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Riprendo un passaggio del mio post sulla strage di Boston:

un’analisi dell’ISPI – che in coda riporta la cronologia dei principali attentati terroristici in territorio americano degli ultimi anni – prende in esame i possibili risvolti politici dell’attentato:

Identificare la matrice dell’attentato riveste notevole importanza anche in termini politici. Infatti, come afferma il professor Mario Del Pero, università di Bologna, nel suo blog se la matrice risultasse islamica, ciò indebolirebbe Obama, che ha costruito la sua credibilità in materia di sicurezza grazie a una ferma azione nei confronti del terrorismo internazionale. Se la matrice fosse invece quella interna il presidente ne risulterebbe probabilmente avvantaggiato, impegnato com’è nella campagna per introdurre norme più stringenti sulla vendita e il possesso di armi da fuoco.

Dalla risposta a questa domanda dipenderà la reazione della Casa Bianca.

Ora, benché legami tra i fratelli Tsarnaev (presunti attentatori) e il jihadismo caucasico siano ancora da dimostrare, come era nelle previsioni l’attentato della scorsa settimana sta già producendo delle importanti conseguenze politiche, sia interne che esterne agli Stati Uniti. E tutte sfavorevoli al presidente Obama.

Per cominciare, mercoledì 17 aprile il Senato ha bocciato gli emendamenti proposti alla legislazione sulle armi. Una sconfitta per la Casa Bianca e una vittoria per la National Rifle Association.
Inoltre, negli Stati Uniti gli armamenti registrano vendite record, come spesso avviene nei giorni che seguono simili tragici eventi.
Gli attacchi a Boston, in altre parole, stanno vanificando gli sforzi del presidente per porre un freno alla proliferazione delle armi da fuoco.

Sul piano della politica estera, dopo le bombe alla maratona Obama ha parlato al telefono con il suo omologo russo, Vladimir Putin, convenendo sulla necessità di “proseguire sulla via della cooperazione nella lotta al terrorismo e sui temi della sicurezza”. Washington potrebbe dunque schierarsi con Mosca in nome dell’antiterrorismo. Secondo Limes:

Nell’attesa che le indagini chiariscano questo e altri aspetti, si vanno delineando alcuni possibili risvolti della vicenda sui rapporti Usa-Russia. Alle soglie del nuovo millennio, una serie di attentati (tra cui quelli ad alcuni edifici di Mosca del 1999) fornì a Vladimir Putin un valido pretesto per scatenare la seconda guerra cecena e riacquistare il (pressoché) totale controllo del Caucaso settentrionale.
Malgrado le proteste degli attivisti per i diritti umani, in America e altrove, Washington non obiettò a una guerra il cui fine (dichiarato e reale) era la preservazione dell’unità territoriale russa e la lotta al terrorismo jihadista, che nel caso ceceno traeva alimento dalla lotta per l’indipendenza. Specialmente dopo l’11 settembre e l’inizio dell’intervento in Afghanistan, gli sforzi di Putin per sradicare la guerriglia islamica dal Caucaso verranno benedetti apertamente dalla Casa Bianca.
Alla vigilia delle Olimpiadi invernali di Soci, in programma per il 2014, Mosca è ansiosa di sradicare qualsiasi minaccia terroristica e a tal fine la vicenda di Boston sembra offrire una preziosa opportunità. La Russia ha a lungo sostenuto i legami dei jihadisti caucasici con al Qa’ida, trovando però nell’amministrazione Obama un interlocutore tiepido. Ora è possibile che queste tesi suscitino una rinnovata attenzione a Washington, cui Mosca ha già offerto piena assistenza alle indagini in corso.
L’esito finale potrebbe essere un incremento della cooperazione bilaterale in materia di antiterrorismo, peraltro funzionale all’auspicato riavvicinamento tra i due paesi, a lungo perseguito dall’amministrazione – da ultimo con la recente visita a Mosca del consigliere per la sicurezza nazionale Tom Donilon.
Sinora tali sforzi sono stati pregiudicati (tra l’altro) dalle divergenze sulla postura verso il regime siriano, dai propositi russi di riarmo e da episodi puntuali, come la vicenda delle adozioni statunitensi di bambini russi bloccate dal Cremlino, il giro di vite legislativo di Mosca verso le ong straniere e il parallelo processo all’attivista Viktor Navalnij. Ma anche dal Magnitskij Act, la legge con cui il Congresso statunitense ha inteso punire i russi accusati di violare i diritti umani.
Sulla scia dei fatti di Boston, alcune di queste divergenze potrebbero essere accantonate in nome del superiore interesse alla lotta al terrorismo. Purché la pista terroristica risulti effettivamente confermata e il Cremlino non interpreti eventuali aperture di credito americane come un’acquiescenza implicita a un inasprimento della repressione interna, specialmente (ma non solo) nel Caucaso settentrionale.

Per Obama si tratta di un’altra sconfitta: la proposta di cooperazione a Putin giunge proprio nei giorni in cui i rapporti con la Russia (mai del tutto normalizzati, a dispetto del “reset” annunciato nel 2009) registrano una nuova altalena di alti e bassi.

In queste settimane, schiaffi e carezze si sono susseguiti senza sosta. Dapprima la mini-guerra fredda sulle adozioni di bimbi russi da parte di famiglie americane. Poi la pubblicazione dell’americana lista Magnitskij per la messa al bando di 18 alti funzionari russi, seguita da quella russa contro altrettanti funzionari americani. Infine la visita a Mosca del consigliere della Casa Bianca per la sicurezza nazionale, Tom Donilon, il quale ha consegnato ai suoi omologhi russi una lettera a firma del presidente Obama.
Adesso, la cooperazione tra i due Paesi in tema di sicurezza potrebbe scattare anche nelle indagini sugli attentati di Boston, sebbene i servizi segreti russi abbiano lasciato filtrare di non aver fornito alcuna informazione sui fratelli Tsarnaev.

Al di là di quelli che saranno i risultati finali, per Obama è l’implicita ammissione di non poter affrontare il problema della lotta al terrorismo prescindendo dall’aiuto di Mosca. E per Putin, l’occasione di incassare un tacito consenso alla repressione - di quel che resta – della guerriglia cecena, sullo sfondo delle crescenti preoccupazioni per la sicurezza delle Olimpiadi invernali di Soci 2014, a breve distanza dal nord del Caucaso.

In principio fu il debt ceiling. Poi la volta del fiscal cliff. Infine del sequester. Sta di fatto che in questi giorni l’attenzione degli analisti economici di tutto il mondo è di nuovo concentrata sul debito pubblico americano. Per la terza volta in 18 mesi.
Sabato 2 marzo, fallita l’ultima possibilità di un accordo con i repubblicani, il presidente Barack Obama ha firmato il decreto che ha fatto scattare la dieta da 85 miliardi di dollari (0,5% del PIL) fino a settembre e 1.200 miliardi in 10 anni, prevista dall’accordo per l’aumento del tetto del debito del 2011. Ora i tagli automatici alla spesa sono entrati ufficialmente in vigore.

Fabrizio Goria su Linkiesta spiega cosa è il sequester:

Ma cosa è il sequester? In breve, è un taglio generalizzato della spesa pubblica. Secco e lineare, del valore di 85 miliardi l’anno fino al 2012, il sequester colpisce qualsiasi programma, progetto o attività federale, come spiega la legge che lo regolamenta, il Budget control act dell’agosto 2011. Si tratta dell’atto che ha permesso di innalzare il debt ceiling, il tetto del debito federale, sforato più volte negli ultimi due anni. In assenza di un deal fra democratici e repubblicani per tagli alla spesa pubblica (non lineari, ma mirati) da 1.200 miliardi di dollari, ecco che arriva il sequester a fare il suo dovere.
La banca d’affari J.P. Morgan lo ha definito «un immenso mostro, un blob che viaggia per gli Stati Uniti e taglia linearmente tutto quello che incontra, dalla difesa alla sanità». Non è la prima volta che gli Stati Uniti vanno nel panico per qualcosa di cui sarebbe facile trovare la soluzione. Così è stato per il debt ceiling. Nell’agosto 2011, proprio a seguito del mancato accordo fra democratici e repubblicani, è arrivato il primo downgrade del debito sovrano statunitense della storia. Standard & Poor’s tagliò il rating americano privandolo della tripla A, nonostante la confermata sicurezza dell’investimento nel debito Usa. Accordo trovato in extremis e poi via con il nuovo pericolo, il Fiscal cliff.
Il baratro fiscale da 600 miliardi di euro è stato per ora solo rimandato, ma a breve tornerà a farsi sentire nel dibattito politico americano.

In altre parole, per il 2013 i tagli sono stati firmati da Obama e saranno effettivi dai prossimi giorni, prosciugando 85 miliardi di dollari di spesa pubblica per gli Usa. La sensazione è che però sia il frutto di una prova di forza di Obama. Nonostante questo sia il suo ultimo mandato, e forse anche proprio per questo motivo, il presidente sta conducendo una battaglia serrata contro Boehner e i repubblicani, considerati troppo dogmatici da Washington. «È chiaro che vincerà Obama, ha il coltello dalla parte del manico e adesso scaricherà la firma dei primi tagli sui repubblicani, aizzando l’opinione pubblica contro di loro», spiega una nota mattutina di Goldman Sachs.
Chi invece non sembra risentire degli effetti del sequester è Wall Street.

Lettera43 cerca di analizzare le riduzioni nel dettaglio:

La cura dimagrante da 1.200 miliardi di dollari in 10 anni significa una riduzione di 109 miliardi di dollari all’anno. Valida per l’intero comparto dell’amministrazione federale, perché il congegno pensato nel 2011 decurta in maniera cieca su tutti i settori della spesa.
PENTAGONO: 492 MLD IN MENO. La contrazione più significativa, però, è destinata a subirla la Difesa: 47 miliardi per il 2013 e 492 miliardi nel prossimo decennio, una dieta pari a oltre il 10% del budget attuale.
I programmi d’acquisto di tank e sommergibili sono destinati a essere rivisti. Compreso il costosissimo programma degli F35, il cui costo dal primo contratto del 2001 è lievitato del 75%, per una spesa complessiva che secondo l’agenzia finanziaria Bloomberg è pari a 395,7 miliardi, di cui 9,4 solo nel 2013.
La sequestration non prevede la possibilità di ridurre il personale, voce che pesa per l’85% della spesa delle agenzie federali. Ma il Pentagono ha già pensato di ovviare all’ostacolo, mandando in congedo non pagato circa 800 mila dipendenti civili.
OBAMACARE, TAGLIO DI 7 MLD. Oltre alla Difesa, scatta la tagliola sulla Sanità. Il programma di assistenza medica per gli anziani, noto come Medicare, è destinato a perdere 10 miliardi nel 2013 e 123 fino al 2023: un calo pari a circa il 2% del budget. Le forbici colpiranno ospedali e medici, compagnie farmaceutiche e fornitori di servizi sanitari. Mentre altri 7 miliardi saranno decurtati dall’Obamacare, il nuovo sistema di assicurazione sanitaria, cavallo di battaglia del presidente Usa
Il bilancio degli altri comparti verrà ridotto complessivamente dell’8,2% circa: 322 miliardi in un decennio persi dall’educazione, dalle agenzie di sicurezza e di tutela del territorio.
La sequestration prevede anche una sforbiciata di 41 miliardi ai sussidi di disoccupazione percepiti per più di sei mesi (riguardano 3,8 milioni di persone), e risparmi sul sostegno all’agricoltura e ai servizi sociali, compreso un taglio di 1,3 miliardi al fondo per lo studio dell’infanzia in difficoltà.

Repubblicani e democratici non sono mai stati nemmeno vicini a trovare un’intesa. I primi si sono opposti a qualunque aumento di tasse, mentre per i secondi l’alternativa ai tagli doveva essere composto in parti uguali da riduzioni di spesa e aumento delle tasse ai ricchi – attraverso la “chiusura” delle cosiddette tax loopholes, le scorciatoie ed esenzioni fiscali che permettono sopratutto ai contribuenti più facoltosi di pagare aliquote molto basse.

La prossima giornata di passione sarà il 27 marzo. Entro tale data il Congresso dovrà votare il provvedimento che destinerà circa mille miliardi di dollari per mantenere l’amministrazione funzionante fino al 30 settembre. Se lo stanziamento sarà superiore a tale soglia, il budget federale sarà abbastanza grande da annullare i tagli del sequester, ma i repubblicani hanno già fatto sapere che approveranno la legge soltanto per una cifra inferiore. A questo punto, è probabile che i democratici cercheranno non di aggirare il sequester, bensì di rimodulare i tagli previsti in modo da e renderli più flessibili.
In ogni caso il prezzo più pesante di questo sterile braccio di ferro, come prevedibile, lo pagheranno le persone comuni: secondo Obama, i tagli alla spesa sono destinati ad avere un “effetto domino” sull’economia e porteranno alla perdita di 750.000 posti di lavoro.

E dire che non pochi ben pensanti (italiani) invitano a prendere l’America come esempio proprio perché lì “la politica pensa prima agli interessi del Paese e poi a quelli del partito”, come si è sentito ripetere anche in questa prima settimana post elettorale. 

Nella mattinata del 12 febbraio la Corea del Nord ha condotto un test nucleare, il terzo nella storia del Paese – dopo quelli del 2006 e del 2009 – e il primo da quando a capo del regime c’è Kim Jong-un. L’esperimento giunge un mese e mezzo dopo che, in metà dicembre, era stato effettuato il quinto lancio (riuscito, a differenza dei precedenti quattro) di un missile a tre stadi a lungo raggio, potenzialmente in grado di raggiungere gli Stati Uniti.
La politica estera di Pyongyang ha abituato gli analisti ad un’altalenante serie di minacce e toni distensivi, e questo test non rappresenta che l’ultimo capitolo della retorica muscolare a cui il regime nordcoreano ci ha abituato.

Di nuovo, stavolta, ci sono due elementi.
Primo. l’esplicito riferimento alla “deterrenza nucleare” nei confronti degli Stati Uniti (con cui pure aveva raggiunto un accordo meno di un anno fa). Menzione che arriva proprio nei giorni in cui è in corso un’esercitazione congiunta tra le marine militari del Sud e degli Stati Uniti.
Secondo. A nulla sono serviti gli inviti della Cinanon privi di toni ultimativi - alla moderazione. Pechino è l’unico partner commerciale e politico di rilievo di Pyongyang, stante l’isolamento quasi totale del regime nordcoreano, e già in passato i suoi appelli avevano contribuito a placare le intemperanze del proprio controverso vicino. Ma non questa volta.
Analizzando il contesto internazionale dell’evento, risalta come il regime di Kim Jong-un abbia scelto di effettuare il test in un momento molto delicato, visto che in diversi Stati la leadership politica è cambiata da poco (Giappone) o sta per cambiare ufficialmente (Corea del Sud, Cina). Ciò rappresenta un messaggio molto negativo per le future ipotesi di denuclearizzazione della regione.

Questo aspetto ci aiuta a comprendere la valenza del gesto. Più che un risultato militare, la Corea del Nord sembra perseguire un duplice obiettivo politico. Primo: rimarcare agli occhi di amici (Cina) e nemici (Corea del Sud, Stati Uniti e Giappone) l’intangibilità della nazione nordcoreana. Secondo: consolidare l’immagine di Kim Jong-un, ricompattando una popolazione le cui condizioni di vita rimangono molto dure.

Il test nucleare è anche il risultato di un errore di calcolo dell’amministrazione Obama, la quale ha sbagliato cercato di trattare l’affare nordcoreano con un mix di incentivi positivi (derrate alimentari ad una nazione prostrata dalla fame) e negativi (nuove sanzioni) allo scopo di coinvolgere costruttivamente la Corea del Nord nel contesto multilaterale dei colloqui a sei. Sotto la sua politica di “pazienza strategica“, il presidente ha chiesto più volte a Pyongyang di dare qualche segnale concreto della propria volontà di trattare.
Tuttavia, questo approccio ha i suoi inconvenienti. In primo luogo, concede a Pyongyang il tempo necessario per perfezionare il proprio programma nucleare. In secondo luogo, rende la situazione cronicamente instabile, lasciando alla Nord Corea il coltello dalla parte del manico.
Forse ha pesato troppo la convinzione che, con l’avvento del giovane Kim Jong-un, la Corea del Nord potesse intraprendere un percorso di riforme in analogia a quanto avvenuto in Birmania. Ma Pyongyang non è Napiydaw, come i fatti stanno dimostrando.

Eppure la Corea del Nord possiede la chiave sia per venir fuori dalla miseria che per suscitare l’interesse delle grandi potenze senza ricorrere agli esperimenti nucleari. Il sottosuolo del Paese potrebbe contenere un tesoro di risorse minerarie – comprese le cd. terre rare – dal valore potenziale di circa 6 trilioni di dollari.
Ma senza un concreto piano di riforme economiche, il tesoro resterà sotto terra, così come la miseria in superficie. Ora come ora, la Corea del Nord sta sacrificando l’opportunità di costruire un futuro più prospero in nome di una corsa agli armamenti fine a se stessa.

Il mondo è oggi un luogo più pericoloso di quanto non fosse appena 48 ore fa.

Sono la principale innovazione bellica degli anni Duemila: i droni, gli aerei senza pilota (in inglese UAV: Unmanned Aerial Vehicles). Da anni sono lo strumento principale attraverso cui gli Stati Uniti affrontano la global war on terror. Afpak, ma anche Iraq, Somalia, Yemen e ultimamente Messico sono i principali scenari del loro utilizzo.
Se si escludono alcuni sporadici raid dei primi anni, la vera e propria “guerra dei droni” ha avuto inizio nell’agosto del 2008, quando Bush autorizzò l’intensificazione degli attacchi (trenta in pochi mesi) nelle province di confine tra Afghanistan e Pakistan. Ma è stato Obama a farne un uso massivo e continuo, estendendone l’impiego negli altri continenti.
Un anno fa notavo le operazioni segrete sul campo e i droni dall’alto, sotto la regia di CIA e Pentagono, giocheranno un ruolo sempre più importante nelle operazioni antiterrorismo. Prova ne è la nomina, a capo della CIA, di quel John Brennan che era stato consigliere per l’antiterrorismo della Casa Bianca e che ha contribuito a pianificare (attraverso la cosiddetta Kill list) l’eliminazione fisica dei terroristi più pericolosi proprio per mezzo dei droni.

Ora, è di qualche giorno fa la notizia che l’Ufficio dell’Alto commissario per i diritti umani ha aperto un’inchiesta – su domanda di diversi Paesi – per accertare i danni delle scorribande dei droni tra le popolazione civili nelle aree in cui sono impiegati, per chiarire se la loro azione non si possa configurare come un crimine di guerra.
L’ONU intende studiare 25 casiin cui sarebbero morti almeno 500 civili in operazioni in Yemen, nelle aree tribali del Pakistan, in Somalia, Afghanistan e Gaza. In realtà i numeri sembrano molto più alti.
Il Post:

Gli obiettivi più immediati dello studio riguarderanno 25 attacchi di droni avvenuti negli ultimi anni in Pakistan, Afghanistan, Somalia e nei territori palestinesi. A chi gli ha chiesto se la commissione si sarebbe dedicata in via preferenziale agli Stati Uniti, Emmerson ha risposto “assolutamente no”. Attualmente 51 paesi del mondo sono in possesso di tecnologia per sviluppare droni, ma il leader, in un mercato che è previsto raggiunga i 50 miliardi di euro di giro d’affari nel 2022, sono proprio gli Stati Uniti.
La decisione di aprire un’indagine sull’uso di droni ha incontrato il favore di molti oppositori delle politiche dell’amministrazione Obama. Hina Shamsi, direttrice del National Security Project all’American Civil Liberties Union, ha dichiarato: “Accogliamo quest’indagine nella speranza che la pressione internazionale possa riportare gli Stati Uniti in linea coi dettami della legge internazionale, che limitano severamente il ricorso alla forza letale”. La commissione investigativa, infatti, probabilmente si occuperà da vicino delle decisioni della Casa Bianca: negli ultimi anni l’amministrazione Obama ha reso l’utilizzo di droni per esecuzioni mirate un perno della sua politica estera, tanto che nel solo Pakistan – ha calcolato il Bureau of Investigative Journalism – i raid della CIA avrebbero ucciso poco meno di 3.500 persone, di cui quasi 900 civili. Secondo i dati diffusi da un think tank liberal, New American Foundation, il numero delle uccisioni mediante droni dell’amministrazione Obama è più di quattro volte quello dell’amministrazione Bush.

Per un quadro completo sul dossier droni si veda questa lunga analisi (di aprile, ma tuttora incardinata nell’attualità) su Michael Hastings sulla rivista Rolling Stones, tradotta qui. Eccone alcuni significativi passaggi:

L’utilizzo dei droni sta rapidamente trasformando il nostro modo di condurre la guerra. Sul campo di battaglia un capo plotone può ricevere dati in tempo reale da un drone che gli permettono di avere una visione della zona per miglia in tutte le direzioni, aumentando le capacità d’azione di quella che normalmente sarebbe stata un’unità piccola e isolata. “È un’informazione sul campo resa democratica,” dice Daniel Goure, un esperto di sicurezza nazionale che ha lavorato al Ministero della Difesa durante entrambe le amministrazioni Bush. “È l’equivalente di Twitter nel campo della ricognizione.” I droni hanno anche cambiato il volto della CIA, trasformando un’agenzia civile di raccolta di informazioni in un’organizzazione paramilitare a tutti gli effetti – un’organizzazione che colleziona lo stesso numero di scalpi di qualsiasi altro corpo dell’esercito.

“I droni sono diventati l’arma antiterrorismo di elezione per l’amministrazione Obama,” dice Rosa Brooks, una docente di Legge di Georgetown che ha collaborato all’istituzione di un nuovo ufficio del Pentagono dedicato alle politiche legali e umanitarie. “Quello che credo non si sia fatto abbastanza è fare un bel passo indietro e domandarsi: ‘Non staremo creando più terroristi di quanti ne uccidiamo? Non staremo promuovendo militarismo ed estremismo, proprio nei luoghi dove li stiamo attaccando?’ Molto di quel che riguarda le azioni coi droni è avvolto nella segretezza. È molto difficile valutare dall’esterno quanto siano davvero pericolose le persone prese di mira.”

Il basso costo e l’efficacia letale dei droni – la morte per telecomando – ne hanno fatto uno strumento imprescindibile per le maggiori potenze militari, così come per qualunque dittatore da operetta. Il mercato globale per i velivoli senza pilota è oggi di 6 miliardi di dollari all’anno, con più di 50 paesi a fare da acquirenti.

Sia il Pentagono sia la CIA amano vantarsi delle azioni teleguidate che hanno eliminato nemici combattenti nel corso della Guerra al Terrorismo.

Ma per ogni obbiettivo di “alto valore” ucciso dai droni, c’è un civile o un’altra vittima innocente che ne paga il prezzo. Il primo grande successo ottenuto dai droni – l’attacco del 2002 che eliminò il leader di AL Qaeda nello Yemen – comportò anche la morte di cittadini statunitensi.

In effetti, entrando in carica Obama ha ereditato due distinti programmi per l’uso dei droni – e dopo le insistenze del Vice Presidente Joe Biden, che ha premuto parecchio per una maggior attenzione alle tattiche antiterroristiche, li ha ampliati entrambi radicalmente. Il primo programma, che rientra nel campo d’azione del Pentagono, si concentra soprattutto sulla ricognizione e sugli attacchi aerei che proteggono le truppe sul terreno. “Il successo più grande dei droni è quello di mantenere vivi i soldati americani,” dice Goure. Il programma del Pentagono, che si sviluppa più o meno in maniera non riservata, è localizzato in più di una dozzina di centri in tutto il mondo, dal Nevada all’Iraq. In un ampio hangar della base aerea di Al Udeid (nel Qatar), tre avvocati militari coprono a turno le ventiquattr’ore, pronti a sottoscrivere le autorizzazioni alle missioni dei droni.

Il programma droni della CIA, al contrario, è stato sviluppato in segreto. Gli avvocati dell’agenzia devono controfirmare gli attacchi, ma la procedura rimane classificata, e la supervisione è assai meno restrittiva di quella attuata in campo militare. A rendere le cose ancora più torbide, la CIA effettua i suoi attacchi coi droni in zone dove ufficialmente gli USA non sono in guerra, inclusi Yemen, Somalia e Pakistan. “Se ci si trova in Afghanistan sarà l’aviazione a decidere l’attacco,” dice un ex funzionario della CIA addentro al programma droni. “Se invece ci si trova in pieno territorio pachistano, la faccenda viene affidata alla CIA.”

Gli attacchi senza equipaggio contro obbiettivi di alto profilo – chiamati “personality strike” – di solito necessitano dell’approvazione di un avvocato come Rizzo, del capo della CIA e qualche volta del Presidente in persona.

Ma per paesi come il Pakistan ciò che l’America considera un attacco legittimo contro dei terroristi è da considerarsi poco meno che la versione militarizzata di un omicidio.

Per Obama – un uomo noto per meticolosità e moderazione – i droni rappresentano un sistema maggiormente mirato di condurre operazioni belliche; un sistema con la potenzialità di eliminare i colpevoli di terrorismo e di limitare le vittime statunitensi. “Il numero di personale USA a rischio è minore,” dice Brooks, il docente di legge che ha consigliato il Pentagono. “La tecnologia rende logiche le scelte che riducano i costi dell’uso di forza letale.”

Nel corso dell’anno passato, tuttavia, il crescente affidamento prestato dal presidente ai droni ha provocato sempre più dissidi all’interno dell’amministrazione.

Alla Casa Bianca questa crisi ha scatenato una piccola baruffa tra gli addetti alla sicurezza nazionale del presidente e la CIA.

Resta incerto quale sia il ruolo svolto dalla Casa Bianca nella scelta dei nomi che finiscono sulla lista dei bersagli. Alcuni funzionari hanno parlato di una commissione segreta all’interno del Consiglio di Sicurezza Nazionale [NSC] che terrebbe una lista dei bersagli da eliminare o catturare. La commissione, di cui nessun documento ufficiale autorizza l’esistenza, si dice coinvolga uno dei massimi consulenti antiterrorismo, John Brennan, che è stato uno dei più accaniti difensori della decisione dell’amministrazione Bush di torturare i prigionieri di Guantanamo. Altri funzionari che hanno familiarità con la procedura di selezione dei bersagli affermano che l’idea di una commissione segreta sia una vera esagerazione. L’NSC, insistono, nella maggior parte degli attacchi di droni non è affatto coinvolto, certo non su base quotidiana – specialmente riguardo i “signature strike” effettuati dalla CIA. Questo vuol dire che la CIA possiede ancora una notevole autonomia nel programmare la propria lista di uccisioni, con una supervisione limitata da parte della Casa Bianca. Così la mette un ex funzionario della CIA: “L’NSC decide quando il presidente debba essere coinvolto – e quali impronte digitali lasciare, sempre che se ne lascino.”

I droni offrono al governo un’arma precisa e avanzata per la sua guerra al terrorismo – eppure molti di coloro che vengono uccisi dai droni sembra che terroristi non lo siano affatto. Infatti, secondo uno studio dettagliato sulle vittime dei droni redatto dal Bureau for Investigative Journalism, almeno 174 tra coloro che sono stati eliminati da droni avevano un’età inferiore ai 18 anni – in altre parole, erano bambini. Altre stime di gruppi per i diritti civili, che includono gli adulti che verosimilmente erano semplici civili, alzano la cifra delle vittime innocenti a più di 800. I funzionari statunitensi rigettano simili cifre – “cazzate” mi ha detto un funzionario dell’amministrazione. Brennan, uno dei principali consiglieri di Obama sul terrorismo, lo scorso giugno insisteva assurdamente che non c’è stato “un solo civile” ucciso dai droni durante l’anno precedente.

La questione dei droni e degli omicidi mirati ha attirato sempre più critiche al presidente degli Stati Uniti, specie dopo un articolo del New York Times di giugno, secondo cui ogni martedì viene sottoposta a Obama una “Kill List”, ossia una lista di jihadisti e terroristi da eliminare redatta da cento alti funzionari di CIA e Pentagono. A Obama spetta l’ultima parola su chi uccidere e chi no, e in queste decisioni è aiutato dall’allora consigliere antiterrorismo John Brennan, da quello per la Sicurezza nazionale Tom Donilon e dal suo stratega politico David Axelrod.
In quei giorni scrivevo:

Obama crede nella pace, ma non è un pacifista. E’ sempre stato consapevole che  le belle parole da sole non sarebbero bastate ad estirpare il cancro del terrorismo. La sua idea politica è la perfetta applicazione del si vis pace, para bellum. Come scrivevo in ottobre:

Obama, nel suo discorso alla consegna del Nobel, riconosceva che: “Il male esiste, la promozione dei diritti umani non può essere solo un’esortazione. Ci saranno momenti in cui le nazioni, da sole o di concerto, troveranno l’uso della forza non solo necessario ma moralmente giustificato. Difficile immaginare una guerra più giusta [della Seconda Guerra Mondiale, nda]. Un movimento non violento non avrebbe potuto fermare le armate di Hitler. I negoziati non possono convincere i capi di al-Qa’ida a deporre le armi. Dovremo pensare in modo diverso alle nozioni di guerra giusta e pace giusta”, ammettendo così che i valori di pace e giustizia non possono realizzarsi senza una sana dose di pragmatismo.
Forse è per questo che l’America non era mai stata impegnata su così tanti fronti come da quando è guidata da Obama: due guerre in corso in Iraq e Afghanistan, a cui si aggiungono altre guerre fantasma(con i droni) in Pakistan, YemenSomaliaMessico e, ultimamente, Uganda. Eppure questo atteggiamento, discutibile su un piano ideale, si è rivelato più fruttuoso di quello viceversa (fin troppo) concreto di Bush: ques’ultimo ha sperperato miliardi di dollari nelle campagne mediorientali, gonfiando ildebito Usa e abdicando di fatto dal ruolo di unica superpotenza che l’ex governatore del Texas aveva ereditato da Clinton, con l’aggravante di quasi 5.000 soldati caduti 225.000 morti totali. Obama, invece, ha saputo togliere di mezzo tre nemici come Bin Laden, al-Awlaki e Gheddafi senza perdite umane.

L’aggressività mostrata nella lotta contro al-Qa’ida ha contrariato quanti credevano che la tortura e le guerre ombra fossero un ricordo del passato. Le azioni promosse o supervisionate da Obama sono spesso rimaste imperscrutabili, coperte dal silenzio e senza alcun avallo di quelle organizzazioni internazionali di cui lo stesso presidente aveva sempre esaltato il ruolo.
Interessante questo articolo di Linkiesta, dove si spiega che nessun presidente ha fatto ricorso all’omicidio segreto quanto Obama

Adesso quel John Brennan, che la Kill list l’aveva creata, sarà il nuovo direttore della CIA - in sostituzione di David Petraeus.
In generale, Brennan è stato una figura chiave dell’amministrazione Obama negli ultimi anni: come consigliere per l’antiterrorismo della Casa Bianca, ha contribuito a pianificare il programma di eliminazione fisica dei terroristi più pericolosi per mezzo dei droni. Il Washington Post ne offre questo ritratto.
Quanto all’uso dei droni, prima visto con sospetto, ora asse portante della caccia ai jihadisti, Linkiesta racconta:

Per anni gli Usa hanno espresso perplessità sugli omicidi mirati operati da Israele. La situazione è cambiata con l’11 settembre. Tanto Bush quanto Obama hanno affermato il diritto degli Stati Uniti, in guerra con al Qaeda, di difendersi dai terroristi ad ogni latitudine, colpendoli ovunque si trovassero. Lo scorso marzo in un incontro con gli studenti della Northwestern University di Chicago il ministro della Giustizia Eric Holder ha spiegato la coerenza con il diritto internazionale di guerra di queste operazioni, comprese quelle che prendono di mira cittadini americani, come Anwar al Awlaki, ucciso in Yemen nel settembre 2011: «Ci sono casi in cui il governo ha l’autorità, o meglio la responsabilità, di difendere il Paese con l’uso appropriato e legale di forza letale». Washington, sostiene Holder, ha il diritto di intervenire quando la minaccia di attacco è imminente e quando la cattura del terrorista non è possibile.
Un’inchiesta comparsa a fine maggio sulle pagine del New York Times ha descritto l’ispirazione della strategia obamiana – l’adesione alla teoria della “guerra giusta” – e le procedure operative: ogni settimana, durante gli incontri del Terror Tuesday, al presidente viene sottoposta una “kill list” di jihadisti da eliminare, stilata col contributo decisivo di John Brennan – consigliere per l’anti-terrorismo, appena nominato da Obama capo della Cia – al termine di un processo di selezione che, fra servizi segreti e Pentagono, coinvolge circa cento alti funzionari.
Negli ultimi anni, però, c’è stato un salto di quantità nel livello degli strike: non più solo i leader operativi di al Qaeda, impegnati nell’organizzazione di attentati contro l’America – la cui rete, soprattutto in Pakistan, si va destrutturando – ma i militanti delle varie sigle estremiste, in lotta con i propri governi, e che spesso controllano intere regioni, del Pakistan, della Somalia, dello Yemen. Di qui la necessità, sottolineata dallo stesso Obama, di un rule book formale sull’utilizzo dei droni. «Creare una struttura legale, con una serie di processi e di controlli sull’utilizzo delle unmanned weapons è una sfida per me e per i miei successori», ha dichiarato il presidente in un’intervista con Mark Bowden, autore del libro “La cattura”, dedicato all’uccisione di Osama bin Laden.
Le Nazioni Unite sono in allarme, tanto da avere pianificato l’apertura di un’inchiesta sull’operato di Washington.

Anche la politica delle extraordinary renditions appare destinata a continuare.

In proposito, pochi giorni fa un tribunale americano ha condannato la Engility Holdings, una compagnia militare privata, a rimborsare 71 ex detenuti del carcere di Abu Ghraib, sottoposti a torture e abusi durante l’occupazione dell’Iraq.
Spicca  silenzio (assordante, come si dice in questi casi) di CIA, Pentagono e Casa Bianca.

1 gennaio 2013. Per tutti è il primo giorno del nuovo anno; per l’America potrebbe essere l’inizio di un incubo.

Il Post:

Con l’arrivo del nuovo anno, infatti, negli Stati Uniti entreranno in vigore automaticamente tagli alla spesa per un totale di 607 miliardi di dollari solo nel 2013, che andranno a colpire soprattutto i settori dei servizi sociali, della difesa e dell’istruzione. Inoltre, sempre il primo gennaio 2013 scadranno una serie di esenzioni e vantaggi fiscali in vigore da diversi anni. La famiglia media americana dall’oggi al domani si troverà a pagare oltre 3.000 dollari di tasse in più all’anno (alcuni collocano questa stima ancora più in alto). Come se non bastasse, il primo gennaio del 2013 scadrà anche il cosiddetto “tetto del debito” (ci arriviamo).

Perché si è arrivati a questa scadenza?
Parte delle esenzioni fiscali in scadenza sono quelle approvate da George W. Bush a favore delle fasce più ricche della popolazione. Contemporaneamente, però, scadranno una serie di esenzioni fiscali approvate dall’amministrazione Obama col pacchetto di stimolo all’economia approvato all’inizio del 2009, dirette soprattutto alla classe media e ai disoccupati.
Un’altra serie di tagli scatterà automaticamente in ragione dell’accordo raggiunto faticosamente durante l’estate del 2011 da democratici e repubblicani, quando si trattò di alzare il tetto fissato dalla legge per le dimensioni del debito pubblico americano, concedendo così al governo di continuare a prendere denaro in prestito. L’accordo prevedeva, tra le altre cose, che il Congresso avrebbe dovuto approvare tagli alla spesa per 98 miliardi entro la fine del 2012, altrimenti sarebbero entrati in vigore dei tagli automatici e lineari su due capitoli di spesa: servizi sociali e istruzione, cari ai democratici, e l’esercito, caro ai repubblicani. A tale scopo si insediò un cosiddetto “super comitato” – composto da 12 membri, 6 democratici e 6 repubblicani – che non riuscì a trovare un compromesso.

Di nuovo il tetto del debito
Un’altra scadenza si è accavallata a quelle di cui sopra: il ministro del Tesoro Timothy Geithner ha diffuso ieri una lettera in cui ha spiegato che il tetto massimo del debito pubblico statunitense, stabilito per legge a 16.394 miliardi di dollari, sarà raggiunto il 31 dicembre 2012 e non nel 2013, come era stato previsto mesi fa.

Perché è complicato trovare un accordo?
La ragione è semplice: perché dal 2010 negli Stati Uniti il Senato è a maggioranza democratica e la Camera è a maggioranza repubblicana, e un accordo per entrare in vigore dev’essere votato nella stessa forma da entrambi i rami del Congresso. Democratici e repubblicani devono mettersi d’accordo, insomma. La trattativa fin qui è stata condotta da Barack Obama e dai leader di maggioranza: John Boehner, speaker e capo dei repubblicani alla Camera, e Harry Reid, capo dei democratici al Senato.

Fabrizio Goria su Linkiesta:

I mercati finanziari, nel frattempo, sono sempre meno ottimisti. «Il baratro sarà realtà entro pochi giorni e poi si vedrà», diceva oggi una nota di Morgan Stanley. Una presa di coscienza verso quello uno scenario per ora difficile da prevedere. È facile, come spiega J.P. Morgan, che un accordo si trovi entro la fine del primo trimestre del 2013. In tempo utile, quindi, prima che si palesino gli effetti più devastanti dell’innalzamento delle imposte e l’arrivo dei tagli automatici alla spesa. Eppure, un rischio c’è. E quello di un ulteriore downgrade degli Stati Uniti. E si tratterebbe del secondo declassamento dopo quello di Standard & Poor’s avvenuto nell’agosto 2011, quando Washington perse il suo rating AAA.

L’America balla però su un altro burrone. Anzi, per la precisione, su un tetto. Si tratta del Debt ceiling, il tetto del debito. Nella notte scorsa il segretario del Tesoro Timothy Geithner ha comunicato al Congresso che il limite massimo del debito, già innalzato nel 2011, sarà superato nuovamente. Il 31 dicembre prossimo saranno sorpassati i 16.400 miliardi di dollari. E il Tesoro ha comunicato che è pronto il piano di contingenza per evitare il default americano. Ipotesi non troppo remota, come si è visto un anno e mezzo fa. Per la precisione, una volta che il Debt ceiling sarà infranto, il Tesoro avrà l’autorità per sospendere le emissioni di debito tramite due fondi specifici, il Civil service retirement and disability fund (Csrdf) e il Postal service retiree health benefits fund (Psrhbf). Nel caso particolare del Csrdf, il 31 dicembre dovrebbe esserci il pagamento di interessi per circa 16 miliardi di dollari verso il fondo stesso, che in genere sono reinvestiti. Il Tesoro potrebbe bloccarli per poter utilizzare quelle risorse per fare fronte ad altre voci di spesa più immediate. Allo stesso modo, Geithner ha specificato che potrebbe bloccare il reinvestimento quotidiano del Government securities investment fund (G Fund), che rientra nel Federal employees’ retirement system thrift savings plan. Il G Fund non è altro che il fondo monetario che utilizza i fondi pensionistici degli impiegati federali. Così facendo, il Tesoro avrebbe a disposizione circa 156 miliardi di dollari a disposizione, l’intera somma del G Fund. Infine, la stessa misura potrebbe avvenire per l’Exchange stabilization fund, in modo da creare un cuscinetto di 23 miliardi di dollari.

In totale, se il Debt ceiling fosse superato, il Tesoro avrebbe a disposizione circa 200 miliardi di dollari per sopravvivere in attesa di un altro accordo sul debito. Poco, specie considerando l’immensa macchina federale statunitense. Ancora meno considerando il Fiscal cliffCiò che accadrà oltreoceano da qui a capodanno ci riguarda molto da vicino. L’Unione Europea è il primo partner commerciale degli Stati Uniti per investimenti e volume di scambi (pari a circa un terzo del commercio globale).

Queste dinamiche d’oltreoceano ci riguardano molto da vicino. Se non corretti in tempo, il fiscal cliff e il debt ceiling causerebbero un effetto domino sulla già claudicante economia europea.
In questi mesi quello che davvero interessava l’Europa non era tanto il nome del prossimo presidente, quanto la risposta che l’America avrebbe dato al problema del baratro fiscale. Con l’Eurozona entrata in recessione per la seconda volta in tre anni, se questa risposta non arrivasse in tempo sarebbe un duro colpo per il Vecchio continente.

Lettera43 spiega quali sarebbero le conseguenze:

1) Il nodo degli investimenti, tra multinazionali e servizi finanziari
Gli Usa investono nel Vecchio continente cifre triple rispetto all’Asia. [...] In totale gli investimenti americani sono più del 40% del totale degli investimenti stranieri nell’Unione europea (dati Eurostat): circa 1.200 miliardi di euro. [...] Se l’America dovesse vivere l’ennesima crisi, il groviglio di interessi incrociati tra Usa e Ue potrebbe riservare amare sorprese.

2) Export: tremano Berlino, Parigi e Londra
L’Europa esporta negli Usa più di ciò che importa. Il segno meno nella bilancia commerciale Ue si è registrato solo nel 2007 e nel 2009: ovvero i due anni più neri della crisi statunitense. [...]
Le prime aziende che potrebbero essere colpite dalla contrazione americana sono quelle della meccanica e dei trasporti. Rappresentano il grosso della torta dell’export europeo negli Usa: una fetta del 40%, nutrita dai big tedeschi francesi e italiani e da una rete di competitive Piccole e medie imprese.
Poi c’è la chimica, pari al 16,5% del totale: si tratta soprattutto di fabbriche di gomma e plastica, e di fertilizzanti, detergenti e cosmetici. Infine, a fare le spese della nuova crisi c’è in generale tutta la manifattura.

3) Italia, rischi per Finmeccanica e Fiat e per l’agroalimentare
L’Italia è il 15esimo fornitore americano a livello globale. Nei primi tre mesi del 2012 il valore dell’export italiano verso gli Usa ha superato gli 8 mila milioni di dollari, con un aumento di 700 milioni sullo stesso periodo del 2011.
Stando ai dati della Italian trade commission del Dipartimento del Commercio americano, i settori di punta delle nostre esportazioni sono meccanica, moda e agroalimentare, con percentuali rispettivamente del 21,1 del 14,7, e del 10,3%.
Un calo delle vendite in Usa, potrebbe avere effetti sui colossi in affanno come Finmeccanica e Fiat, come sull’esercito dei piccoli e medi imprenditori.

Un pool di analisti indipendenti è giunto alla conclusione che l’assalto al consolato americano di Bengasi nel quale ha perso la vita l’ambasciatore Chris Stevens è stato reso possibile da una sistematica disorganizzazione e da condizioni di sicurezza totalmente inadeguate. Qui il rapporto completo. La sintesi de Il Post:

Nel proprio rapporto, la commissione ricorda che ben prima degli attacchi erano state inviate dall’ambasciata di Tripoli richieste al Dipartimento di Stato per aumentare le misure di sicurezza nel paese. L’intelligence è inoltre accusata di essersi dedicata all’analisi di singoli pericoli per i funzionari statunitensi in Libia senza tenere in considerazione un quadro più generale, dal quale emergeva con una certa evidenza il deterioramento delle condizioni di sicurezza nel paese. Il rapporto cita come esempio diversi episodi avvenuti a Bengasi mesi prima dell’11 settembre come il crescente numero di omicidi, un attacco a un convoglio britannico e l’esplosione di un ordigno all’esterno di uno dei palazzi della missione diplomatica statunitense in Libia. Nei risultati dell’indagine ci sono anche critiche evidenti contro due uffici del Dipartimento, incaricati della sicurezza dei diplomatici statunitensi (“Diplomatic Security”) e dei rapporti con il vicino Oriente (“Near Eastern Affairs”), accusati di non essersi coordinati a sufficienza. Diversi funzionari sono stati anche accusati di avere svolto con scarsa efficacia le mansioni che erano state loro assegnate. Nella versione resa pubblica dell’indagine non ci sono comunque riferimenti a persone specifiche.

Chi ha negato aiuto?

Già qualche settimana fa Fox News ha rivelato che, durante l’assalto, gli uomini della CIA a Bengasi avevano chiesto rinforzi, ma qualcuno li ha negati. Secondo alcune voci, il presidente Obama avrebbe addirittura osservato l’attacco in tempo reale tramite le riprese dei droni dall’alto.

Nelle settimane seguenti, Limes ha rivelato che almeno una dozzina di velivoli da combattimento ha attraversato l’oceano nei giorni successivi all’assalto di Bengasi in direzione delle basi in Sicilia e a Creta. Gli Stati Uniti si tengono pronti per un attacco in Libia, ma l’operazione comporta rischi per almeno quattro motivi: non sa ancora bene chi colpire; c’è il rischio di alienarsi l’appoggio della Libia; manca una copertura legale per l’operazione; si potrebbe lasciare ai libici l’onere di occuparsi delle minacce libiche.

L’indagine indipendente commissionata dal Dipartimento di Stato ha già fatto cadere alcune teste. In seguito alla diffusione del rapporto, il responsabile della sicurezza per il corpo diplomatico del Dipartimento di stato americano, Eric Boswell, ha rassegnato le proprie dimissioni con effetto immediato. Secondo AP, si sono anche dimessi anche altri due funzionari del Dipartimento.

Il caso Petraeus

Inutile ricordare che le dimissioni più illustri sono state quelle del generale David Petraeus. Ufficialmente, l’uscita di scena di Petraeus è stata la conseguenza di un’indagine dell’FBI che voleva verificare una presunta violazione della sua casella email: sono state trovate così le missive con la sua biografa Paula Broadwell. Un terremoto partito dalle mail minatorie che la sua amante inviava a un’altra donna, percepita come una minaccia per la sua relazione. Il fatto è che i primi sospetti di una relazione con la Broadwell erano emersi già qualche mese fa; eppure il caso è scoppiato solo a novembre. Petraeus (qui la sua biografia mediatica) era un perfetto capro espiatorio nella vicenda dell’attacco dei jihadisti al consolato di Bengasi, utilizzando la giustificazione del tradimento coniugale tenuta a lungo nel cassetto. All’interno dell’agenzia si era fatto molti nemici, tutti avevano notato la sua assenza ai funerali di Stevens. Nella sua testimonianza, il generale ha puntato il dito sui vertici delle altre agenzie di intelligence federali, accusandole di aver modificato il primo rapporto CIA sui fatti di Bengasi in cui già si parlava di attacco terroristico.

Armi libiche verso la Siria

In realtà, c’è un motivo per cui tutti i rapporti che sull’affaire Bengasi sono così confusi. Oggi si sa che nella sede diplomatica agiva sotto copertura un nutrito staff della CIA, cui appartenevano ben 23 dei trenta funzionari in servizio presso il consolato (ammesso che fosse davvero un consolato). Gli altri erano in forza al Dipartimento di Stato. La missione, iniziata già poco dopo lo scoppio della rivolta nel febbraio 2011, aveva l’obiettivo di svolgere operazioni di antiterrorismo, oltre che di mettere in sicurezza gli armamenti pesanti rimasti (in)custoditi negli arsenali gheddafiani per evitare che cadessero nelle mani di jihadisti infiltratisi tra ribelli. Tuttavia quelle armi non sarebbero rimaste inutilizzate, poiché ci sono anche prove che i funzionari USA – in particolare, proprio l’ambasciatore Stevens – fossero a conoscenza dei flussi di armi pesanti dalla Libia ai ribelli siriani.

Ad esempio, si pensa ci sia qualche legame tra l’attentato di Bengasi e una nave libica con un carico di missili antiaerei SA-7-da 400 tonnellate, ancorata nel sud della Turchia, pronta per essere spedita ai ribelli siriani. L’uomo che ha organizzato la spedizione sarebbe Abdelhakim Belhadj, già noto alle cronache e collaboratore di Stevens durante la rivoluzione. Secondo Fox News, l’ultima riunione di Stevens prima di morire è stata con il console turco Ali Sait Akin per negoziare il trasferimento di tale carico. Poiché i funzionari intorno a Stevens erano quasi tutti agenti della CIA, l’agenzia di spionaggio era certamente a conoscenza del traffico di armi made in USA verso la Siria. E oggi si sa che i ribelli in lotta contro Assad sono composti in realtà al 95% da combattenti stranieri, anche qui con folte schiere di jihadisti al seguito (quiquiquiquiquiquiquiquiqui e qui), benché la presenza di al-Qa’ida sia ancora limitata (qui, qui e qui).

 

Molti hanno ipotizzato che la mancanza di misure di sicurezza adeguate fosse dovuta alla necessità per la CIA di mantenere un profilo basso, al fine di proteggere la propria copertura. I fatti hanno poi dimostrato come queste precauzioni sarebbero state necessarie tanto per l’ambasciatore Stevens quanto per la copertura stessa.

Sono le prime ore di mercoledì 7 novembre. Al McCormick Center di Chicago, Barack Obama ha appena finito di pronunciare il discorso della vittoria. Nel backstage, il presidente riceve l’abbraccio di Family and Friends, il gruppo di parenti e amici di una vita che è sempre intorno a lui nelle grandi occasioni della sua carriera. Tra i presenti, si staglia l’enorme figura di Allison Davis, l’avvocato dei diritti civili che molti anni fa accolse nella sua Law Firm il giovane Obama, fresco di laurea a Harvard. Il presidente lo indica agli altri: «Questo è l’uomo che mi ha assunto». Poi si abbracciano. «You made it», ce l’hai fatta, dice Davis. Obama lo guarda negli occhi, gli prende la mano stringendola forte e ribatte: «Allison, I don’t lose», io non perdo. Fa una pausa, poi ripete: «I don’t lose». Barack Obama è molto competitivo.
Paolo Valentino, «Io non perdo» Così Barack ai suoi amici, Corriere della Sera, 09/11/2012

Obama ce l’ha fatta. Sondaggisti e statistici (quelli seri, almeno), lo avevano previsto, ma lo psicodramma della rielezione (ce la farà? Non ce la farà?), su cui gli analisti di tutto il mondo si sono scervellati per due anni – dalla débacle delle elezioni di midterm del 2010 -, ha avuto il lieto fine solo nella notte di martedì 6 novembre. E’ il verdetto che esce da una tra le più drammatiche e combattute elezioni della storia recente degli Stati Uniti, in cui non sono mancate le accuse di frode e le minacce di strascichi giudiziari.
Il voto popolare mostra però un’America divisa esattamente in due: donne, giovani, afroamericani, ispanici sono tornati a votare il presidente democratico come quattro anni fa, ma rispetto ad allora la coalizione di gruppi che ne avevano decretato il trionfo ha perso molti pezzi. Tradotto in termini di voti, se il Senato resta sotto il controllo dei democratici, la Camera vede un rafforzamento della maggioranza dei repubblicani. Il che lascia a molti il dubbio se queste elezioni le abbia davvero vinte Obama o piuttosto le abbia perse Romney. E’ dunque probabile che i prossimi mesi presenteranno lo stesso panorama di divisioni e lotte che ha segnato questa campagna.
Una somma delle opinioni a caldo sulla conferma di Obama si trova su Internazionale Presseurop. Facciamo però un passo indietro e proviamo ad indagare sulle radici di questo risultato.

Di fatto, Obama resta alla guida di due nazioni ben distinte: l’America rurale bianca, profondamente conservatrice se non reazionaria, e quella urbana e cosmopolita che si è schierata con il presidente uscente. Che non è più lo stesso di quattro anni fa: nel 2008 Obama seppe comunque conquistare il cuore e la mente di tanti americani con il suo messaggio di cambiamento e di speranza, la bravura della sua squadra elettorale, le sue capacità oratorie, la sua immagine bella e vincente. Quattro anni dopo ha vinto un altro Obama: un presidente prudente e centrista, che ha dovuto gestire la peggiore crisi dal ’29 e che anche per questo, con la sola eccezione importante della riforma sanitaria, a dispetto delle attese non è stato artefice di nessuna rivoluzione.

Limes traccia un’anatomia della vittoria di Obama: il presidente ha vinto con un margine di voti minore rispetto a quattro anni fa, ma ha prevalso in tutti i battleground States: Colorado, Iowa, New Hampshire, Virginia, Wisconsin, Ohio e Massachussets – di cui Romney era stato governatore. Tuttavia il risultato non giustifica trionfalismi: al di là delle divisioni nel Congresso – preludio di un nuovo muro contro muro coi repubblicani a due mesi dalfiscal cliff -, la spaccatura è anche socioeconomica: avendo votato per Obama soprattutto i poveri e le minoranze, mentre Romney è stato preferito dalle fasce di reddito più alte e l’elettorato bianco. In generale, la chiave del successo di Obama sta nell’aver rimodulato il suo messaggio politico rispetto al trionfo del 2008: se la prima campagna faceva appello soprattutto alle emozioni, questa ha puntato in primo luogo sulle ragioni. E ha fatto centro.

Il risultato di queste elezioni era probabilmente inscritto nella mappa demografica del Paese: i repubblicani hanno ancora una volta fatto presa sugli uomo bianchi eterosessuali (il gruppo demografico che ha governato il paese dall’inizio); ma dall’altra parte, la maggiore partecipazione di nuovi gruppi etnici (ispanici) e sociali (gay, donne), insieme a giovani e afroamericani, prefigura la potenzialità di una maggioranza democratica stabile, una volta che essa sia sollecitata da opportune politiche e messaggi che vertono sui temi sociali. Non è infatti un mistero che Obama abbia riconquistato la Casa Bianca in virtù dell’attenzione mostrata per i diritti civili. Nello stesso tempo, con l’affermarsi di un movimento “da sinistra”  al suo interno, il Partito Democratico non è più il partito della mediazione, come era stato fin dai tempi di Lyndon Johnson.
Si segnalano comunque episodi di razzismo dopo la rielezione, a testimonianza del pericolo di polarizzazione nel mutato tessuto sociale americano.

Conclusa la sbornia elettorale, è già tempo di rimettersi al lavoro. E Obama ne ha molto. Foreign Policy individua i 14 temi principali che il rieletto presidente dovrà affrontare nel suo secondo mandato: dai cambiamenti climatici alla Cina, dal nucleare all’Africa, il settimanale ha sentito l’opinione di alcuni esperti.
In primo luogo ci sono i conti pubblici: il fiscal cliff vale 600 miliardi di dollari, fatti di aumenti fiscali e taglio di agevolazioni che scatteraanno automaticamente il 1 gennaio 2013 senza un accordo bipartisan; un termine che potrebbe far naufragare i suoi sforzi per risollevare l’economia e contenere un debito pubblico da 16.235 miliardi di dollari. Sempre spinoso il nodo del lavoro: Obama è il primo presidente Usa rieletto con un tasso di disoccupazione quasi all’8%.
In politica estera, il primo banco di prova è il Medio Oriente. Dove la crisi siriana, le trattative (segrete?) sul nucleare iraniano e i rapporti sempre più tesi con Israele (Netanyahu tifava per Romney) dipingono un quadro sempre più ingarbugliato per il presidente. Neppure la Cina non è contenta: la conferma di Obama significa stabilità, ma come ha sintetizzato il China daily «ha avanzato più critiche contro la Cina Obama in quattro anni che George W. Bush in due mandati».
C’è poi il tema dell’ambiente, trascurato da entrambi i candidati in campagna elettorale (nonostante i disastri del 2011 e la siccità dei mesi scorsi) ma tornato prepotentemente di scena dopo il devastante passaggio dell’uragano Sandy, che qualcuno considera la prova tangibile dei cambiamenti climatici in atto.
Sullo sfondo c’è sempre lo scenario di una guerra permanente contro il terrorismo, che nel Nord del Mali potrebbe vedere il suo prossimo palcoscenico.

Se dunque il meglio per l’America deve ancora venire, dall’altra parte le sfide che attendono il presidente sono tante e complicate. Buona fortuna, Barack. Ne avrai davvero bisogno.

L’11 settembre 2012 non è stato soltanto l’undicesimo anniversario dell’attacco alle Torri Gemelle. In quello stesso giorno, a Strasburgo, il Parlamento europeo ha approvato (568 sì, 34 no e 77 astenutii), una mozione a firma dell’europarlamentare Heléne Fautre contro qualsiasi operazione di extraordinary rendition da parte della CIA sul suolo europeo. Con questa espressione si intende la cattura, deportazione, detenzione clandestina nei confronti di soggetti sospettati di terrorismo. Di conseguenza, spiega Equilibri:

Il Parlamento europeo, a seguito del passaggio della mozione stessa, ha chiesto ufficialmente che gli esecutivi di molti Stati europei, tra i quali figurano non solo paesi dell’est europeo, quali Romania, Polonia, Lituania, dove si sospetta la presenza di carceri segrete, ma anche Svezia, Inghilterra, Germania, per citarne solo alcuni, diano disposizioni precise al fine di svelare le coperture europee avvenute in passato. Non solo, attraverso indagini approfondite ed inchieste, far emergere il ruolo o rapporto partecipativo di ciascuno stato con la CIA, sia esso di natura passivo o attivo.

L’Europa quale ruolo gioca ed ha giocato nella vicenda? In che modo ha favorito le azioni della Central Intelligence Agency? La Cia ha operato in Europa grazie al consenso della quasi totalità degli stati membri dell’Unione. La partecipazione di questi ultimi differisce chiaramente da Stato a Stato a seconda del grado di collaborazione e del ruolo ricoperto nei rapimenti sia esso  attivo o passivo.

Le extraordinary renditions sono una pratica consueta nel modus operandi dell’America post-11 settembre, ripetutamente messa in atto dai servizi segreti statunitensi - in particolare, dalla CIA - , con la motivazione della lotta al terrorismo. L’amministrazione Bush ne ha fatto un largo (ab)uso per sottrarre gli individui ritenuti ostili alle garanzie del due process of law (ossia, un “giusto” processo secondo le regole del diritto processuale), giudicate lente e macchinose (oltreché politicamente scorrette) per l’attività di contrasto condotta dai servizi segreti.
Tra le vittime delle detenzioni illegali c’è anche il “celebre” Abdel Hakim Belhaj, comandante dell’Esercito di liberazione libico. La sua vicenda è sintetizzata su Globalist, dove si racconta di come negli anni la CIA abbia dato centinaia di dissidenti in pasto a Gheddafi:

Sulla base di documenti resi pubblici da Human Rights Watch, dal 2002 al 2007 Gheddafi è stato protetto e finanziato da Washington e Londra perché visto come baluardo della laicità nel mondo islamico. Moussa Koussa, un alto funzionario del regime libico, che ha avuto anche un ruolo di primo piano nella strage di Lockerbie, ha dichiarato alla Bbc che la collaborazione tra Usa, Regno Unito e Libia era così forte che «per anni Inghilterra e America hanno consegnato centinaia di dissidenti libici a Gheddafi, molti dei quali scomparsi nel nulla.

Anche nell’Europa culla dei diritti umani, e recentemente fregiata del Premio Nobel per la Pace, dal 2001 in poi le detenzioni illegali sono state tutt’altro che infrequenti. Basi aeree europee e numerose carceri segrete possedute dalla CIA nel Vecchio Continente (soprattutto dell’Europa dell’Est) sono state impiegate per lo spostamento dei prigionieri – come ammesso dallo stesso presidente Bush. L’opinione pubblica europea ha pesantemente disapprovato tali operazioni, ma ciò non è bastato ad arrestarle del tutto.

[UPDATE: un lettore segnala il lavoro svolto dalla Commisione del Parlamento europeo nel 2006  e il rapporto presentato dal relatore Claudio Fava (http://www.europarl.europa.eu/comparl/tempcom/tdip/default_en.htm) sul tema]

In Italia spicca il rapimento di Abu Omar, compiuto da 26 uomini della CIA nel febbraio 2003 con l’apparente complicità di diversi uomini del SISMI, l’allora agenzia di intelligence militare nazionale.
Il Regno Unito ha ammesso il proprio coinvolgimento già nel 2008 e nel 2009. FrontiereNews pubblica un’inchiesta dove si parla di come anche il governo britannico abbia maltrattato, torturato e consegnato alla CIA i propri cittadini sospettati di legami col terrorismo:

Si tratta di un meccanismo segreto e davvero ben strutturato, grazie al quale la CIA (al vertice di questa struttura) è riuscita a crearsi una rete di torture e illegalità coadiuvata dagli altri paesi membri, come Francia e UK. D’altra parte la gran Bretagna non poté rischiare il conflitto diplomatico, e si trovò così costretta ad accettare nel dettaglio il piano elaborato dalla CIA nella persona di Black e di pochi altri ufficiali. Bush firmò e l’accordo con le forze alleate fu cosa fatta. Ampio riscontro di tutto questo si trova nel fatto che più di un testimone racconta che le torture e gli abusi non avvenivano solo da parte di soldati americani, ma anche da parte di ufficiali inglesi.
E sarebbe stato tuttavia impossibile per il governo britannico, dopo la firma di questi trattati, negare un proprio coinvolgimento (diretto o no) in questa sporca vicenda: furono messe a disposizione tutti gli aiuti logistici possibili, e così agli USA fu concesso di usare basi di sua Maestà, oltre che l’interno pacchetto di Intelligence.

E proprio pochi giorni fa Babar Ahmad, Talha Ahsan, Adel Abdul Bary (cittadino egiziano), Abu Hamza e Khaled al-Fawwaz (cittadino saudita), detenuti per anni nelle prigioni inglesi, sono stati estradati negli Stati Uniti nel giro di poche ore dopo che l’Alta Corte aveva respinto il loro ultimo appello al provvedimento.

Si hanno inoltre, per citare solo alcuni casi più famosi, quello dei sei algerini sequestrati in Bosnia nel 2001 (detenuti a Guantanamo per sette anni e infine liberati da Obama nel 2009), e del tedesco-libanese Khalid al-Masri (avvenuto il 31 dicembre 2003, ai confini tra la Serbia e la Macedonia). La battaglia personale – e mediatica – di quest’ultimo contro l’estradizione negli Stati Uniti ha sollevato molti interrogativi sull’altra faccia della “giustizia” nelle democrazie occidentali, nonché sulla necessità di ritrovare, il prima possibile, un punto di equilibrio tra le esigenze dettate dalla sicurezza e le garanzie che uno Stato di diritto deve offrire a tutti, cittadini e non.

A questo punto torniamo al principio. Quali conseguenze avrà questo provvedimento, sia in merito alla reiterazione di queste pratiche illegali che sull’equilibrio (asimmetrico) dei rapporti tra Europa e USA? L’analisi di Equilibri conclude:

Questa “chance” europea si presenta tuttavia come un percorso ancora tutto da percorrere e piuttosto in salita. Amnesty International, nello specifico, ha infatti denunciato come fino ad oggi nessuno stato membro dell’Unione europea abbia ancora rispettato l’obbligo legale di svolgere indagini approfondite ed efficaci sul ruolo avuto nei programmi della Cia. Va da sé che un possibile grande risultato dell’UE non potrà essere tale se i membri  costituenti fanno di tutto per negare l’evidenza. Non solo, la poca risonanza di questa notizia da parte dei media, e in particolare di quelli italiani, fa dubitare dell’interesse dei governi d’Europa a tradurre nella pratica l’importantissimo voto espresso dal Parlamento europeo il giorno 11 settembre, il quale dovrebbe divenire una data storica ma che difficilmente sarà ricordata.

 Un paio d’anni fa il matematico Piergiorgio Odifreddi si domandava:

Non sarebbe forse meglio riconoscere, come fece Jean Paul Sartre quando rifiutò il premio Nobel per la letteratura nel 1964, che in entrambi i casi (pace e letteratura) si tratta di decisioni fortemente politiche? E che la cosa non può che essere cosí, perchè dovunque mancano criteri oggettivi di scelta, non si può procedere che in maniera soggettiva?

Senza questa premessa, sarebbe difficile spiegare l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace per il 2012 all‘Unione Europea.
Secondo la motivazione ufficiale: “L’Ue ha contribuito all’avanzamento della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa. Oggi una guerra tra Germania e Francia sarebbe impensabile, ciò dimostra che con la reciproca fiducia nemici storici possono diventare partner. La Caduta del Muro ha reso possibile l’ingresso dei Paesi dell’Europa centrale e orientale… così come la riconciliazione nei Balcani e il possibile ingresso della Turchia rappresentano un passo verso la democrazia”.

Innegabile. l’integrazione europea ha posto fine a secoli di scontri nel Vecchio Continente, gettando poi le basi per mezzo secolo di prosperità – ne parlavo approfonditamente qui. Poi qualcosa si è rotto; o meglio, non è stato più possibile mascherare le lacune e le contraddizioni. E così l’Europa di oggi, lacerata dalla frattura sempre più profonda tra formiche del Nord e cicale del Sud (se ne occupa l’ultimo quaderno speciale di Limes), è quanto di più lontano dall’esempio di unità e cooperazione che ha cercato di rappresentare fin dagli albori. Basta pensare a ciò che è successo ad Atene pochi giorni fa, in occasione della visita di Angela Merkel, per rendersene conto.

AsiaNews mette in luce i paradossi di questa assegnazione, con una chiave di lettura finale:

Jagland [capo del Comitato del Nobel] si è affrettato a precisare che il premio è anche dato perché l’Ue ha contribuito per “sei decenni al progresso della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa”.
Ma anche per questo aspetto, forse dovremmo ricordare e batterci il petto per la lentezza e l’immobilità con cui l’Europa si è mossa davanti ai massacri della Bosnia, o alla superficialità con cui è intervenuta nel Kossovo. E in più, dovremmo ricordare gli imbarazzanti – almeno per noi cattolici e per gli uomini di buona volontà – atteggiamenti dell’Ue nel lanciare le sue campagne “anti-discriminatorie” in difesa delle unioni di fatto; dei diritti sulla salute riproduttiva (che spesso sottintendono anche l’aborto); del Vaticano accusato di “discriminazioni” sul sacerdozio alle donne; delle vocazioni monastiche sospettate di “lavaggio del cervello”.

In qualche modo, questo premio Nobel per la Pace è controverso come quello dato a Barack Obama tre anni fa, a lui assegnato in base “all’intenzione” di fare qualcosa per il Medio oriente e per il problema israeliano-palestinese: un’intenzione a cui non è seguita alcuna azione, anzi, è avvenuto il boicottaggio del riconoscimento della Palestina come membro dell’Onu.
Forse anche il Nobel di quest’anno è a favore di Obama. In fondo, il suo concorrente, Mitt Romney, ha promesso il pugno duro verso Pechino e un maggior interventismo nel Medio oriente. Ma questa non è la politica voluta dalla Ue. Che esaltare il lavoro “per la pace” della Ue sia un modo per suggerire: “Votate Obama?”.

Più realisticamente, il premio all’Europa non è altro che un messaggio all’Europa stessa. La commissione di Oslo non ha sbagliato a riconoscere i meriti della costruzione europea; se mai, verrebbe da dire, ha sbagliato il momento. O forse non poteva essere il momento più giusto: in effetti, l’assegnazione arriva proprio ora che l’Europa ha cominciato a dubitare di se stessa. E molti sostengono che in un periodo così complicato, il premio potrà incoraggiare chi ancora crede nell’integrazione.
Per questa ragione Lucio Caracciolo su Limes auspica che il premio serva a riaprire il dibattito sulle ragioni che ci uniscono o ci dividono quando parliamo di Europa, non senza un pizzico d’ironia:

Finalmente avremo la risposta alla celebre domanda di Henry Kissinger: “qual è il numero di telefono dell’Europa?”.
Quando il rappresentante (Barroso? Van Rompuy? Il presidente di turno? E che fare della baronessa Ashton?) dell’Unione Europea andrà a rititrare il premio Nobel per la pace appena assegnatogli dal Comitato di Oslo, avremo definito una questione che ci trasciniamo dalla nascita del progetto comunitario, ossia chi ne sia il titolare.
Risolta questa curiosità, l’assegnazione del premio Nobel per la pace all’Unione Europea sarà anche un’utile occasione per riflettere sul senso di questa nostra impresa. La crisi economica e finanziaria ci ha fatto dimenticare la ragione di fondo per la quale sei paesi firmarono a Roma, nel 1957, il Trattato istitutivo della Comunità Economica Europea: la pace.
È interessante osservare che la dichiarazione di Thorbjørn Jagland, presidente del Comitato per il Nobel, inizia evocando la riconciliazione tra Francia e Germania. Questo era il cuore geopolitico del progetto comunitario, questo resta ancora oggi l’aspetto strategico più rilevante dell’assetto europeo.
Ai molti paradossi che segnano la storia dell’Unione Europea, se ne è così aggiunto oggi un altro: l’assegnazione del premio Nobel nella capitale di un grande paese europeo che si è rifiutato per referendum di aderire all’Ue.
È anche notevole che nella motivazione si faccia riferimento all’integrazione di Spagna, Portogallo e Grecia dopo il collasso dei rispettivi regimi autoritari. Un curioso elogio ai Pigs.
Infine, in un tentativo di proiettare in avanti gli effetti di pace e riconciliazionegià ottenuti all’interno dell’attuale assetto geopolitico comunitario, il comitato indica nei Balcani il futuro terreno di coltura della vocazione pacificatrice europea.
Sarà naturalmente la storia a stabilire quanto fondata sia l’assegnazione del premio Nobel all’Unione Europea.
Speriamo comunque che questo meritato premio possa offrire finalmente occasione non solo per celebrazioni ma soprattutto per dibattere le ragioni di fondo che ci uniscono o ci dividono quando parliamo di Europa.

Oggi l’Europa è un ammasso di Stati più o meno in bancarotta e in conflitto tra loro, il cui progetto più ambizioso, l’unione monetaria, sta per crollare, e in cui i Paesi poveri e in difficoltà subiscono l’arroganza della Germania, e in generale dei Paesi più forti. L’assegnazione del Nobel per la Pace è un chiaro invito ai 27 ad impegnarsi ulteriormente per evitare la fine di questo progetto. E dunque, a darsi da fare per meritare a posteriori questo Nobel così controverso.
Chissà, si chiede la commentatrice Tereza de Souza, se i leader europei presteranno sufficiente attenzione al premio. Evitando di lasciarlo appannare, come quello che giace impolverato nello studio di Obama.

La notizia è di una settimana fa. La Voce Arancione:

Nella giornata di lunedì, 24 Settembre, il Presidente polacco, Bronislaw Komorowski, ha dato il via all’attuazione di un Decreto per la costruzione di un sistema di difesa antimissilistico in Polonia.
Secondo Komorowski, il progetto sarà composto da postazioni radar e missili di medio e corto raggio dislocati sul territorio polacco. Tra gli scopi principali dell’operazione, il Presidente della Polonia ha illustrato la necessità di dotare Varsavia di una struttura all’avanguardia in grado di proteggere i confini nazionali e di modernizzare l’apparato militare del Paese.
Lo scudo spaziale polacco – che sarà parte integrante del costituendo sistema di difesa missilistico della NATO in Europa Centrale – è stato varato durante l’ultima riunione del Consiglio Nazionale per la Sicurezza e la Difesa: organismo che riunisce le massime cariche dello Stato e i Leader del delle forze politiche rappresentate in Parlamento.
Il perché della decisione della Polonia di costruire un proprio sistema di difesa missilistico è dovuto alla scarso impegno in materia prestato dal Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, che ha rimandato la realizzazione dello scudo spaziale NATO in Europa Centrale a dopo il 2018.

Komorowski ha motivato la sua decisione affermando che “lo scudo spaziale è essenziale” per il sistema di difesa di Varsavia. “Non ha senso“, secondo il presidente, “spendere grosse cifre per attrezzature militari nuove, se poi non siamo al riparo dai raid aerei“.
Quando nel 2009 il neoeletto presidente Obama annunciò l’abbandono dello scudo antimissile progettato da Bush, la Polonia andò su tutte le furie. In nome del proclamato “reset” nelle relazioni con Mosca, gli USA sacrificarono gli interessi di Varsavia sull’altare della realpolitik. Di fatto, l’annuncio di Komorowski rappresenta il punto d’arrivo di questa polemica a distanza con Obama iniziata tre anni fa. Secondo Komorowski: “Il nostro errore è stato che, accettando la proposta degli Stati Uniti, non abbiamo preso in considerazione il rischio politico legato al cambiamento del presidente degli Stati Uniti. Abbiamo pagato un prezzo politico troppo alto per quello“.
Per rimpiazzare il sistema ideato da Bush, gli Stati Uniti si impegnarono a dislocare una batteria di missili Patriot degli intercettori SM-3 in Polonia, ma Varsavia non è mai stata convinta di questo simpiazzo. I continui temporeggiamenti e rinvii di Obama – l’ultimo durante il vertice NATO del Maggio 2012, a Chicago, quando il presidente USA ha rinviato l’entrata in funzione dello scudo dal 2015 al 2018 – hanno finito per spazientare la dirigenza polacca. Volendo evitare un altro “errore”, Komorowski ha dapprima messo in discussione la redditività a lungo termine del sistema SM-3 made in USA, poi ha cercato la collaborazione della Francia e dell’alleata Germania per la realizzazione di uno scudo a tre, infine ha annunciato il progetto dello scudo solitario, che in ogni caso confluirà in quello targato NATO a partire dal 2018.
Per costruire il proprio scudo, la Polonia si propone di spendere tra i 2,5 miliardi e i 3,7 miliardi di dollari nel periodo che va dal 2014 al 2023. Peccato, però, che il vero dilemma polacco riguardo alla difesa non sia lo scudo, bensì l’esiguo numero di uomini su cui le forze armate possono contare (“un esercito senza soldati“: qui e qui).

La Russia ha già mal digerito la decisione degli USA di realizzare uno scudo di difesa nel Sudest asiatico, area del mondo che a Obama interessa certamente di più dell’Europa. Inoltre l’America sta facendo pressione anche sui Paesi del Golfo affinché questi ultimi provvedano a dotarsi di un proprio scudo. Pertanto i contini tentennamenti sull’implemetazione di un analogo sistema di difesa in Europa possono leggersi anche alla luce della necessità di non giocare troppo con i nervi di Mosca.
Obama sarà ricordato come il presidente americano che meno ha tenuto l’Europa in considerazione, anche sul piano delle sinergie militari. Non stupisce quindi che la difesa antimissile europea non sia in cima alle sue priorità. Nondimeno, la gestione complessiva della vicenda, nonché del rapporto con i tradizionali alleati europei, è stata quanto meno discutibile.
Tutto a vantaggio della Russia, che nelle divisioni interne agli alleati trova la sua linfa.

La questione del possibile attacco di Israele all’Iran per arrestarne il programma nucleare giunto già in fase avanzata è un’evergreen dei dibattiti di politica internazionale da vent’anni, ma in questi giorni se ne parla sempre con maggiore insistenza. Perché forse stavolta l’attacco potrebbe esserci davvero.
Per spieganre le ragioni, prendo le mosse da un articolo dell’analista americano John Hulsman intitolato pubblicato su sul quaderno speciale di Limes Media come armi“, intitolato ”Idi di settembre“.

Secondo Hulsman, le indicazioni trapelate dai i colloqui riservati tra Obama e Netanyahu alla Casa Bianca in marzo sono preoccupanti. Il premier israeliano ha assicurato di non aver preso nessuna decisione definitiva circa un eventuale attacco all’Iran, impegnandosi a concedere alle ultime sanzioni (in vigore da luglio) un periodo di prova per verificarne l’efficacia. Il problema è che i due alleati, pur trovandosi d’accordo su alcuni punti, traggono conseguenze politiche diverse. Un rapporto dello scorso febbraio afferma che l’Iran è in possesso di circa 100 kg di uranio arricchito al 20%: se arricchito al 90%, sarebbe una quantità sufficiente per fabbricare 4 bombe. Benché sia necessario almeno un anno per assemblare un ordigno nucleare e almeno altri 18-24 mesi per montarlo su un missile Shabab 3, i servizi segreti USA calcolano che al più tardi di Natale (2012) Israele perderà la possibilità di impedire militarmente l’acquisizione dell’atomica. Ma il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak ha più volte affermato che il punto di non ritorno sarà varcato a inizio autunno. Per allora il reattore iraniano di Fordow, situato in una montagna vicino alla città di Qom a 60 metri di profondità e irraggiungibile alle bombe attualmente a disposizione dell’aviazione di Tel Aviv, avrà prodotto abbastanza uranio arricchito da rendere il programma nucleare di Teheran inattaccabile. Ma Obama non ha dato il via libera ad un raid israeliano, né ha promesso di intervenire direttamente in caso di fallimento delle sanzioni.
Ora, che Israele avrebbe attaccato l’Iran entro Natale (2011, questa volta) si diceva già un anno fa. Perché stavolta la minaccia israeliana dovrebbe essere più concreta? Secondo Hulsman, per il semplice motivo che i piani bellici di Netanyahu si legano a doppio filo alla congiuntura elettorale negli USA.
Tirando le somme, Obama ha gestito la politica estera americana in tono dimesso, smorzando gli eccessi di Bush senza però proporre una valida alternativa. Una prudenza che per il presidente in carica si è trasformata in un elemento di forza: secondo i sondaggi, gli americani considerano Obama un leader più capace in politica estera rispetto all’avversario Romney. Ma il dossier Iran potrebbe rimescolare le carte: i repubblicani rimproverano alla Casa Bianca di scarso sostegno ad Israele e fanno pressione affinché essa sostenga incondizionatamente qualunque decisione Tel Aviv sceglierà di adottare. La corsa di Obama per il secondo mandato passa anche attraverso la Florida, Stato elettoralmente strategico e a forte presenza ebraica. Stretto tra due fuochi – Israele da una parte, repubblicani dall’altra – a meno di due mesi dal voto, il presidente potrebbe essere costretto perseguire verso l’Iran una politica basata sulle priorità degli israeliani, anziché su quelle di Washington. Viceversa, in caso di rielezione Obama avrebbe una forza negoziale maggiore nei confronti di Netanyahu e potrebbe così opporre il suo rifiuto ad ogni iniziativa di quest’ultimo.
Pertanto, conclude Hulsman, l’attacco sarà a settembre, oppure non sarà. Il fatto che quindici giorni siano già trascorsi potrebbe autorizzarci a sperare in bene, ma i segnali che qualcosa può ancora succedere non mancano.

Innanzitutto, Netanyahu ha ribadito che farà di tutto per impedire all’Iran di dotarsi della bomba non più tardi di pochi giorni fa, accusando l’America di avere “troppe incertezze” in merito. In agosto un blogger israelo-americano ha pubblicato in rete un estratto di un dossier contenente un piano d’attacco. Sempre in agosto c’è stato un attentato a turisti israeliani in Bulgaria, e pur senza prove certe Ntanyahu non ha perso tempo ad accusare l’Iran della strage. Infine, l’ultimo rapporto del Mossad che parla di “conseguenze imprevedibili” nell’ipotesi di un Iran nuclearizzato risale a due settimane fa. Si vedano anche le recenti dichiarazioni del nostro ministro degli Esteri Giulio Terzi.
C’è poi lo strano caso del Canada, che di punto in bianco ha deciso di interrompere le proprie relazioni con l’Iran, inserendo quest’ultimo – insieme alla Siria – nella lista degli Stati che sostengono il terrorismo. Ok, tra i due Paesi  ci sono stati degli incidenti in passato, ma la repentinità della mossa solleva non pochi interrogativi. E’ da notare che l’annuncio è giunto per bocca del ministro degli esteri John Baird nel corso di una visita ufficiale in Russia, Paese alleato (seppur con riserve) della Repubblica Islamica, nonché fornitore di mezzi e know how per il suo programma atomico.
L’idea più accreditata presso gli analisti è che si sia trattato di una misura prodromica ad un possibile attacco militare a Teheran, posto che Ottawa tende sempre di più ad appiattirsi alle decisioni assunte da Washington (per gli approfondimenti sui rapporti USA-Canada rimando al blog BeYourOwnLeader).

Questo fino a martedì scorso, 11 settembre. Fino all’assalto alla sede diplomatica USA di Bengasi, che ha imposto ad Obama delle scelte nel momento in cui meno avrebbe voluto assumerle. La sua risposta, come nelle previsioni, è stata cauta e decisa nello stesso tempo: forte e irrevocabile presa di posizione sul piano diplomatico contro l’assalto, invio di soldati per proteggere i funzionari d’istanza nei Paesi teatro delle rivolte e dichiarazioni di rispetto nei confronti della religione islamica. Questo per limitare i prevedibili attacchi dei repubblicani che non hanno perso tempo ad accusare il presidente di scarso patriottismo e debole leadership.
Le proteste nel mondo arabo (e non solo) continuano, e gli eventi potrebbero suggerire a Netanyahu di alzare la posta per sfruttare l’ultimo scampolo di vulnerabilità politica del presidente americano. Il quale, in questo momento, ha in mente solo una cosa: la rielezione.

Capitolo Israele. La storia dimostra che, in caso di dubbio circa eventuali minacce alla propria sicurezza, Tel Aviv tende ad agire preventivamente: lo ha fatto contro l’aviazione egiziana nel 1967, contro il programma nucleare iraqeno nel 1981 e contro quello siriano nel 2007. Se fino ad oggi Israele non ha sferrato il colpo, almeno in parte, è perché un’azione diretta in territorio iraniano avrebbe una possibilità di successo solo col decisivo supporto delle forze armate americane. Il reattore di Fordow può essere distrutto solo tramite ordigni anti-bunker, che gli USA si sono sempre coscienziosamente rifiutati di vendere ad Israele, e in ogni caso è dubbio che l’aviazione israeliana, pur mettendo in campo gli oltre 100 aerei considerai necessari all’operazione, sia in grado di finire il lavoro senza l’ausilio di quella americana.
Ma la principale ragione per cui Israele non può attaccare l’Iran è politica, ed è costituita dalle divisioni interne su come affrontare la minaccia iraniana. Per agire, Netanyahu ha bisogno che il governo sia compatto nel sostenere la sua volontà d’attacco. Per tutto il 2011 il primo ministro ha provato a strappare il consenso sull’ipotesi di un’azione preventiva, sostenuto dal ministro degli esteri Barak e dal bellicoso ministro degli Esteri Avigdor Liebermann. Se dimostrerà di aver fatto di tutto per evitare la guerra (ma sono emerse prove che lui abbia falsato i dati sulla minaccia), alla fine il suo gabinetto potrebbe cedere e rassegnarsi all’ineluttabilità dell’attacco. A quel punto la palla passerebbe a Obama.
Sempre John Hulsman, in un precedente articolo sul tema, aveva spiegato che, se quando Israele deciderà di colpire, alla Casa Bianca ci sarà un neoconservatore come G. W. Bush, l’attacco è garantito. Se invece sarà un democratico, l’attacco potrebbe avvenire comunque se Israele incalza, i neocon fanno pressione e il presidente è debole.
La prima e la seconda condizione ci sono già. Sta ad Obama scongiurare l’ultima.

Chiariamo subito una cosa: il film su Maometto, con quanto accaduto a Bengasi, c’entra ben poco.
Per ricostruire cosa è accaduto a Bengasi dobbiamo partire dal contesto in cui l’episodio si inserisce. L’assassinio dell’ambasciatore Christopher Stevens ha riportato alla luce il problema della transizione in Libia dopo la caduta di Gheddafi. Si vedano i miei precedenti contributi sull’argomento.
Transizione che non ha visto la presenza degli Stati Uniti. Dalla fine delle ostilità, Washington non ha mostrato alcun interesse per quanto avveniva a Sud del Mediterraneo. Anzi, si può dire che sia stata attenta a non farsi coinvolgere. Ora però la Casa Bianca si trova nella necessità di dover assumere una chiara e definitiva posizione nel Paese nordafricano – proprio a due mesi dalle elezioni che decideranno chi ne sarà il prossimo inquilino.

Fonti diplomatiche USA attribuiscono l’attentato al gruppo Ansar al-sharia, benché il gruppo abbia ufficialmente smentito una sua partecipazione diretta all’assalto. Secondo il comunicato, l’attacco al consolato americano sarebbe opera di un “movimento popolare spontaneo”, pur ammettendo la presenza di alcuni miliziani armati tra folla.
Lorenzo Declich spiega chi sono gli Ansar al-sharia e quali rapporti hanno con al-Qa’ida (neretti miei):

sembrano essere un gruppo con ideologia simile se non identica a quella di al-Qaida, con collegamenti ad essa, ma meno “internazionale”, anzi locale (al-Qaida in Yemen è infarcita di sauditi) e con un’approccio al jihad basato sul combattimento più che sull’attentato (i recenti attentati in Yemen sono di “al-Qaida nella Penisola Araba”, non di Ansar al-sharia).

Sono in Libia, dove hanno attaccato in passato l’ambasciata tunisina.
Qui la vicinanza al qaidismo “classico” sembra maggiore.
Il 6 giugno scorso era esplosa una bomba proprio davanti al consolato americano poi preso di mira l’11 settembre.
L’unica rivendicazione proveniva da un gruppo evidentemente qaidista (sembra, anche, abbastanza piccolo), che prendeva il nome dallo “sceicco cieco”, Omar Abd el-Rahman.
L’attentato era stato perpetrato in risposta alla notizia della morte di Abu Yahya al-Libi, un famoso qaidista libico di al-Qaida “centrale”.
L’attacco dell’11 settembre al consolato americano avviene nel giorno in cui Ayman al-Zawahiri, leader di al-Qaida “centrale”, conferma la morte di Abu Yahya e secondo diverse fonti l’attacco al consolato avrebbe anche il secondo fine di vendicarsi di questa uccisione.
In Libia gli Ansar al-sharia sono “una milizia”, un po’ come in Yemen. Nel loro comunicato (che non ho trovato in originale ma di cui ho trovato uno stralcio) affermano di non essere stati loro, direttamente, a fare morti e feriti, ma di aver partecipato in quanto parte di un “sollevamento popolare contro “l’occidente”.
Secondo DEBKAfile (da prendere sempre con le molle) invece l’attacco sarebbe stato addirittura ordinato direttamente da Ayman al-Zawahiri per vendicare Abu Yahya.
Dunque il film “anti-Muhammad” non ci entrerebbe niente, o quasi.

Per anni al-Qa’ida ha cercato di ripetere un attacco ad alta visibilità in occasione dell’anniversario dell’11 settembre. Non solo i qaidisti sembrano esserci riusciti, ma hanno anche ottenuto due risultati.
Il primo è l’eliminazione di Stevens, che uno dei maggiori fautori dell’amicizia tra il governo USA e quello libico. Oltre ad essere il primo diplomatico americano caduto dai tempi di Adolph Dubs, ucciso in Afghanistan nel 1979.
Il secondo è spiegato in questa lucida e competente analisi di Lucio Caracciolo su Repubblica (via Limes online):

L’obiettivo strategico dei jihadisti che hanno assassinato l’ambasciatore americano a Tripoli è la strana ma efficiente alleanza Stati Uniti-Fratelli musulmani emersa dalla “primavera araba”. L’identico bersaglio dei salafiti che nelle stesse ore si sono scatenati contro la sede diplomatica Usa al Cairo per protestare contro il provocatorio film su Maometto prodotto da un oscuro uomo d’affari israelo-americano, sponsorizzato da donatori ebrei, cristiani copti egiziani e ultrareazionari protestanti americani. La coincidenza con l’anniversario dell’11 settembre e con l’avvio della fase decisiva della campagna per la Casa Bianca accentua l’eco di eventi già traumatici.

Interpretazione che allarga il campo all’Egitto, aprendo un altro scenario. Per il New York Timessarà proprio l’Egitto - e non la Libia - la vera sfida per gli USA nel medio-lungo periodo. Nella terra dei Faraoni gli USA hanno instaurato una proficua relazione coi Fratelli Musulmani. Legame mal visto dai salafiti - che contano su un quarto dei seggi in parlamento e su qualche milione di adepti nella popolazione – e che ora potrebbe entrare in crisi. Al Cairo le proteste davanti all’ambasciata USA per il film sul Profeta si sono sentite eccome, e il clima potrebbe ulteriormente infiammarsi. Sul piano diplomatico, le prime incrinature sono già visibili. Secondo Globalist:

Barack Obama ha detto che il governo egiziano non è né alleato né amico degli Stati Uniti ed ha messo in guardia contro un «vero grande problema» nel caso in cui il Cairo non sarà in grado di proteggere l’ambasciata americana nella capitale egiziana. Obama ha dichiarato: «Non penso che li consideriamo alleati, ma neppure nemici. Si tratta di un nuovo governo che sta cercando di trovare la sua strada. È stato eletto democraticamente».

A proposito di Obama, l’attentato di Bengasi si tratta di un duro colpo per la sua immagine. Nell’immediato il presidente ha un unico obiettivo: la rielezione. Ora in serio dubbio non soltanto per i poco confortanti dati macroeconomici. Romney non poteva augurarsi occasione più ghiotta per attaccare l’avversario, accusandolo di debolezza.
Pertanto, complice la congiuntura elettorale, la risposta di Obama non poteva che essere muscolare: 300 marines americani e due cacciatorpedinieri sono in viaggio verso la Libia. Inoltre il Pentagono sta preparando la protezione dei suoi uomini nel Paese, mentre annuncia che invierà i droni (omettendo di dire che in Libia ci sono già) per individuare e neutralizzare gli accampamenti e le basi jihadiste attive nella regione.
Difficile dire se basterà questo ad allontanare l’opinione pubblica interna dai ricordi dell’invasione dell’ambasciata americana a Teheran.

PS: Per spiegare ciò che succede al di là del nostro recinto, i mezzi di (dis)informazione tendono a “semplificare”, senza curarsi degli errori che questa operazione può generare. Sempre Lorenzo Declich sottolinea la disinvolta leggerezza con cui il giornalismo made in Italy ha illustrato ai profani i fatti di Bengasi. Lascio a voi ogni commento.
Se poi qualcuno vuole tirare fuori quell’evergreen che è lo “scontro di civiltà“, consiglio la lettura di questo commento su Globalist.

Teopolitica degli Stati Uniti

Per comprendere gli sviluppi della campagna presidenziale negli Stati Uniti non possiamo sottovalutare la rilevanza del fattore religioso nella realtà sociale e culturale dell’America di oggi.

La presenza più significativa nella convention repubblicana di Tampa, che ha ufficialmente investito Mitt Romney come sfidante di Obama nella corsa alla Casa Bianca, è stata quella del cattolico Timothy Dolan, cardinale di New York e presidenza della Conferenza episcopale degli USA.
Il cardinale è la voce della Chiesa cattolica in America. E il voto cattolico è una grossa posta in gioco in vista delle presidenziali di novembre, ragion per cui Romney lo sta inseguendo in tutti i modi – anche i più discutibili. Come spiega Federico Rampini su Repubblica:

è proprio il credo ultra-conservatore di Romney, oltre alla designazione di un candidato vicepresidente cattolico come Paul Ryan, ad avere suggellato la Santa alleanza con le gerarchie cattoliche.
Se non era scontato che la Chiesa romana simpatizzasse con un mormone, tantomeno lo è per i suoi fedeli. Nel 2008 i cattolici Usa votarono a maggioranza per Barack Obama, con uno scarto di 9 punti percentuali. Anche Obama ha un vice cattolico, Joe Biden. Tra Biden e Ryan c’è un fossato valoriale. Il vicepresidente in carica è il fautore di un cattolicesimo sociale, mette l’accento sulla lotta contro le ingiustizie. Ryan è un integralista noto per le sue crociate contro l’aborto. 
È su questi temi che il cardinal Dolan si schiera senza esitazioni. Due scontri recenti con la Casa Bianca sono cruciali. Quando Obama sciolse gli indugi sul diritto dei gay al matrimonio, i vertici della Chiesa cattolica lo condannarono. L’altro conflitto è esploso con la richiesta dell’Amministrazione federale che i dipendenti delle istituzioni cattoliche (come le scuole private) abbiano un’assicurazione sanitaria “normale”, inclusiva dei rimborsi per eventuali interruzioni di gravidanza. “Un attentato alla libertà religiosa in America”, fu definita questa richiesta dalla Conferenza episcopale.
I cattolici sono in minoranza, l’America è prevalentemente protestante. Ma sono una minoranza corposa: un quarto dell’elettorato, con forti concentrazioni nelle comunità di origine italiana, irlandese, polacca, nonché nei più recenti flussi di immigrazione dai paesi ispanici. Dal 1972 il candidato presidenziale che ha conquistato il voto dei cattolici ha anche vinto la corsa alla Casa Bianca.
L’elettorato cattolico è uno specchio fedele della nazione, anche se al suo interno è attraversato da divisioni spesso su base etnica. I cattolici “bianchi” tendono a votare repubblicano, tra i latinos c’è una tradizionale preferenza democratica

Negli USA il fattore R – religion-  è un terreno delicato, dove bisogna muoversi con attenzione. Obama lo sa bene: nel 2008 una delle ragioni del suo successo dapprima nella selezione dei candidati democratici in vista delle primarie e poi nel confronto diretto con John McCain è stata la capacità di spezzare il fronte dei cristiani conservatori, negli anni di Bush pressoché interamente schierato a favore del campo repubblicano, per portare dalla sua parte almeno una quota di quel “voto di Dio” che altrimenti avrebbe premiato il suo avversario o si sarebbe astenuto dalla scelta elettorale.
E per conquistare tali consensi, Obama,  diversamente da John Kerry quattro anni prima, si è speso in un aperto confronto con tutte le principali confessioni di cui gli americani si professano adepti. (per una mappa delle “fede” negli USA si veda qui). L’allora senatore dell’Illinois ha cercato il dialogo con i pastori di alcune delle cd. megachurches “non denominazionali” – affrancate cioè dalle denominazioni storiche del protestantesimo americano e in prevalenza di orientamento fondamentalista - ai quali aveva cercato di spiegare come alla base del suo impegno per la riforma e l’ampliamento del welfare state ci fosse proprio la sua fede religiosa. Ovviamente, nessun cenno ai temi dell’aborto e della ricerca sulle cellule staminali.

In seguito alla sua elezione, le cerimonie di insediamento del neopresidente videro la presenza di un variegato quadro di personalità religiose. A cominciare dal vescovo episcopaliano Gene Robinson, invitato da Obama per una cerimonia che precedeva il giuramento e noto per essersi pubblicamente dichiarato omosessuale. Poi fu la volta del reverendo Rick Warren, di fronte al quale Obama giurò sulla Bibbia di Abramo Lincoln. Costui è un pastore californiano fondamentalista a capo di una megachurch dove ogni domenica si raccolgono non meno di 20.000 fedeli; i suoi rapporti con la politica USA e con Obama in particolare sono riassunti qui, dove spiccano le critiche al presidente per la sua apertura ai matrimoni gay. Infine il reverendo Joseph Lowery, progressista e noto sostenitore del movimento per i diritti civili.
Aderente alla United Church of Christ e sincero ammiratore di Reinhold Niebuhr, Obama ha saputo sfruttare il marketing religioso al servizio della propria immagine. Ma nel corso del suo mandato il fattore R si è anche rivelato un boomerang, se pensiamo che gran parte dell’opinione pubblica USA è costituita dalla consistente area degli evangelicals, che negli ultimi anni si è fortemente schierata dalla parte di Israele. Un convincimento dettato sia da ragioni teologiche (Israele è la patria dei profeti) che profetiche (l’esistenza di Israele prelude al ritorno del Messia e quindi all’instaurazione del suo regno eterno). Per le frange radicali di questi movimenti del cosiddetto “sionismo cristiano“, Obama non sta facendo abbastanza per la difesa di Gerusalemme, la cui sopravvivenza è – a loro dire – messa in forse dal programma nucleare iraniano, e non pochi di loro gli hanno già voltato le spalle in favore del più bellicoso Romney. Pertanto Obama sa bene che, per il futuro del suo legame con gli evangelicals - e di riflesso, per restare alla Casa Bianca -, la tenuta dei rapporti con Israele in questi due mesi che precedono il voto rappresenta un test di fondamentale importanza.

Dall’altra parte della barricata, Romney è stato “penalizzato” dal fatto di essere mormone. Ossia un adepto della quarta confessione religiosa degli Stati Uniti, nonché la più ricca. Ma anche una delle più controverse e criticate negli USA. In America la chiesa mormone sta crescendo rapidamente. Anzi, è quella che cresce più rapidamente, contribuendo ad alimentare la diffidenza nei suoi confronti. Secondo Panorama:

Stando ai sondaggi Gallup, il 22 per cento di repubblicani e democratici non è pronto a mandare alla Casa Bianca un adepto della Chiesa di Gesù Cristo e dei Santi degli ultimi giorni (appena il 5 per cento prova disagio all’idea di un presidente nero). Per capire il paradosso di un ex vescovo mormone nello Studio Ovale, bisogna riandare a John Kennedy, che da cattolico sconfisse l’eccezione religiosa e il tabù di dover essere Wasp (white anglo-saxon protestant, bianco anglosassone protestante). Se infatti Jfk è stato il primo presidente non protestante e Barack Obama il primo non bianco, Romney potrebbe essere il primo degli oltre 13 milioni di fedeli con epicentro mondiale a Salt Lake City, nello Utah: l’etnia religiosa più enigmatica e controversa degli States, percepita come aliena per ragioni storiche, teologiche, culturali.
Evangelici e protestanti negano ai mormoni la patente di cristiani. Molti contestano lasegregazione della donna, il ritardo col quale il tempio ha aperto i battenti ai neri (solo nel 1978), con cui tuttora non li spalanca ai consanguinei non mormoni dello sposo o della sposa (è successo ai genitori di Ann, moglie di Romney), e l’ostracismo verso i gay che ha spinto a clamorosi suicidi sul sagrato dei templi. Molti ricordano la poligamia, che oggi è motivo di scomunica a Salt Lake City, ma fu praticata ufficialmente fino al 1890.
Adesso il proselitismo avviene attraverso le chat del sito Mormon.org, dove abili missionari come Zayne, 20 anni, dal Montana, e Benjamin, 19, dallo Utah, non si sbilanciano: “La missione della nostra chiesa è quella di insegnare il Verbo di Dio, non di eleggere politici. Romney è un mormone, ma le decisioni sono solo sue. Noi immaginiamo che farebbe tutto ciò che ritenesse meglio per il paese”. Ma davanti a ulteriori domande su omosessualità, battesimi post mortem e ruolo della donna, si scollegano rapidamente.
Uno studio di Robert M. Bowman (Institute for religious research) passa ai raggi X il mormonismo di Romney. Il candidato non ne parla e difende il suo silenzio col divieto costituzionale dei test religiosi per chi concorre a incarichi pubblici. Resta sul vago di una religiosità che coincide con quella dell’America profonda, costruita per ispirazione divina da coloni in fuga verso la libertà, anche religiosa: il mito della formazione nazionale affonda le radici nel contrasto fra l’Europa secolarizzata e l’America resa grande dalla fede. God bless America.

In marzo il blog USA 2012 ha spiegato come l’influenza del “fattore mormone” sul percorso di Romney nelle primarie repubblicane:

Romney riceve pochi voti dagli evangelici e da quelli che credono che la visione religiosa di un aspirante presidente sia “molto importante”. E questo gli ha causato alcune sconfitte o vittorie meno nette. Impedendogli di fatto di chiudere il discorso “nomination repubblicana”.
Nel Midwest e nel Sud, tra gli evangelici Santorum ha battuto Romney con numeri a due cifre, ancora peggio è andata tra chi pensa che il credo di un potenziale presidente sia “molto importante”. Romney è un uomo la cui religiosità è nota, e questo dovrebbe renderlo appetibile per questo gruppo di elettori. Invece no, Santorum ha vinto 52 a 21% in Ohio, 51 a 17% in Tennessee, 47 a 16% in Alabama. E anche in Illinois, dove Romney ha facilmente portato a casa la vittoria, ha perso pesantemente nei confronti di Santorum tra gli elettori che ritengono la sua fede una questione importante.
L’ostilità nei confronti di Romney e della sua religione spesso viene espressa esplicitamente, un leader evangelico di Dallas, il pastore Robert Jeffress, ha definito il mormonismo un “culto”, affermando anche che per questa ragione “Romney non potrà accedere al paradiso”. Nella gara delle sparate ha però vinto Scott Thomas, conservatore cattolico che appoggia Santorum, secondo cui: “l’Anticristo forse non è Obama, ma Romney”.

Pochi giorni fa la rivista Washington National Cathedral ha intervistato i due candidati alla Casa Bianca sulla loro fede religiosa e inparticolare sul loro rapporto con Dio. Panorama ne fa questa sintesi: Obama vede realizzato l’insegnamento divino nel Welfare State, Romney nella rinascita degli Stati Uniti come nazione guida del mondo:

criticato per essere un praticante timido (solo negli ultimi tempi ha intensificato la sua partecipazione alle funzioni domenicali), Obama risponde con una sua visione della fede che lo porta a trovare una diretta conseguenza tra delle sue decisioni politiche e le scritture del Vangelo.
Come quando afferma che la Fede gli dice che il suo destino è legato a quello di un bambino che non ha assistenza medica, a un genitore che ha perso il lavoro dopo che la sua fabbrica è sta chiusa, a una famiglia che sta oltrepassando verso il basso la soglia della povertà.
Nell’intervista alla rivista della National Cathedral, il presidente focalizza la sua attenzione sul pluralismo religioso degli Stati Uniti, considerato come diretta espressione della natura stessa di quel Paese, e indica nella Fede uno dei motori del progresso morale della nazione, dalla sfida per il suffragio universale a quella per i diritti civili delle minoranze.

Molto più profondo appare invece il rapporto tra Mitt Romney e la Chiesa del Cristo e dei Santi degli Ultimi Giorni e più in generale con la comunità mormone, di cui l’ex governatore appare un pilastro.Ne ha sempre parlato poco, ma è la biografia del candidato repubblicano a parlare per lui.
Missionario in Francia appena dopo la laurea, Romney officia e presenzia alle funzioni religiose, insegna ai giovani delle scuole mormoni, partecipa molto attivamente alla vita della sua Chiesa. Molto in sintonia con la moglie Ann, spesso – anche durante i tour elettorali – si apparta con lei per pregare.
Per lui, il raggiungimento di successi (anche in campo economico) terreni è una prova, la promessa della felicità nell’aldilà. Ma, soprattutto, Mitt Romney – come tutti i Mormoni – pensa che l’America sia la Nuova Gerusalemme, la Terra Promessa scelta da Dio per guidare le altre nazioni del globo. Ed è per questo che, secondo lui, gli Usa devono tornare ad avere un ruolo speciale nel Mondo.

Il Sussidiario aggiunge:

Le rispettive risposte sono così ben calibrate da non offendere nessuno. Romney non è esplicito per quanto riguarda la sua posizione contraria all’aborto, e per una buona ragione: è stato infatti a favore dell’interruzione di gravidanza quando correva per la carica di governatore del Massachusetts e i sostenitori dell’aborto erano decisivi nel determinare chi sarebbe stato il vincitore. I suoi avversari oggi alimentano la sua reputazione di opportunista sui temi etici. Lo stesso Obama, costeggiando il tema esplosivo dei matrimoni omosessuali, ha dimostrato di avere cambiato la sua posizione.

Da questa ricostruzione emerge come, dai coloni puritani del Mayflower a Martin Luther King, dal teismo di Thomas Jefferson al fondamentalismo antidarwiniano, dal pacifismo etico di Woodrow Wilson al neofondamentalismo interventista di Ronald Reagan o di George W. Bush, il fattore R costituisce  un pilatro fondamentale della cultura americana, e dunque un tema centrale del dibattito pubblico.
Per quanto alcune indagini ritengano che l’influenza della religione nella vita sociale americana sia in declino (si veda il libro American Grace: How Religion Divides and Unites USdi Robert D. Putnam e David E. Campbell), resta il fatto che il 55% degli americani si dice regular churchgoes, ossia frequenta regolarmente una chiesa o un altro luogo di culto. E che gli Stati Uniti sono l’unico Paese al mondo dove un presidente non può parlare apertamente della teoria dell’evoluzione perché in un istante perderebbe milioni di voti, poiché in America sono tanti, tantissimi, i creazionisti. Il Paese dove uno Stato – lo Utah, feudo mormone – può bandire una serie televisiva che parla di una coppia omosessuale che desidera adottare un bambino, oppure dove (grazie a G. W. Bush) oltre due terzi dei corsi sull’astinenza sessuale sono fuorvianti su questioni come la contraccezione e l’ aborto; trattano gli stereotipi sui ragazzi e le ragazze come dati scientifici e contengono gravi errori – al prezzo di 900 milioni di dollari dal 2005 al 2010.
Il rapporto tra religione e politica negli USA è spiegato in questa analisi su WakeUpNews:

Per comprendere l’importanza della religione nella vita democratica degli statunitensi basta prendere in considerazione il fatto che molti presidenti hanno fatto della propria religione un punto di forza. L’esempio più recente è quello di George W. Bush, mentre Barack Obama è stato fortemente criticato per la sua scelta di non dichiarare la propria fede e per il mancato – e sempre presente – riferimento a Dio nel discorso dell’ultimo Ringraziamento. Il perché lo ha spiegato in un’intervista il professor Emilio Gentile, docente di Storia Contemporanea presso La Sapienza di Roma: «L’America è il primo paese ad essersi fondato sulla dichiarata separazione tra Stato e Chiesa senza che questa implicasse, allo stesso tempo, alcuna separazione tra religione e politica. La religione, in quanto componente fondamentale dell’identità americana fin dalle origini, ha sempre rappresentato un fattore onnipresente nella politica americana attraverso la sua massima espressione: il presidente della Repubblica. I presidenti americani sono sempre stati uomini di fede religiosa anche se non appartenenti a specifiche chiese o denominazioni; hanno sempre invocato l’aiuto di Dio, dell’essere supremo, sia pure definito in termini più teistici che riferibili a una particolare confessione religiosa. Bisogna tener conto che l’America si è sempre considerata nei duecento anni della sua esistenza una ‘democrazia di Dio’, cioè una democrazia le cui origini risalgono al riconoscimento che vi sono dei diritti naturali che il creatore ha dato agli esseri umani conferendo in modo specifico agli americani la missione di diffonderli».

E’ proprio il caso di dire che, a decidere chi sarà l’inquilino della Casa Bianca per i prossimi quattro anni, alla fine sarà anche il “voto di Dio“.

I drammatici fatti che hanno scosso Damasco la scorsa settimana (qui una ricostruzione) testimoniano che la crisi in Siria ha ormai attraversato il punto di non ritorno. Potrebbe essere già l’inizio della fine.
Forse è tardi per porre la domanda: come siamo arrivati ​​qui?  A rispondere ci penseranno gli storici, quando tutto sarà finito. Già, ma quando? In ogni caso, il tempo per le soluzioni diplomatiche alla crisi siriana è probabilmente finito. Lotta per il potere sarà decisa dalle armi, non dalla diplomazia.

L’America ha molte colpe in questo. Lasciamo da parte la questione se gli Stati Uniti stiano già intervenendo segretamente in Siria o meno – benché sia ormai accertato che la CIA rifornisce il FSA di armi e munizioni, oltre al fatto che lo stesso FSA potrebbe essere una produzione made in USA. Il vero problema dell’amministrazione Obama è che mai, dall’inizio della crisi 17 mesi fa, ha davvero cercare una soluzione politica.
Tornando indietro di un anno e mezzo, mentre la primavera araba rovesciava dittatori filoamericani in Egitto e Tunisia, il Dipartimento di Stato era frustrato dal fatto che la Siria, almeno inizialmente,  appariva abbastanza stabile. Quando poi le proteste a Homs e Deraa sono degenerate nei massacri che conosciamo, Obama ha creduto di potersi sbarazzare agevolmente anche di Assad, indebolendo così Hezbollah in Libano e togliendo di mezzo l’ultimo alleato mediorientale dell’Iran. Fin dal principio, dunque, gli Stati Uniti hanno premuto per il cambio di regime, analogamente a quanto sarebbe poi accaduto nello Yemen (tuttora nel caos), senza neppure avanzare una qualunque proposta di transizione democratica.  Il problema è che la Siria non è lo Yemen, dove l’America mantiene tuttora un’influenza notevole e dove non ci sono Russia e Cina a fare bastian contrario.

Gli Stati Uniti – e non solo – non abbandonano mai la loro doppia morale.  Ad esempio, gli attentati suicidi sono tragedie orribili, come quello di Burgas. Ma talvolta non sono poi così male, almeno dal punto di vista di Washington e Londra. Dopo la strage di Damasco, il Segretario alla Difesa Leon Panetta ha detto con malcelata gioia che la Siria sta “perdendo il controllo”. Gli ha fatto eco il ministro degli Affari esteri britannico William Hague con le sue lacrime di coccodrillo. Ma la ciliegina sulla torta è questa conferenza stampa di Patrick Ventrell, portavoce del Dipartimento di Stato USA, all’indomani dell’attacco terroristico che ha decimato parte dell’entourage di Assad: per quanto i giornalisti insistessero nel chiedergli se l’attentato fosse stato una “cosa buona” o una “cosa brutta”, il funzionario non è riuscito ad offrire una risposta degna di tal nome.

Torniamo alla Siria. Il ministro degli Esteri siriano Jihad Makdissi, se da un lato ha ammesso che la Siria dispone di armi chimiche, dall’altro ha insistito sul fatto che tali armi non convenzionali sono sotto stretta sicurezza e che in ogni caso sarebbero usate solo in caso di aggressione straniera e mai contro la popolazione civile. Ma se il FSA è davvero un esercito creato, equipaggiata e sostenuta dalle potenze straniere (USA, Arabia Saudita e Qatar), il governo siriano potrebbe considerare anch’esso una forza straniera e dunque usare tali armi? E dall’altra parte, prima o poi gli USA non potrebbero accusare la Siria di averle usate comunque, guadagnandosi così il pretesto per vincere la resistenza russa in sede ONU?

Intanto, secondo alcuni rapporti, Assad è già fuggito dalla capitale verso Latakia, sebbene i media di regime ne abbiano mostrato la figura nel corso di incontri ufficiali. Nel frattempo, a Damasco si è aspramente combattuto e, approfittando del fatto che il regime aveva richiamato le truppe dalle alture del Golan e di altre zone di confine per dare manforte a quelle nella capitale, i ribelli hanno occupato posizioni alle frontiere con Iraq e Turchia. Che l’obiettivo della battaglia di Damasco non fosse proprio quello? Difficile da dire. Questa ed altre domande restano senza risposta.
Ad esempio, se l’esercito regolare sia ancora intatto o meno, viste le continue defezioni – effettive o solo annunciate – degli ultimi tempi. Oppure chi sono davvero i ribelli del FSA, posto che nessuno al di fuori la Siria lo sa con certezza. Il Consiglio Nazionale Siriano e gli altri gruppi in cui l’opposizione ad Assad è frammentata hanno legami poco chiari con le forze sul campo. La Fratellanza musulmana siriana è un attore importante, sia dentro che fuori la Siria, ma non è l’unico. Negli anni Ottanta, prima e dopo la spietata repressione ad opera di Assad padre, ha ricevuto il sostegno segreto di Israele (tramite il famigerato Saad Haddad, un ufficiale dell’esercito libanese reclutato come una pedina di Israele nel sud del Libano) e degli USA, che la sostiene tuttora.

Ancora non sappiamo cosa è successo davvero a Damasco. Questo brillante articolo di Lucio Caracciolo, direttore di Limes (da leggere tutto) spiega:

Per quanto i ribelli islamisti se ne attribuiscano il merito, il colpo in uno dei più protetti palazzi del potere di Damasco è venuto da dentro. Quanto meno, con la partecipazione straordinaria di qualcuno che avesse accesso alla cerchia intima di Bashar. Senza il supporto di elementi interni alla cricca che da oltre quarant’anni tiene in pugno il paese, l’attacco al cuore del regime non sarebbe stato concepibile. Dopo le recenti defezioni di alti dignitari diplomatici e militari, la strage di ieri mina le fondamenta della dittatura siriana.

L’idea che l’attentato sia stato ordito – o abbia richiesto la collaborazione – della cerchia di Assad è tutt’altro che campata in aria, per quanto al momento non confermabile. La sera stessa della strage, sul sito arabo Syria Truth è comparso un controverso pezzo per spiegare la verità sui fatti di Damasco. O ciò che si dice è vero, e allora sarebbe clamoroso, o è falso, ma in ogni caso vale la pena parlarne.
L’idea di fondo è che l’attentato, benché abbia ricevuto ben due rivendicazioni, non sia stato opera dei ribelli bensì di servizi segreti occidentali. L’articolo spiega che l’esplosivo (una carica tra 40 e 50 kg) era stato introdotto nella sala dove si sarebbe svolta la riunione da un funzionario siriano colluso con l’intelligence e azionato da un controllo remoto situato all’interno dell’Ambasciata americana a Damasco, situata a 145 metri dal luogo della deflagrazione.
Difficile dire se questa versione sia degna di fede. Il pezzo va certamente preso con le molle: l’uso un pò troppo disinvolto delle “fonti esterne” (ma quali?) citate nell’articolo lascia più di un dubbio. Tuttavia, a distanza di pochi giorni è spuntato fuori questo riscontro. A cui si aggiungono le scontate accuse della Siria in tal senso, con tanto di promessa di ritorsioni, e dell‘Iran, che punta il dito contro il britannico MI6. Inoltre, un analista americano sostiene che la bomba “odora di Mossad. In ogni caso, tre indizi non fanno una prova.
Cosa è successo davvero a Damasco rimane un mistero. L’ennesima domanda senza risposta in quel teatro dell’assurdo che è la Siria.

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