In Pakistan ha vinto il gattopardo

Le prime elezioni a segnare il primo passaggio da un governo democratico a un altro senza l’intermezzo di una dittatura militare hanno premiato Nawaz Sharif, che dunque sarà primo ministro per la terza volta.

Che campagna elettorale è stata?

Internazionale offre una panoramica della vigilia, comprensiva di partiti in lizza e temi caldi. A caratterizzare queste elezioni sono stati anche:

  1. l’arresto dell’ex dittatore Musharraf;
  2. il diritto di voto concesso per la prima volta ai trangender;
  3. la scia di sangue (2.700 morti, 2.500 feriti, quasi 1.200 episodi di violenza solo negli ultimi quattro mesi e mezzo) con cui i taliban hanno cercato di sospendere la campagna e orientare il voto, arrivando a spazzare via a suon di bombe un intero partito, l’Awami National Party (Anp) di Peshawar.

Dai risultati del voto dipenderà anche il futuro del presidente Asif Ali Zardari, il cui mandato scade alla fine dell’anno.

Che governo sarà?

Francesca Marino, direttrice di Stringer Asia e profonda conoscitrice della realtà politica di Islamabad, scrive su Limes che con Sharif ha vinto il “vecchio” Pakistan:

A vantaggio di Sharif ha giocato sicuramente l’aver incentrato la sua campagna elettorale sulla ripresa economica e gli accordi presi con grandi industriali, banchieri e latifondisti vari. La lotta contro la corruzione del povero Imran, in confronto, non poteva reggere: senza mazzette, sorry, ma in Pakistan non si fanno affari e Sharif lo sa molto bene.
Passata l’euforia elettorale, però, visto che Nawaz Sharif è il primo politico nella storia pakistana a essere stato eletto premier per la terza volta, sul tappeto rimane la dura realtà. Nawaz e suo fratello Shahbaz, Chief Minister del Punjab per anni, sono dichiaratamente vicini agli integralisti islamici e proteggono da tempo, finanziando con denaro pubblico anche la madrasa di Muridke che alleva jihadi per la Lashkar-i-Toiba, Mohammed Hafeez Saeed e altre organizzazioni ‘benefiche’ come la Sipah-i-Saba e la Jaish-i-Mohammed.
Sharif ha cavalcato in campagna elettorale l’onda dell’antiamericanismo per poi scendere, una volta assicuratosi la vittoria, a più miti consigli: gli serve un prestito del Fondo monetario internazionale per tentare di far ripartire l’economia.

Intanto, nelle altre provincie cresce la rabbia contro la ‘dominazione punjabi’. Nel Sindh, tradizionale feudo dei Bhutto, ha vinto il Ppp pur non avendo fatto campagna elettorale. Karachi si è trasformata nel set di un brutto film di gangster e in alcune circoscrizioni si è dovuto ripetere il voto a causa dei brogli documentati.

Morale della favola: la situazione interna rimane esplosiva, l’esercito un’incognita da tenere d’occhio, la politica estera una potenziale bomba a orologeria. Con Sharif al governo e Imran Khan a Peshawar gli scenari geopolitici potrebbero cambiare di molto, con serie conseguenze per l’Occidente e per i paesi confinanti.
E forse lo spettro Usa della bomba in mano ai jihadi appare un passo più vicino. 

Pakistan, la legge sulla blasfemia al servizio di interessi politici ed economici

Alla fine Rimsha, la bimba cristiana con disabilità mentale, arrestata in Pakistan per blasfemìa, è stata liberata su cauzione dietro garanzia di un milione di rupie, pari a 8.360 euro. La bambina dovrà però affrontare un processo anche se il suo accusatore, un imam, è finito in carcere per aver manipolato le prove.
Il suo caso ha suscitato molto clamore sia in Pakistan che all’estero, riproponendo il tema della legge sulla blasfemia. Fin dalla sua entrata in vigore nel 1986, la norma è stata utilizzata per diffondere la violenza e per incutere il terrore.
E’ proprio questo l’aspetto più preoccupante dei tanti problemi sociali che derivano da questa legge: la libera autorizzazione dell’incitamento all’odio, in particolare tra le minoranze. Ne è la dimostrazione il premio in denaro che due anni fa fu messo a disposizione da un certo esponente religioso a favore di chi avesse ucciso Asia Bibi.

Per indagare sulle origini della legge, è necessario risalire alle origini del Pakistan. Il quale non è una nazione, ma un’accozzaglia di popolazioni troppo disparate e separate per percepirsi come parte di un unico Stato. Perché il Pakistan fu creato, in sostanza, come il negativo algebrico dell’India. Ricavato per sottrazione dalla parte del subcontinente indiano a prevalenza hindu, il Pakistan fu il risultato della competizione e del conflitto fra i nativi convertiti all’islam e chi non lo era, in un sistema sociale dove le identità tribali ed etniche erano più forti di qualunque altro legame, cittadinanza compresa. La mancanza di un senso condiviso di appartenenza nazionale avrebbe trovato, non tanto nelle intenzioni del fondatore del Paese, Mohammad Ali Jinnah, quanto in quelle del primo ministro Zulfiqar Ali Bhutto e del suo successore Zia-ul-Haq, un imperfetto surrogato nell’identità religiosa. Fu soprattutto quest’ultimo, salito al potere dopo un colpo di Stato enl 1977, a cercare una soluzione definitiva alla questione del senso e dell’identità del Pakistan. Così ebbe inizio un progetto decennale volto a riscrivere la storia del Pakistan e a definire ogni aspetto della vita sociale sulla base della shari’a. Il risultato è che in una generazione il Pakistan si è trasformato da Paese a prevalenza musulmana moderata in uno nel quale i più volevano che l’islam giocasse un ruolo chiave in politica. Un’indagine della worldpublicopinion.org stabiliva nel 2008 che il 54% dei pakistani voleva un’applicazione restrittiva della shari’a, mentre il 25% preferiva una versione meno rigida. Ed è in questo 79% troviamo i sostenitori della controversa legge sulla blasfemia.
Secondo Lisa Curtis, autrice di La blasfemia come arma di distruzione di massa, pubblicato su Oasis (da leggere tutto):

In Pakistan la società sta diventando meno tollerante e più sensibile agli obiettivi degli estremisti islamisti che cercano di invertire il corso del progresso economico e democratico e distruggere le fondamenta del Paese in quanto Stato multietnico e multireligioso. Fondato nel 1947 come patria per i musulmani dell’Asia meridionale dopo la fine del dominio coloniale britannico sul sub-continente indiano, l’identità del Pakistan come Repubblica islamica ha radici profonde. Il padre fondatore del Pakistan, Muhammad Ali Jinnah, sostenne l’idea dell’Islam come forza unificante ma non aveva previsto che il Paese avrebbe conosciuto un’evoluzione verso lo Stato teocratico.

In seguito all’omicidio di Taseer diverse centinaia di religiosi pakistani hanno sottoscritto una dichiarazione che giustificava l’omicidio e metteva in guardia i pakistani dal portare il lutto per la morte del Governatore.
Quando, due mesi più tardi, il Ministro degli Affari delle Minoranze Shahbaz Bhatti è stato ucciso da due estremisti per la stessa ragione (il sostegno alla riforma delle leggi sulla blasfemia), la maggior parte degli uomini pubblici pakistani è rimasta in silenzio, temendo ritorsioni analoghe. Soccombendo a violente intimidazioni, il governo del Partito Popolare del Pakistan, guidato dal Presidente Asif Ali Zardari, ha chiesto alla parlamentare Sherry Rehman di ritirare un emendamento legislativo che proponeva modifiche alla legge sulla blasfemia. Il Primo Ministro pakistano Yousaf Raza Gilani ha dichiarato fermamente che non sarebbe stata apportata alcuna modifica alla legge sulla blasfemia. Bhatti aveva lavorato instancabilmente per portare all’attenzione pubblica i problemi delle minoranze religiose e promuovere la tolleranza.
La debole risposta del governo e la mancata indignazione pubblica per gli assassini del Governatore e del Ministro incoraggeranno verosimilmente gli estremisti islamisti nel loro tentativo di soffocare la libertà di parola e di espressione politica e di estromettere i moderati dalla battaglia per l’identità del Pakistan. Anche se Taseer e Bhatti avevano semplicemente consigliato di emendare le leggi sulla blasfemia per proteggere le comunità minoritarie, la linea dura degli islamisti ha presentato questo loro sforzo come un insulto al Profeta Muhammad.

L’ascesa dell’estremismo in Pakistan è stata agevolata anche dalle exclusionary laws[3] e dalla proliferazione di materiale che istiga all’odio verso le minoranze, nei programmi delle scuole pubbliche e private. Diversi studi hanno documentato un’ampia connessione tra madrasa (scuola religiosa islamica), educazione, propensione all’intolleranza di genere, religiosa, settaria, e violenza militante [4].

I cristiani sono spesso gli obiettivi della legge sulla blasfemia, alla quale ricorrono eventuali avversari per risolvere a loro vantaggio affari o controversie locali. 

Anche la comunità minoritaria ahmadi soffre gravemente a causa della crescente cultura d’intolleranza religiosa in Pakistan. 

Anche i principali luoghi religiosi musulmani in Pakistan sono caduti preda della cultura dell’intolleranza e della violenza. In uno sforzo probabilmente volto a provocare uno scontro settario e a mostrare la debolezza del Governo nel garantire la sicurezza dei cittadini comuni, i militanti hanno compiuto attentati suicidi nei santuari sufi di tutto il Pakistan.

Non è tutto. Lettera43 propone una ricostruzione della vicenda di Rimsha, mettendone in luce le ambiguità e le contraddizioni. Ma la parte più interessante viene dopo. al di là delle radici ideologiche, l’uso strumentale - e fin troppo disinvolto – della legge sulla blasfemia nasconde motivazioni molto, molto terrene:

Nella storia recente, in Pakistan questo controverso reato è stato spesso usato per colpire bersagli politici ben precisi. Nel 2009, per esempio, la legge si guadagnò le prime pagine dei giornali mondiali per il caso di Asia Bibi: la contadina cristiana accusata di blasfemia e tuttora in carcere, condannata all’impiccagione.

Asia era una lavoratrice agricola, di una delle regioni più fertili e produttive della terra.
Se ‘bene’ utilizzati, i commi 295b e 295c del Codice penale pakistano sulla blasfemia permettono all’establishment religioso del Paese, in connivenza con malavita e signorotti locali, di liberarsi di personaggi progressisti o, semplicemente, di aizzare scontri interreligiosi, per sfollare le minoranze e appropriarsi dei loro terreni.
LA MANO DELLA MAFIA. Anche dietro l’incarcerazione di Rimsha ci sarebbe la caccia agli appalti per lo sviluppo edilizio dello slum dove vive la comunità cristiana della ragazzina: un suolo che la mafia sarebbe decisa ad accaparrarsi ad ogni costo.
In Pakistan, i casi di persecuzioni di cristiani e avversari politici per presunta blasfemia del Corano si sprecano, anche se i giudici, per questo reato, non hanno mai applicato la pena capitale.
Solo nel 2011, secondo un rapporto dell’ong Asian Human Rights Commission, le persone processate per oltraggio a Profeta sarebbero almeno 161.
«Nel 95% dei casi», ha raccontato sotto anonimato un avvocato musulmano all’agenzia vaticana Fides, le accuse sarebbero «false».
LINCIATI DALLE FOLLE. Non si hanno dati precisi sulla percentuale di non musulmani incriminati ma, secondo fonti d’informazione vicine alla chiesa evangelica, si stimano essere intorno al 50%. Nel Paese, le minoranze religiose costituiscono circa il 3% della popolazione totale e sono proprio i cristiani, insieme con gli indù, a essere i bersagli più presi di mira.
Anche in caso di assoluzione piena dei tribunali, spesso l’onta della blasfemia perseguita gli accusati anche fuori dall’aula.
Non di raro, i cittadini scampati alla gogna di Stato vengono uccisi in attentati o linciati dalle folle di musulmani inferociti, decisi a portare a compimento la propria giustizia in nome di una legge voluta dagli uomini per proteggere i propri interessi. Nel nome strumentale di Dio.

Sulla situazione dei crisitani in Pakistan, si veda infine il dossier su Asia News.

Droni dall’alto, operazioni segrete sul campo. Ecco le guerre americane (ed europee) del futuro

Clandestine drones: Obama administration’s critical tool

Un’interessante analisi su FPIF illustra per sommi le linee guida della pianificazione militare americana. Dopo aver esordito affermando che:

“Despite the talk of massive cuts, the U.S. military will continue to be the profligate, inefficient, and remarkably ineffective institution we’ve come to know and squander our treasure on”;

il testo si concentra sul concetto di guerra offshore:

“Even if the U.S. military is dragging its old habits, weaponry, and global-basing ideas behind it, it’s still heading offshore.  There will be no more land wars on the Eurasian continent.  Instead, greater emphasis will be placed on the Navy, the Air Force, and a policy “pivot” to face China in southern Asia where the American military position can bestrengthened without more giant bases or monster embassies.

For Washington, “offshore” means the world’s boundary-less waters and skies, but also, more metaphorically, it means being repositioned off the coast of national sovereignty and all its knotty problems.  This change, on its way for years, will officially rebrand the planet as an American free-fire zoneunchaining Washington from the limits that national borders once imposed. “

L’archetipo delle operazioni militari del futuro lo abbiamo già visto lo scorso anno, ed è stato il blitz che ha portato all’uccisione di bin Laden:

“the raid that killed Osama bin Laden as a harbinger of and model for what’s to come.  It was an operation enveloped in a cloak of secrecy.  There was no consultation with the “ally” on whose territory the raid was to occur.  It involved combat by an elite special operations unit backed by drones and other high-tech weaponry and supported by the CIA.  A national boundary was crossed without either permission or any declaration of hostilities.”

Ecco il punto. CIA e Pentagono stanno progettando un futuro in cui le operazioni segrete sul campo e i droni dall’alto giocheranno un ruolo sempre più importante nelle operazioni di guerra e antiterrorismo:

“Since November 2002, when a Hellfire missile from a CIA-operated Predator drone turned a car with six alleged al-Qaeda operatives in Yemen into ash, robotic aircraft have led the way in this border-crossing, air-space penetrating assault. The U.S. now has drone bases across the planet, 60 at last count.  Increasingly, the long-range reach of its drone program means that those robotic planes can penetrate just about any nation’s air space.

War has always been the most human 
and inhuman of activities.  Now, it seems, its inhuman aspect is quite literally on the rise.”

A corollario di quanto detto, va sottolineato che molte delle 60 basi in questione risultano peraltro clandestine.
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La guerra (non troppo) segreta tra Pakistan e India in Baluchistan

Da circa due anni nel Baluchistan, la più estesa provincia del Pakistan, rapimenti e ritrovamenti di cadaveri mutilati con chiari segni di torture si susseguono senza sosta. Generalmente si tratta di uomini tra i venti e quarant’anni, ma da qualche tempo il numero di donne è in forte crescita. Amnesty International segnala centinaia di casi.
I media pakistani non ne parlano: le cronache del Baluchistan occupano sempre le ultime pagine sui giornali si Islamabad (con tanto di vere e proprie distorsioni), ed anche le forze dell’ordine sembrano si mostrano indifferenti a questa catena di sparizioni e omicidi.
Tale mancanza di interesse, sorprendente a prima vista, diventa più comprensibile quando emerge che i principali indiziati dei delitti non sono bande di ribelli, bensì l’esercito e l’ISI, l’onnipotente agenzia di intellicence del Paese asiatico.
Ecco la guerra sporca del Pakistan nella sua provincia più refrattaria (qui e qui due video). Mentre l’attenzione straniera è concentrata più a Nord, sul fronte Afpak, e sui taliban, l’esercito di Islamabad combatte per reprimere un popolo che non si riconosce sotto sua bandiera. La rivolta dei baluchi, in corso da quattro anni (ma radicata nei decenni precedenti), è contornata di interessi ed intrighi stranieri, legati alle ricchezze minerarie del luogo come alla destabilizzazione e al reciproco indebolimento dei Paesi della regione.

Il Baluchistan occupa il 44% dell’intera superficie del Pakistan, ma la sua popolazione è appena la metà di quella di Karachi (sei milioni). I 46.000 soldati pakistani d’istanza sul territorio non bastano a presidiarlo efficacemente. E in tali vaste lande desertiche trovano rifugio combattenti di ogni risma: taliban, agenti segreti americani, indiani e iraniani, trafficanti di droga. Gli americani dispongono anche di una base (ufficialmente chiusa) da cui sferrare attacchi con i droni.
Sullo sfondo, il popolo baluchi è animato da un acceso fervore antipakistano. Gli studenti si rifiutano di cantare l’inno nazionale o di alzare la sua bandiera. Le università sono divenute focolai di sentimento nazionalista. La rabbia è radicata nella povertà: appena il 25% della popolazione è alfabetizzata (la media nazionale è del 47%), circa il 30% è disoccupata e solo il 7% ha accesso all’acqua potabile. E mentre la provincia fornisce un terzo al Pakistan un terzo del suo fabbisogno di gas naturale, solo una manciata di città baluchi sono collegate alla rete di alimentazione.
Il gas è solo una delle risorse di cui il sottosuolo è ricco: L’azienda Tethyan ha scoperto 4 miliardi di tonnellate di minerali estraibili, dalle quali potrebbero ricavarsi circa 200.000 tonnellate di rame e 250.000 once d’oro all’anno, tali da rendere il Baluchistan una delle più grandi miniere al mondo, sulla quale le companies hanno già messo gli occhi – qui un’esauriente disamina.

Sul fuoco della rivolta sono in tanti a soffiare. Qui si parla delle manovre americane nel Baluchistan iraniano nel tentativo di destabilizzare il regime degli ayatollah (video). Lo stesso Iran gioca la carta baluchi contro lo scomodo vicino Islamabad. Un rapporto militare pakistano sostiene che almeno quattro gruppi terroristici attivi nella provincia siano sostenuti da Israele e India, come peraltro confermato dai cables di Wikileaks. Il Baluchistan non sarebbe altro che una trasposizione in riva all’oceano dell’eterno conflitto per la sovranità del Kashmir.
A farne le spese non sono soltanto gli attivisti, ma anche la gente comune, vittima dei soprusi dei militari. È inquietante notare come l’escalation di violenze contro donne e bambini ricordi la storia del Bangladeshnegli anni Settanta, prima della secessione.
Tuttavia, le violazioni dei diritti umani non sono un’esclusiva dell’esercito. Come il conflitto va inasprendosi, anche i ribelli stanno diventando sempre più brutali e spietati. Negli ultimi due anni, i militanti hanno rapito operatori umanitari, ucciso giornalisti e civili (soprattutto insegnanti).
Nel vuoto di informazione che circonda tutta la vicenda, i potenti fanno quello che vogliono in ossequio all’unica legge realmente condivisa in Pakistan: quella del più forte. E pensare che questa guerra non dichiarata in Baluchistan appare ben poca cosa rispetto ai grandi problemi di Islamabad: il fondamentalismo, la talibanizzazione e la cronica instabilità politica. Ma è sintomatica della drammatica incapacità dei pakistani di vivere insieme in un Paese che, sotto l’unico collante dato dal mantello islamico, è un mosaico di etnie e culture.

Le trame del Qatar dietro l’idea di un ufficio per i taliban

Sullo scacchiere internazionale il Qatar è lo Stato più cool del momento. Dopo aver giocato un ruolo fondamentale nella caduta di Gheddafi e nella promozione delle sanzioni contro la Siria da parte della Lega Araba, la nuova missione della diplomazia di Doha è quella di facilitare i colloqui per la pace nel conflitto afghano. A tal fine, l’emirato consentirà l’apertura di un ufficio dei taliban proprio a Doha, per fornire una piattaforma di dialogo con la comunità internazionale. Già nel 2001, prima che i taliban fossero sconfitti in Afghanistan, il Qatar aveva ospitato alcune loro delegazioni.
Ma l’iniziativa, che porta la firma dell’iperattivo del primo ministro (e ministro degli Esteri) Hamid bin Jassim Al-Thani, porta con sé una serie di domande.

Innanzitutto, chi sono i “taliban” in questione? In America se lo chiedono da almeno un paio d’anni, da quando l’amministrazione Obama accettò l’idea di favorire la reintegrazione politica di quelle fazioni che avessero offerto la garanzia della rottura di ogni rapporto con al-Qa’ida.
Riformulando la domanda, la questione è: il mullah Omar parteciperà ai colloqui? Forse. Pare nei giorni scorsi una delegazione di cinque membri guidata da Tayyib Agha, assistente di Omar, si sia recata a proprio a Doha per negoziare uno scambio di prigionieri con gli USA. Gli emissari hanno chiesto la liberazione di cinque uomini (la richiesta iniziale era venti) detenuti di Guantanamo, tra cui spicca il comandante Mohammed Fazil, indicato come possibile negoziatore nella successiva fase ufficiale delle trattative, quando l’ufficio di Doha sarà reso operativo. Tuttavia, dalle ultime notizie sembra che i taliban intendano sospendere gli attacchi alle forze di sicurezza pakistane per lanciare una nuova offensiva contro quelle Usa e Nato in Afghanistan – come dimostrano i recenti attacchi. Non esattamente il miglior biglietto da visita per intavolare una trattativa.
Allora, chi sono questi taliban? Probabilmente, si tratta dei gruppi mediaticamente inclusi nella rubrica di taliban “moderati’ che vivono a Kabul, quelli della cricca del presidente Hamid Karzai. Gira voce che anche il figliastro di Gulbuddin Hekmatyar sia in soggiorno a Kabul per incontrare i funzionari Nato per conto del padre, forse con la prospettiva di rivedersi più in là, a Doha. Poca cosa, tuttavia, rispetto alla vastità della galassia dei taliban, considerato che i comandanti dei vari gruppi in Pakistan sono sempre più ai ferri corti.
L’incontro preliminare di Doha è fallito a causa dell’opposizione del presidente Kazai. Peraltro, il presidente afghano ha sempre cercato di sabotare qualunque iniziativa volta a favorire un negoziato diretto tra americani e taliban. Non vuole ritrovarsi ai margini di una trattativa in cui la posta in palio è la sua stessa vita. Reintegrare i gruppi talebani più influenti, una volta chiuso l’ombrello protettivo degli americani (nel 2014?), è per lui l’unica alternativa all’esilio.

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La guerra dei droni

Sono la principale innovazione bellica degli anni Duemila: i droni, gli aerei senza pilota (in inglese UAV: Unmanned Aerial Vehicles). Da anni sono lo strumento principale attraverso cui gli Stati Uniti affrontano la global war on terror. Afpak, ma anche Iraq, Somalia, Yemen e ultimamente Messico sono i principali scenari del loro utilizzo.
Se si escludono alcuni sporadici raid dei primi anni, la vera e propria “guerra dei droni” ha avuto inizio nell’agosto del 2008, quando Bush autorizzò l’intensificazione degli attacchi (trenta in pochi mesi) nelle province di confine tra Afghanistan e Pakistan. Ma è stato Obama a farne un uso massivo e continuo, estendendone l’impiego negli altri continenti.
La rete di basi da cui questi velivoli controllano e attaccano i nemici in Asia, penisola arabica e Corno d’Africa è in rapida espansione. L’ultima, da poco aggiunta al programma dei droni americano, si troverebbe in Etiopia, nella città meridionale di Arba Minch. La regione conta già altre due basi di lancio: una a Camp Lemonnier, nel Gibuti, dove sono dislocati 3000 soldati Usa; l’altra nelle Seychelles, esistente fin dal 2009 come rivelato da Wikileaks. Da queste tre basi il Pentagono controlla le operazioni in Somalia, Yemen, e prossimamente Uganda e Africa Centrale.

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Usa e Pakistan, relazioni ai minimi storici

di Luca Troiano

I rapporti tra Stati Uniti e Pakistan sono una perfetta applicazione della Legge di Murphy: quando possono peggiorare, lo fanno.
La rivelazione (peraltro già nota al pubblico più specializzato) del New York Times, forse col placet dalla Casa Bianca o della CIA, secondo cui l’esercito e l’intelligence di Islamabad sarebbero responsabili per la barbara uccisione del giornalista Saleem Shahzad, ha duramente inasprito le già fragili relazioni bilaterali.
Nei giorni a seguire, i due Paesi sono stati impegnati in un valzer di reciproche rappresaglie volte a tagliare o limitare gli aiuti, da parte di Washington, l’accesso e supporto, da parte di Islamabad. Questa crescente ostilità, che in diplomatichese si chiama “deficit di fiducia”, rischia di diventare un abisso per gli Usa tanto grande quanto un altro con cui si trovano ora  a fare (letteralmente) i conti – quello di bilancio.

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