Così la Cina sta accerchiando l’America

“È una noia dover scrivere dell’incontro tra Hu Jintao e Obama ma un giornale non può non parlarne”, esordiva Joseph Halevi in un articolo sul Manifesto agli inizi del 2011. Da allora è cambiato uno dei due protagonisti, ma non il tema di fondo delle relazioni tra USA e Cina. Non la “noia” lamentata da Halevi, bensì il fatto che l’economia americana e quella sinica si incastrino alla perfezione. Ed è questo il punto di partenza per provare a leggere tra le righe dell’incontro di questa settimana tra Obama e il suo nuovo omologo cinese, Xi Jinping.

Secondo un articolo di Ian Bremmer e Jon Hunstman Jr. su Foreign Policy, tradotto da Linkiesta, l’America e la Cina beneficiano già di enormi profitti dalle loro relazioni commerciali e dai loro investimenti reciproci: nel 2012 l’interscambio import-export ammontava a 536 miliardi di dollari, il che mette i due giganti nella posizione di creare il più grande rapporto commerciale della storia. Ma alcune manovre intraprese da entrambe le parti hanno eroso la fiducia reciproca. E qui vengono in mente le dispute commerciali, la scarsa protezione della proprietà intellettuale, le tensioni sulla Corea del Nord, i dibattiti per le riduzioni delle emissioni di carbonio, i più recenti cyberattacchi da parte della Cina. Tuttavia, notano gli autori, Stati Uniti e la Cina hanno molto da offrire l’un l’altro.

Ciò che nell’articolo non viene rimarcato è che questa sontuosa relazione bilaterale è caratterizzata da un netto squilibrio verso Pechino. Non soltanto perché questa possiede una larga fetta del debito pubblico americano, il che rappresenta la principale remora per cui gli Stati Uniti non possono esercitare pressione sufficiente, sia a livello diplomatico sia attraverso il WTO, per obbligare la Cina a rimuovere le proprie barriere in campo commerciale e monetario, così come attraverso le Nazioni Unite per ammorbidire l’intransigenza cinese sul da farsi in Siria.

Oggi la Cina è sempre più presente nei luoghi che un tempo furono il cortile di casa di Washington.

Alla stampa italiana – ma non a Limes- è sfuggito che il viaggio di Xi Jinping in California sia stato preceduto da un breve tour del neopresidente cinese in America Centrale. Non è un caso che i tra Paesi visitati da XI (Trinidad & Tobago, Costa Rica e Messico) siano tutti politicamente e geograficamente vicini agli Stati Uniti, e che appena il mese scorso il presidente Obama sia stato proprio in Messico e in Costa Rica, mentre il vicepresidente Biden ha visitato Trinidad pochi giorni prima dell’arrivo di Xi.
Limes nota come Pechino si sporga fino a queste latitudini essenzialmente per motivi economici, ma anche per mandare un chiaro messaggio alla Casa Bianca:

Il pivot to Asia di Obama sta creando una rete economico-politico-militare di paesi che guardano alla Prc con paura, se non con ostilità. Nel perseguimento dei suoi interessi, Washington non rispetta, anzi contrasta, l’area d’influenza di Pechino.
ll viaggio di Xi serve quindi a ricordare a Obama che alla base di un rapporto di mutuo beneficio ci deve essere fiducia reciproca. L’America Latina non sarà un teatro di competizione geopolitica tra Cina e Usa (diverso il discorso a livello economico), ma Pechino vorrebbe che non lo fosse neanche l’Asia Orientale.

C’è dell’altro. Non tutti sanno che da tempo esiste un progetto per scavare un canale  in Nicaragua che congiunga il Pacifico all’Atlantico al pari di quello esistente a Panama, storicamente (ma ora non più) sotto il controllo dagli USA, con il quale si porrebbe in diretta concorrenza. Pochi giorni il governo del Nicaragua ha assegnato una concessione di durata centenaria per la realizzazione – dal costo complessivo stimato in 30 miliardi di dollari – e la gestione del canale proprio ad un’azienda cinese. Il progetto, nonostante i suoi inevitabili aspetti controversi, consentirà alla Cina di rafforzare la propria influenza sul commercio globale indebolendo nel contempo la posizione degli Stati Uniti.

Non è solo sui Caraibi che il Dragone cinese sta affondando i suoi artigli. Da qualche tempo la Cina ha messo gli occhi anche più a nord.

La Cina vuole il petrolio del Canada, quello dello Stato dell’Alberta (dove viene ricavato dalle sabbie bituminose) che il governo di Ottawa fornirebbe agli USA attraverso la controversa linea Keystone XL contro cui Obama si è battuto – senza successo – in Congresso. Il primo passo di questo “accaparramento di petrolio”  è stata l’acquisizione della compagnia canadese Nexen per 15,1 miliardi di dollari. Negli USA esistono forti opposizioni al progetto Keystone, motivate soprattutto da ragioni di impatto ambientale.
Finora la maggioranza repubblicana al Senato – la quale ha l’acquolina in bocca al pensiero dei profitti che il progetto garantirà alle Big Oil – ha tentato di mitigare le voci contrarie con la (fallace) promessa di nuovi posti di lavoro. Oggi, tuttavia, la principale argomentazione in favore della costruzione è nei fatti dettata da una considerazione puramente pragmatica: se quel petrolio non andrà all’America, sarà la Cina ad acquistarlo. L’economia statunitense, dicono i neocon, perderà una fonte di energia certa e a pochi passi da casa, a fronte delle medesime (e dannose) conseguenze per l’ambiente.
Infine, con il recente ingresso – con lo status di osservatore – della Cina nel Consiglio Artico, l’influenza nelle aree di diretta pertinenza di Washington sarà destinata ad aumentare.

Fino all’11 settembre l’America aveva tentato di contenere l’ascesa della Cina circondandola di basi militari (in Asia centrale, in Giappone, a Taiwan e nelle altre isole del Pacifico). La crisi e l’indebolimento (economico e geopolitico) degli USA non hanno modificato questa strategia. Durante l’ultimo decennio, infatti, Washington ha consolidato e approfondito i propri legami politici e militari con tutti gli alleati asiatici, in particolare con Giappone, Corea del Sud e Australia. Inoltre, ha intrapreso un cammino di riavvicinamento con il Vietnam. La Cina, al contrario, nello stesso periodo ha ampliato la propria sfera di influenza economica e ha di fatto guidato il processo di integrazione regionale, escludendo gli Stati Uniti dai forum negoziali multilaterali più rilevanti quali l’Asean+3.
In altre parole, mentre gli Stati Uniti hanno sempre più separato la politica dall’economia, affidandosi alla pura muscolarità, mentre dall’altra parte l’azione diplomatica di Pechino ha puntato soprattutto alla progressiva integrazione tra le due sfere. Se oggi la crescente interdipendenza tra la Cina e gli altri Stati asiatici rappresenta la principale minaccia all’influenza, non solo economica, ma anche politica e militare di Washington nella zona, domani questo stesso paradigma potrebbe replicarsi proprio in Nord America, nel cortile di casa degli Stati Uniti.

Queste considerazioni bastano per mettere a tacere quanti favoleggiano su un ipotetico conflitto tra le due superpotenze. Se la guerra, sosteneva il  il generale von Clausevitz, non è che la continuazione della politica con altri mezzi, oggi possiamo dire la stessa cosa l’economia rispetto alla guerra. Non c’è bisogno di armi ultramoderne o eserciti sconfinati per assediare uno Stato: bastano un’oculata strategia di politiche economiche e commerciali. Pechino non brandisce una spada; ha già il debito USA. Non minaccia di invadere questo o quel Paese, o di installare missili a Cuba come fece l’Unione Sovietica; le basta stringere accordi reciprocamente vantaggiosi con tutti i Paesi che ritiene funzionali ai propri interessi, attraendoli nella propria orbita a scapito di quella americana. Una guerra di fatto c’è già. E il margine di reazione di Washington è ridotto perché la sua stessa economia è legata a doppio filo a quella di Pechino.
In conclusione, se lo scopo del pivot to Asia avviato da Obama due anni fa era quello di contenere la Cina, ora l’America rischia di scoprirsi “contenuta” a sua volta.

A differenza di Bruxelles Berna riconosce la Cina come economia di mercato

A tre anni dall’inizio dei negoziati, Cina e Svizzera hanno deciso di siglare un trattato di libero commercio.

Ciò è possibile perché, a differenza dell’Unione Europeariconosce la Cina come un’economia di mercato; di conseguenza, non deve imporre le barriere decise da Bruxelles.

Secondo Linkiesta:

Né a Bruxelles, né a Berlino, e neppure a Londra – è la Svizzera che il primo ministro cinese Li Keqiang ha scelto per la sua prima visita in Europa. Nella capitale tedesca si è recato subito dopo; nella capitale comunitaria non ci pensa nemmeno, per il momento, a causa della larvata guerra commerciale che si sta combattendo nell’industria delle telecomunicazioni e in quella dei pannelli solari

Se Li ci ha passato due giorni – un tempo considerevole per un leader, François Hollande in Cina ad aprile ha trascorso meno di 24 ore – è anche perché la Svizzera sembra essere meglio preparata che altri paesi a cogliere i frutti della globalizzazione. Nel 2012 le esportazioni svizzere verso la Cina hanno raggiunto 26,3 miliardi di dollari, 2.800 dollari per abitante. L’acquisto della società di orologeria Corum (130 persone e 140 milioni di franchi di fatturato) da parte del gruppo China Haidian è stata ben accolta, anche se è ben poca cosa rispetto a ciò che le multinazionali svizzere realizzano in Cina: a fine 2011 occupavano quasi 191mila persone, in aumento di 80mila unità rispetto al 2007.
Non sorprende che sia ormai prossima la firma del primo accordo di libero scambio tra la Cina e un grande paese occidentale (o quantomeno più grande che l’Islanda, con cui l’accordo è stato firmato in aprile).

Secondo Ticino News, l’area di libero scambio potrebbe essere il primo passo per rendere la Svizzera la piattaforma finanziaria delle attività internazionali delle grandi imprese cinesi:

Ma c’è un aspetto che è stato sottovalutato nei commenti alla visita in Svizzera del primo ministro Li Keqiang e che potrebbe aprire prospettive ancora più allettanti per il nostro Paese. Il Governo cinese sta infatti lentamente liberalizzando il proprio mercato finanziario e soprattutto sta cercando di internazionalizzare la propria valuta, che finora non è convertibile. La possibilità di operare in renminbi è stato finora concessa a Hong Kong e prossimamente verrà concessa anche a Singapore. Non è escluso (anzi, direi molto probabile) che questo processo continui e che la Svizzera possa essere il primo Paese a poter operare con la moneta cinese. Ciò porterebbe al trasferimento in Svizzera di importanti attività finanziarie di molte imprese cinesi ed occidentali con un conseguente rilancio della piazza finanziaria elvetica. In altri termini, il nostro Paese potrebbe diventare la piattaforma finanziaria cinese nel campo commerciale e anche degli investimenti diretti in Europa.

Inoltre, a riprova dei crescenti legami commerciali tra i due Paesi, il 30 maggio la consigliera federale e Ministro dei Trasporti Doris Leuthard, in vista di lavoro in Cina, ha firmato due accordi che prevedono una maggiore collaborazione nei settori dei trasporti e delle foreste. Nel corso della giornata ha incontrato diversi ministri cinesi negli ambiti di sua competenza.

Il trattato potrebbe avere delle ricadute anche nei confronti dell’Unione Europea.

Secondo Limes, la tempistica dell’accordo sino-elvetico è tutt’altro che casuale:

L’Ue, infatti, si appresta ad imporre dei dazi all’importazione sui pannelli solari prodotti dalle aziende cinesi, accusate di praticare il dumping (la vendita sotto costo).
La proposta era stata avanzata il 9 maggio scorso dal commissario del Commercio Europeo Karel De Gucht e prevederebbe una tassa pari al 47% del valore del prodotto. Bruxelles ha tempo fino al 5 giugno per applicare o no il dazio per un periodo di prova di 6 mesi. L’eventuale decisione di applicare permanentemente il provvedimento verrebbe presa a dicembre.
I membri dell’Ue non sono d’accordo sul da farsi. Secondo l’agenzia Reuters, infatti, 15 paesi sarebbero contro il provvedimento antidumping. La Merkel, che sa bene quanto sia importante il mercato cinese per le aziende tedesche, ha affermato che farà tutto il possibile affinché il provvedimento non diventi permanente. Francia e Italia invece, che desiderano proteggere le rispettive industrie nazionali, si sono schierate a favore del dazio.
L’applicazione permanente del provvedimento antidumping taglierebbe le gambe alla Cina in un settore dove l’export in Europa le frutta circa 21 miliardi di euro. Una cifra sufficiente a spiegare la risolutezza delle parole di Zhong Shan, rappresentante per il commercio internazionale di Pechino: “in caso dell’applicazione di leggi protezionistiche contro i pannelli solari cinesi prenderemo provvedimenti per difendere l’interesse nazionale”.

Austrocentrismo, il mondo secondo Canberra (Pechino e Washington permettendo)

L’ascesa cinese e il pivot to Asia americano stanno causando una serie di mutamenti strategici e politici e sociali che avranno conseguenze complesse e difficilmente prevedibili. Di sicuro le medie potenze della regione dell’Asia-Pacifico avranno un peso sempre maggiore sugli equilibri globali, a cominciare dall’Australia.

La Cina da minaccia a partner strategico

Due anni fa scrivevo come le tensioni sui confini marittimi nel Mar Cinese Meridionale preoccupassero anche Canberra, intimorita dalla possibile espansione della Cina. Tali preoccupazioni avrebbero trovato espressione nel white paper del 2012 “Australia in the Asian Century” approvato dal governo guidato da Julia Gillard.
Secondo questo documento, l’Australia stava cambiando completamente orientamento dal punto di vista politico, economico, sociale e culturale attraverso una graduale e inesorabile apertura nei confronti dell’Asia. Un processo che se da un lato avrebbe favorito una maggiore inderdipendenza economica e culturale del Paese col sud-est asiatico, facendone un punto di contatto tra Occidente e Asia, dall’altro lo investiva di un ruolo più attivo dal punto di vista politico e militare, in conseguenza del quale Canberra non avrebbe potuto evitare di fare i conti con l’ascesa militare cinese.

A distanza di un anno, lo scenario pare cambiato: la Cina non è più considerata una minaccia ma come un’opportunità.

Come spiega l’analista Matteo Dian in una lunga analisi (da leggere per intero) su Limes:

Il white paper del 2013 approvato dal governo Gillard è diverso nella sostanza e nei toni. La Cina non è più dipinta principalmente come una minaccia militare ma soprattutto come un partner strategico. La nuova versione definisce l’incremento delle capacità militari cinesi come una “conseguenza naturale dell’ascesa economica del paese e del suo nuovo status di potenza economica.”

In sintesi il white paper 2013 disegna un Australia più asiatica, più accomodante verso l’ascesa cinese, con un budget militare ridotto e probabilmente insufficente per ricoprire il ruolo di security provider regionale promosso dai governi Howard ed ereditato dai laburisti Rudd e Gillard.
Tutto questo rappresenta “un inclinazione verso la Cina”? Una sconfitta per gli Stati Uniti che vedono il propri alleati “cambiare campo” e schierarsi con una potenza in ascesa e magari futuro egemone regionale come la Cina?
La risposta ad entrambe le domande è no. E la spiegazione è da individuarsi sia nei mutamenti degli equilibri globali e regionali sia nel “pivot verso l’Asia” dell’amministrazione Obama e nei suoi molteplici effetti.

L’Australia punta a una nuova partnership strategica con la Cina e propone manovre navali congiunte a tre che comprendano anche gli Stati Uniti. Per la premier australiana Julia Gillard, che a settembre correrà per un terzo mandato, l’occasione di proporre manovre trilaterali è stato il Forum di Boao, in Cina, considerato la Davos d’oriente.

In altre parole, per evitare di trovarsi di fronte ad un bivio, l’Australia prova a formare un triangolo, ponendosi come trait d’union tra Pechino e Washington.

Il rafforzamento del legame con Pechino dopo quarant’anni relazioni diplomatiche si inserisce nella strategia “per il secolo asiatico”, delineata ad ottobre dalla premier australiana affinché il Paese tragga vantaggio dalla crescita del continente, attraverso una serie di 25 obiettivi da realizzare entro il 2025.
Per approfondire il tema, si veda il numero di Orizzonte Cina dello scorso dicembre.

Perché l’Australia ha bisogno della Cina

Tale scelta è inevitabile. Non soltanto per ragioni strategiche. Se è vero che l’Australia è dal 2010 il Paese con la più alta qualità della vita al mondo, non va dimenticato che la crescita registrata negli ultimi anni è avvenuta – almeno parzialmente – in funzione di quella cinese.

L’interesse cinese per l’Australia è scolpito nei numeri. Nel quinquennio 2006-2011 gli investimenti cinesi sono cresciuti in media del 90% all’anno, un ritmo senza precedenti. E nei primi due mesi di quest’anno l’incremento è stato addirittura del 282%. Ad oggi la Cina è il primo partner commerciale dell’Australia.

In prima fila sono soprattutto metalli e materie prime (come il carbone e il litio).
Circa un terzo dell’export di Canberra è diretto in Cina, trainato dal settore alimentare (pensiamo all’uva e agli altri prodotti agroalimentari), con volume complessivo in crescita.
Per garantirsi un flusso sempre maggiore di alimenti di base, Pechino nella Terra dei canguri sta anche facendo incetta di terreni agricoli.
Vanno forte anche i legami energetici: in maggio il colosso energetico cinese CNOOC ha firmato un accordo per importare 8 milioni di tonnellate di gas liquefatto dall’Australia.
Ed è sempre in Australia che i cinesi investono nella ricerca per lo sviluppo dell’illuminazione a tecnologia LED.

La relazione tra i due Paesi è stata recentemente consacrata da due importanti decisioni dal punto di vista finanziario. In aprile Cina e l’Australia hanno raggiunto un’intesa per convertire direttamente le proprie valute: dopo Stati Uniti e Giappone, anche l’Australia ha quindi stretto un accordo valutario con la Cina. La convertibilità Aud/Cny faciliterà gli scambi tra le aziende, con minori costi per le imprese stesse. Nello stesso tempo, Canberra ha deciso di investire il 5% delle sue riserve valutarie in titoli di Stato cinesi.

I rischi della relazione con Pechino

Tuttavia, la presenza cinese a Canberra ha anche risvolti controversi. In novembre la polizia australiana ha sequestrato un grosso carico di droga proveniente dalla Cina dal valore di 235 milioni di dollari; due mesi prima Canberra aveva vietato la vendita di oltre 23 mila automobili made in China a causa della presenza di amianto nelle guarnizioni del motore e nello scarico.
Ci sono poi delle conseguenze economiche

C’è poi un altro punto. Nel mio articolo citato più sopra spiegavo come l’economia australiana sia stata assorbita dalla bolla speculativa della Cina(per approfondire il tema della bolla cinese si veda qui). Pertanto ogni scricchiolio in quel di Pechino dispiega un’onda lunga capace di propagarsi fino a Canberra.
Lo scorso settembre il dollaro australiano è precipitato tra le preoccupazioni per la crescita della Cina. In aprile, i deludenti dati relativi alla bilancia commerciale e alla produzione manifatturiera in Cina hanno creato nervosismo sul mercato giapponese ed anche su quello australiano.

Inoltre, sul piano politico non mancano le divergenze di vedute. Giovedì 21 marzo, il Senato australiano ha approvato, all’unanimità, una mozione che si oppone all’espianto forzato di organi in Cina. Ha inoltre esortato il Governo australiano a sostenere le iniziative del Consiglio europeo e delle Nazioni Unite per contrastare il traffico di organi e a seguire gli Stati Uniti – imponendo nuovi obblighi sui visti, che richiedano di dichiarare il coinvolgimento o meno nel trapianto coercitivo di organi o tessuti del corpo.

Cattive notizie anche dal punto di vista della sicurezza. Hackers cinesi avrebbero sottratto informazioni segrete anche allo spionaggio australiano, in un grande attacco informatico agli uffici degli Esteri dei Paesi oltreconfine.

Americanista o sinica? No, austrocentrica

L’evoluzione della politica estera australiana mette Canberra di fronte ad una scelta di campo: continuare ad essere l’interlocutore principale di USA e Nazioni Unite nel sud-est asiatico, ma a costo di rinunciare gradualmente al traino della Cina; oppure, invece, completare lo spostamento dell’asse economico in atto già da tempo verso l’Asia. Nell’ultimo white paper, il premier Julia Gillard sembra però manifestare l’intenzione di cercare una terza alternativa alle due sfere di influenza.

L’idea di Gillard è rispolverare un vecchio concetto mai passato di moda: l’austrocentrismo, ossia una politica estera volta ad intrecciare gli interessi politici dei paesi occidentali con quelli economici dei paesi asiatici. L’Australia sta acquistando sempre più consapevolezza del proprio legame – economico e geopolitico – col continente asiatico, senza mai dimenticare la propria adesione ai principi e alle politiche che la vedono da sempre vicina all’Occidente.

Dal punto di vista geopolitico, ciò si traduce in una relazione triangolare con Pechino e Washington di cui Canberra aspira ad essere il vertice alto. Sempre che le geometrie variabili di Pechino e Washington, che prima o poi la non inducano l’Australia ad abbandonare questa  visione  bidimensionale per procedere ad una definitiva scelta di campo.

Congresso del PCC, niente di nuovo sotto il sole di Pechino

Fin dalla nascita della Repubblica Popolare, il passaggio di consegne tra le classi dirigenti cinesi avviene attraverso la successione di generazioni. Un gruppo di leadership (praticamente formato da coetanei), cresce all’interno del partito con una carriera che prevede ruoli di crescente importanza prima a livello locale e poi nazionale, preparando lentamente il ricambio in modo che al momento della selezione ufficiale non ci siano pericoli di fratture. E quando queste ci sono, possono essere ricomposte con mezzi più o meno leciti, come si è visto nel caso di Bo Xilai – punta dell’iceberg delle contrapposizioni tra neomaoisti e liberisti.
La generazione di Hu Jintao è la quarta; quella che si accinge a prenderne il posto è la quinta e già si intravede all’orizzonte l’emergere della sesta. Per capire la struttura politica del Partito Comunista Cinese si veda questa mappa.

Con queste premesse è iniziato il 18° Congresso del PCC, in programma a Pechino dall’8 al 15 novembre. L’altro grande fatto di attualità internazionale del mese (dopo le elezioni americane), e più in generale del 2012.
Il popolo vuole diritti e libertà d’espressione. L’Occidente, invece, chiede crescita, liberalizzazioni e ulteriore apertura al sistema capitalista. Ma al di là delle frasi di rito spese per la proposta di rinnovamento della Costituzione, tutto quello che uscirà dalla settimana di riunione sarà deciso “per il bene del partito”, dunque al fine di preservare lo status quo. Lo ha lasciato intendere il portavoce Cai Mingzhao che, nella conferenza stampa di presentazione, alla domanda di un giornalista straniero sulla democrazia, ha risposto che ” il sistema di governo attuale si è rivelato adatto alla società cinese”. Tradotto in altri termini: avanti col partito unico, e riforme alle calende greche.
Per il momento, dunque, i profondi squilibri che caratterizzano l’economia cinese resteranno inalterati.

Sarà anche per questa ostinato clima di opacità che nei giorni precedenti all’apertura del Congresso, la stampa nazionale ha sottolineato il disinteresse dei cittadini. Inevitabile conseguenza della coltre di segretezza e di misure di restrizione della libertà di movimento e di comunicazione che circondano i lavori. Non c’è dunque da stupirsi se milioni di giovani abbiano manifestato maggiore interesse per le presidenziali americane – come testimoniato dai milioni di commenti sui weibo, gli equivalenti cinesi di Twitter – che per quanto avveniva nei palazzi del potere di Pechino.
Tuttavia, la censura non aiuta. Francesco Sisci su Limes spiega perché il Congresso sbaglia a tenere le porte chiuse:

Questa differenza sembra mettere in cattiva luce la Cina. L’America, grazie alla trasparenza della sua campagna elettorale, arriva ad avere un’influenza globale. Il mondo intero può osservare e ammirare la trasparenza del suo processo democratico.

Al contrario, nessuno al mondo sa cosa stia succedendo in Cina. Gli analisti non possono fare a meno di domandarsi come questo paese potrà mai riuscire a ottenere potere e influenza quando il suo processo più importante, la scelta dei leader, rimane completamente segreto. A questo proposito, l’accavallarsi di voci contrastanti non fa che confermare la prima impressione: come può un paese che vuole avere maggiore capacità d’influenza tenere nascosto il proprio aspetto più significativo (chi è che comanda davvero) agli occhi della sua gente e a quelli del mondo? Con un comportamento del genere, la Cina si tarpa le ali da sola: chi tiferà mai per lei, quando nessuno sa niente neppure di chi andrà a governarla?

E pensare che, stando alla BBC, ci sono almeno otto argomenti – in Cina otto è un numero di buon auspicio – per cui il mondo dovrebbe prestare attenzione a ciò che accade nei corridoi segreti del Congresso. Dalla crescita dell’economia alla salute dell’ambiente e di molte specie animali; dall’ascesa del mandarino come lingua globale alle dispute insulari con Giappone e Filippine.

Afghanistan: partiti gli americani, arriveranno i cinesi

Con la prospettiva della partenza dei soldati occidentali prevista per il 2014, la concorrenza per un posto al sole in  Afghanistan si sta facendo serrata. Allo stesso tempo, il governo afgano ha cercato di rafforzare i suoi legami con i Paesi vicini.
La Repubblica Popolare Cinese condivide solo pochi km di confine con Kabul, ma è già in prima fila per acquisire una significativa influenza nell’Afghanistan del dopo NATO. Si spiega così la visita a sorpresa a Kabul di Zhou Yongkang, capo della sicurezza interna cinese, nel corso della quale i due Paesi hanno sottoscritto un action plan che impegna la Cina a fornire al governo locale 150 milioni di dollari in aiuti alla ricostruzione e in assistenza tecnico-economica, oltre che ad addestrare la polizia afghana.

Da tempo gli analisti ripetono che la prima a beneficiare del ritiro americano sarà proprio Pechino. Perché l’obiettivo della Cina sono le ricche concessioni minerarie che il governo di Kabul è pronto a mettere all’asta: ne avevo già parlato qui; per contributi più recenti si veda qui e qui.
L’Afghanistan lasciato solo, finirà per buttarsi nelle braccia dei cinesi“, secondo il noto analista Ahmed Rashid. Per adesso pare essere proprio così. Dopo tutto, neppure i più ingenui avevano creduto che gli aiuti “disinteressati” (sic) promessi da Pechino al governo afghano nei mesi scorsi potessero essere veramente tali.

In questi anni, mentre gli USA perdevano soldi, soldati e popolarità, i cinesi si assicuravano importanti contratti e concessioni estrattive per le proprie companies. Massimo risultato col minimo sforzo. Ma l’Afghanistan non è ancora pacificato e questo potrebbe mettere gli investimenti di Pechino a rischio. Si spiega così, secondo Luigi Spera su Limes, la mano tesa verso l’Alleanza Atlantica:

La Cina ha assunto in Afghanistan un atteggiamento molto opportunista. All’indomani degli attacchi dell’11 settembre, Pechino non ha fatto mai mancare il suo appoggio alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu, per Enduring Freedom prima e per Isaf poi. La Cina si è tenuta apparentemente fuori da quello che sembrava un nuovo ‘grande gioco’ nell’area, facendo un lavoro tra le linee e puntando ai vantaggi che pure le sono venuti.
Ora che la strada è tracciata, gli investimenti ci sono e le aziende appaiono ‘esposte’ su un territorio dove la sicurezza resta una grande incognita, Pechino ha rivisitato la sua agenda afgana. Di fronte al fallimento di una missione che solo i governi impegnati maggiormente continuano a definire un successo e al rischio di una deriva balcanica dopo il ritiro nel 2014, la Cina ha mostrato il suo volto benevolo all’Occidente, dando a intendere negli ultimi mesi di essere pronta a correre in soccorso degli americani e della Nato. Come a dire che se finora le imprese e gli avamposti cinesi hanno beneficiato della sicurezza dovuta a un’occupazione che ne ha salvaguardato gli investimenti, ora si muovono per proteggere i propri interessi con il minimo sforzo economico e militare.
Così aiuterebbero sia loro stessi sia i governi occidentali, impegnati in una complessa ‘exit strategy’ elaborata per limitare l’enorme dispendio economico che le nazioni del Patto Atlantico – ma non solo – non sono più in grado di sostenere.
L’avvicinamento cinese alla Nato è qualcosa di effettivo, anche se ancora allo stato embrionale. Ma quello atlantico non è l’unico piano dove opera Pechino, che fa manovre anche in chiave regionale sfruttando principalmente le strutture dellaShangai Cooperation Organization (Sco), di cui sono membri Cina, Russia e quattro repubbliche centroasiatiche ex sovietiche: tutti paesi che hanno dato il loro benvenuto all’Afghanistan come osservatore (lo erano già anche India e Pakistan) solo pochi mesi fa.
In questo ambito, con il motivo ufficiale della lotta al traffico di droga e al terrorismo, i paesi dello Sca hanno collaborato principalmente con il governo Karzai e indirettamente con Nato e Stati Uniti. Appellandosi proprio alla stabilità dell’Asia centrale e alla lotta al fondamentalismo religioso (interessante per i cinesi anche in chiave di contrasto anti-islamico nello Xinjiang), Cina e Afghanistan hanno sottoscritto un accordo di collaborazione strategica per combattere il terrorismo e rafforzare la cooperazione nel settore della sicurezza.
Ma non è con la collaborazione nella Sco che Pechino e Kabul hanno iniziato a fare affari. Basti pensare all’attività estrattiva nel bacino dell’Amu, l’investimento cinese che sfiorerà i 400 milioni di dollari per la costruzione di pozzi e raffinerie e che vedrà finire il 70% dei profitti nelle casse dell’asfittica economia afghana senza che questi soldi passino per la popolazione. Proprio ciò che gli afghani debolmente e con voce solo raramente amplificata dai media contestano: l’abitudine cinese, molto visibile anche in Africa e Sudamerica, di impiegare manodopera formata da connazionali, senza dare di fatto beneficio al paese ospitante.
Le vecchie abitudini restano, ma in Afghanistan la Cina sperimenta anche una nuova dottrina di un’ambivalenza evidente: quella della mano tesa dal punto di vista strategico diplomatico e dello sfruttamento spinto sul versante economico-produttivo. Una strategia che rimescola le carte in tavola, mentre il riposizionamento strategico militare degli Stati Uniti nell’area rimane poco chiaro.

A Kabul i maligni dicono che dietro i recenti attacchi possa esserci anche la mano degli americani, che non apprezzano il protagonismo del Dragone in Afghanistan. Certo la partita afghana è solo un tassello nel più ampio mosaico di relazioni tra Stati Uniti e Cina, impegnate – in nome della corsa alle materie prime – in una corsa frenetica per estendere la propria influenza nei quattro angoli del globo: dall’Africa all’America Latina, dalle acque del Pacifico ai ghiacci del Polo, passando per le steppe dell’Asia Centrale. Senza mai dimenticare che Pechino è e rimane il primo creditore di Washington.
Tuttavia, costatare che la Cina fa affari in terra afghana, mentre lì l’America ha sprecato vite e denaro, e che ora chiede addirittura la protezione NATO per preservare i propri business, fa un pò effetto. Soprattutto se si ripensa alle speculazioni che si leggevano dieci anni fa sugli interessi petroliferi, minerari e infrastrutturali americani sottesi alla “guerra sporca di Bush” in quel di Kabul. Altri tempi, altre storie.

Asia Orientale, il Grande Gioco delle isole/1: l’arcipelago delle Senkaku

Le Isole Senkaku sono un arcipelago formato da cinque isole maggiori e tre scogli, con un’estensione totale di circa 7 km quadrati, a nordest di Taiwan e molto a sud rispetto al Giappone. Quando le navi della marina inglese le avvistarono nelle acque del Mare cinese orientale, le segnarono sulle mappe nautiche battezzandole Pinnacle Island (in inglese: punta), perché altro non sembrarono che punte di roccia emersa. Le isole sono infatti spoglie e disabitate.
Ufficialmente, l’arcipelago appartiene al Giappone, che amministra le isole dalla fine dell’Ottocento. Senkaku è infatti il nome che Tokyo le ha dato nel 1895, quando le ha occupate per la prima volta al termine della prima guerra sino-giapponese, per poi perderle durante la Seconda Guerra Mondiale in conseguenza dell’occupazione degli Stati Uniti e infine riprenderle nel 1971 per concessione di Washington. Ma da tempo le isole sono reclamate dalla Cina e da Taiwan. Le quali sostengono che fanno parte del territorio sinico da centinaia di anni e le chiamano, rispettivamente, Diaoyu e Tiaoyutai.

Periodicamente, la controversia sulla sovranità delle isole riemerge (qui la cronologia completa), aumentando la tensione diplomatica tra Tokyo e Pechino. L’ultima parentesi di questa disputa si è aperta in aprile, quando il governatore (nazionalista) della prefettura di Tokyo, Shintaro Ishihara, ha lanciato la proposta di acquistare le isole dal miliardario Kunioki Kurihara, a cui tre di queste isole appartengono e che le affitta allo Stato nipponico. La trattativa si è poi arenata, ma ha avuto l’effetto di riaprire vecchie ferite tra i Paesi contendenti, rinfiammando i sentimenti nazionalistici delle gioventù locali. Al punto che il 15 agosto la Kai Fung 2, una piccola imbarcazione partita da Hong Kong, ha portato un gruppo di 14 attivisti sulle isole contese con l’intento di piantarvi bandiere cinesi e contestare il possesso dell’arcipelago da parte del Giappone. Gli attivisti (7 dei quali sbarcati effettivamente sull’isola di Uotsuri) sono stati arrestati e rimpatriati, per essere poi accolti a Hong Kong da centinaia di sostenitori galvanizzati per l’impresa. Pochi giorni dopo l’azione cinese è stata emulata da un gruppo di attivisti giapponesi, sbarcati sulle Senkaku per ribadire l’appartenenza a Tokyo delle isole.
In teoria, l’episodio della Kai Fung 2 sarebbe ben poca cosa rispetto a quanto accaduto nel novembre 2010, quando un peschereccio cinese speronò due motovedette nipponiche creando un incidente diplomatico con tanto di cortei in entrambi i Paesi e dichiarazioni al vetriolo di politici e commentatori. Il capitano dell’imbarcazione fu arrestato e il premier cinese Wen Jiabao ne chiese la liberazione del capitano minacciando “ripercussioni” sui rapporti commerciali con Tokyo. Dopo circa un mese il capitano fu scarcerato, ma l’opinione pubblica nipponica accusò il proprio governo di essersi asciato “umiliare” per aver ceduto alle pressioni di Pechino.
Eppure l’incidente della Kai Fung 2 ha avuto un impatto parimenti forte all’interno dei due Paesi.

Com’è possibile che nel 2012 due potenze come Cina e Giappone possano ancora litigare per degli isolotti? Molti commentatori hanno notato che la contesa sulle isole ha cominciato a farsi più accesa quando si è ipotizzato che sotto quelle acque siano nascoste immense riserve di gas naturale. I primi studi risalgono agli Anni Settante, ma ad oggi non ci sono certezze sulla reale esistenza di tali giacimenti. Pertanto, diversamente dal caso delle isole Spratly, la questione energetica non basta da sola a giustificare le tensioni.
La spiegazione va cercata altrove.

L’ardore mostrato dai giovani attivisti di ambo le parti denota il grande peso che il sentimento nazionalista ha nella vicenda. A noi europei può sembrare esagerato, per non dire “folcloristico”, ma  in Asia al contrario questo aspetto è molto importante. In Estremo Oriente l’occupazione giapponese durante l’ultimo conflitto mondiale  è stata molto sofferta, e Paesi come Cina, Taiwan e Corea ancora oggi aspettano dal Giappone delle scuse ufficiali per i crimini commessi e che i giapponesi non hanno mai pubblicamente riconosciuto.
E le fiammate nazionalistiche non divampano mai a caso: lo scontro diplomatico tra Cina e Giappone arriva infatti in un periodo delicato per entrambi Paesi. Ad ottobre è fissato il congresso del Partito comunista cinese in cui si deciderà il successore del presidente Hu Jintao, proprio in una fase in cui il partito è costretto ad affrontare lo scandalo Bo Xilai, la fronda dei neomaoisti e nuove tensioni interne. In Giappone, il Partito democratico del primo ministro Nashihito Noda non gode di una maggioranza forte in parlamento, e l’opposizione ne chiede la caduta. Sia per Tokyo che per Pechino, spostare l’attenzione alle isole Senkaku, facendo leva sul sentimento nazionale, è un modo per riaffermare la propria forza e la solidità in chiave interna.

Il contesto regionale offre un altro interessante spunto. Secondo China Daily, nel 1971 gli USA restituirono le Senkaku al Giappone, anziché alla Cina, per evitare che i due Paesi potessero “avvicinarsi” troppo, mantenendo una sfera d’influenza nella regione. Esisterebbe anche un patto tra Tokyo e Washington, per cui l’America sarebbe autorizzata ad intervenire militarmente in caso di conflitto.
In seguito all’incidente del 2010, Wang Xiangsui, direttore del Centro per la strategia di sicurezza presso l’Università di Pechino di Aeronautica e Astronautica, dichiarò al New York Times che il Giappone vuole far accettare alla Cina il fatto che le Senkaku sono e resteranno giapponesi. In altre parole, l‘intento di Tokyo è il containment dell’espansione regionale di Pechino.
In effetti, le isole Senkaku costituirebbero per il Giappone un importante avamposto militare dal punto di vista strategico, soprattutto nel caso in cui la Cina decidesse (con le buone o le meno buone) di riprendere il controllo su Taiwan. Pechino si sta dotando di mezzi aeronavali sempre più notevoli, in grado di intervenire rapidamente nelle zone marittime asiatiche dove sono proiettati i suoi interessi economici. Uno scenario che preoccupa il governo di Taipei, il quale, oltre ad acquistare massicciamente armi dall’America, propone di sfruttare congiuntamente le risorse delle Senkaku, sia ittiche che energetiche,  per evitare che una probabile escalation di tensioni nella zona dia un pretesto alla Cina per rimettere le mani sull’isola di Formosa.

Hillary Clinton, tour in Africa per contenere l’avanzata cinese

Carta tratta da Abrocoma.com – clicca sopra per vedere questa e altre sei mappe sulle sfere di influenza in Africa

Per gli Stati Uniti l’Africa sta diventando sempre di più una priorità strategica. Dopo aver incrementato la propria presenza militare nel Continente Nero, l’America cala ora la carta della diplomazia.
Col suo arrivo a Dakar martedì 31 luglio, Hillary Clinton ha dato il via ad un tour in Africa di 11 giorni che la porterà a visitare almeno sette nazioni del Continente Nero: Senegal, Sud Sudan, Uganda, Kenya, Malawi, Sud Africa e Ghana. Ad Accra il Segretario di Stato USA parteciperà al funerale di stato per defunto presidente John Atta Mills, improvvisamente scomparso la settimana scorsa.
Se in cima all’agenda della Clinton c’è il problema della sicurezza (con particolare riferimento a quanto accade in Mali, Nigeria e Somalia), fin da subito è apparso chiaro l’altro – implicito – scopo della sua missione. Per capire qual è, basta dare un’occhiata alla trascrizione del discorso pronunciato in Senegal (traduzione mia):

L’Africa ha bisogno di collaborazione, non di clientelismo [partnership, not patronage, n.d.t.]. E noi abbiamo cercato di proseguire questa sfida. E per tutto il mio viaggio in Africa di questa settimana, parlerò di ciò che vuol dire un modello di partenariato sostenibile che aggiunge valore piuttosto che  strapparlo. Questo è l’impegno dell’America in Africa.

Allora il legame tra democrazia e sviluppo è un elemento che definisce il modello americano di partnership. E riconosco che in passato le nostre politiche non sempre sono state allineate con i nostri principi. Ma oggi, stiamo costruendo rapporti qui in Africa occidentale e in tutto il continente che non sono transazionali o transitori. Sono costruiti per durare nel tempo. E sono costruiti su una base di valori democratici condivisi e del rispetto dei diritti umani universali di ogni uomo e donna. Vogliamo aggiungere valore ai nostri partner, e vogliamo aggiungere valore alla vita delle persone. Così gli Stati Uniti lotteranno per la democrazia e i diritti umani universali, anche se potrebbe essere più facile o più redditizio l’opposto, per mantenere il flusso delle risorse. Non tutti i partner fanno questa scelta, ma noi lo facciamo e lo faremo.

Curioso intervento. La Clinton è riuscita a parlare della Cina senza mai nominarla.

Che l’attivismo di Pechino desti la preoccupazione di Washington non è una novità. La Cina investe ingenti risorse in Africa. Proprio  giovedì 19 luglio, il presidente Hu Jintao ha dichiarato che il suo governo sta considerando l’ipotesi di raddoppiare i finanziamenti in favore delle popolazioni del continente fino ad arrivare alla somma di ben 20 miliardi di dollari, senza però specificare ulteriori dettagli.

Secondo il Washington Post (link sopra), è probabile che la Clinton inviterà anche gli altri leader africani a considerare con attenzione i progetti proposti dall’Estremo Oriente suscettibili di incoraggiare la corruzione e il malaffare a danno degli abitanti di alcune delle nazioni più povere del mondo.

Quante probabilità di successo ha la missione della Clinton? Poche. La retorica americana non basterà a dissuadere i Paesi africani dall’accettare gli investimenti cinesi. Pechino promette sanità, istruzione ed infrastrutture in cambio di risorse, a fronte di un Occidente che dalla decolonizzazione in poi ha trafugato il Continente Nero attraverso la schiavitù del debito. 11 giorni di cortesie non potranno cancellare cinquant’anni di saccheggi. Pechino è percepita come un partner più affidabile rispetto a quello più tradizionale d’oltreoceano: non cerca di imporre principi, ma solo di concludere scambi. Tratta coi governi in posizione di parità, senza  pretende di essere per loro una guida. E non predica democrazia alla luce del sole per poi fomentare l’instabilità sottobanco.
Infine, i cinesi hanno un’arma in più: 3.500 miliardi di dollari di riserve valutarie da investire in giro per il mondo. E il denaro è sempre più eloquente delle parole.