USA vs Russia, la guerra silenziosa delle sanzioni

Parlando del processo di annessione della Crimea alla Russia, salta all’occhio lo stridente contrasto tra le opposte condotte dei due più alti attori in causa: all’attivismo di Putin si è infatti contrapposto la titubanza di Obama. In realtà, l’immobilismo della Casa Bianca di fronte alle rapide mosse del Cremlino e solo un mito.

Il primo passo è stato la cancellazione del G8 previsto a Sochi (al suo posto si terrà una riunione del G7 a Bruxelles), decisione a cui il Ministro degli Esteri russo Lavrov ha replicato: “Mosca “non e’ aggrappata al formato G8 perché tutti i principali problemi possono essere discussi in altre sedi internazionali, come il G20″. Dopo tutto, il summit degli 8 grandi non è che un consesso informale, dal quale non si può essere espulsi ma al massimo “non invitati”. Ma è solo l’inizio. Se i russi hanno fatto più “rumore” con lo schieramento di armi e soldati sul campo, l’Occidente si prepara a colpire in modo silente: attraverso la finanza.

Nella conferenza stampa finale all’Aia, dopo la due giorni del Forum sulla sicurezza nucleare, il Presidente USA Obama ha affermato di non temere Mosca, sempre più “isolata internazionalmente”. “Ho più paura di una bomba nucleare che colpisce Manhattan che della Russia”, ha detto Obama; che però ha avvertito: “Se la Russia non si ferma dopo l’annessione della Crimea, ci saranno nuove misure contro Mosca, con sanzioni settoriali che potrebbero colpire l’energia, la finanza e il commercio“. Nella giornata di martedì, 25 marzo, il Senato americano ha approvato con 78 voti a favore e 17 contrari una proposta di legge che prevede sanzioni contro la Russia e aiuti economici all’Ucraina. Molti repubblicani si erano opposti perché nella proposta era presente anche la riforma del Fondo monetario internazionale, che secondo l’amministrazione Obama dovrebbe servire anche a Kiev per ottenere più fondi, ma che tuttavia che non era contenuta nella proposta di legge già approvata dalla Camera.

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Siria, la propaganda delle armi chimiche

1.‭ ‬A due anni e centomila morti dall’inizio delle ostilità,‭ ‬la Siria è un campo minato.‭ ‬Vi sono coinvolte le maggiori potenze regionali e globali,‭ ‬ciascuna secondo una precisa scelta di campo.‭ ‬Troppi gli interessi in gioco,‭ ‬sufficienti a tenere acceso il focolaio di guerra per un tempo indeterminato.‭ ‬Un terreno di trappole incrociate,‭ ‬la più temuta delle quali è rappresentata dalle armi chimiche.‭ ‬Quelle che secondo il presidente americano Obama rappresentavano la cosiddetta‭ “‬linea rossa‭”‬,‭ ‬superata la quale gli Stati Uniti avrebbero rivisto‭ “‬tutta la gamma delle risposte strategiche‭” ‬a loro disposizione.‭ ‬Limite che secondo voci ufficiali‭ (‬nell’ordine:‭ ‬Coalizione Nazionale Siriana,‭ ‬Stati Uniti d’America,‭ ‬Europa,‭ ‬Francia,‭ ‬Regno Unito‭) ‬il regime di Damasco avrebbe già oltrepassato‭; ‬ma nessuno può provarlo con certezza.‭ ‬Ogni conferma viene annunciata tra gli squilli di tromba per poi affievolirsi quando si tratta di esibire le prove.
Da qui una serie di domande:‭ ‬le armi chimiche sono state usate davvero‭? ‬Se sì,‭ ‬da chi‭? ‬In caso contrario,‭ ‬perché se ne parla con sempre maggiore insistenza‭? ‬E perché le versioni sono così contrastanti‭?
Agli ultimi due interrogativi possiamo rispondere fin da ora.‭ ‬In Siria,‭ ‬accanto alla guerra sul campo infiamma la guerra parallela dei media.‭ ‬In un conflitto dove a procedere è solo il numero delle vittime,‭ ‬le parole diventano armi,‭ ‬e la propaganda,‭ ‬strategia.‭ ‬Le informazioni sul campo,‭ ‬veicolate attraverso il web per aggirare la censura del regime,‭ ‬assurgono a verità assolute o a bufale a seconda di chi le afferma.‭ ‬Buona parte dell’informazione sul campo giunge infatti dai filmati pubblicati su YouTube da ribelli e attivisti e poi acriticamente ripresi dalla stampa occidentale.‭ ‬Ma se all’inizio le cronache fai-da-te erano l’unico mezzo per estrarre notizie dal territorio,‭ ‬in seguito il fenomeno mediatico si è ingigantito al punto da sostituire l’informazione improvvisata con la disinformazione strategica.‭ ‬Come sosteneva l’analista Lorenzo Trombetta già nel‭ ‬2011,‭ ‬in Siria scompare il fatto e domina l’opinione.‭ ‬Da guerra sul campo si passa alla guerra di percezioni.‭ ‬Ed è a questo livello che si colloca il possibile utilizzo delle armi chimiche in Siria.‭
La minaccia del loro possibile utilizzo è parte integrante del registro narrativo di tutti i soggetti coinvolti nella mischia siriana:‭ ‬dell’Occidente,‭ ‬per tenersi fuori dal conflitto‭; ‬del regime,‭ ‬per giustificare la sua brutale repressione‭; ‬dei ribelli‭ – ‬o meglio,‭ ‬dell’opposizione all’estero‭ – ‬per invocare l’intervento di una comunità internazionale che sembra udire solo da questo orecchio. Continua a leggere

Così la Cina sta accerchiando l’America

“È una noia dover scrivere dell’incontro tra Hu Jintao e Obama ma un giornale non può non parlarne”, esordiva Joseph Halevi in un articolo sul Manifesto agli inizi del 2011. Da allora è cambiato uno dei due protagonisti, ma non il tema di fondo delle relazioni tra USA e Cina. Non la “noia” lamentata da Halevi, bensì il fatto che l’economia americana e quella sinica si incastrino alla perfezione. Ed è questo il punto di partenza per provare a leggere tra le righe dell’incontro di questa settimana tra Obama e il suo nuovo omologo cinese, Xi Jinping.

Secondo un articolo di Ian Bremmer e Jon Hunstman Jr. su Foreign Policy, tradotto da Linkiesta, l’America e la Cina beneficiano già di enormi profitti dalle loro relazioni commerciali e dai loro investimenti reciproci: nel 2012 l’interscambio import-export ammontava a 536 miliardi di dollari, il che mette i due giganti nella posizione di creare il più grande rapporto commerciale della storia. Ma alcune manovre intraprese da entrambe le parti hanno eroso la fiducia reciproca. E qui vengono in mente le dispute commerciali, la scarsa protezione della proprietà intellettuale, le tensioni sulla Corea del Nord, i dibattiti per le riduzioni delle emissioni di carbonio, i più recenti cyberattacchi da parte della Cina. Tuttavia, notano gli autori, Stati Uniti e la Cina hanno molto da offrire l’un l’altro.

Ciò che nell’articolo non viene rimarcato è che questa sontuosa relazione bilaterale è caratterizzata da un netto squilibrio verso Pechino. Non soltanto perché questa possiede una larga fetta del debito pubblico americano, il che rappresenta la principale remora per cui gli Stati Uniti non possono esercitare pressione sufficiente, sia a livello diplomatico sia attraverso il WTO, per obbligare la Cina a rimuovere le proprie barriere in campo commerciale e monetario, così come attraverso le Nazioni Unite per ammorbidire l’intransigenza cinese sul da farsi in Siria.

Oggi la Cina è sempre più presente nei luoghi che un tempo furono il cortile di casa di Washington.

Alla stampa italiana – ma non a Limes- è sfuggito che il viaggio di Xi Jinping in California sia stato preceduto da un breve tour del neopresidente cinese in America Centrale. Non è un caso che i tra Paesi visitati da XI (Trinidad & Tobago, Costa Rica e Messico) siano tutti politicamente e geograficamente vicini agli Stati Uniti, e che appena il mese scorso il presidente Obama sia stato proprio in Messico e in Costa Rica, mentre il vicepresidente Biden ha visitato Trinidad pochi giorni prima dell’arrivo di Xi.
Limes nota come Pechino si sporga fino a queste latitudini essenzialmente per motivi economici, ma anche per mandare un chiaro messaggio alla Casa Bianca:

Il pivot to Asia di Obama sta creando una rete economico-politico-militare di paesi che guardano alla Prc con paura, se non con ostilità. Nel perseguimento dei suoi interessi, Washington non rispetta, anzi contrasta, l’area d’influenza di Pechino.
ll viaggio di Xi serve quindi a ricordare a Obama che alla base di un rapporto di mutuo beneficio ci deve essere fiducia reciproca. L’America Latina non sarà un teatro di competizione geopolitica tra Cina e Usa (diverso il discorso a livello economico), ma Pechino vorrebbe che non lo fosse neanche l’Asia Orientale.

C’è dell’altro. Non tutti sanno che da tempo esiste un progetto per scavare un canale  in Nicaragua che congiunga il Pacifico all’Atlantico al pari di quello esistente a Panama, storicamente (ma ora non più) sotto il controllo dagli USA, con il quale si porrebbe in diretta concorrenza. Pochi giorni il governo del Nicaragua ha assegnato una concessione di durata centenaria per la realizzazione – dal costo complessivo stimato in 30 miliardi di dollari – e la gestione del canale proprio ad un’azienda cinese. Il progetto, nonostante i suoi inevitabili aspetti controversi, consentirà alla Cina di rafforzare la propria influenza sul commercio globale indebolendo nel contempo la posizione degli Stati Uniti.

Non è solo sui Caraibi che il Dragone cinese sta affondando i suoi artigli. Da qualche tempo la Cina ha messo gli occhi anche più a nord.

La Cina vuole il petrolio del Canada, quello dello Stato dell’Alberta (dove viene ricavato dalle sabbie bituminose) che il governo di Ottawa fornirebbe agli USA attraverso la controversa linea Keystone XL contro cui Obama si è battuto – senza successo – in Congresso. Il primo passo di questo “accaparramento di petrolio”  è stata l’acquisizione della compagnia canadese Nexen per 15,1 miliardi di dollari. Negli USA esistono forti opposizioni al progetto Keystone, motivate soprattutto da ragioni di impatto ambientale.
Finora la maggioranza repubblicana al Senato – la quale ha l’acquolina in bocca al pensiero dei profitti che il progetto garantirà alle Big Oil – ha tentato di mitigare le voci contrarie con la (fallace) promessa di nuovi posti di lavoro. Oggi, tuttavia, la principale argomentazione in favore della costruzione è nei fatti dettata da una considerazione puramente pragmatica: se quel petrolio non andrà all’America, sarà la Cina ad acquistarlo. L’economia statunitense, dicono i neocon, perderà una fonte di energia certa e a pochi passi da casa, a fronte delle medesime (e dannose) conseguenze per l’ambiente.
Infine, con il recente ingresso – con lo status di osservatore – della Cina nel Consiglio Artico, l’influenza nelle aree di diretta pertinenza di Washington sarà destinata ad aumentare.

Fino all’11 settembre l’America aveva tentato di contenere l’ascesa della Cina circondandola di basi militari (in Asia centrale, in Giappone, a Taiwan e nelle altre isole del Pacifico). La crisi e l’indebolimento (economico e geopolitico) degli USA non hanno modificato questa strategia. Durante l’ultimo decennio, infatti, Washington ha consolidato e approfondito i propri legami politici e militari con tutti gli alleati asiatici, in particolare con Giappone, Corea del Sud e Australia. Inoltre, ha intrapreso un cammino di riavvicinamento con il Vietnam. La Cina, al contrario, nello stesso periodo ha ampliato la propria sfera di influenza economica e ha di fatto guidato il processo di integrazione regionale, escludendo gli Stati Uniti dai forum negoziali multilaterali più rilevanti quali l’Asean+3.
In altre parole, mentre gli Stati Uniti hanno sempre più separato la politica dall’economia, affidandosi alla pura muscolarità, mentre dall’altra parte l’azione diplomatica di Pechino ha puntato soprattutto alla progressiva integrazione tra le due sfere. Se oggi la crescente interdipendenza tra la Cina e gli altri Stati asiatici rappresenta la principale minaccia all’influenza, non solo economica, ma anche politica e militare di Washington nella zona, domani questo stesso paradigma potrebbe replicarsi proprio in Nord America, nel cortile di casa degli Stati Uniti.

Queste considerazioni bastano per mettere a tacere quanti favoleggiano su un ipotetico conflitto tra le due superpotenze. Se la guerra, sosteneva il  il generale von Clausevitz, non è che la continuazione della politica con altri mezzi, oggi possiamo dire la stessa cosa l’economia rispetto alla guerra. Non c’è bisogno di armi ultramoderne o eserciti sconfinati per assediare uno Stato: bastano un’oculata strategia di politiche economiche e commerciali. Pechino non brandisce una spada; ha già il debito USA. Non minaccia di invadere questo o quel Paese, o di installare missili a Cuba come fece l’Unione Sovietica; le basta stringere accordi reciprocamente vantaggiosi con tutti i Paesi che ritiene funzionali ai propri interessi, attraendoli nella propria orbita a scapito di quella americana. Una guerra di fatto c’è già. E il margine di reazione di Washington è ridotto perché la sua stessa economia è legata a doppio filo a quella di Pechino.
In conclusione, se lo scopo del pivot to Asia avviato da Obama due anni fa era quello di contenere la Cina, ora l’America rischia di scoprirsi “contenuta” a sua volta.

Gli attacchi di Boston spingono Obama ad allearsi con Putin

Riprendo un passaggio del mio post sulla strage di Boston:

un’analisi dell’ISPI – che in coda riporta la cronologia dei principali attentati terroristici in territorio americano degli ultimi anni – prende in esame i possibili risvolti politici dell’attentato:

Identificare la matrice dell’attentato riveste notevole importanza anche in termini politici. Infatti, come afferma il professor Mario Del Pero, università di Bologna, nel suo blog se la matrice risultasse islamica, ciò indebolirebbe Obama, che ha costruito la sua credibilità in materia di sicurezza grazie a una ferma azione nei confronti del terrorismo internazionale. Se la matrice fosse invece quella interna il presidente ne risulterebbe probabilmente avvantaggiato, impegnato com’è nella campagna per introdurre norme più stringenti sulla vendita e il possesso di armi da fuoco.

Dalla risposta a questa domanda dipenderà la reazione della Casa Bianca.

Ora, benché legami tra i fratelli Tsarnaev (presunti attentatori) e il jihadismo caucasico siano ancora da dimostrare, come era nelle previsioni l’attentato della scorsa settimana sta già producendo delle importanti conseguenze politiche, sia interne che esterne agli Stati Uniti. E tutte sfavorevoli al presidente Obama.

Per cominciare, mercoledì 17 aprile il Senato ha bocciato gli emendamenti proposti alla legislazione sulle armi. Una sconfitta per la Casa Bianca e una vittoria per la National Rifle Association.
Inoltre, negli Stati Uniti gli armamenti registrano vendite record, come spesso avviene nei giorni che seguono simili tragici eventi.
Gli attacchi a Boston, in altre parole, stanno vanificando gli sforzi del presidente per porre un freno alla proliferazione delle armi da fuoco.

Sul piano della politica estera, dopo le bombe alla maratona Obama ha parlato al telefono con il suo omologo russo, Vladimir Putin, convenendo sulla necessità di “proseguire sulla via della cooperazione nella lotta al terrorismo e sui temi della sicurezza”. Washington potrebbe dunque schierarsi con Mosca in nome dell’antiterrorismo. Secondo Limes:

Nell’attesa che le indagini chiariscano questo e altri aspetti, si vanno delineando alcuni possibili risvolti della vicenda sui rapporti Usa-Russia. Alle soglie del nuovo millennio, una serie di attentati (tra cui quelli ad alcuni edifici di Mosca del 1999) fornì a Vladimir Putin un valido pretesto per scatenare la seconda guerra cecena e riacquistare il (pressoché) totale controllo del Caucaso settentrionale.
Malgrado le proteste degli attivisti per i diritti umani, in America e altrove, Washington non obiettò a una guerra il cui fine (dichiarato e reale) era la preservazione dell’unità territoriale russa e la lotta al terrorismo jihadista, che nel caso ceceno traeva alimento dalla lotta per l’indipendenza. Specialmente dopo l’11 settembre e l’inizio dell’intervento in Afghanistan, gli sforzi di Putin per sradicare la guerriglia islamica dal Caucaso verranno benedetti apertamente dalla Casa Bianca.
Alla vigilia delle Olimpiadi invernali di Soci, in programma per il 2014, Mosca è ansiosa di sradicare qualsiasi minaccia terroristica e a tal fine la vicenda di Boston sembra offrire una preziosa opportunità. La Russia ha a lungo sostenuto i legami dei jihadisti caucasici con al Qa’ida, trovando però nell’amministrazione Obama un interlocutore tiepido. Ora è possibile che queste tesi suscitino una rinnovata attenzione a Washington, cui Mosca ha già offerto piena assistenza alle indagini in corso.
L’esito finale potrebbe essere un incremento della cooperazione bilaterale in materia di antiterrorismo, peraltro funzionale all’auspicato riavvicinamento tra i due paesi, a lungo perseguito dall’amministrazione – da ultimo con la recente visita a Mosca del consigliere per la sicurezza nazionale Tom Donilon.
Sinora tali sforzi sono stati pregiudicati (tra l’altro) dalle divergenze sulla postura verso il regime siriano, dai propositi russi di riarmo e da episodi puntuali, come la vicenda delle adozioni statunitensi di bambini russi bloccate dal Cremlino, il giro di vite legislativo di Mosca verso le ong straniere e il parallelo processo all’attivista Viktor Navalnij. Ma anche dal Magnitskij Act, la legge con cui il Congresso statunitense ha inteso punire i russi accusati di violare i diritti umani.
Sulla scia dei fatti di Boston, alcune di queste divergenze potrebbero essere accantonate in nome del superiore interesse alla lotta al terrorismo. Purché la pista terroristica risulti effettivamente confermata e il Cremlino non interpreti eventuali aperture di credito americane come un’acquiescenza implicita a un inasprimento della repressione interna, specialmente (ma non solo) nel Caucaso settentrionale.

Per Obama si tratta di un’altra sconfitta: la proposta di cooperazione a Putin giunge proprio nei giorni in cui i rapporti con la Russia (mai del tutto normalizzati, a dispetto del “reset” annunciato nel 2009) registrano una nuova altalena di alti e bassi.

In queste settimane, schiaffi e carezze si sono susseguiti senza sosta. Dapprima la mini-guerra fredda sulle adozioni di bimbi russi da parte di famiglie americane. Poi la pubblicazione dell’americana lista Magnitskij per la messa al bando di 18 alti funzionari russi, seguita da quella russa contro altrettanti funzionari americani. Infine la visita a Mosca del consigliere della Casa Bianca per la sicurezza nazionale, Tom Donilon, il quale ha consegnato ai suoi omologhi russi una lettera a firma del presidente Obama.
Adesso, la cooperazione tra i due Paesi in tema di sicurezza potrebbe scattare anche nelle indagini sugli attentati di Boston, sebbene i servizi segreti russi abbiano lasciato filtrare di non aver fornito alcuna informazione sui fratelli Tsarnaev.

Al di là di quelli che saranno i risultati finali, per Obama è l’implicita ammissione di non poter affrontare il problema della lotta al terrorismo prescindendo dall’aiuto di Mosca. E per Putin, l’occasione di incassare un tacito consenso alla repressione – di quel che resta – della guerriglia cecena, sullo sfondo delle crescenti preoccupazioni per la sicurezza delle Olimpiadi invernali di Soci 2014, a breve distanza dal nord del Caucaso.

USA, scattano i tagli alla spesa pubblica. Tra i due litiganti, l’economia americana non gode

In principio fu il debt ceiling. Poi la volta del fiscal cliff. Infine del sequester. Sta di fatto che in questi giorni l’attenzione degli analisti economici di tutto il mondo è di nuovo concentrata sul debito pubblico americano. Per la terza volta in 18 mesi.
Sabato 2 marzo, fallita l’ultima possibilità di un accordo con i repubblicani, il presidente Barack Obama ha firmato il decreto che ha fatto scattare la dieta da 85 miliardi di dollari (0,5% del PIL) fino a settembre e 1.200 miliardi in 10 anni, prevista dall’accordo per l’aumento del tetto del debito del 2011. Ora i tagli automatici alla spesa sono entrati ufficialmente in vigore.

Fabrizio Goria su Linkiesta spiega cosa è il sequester:

Ma cosa è il sequester? In breve, è un taglio generalizzato della spesa pubblica. Secco e lineare, del valore di 85 miliardi l’anno fino al 2012, il sequester colpisce qualsiasi programma, progetto o attività federale, come spiega la legge che lo regolamenta, il Budget control act dell’agosto 2011. Si tratta dell’atto che ha permesso di innalzare il debt ceiling, il tetto del debito federale, sforato più volte negli ultimi due anni. In assenza di un deal fra democratici e repubblicani per tagli alla spesa pubblica (non lineari, ma mirati) da 1.200 miliardi di dollari, ecco che arriva il sequester a fare il suo dovere.
La banca d’affari J.P. Morgan lo ha definito «un immenso mostro, un blob che viaggia per gli Stati Uniti e taglia linearmente tutto quello che incontra, dalla difesa alla sanità». Non è la prima volta che gli Stati Uniti vanno nel panico per qualcosa di cui sarebbe facile trovare la soluzione. Così è stato per il debt ceiling. Nell’agosto 2011, proprio a seguito del mancato accordo fra democratici e repubblicani, è arrivato il primo downgrade del debito sovrano statunitense della storia. Standard & Poor’s tagliò il rating americano privandolo della tripla A, nonostante la confermata sicurezza dell’investimento nel debito Usa. Accordo trovato in extremis e poi via con il nuovo pericolo, il Fiscal cliff.
Il baratro fiscale da 600 miliardi di euro è stato per ora solo rimandato, ma a breve tornerà a farsi sentire nel dibattito politico americano.

In altre parole, per il 2013 i tagli sono stati firmati da Obama e saranno effettivi dai prossimi giorni, prosciugando 85 miliardi di dollari di spesa pubblica per gli Usa. La sensazione è che però sia il frutto di una prova di forza di Obama. Nonostante questo sia il suo ultimo mandato, e forse anche proprio per questo motivo, il presidente sta conducendo una battaglia serrata contro Boehner e i repubblicani, considerati troppo dogmatici da Washington. «È chiaro che vincerà Obama, ha il coltello dalla parte del manico e adesso scaricherà la firma dei primi tagli sui repubblicani, aizzando l’opinione pubblica contro di loro», spiega una nota mattutina di Goldman Sachs.
Chi invece non sembra risentire degli effetti del sequester è Wall Street.

Lettera43 cerca di analizzare le riduzioni nel dettaglio:

La cura dimagrante da 1.200 miliardi di dollari in 10 anni significa una riduzione di 109 miliardi di dollari all’anno. Valida per l’intero comparto dell’amministrazione federale, perché il congegno pensato nel 2011 decurta in maniera cieca su tutti i settori della spesa.
PENTAGONO: 492 MLD IN MENO. La contrazione più significativa, però, è destinata a subirla la Difesa: 47 miliardi per il 2013 e 492 miliardi nel prossimo decennio, una dieta pari a oltre il 10% del budget attuale.
I programmi d’acquisto di tank e sommergibili sono destinati a essere rivisti. Compreso il costosissimo programma degli F35, il cui costo dal primo contratto del 2001 è lievitato del 75%, per una spesa complessiva che secondo l’agenzia finanziaria Bloomberg è pari a 395,7 miliardi, di cui 9,4 solo nel 2013.
La sequestration non prevede la possibilità di ridurre il personale, voce che pesa per l’85% della spesa delle agenzie federali. Ma il Pentagono ha già pensato di ovviare all’ostacolo, mandando in congedo non pagato circa 800 mila dipendenti civili.
OBAMACARE, TAGLIO DI 7 MLD. Oltre alla Difesa, scatta la tagliola sulla Sanità. Il programma di assistenza medica per gli anziani, noto come Medicare, è destinato a perdere 10 miliardi nel 2013 e 123 fino al 2023: un calo pari a circa il 2% del budget. Le forbici colpiranno ospedali e medici, compagnie farmaceutiche e fornitori di servizi sanitari. Mentre altri 7 miliardi saranno decurtati dall’Obamacare, il nuovo sistema di assicurazione sanitaria, cavallo di battaglia del presidente Usa
Il bilancio degli altri comparti verrà ridotto complessivamente dell’8,2% circa: 322 miliardi in un decennio persi dall’educazione, dalle agenzie di sicurezza e di tutela del territorio.
La sequestration prevede anche una sforbiciata di 41 miliardi ai sussidi di disoccupazione percepiti per più di sei mesi (riguardano 3,8 milioni di persone), e risparmi sul sostegno all’agricoltura e ai servizi sociali, compreso un taglio di 1,3 miliardi al fondo per lo studio dell’infanzia in difficoltà.

Repubblicani e democratici non sono mai stati nemmeno vicini a trovare un’intesa. I primi si sono opposti a qualunque aumento di tasse, mentre per i secondi l’alternativa ai tagli doveva essere composto in parti uguali da riduzioni di spesa e aumento delle tasse ai ricchi – attraverso la “chiusura” delle cosiddette tax loopholes, le scorciatoie ed esenzioni fiscali che permettono sopratutto ai contribuenti più facoltosi di pagare aliquote molto basse.

La prossima giornata di passione sarà il 27 marzo. Entro tale data il Congresso dovrà votare il provvedimento che destinerà circa mille miliardi di dollari per mantenere l’amministrazione funzionante fino al 30 settembre. Se lo stanziamento sarà superiore a tale soglia, il budget federale sarà abbastanza grande da annullare i tagli del sequester, ma i repubblicani hanno già fatto sapere che approveranno la legge soltanto per una cifra inferiore. A questo punto, è probabile che i democratici cercheranno non di aggirare il sequester, bensì di rimodulare i tagli previsti in modo da e renderli più flessibili.
In ogni caso il prezzo più pesante di questo sterile braccio di ferro, come prevedibile, lo pagheranno le persone comuni: secondo Obama, i tagli alla spesa sono destinati ad avere un “effetto domino” sull’economia e porteranno alla perdita di 750.000 posti di lavoro.

E dire che non pochi ben pensanti (italiani) invitano a prendere l’America come esempio proprio perché lì “la politica pensa prima agli interessi del Paese e poi a quelli del partito”, come si è sentito ripetere anche in questa prima settimana post elettorale. 

Con l’ultimo test nucleare, la Corea del Nord ha scelto di sfidare il mondo

Nella mattinata del 12 febbraio la Corea del Nord ha condotto un test nucleare, il terzo nella storia del Paese – dopo quelli del 2006 e del 2009 – e il primo da quando a capo del regime c’è Kim Jong-un. L’esperimento giunge un mese e mezzo dopo che, in metà dicembre, era stato effettuato il quinto lancio (riuscito, a differenza dei precedenti quattro) di un missile a tre stadi a lungo raggio, potenzialmente in grado di raggiungere gli Stati Uniti.
La politica estera di Pyongyang ha abituato gli analisti ad un’altalenante serie di minacce e toni distensivi, e questo test non rappresenta che l’ultimo capitolo della retorica muscolare a cui il regime nordcoreano ci ha abituato.

Di nuovo, stavolta, ci sono due elementi.
Primo. l’esplicito riferimento alla “deterrenza nucleare” nei confronti degli Stati Uniti (con cui pure aveva raggiunto un accordo meno di un anno fa). Menzione che arriva proprio nei giorni in cui è in corso un’esercitazione congiunta tra le marine militari del Sud e degli Stati Uniti.
Secondo. A nulla sono serviti gli inviti della Cina – non privi di toni ultimativi – alla moderazione. Pechino è l’unico partner commerciale e politico di rilievo di Pyongyang, stante l’isolamento quasi totale del regime nordcoreano, e già in passato i suoi appelli avevano contribuito a placare le intemperanze del proprio controverso vicino. Ma non questa volta.
Analizzando il contesto internazionale dell’evento, risalta come il regime di Kim Jong-un abbia scelto di effettuare il test in un momento molto delicato, visto che in diversi Stati la leadership politica è cambiata da poco (Giappone) o sta per cambiare ufficialmente (Corea del Sud, Cina). Ciò rappresenta un messaggio molto negativo per le future ipotesi di denuclearizzazione della regione.

Questo aspetto ci aiuta a comprendere la valenza del gesto. Più che un risultato militare, la Corea del Nord sembra perseguire un duplice obiettivo politico. Primo: rimarcare agli occhi di amici (Cina) e nemici (Corea del Sud, Stati Uniti e Giappone) l’intangibilità della nazione nordcoreana. Secondo: consolidare l’immagine di Kim Jong-un, ricompattando una popolazione le cui condizioni di vita rimangono molto dure.

Il test nucleare è anche il risultato di un errore di calcolo dell’amministrazione Obama, la quale ha sbagliato cercato di trattare l’affare nordcoreano con un mix di incentivi positivi (derrate alimentari ad una nazione prostrata dalla fame) e negativi (nuove sanzioni) allo scopo di coinvolgere costruttivamente la Corea del Nord nel contesto multilaterale dei colloqui a sei. Sotto la sua politica di “pazienza strategica“, il presidente ha chiesto più volte a Pyongyang di dare qualche segnale concreto della propria volontà di trattare.
Tuttavia, questo approccio ha i suoi inconvenienti. In primo luogo, concede a Pyongyang il tempo necessario per perfezionare il proprio programma nucleare. In secondo luogo, rende la situazione cronicamente instabile, lasciando alla Nord Corea il coltello dalla parte del manico.
Forse ha pesato troppo la convinzione che, con l’avvento del giovane Kim Jong-un, la Corea del Nord potesse intraprendere un percorso di riforme in analogia a quanto avvenuto in Birmania. Ma Pyongyang non è Napiydaw, come i fatti stanno dimostrando.

Eppure la Corea del Nord possiede la chiave sia per venir fuori dalla miseria che per suscitare l’interesse delle grandi potenze senza ricorrere agli esperimenti nucleari. Il sottosuolo del Paese potrebbe contenere un tesoro di risorse minerarie – comprese le cd. terre rare – dal valore potenziale di circa 6 trilioni di dollari.
Ma senza un concreto piano di riforme economiche, il tesoro resterà sotto terra, così come la miseria in superficie. Ora come ora, la Corea del Nord sta sacrificando l’opportunità di costruire un futuro più prospero in nome di una corsa agli armamenti fine a se stessa.

Il mondo è oggi un luogo più pericoloso di quanto non fosse appena 48 ore fa.

L’ONU apre un’indagine sui droni, ma intanto i raid continuano

Sono la principale innovazione bellica degli anni Duemila: i droni, gli aerei senza pilota (in inglese UAV: Unmanned Aerial Vehicles). Da anni sono lo strumento principale attraverso cui gli Stati Uniti affrontano la global war on terror. Afpak, ma anche Iraq, Somalia, Yemen e ultimamente Messico sono i principali scenari del loro utilizzo.
Se si escludono alcuni sporadici raid dei primi anni, la vera e propria “guerra dei droni” ha avuto inizio nell’agosto del 2008, quando Bush autorizzò l’intensificazione degli attacchi (trenta in pochi mesi) nelle province di confine tra Afghanistan e Pakistan. Ma è stato Obama a farne un uso massivo e continuo, estendendone l’impiego negli altri continenti.
Un anno fa notavo le operazioni segrete sul campo e i droni dall’alto, sotto la regia di CIA e Pentagono, giocheranno un ruolo sempre più importante nelle operazioni antiterrorismo. Prova ne è la nomina, a capo della CIA, di quel John Brennan che era stato consigliere per l’antiterrorismo della Casa Bianca e che ha contribuito a pianificare (attraverso la cosiddetta Kill list) l’eliminazione fisica dei terroristi più pericolosi proprio per mezzo dei droni.

Ora, è di qualche giorno fa la notizia che l’Ufficio dell’Alto commissario per i diritti umani ha aperto un’inchiesta – su domanda di diversi Paesi – per accertare i danni delle scorribande dei droni tra le popolazione civili nelle aree in cui sono impiegati, per chiarire se la loro azione non si possa configurare come un crimine di guerra.
L’ONU intende studiare 25 casiin cui sarebbero morti almeno 500 civili in operazioni in Yemen, nelle aree tribali del Pakistan, in Somalia, Afghanistan e Gaza. In realtà i numeri sembrano molto più alti.
Il Post:

Gli obiettivi più immediati dello studio riguarderanno 25 attacchi di droni avvenuti negli ultimi anni in Pakistan, Afghanistan, Somalia e nei territori palestinesi. A chi gli ha chiesto se la commissione si sarebbe dedicata in via preferenziale agli Stati Uniti, Emmerson ha risposto “assolutamente no”. Attualmente 51 paesi del mondo sono in possesso di tecnologia per sviluppare droni, ma il leader, in un mercato che è previsto raggiunga i 50 miliardi di euro di giro d’affari nel 2022, sono proprio gli Stati Uniti.
La decisione di aprire un’indagine sull’uso di droni ha incontrato il favore di molti oppositori delle politiche dell’amministrazione Obama. Hina Shamsi, direttrice del National Security Project all’American Civil Liberties Union, ha dichiarato: “Accogliamo quest’indagine nella speranza che la pressione internazionale possa riportare gli Stati Uniti in linea coi dettami della legge internazionale, che limitano severamente il ricorso alla forza letale”. La commissione investigativa, infatti, probabilmente si occuperà da vicino delle decisioni della Casa Bianca: negli ultimi anni l’amministrazione Obama ha reso l’utilizzo di droni per esecuzioni mirate un perno della sua politica estera, tanto che nel solo Pakistan – ha calcolato il Bureau of Investigative Journalism – i raid della CIA avrebbero ucciso poco meno di 3.500 persone, di cui quasi 900 civili. Secondo i dati diffusi da un think tank liberal, New American Foundation, il numero delle uccisioni mediante droni dell’amministrazione Obama è più di quattro volte quello dell’amministrazione Bush.

Per un quadro completo sul dossier droni si veda questa lunga analisi (di aprile, ma tuttora incardinata nell’attualità) su Michael Hastings sulla rivista Rolling Stones, tradotta qui. Eccone alcuni significativi passaggi:

L’utilizzo dei droni sta rapidamente trasformando il nostro modo di condurre la guerra. Sul campo di battaglia un capo plotone può ricevere dati in tempo reale da un drone che gli permettono di avere una visione della zona per miglia in tutte le direzioni, aumentando le capacità d’azione di quella che normalmente sarebbe stata un’unità piccola e isolata. “È un’informazione sul campo resa democratica,” dice Daniel Goure, un esperto di sicurezza nazionale che ha lavorato al Ministero della Difesa durante entrambe le amministrazioni Bush. “È l’equivalente di Twitter nel campo della ricognizione.” I droni hanno anche cambiato il volto della CIA, trasformando un’agenzia civile di raccolta di informazioni in un’organizzazione paramilitare a tutti gli effetti – un’organizzazione che colleziona lo stesso numero di scalpi di qualsiasi altro corpo dell’esercito.

“I droni sono diventati l’arma antiterrorismo di elezione per l’amministrazione Obama,” dice Rosa Brooks, una docente di Legge di Georgetown che ha collaborato all’istituzione di un nuovo ufficio del Pentagono dedicato alle politiche legali e umanitarie. “Quello che credo non si sia fatto abbastanza è fare un bel passo indietro e domandarsi: ‘Non staremo creando più terroristi di quanti ne uccidiamo? Non staremo promuovendo militarismo ed estremismo, proprio nei luoghi dove li stiamo attaccando?’ Molto di quel che riguarda le azioni coi droni è avvolto nella segretezza. È molto difficile valutare dall’esterno quanto siano davvero pericolose le persone prese di mira.”

Il basso costo e l’efficacia letale dei droni – la morte per telecomando – ne hanno fatto uno strumento imprescindibile per le maggiori potenze militari, così come per qualunque dittatore da operetta. Il mercato globale per i velivoli senza pilota è oggi di 6 miliardi di dollari all’anno, con più di 50 paesi a fare da acquirenti.

Sia il Pentagono sia la CIA amano vantarsi delle azioni teleguidate che hanno eliminato nemici combattenti nel corso della Guerra al Terrorismo.

Ma per ogni obbiettivo di “alto valore” ucciso dai droni, c’è un civile o un’altra vittima innocente che ne paga il prezzo. Il primo grande successo ottenuto dai droni – l’attacco del 2002 che eliminò il leader di AL Qaeda nello Yemen – comportò anche la morte di cittadini statunitensi.

In effetti, entrando in carica Obama ha ereditato due distinti programmi per l’uso dei droni – e dopo le insistenze del Vice Presidente Joe Biden, che ha premuto parecchio per una maggior attenzione alle tattiche antiterroristiche, li ha ampliati entrambi radicalmente. Il primo programma, che rientra nel campo d’azione del Pentagono, si concentra soprattutto sulla ricognizione e sugli attacchi aerei che proteggono le truppe sul terreno. “Il successo più grande dei droni è quello di mantenere vivi i soldati americani,” dice Goure. Il programma del Pentagono, che si sviluppa più o meno in maniera non riservata, è localizzato in più di una dozzina di centri in tutto il mondo, dal Nevada all’Iraq. In un ampio hangar della base aerea di Al Udeid (nel Qatar), tre avvocati militari coprono a turno le ventiquattr’ore, pronti a sottoscrivere le autorizzazioni alle missioni dei droni.

Il programma droni della CIA, al contrario, è stato sviluppato in segreto. Gli avvocati dell’agenzia devono controfirmare gli attacchi, ma la procedura rimane classificata, e la supervisione è assai meno restrittiva di quella attuata in campo militare. A rendere le cose ancora più torbide, la CIA effettua i suoi attacchi coi droni in zone dove ufficialmente gli USA non sono in guerra, inclusi Yemen, Somalia e Pakistan. “Se ci si trova in Afghanistan sarà l’aviazione a decidere l’attacco,” dice un ex funzionario della CIA addentro al programma droni. “Se invece ci si trova in pieno territorio pachistano, la faccenda viene affidata alla CIA.”

Gli attacchi senza equipaggio contro obbiettivi di alto profilo – chiamati “personality strike” – di solito necessitano dell’approvazione di un avvocato come Rizzo, del capo della CIA e qualche volta del Presidente in persona.

Ma per paesi come il Pakistan ciò che l’America considera un attacco legittimo contro dei terroristi è da considerarsi poco meno che la versione militarizzata di un omicidio.

Per Obama – un uomo noto per meticolosità e moderazione – i droni rappresentano un sistema maggiormente mirato di condurre operazioni belliche; un sistema con la potenzialità di eliminare i colpevoli di terrorismo e di limitare le vittime statunitensi. “Il numero di personale USA a rischio è minore,” dice Brooks, il docente di legge che ha consigliato il Pentagono. “La tecnologia rende logiche le scelte che riducano i costi dell’uso di forza letale.”

Nel corso dell’anno passato, tuttavia, il crescente affidamento prestato dal presidente ai droni ha provocato sempre più dissidi all’interno dell’amministrazione.

Alla Casa Bianca questa crisi ha scatenato una piccola baruffa tra gli addetti alla sicurezza nazionale del presidente e la CIA.

Resta incerto quale sia il ruolo svolto dalla Casa Bianca nella scelta dei nomi che finiscono sulla lista dei bersagli. Alcuni funzionari hanno parlato di una commissione segreta all’interno del Consiglio di Sicurezza Nazionale [NSC] che terrebbe una lista dei bersagli da eliminare o catturare. La commissione, di cui nessun documento ufficiale autorizza l’esistenza, si dice coinvolga uno dei massimi consulenti antiterrorismo, John Brennan, che è stato uno dei più accaniti difensori della decisione dell’amministrazione Bush di torturare i prigionieri di Guantanamo. Altri funzionari che hanno familiarità con la procedura di selezione dei bersagli affermano che l’idea di una commissione segreta sia una vera esagerazione. L’NSC, insistono, nella maggior parte degli attacchi di droni non è affatto coinvolto, certo non su base quotidiana – specialmente riguardo i “signature strike” effettuati dalla CIA. Questo vuol dire che la CIA possiede ancora una notevole autonomia nel programmare la propria lista di uccisioni, con una supervisione limitata da parte della Casa Bianca. Così la mette un ex funzionario della CIA: “L’NSC decide quando il presidente debba essere coinvolto – e quali impronte digitali lasciare, sempre che se ne lascino.”

I droni offrono al governo un’arma precisa e avanzata per la sua guerra al terrorismo – eppure molti di coloro che vengono uccisi dai droni sembra che terroristi non lo siano affatto. Infatti, secondo uno studio dettagliato sulle vittime dei droni redatto dal Bureau for Investigative Journalism, almeno 174 tra coloro che sono stati eliminati da droni avevano un’età inferiore ai 18 anni – in altre parole, erano bambini. Altre stime di gruppi per i diritti civili, che includono gli adulti che verosimilmente erano semplici civili, alzano la cifra delle vittime innocenti a più di 800. I funzionari statunitensi rigettano simili cifre – “cazzate” mi ha detto un funzionario dell’amministrazione. Brennan, uno dei principali consiglieri di Obama sul terrorismo, lo scorso giugno insisteva assurdamente che non c’è stato “un solo civile” ucciso dai droni durante l’anno precedente.