Hamas e Fatah, tutto cambia affinché nulla cambi

Le due più importanti fazioni palestinesi, Fatah e Hamas, hanno annunciato mercoledì di avere raggiunto un accordo per tentare di formare un governo di unità nazionale entro il 1° giugno prossimo. L’intesa è stata raggiunta al termine di colloqui tenutesi nella notte a Gaza a casa del premier di Hamas, l’islamista Ismail Haniye, ed è stata conclusa dopo anni di importanti divisioni, iniziate nel 2007 a causa della decisione di Hamas di prendere il controllo di Gaza e formare un governo rivale a quello palestinese guidato da Fatah.

Le due fazioni hanno annunciato l’indizione di elezioni su base nazionali sei mesi dopo un voto di fiducia da parte del parlamento palestinese. Significa che l’era di Mahmoud Abbas (Abu Mazen) è destinata a concludersi entro il 2014. Due i nomi più accreditati per la successione: l’attuale capo dell’ufficio politico di Hamas, quel Khaled Meshaal oggi sostenuto dai petrodollari del Qatar, e il leader di Fatah Marwan Barghouti, da anni detenuto nelle carceri israeliane. 

La stampa internazionale ha salutato l’accordo con l’iperinflazionato aggettivo “storico”, dimenticando di sottolineare alcuni importanti elementi. Continua a leggere

Diplomazia all’italiana: bombe sulla Libia, pasticcio sulla Palestina

Per avere un’idea del perché l’Italia sia ai margini del panorama internazionale, basta dare un’occhiata a questi due esempi.

Il Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militareil generale Giuseppe Bernardis, in un libro intitolato “Missione Libia 2011. Il contributo dell’Aeronautica Militare”, svela che i bombardamenti dei caccia italiani sulla Libia sono stati tenuti nascosti per motivi politici. Ora, che i nostri caccia abbiamo colpito il suolo libico non è mai stato un mistero – benché il governo Berlusconi abbia sempre ufficialmente smentito -, ma a distanza di un anno, il generale Bernardis rivela pubblicamente i numeri della missione:

Negli oltre sette mesi di guerra in Libia, dal 19 marzo al 31 ottobre 2011, “è stata fatta un’attività intensissima – racconta – che è stata tenuta per lo più nascosta al padrone vero dell’Aeronautica Militare, che sono gli italiani, per questioni politiche, per esigenze particolari. C’erano dei motivi di opportunità, ci veniva detto, e noi chiaramente non abbiamo voluto rompere questo tabù che ci era stato imposto. Questo è il motivo per cui questo volume esce solo adesso, un anno dopo”.
Oggi dunque apprendiamo che velivoli italiani hanno condotto in sette mesi circa 1.900 sortite, per un totale di più di 7.300 ore di volo. Le missioni di bombardamento vero e proprio – autorizzate dal governo Berlusconi il 26 aprile, la prima venne effettuata il 28 nell’area di Misurata – sono state 456, solo considerando quelle di “attacco al suolo contro obiettivi predeterminati” (310) e quelle di “neutralizzazione delle difese aeree nemiche” (146), senza contare gli “attacchi a obiettivi di opportunità”, il cui numero è stato minore.

Parlando a braccio, il generale è però meno diplomatico e attribuisce questa carenza di informazione ad una precisa volontà politica di “non dire quello che si faceva”. “A volte per questioni di politica interna – ha detto Bernardis – si impedisce al Paese di svolgere al meglio il suo ruolo di politica estera e questo non è possibile: non si voleva che si parlasse di questa missione perché c’era una situazione critica di politica interna”.

E sempre dei motivi di opportunità imposero al governo di richiedere con insistenza che le operazioni belliche fossero condotte sotto l’ombrello della NATO, causando un duro confronto diplomatico con la Francia, contraria a conferire il mandato all’Alleanza Atlantica. Allora Berlusconi dichiarò di aver ottenuto un successo diplomatico; in realtà si trattò di un copione già visto: il classico ricorso al “vincolo esterno” con cui i vari governi sono soliti annunciare al pubblico le cose politicamente impresentabili. Con la differenza che invece del solito “ce lo chiede l’Europa”, l’esecutivo disse: “ce lo chiede la NATO”. E poco importava che fossimo stati noi (perdonate il bisticcio di parole) a chiedere di chiedercelo.

Altro capitolo: la Palestina. L’Italia, che dapprima aveva annunciato di astenersi, alla fine ha votato per il sì.
Secondo Europa,la scoperta di un’autonomia forte italiana nell’arena internazionale sta diventando un tratto distintivo di questo governo:

L’Italia, se vuole essere una nazione credibile sul piano economico, e con la quale dunque fare business, deve dimostrare di avere un alto profilo politico riconosciuto. Non più paese “minore” e quasi sotto tutela americana – a distanza di ventitré anni dalla caduta del Muro! – ma attore forte e autonomo, nazione-cerniera tra due sponde del Mediterraneo, come si addice alla sua posizione geografica e alla sua storia. Monti è apparso consapevole, fin dall’inizio del suo mandato, dello stretto nesso che deve esserci tra capacità di fare politica sul piano internazionale, crescita dello status dell’Italia e della sua credibilità, e possibilità di uscire dalla crisi economica, restando nel club delle potenze mondiali.

In questo quadro va visto il sì italiano all’innalzamento dello status della Palestina all’Onu. Va visto come innanzitutto una prova di forte soggettività italiana, che in molti non si aspettavano. In passato si sono mitizzate le posizioni mediterranee dei Moro, degli Andreotti e dei Craxi, ma nessuno prima di questo governo aveva “osato” tanto, smarcandosi apertamente da Washington e da Tel Aviv. E questo non è avvenuto in ossequio a una scelta “filoaraba”, come sarebbe apparso evidente in passato, ma in virtù di una capacità nuova di usare pienamente la propria forza politica e diplomatica su tutti i fronti, sapendo anche dire no a richieste irricevibili di amici e alleati storici.

Peccato che, per essere credibili, bisogna essere innanzitutto coerenti. Una qualità di cui il nostro Paese sembra non disporre.
Lettera 43 svela questo retroscena:

Poteva essere il momento del riscatto per il ministro degli Esteri italiano, Giulio Terzi di Sant’Agata. E, invece, il modo rocambolesco con cui l’Italia ha annunciato sul palcoscenico internazionale il suo sì all’ingresso della Palestina come Stato osservatore alle Nazioni unite è stata la dimostrazione dell’estrema debolezza del suo mandato.
LA POSIZIONE DELL’ASTENSIONE. Il nobile bergamasco, arrivato al ministero nel novembre del 2011 dopo la caduta del governo di Silvio Berlusconi, sosteneva la posizione ambigua dell’astensione, discostando Roma dalla linea non ufficiale dell’Unione europea. Una scelta diplomaticamente debole e strategicamente miope.
Dopo anni di discredito internazionale, infatti, l’Italia sta cercando di guadagnare peso a Bruxelles. E proprio il Medio Oriente trasformato dalla Primavera araba offre l’occasione di cambiare rotta, ottenendo importanti ritorni sul piano geopolitico.
SCAVALCATO DA MONTI. La posizione del ministro era perdente in partenza e ha lasciato poche strade al premier Mario Monti e al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. La soluzione – necessaria – è stata presa senza grosse remore: Monti ha chiamato Tel Aviv per annunciare il sì, dopo che lo stesso ambasciatore israeliano a Roma aveva ottenuto tutt’altre rassicurazioni.
Pur nel linguaggio felpato della diplomazia, la lettura è univoca: la Farnesina è stata scavalcata e l’autorevolezza del ministero messa in discussione di fronte al mondo.

Cosa (non) cambia con l’ingresso della Palestina nell’ONU

La Palestina è stata ammessa all’ONU come Stato osservatore non membro. I voti favorevoli sono stati 138, quelli contrari 9, quelli astenuti 41 (qui il voto nel dettaglio, qui alcuni retroscena). Dato importante è l’affermazione dei confini precedenti alla guerra del 1967 (compresa Gerusalemme Est).
Ora, il voto del Palazzo di Vetro ha un valore solo simbolico, o potrebbe – il condizionale è d’obbligo trattandosi di Israele e dei suoi sostenitori – avere anche effetti concreti ?

Di fatto, il riconoscimento ha implicazioni pratiche che potrebbero mettere in imbarazzo Israele e disturbare il funzionamento delle diverse agenzie delle Nazioni Unite. La principale conseguenza è la possibilità, una volta firmato e ratificato lo Statuto di Roma, di adire la Corte Penale Internazionale dell”Aja per crimini di guerra o crimini contro l’umanità commessi dalle autorità israeliane, in particolare per l’operazione Piombo Fuso del 2008-09. Eventualità che il Regno Unito ha cercato di scongiurare, condizionando il proprio voto favorevole (Londra si è poi astenuta) alla formale rinunzia della Palestina a tale pretesa.
La Corte potrebbe entrare in gioco anche nel caso in cui si riuscisse a dimostrare che Yasser Arafat è stato avvelenato: in tal caso la Palestina potrebbe chiedere al Procuratore generale presso la Corte di aprire un’inchiesta. Ma la la verità sulle cause del decesso del raìs è una vicenda piena di punti oscuri e sulla quale nessuno vuole fare chiarezza.
Quanto alle agenzie, gli USA (principali sovventori) hanno già minacciato di ritirare i propri finanziamenti, come già accaduto per l’UNESCO.

Manco a dirlo, Netanyahu non l’ha presa bene. Il primo israeliano, oltre a ringraziare i “nove Paesi con la verità” l’appoggio, ha annunciato la costruzione di nuovi insediamenti in Cisgiordania.

In realtà, al di là dell’enfasi e delle celebrazioni, in concreto per la Palestina cambia veramente poco. Niccolò Locatelli su Limes, quasi a far eco alle parole dell’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, Ron Prosor (“Abbas preferisce i simboli alla realtà. Preferisce volare a New York invece di venire a Gerusalemme per negoziare“) spiega perché l’ammissione all’ONU è una vittoria simbolica, ma non una soluzione:

La Palestina, al di là della maggioranza bulgara all’Onu, non può contare su Stati amici altrettanto importanti: gran parte del mondo arabo usa la questione palestinese come diversivo per distrarre la popolazione dai problemi di legittimità interni o per acquisire popolarità a buon mercato. Inoltre non è in grado di minacciare militarmente l’esistenza di Israele; anche il numero di vittime palestinesi è costantemente maggiore di quello delle vittime israeliane [dati 2000-2007]. Infine, la spaccatura tra le due maggiori fazioni del movimento palestinese, Fatah e Hamas, si è amplificata negli anni, giungendo dal 2006 ad assumere anche geograficamente il carattere di una spartizione: Fatah “governa” a Ramallah, dove risiede il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) Abu Mazen, e in tutta la Cisgiordania; Hamas ha il predominio sulla Striscia di Gaza.
Date queste circostanze è difficile pensare che il riconoscimento dell’Onu possa avere qualche effetto sulla soluzione della questione palestinese. Certo, nel breve periodo Israele sarà isolata diplomaticamente mentre l’Anp rischierà di perdere i soldi delle tasse (che vengono raccolti da Israele) e quegli aiuti occidentali che hanno permesso a Fatah di arricchirsi e istituzionalizzarsi al potere. La Palestina potrebbe sfruttare il suo nuovo status per denunciare Israele al Tribunale penale internazionale (che finora non poteva esercitare la propria giurisdizione nei Territori) o alla Corte internazionale di giustizia, il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite.
Ma come detto gli argomenti del diritto internazionale non hanno particolare influenza sulle decisioni dello Stato ebraico. L’eventuale sospensione degli aiuti occidentali potrebbe avere effetti indesiderati per Usa ed Europa: aumento della popolarità di Hamas, maggiori ingerenze da parte di finanziatori con un’agenda diversa (Qatar in primis), recrudescenza dell’instabilità. Il riconoscimento ottenuto all’Onu rappresenta il lascito di Abu Mazen ma non scuote le fondamenta della questione israelo-palestinese. La soluzione di questa passa per Washington e per le maggiori capitali mediorientali, non per il Palazzo di Vetro di New York.

PS: per l’ennesima volta,  l’Unione Europea, non ha perso l’occasione di dimostrare la mancanza di una politica estera unitaria i 27 hanno votato in ordine sparso. Al di là dei tremila diplomatici di alto profilo che affollano il Servizio europeo di azione esterna, Bruxelles non possiede quell’unità e quella volontà politica necessarie alla proiezione di una identità e di una personalità sulla scena mondiale. Il tempo in cui i Paesi europei avevano una visione comune sembra ormai lontanissimo.

Leviathan, un casus belli nel levante mediterraneo. Libano e Israele si contendono le sue ricchezze


di Luca Troiano

1. Da quando è stata ufficializzata la sua scoperta, il giacimento Leviathan ha alimentato più discordie che speranze. Questo perché i 16 trilioni di metri cubi di gas contenuti nelle sue viscere si trovano a cavallo tra le rispettive aree marittime di Israele e Libano, i quali stanno già affrontando la questione con toni piuttosto accessi.
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