L’obiettivo dei Paesi del Golfo: bypassare lo Stretto di Hormuz

 

In settimana il segretario del Tesoro statunitense Geithner ha compiuto un viaggio in Asia per convincere i giganti economici del continente a ridurre le proprie importazioni di greggio iraniano. Giappone e Corea del Sud hanno promesso di diversificare, l’India no.
Ma è la posizione della Cina a lasciare perplessi un po’ tutti, americani e iraniani compresi. Pechino a parole condanna le sanzioni; di fatto in questi giorni il premier Wen Jiabao si recherà in Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar per cercare alternative alle forniture iraniane. Il che farebbe guadagnare alla Cina una maggiore capacità negoziale con Teheran.
Conscio del rischio di perdere importanti quote di export, l’Iran ha messo in guardia i suoi vicini dall’aumentare la propria produzione per compensare il minore acquisto di petrolio iraniano da parte dei Paesi importatori, sia europei che asiatici: “Se le nazioni del Golfo decidono di sostituire il petrolio iraniano, poi saranno ritenute responsabili per ciò che accadrà“, ha dichiarato Mohammad Ali Khatibi, rappresentante iraniano nell’Opec, in risposta all’annuncio del ministro del petrolio saudita Ali al-Naimi della disponibilità di Ryadh ad aumentare il proprio output in qualsiasi momento per soddisfare la domanda dei paesi consumatori.

In realtà il potere negoziale dell’Iran va sempre più affievolendosi. Se i compratori cercano alternative al greggio di Teheran, anche i produttori pensano ad una allo Stretto di Hormuz, passaggio obbligato del 40% del greggio che esportano.
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Nella partita di Hormuz l’Iran cerca il profitto, non la guerra

Carta di Laura Canali per Limes 6/08 "Progetto Obama"

La notizia della possibile chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto il giro del mondo, sollecitando l’analisi politico-strategica sui possibili scenari. Nel caso in cui la marina di Teheran bloccasse davvero il transito delle petroliere, la conseguenza sarebbe quella di affamare il Pianeta di energia, spingendolo verso una nuova recessione.
L’idea che il blocco dello Stretto non comporterà grandi cambiamenti si basa su due presupposti errati: il primo è che l’export di Teheran (2,4 mln b/g) è piuttosto basso rispetto al fabbisogno mondiale (84 ml b/g); la seconda è che il rapido ritorno della produzione libica compenserà l’esclusione dal giro di quella iraniana. In realtà, la situazione non è così rosea. Primo, dallo Stretto passano 15,5 mln b/g, ossia tutto l’export dei Paesi del Golfo: il 17% del petrolio consumato a livello globale, il 30% di quello che circola via mare e del 40% di quello destinato alle esportazioni. Secondo, il trend della produzione libica non è così florido come le previsioni dei media raccontano.
Razionalmente l’Iran non farà nulla, visto che il blocco danneggerebbe innanzitutto il proprio export, senza contare le inevitabili ritorsioni militari che il mondo scatenerebbe. Ma è importante che tutti credano che stia per fare qualcosa.
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L’America Latina (anzi, il Venezuela) detiene un quinto del petrolio mondiale

di Luca Troiano

I giacimenti di petrolio accertati in Sud America costituiscono il 20% di tutte le riserve mondiali, dopo l’aumento del 40% sulle precedenti stime. È quanto dicono i dati diramati dall‘Organizzazione Latino Americana dell’Energia (Olade), nel corso del primo Seminario latino americano e caraibico su petrolio e gas tenuto a Quito (Ecuador) il 12-13 luglio.
Solo in Venezuela, il bacino dell’Orinoco (55.000 kmq) custodirebbe ben 297 miliardi di barili (85% della regione), sufficienti a soddisfare l’intera domanda globale per quasi 10 anni.
Secondo l’Olade, la regione centro e sudamericana è seduta su almeno 345 miliardi di barili di petrolio pronti per l’estrazione.

Per il Venezuela si tratta della 34esima stima al rialzo in sei anni, da quando cioè fu promosso il programma “Magna Reserva” al fine di accertare tutte le riserve esistenti sul proprio territorio. Ora Caracas è nei primi cinque posti nel mercato mondiale degli idrocarburi.
Anche il Brasile ha recentemente scoperto di possedere notevoli giacimenti al largo delle sue coste atlantiche. Come il giacimento Tupí (33 miliardi di barili), rilevato nel 2007 , o il giacimento di Giove (12 miliardi), esplorato nel 2008, che equivalgono al 5% delle riserve continentali.
Al terzo posto c’è il Messico (4% riserve), che sebbene negli ultimi 15 anni abbia visto diminuire le stime sulle proprie riserve, può tuttora contare sul giacimento Paleocanal Chicontepec (137 miliardi) scoperto nel 2009.
Al quarto c’è l’Ecuador (3%), le cui riserve nel 2008 sono aumentate dei due terzi rispetto all’anno precedente, in parte grazie all’esplorazione di un nuovo giacimento da 960 milioni di barili.
Venezuela, Messico e Brasile producono l’80% del totale nella regione; un altro terzetto formato da Colombia, Argentina ed Ecuador produce il 17%, mentre gli altri Paesi producono il restante 3%. Senza ulteriori scoperte e mantenendo gli attuali ritmi di produzione, le riserve venezuelane potranno durare per 201 anni, quelle dell’Ecuador per 34, quelle del Brasile per 18, quelle di Messico e Argentina per 11, quelle della Colombia per 8.

Tutti i Paesi sono costantemente alla ricerca di nuovi giacimenti.
L’Argentina, ad esempio, ha annunciato un programma di sviluppo delle esplorazioni per il periodo 2010-2014, gestito dalla compagnia ispano-argentina Repsol. Il programma mira a determinare il potenziale di riserve sotterranee nazionali.
Il Messico si è impegnato ad investire più di 27 miliardi di dollari entro il 2019 al fine di sviluppare il proprio potenziale offshore.
Anche la compagnia brasiliana Petrobras ha in programma investimenti dell’ordine di 73 miliardi entro il 2015, in joint venture con i suoi partner, nella piattaforma del bacino di Santos, a sudest. Zona dove da qualche tempo staziona la Quarta flotta Usa, ufficialmente per attività di ricognizione.
Analisi delle attività condotte dalle companies ha permesso di concludere chel’America Latina e i Caraibi produrranno 12 milioni barili al giorno di petrolio nel 2015, rispetto ai 9,6 milioni del 2009.

È soprattutto il Venezuela a pianificare progetti faraonici sull’estrazione e la lavorazione del greggio. Caracas sta per promuovere la trivellazione di 10.500 pozzi, oltre alla costruzione di due raffinerie e di un nuovo terminal di esportazione. Entro il 2015, la produzione di petrolio venezuelano ammonterà a 4,5 milioni di barili al giorno, e la raffinazione a 3,6 milioni.
Per aumentare la propria capacità di export, PDVSA, compagnia statale di Caracas, ha appena acquisito il 60% di una società di trasporti che possiede circa 300 chiatte sul fiume Paraná, che scorre attraverso Brasile, Paraguay e Argentina.
Prosegue inoltre la produzione di petrolio in associazione con Petroecuador, quella del gas con la compagnia statale boliviana, e le attività di esplorazione in Argentina e Uruguay. PDVSA è anche coinvolta in due grandi progetti per la costruzione di raffinerie nella regione: a Manabí (Ecuador), che raffinerà 300.000 barili al giorno, e a Pernambuco (Brasile), con una capacità di 230.000 barili al giorno.
Nel contempo, la compagnia sta riducendo i suoi investimenti nelle raffinerie in Europa, giudicate inutili. Ne ha appena vendute due in Germania (a Gelsenkirchen e Karlsruhe) al colosso russo Gazprom.

L’obiettivo del governo venezuelano è triplice: stabilire nuove partnership, accedere a nuovi mercati e rafforzare il ruolo geopolitico dell’Opec. Soprattutto quest’ultimo tassello offre al Paese notevole profonda strategica. Perciò il presidente venezuelano Hugo Chavez ha più volte tentato di condizionare la produzione petrolifera ad una regolamentazione per incrementare l’influenza esercitata dai Paesi produttori.
Ma il petrolio di Caracas è un piatto troppo ghiotto e gli Stati Uniti, tradizionali avversari di Chavez, starebbero cercando di metterci le mani.
La lotta degli Stati Uniti per mettere le mani sul petrolio del Venezuela è iniziata nel dicembre del 2002, quando PDVSA dovette far fronte a uno sciopero che coinvolse circa 20.000 dipendenti. Ma la destabilizzazione attesa dagli Usa non ci fu e lo sciopero terminò con una sconfitta nel febbraio del 2003, quando PDVSA fu nazionalizzata. Circa 15.000 dipendenti del settore petrolifero furono licenziati e le perdite causate dalla rivolta si aggirarono sui 10 miliardi di dollari.
Non vanno poi dimenticate le recenti sanzioni emesse da Washington per punire PDVSA, rea di aver inviato una nave cisterna con 20.000 tonnellate di benzina all’Iran. Un mero atto intimidatorio, secondo Caracas. I media americani, intanto, criticano pesantemente la cooperazione economica e militare del Venezuela con Russia e Cina.
Inoltre, il settore petrolifero venezuelano è escluso dai contratti con le compagnie USA, dai prestiti per le esportazioni e le importazioni e dall’acquisizione di tecnologie avanzate per l’estrazione e la raffinazione del petrolio. Ma PDVSA è un colosso abbastanza grande da sopravvivere all’esclusione dal mercato statunitense. E alle voci sulle condizioni di salute di Chavez, sul quale da giorni è calato il silenzio dei media.
Quelli occidentali, ovviamente.