane però una domanda: ma se Kony era una spina nel fianco di Kampala da due decenni e mezzo, perché sia gli USA che Uganda hanno deciso di dargli la caccia solo pochi mesi fa?

Gli obiettivi nascosti della campagna sono spiegati in questo post di Davide Matteucci su Limes. In sintesi, alla base della campagna c’era la necessità degli USA di recuperare lo svantaggio nella competizione petrolifera con la Cina in Africa centrale. Sostenere il presidente ugandese Museveni nella caccia al nemico avrebbe garantiti alle Big Oil statunitensi un trattamento di favore in vista delle nuove concessioni estrattive. Anche lo stesso Museveni ne avrebbe beneficiato. Inoltre l’Uganda è un’importante attore locale nella lotta contro al-Shabaab in Somalia. Ecco ricostruito il quadro:

Le manovre interne di Museveni, la competizione per le risorse petrolifere, la crisi somala e le possibili ricadute di quella tra i due Sudan rappresentano quindi temi verosimilmente legati all’improvvisa accelerazione nella caccia a Kony. A essi va aggiunto l’avvicinarsi delle elezioni americane: la cattura del capo dei ribelli ugandesi sarebbe un importante successo per Obama. Seguendo questa lettura, c’è chi colloca la stessa iniziativa del video Kony2012, con tutte le sue numerose imprecisioni rispetto alle attuali dimensioni dell’Lra, all’interno di un disegno volto a nascondere obiettivi tutt’altro che umanitari dietro la necessità di fermare le atrocità commesse da Kony e dai suoi seguaci.

Nella visione strategica dell’America, l’Uganda ha un posto in prima fila. Sia per le riserve petrolifere che per la posizione chiave occupata da Kampala nel contesto regionale. Pensiamo al tour in Africa di Hillary Clinton nello scorso agosto: tra le altre cose, il segretario di Stato ha incontrato anche il presidente Museveni. La Clinton lo ha esortato a rafforzare l’avanzamento delle istituzioni democratiche onde garantire la stabilità del Paese (e dunque dei rapporti con gli USA) anche dopo le elezioni del 2016, benché il presidente abbia rimosso il limite del doppio mandato proprio per potersi ricandidare nuovamente. Tuttavia Washington sembra guardare verso un futuro post-Museveni.

Ha vinto la Cina

A quasi un anno dalla vicenda Kony, però, il piano degli USA per tenere lontana la Cina è fallito. L’Uganda intende seguire una politica di gestione del petrolio orientata allo sviluppo dell’economia locale, più che alle esportazioni. Tra le poche compagnie estere che beneficeranno dei diritti d’estrazione c’è la cinese CNOOC, a fronte di nessuna americana. L’Indro (dove si accenna anche all’ENI in modo tutt’altro che lusinghiero):

Durante il discorso il Presidente ha lanciato un duro monito alle multinazionali. Chi non si adegua con la politica nazionale petrolifera può abbandonare il mercato. Un attacco diretto è stato rivolto all’Italia e alla multinazionale ENI: “Il Governo ha preferito la multinazionale cinese CNOOC a quella italiana ENI non solo per motivi geopolitici. Sapete perché l’ENI è rimasta fuori?Sono venuti a trattare corrompendo il Primo Ministro Amana Mbabazi. Visto che odio la corruzione non ho concesso loro la licenza”. Trascurando l’ultima frase assai grottesca, in quanto Museveni fino al 2012 ha trasformato la corruzione in un metodo di gestione politica del potere, rimangono presso l’opinione pubblica ugandese forti sospetti di corruzione, smentiti  dalla multinazionale, ma riportate nel 2011 da vari media italiani. Secondo il Ministro ugandese degli interni la ragione principale dell’esclusione dell’ENI fu l’aver nascosto al Governo la compartecipazione della Libia di Gheddafi all’epoca in forti contrasti con l’Uganda. Prima della caduta del regime il leader libico possedeva il 2% delle azioni ENI e stava pianificando di aumentare la quota azionaria al 10%. Tale mossa finanziaria avrebbe permesso alla Libia di controllare indirettamente le risorse petrolifere ugandesi, vanificando gli sforzi del governo tesi a impedire la penetrazione economica libica in un settore di importanza strategica come il petrolio. L’attacco è stato diretto anche alla multinazionale Tullow sospettata di altrettanti atti di corruzione e la più acerrima oppositrice della costruzione di una raffineria. Nella tipica oratoria piena di buffe espressioni facciali, aneddoti, proverbi locali e scherzi, Museveni ha ricordato che l’Uganda deve sfruttare al meglio l’opportunità offerta dal petrolio visto che le riserve basteranno per solo 25 anni“Il petrolio non deve servire alla classe politica ugandese per gonfiare i salari ed abbandonarsi in spese stravaganti comprando whisky pregiato, profumi, vestiti di Armani e bambole gonfiabili. Deve servire per rafforzare l’agricoltura che non si esaurirà mai e l’Industria”, ha chiarito il Presidente facendo ironia sulla notizia recentemente pubblicata da alcuni giornali scandalistici riguardanti la particolare collezione privata di bambole gonfiabili sexy di un Ministro. Si prevede che la multinazionale Tullow possa ritirarsi dal mercato ugandese o sia costretta a farlo a causa del suo rifiuto riguardante la raffineria. Anche la Cinese CNOOC e la francese TOTAL non sono molto entusiaste di gestire il consumo regionale del greggio. Per prevenire eventuali difficoltà il Presidente Museveni sta aprendo il mercato alla Russia, ponendo le basi per importanti accordi durante la sua visita ufficiale a Mosca avvenuta il 11 dicembre scorso. Varie multinazionali russe si sono dimostrate interessate allo sfruttamento dei pozzi petroliferi e alla costruzione di una raffineria regionale in Uganda. Un mistero avvolge la quantità reale dei giacimenti petroliferi ugandesi. Dopo le stime ottimistiche degli anni duemila, ora la Tullow afferma che le riserve di 2,2 miliardi di barili in realtà sarebbero inferiori. Di parere contrario sono altre multinazionali tra cui russe che stimano le riserve ad oltre 3,4 miliardi di barili. Stima che potrebbe aumentare con le esplorazioni in atto sul Lago Alberto.

I contratti con le aziende estere erano già stati congelati un anno fa, sempre per ragioni legate a scandali per corruzione.

Le ragioni dell’Uganda sono comprensibili: due miliardi e mezzo di barili non spostano di una virgola gli equilibri del mercato petrolifero globale, ma sono per un piccolo Paese come l’Uganda rappresentano un vero e proprio tesoro. Meglio tenere il greggio in casa piuttosto che venderlo ad altri. Ma l’Uganda rivestirebbe una grande importanza anche come Paese di transito per il greggio estratto nel Sud Sudan e nel Nordest del Congo. Da qui le attenzioni di USA e Cina verso Kampala. E a un migliaio di chilometri a sudest c’è il Mozambico, dove Pechino si è già mossa in seguito alla scoperta di un grande giacimento di gas nell’Oceano Indiano (20 miliardi di m3) da parte dell’ENI. Oggi l’Africa orientale, dopo l’Artico, è considerata la nuova frontiera dell’energia globale. Una partita che Cina e America puntano entrambe a vincere. Il primo match sul neutro di Kampala lo ha già vinto Pechino. Evidentemente, a Washington, la “presenza” in campo di Kony non è bastata.

Corleto Perticara è un ridente comune di 2.712 anime dell’entroterra potentino, nella valle del fiume Sauro, al confine con la provincia di Matera. Ha dato i natali a Pietro e Michele La Cava, e Carmine e Tommaso Senise, illustri coppie di fratelli legate al periodo storico del Risorgimento. Visitandolo, si possono ammirare la Chiesa Chiesa Matrice di Santa Maria Assunta e i resti del Castello Normanno, ora sede municipale. Tuttavia, non è per questi aspetti che, da circa un mese, questo piccolo comune lucano è conosciuto più all’estero che in Italia.

Nei primi di novembre un articolo sul Guardian (tradotto qui) si è concentrato su Perticara. Il motivo? il prossimo avvio dell’estrazione di petrolio attraverso una serie di pozzi aperti lungo le pendici dell’Appennino. Si tratta del cosiddetto progetto Tempa rossa, approvato dal governo Monti lo scorso maggio, partecipato al 75% dalla compagnia francese Total e per il restante 25% da Shell, in un campo di estrazione che sarà operativo dal 2016 e che dovrebbe fornire una  produzione giornaliera di 50 mila barili di petrolio, 230 mila m3 di gas naturale, 240 tonnellate di GPL e 80 tonnellate di zolfo. Lo scorso 23 marzo anche il CIPE ha quantificato il finanziamento totale dell’opera in 1,3 miliardi di euro.
Secondo il quotidiano britannico, Goldman Sachs considera il piano uno tra i 128 progetti più importanti al mondo: uno di quellicapaci di cambiare gli scenari mondiali dell’energia estrattiva. Ne è convinta anche il sindaco Roasaria Vicino, sicura che  le royalties che entreranno nelle casse dell’amministrazione locale garantiranno un netto miglioramento della vita dei corletani.

Al di là delle buone intenzioni riguardo allo sviluppo delle fonti rinnovabili e al miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici, resta il fatto che il piano energetico nazionale ruota attorno ai combustibili fossili. Dunque, all’estrazione di petrolio e di gas naturale, di cui il governo intende raggiungere il raddoppio della produzione nazionale, per un incremento che dovrebbe fornire all’Italia il 7% del suo fabbisogno totale di energia. E che a detta del ministro Passera contribuirà a creare 25.000 nuovi posti di lavoro – argomento sempre di grande appeal, soprattutto ora che la disoccupazione ha toccato i massimi storici.

Peccato che lo slancio entusiastico del governo non tenga conto dell’altra faccia della medaglia, ossia dei rischi derivanti dalle estrazioni nonché da tutte le attività connesse. In estate concludevo un articolo domandandomi, a fronte di risorse misere e danni potenziali enormi, cosa ci fosse di strategico nelle trivellazioni.
E non solo l’unico a chiederselo, soprattutto perché la corsa all’oro nero potrebbe mettere a repentaglio l’altra e più importante risorsa custodita sotto il suolo lucano: l’oro blu. L’estrazione petrolifera in Basilicata infatti si concentra spesso in prossimità di dighe e sorgenti. Qualche dato da Canalenergia:

La Regione considerata “strategica” dal Governo per aumentare la produzione nazionale di idrocarburi, non ha soltanto il petrolio. Nella sola Val d’Agri si contano 600 sorgenti. Il fiume Agri alimenta l’invaso del Pertusillo che fornisce ogni anno 153 milioni di metri cubi di acqua a Puglia Basilicata. Secondo i dati dell’Autorità Interregionale di Bacino della Basilicata, oltre il 65%dell’acqua erogata, pari a quasi 103,5 milioni di mc, tra il 1992 e il 2002 verso la Puglia è stato destinato ad uso umano.

Sul petrolio in Basilicata si veda questo spezzone della puntata de Gli Intoccabili del 27 febbraio scorso. La triste sintesi è che l’arrivo delle trivelle in terra lucana non ha portato né occupazione né benessere. In compenso, la gente del luogo deve fare quotidianamente i conti con i danni ambientali e sanitari che la bonanza del petrolio comporta.
Tutte circostanze che, secondo l’OLA (Organizzazione Lucana Ambientalista), l’autore dell’articolo sul Guardian evidentemente non conosce:

Ci perdoni, Mr Hooper! Lei ha perso però una occasione per descrivere qualcosa di reale, oltre il pittoresco paesaggio che l’ha impressionato. Non ha visto, forse non ha voluto vedere più a fondo oltre la superficie oleografica e pittoresca. Ha preferito scrivere il suo articolo riportando le voci ufficiali che presentano la Basilicata come il Texas d’Italia.  La voce di Mrs Vicino, sindaco di Corleto Perticara, nonchè  Assessore all’Edilizia Scolastica e Pubblica Istruzione della Provincia di Potenza, ripete da sempre il ritornello dello sviluppo petrolifero come unica occasione di riscatto. Mrs Vicino continua a far finta di credere nello sviluppo petrolifero e non vuole vedere cosa accade a pochi chilometri dal comune che amministra da sindaco, a Viggiano, dove il petrolio, dopo 15 anni, non ha creato nè occupazione nè ricchezza, ma solo disoccupazione e inquinamento, nonostante le royalties.
Nel suo articolo accenna ma non approfondisce la cosiddetta “moratoria petrolifera bluff”, fatta approvare dal Consiglio Regionale della Basilicata dal presidente della Regione Basilicata, Vito De Filippo. Non ha voluto ascoltare le testimonianze di chi abita a poca distanza dal pozzo petrolifero Gorgoglione 2, che la Total sta perforando e da dove fuoriescono gas mortali e velenosi, come l’ H2s. Non ha chiesto alla Total, ad esempio, se è vero che il progetto prevede che le acque acque di strato provenienti dai pozzi di petrolio e quelle oleose del costruendo centro olio di Corleto Perticara, debbano essere riversate nel torrente Sauro. Avrebbe potuto approfondire le questioni dei fanghi petroliferi seppelliti illegalmente sotto i campi dove i contadini hanno coltivato il grano, che ancora aspettano di essere bonificati. Chiedere infine, perchè a Corleto Perticara si ci ammala più che in qualsiasi altra area urbana ed industriale d’Italia, pur essendo un’area agricola.

Dello stesso tenore il commento della prof.ssa D’Orsogna sul suo blog.
Ma non c’è solo la Basilicata. Da mesi, in tutto l’arco ionico si è levato un coro di voci preoccupate per un probabile aumento delle emissioni inquinanti dovute all’attività estrattiva. Nel porto di Taranto - l‘Ilva non è poi così lontana - sarà necessario costruire due serbatoi da 180.000 m3 per stoccare il greggio, ampliare il pontile della raffineria ENI e supportare l’aumento del traffico da 45 a 140 navi l’anno. In un momento, quello attuale, di rinnovato interesse per l’esplorazione petrolifera lungo le coste pugliesi.

E’ inutile sottolineare che tra il governo e le compagnie petrolifere sussista un’innegabile (e preoccupante) convergenza di interessi. Una cosa è certa: oggi si scopre che la riforma al Titolo V della Costituzione, pur avendo conferito maggiore autonomia alle Regioni, le ha praticamente spogliate dell’autodeterminazione a decidere le azioni da adottare sul proprio territorio in materia di energia. E così il Governo ha impugnato dinanzi alla Corte Costituzionale la legge della Regione Basilicata che ha bloccato le nuove ricerche di petrolio e gas. Certo, si dirà, la legge viola il principio di leale collaborazione, che sempre deve presiedere ai rapporti tra lo Stato e la Regione. Il testo del ricorso, però, lascia quanto meno perplessi.

UPDATE: Alcune mappe:

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Uno studio della NASA, che prende in esame i dati satellitari e dalla Terra degli ultimi 20 anni, mostra l’evolversi un fenomeno apparentemente contraddittorio in capo al mondo: nell’Artico il ghiaccio si ritrae, mentre in Antartide si espande sempre di più.  In altre parole, i ghiacci che che ricoprono il Mar Glaciale Artico hanno toccato un minimo di estensione, fenomeno che dura da oltre 30 anni ed è ora arrivato a un punto giudicato preoccupante per l’equilibrio del Polo Nord così come lo conosciamo. In Antartide, al contrario, dal 1978 al 2010 l’estensione totale del ghiaccio marino è incrementata di circa 18.000 kmq l’anno: una superficie paragonabile a quella del Veneto.
Il processo in corso è lo stesso, sebbene comporti due risultati differenti. Al nord, infatti, l’aumento della temperatura media scioglie i ghiacci esponendo le acque dell’oceano alla luce del sole, che di conseguenza si riscaldano accelerando il processo di scioglimento del ghiaccio. Al Sud, l’aumento del ghiaccio ha reso l’ambiente più “freddo”, e dunque più ghiacciato. In entrambi i casi, in sostanza, si tratta di un fenomeno che da un certo punto in poi ha finito per autoalimentarsi.
I due estremi del mondo, dunque, condividono lo stesso destino. Non soltanto dal punto di vista climatico. Entrambi sono oggetto delle stesse dinamiche politiche, nonché obiettivo degli stessi Stati.

Polo Nord

A fine ottobre la Russia, per bocca di Aleksandr Popov, direttore dell’agenzia federale per lo sfruttamento del sottosuolo Rosnedra, ha sollecitato (nuovamente) le Nazioni Unite a riconoscerei nuovi confini della piattaforma artica che accrescerebbero la parte russa di oltre di 1,2 milioni di kmq. Le ricerche geologiche condotte dai geologi di Mosca nell’ultimo biennio potrebbero consentirle di sostenere la richiesta davanti alla commissione ONU sui limiti della piattaforma continentale; l’unico organismo internazionale adibito a consacrare tale riconoscimento. In caso di risposta affermativa, la Russia potrebbe sfruttare maggiormente i ricchi giacimenti di idrocarburi, terre rare e metalli preziosi celati sotto i fondali.
Un’insistenza che ci ricorda, se mai ce ne fosse bisogno, che la guerra – “fredda”, di nome e di fatto – per l’Artico è già in corso. Lo ha capito la Danimarca, che pochi giorni fa ha fondato il Comando della Difesa per il Polo Nord a Nuuk, capitale della Groenlandia. Nel discorso inaugurale, la Regina Margherita II ha affermato che “Compito primario dell’Arctic Command sarà quello di dirigere e coordinare il dispiegamento di unità militari nel Nord Atlantico e nell’Artico. Il progetto è parte dell’attuazione dell’accordo Difesa 2010-2014“. Si tratta dell’ultimo e più tangibile esempio del crescente fenomeno di militarizzazione dell’area. Sull’altra faccia della medaglia, la strategia delle grandi potenze nella regione Artica si impernia su una logica spartitoria.
Interessante questa analisi su Rinascita, che racconta come nel corso del 2012 le esercitazioni militari nell’Artico si siano alternate agli incontri ad alto livello dei rappresentanti delle Forze armate di Stati Uniti, Russia, Canada, Norvegia, Danimarca, Svezia, Islanda e Finlandia per discutere la spartizione dell’area. Avvenimenti questi che avranno un peso enorme sul futuro del Polo Nord. Futuro che in ogni caso, come ho più volte ricordato, sarà comunque appannaggio non degli Stati, bensì delle Oil companies (qui, qui e qui).

Polo Sud

Qui la situazione non è molto diversa. In attesa di saccheggiare i giacimenti energetici (50 miliardi di barili di petrolio), oggetto delle mire predatorie dei grandi Stati sono le riserve di pesca. Pochi giorni fa, a Didney, è fallito il tentativo di creare un “santuario marino” nell’Oceano Antartico con l’intento di proteggere la biodiversità dell’area. La Commissione per la conservazione delle risorse viventi marine dell’Antartico ha infatti chiuso i lavori senza adottare alcuna decisione a riguardo, rinviando la questione al vertice annunciato per il prossimo luglio in Germania.
Composta da 24 Paesi e dall’Unione Europea, la Commissione ha valutato due proposte riguardanti altrettante zone nelle acque dell’Antartico meridionale: una da 1,6 milione di kmq per la tutela del mare di Ross (l’ecosistema marino meglio conservato al mondo), e un’altra da 1,9 milione di kmq lungo la zona costiera nell’Antartico orientale, sostenuta da Australia e Unione europea. Ma i timori di Cina e Russia per le restrizioni che ne sarebbero derivate alla pesca ha bloccato tutto.
Gli ambientalisti riuniti nell’Alleanza per l’Oceano Antartico hanno espresso forte delusione. ”La Commissione si è comportata come un’organizzazione ittica piuttosto che un’organizzazione di tutela delle acque dell’Antartico“, ha commentato Farah Obaidullah, portavoce di Greenpeace. Ma come già accaduto in altri vertici su temi ambientali (come il Rio+20), non ci si poteva aspettare un esito differente. Troppo forti gli interessi commerciali perché le questioni ambientali potessero avere il loro peso.

Un anno fa ho spiegato il ruolo cruciale dell’Azerbaijan nei piani di diversificazione energetica dell’Unione Europea. Se ne è parlato in un incontro a Londra il 24 ottobre, in occasione dei dieci anni dal completamento dell’oleodotto BTC, che trasporta un milione di barili di petrolio al giorno dai giacimenti del Caspio all’importante terminal di Ceyhan (Turchia). Tuttavia, negli ultimi dodici mesi Bruxelles non si è avvicinata di molto a Baku; in compenso oggi quest’ultima pare avvicinarsi sempre di più al Mediterraneo.

L’Azerbaijan sta coltivando rapporti sempre più stretti col Montenegro. Secondo l’Osservatorio Balcani e Caucaso:

Lo scorso luglio ad esempio la SOCAR, potente e ricchissima azienda statale petrolifera azera, ha vinto la gara per accaparrarsi (per i prossimi 90 anni) la concessione dell’ex zona militare di Kumbor, sulla suggestiva costa delle Bocche di Cattaro, e trasformarla in un complesso vacanziero di lusso [l'analisi del Financial Times su questo controverso investimento, n.d.r.]. La vittoria è arrivata nonostante la mancanza di precedenti esperienze nel settore, e superando l’agguerrita concorrenza di consorzi turchi e americani.
E questo è solo l’ultimo di una serie di ricchi accordi bilaterali firmati negli ultimi due anni. Oggi l’Azerbaijan investe in Montenegro anche nel porto di Bar, nella costruzione della superstrada Tivat – Budva, nell’autostrada Bar – Boljari, in perforazioni alla ricerca di idrocarburi nell’Adriatico meridionale.
D’un tratto, la rotta aerea Podgorica – Baku s’è fatta affollata. Molto affollata.

Visti i precedenti, fin troppo facile pronosticare che, a breve, anche Podgorica potrà fregiarsi di una statua ad Heydar Aliyev . E pensare che, come ricorda Monitor
, la capitale montenegrina è gemellata da anni con quella armena Yerevan...

Ma sono soprattutto i crescenti legami con Israele ad avvicinare Baku all’ex Mare Nostrum. SOCAR ha iniziato il proprio piano per diventare un produttore energetico internazionale proprio da qui, entrando con una partecipazione del 5% nel giacimento petrolifero di Mel Ashdod, l’unico economicamente conveniente nelle acque a largo dello Stato ebraico. Previsti investimenti anche per lo sviluppo dei giacimenti di gas.
I ben informati non mancheranno di notare che l’accordo è giunto tre mesi dopo che Israele aveva concluso con Baku un contratto per la vendita di armi (con tanto di sistemi di difesa antimissile) da 1,6 miliardi di dollari. L’asse tra azeri e israeliani affonda le sue radici, oltre che nella cooperazione energetica, anche nella comune rivalità con l’Iran, ribadita in febbraio con la disponibilità di concedere le proprie basi all’aviazione israeliana - benché Baku non avrebbe nulla da guadagnare da un eventuale ai siti nucleari di Teheran.
Israele fornirà all’Azerbaijan anche la tecnologia necessaria per la dissalazione e la potabilizzazione dell’acqua di mare.

Per finire, gli azeri hanno più volte ribadito la propria neutralità di fronte ai due progetti concorrenti del Nabucco e del TAP, entrambi volti a convogliare il gas dalle proprie sponde a quelle più calde del Mediterraneo. Qualunque progetto sarà alla fine realizzato, Baku sarà comunque più vicina.

Per avere un quadro completo sulle recenti elezioni in Venezuela, si veda questo esauriente post su BloGlobal. Qui mi limito ad alcune considerazioni.

Dopo la sua rielezione, Hugo Chavez ha promesso di diventare un “presidente migliore” e di lavorare con l’opposizione per proseguire la rivoluzione bolivariana. Opposizione che stavolta non può neppure lamentarsi di presunti brogli: il sistema di voto è completamente automatizzato e lo scarto di dieci punti sullo sfidante Capriles non lascia spazio a dubbi sull’esito finale. Ad ogni modo, per Chavez si tratta di una conferma, ma non di un successo.

In primo luogo perché, al di là dei proclami infarciti di populismo (a cominciare dalla frase con cui ha inaugurato la sua campagna elettorale: “Nei prossimi 100 giorni saranno decisi i prossimi 100 anni del Venezuela… una rivoluzione non si misura in un anno o in dieci, ma nei secoli”), le sfide per il suo governo sono veramente tante. Linkiesta:

Chávez dovrà da subito affrontare tre dei problemi sottolineati dall’opposizione in campagna elettorale: l’inflazione galoppante a tassi di quasi il 30% all’anno; il debito pubblico, passato da 34 a 150 miliardi di dollari nell’ultimo decennio; e l’insicurezza. Con un tasso che oscilla, a seconda delle fonti, tra i 49 e i 67 omicidi ogni centomila abitanti, il Venezuela è uno dei paesi più violenti dell’America Latina. Gli esperti attribuiscono questa situazione alla corruzione, all’impunità e all’assenza delle istituzioni, della polizia e della giustizia, più che alla povertà o alla disuguaglianza sociale. Ma in un caso o nell’altro resta una situazione drammatica.

Infatti, il Venezuela è il paese latinoamericano con le minori differenze economiche tra ricchi e poveri, ma la violenza non diminuisce. La crescita venezuelana, in media del 2,25% nel 1999-2011, ha avuto storicamente alti e bassi estremi e dall’ultimo anno è in fase di recupero intorno al 5%, ma resta in gran parte dipendente dall’andamento dei prezzi del petrolio.

In secondo luogo, i dati del voto vanno interpretati. Maurizio Stefanini su Limes sottolinea che il 54,42% finale di Chavez è comunque la percentuale più bassa della sua storia politica: per essere una vittoria, in altre parole, è la “peggiore” da lui mai ottenuta. La chiave di lettura, secondo l’autore, sta nel fatto che il popolo chavista è stanco di alcuni aspetti del regime, ma identifica ancora l’opposizione con l’oligarchia che nei decenni precedenti aveva (mal)governato il Paese, pensando più agli interessi del Grande Vicino americano che a quelli del popolo venezuelano:

Può essere interessante raffrontare anche i 6.151.544 voti di Capriles con i 5.674.343 voti ottenuti dalle opposizioni nel suo complesso nel 2010, e i 7.444.082 di Chávez con i 5.423.324 del Psuv (per quanto riguarda i dati attuali, stiamo ancora lavorando con quelli provvisori, ma le risultanze sono comunque significative).

In pratica, sono stati gli elettori in più rispetto al 2010 a fare la differenza per Chávez. Sono dati che si prestano a letture forse più complesse rispetto al semplice dato pur importante che il presidente in carica, salute permettendo, governerà fino al 2019. A partire dal fatto che Capriles prospettava un risultato più testa a testa, ma Chávez insisteva che di voti ne avrebbe presi 10 milioni. Una prima considerazione è che il candidato dell’opposizione ha raccolto una quantità di voti record: molti di più di quelli con cui Chávez fu eletto nel 1998 e nel 2000, e anche più di quelli con cui vinse il referendum revocatorio del 2004. Ma, crescita demografica a parte, anche la partecipazione elettorale ormai in Venezuela è sempre più alta, e la mobilitazione degli oppositori non è ancora sufficiente a sostenere la sfida.

Una seconda considerazione è che una parte del “popolo chavista” da un po’ di tempo a questa parte sembra aver assunto una linea oscillante, che per esempio ha fatto vincere all’opposizione il referendum del 2007 e pareggiare le amministrative del 2008, per poi far vincere a Chávez l’altro referendum del 2009, dare all’opposizione la quasi vittoria alle politiche del 2010 e far vincere di nuovo a Chávez queste presidenziali. Vari sondaggi hanno evidenziato in Venezuela un forte settore di chavisti scontenti, che contesta vari aspetti del regime, ma d’altra parte non vuole che vada al potere un’opposizione ancora identificata con ”l’oligarchia”.

La strategia di questo segmento di popolazione sembra dunque essere quella di far mancare sistematicamente l’appoggio a Chávez nelle votazioni meno importanti, quasi a volergli dare degli avvertimenti; ma poi sostenerlo nelle occasioni decisive, in modo da mantenerlo comunque al potere.

Una novità importante, poi, non è tanto che Chávez ha espresso un “riconoscimento a tutti coloro che hanno votato contro di noi per la loro partecipazione e la dimostrazione civica che hanno dato, malgrado non siano d’accordo con il nostro progetto bolivariano”. È da quando ha il potere che il presidente è abituato a alternare toni distensivi con invettive, insulti e minacce; finora nessuna di queste aperture di dialogo è mai stata duratura.

La stampa occidentale  - che non lo ha mai amato - è solita liquidare Chavez come un classico populista, per via delle sue politiche di nazionalizzazione e dei rapporti di amicizia che lo legano ai vertici politici di Stati ostili agli USA quali Cuba, la Russia e soprattutto l’Iran di Ahmadi-Nejad. Ciò che questa definizione tralascia di considerare è che l’attuale presidente del Venezuela è il naturale prodotto della fallimentare stagione liberista seguita alla crisi del debito di inizio anni Ottanta.
Chavez aveva sì tentato di prendere il potere attraverso un colpo di Stato, ma è stato comunque eletto democraticamente, cavalcando il malcontento delle popolazioni e offrendo un’alternativa radicale alle politiche di privatizzazione e deregolamentazione che avevano favorito pochi a danno di tutti. Chavez è stato la risposta all’egemonia economica, finanziaria e diplomatica degli Stati Uniti in quell’America Latina che Washington vedeva un pò come il proprio giardino di casa.
In questo senso, un ruolo decisivo nell’ascesa politica di Chavez nel suo Paese – e, per estensione, di Caracas nel mondo – è stato svolto dal petrolio, di cui il Venezuela è dodicesimo produttore ed esportatore a livello globale, oltre ad essere primo per riserve accertate. Il boom dell’oro nero ha consentito al colonnello di comprare il consenso delle masse attraverso il welfare, rendendo così più efficace la continua e ossessiva retorica contro gli Stati Uniti e le istituzioni a loro vicine – come la Commissione interamericana dei diritti umani, che il presidente venezuelano ha più volte minacciato di espellere dal Paese. Poco importa che l’America sia comunque il primo partner commerciale di Caracas, particolare che Chavez omette sempre coscienziosamente di ricordare.

In terzo luogo, la precaria salute del presidente – che è praticamente un segreto di Stato – lascia il Venezuela in uno stato di profonda incertezza . Ufficialmente si sa solo che nel 2011 è stato operato di cancro ma che il tumore si è manifestato di nuovo. Al netto di apparizioni dal balcone presidenziale, canti popolari in pubblico e altre giovialità, negli ultimi mesi il colonnello Hugo ha trascorso più tempo a Cuba che a Caracas, il che lascia più di un dubbio sulle sue reali condizioni fisiche.
La recente attivazione del Consiglio di Stato, organo consultivo del governo previsto dalla Costituzione del 1999 ma rimasto sulla carta fino a poche settimane fa, composto dal vicepresidente Elías Jaua e da altri 5 membri, suggerisce una progressiva condivisione dei poteri tra Chavez e i suoi più stretti collaboratori, cosa che non avverrebbe se il presidente fosse in grado di dedicarsi al 100% alle funzioni di governo.
Inoltre, tempo fa il giornalista dissidente Nelson Bocaranda ha cercato di rompere il silenzio lasciando intendere che la scomparsa del presidente, o comunque la sua impossibilità di governare per un ulteriore mandato, siano eventualità all’ordine del giorno.

Con la fine terrena di Chávez anche la rivoluzione bolivariana sarebbe in forse, lasciando il Paese in balìa dell’aumento della violenza della corruzione ai più alti livelli e del narcotraffico, con il quale i vertici politico-militari di Caracas paiono essere legati a doppio filo.

La notizia è di tre settimane fa. L’Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, potrebbe diventare un importatore netto della risorsa già entro il 2030. Con una produzione di 11,2 milioni di barili al giorno, Ryadh contribuisce al 13% dell’offerta mondiale dell’oro nero. Eppure i consumi di greggio per abitante sono dunque tra i più alti al mondo e crescono a un tasso del +8% annuo: circa un quarto della produzione viene utilizzata nel mercato interno, per produrre quasi la metà dell’elettricità necessaria al Paese. Se le cose non cambieranno, e in fretta, le conseguenze potrebbero essere nefaste – e non solo per i sauditi.

È quanto sostiene l’ultima ricerca di Citigroup sul settore. Il rapporto di 150 pagine a firma di Heidy Rehman sul settore petrolchimico saudita afferma che il consumo locale di elettricità si è impennato. Metà è dovuto agli usi residenziali (di cui i due terzi per l’aria condizionata), mentre buona parte di quello industriale è assorbito dal processo di dissalazione delle acque. Oggi i sauditi hanno un consumo pro capite di 250 litri d’acqua giornalieri: il terzo più al mondo, in crescita del 9% annuo.
Il risultato è che l’aumento dei consumi ha fatto crollare le esportazioni.

Già lo scorso giugno questo videoservizio di Antonio Ferrari su Corriere TV aveva lanciato l’allarme sull’esplosione del consumo saudita. Nel filmato viene citato, tra gli altri, uno studio pubblicato nel dicembre precedente dalla Chatham House intitolato Burning Oil to Keep Cool. Il grafico a pagina 11 – riprodotto nel servizio di Ferrari – mostra come, in mancanza di provvedimenti correttivi, le necessità interne andranno progressivamente ad annullare la capacità di esportazione.
Come spiegato su Petrolio:

Abbiamo notato il fenomeno già per altri Paesi: come l’Indonesia, il Messico, la Siria, l’Iran. E considero la questione come forse quella fondamentale per capire i sommovimenti del Medio Oriente, e anche del perché Paesi come l’Arabia o il Qatar sembrino partecipare più che volentieri alle guerre petrolifere e alle esportazioni di democrazia. In realtà, sono stretti tra due fuochi: non sono in grado di diminuire l’uso interno di petrolio senza rischiare rivoluzioni, ma non possono neppure rinunciare alle ricche esportazioni su cui si basa la loro economia.
E’ una bomba innescata tra popolazione in crescita e risorse in calo, e nella storia questo ha sempre significato una sola parola: guerra. Speriamo, del tutto irrazionalmente, che non sia oggi il caso.

Per allontanare questa inquietante prospettiva, i sauditi si sono mossi su più direzioni. Hanno rilanciato il loro programma nucleare e in più hanno annunciato un intenso piano di sviluppo dell’energia solare. Inoltre, vogliono comunque aumentare la produzione petrolifera, ufficialmente per calmierarne i prezzi.

In realtà Ryadh sta già pompando al massimo per compensare le minori esportazioni dell’Iran dovute all’ultimo round di sanzioni in vigore da luglio. Rispetto al 2006, l’Arabia Saudita produce il 6% di greggio in più, ma ne esporta sempre meno.
Il vero problema è cercare di capire non quanto petrolio esporta, ma quanto ancora ne conserva nel sottosuolo. Ripropongo – per l’ennesima volta  - quanto scrivevo lo scorso anno:

Il regno saudita mantiene una coltre di nebbia intorno alla reale entità delle sue riserve. Il dato ufficiale comunicato all’IEA (264 miliardi di barili) non cambia dal 1989. Questo significa che ogni tanto scoprirebbero tanto petrolio quanto estraggono, ossia tre miliardi b/g. Impossibile. La prova è nel fatto che dal 2004 il Paese ha avviato nuove esplorazioni alla ricerca di giacimenti offshore, più costosi e meno accessibili di quelli onshore, cosa che si fa solo in assenza di importanti depositi a terra.

Anche i dati sulle esportazioni sono opachi. Al punto che due anni fa la stessa IEA ha ammesso di affidarsi alle rilevazioni di una certa Petro-Logistics, società che sostiene di poter stimare il cargo di una nave osservando la linea d’acqua della nave caricata.
In altre parole, il mercato del petrolio – e, di riflesso, l’economia globale – si reggono sugli umori di un Paese chiuso e impenetrabile.  I cui dati sono verosimilmente falsi, o quanto meno inaffidabili.

Per maggiori approfondimenti sulla correlazione tra riserve e produzione petrolifera giornaliera si veda un post (“speculativo” per stessa ammissione dell’autrice, ma ricco di dettagli tecnici) su OsservaMondo. L’articolo è da leggere tutto, ma a noi interessa soprattutto questo passaggio:

Per quanto riguarda l’Arabia Saudita, il picco del ’85 dipende non da un aumento delle riserve, ma da una caduta della produzione. Da li in poi la produzione è lentamente aumentata, facendo scendere il RLI di qualche punto, fino all’89 quando in un anno aggiungono 2 milioni di barili di produzione al giorno. Allora il RLI sarebbe sceso di molto, se non nello stesso anno, l’Arabia Saudita aggiunge ben 100 miliardi di barili di riserve, arrivando a 260 miliardi ca. Questa cifra è rimasta tale e quale fino ad oggi. Non importa quanto estraggono, le riserve e quindi il RLI rimangono uguali.
In ogni caso la differenza tra paesi OPEC e non-OPEC è notevole. Fuori dall’OPEC il petrolio basta ancora per 10 anni, dentro all’OPEC ancora per 76 anni.
Potrebbe trattarsi di un ulteriore indicazione che l’OPEC esagera le riserve tremendamente. La Russia ha un RLI di 17, ma ha da 2 anni superato la produzione dell’Arabia Saudita, con un RLI di 75. I sauditi raccontano a chiunque ascolti che il paese potrebbe facilmente aumentare la produzione di altri 2 milioni di barili, senza però dimostrarcelo mai per davvero.

La formula RLI = riserve / produzione mi da che le riserve dell’Arabia Saudita dovrebbero aggirarsi intorno ai 57 miliardi di barili, da paragonare ai 60 della Russia. Molto meno dei 260 miliardi che non cambiano indipendentemente se il re ha ordinato un fermo della produzione o 100 rigs in più. 57 miliardi non sono neanche 2 anni di consumo mondiale.

Ok, è un’analisi speculativa. Ma che succederebbe se le cose stessero davvero così?

[Image]Lo scorso 9 febbraio l’amministratore delegato di Shell Nigeria, Mutiu Sunmonu, in un incontro pubblico a Londra, ha indirettamente ammesso l’esistenza di legami finanziari tra la compagnia e alcuni gruppi armati nel Delta del Niger per proteggere le proprie attività nel Paese.

Questo articolo di Greenpeace ricostruisce la vicenda. Per la prima volta un alto grado della società riconosce il ruolo della stessa nell’inasprimento di un conflitto che provoca circa mille vittime all’anno. Diverse indagini indipendenti hanno confermato che la Shell ha esacerbato il conflitto attraverso il finanziamento di gruppi di miliziani responsabili di violazioni dei diritti umani, e lo stesso Sunmonu riconosce che “alcune delle cose che facciamo nel Delta potrebbe effettivamente involontariamente provocare conflitti“. Ma il dirigente giustifica questa eventualità con la difficoltà di distinguere i miliziani dai contractors affidabili, cosa impossibile perché la Shell ha anche una rete di informatori in Nigeria.

A più di sei mesi dalle dichiarazioni di Sunmonu,  l’ong inglese Platform rivela che Shell investe in Nigeria quasi il 40% del proprio budget annuale per la sicurezza. Nel dettaglio, si parla di 383 milioni di dollari a fronte di un miliardo totale nel biennio 2007/09.

Platform, citando documenti ufficiali della multinazionale di cui è entrata in possesso (si veda qui), conferma come  buona parte di tali fondi sia andata a soggetti – tra cui le forze governative, ma anche signori della guerra attivi nel Delta – che per tutelare gli interessi della Shell si sono resi responsabili di numerose violazioni dei diritti umani. In cifre, 65 milioni di dollari sono stati spesi in favore dei reparti speciali della polizia denominati “kill & go”, come lascia intendere il nome tra i più violenti di tutto il Paese, mentre per ulteriori uscite di 75 milioni non si trovano delle giustificazioni esaurienti. La compagnia mantiene anche un copro di polizia interna da 1200 uomini.

In Nigeria, Shell lamenta di subire il furto di circa 150.000 barili al giorno a fronte di oltre 2 milioni prodotti e che, solo nel 2008, 62 dipendenti o collaboratori sono stati sequestrati e tre uccisi. Ma le elargizioni alle forze di polizia locali non hanno fatto che aumentare la corruzione presso gli apparati di sicurezza locali.
Ad ogni modo, ciò che la big oil spende per la sua protezione è molto più i quanto costerebbero il trattamento e la bonifica del Delta. In luglio una petizione di 300.000 persone ha formalmente chiesto alla big oil di ammettere i danni ambientali provocati nell’area e di rimediarli attraverso una concreta opera di pulizia.

La triste realtà è che anche il governo sovvenziona i signori della guerra per prevenire i furti di greggio. Il Wall Street Journal segnala che da un lato Abuja investe 450 milioni di dollari solo per quest’anno per un programma di amnistia degli ex miliziani, ma dall’altro li paga per proteggere gli oleodotti. Il messaggio di fondo è che la militanza conviene, perché offre più premi che rischi.

Sabato 4 agosto – due giorni dopo la scadenza assegnata del Consiglio di Sicurezza ONU – Sudan e Sud Sudan hanno raggiunto un accordo provvisorio sulla ripartizione delle rendite petrolifere.
Secondo la Reuters, il mediatore dell’UA Thabo Mbeki non ha fornito i dettagli finanziari dell’operazione, ma la delegazione del Sud Sudan a dichiarato che il governo di Juba pagherà poco meno di 10 dollari al barile per il transito negli oleodotti del Nord (a fronte di una richiesta di 22), oltre a corrispondere una cifra di 3,2 miliardi di dollari a Khartoum a titolo di compensazione per la perdita dei tre quarti delle proprie riserve in conseguenza della secessione.

Il petrolio ha rappresentato una delle principali fonti di tensione tra Khartoum e Juba parti fin dall’indipendenza di quest’ultima nel luglio 2011. Se il Sud è ancora costretto a sottostare ai capricci del Nord – oleodotti e raffinerie si trovano nel territorio di Khartoum, lo stesso Nord ha subito un pesante crollo delle entrate pubbliche in mancanza degli introiti petroliferi del Sud. Una situazione aggravata dai ripetuti incidenti alla frontiera e dalla decisione di Juba di arrestare del tutto la produzione di oro nero in assenza di una soluzione. Per liberarsi dal giogo di Khartoum, Juba ha pianificato la costruzione di un oleodotto per esportare il greggio via Kenyaqui un aggiornamento.

Firmato l’accordo, la produzione dovrebbe essere riavviata in settembre. Qui nasce un problema: secondo l’IEA il rilancio sarà più problematico di quanto sembri: se nel 2011 i due Sudan generavano un output pari a 450.000 b/g, l’organizzazione stima che nel 2013 l’estrazione non sarà che un terzo rispetto a quel livello.

L’accordo di petrolio ha generato un notevole entusiasmo internazionale – si vedano le dichiarazioni delle Nazioni Unite,  di Stati UnitiCina. Tuttavia è solo un primo passo e non mancano le pressioni sulle parti per compierne ulteriori, come dimostra questa dichiarazione dell’ambasciatore USA presso le Nazioni Unite, Susan Rice.
Inoltre le controversie tra i due Paesi finiscano qui. Le parti hanno in programma di tornare al tavolo  tra pochi giorni per affrontare un altro tema spinoso: quello della sicurezza. Il Sudan sottolinea che l’attuazione dell’accordo di transito non entrerà in vigore fino a quando le parti non giungeranno ad un accordo sulla sicurezza delle frontiere e sullo status della provincia di Abyei. I colloqui si sono arenati sull’ipotesi di farne una zona demilitarizzata, che rappresenterebbe il primo passo per porre fine alle ostilità. Ma su questo punto le parti sono lontane, e altri negoziati saranno necessari per fare dei passi avanti. Secondo l’Unione Africana, le parti hanno tempo fino al 22 settembre a risolvere tali questioni in sospeso.

Ancora. C’è un particolare, forse insignificante (o forse no), che lega il Sud Sudan al Darfur, altra turbolenta regione. L’agenzia di stampa sudanese SUNA, nell’articolo in arabo sulle dichiarazioni post accordo contiene un passaggio che nella versione in inglese non c’è: quello in cui Khartoum chiede al Sud Sudan di tagliare ogni legame con i movimenti ribelli nel Darfur, nel Blue Nile State, e nel Sud Kordofan. Non a caso, i ribelli nel Darfur hanno accolto il negoziato tra i due Paesi con disappunto.
Khartoum è molto preoccupata di ciò che accade in quella martoriata regione. Le violenze scoppiate ad inizio agosto – culminate nell’uccisione di un funzionario del governo e di un peacekeeper pochi giorni fa – hanno già costretto alla fuga 25.000 persone.
Infine c’è la questione dei rimpatriati. Oltre 16.000 sud sudanesi bloccati nello Stato dell’Alto Nilo sono rischio dopo che l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) ha annunciato la sua intenzione di sospendere le operazioni per i prossimi due mesi, a causa della mancanza di fondi. Nell’ultimo anno l’OIM ha riferito di aver assistito il rimpatrio di 50.000 persone utilizzando chiatte fluviali, barche, autobus, treni e aerei per farle giungere alle loro destinazioni finali.
In conclusione, l’accordo sul petrolio ha (forse) risolto il problema principale tra i due Sudan. Ma per tutti gli altri ci sarà ancora da aspettare.

Un recente documento di Confindustria energia, in collaborazione con Assoelettrica, traccia le linee guida di come l’associazione vorrebbe il piano energetico nazionale: maggior efficienza, contenimento dei costi, apertura alle fonti rinnovabili e… rilancio dell’estrazione di gas e petrolio. Dunque, nuove opere di trivellazioni in mare e sulla terraferma.

Anche il governo, che per bocca del ministro Passera, ostenta entusiasmo all’idea di trapanare il Belpaese – dichiarazioni a cui la prof. Maria Rita D’Orsogna risponde così.
Siamo di fronte a un’ambigua interpretazione di sviluppo e di crescita da parte della nostra classe dirigente. Se da un lato l’esecutivo ribadisce la necessità di avviare un’immediata transizione verso le rinnovabili – salvo poi ostacolarne il decollo per mezzo dei lacci e lacciuoli della burocrazia -, dall’altro ammette che l’unica politica energetica possibile in questo Paese consiste nel saccheggio del territorio.
In realtà non scopriamo nulla di nuovo. Il governo aveva aperto la strada alle perforazioni già dallo scorso anno attraverso il decreto Cresci Italia. In gennaio scrivevo:

Tutto il territorio nazionale è interessato da trivelle e progetti d’estrazione, con la compiacenza delle amministrazioni locali e nell’indifferenza di quella centrale.
L’Italia non è membro Opec, né tanto meno una potenza petrolifera. Tuttavia da noi si trova ilsecondo giacimento petrolifero su terraferma in Europa (in Basilicata) e non meno appetibili sono quelli offshore. Eppure le royalties sulle concessioni di estrazione sono vanno dal 4% al 7 %, contro l’80% di Norvegia e il 90% in Libia. In pratica né lo Stato centrale né le comunità locali beneficiano dei proventi dell’attività estrattiva; in compenso queste ultime sono costrette a sopportarne i costi ambientali.

E il sistema Italia, denuncia il WWF, garantisce maglie troppo larghe a tali  istanze e permessi di ricerca e coltivazione a causa di una normativa inadeguata.
Complessivamente, i progetti di trivellazione in mare nel nostro Paese rischiano di coinvolgere una superficie vasta quanto la Sicilia.
La mancanza di un ritorno economico è dunque il minore dei problemi. Ad aggravare la situazione concorrono l’assenza pressoché totale di controlli e la totale impunità dei responsabili per i danni ambientali cagionati. Perforare ed estrarre in un mare chiuso come il Mediterraneo significa metterne a rischio l’intero ecosistema. La possibilità di perforare a 5 miglia dalla costarende l’eventualità di un disatro ambientale  una terribile minaccia incombente. Già adesso il nostro specchio d’acqua vanta il triste primato mondiale per la concentrazione di catrame in mare aperto (pelagico): 38 mg/m2.

Per prelevare un petrolio quasi bituminoso, di bassa qualità, come quello italiano, si usano solventi che rilasciano immense quantità di micidiali veleni da smaltire. Ma anche in questo caso l’Italia paga il dazio di una normativa carente, che lascia spazio agli abusi più disparati come evidenziato dall’ultimo rapporto di Legambiente sulle ecomafie.

A proposito di Legambiente. Il 30 luglio l’associazione ha pubblicato un dossier – il cui titolo è tutto un programma: Trivella selvaggia – dove espone i rischi che corre un’Italia bucherellata dalle perforazioni.
In sintesi, lungo la penisola sono già attive piattaforme di estrazione, a cui presto potrebbero aggiungersene almeno altre 70 trivelle. Questo grazie ai colpi di spugna normativi dell’ultimo anno, a partire da quello previsto dal recente decreto Sviluppo (art. 35), promosso dal ministro Passera e in via di approvazione definitiva dal Parlamento.
Attualmente sono già stati rilasciati 19 permessi di ricerca, le cui attività coinvolgono un’area di 10.266 kmq di mare italiano. Altri 41 permessi sono in attesa di valutazione e autorizzazione da parte del ministero dello Sviluppo economico, per ulteriori 17.644 kmq interessati. 29.700 kmq in tutto: una superficie più grande della Sardegna.
Abbastanza da ipotecare seriamente il futuro del mare italiano e delle attività economiche connesse (pesca, turismo), evidenzia Legambiente. Il tutto per un gioco che non vale la candela: le ultime stime del ministero indicano come certa la presenza nei fondali marini di soli 10,3 milioni di tonnellate di petrolio che, ai consumi attuali, coprirebbero il fabbisogno nazionale per sole 7 settimane. Se guardiamo invece al totale delle riserve certe – comprese quelle presenti a terra – arriviamo appena a 13 mesi.

Solo nel Canale di Sicilia si concentrano ben 29 richiesta di perforazione: la metà di tutta Italia, frutto di un regime fiscale agevolato. E proprio la Sicilia corre i rischi maggiori per quanto riguarda la pesca, il turismo e la biodiversità. Il tutto a fronte di irrisori guadagni, come denunciato da Greenpeace nella campagna U mari non si spirtusa promossa in luglio.
Secondo la testata catanese Ctzen:

Come evidenziato nel rapporto Meglio l’oro blu dell’oro nero di Greenpeace, le imposte dirette sulla produzione per gli idrocarburi estratti in mare sono solo del quattro per cento. Non dovute per le prime 50mila tonnellate di petrolio prodotte ogni anno. Meno della metà di quanto i petrolieri sono costretti a pagare in Australia o negli Stati Uniti. E non va meglio con il canone annuo dovuto dalle compagnie per l’utilizzo del sottosuolo: per l’estrazione dalle 80mila alle 120mila lire – normativa mai aggiornata – per chilometro quadrato e dai 6 ai 27 euro per le concessioni di ricerca. Secondo i calcoli dell’associazione, per le quattro piattaforme già attive in Sicilia – a Gela e Scicli – nelle casse dello Stato e della Regione siciliana sono entrati appena 48.826 euro.

Una cifra irrisoria a fronte del preoccupante impatto delle trivellazioni per la biodiversitàdel Canale, avvertono da Greenpeace. A farne le spese, infatti, saranno tonno rossopesce spadaaliciacciughesardinenasello,triglia e varie specie di gamberi. Tra cui le uova del gambero rosa. Insieme a loro, ad essere penalizzati saranno il settore della pesca e del turismo. Soprattutto nelle zone al largo delle isole Egadi, nel tratto di costa tra Sciacca e Gela e nel mare di Pozzallo, le più interessate dalle richieste. «Per fortuna la risposta dei cittadini è stata davvero incoraggiante – commenta Maria Chiara Mascia dello staff di Greenpeace – Sin dalla nostra prima tappa, Palermo, i volontari sulle spiagge non riuscivano nemmeno ad andare via, perché erano gli stessi bagnanti a fermarli di continuo per chiedere di firmare la petizione». Più di 25mila le adesioni raccolte sulla battigia e nei gazebo cittadini, che si uniscono alle oltre 30mila raccolte on line.

Una domanda per Monti e i suoi “tecnici”: a fronte di risorse misere e danni potenziali enormi, cosa c’è di strategico nelle trivellazioni? 

Non tutti sanno che il Lago Malawi e il Lago Niassa sono la stessa cosa. Ma il nome non è l’unico oggetto del contendere, e nemmeno il più importante. Da alcune settimane è in atto un acceso scontro diplomatico tra Tanzania e Malawi, due dei tre Stati rivieraschi (il terzo è il Mozambico) in ordine alla partizione della sua superficie.
Si tratta di una disputa annosa, risalente all’epoca coloniale. La Tanzania sostiene che il confine sia situato al centro del lago, così come risultava fino al 1914, quando l’allora Tanganica era colonia tedesca (e il Malawi colonia britannica). Ma dopo il passaggio del territorio sotto la sovranità britannica al termine della Prima Guerra Mondiale, gli inglesi assegnarono le acque del lago alla giurisdizione del Malawi - eccetto, ovviamente, per la porzione spettante al Mozambico, allora colonia portoghese.

Da allora questa controversia è periodicamente riesplosa, talvolta dando luogo perfino ad azioni belliche. Negli ultimi anni il Malawi ha messo da parte le proprie rivendicazioni sul lago, almeno fino a quando il suo Geological Survey Department non ha annunciato la scoperta di ricchi giacimenti di idrocarburi sotto i fondali.
L’ultimo vertice bilaterale, svoltosi a Dar es Salaam lo scorso 29 luglio, non ha migliorato la situazione. Secondo Greenreport:

La grande Tanzania, che ha ambizioni da potenza regionale, si comporta di conseguenza con il piccolo Malawi e Membe [ministro degli esteri e della cooperazione internazionale della Tanzania] ha alzato la tensione con nuove rivelazioni: «Le autorità di sicurezza della Tanzania hanno anche individuato alcuni velivoli che affermavano di appartenere ad aziende per la ricerca di petrolio e gas del Malawi che volavano nello spazio aereo della Tanzania senza un permesso da parte della Tanzania aviation authority».

Il Malawi sostiene di non essere a conoscenza dell’incidente, ma evidentemente il summit di Dar es Salaam  non è andato bene. La Tanzania reclama il 50% del lago Niassa, mentre il Malawi dice che il lago gli appartiene al 100% in virtù dei confini coloniali tracciati dagli inglesi quando il Malawi si chiamava appunto Niassa.

Comunque vada, da questa lite di frontiera che potrebbe rivelarsi un pericoloso focolaio di un nuovo conflitto, al Malawi ed alla Tanzania resteranno comunque le briciole e a guadagnarci davvero saranno i vecchi colonizzatori che hanno pasticciato sui confini del lago. Nel settembre 211 il Malawi ha concesso alla britannica Surestream Petroleum il “Rift Valley acreage of Blocks 2 and 3″ nel lago Niassa (che I malawiani chiamano naturalmente Malawi), preferendola a Tullow Oil, New Age, Ophir Energy, Kosmos Energy e  Lonrho Group. Si tratta della stessa multinazionale che nell’aprile 2013 inizierà le prospezioni sismiche nella parte del lago Tanganica, blocchi B e D, appartenente al Burundi.

Ma Tanzania e Malawi sui sono scordati di un terzo pretendente: il vicino Mozambico che, all’inizio di quest’anno, ha avvato piani per offrire alle compagnie petrolifere la parte della superficie del lago Malawi che rivendica. L’Instituto nacional de petróleo del Mozambico prevedeva di avviare una gara per le concessioni all’inizio di giugno ma questo è stata rinviato a causa di “motivi imprevisti”. Probabilmente Maputo aspetta di vedere cosa uscirà dalla lite tra Tanzania e Malawi.

Lunedì 6 agosto la Tanzania ha espulso tutte le compagnie petrolifere titolari di licenze d’esplorazione  rilasciate dal governo del Malawi. In attesa che la disputa sia risolta, il Paese ha deciso di interrompere ogni attività di ricerca al fine di “proteggere gli interessi del popolo“. Formula generica in virtù della quale la Tanzania, secondo le parole di Edward Lowassa, il presidente della commissione parlamentare per la difesa, la sicurezza e gli affari esteri. potrebbe persino giustificare un’escalation militare.
Più conciliante, per ovvie ragioni è il ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale del Malawi, Ephraim Mganda Chiume, secondo cui “Il fatto che i nostri due paesi sono impegnati in discussioni aperte e cordiali sulla questione è un segnale molto buono“, stemperando così la minaccia di tensioni.
In conclusione, la disputa sul lago Malawi/Niassa non è che una delle tante ferite lasciate aperte dagli inglesi in fuga dal loro insostenibile impero, di cui il Kashmir – conteso tra India e Pakistan – è di certo la più incancrenita. Ma non l’unica.

Il 9 luglio dello scorso anno il Sud Sudan ha proclamato la propria indipendenza dal Nord dopo quasi mezzo secolo insanguinato da due guerre civili.  Il neonato Paese era pieno di euforia, e la speranza per un futuro migliore animava ogni angolo della capitale Juba.  Un anno dopo, quell’emozione sembra più sbiadita delle fotografie che la conservano. Il governo guidato da Salva Kiir e Niek Machar, ex alti gradi dell’Esercito Sudanese di Liberazione Popolare, non è riuscito a soddisfare le aspettative di una popolazione stremata dalle violenze e dalla povertà diffusa. In una nazione dove poco più di un quarto degli adulti è in grado di leggere e l’aspettativa di vita è inferiore a 50 anni e dove mancano persino i servizi di base, la secessione dal Nord non finora ha portato i benefici agognati.
Certo, la costruzione di uno Stato non è mai impresa facile, e questo è tanto più vero nella situazione del Sud Sudan, i cui problemi di oggi sono il frutto dei decenni di oppressione del regime sudanese.
Un anno fa scrivevo:

Il malgoverno di Khartoum, che negli anni ha incamerato le ricche rendite petrolifere senza mai provvedere alla crescita della regione, ha lasciato una pesante eredità di sottosviluppo al nuovo Stato. Il Sud Sudan è tra i Paesi più poveri del mondo, con una rete infrastrutturale ridotta all’osso e un tasso di analfabetismo altissimo. Senza contare l’elevato numero di sfollati (5 milioni, secondo il Displacement Monitoring Center) a causa del ventennale conflitto. L’economia è incapace di stare in piedi da sola e di fatto dipende interamente dal petrolio, i cui introiti rappresentano il 98% delle entrate statali.
Khartoum sa di poter far leva sulla precarietà della situazione. Compromettere le possibilità di sviluppo di Juba tramite esose richieste sul transito, ai limiti dell’estorsione, rappresenta il modo più efficace per mantenere il controllo su un territorio che il Nord considera ancora di propria appartenenza.

Il presidente Kiir, cattolico praticante, ex ribelle con la reputazione di conciliatore (smentita con l’occupazione di Heglig), sa bene – anche grazie alla Cina, che non smette mai di ricordarglielo – che un buon rapporto con il Sudan è la migliore garanzia per la pace nel suo Paese. Tuttavia, durante il suo primo anno di vita (qui una cronologia), il più giovane Stato del mondo ha consumato più energie per respingere le offensive militari dell’ex madrepatria che per avviare un processo di sviluppo al proprio interno. Il gesto più eclatante è stato l’arresto della produzione petrolifera a causa del contenzioso sulle tariffe di transito con Khartoum. Ma in un Paese dove il petrolio rappresenta pressoché l’unica fonte di guadagno, la mossa non poteva non comportare pesanti effetti collaterali, primo fra tutti il brusco aumento dei prezzi.
A pesare su una situazione già precaria c’è il fenomeno della corruzione dei funzionari statali. Un mese fa il presidente Kiir ha apertamente accusato 75 di loro della sparizione di 4 miliardi di dollari dalle casse pubbliche. Episodi come questo alimentano il timore che il Sud Sudan diventi una nuova Nigeria, dove un’élite beneficia delle rendite petrolifere mentre i due terzi della gente vivono meno di un dollaro al giorno.
Infine, la separazione dal Nord non ha fermato le violenze non solo ai confini, ma neppure all’interno del Paese.

Se il Sud Sudan piange, al di là della barricata il Sudan non ride:

L’indipendenza del Sud ha privato Khartoum dell’80% delle sue rendite petrolifere, aprendo un buco di bilancio da 2,4 miliardi di dollari. Per risanare le esangui casse dello Stato, il regime di Bashir ha approvato un duro piano di austerity fatto di maggiori tasse e tagli ai sussidi.

E le proteste continuano ancora adesso.

A ben vedere, i due vicini di casa – nati da quella che una volta era la più grande nazione africana -, rappresentano due facce della stessa medaglia: il problema del Nord è che, con la secessione di Juba, ha perso l’80% della sua produzione di petrolio; quello del Su, invece, è che ha solo il petrolio. I necessari riaggiustamenti a far sì che le due economie tornino a camminare con le proprie gambe richiederanno tempo e fatica.
E fintantoché l’oleodotto LAPSSET - che consentirà di esportare petrolio dal porto kenyota di Lamu, direttamente sull’Oceano Indiano, senza passare più dal territorio sudanese – non sarà realizzato, il cordone ombelicale che lega Juba a Khartoum non potrà ancora dirsi reciso.
Kiir dice di voler trasformare il Sud Sudan “da una terra di conflitti ad una terra promessa“. Finire le ostilità con il Nord sarebbe già metà dell’opera.

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