Con l’opposizione divisa, ora Assad rischia di vincere

Due mesi fa la fine di Assad pareva vicina: con la perdita di importanti basi militari, le continue defezioni tra gli alti gradi e le voci di un prossimo abbandono da parte dell’Iran, la contesa sembrava ormai volgere a favore dei ribelli.

Invece, dopo 60.000 morti il dittatore è ancora al suo posto. E ora potrebbe addirittura vincere.

A sorpresa, Moaz al-Khatib, leader  del Syrian National Coalition. propone ora una exit strategy dalla guerra civile. Fra le condizioni il leader della Snc ha posto la liberazione di 160.000 detenuti ribelli nelle carceri di Stato e il rinnovo dei passaporti per gli esuli siriani.
Khatib ha già indicato un possibile interlocutore: Farouq al- Sharaa, vice-presidente siriano, considerato “come l’unico membro del regime a non avere le mani grondanti di sangue”. Insieme ad altri funzionari, questi si sarebbe opposto più di una volta alla linea sanguinaria di Assad.

Per adesso il regime di Damasco non risponde. O meglio, replica come meglio sa fare: continuando la sua propaganda. Fahed al- Freij, ministro della Difesa, ha annunciato che l’esercito non ha paura nè degli attacchi di Israele nè delle minacce internazionali. E la stampa vicina al presidente giudica l’offerta di dialogo come una mossa tardiva, una manovra meramente politica che arriva con due anni di ritardo.
Russia e Iran, grandi sostenitori di Assad, giudicano “incoraggiante” l’offerta di Khatib.

Siamo vicini ad una svolta? Probabilmente no. Innanzitutto perché le affermazioni del leader dell’opposizione sono a titolo personale. In caso di una risposta del regime sarà necessario il sostegno di tutto il SNC, al momento caratterizzato da profonde divisioni. E il regime potrebbe sfruttare i segnali di debolezza che giungono dall’altra parte per garantirsi un margine contrattuale più ampio.
Linkiesta sintetizza così le polemiche sollevate dalla proposta di Khatib:

Si tratta di una iniziativa che sin dall’inizio non ha trovato d’accordo tutti i membri della Coalizione. Ieri infatti l’ufficio legislativo del gruppo e il direttivo del Consiglio nazionale siriano (Cns) l’hanno definita «frutto di una posizione del tutto personale di Khatib, in contrasto con lo statuto della Coalizione, che invece vieta qualsiasi dialogo con il regime di Damasco».

Si è detto invece favorevole a questa idea solo uno degli esponenti del Cns, Samir Satuf, intervistato ad Algeri dall’emittente Al Maiadin. Satuf ha spiegato di «essere favorevole, anche se ritengo che sia difficilmente realizzabile. Le condizioni poste da Khatib sono relativamente importanti, perché in realtà avremmo bisogno di un cessate il fuoco immediato». Secondo Satuf, oltretutto, il regime potrebbe avere difficoltà a liberare 160 mila detenuti, molti dei quali, ricorda l’esponente del Cns, sarebbero «morti nel corso dei mesi».

Più netta invece è stata la reazione di Haytham al Maleh, dirigente del Consiglio nazionale siriano, che all’emittente satellitare Al Arabiya ha spiegato: «l’idea di aprire al dialogo con il regime è unicamente di Khatib il quale non ci ha consultati prima di annunciare la sua proposta». Più morbida invece è la reazione di Abdel Ahad Stif, del direttivo della Coalizione nazionale siriana, il quale sostiene che «pur non essendo questa idea corrispondente ai principi della nostra coalizione, può essere certamente discussa. Bisogna evitare di fare il gioco di chi vuole dividere l’opposizione siriana usando questo pretesto».

Per difendersi dalle critiche Khatib ha spiegato che la sua iniziativa aveva come obiettivo quello di «ridurre le sofferenze del popolo in Siria». Intervistato dall’emittente araba Al Jazeera, in collegamento telefonico dal Cairo, l’imam di Damasco si è difeso dalle accuse di aver tradito i principi dell’opposizione con l’apertura al dialogo con Assad, spiegando che «non ci sono conflitti interni alla Coalizione e in particolare con i membri del Cns. Noi vogliamo solo cercare una via di uscita per aiutare il nostro popolo».

Secondo gli analisti arabi questa «fuga in avanti» di Khatib dimostra le difficoltà in cui versano i ribelli siriani.

Il leader dell’opposizione siriana sa bene che gli unici a conquistare qualche villaggio in questi mesi sono stati i miliziani che fanno capo ad al Qaeda, con i quali non potrà mai governare la futura Siria e che fanno sempre più paura all’occidente. Nella migliore delle ipotesi quindi, nel caso cioè di una caduta del regime di Assad in Siria, «scoppierà certamente un duro scontro tra i gruppi jihadisti e quelli laici dell’opposizione». Ne è convinto anche il leader dei salafiti giordani, Mohammed Shalabi, impegnato da mesi a reclutare e inviare giovani jihadisti in Siria a combattere contro le truppe di Damasco per conto del Fronte di Salvezza, gruppo legato ad al Qaeda.

A indebolire la posizione dei ribelli, rafforzando quella di Assad, è stato anche il raid aereo israeliano di due giorni fa in Siria, che ha provocato due morti e cinque feriti.

Su questo punto, va detto che a una settimana dal bombardamento compiuto in Siria, i caccia dell’aviazione israeliana continuano a violare lo spazio aereo libanese ma nessuno sembra trovarlo illegale.
Intanto, la guerra continua a devastare tutte le regioni della Siria. Quelle orientali sono in mano ad al-Qa’ida, dove il fronte al-Nusra pare aver creato un emirato islamico. In mezzo ci sono i profughi (4 milioni), di cui la comunità internazionale sembra non interessarsi.

Moaz Al-Khatib, un islamico (poco) moderato a capo dell’opposizione siriana

L’11 novembre lo sceicco Moaz al-Khatib è stato scelto come leader della  Coalizione nazionale siriana per l’opposizione e le forze rivoluzionariecreata a Doha lo scorso fine settimana (qui un resoconto sommario dell’evento).

Il Guardian ci offre un ritratto dell’uomo investito del compito di tenere uniti tutti i gruppi che si oppongono al regime di Assad: ex imam della moschea degli Ommayadi di Damasco, Khatib è un geofisico e un religioso scappato dalla Siria a luglio di quest’anno, dopo aver scontato lunghe condanne in prigione. Le pene inflittegli dal regime e il fatto che è rimasto in Siria fino a poco tempo fa l’hanno reso un candidato molto più credibile di tanti altri oppositori che vivono da anni in esilio. Ma soprattutto, si legge a metà del pezzo, Khatib è considerato un moderato, come dimostra un suo discorso tenuto lo scorso settembre in cui esprimeva la sua visione di una Siria tollerante e rispettosa di tutte le minoranze religiose ed etniche.

Tuttavia il giornalista e blogger Mohanad Hage Ali ci racconta un’altra storia: sul suo sito, Khatib si è spinto ad affermare che i giovani arabi utenti di Facebook si trasformano in “spie americane o israeliane” nel momento in cui condividono informazioni sul social network. A proposito di Israele, in un altro post definisce gli ebrei “adoratori di oro” e “nemici di Dio”, affermando che una delle conquiste di Saddam Hussein è stata proprio quella di “scoraggiare gli ebrei”. Infine, se la prende anche con gli sciiti, considerati dei “negazionisti”.

Non senza sarcasmo, l’autore si domanda se la stampa occidentale e l’opposizione siriana, prima di conferire a qualcuno la patente di “moderato”, non farebbero meglio a effettuare una semplice ricerca su Google…

In Siria tante domande restano senza risposta

I drammatici fatti che hanno scosso Damasco la scorsa settimana (qui una ricostruzione) testimoniano che la crisi in Siria ha ormai attraversato il punto di non ritorno. Potrebbe essere già l’inizio della fine.
Forse è tardi per porre la domanda: come siamo arrivati ​​qui?  A rispondere ci penseranno gli storici, quando tutto sarà finito. Già, ma quando? In ogni caso, il tempo per le soluzioni diplomatiche alla crisi siriana è probabilmente finito. Lotta per il potere sarà decisa dalle armi, non dalla diplomazia.

L’America ha molte colpe in questo. Lasciamo da parte la questione se gli Stati Uniti stiano già intervenendo segretamente in Siria o meno – benché sia ormai accertato che la CIA rifornisce il FSA di armi e munizioni, oltre al fatto che lo stesso FSA potrebbe essere una produzione made in USA. Il vero problema dell’amministrazione Obama è che mai, dall’inizio della crisi 17 mesi fa, ha davvero cercare una soluzione politica.
Tornando indietro di un anno e mezzo, mentre la primavera araba rovesciava dittatori filoamericani in Egitto e Tunisia, il Dipartimento di Stato era frustrato dal fatto che la Siria, almeno inizialmente,  appariva abbastanza stabile. Quando poi le proteste a Homs e Deraa sono degenerate nei massacri che conosciamo, Obama ha creduto di potersi sbarazzare agevolmente anche di Assad, indebolendo così Hezbollah in Libano e togliendo di mezzo l’ultimo alleato mediorientale dell’Iran. Fin dal principio, dunque, gli Stati Uniti hanno premuto per il cambio di regime, analogamente a quanto sarebbe poi accaduto nello Yemen (tuttora nel caos), senza neppure avanzare una qualunque proposta di transizione democratica.  Il problema è che la Siria non è lo Yemen, dove l’America mantiene tuttora un’influenza notevole e dove non ci sono Russia e Cina a fare bastian contrario.

Gli Stati Uniti – e non solo – non abbandonano mai la loro doppia morale.  Ad esempio, gli attentati suicidi sono tragedie orribili, come quello di Burgas. Ma talvolta non sono poi così male, almeno dal punto di vista di Washington e Londra. Dopo la strage di Damasco, il Segretario alla Difesa Leon Panetta ha detto con malcelata gioia che la Siria sta “perdendo il controllo”. Gli ha fatto eco il ministro degli Affari esteri britannico William Hague con le sue lacrime di coccodrillo. Ma la ciliegina sulla torta è questa conferenza stampa di Patrick Ventrell, portavoce del Dipartimento di Stato USA, all’indomani dell’attacco terroristico che ha decimato parte dell’entourage di Assad: per quanto i giornalisti insistessero nel chiedergli se l’attentato fosse stato una “cosa buona” o una “cosa brutta”, il funzionario non è riuscito ad offrire una risposta degna di tal nome.

Torniamo alla Siria. Il ministro degli Esteri siriano Jihad Makdissi, se da un lato ha ammesso che la Siria dispone di armi chimiche, dall’altro ha insistito sul fatto che tali armi non convenzionali sono sotto stretta sicurezza e che in ogni caso sarebbero usate solo in caso di aggressione straniera e mai contro la popolazione civile. Ma se il FSA è davvero un esercito creato, equipaggiata e sostenuta dalle potenze straniere (USA, Arabia Saudita e Qatar), il governo siriano potrebbe considerare anch’esso una forza straniera e dunque usare tali armi? E dall’altra parte, prima o poi gli USA non potrebbero accusare la Siria di averle usate comunque, guadagnandosi così il pretesto per vincere la resistenza russa in sede ONU?

Intanto, secondo alcuni rapporti, Assad è già fuggito dalla capitale verso Latakia, sebbene i media di regime ne abbiano mostrato la figura nel corso di incontri ufficiali. Nel frattempo, a Damasco si è aspramente combattuto e, approfittando del fatto che il regime aveva richiamato le truppe dalle alture del Golan e di altre zone di confine per dare manforte a quelle nella capitale, i ribelli hanno occupato posizioni alle frontiere con Iraq e Turchia. Che l’obiettivo della battaglia di Damasco non fosse proprio quello? Difficile da dire. Questa ed altre domande restano senza risposta.
Ad esempio, se l’esercito regolare sia ancora intatto o meno, viste le continue defezioni – effettive o solo annunciate – degli ultimi tempi. Oppure chi sono davvero i ribelli del FSA, posto che nessuno al di fuori la Siria lo sa con certezza. Il Consiglio Nazionale Siriano e gli altri gruppi in cui l’opposizione ad Assad è frammentata hanno legami poco chiari con le forze sul campo. La Fratellanza musulmana siriana è un attore importante, sia dentro che fuori la Siria, ma non è l’unico. Negli anni Ottanta, prima e dopo la spietata repressione ad opera di Assad padre, ha ricevuto il sostegno segreto di Israele (tramite il famigerato Saad Haddad, un ufficiale dell’esercito libanese reclutato come una pedina di Israele nel sud del Libano) e degli USA, che la sostiene tuttora.

Ancora non sappiamo cosa è successo davvero a Damasco. Questo brillante articolo di Lucio Caracciolo, direttore di Limes (da leggere tutto) spiega:

Per quanto i ribelli islamisti se ne attribuiscano il merito, il colpo in uno dei più protetti palazzi del potere di Damasco è venuto da dentro. Quanto meno, con la partecipazione straordinaria di qualcuno che avesse accesso alla cerchia intima di Bashar. Senza il supporto di elementi interni alla cricca che da oltre quarant’anni tiene in pugno il paese, l’attacco al cuore del regime non sarebbe stato concepibile. Dopo le recenti defezioni di alti dignitari diplomatici e militari, la strage di ieri mina le fondamenta della dittatura siriana.

L’idea che l’attentato sia stato ordito – o abbia richiesto la collaborazione – della cerchia di Assad è tutt’altro che campata in aria, per quanto al momento non confermabile. La sera stessa della strage, sul sito arabo Syria Truth è comparso un controverso pezzo per spiegare la verità sui fatti di Damasco. O ciò che si dice è vero, e allora sarebbe clamoroso, o è falso, ma in ogni caso vale la pena parlarne.
L’idea di fondo è che l’attentato, benché abbia ricevuto ben due rivendicazioni, non sia stato opera dei ribelli bensì di servizi segreti occidentali. L’articolo spiega che l’esplosivo (una carica tra 40 e 50 kg) era stato introdotto nella sala dove si sarebbe svolta la riunione da un funzionario siriano colluso con l’intelligence e azionato da un controllo remoto situato all’interno dell’Ambasciata americana a Damasco, situata a 145 metri dal luogo della deflagrazione.
Difficile dire se questa versione sia degna di fede. Il pezzo va certamente preso con le molle: l’uso un pò troppo disinvolto delle “fonti esterne” (ma quali?) citate nell’articolo lascia più di un dubbio. Tuttavia, a distanza di pochi giorni è spuntato fuori questo riscontro. A cui si aggiungono le scontate accuse della Siria in tal senso, con tanto di promessa di ritorsioni, e dell‘Iran, che punta il dito contro il britannico MI6. Inoltre, un analista americano sostiene che la bomba “odora di Mossad. In ogni caso, tre indizi non fanno una prova.
Cosa è successo davvero a Damasco rimane un mistero. L’ennesima domanda senza risposta in quel teatro dell’assurdo che è la Siria.