L’Europa dopo il voto del 25 maggio

Quelle del 25 maggio non sono state elezioni europee come le altre. Quest’anno, si concludeva il processo di transizione iniziato coll’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, il cui obiettivo di fondo era una maggior democratizzazione del funzionamento dell’Unione europea. Inoltre, da questo scrutinio sarebbe emerso il nome del nuovo presidente della Commissione europea. Nella visione dei firmatari di Lisbona, le elezioni di quest’anno rappresentavano perciò uno spartiacque storico nell’àmbito dell’integrazione continentale.

Ciò che a Lisbona nessuno poteva immaginare era che, dal 2009 a oggi, l’Europa sarebbe stata investita da cinque anni di crisi economica, la cui onda lunga ha lasciato profonde ferite nella realtà sociale del Vecchio Continente. E il disagio dei popoli non poteva che manifestarsi anche nelle urne. Risultato: il voto recentemente espresso avràconseguenze tanto importanti quanto insidiose sia per l’Europa sia per i singoli Stati membri.

La prima è la netta e ampiamente prevista affermazione dei movimenti euroscettici. «Per la prima volta ci sarà una vera opposizione alParlamento europeo», ha esultato il leader della Lega Matteo Salvini, il quale trascura — come molti osservatori — che quella da noi chiamata «opposizione euroscettica» è tutt’altro che un monòlito. I movimenti che la compongono sono sí uniti quando si tratta di puntar il dito contro l’Europa, a loro avviso la radice di tutti i mali, ma si dividono quando si tratta d’esporre visioni e obiettivi, in aperto contrasto fra loro. Continua a leggere

Il gas di scisto potrà cambiare il mondo ma non l’Europa

Il dibattito su vantaggi e svantaggi dell’estrazione di gas di scisto continua a dividere l’Europa. Pur tralasciando ogni appunto circa gli enormi danni all’ambiente e alle persone che l’industria dello shale sta causando negli USA, rimane il fatto che anche nella (lontana) ipotesi in cui gli ostacoli ambientali, normativi e politici fossero superati, difficilmente gli idrocarburi non convenzionali risolveranno i nostri problemi.

La scorsa settimana il Parlamento europeo ha approvato lo schema della nuova direttiva che introduce la Valutazione di Impatto Ambientale obbligatoria sulle connesse attività di esplorazione ed estrazione e che dovrebbe entrare in vigore entro il 2016. Strasburgo ha inoltre introdotto l’obbligo di indipendenza assoluta del committente rispetto all’autorità competente ed eliminato la possibilità per i Paesi membri di concedere deroghe speciali a determinati progetti (le uniche eccezioni restano le opere motivate con ragioni di sicurezza pubblica).

Negli stessi giorni la Francia ha confermato il bando alle esplorazioni stabilito da Sarkozy nel 2011, mentre il resto d’Europa procede un po’ in ordine sparso. Secondo Altreconomia:

In Europa le riserve di gas non convenzionale sarebbero pari a 15mila miliardi di metri cubi di cui 2 mila miliardi stimati solo in Polonia. Oltre 760 miliardi da estrarre nell’immediato. Un potenziale di shale gas e tight gas che interesserebbe quasi tutti  i Paesi dell’Unione. È quanto emerge da una prima lettura di una mappa diffusa dal magazine americano “Drilling Contractor”. 
Per l’Italia è evidenziata una vasta area di giacimenti ricadenti nella Pianura Padana, in regioni come l’Emilia-Romagna, il Veneto, la Lombardia, il Trentino-Alto Adige e il Friuli-Venezia Giulia.

Un quadro, questo, che giustifica l’accesa discussione in atto proprio tra gli Stati membri dell’Ue, che dovrebbero applicare la Direttiva così modificata quando questa diverrà legge. 
Bulgaria e Lussemburgo sono contrari alfracking. La Francia ha deciso di vietare il fracking con una legge del 13 luglio 2011, sulla quale però il Consiglio costituzionale dovrebbe pronunciarsi domani  (11 ottobre, ndr) su una sua presunta incostituzionalità. E proprio questa decisione -molto attesa non solo Oltralpe- potrebbe cambiare le carte in tavola. L’intervento del Consiglio costituzionale è stato richiesto dalla società Schuepbach Energy, secondo la quale “l’annullamento dei permessi di esplorazione è frutto di un’applicazione troppo rigorosa del principio di precauzione”.
Principio di Precauzione, più che legittimo, sulla quale si fondano proprio le ultime modifiche della Direttiva 2011/92/UE. In Svizzera, Gran Bretagna, Olanda, Austria e Svezia, invece, i progetti sono stati sospesi. In Germania, Romania, Irlanda, Repubblica Ceca e Danimarca si parla di moratoria. 

In Italia, infine, in un clima di quasi totale disinteresse, il 18 settembre -su proposta del deputato di Sel, Filiberto Zaratti- la Commissione ambiente della Cameraha approvato una risoluzione “che esclude da subito ogni attività legata al fracking, cioè l’estrazione d’idrocarburi attraverso la fratturazione idraulica del sottosuolo”. 
Un impegno per il Governo, al quale dovrebbero seguire i fatti. Anche se in merito al fracking le grandi associazioni ambientaliste come le reti di movimenti italiani continuano a sostenere che nel nostro Paese non c’è il rischio di trivellazioni con fratturazione idraulica, per lo sfruttamento di shale gas. E perciò non serve una legge nazionale, non impugnabile, che ne sancisca concretamente il divieto.

Come ho già avuto modo di illustrare, se nel resto del mondo questi idrocarburi non convenzionali stanno provocando una vera e propria rivoluzione, qui in Europa lo shale gas non dovrebbe suscitare un boom economico simile. Secondo Les Echos:

La rapidità e l’ampiezza dello sviluppo della produzione oltre Atlantico non potranno essere replicate in Europa perché non vi sono le condizioni eccezionali degli Stati Uniti: presenza di un’importante industria petrolifera e di gas, abbondante materiale di trivellazione, una vasta rete di gasdotti, grandi spazi disabitati. Tutti elementi che hanno permesso agli Stati Uniti di forare più di 200mila pozzi in pochi anni. Anche il contesto giuridico ha svolto un ruolo importante: i cittadini sono proprietari del loro sottosuolo e hanno un interesse finanziario a firmare direttamente con le compagnie. In Europa non solo le infrastrutture rimangono limitate, ma le regolamentazioni locali sono più vincolanti.La Polonia, che ha cominciato l’esplorazione nel 2008, ha solo una quarantina di pozzi. In Danimarca le prime trivellazioni sono state rinviate di un anno, per realizzare degli studi di impatto ambientale. Stessa constatazione nel Regno Unito. “In Europa ci vorranno almeno dieci anni fra l’avvio di un sito e l’entrata in produzione, rispetto ai tre anni degli Stati Uniti”, dice un industriale. “Inoltre per ragioni simili si dovrà limitare il numero di trivellazioni contemporanee nella stessa zona”. Secondo un recente studio di Bloomberg Energy Finance i costi di produzione nel Regno Unito sarebbero fra il 50 e il 100 per cento più alti rispetto agli Stati Uniti.

Meno intensa, più diluita nel tempo, la produzione di idrocarburi di scisto in Europa sarebbe più costosa e probabilmente insufficiente per influire sul prezzo o per ridurre realmente la sua dipendenza economica. Anche se la Francia riuscisse a produrre il 30 per cento del suo consumo di gas, la sua fattura energetica si ridurrebbe solo di 3-4mila miliardi di euro all’anno su un totale di 70 miliardi nel 2012. Inoltre l’impatto sull’occupazione sarebbe limitato. Le poche stime effettuate su questo punto dalle società di consulenza Sia Conseil in Francia e Poyry nel Regno Unito hanno potuto basarsi solo sull’esperienza americana, cioè fare riferimento al numero di posti di lavoro per miliardi di metri cubi prodotti o per numero di pozzi. Tutti calcoli che portano nel migliore dei casi a poche decine di migliaia di posti di lavoro per paese. Cifre senza dubbio non trascurabili nella situazione attuale, ma il gas di scisto non rappresenta quella soluzione miracolosa che permetterebbe all’Europa di uscire dalla crisi.

Nell’Europa (dis)unita si litiga sempre per i soldi

L’Europa è una grande famiglia. Ossia un covo di vipere, per dirla con Freud. Mentre l’austerity scalda le piazze del continente e l’Eurozona cade di nuovo in recessione, ad esacerbare le già ampie divisioni tra i suoi membri ci pensa sempre lo stesso tabù: quello dei soldi.
In particolare, quelli destinati al Quadro finanziario pluriennale per il periodo 2014-2020, che saranno decisi nel prossimo vertice del Consiglio europeo in programma il 22-23 novembre. Uno strumento di programmazione che sulla base della proposta della Commissione Europea dovrebbe ammontare a 1.091 miliardi di euro, ma che le resistenze di alcuni Stati (sempre i soliti: Gran Bretagna,  Germania, Olanda e Finlandia) puntano a comprimere in coerenza ad una stretta politica di austerità, già praticata (e imposta) a livello dei bilanci nazionali.

Inizialmente il Presidente del Consiglio Europeo Herman Von Rompuy aveva chiesto un taglio di 80,737 miliardi di euro rispetto alla proposta della Commissione. La presidenza di turno cipriota  aveva invece suggerito tagli per 50 miliardi. Ma il Parlamento europeo, che sarà chiamato ad approvare il bilancio, non è disposto ad accettare un QFP più modesto rispetto a quello attuale.
Dopo il fallimento dei negoziati sul bilancio per il 201, la questione si presenta spinosa. Più che una sforbiciata ai costi, quella del Presidente del Consiglio Europeo sembra un colpo d’accetta poiché tocca tutti i capitoli di spesa, compresi i fondi strutturali e la PAC (politica agricola comunitaria). Per cercare un compromesso, Von Rompuy ha presentato alla Commissione una nuova proposta di bilancio che prevederebbe tagli per 75 miliardi, già bocciata dal primo ministro spagnolo Rajoy.

La crisi economica mondiale ha fatto riemergere la mancanza di una reale autonomia finanziaria dell’Unione europea. Il bilancio della UE è pari all’1,05% del Pil europeo e al 2% della spesa pubblica complessiva dei 27 Stati membri, considerato da alcuni Paesi (come Gran Bretagna, Germania, Finlandia e Svezia) eccessivamente alto in tempi di crisi. E poco importa se, come ricorda perfino Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo, quello europeo è innanzitutto un bilancio di investimenti e il 94% degli utili complessivi sono investiti negli stessi Stati membri o per priorità esterne dell’Unione. Secondo Schulz, il bilancio UE è parte integrante della soluzione volta a consentire all’Europa di uscire dall’attuale crisi, a cui vanno assicurate le risorse necessarie. Ma le difficoltà di mettere d’accordo i 27 nel recuperare tali mezzi per un concreto rilancio economico, in risposta ai venti di recessione, sono sotto gli occhi di tutti.
Se non dovesse essere trovato un accordo sul bilancio pluriennale non sarebbe una tragedia dal punto di vista contabile (come nel caso del bilancio 2013), anche se alle scelte finanziarie 2014-2020 sono legati circa 70 regolamenti per la spesa in tutti i settori fondamentali dell’attività europee che vanno concordati con il Parlamento UE, che richiedono un lungo e complesso negoziato.

La necessità di favorire il QFP quale strumento per il rilancio della crescita è perciò stata espressa anche da Mario Monti, il quale già nei giorni scorsi aveva garbatamente avvertito il suo omologo inglese David Cameron della propria indisponibilità ad appoggiare qualunque proposta di tagli al bilancio comunitario. Tuttavia le posizioni non cambiano: benché i rapporti tra i due governi rimangono “solidissimi ed eccellenti”, sul punto Roma e Londra restano molto lontane. Monti sta ora lavorando con Francois Hollande affinché Italia e Francia facciano blocco contro il fronte nordico dei tagli.

L’Italia è contribuente netta al bilancio della UE e se la linea del rigore dovesse passare perderebbe 4,5 miliardi nell’agricoltura e almeno altrettanti (o qualcosa di più) nella coesione sociale, anche se non ci sono conferme.
E al danno si aggiunge la beffa. Secondo Linkiesta, la Polonia si vedrebbe aggiudicare di fatto quasi tutti i soldi che verrebbero tolti all’Italia: dopo tutto, se Berlino e Varsavia rappresentano il nuovo asse portante della UE, qualcosa vorrà pur significare. Peraltro, i tagli a sviluppo e ricerca sono molto più netti di quelli alla politica agricola, che continua a mangiarsi quasi la metà del bilancio europeo.
Ma che il Belpaese non goda di grande credito presso i parrucconi di Bruxelles è cosa nota, come testimoniato dalle rimostranze che alcuni Paesi (sempre i soliti) hanno fatto di fronte alla concessione dei 670 milioni di euro per la ricostruzione in Emilia. Nei palazzi del potere di Berlino, Amsterdam, Londra ed Helsinki ci vedono come spreconi e inaffidabili, dimenticando che l’Emilia è in realtà uno dei maggiori siti produttivi del continente, dove la gente mangia per quel che lavora.
A quanto pare i cari, vecchi pregiudizi e luoghi comuni contano molto di più della realtà, quando riferiti ai parenti vicini e lontani. Come in ogni “grande famiglia” che si rispetti.

Il voto del Parlamento Europeo (non) fermerà le extraordinary renditions della CIA

L’11 settembre 2012 non è stato soltanto l’undicesimo anniversario dell’attacco alle Torri Gemelle. In quello stesso giorno, a Strasburgo, il Parlamento europeo ha approvato (568 sì, 34 no e 77 astenutii), una mozione a firma dell’europarlamentare Heléne Fautre contro qualsiasi operazione di extraordinary rendition da parte della CIA sul suolo europeo. Con questa espressione si intende la cattura, deportazione, detenzione clandestina nei confronti di soggetti sospettati di terrorismo. Di conseguenza, spiega Equilibri:

Il Parlamento europeo, a seguito del passaggio della mozione stessa, ha chiesto ufficialmente che gli esecutivi di molti Stati europei, tra i quali figurano non solo paesi dell’est europeo, quali Romania, Polonia, Lituania, dove si sospetta la presenza di carceri segrete, ma anche Svezia, Inghilterra, Germania, per citarne solo alcuni, diano disposizioni precise al fine di svelare le coperture europee avvenute in passato. Non solo, attraverso indagini approfondite ed inchieste, far emergere il ruolo o rapporto partecipativo di ciascuno stato con la CIA, sia esso di natura passivo o attivo.

L’Europa quale ruolo gioca ed ha giocato nella vicenda? In che modo ha favorito le azioni della Central Intelligence Agency? La Cia ha operato in Europa grazie al consenso della quasi totalità degli stati membri dell’Unione. La partecipazione di questi ultimi differisce chiaramente da Stato a Stato a seconda del grado di collaborazione e del ruolo ricoperto nei rapimenti sia esso  attivo o passivo.

Le extraordinary renditions sono una pratica consueta nel modus operandi dell’America post-11 settembre, ripetutamente messa in atto dai servizi segreti statunitensi – in particolare, dalla CIA – , con la motivazione della lotta al terrorismo. L’amministrazione Bush ne ha fatto un largo (ab)uso per sottrarre gli individui ritenuti ostili alle garanzie del due process of law (ossia, un “giusto” processo secondo le regole del diritto processuale), giudicate lente e macchinose (oltreché politicamente scorrette) per l’attività di contrasto condotta dai servizi segreti.
Tra le vittime delle detenzioni illegali c’è anche il “celebre” Abdel Hakim Belhaj, comandante dell’Esercito di liberazione libico. La sua vicenda è sintetizzata su Globalist, dove si racconta di come negli anni la CIA abbia dato centinaia di dissidenti in pasto a Gheddafi:

Sulla base di documenti resi pubblici da Human Rights Watch, dal 2002 al 2007 Gheddafi è stato protetto e finanziato da Washington e Londra perché visto come baluardo della laicità nel mondo islamico. Moussa Koussa, un alto funzionario del regime libico, che ha avuto anche un ruolo di primo piano nella strage di Lockerbie, ha dichiarato alla Bbc che la collaborazione tra Usa, Regno Unito e Libia era così forte che «per anni Inghilterra e America hanno consegnato centinaia di dissidenti libici a Gheddafi, molti dei quali scomparsi nel nulla.

Anche nell’Europa culla dei diritti umani, e recentemente fregiata del Premio Nobel per la Pace, dal 2001 in poi le detenzioni illegali sono state tutt’altro che infrequenti. Basi aeree europee e numerose carceri segrete possedute dalla CIA nel Vecchio Continente (soprattutto dell’Europa dell’Est) sono state impiegate per lo spostamento dei prigionieri – come ammesso dallo stesso presidente Bush. L’opinione pubblica europea ha pesantemente disapprovato tali operazioni, ma ciò non è bastato ad arrestarle del tutto.

[UPDATE: un lettore segnala il lavoro svolto dalla Commisione del Parlamento europeo nel 2006  e il rapporto presentato dal relatore Claudio Fava (http://www.europarl.europa.eu/comparl/tempcom/tdip/default_en.htm) sul tema]

In Italia spicca il rapimento di Abu Omar, compiuto da 26 uomini della CIA nel febbraio 2003 con l’apparente complicità di diversi uomini del SISMI, l’allora agenzia di intelligence militare nazionale.
Il Regno Unito ha ammesso il proprio coinvolgimento già nel 2008 e nel 2009. FrontiereNews pubblica un’inchiesta dove si parla di come anche il governo britannico abbia maltrattato, torturato e consegnato alla CIA i propri cittadini sospettati di legami col terrorismo:

Si tratta di un meccanismo segreto e davvero ben strutturato, grazie al quale la CIA (al vertice di questa struttura) è riuscita a crearsi una rete di torture e illegalità coadiuvata dagli altri paesi membri, come Francia e UK. D’altra parte la gran Bretagna non poté rischiare il conflitto diplomatico, e si trovò così costretta ad accettare nel dettaglio il piano elaborato dalla CIA nella persona di Black e di pochi altri ufficiali. Bush firmò e l’accordo con le forze alleate fu cosa fatta. Ampio riscontro di tutto questo si trova nel fatto che più di un testimone racconta che le torture e gli abusi non avvenivano solo da parte di soldati americani, ma anche da parte di ufficiali inglesi.
E sarebbe stato tuttavia impossibile per il governo britannico, dopo la firma di questi trattati, negare un proprio coinvolgimento (diretto o no) in questa sporca vicenda: furono messe a disposizione tutti gli aiuti logistici possibili, e così agli USA fu concesso di usare basi di sua Maestà, oltre che l’interno pacchetto di Intelligence.

E proprio pochi giorni fa Babar Ahmad, Talha Ahsan, Adel Abdul Bary (cittadino egiziano), Abu Hamza e Khaled al-Fawwaz (cittadino saudita), detenuti per anni nelle prigioni inglesi, sono stati estradati negli Stati Uniti nel giro di poche ore dopo che l’Alta Corte aveva respinto il loro ultimo appello al provvedimento.

Si hanno inoltre, per citare solo alcuni casi più famosi, quello dei sei algerini sequestrati in Bosnia nel 2001 (detenuti a Guantanamo per sette anni e infine liberati da Obama nel 2009), e del tedesco-libanese Khalid al-Masri (avvenuto il 31 dicembre 2003, ai confini tra la Serbia e la Macedonia). La battaglia personale – e mediatica – di quest’ultimo contro l’estradizione negli Stati Uniti ha sollevato molti interrogativi sull’altra faccia della “giustizia” nelle democrazie occidentali, nonché sulla necessità di ritrovare, il prima possibile, un punto di equilibrio tra le esigenze dettate dalla sicurezza e le garanzie che uno Stato di diritto deve offrire a tutti, cittadini e non.

A questo punto torniamo al principio. Quali conseguenze avrà questo provvedimento, sia in merito alla reiterazione di queste pratiche illegali che sull’equilibrio (asimmetrico) dei rapporti tra Europa e USA? L’analisi di Equilibri conclude:

Questa “chance” europea si presenta tuttavia come un percorso ancora tutto da percorrere e piuttosto in salita. Amnesty International, nello specifico, ha infatti denunciato come fino ad oggi nessuno stato membro dell’Unione europea abbia ancora rispettato l’obbligo legale di svolgere indagini approfondite ed efficaci sul ruolo avuto nei programmi della Cia. Va da sé che un possibile grande risultato dell’UE non potrà essere tale se i membri  costituenti fanno di tutto per negare l’evidenza. Non solo, la poca risonanza di questa notizia da parte dei media, e in particolare di quelli italiani, fa dubitare dell’interesse dei governi d’Europa a tradurre nella pratica l’importantissimo voto espresso dal Parlamento europeo il giorno 11 settembre, il quale dovrebbe divenire una data storica ma che difficilmente sarà ricordata.

L’Europa senza Unione

La mancata intesa tra Commissione e Parlamento sull’approvazione della finanziaria 2011 è frutto di uno scontro aperto tra gli stati, prima ancora che tra istituzioni comunitarie. L’esercizio provvisorio del bilancio, nel caso non si trovasse un compromesso, comporterebbe gravi perdite per tutti, compresi i membri refrattari all’accordo. L’Italia ormai asservita alla tutela di interessi di pochi ha un ruolo sempre più marginale in ambito comunitario. La questione del brevetto europeo come emblema della divisione all’interno della Ue. Bruxelles fa pressioni su Dublino affinché accetti l’aiuto comunitario, ma anche la pur fiera Londra non naviga in buone acque.

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