Giappone, sette governi in sette anni

Il premier giapponese Yoshihiko Noda ha sciolto la Camera bassa e indetto le elezioni anticipate: si voterà il 16 dicembre, anziché nel gennaio del 2013 (fine naturale della legislatura). Se il Partito Democratico – formazione di centrosinistra di cui Noda è leader – dovesse perdere, come è verosimile, il Giappone nominerebbe il settimo primo ministro in sette anni.
Noda è al governo dall’agosto 2011. Il suo governo è stato oggetto di forti contestazioni, principalmente per non aver saputo risollevare il Giappone dalla crisi economica che lo ha colpito dopo la catastrofe dell’11 marzo 2011. In estate, per contenere il debito pubblico del Paese (il più elevato al mondo) ha sostenuto una legge che ha raddoppiato le imposte sui consumi, portandole al 10% entro il 2015, nonostante gli effetti distorsivi che tale misura comporterà. Inoltre ha ricevuto severe critiche anche per le posizioni ondivaghe sull’energia nucleare dopo il disastro di Fukushima: dopo aver sospeso tutti i reattori del Paese, accontentando le richieste dell’opinione pubblica, li ha progressivamente rimessi in funzione.

Noda avrebbe già dovuto sciogliere il parlamento in virtù di un accordo stretto con l’opposizione. L’estate scorsa aveva promesso il voto anticipato in cambio del sostegno al raddoppio dell’imposta sui consumi, ma in autunno si sarebbe rimangiato la promessa – nonostante le numerose pressioni per indire le elezioni. Tuttavia nei giorni scorsi ha avuto nuovamente bisogno del sostegno dell’opposizione, tanto che la crisi del governo si è consumata il 14 novembre quando l’opposizione guidata da Shinzo Abe non ha appoggiato il progetto di riforme economiche proposto dal primo ministro.
Lo scioglimento della Camera bassa è avvenuto dopo l’approvazione di un piano di aumento del bilancio a 92 trilioni di yen attraverso l’emissione di obbligazioni. Soldi necessari per andare avanti fino a marzo 2013 e senza i quali le casse dello Stato si sarebbero svuotate già alla fine di novembre.

Molto probabilmente il suo successore sarà proprio Abe, scelto (non senza polemiche) lo scorso settembre come leader del Partito Liberaldemocratico, già primo ministro nel 2006 per poi dimettersi l’anno seguente per motivi di salute.
Il ritorno di Abe non entusiasma nessuno: è considerato più o meno direttamente responsabile della prima sconfitta elettorale nella storia del suo partito, ininterrottamente al potere nel Sol Levante dal 1955 al 2009 (salvo una breve parentesi di 11 mesi). I sondaggi danno i liberaldemocratici per favoriti, ma probabilmente non otterranno una grande maggioranza. Sullo sfondo ci sono alltri partiti minori, come quello fondato dall’ex governatore di Tokyo Shintaro Ishihara, o quello che sta formando il governatore di Osaka, Toru Hashimoto, che sfruttando il clima d’incertezza e insoddisfazione popolare potrebbero ottenere un qualche significativo consenso. Non è da escludere un governo di larga coalizione.

Per quanto riguarda il futuro energetico del Paese, il prossimo responso delle urne potrebbe rimettere in discussione l’abbandono dell’atomo (entro il 2050) annunciato da Noda in settembre, visto che i liberaldemocratici non hanno mai sostenuto il piano di phase put promosso dall’attuale governo.

Iran e Occidente lottano non per il petrolio, ma con il petrolio

Come secondo le attese, l’ultima fase di negoziati con l’Iran in merito al suo programma nucleare non hanno ottenuto nessun risultato significativo. Il mese scorso, dopo i colloqui a Baghdad, gli ispettori dell’AIEA avevano sperato di raggiungere un accordo con Teheran per definire un “approccio strutturato” che permettesse loro il controllo dei siti di ricerca nucleare sospettati di essere adibiti ad usi militari, ma da allora non ci sono stati progressi. Alla buona notizia della ripresa di un dialogo dopo 18 mesi ha fatto seguito la cattiva notizia di un copione già visto.
Di nuovo c’è che dal 1 luglio la Repubblica Islamica dovrà fare i conti con le ultime pesanti sanzioni inflitte dall’ONU, che potrebbero seriamente danneggiare l’economia iraniana. Il nuovo pacchetto di misure ha lo scopo di punire chiunque intrattenga affari con la Banca centrale di Teheran, con l’effetto di colpire il settore petrolifero, vitale per il mantenimento dello Stato iraniano. Benché l’India, cliente abituale del greggio persiano, abbia deciso di ricorre a metodi creativi per aggirare il muro delle sanzioni, stavolta pare proprio che l’Iran sia con le spalle al muro.
Eppure lo strumento più potente che Teheran ha in mano non è la bomba (che secondo l’Occidente è in procinto di costruire), bensì proprio la sua ricchezza principale: il petrolio.

Il maggior pericolo di un’escalation di tensioni militari con l’Iran è che i prezzi del petrolio schizzerebbero alle stelle, mandando l’economia globale in tilt – come se non avesse già abbastanza problemi.
Lo scorso dicembre è bastato che circolasse la voce della possibile chiusura dello Stretto di Hormuz, giugulare del mercato petrolifero mondiale, perché le quotazioni del greggio aumentassero di 3 dollari in un solo giorno.  Come ho scritto nell’occasione:

Razionalmente l’Iran non farà nulla, visto che il blocco danneggerebbe innanzitutto il proprio export, senza contare le inevitabili ritorsioni militari che il mondo scatenerebbe. Ma è importante che tutti credano che stia per fare qualcosa.

La posizione geografica della Repubblica Islamica rende l’operazione teoricamente possibile, ancorché improbabile. Inoltre, in gennaio il Segretario alla Difesa USA Leon Panetta, attraverso canali segreti, ha già fatto sapere alla Guida Suprema Khamenei che l’eventuale chiusura dello Stretto rappresenta la “linea rossa” oltre la quale sarà guerra. Segno che gli USA hanno preso la minaccia sul serio.
Ma l’Iran non vuole combattere; i suoi reali obiettivi sono altri. L’economia presta molta attenzione alle aspettative, e in una fase storica caratterizzata da volatilità e profonda incertezza come questa, la prospettiva di restare a secco di oro nero è una mossa di per sé sufficiente a far vibrare ulteriormente un sistema congiunturale già claudicante. I mercati sono molto sensibili ai rumors e gli iraniani lo sanno. Non a caso, in seguito all’annuncio sanzioni economiche più severe, sempre in dicembre il vicepresidente iraniano Mohammad Reza Rahimi ha avvertito che se le misure previste entreranno in vigore “non una goccia di petrolio passerà attraverso lo Stretto di Hormuz”. Più di recente si registrano i contrasti con gli Emirati Arabi Uniti per la sovranità sulle isole Abu Musa, di grande importanza strategica poiché situate proprio al di qua dello Stretto.

Il succo della storia è questo: il petrolio è il coltello che l’Iran ha dalla parte del manico, lo strumento attraverso il quale esercitare il proprio leverage politico. Per questo le sanzioni in vigore da luglio si rivolgono proprio al petrolio: se esso è un’arma, bisogna cercare di disinnescarla.
Punto di partenza è diversificare gli approvvigionamenti per ridurre la dipendenza dal greggio iraniano. L’efficacia delle sanzioni è stata procrastinata di sei mesi proprio per consentire ai Paesi europei – in particolare Italia, Spagna e Grecia – di cercare alternative sul mercato. La Cina ha ridotto le proprie importazioni di un quarto. Anche la Turchia ha notevolmente ridotto gli acquisti. nondimeno, più volte il Dipartimento di Stato USA ha chiesto a India, Corea e Giappone di fare altrettanto.
Di per sé, la rinuncia ad un produttore petrolifero di primaria grandezza sarebbe un boomerang per tutto il pianeta. Ma il flusso di greggio sul mercato è stato mantenuto a livelli accettabili dall’Arabia Saudita, la cui produzione ha toccato i livelli più alti degli ultimi 23 anni. Circostanza non gradita a Teheran, la quale ha accusato Ryadh di violare le quantità stabilite secondo le quote OPEC. Peraltro, la capacità dell’Iran di turbare il corretto andamento del mercato era già stata ridotta lo scorso anno dall’annuncio dell’Agenzia Internazionale dell’Energia di mettere sul mercato 60 milioni di barili attingendo alle proprie riserve strategiche. Nell’ultimo G8 di Chicago le maggiori potenze mondiali hanno preso l’impegno di coordinare le proprie azioni per stabilizzare le quotazioni del greggio nel caso in cui le tensioni con l’Iran lo rendano necessario. Infine, i Paesi del Golfo, con gli EAU in testa, stanno progettando di bypassare lo Stretto di Hormuz tramite  un oleodotto, completato in maggio, che sbocca direttamente sull’Oceano Indiano, dove l’influenza di Teheran non può arrivare.

Benché tutte queste risposte hanno sensibilmente ridotto il margine di manovra di Teheran sulle quotazioni, la prospettiva di un nuovo shock petrolifero rappresenta ancora un incentivo potente in mano alla Repubblica Islamica. Se nel lungo periodo le soluzioni alternative potrebbero bastare per sostituire completamente il greggio iraniano, le ripercussioni nel breve periodo sarebbero notevoli. E’ questo a preoccupare i mercati. Con una nuova spirale recessiva all’orizzonte e la crisi dei debiti sovrani ad aggravare la già fragile situazione dell’Eurozona. Va anche detto che India e Giappone, al momento, non possono rinunciare ad abbeverarsi dai pozzi iraniani: la prima perché deve mantenere in corsa un’economia in preoccupante rallentamento, il secondo perché non può più contare sull’apporto dei propri reattori nucleari, precauzionalmente spenti in seguito al disastro di Fukushima.
Mentre il mondo si preoccupa per una bomba atomica che l’Iran non ha – e nemmeno vuole, ma è un’altra storia -, e in attesa che i negoziati sul nucleare conducano da qualche parte, il ricatto del petrolio (vero o presunto) rimane una spada di Damocle sulla testa di un Occidente dal presente critico e dal futuro incerto.

Perché l’Arabia Saudita vuole il Niger?

In metà maggio il presidente del Niger Mahamadou Issoufou si è recato in Arabia Saudita accompagnato dai principali ministri del suo governo, dove ha incontrato re Abdullah, così come importanti leader religiosi, funzionari di governo e imprenditori. Scopo del viaggio è il miglioramento delle relazioni bilaterali e, in particolare, la promozione di investimenti arabi nel Paese nordafricano. Issoufou ha affermato come l’agricoltura, le risorse naturali (uranio in primis) e gli appalti per infrastrutture rappresentino le maggiori opportunità di investimento per le aziende straniere.  Opportunità di cui il Niger, attualmente uno dei Paesi più poveri del mondo, avrebbe davvero bisogno. L’unico settore dove Niamey ha finora attratto capitali esteri è quello estrattivo, complice la fame di uranio del colosso nucleare francese Areva  e la sete di petrolio di quello cinese CNOOC.
Da quando è salito al potere nell’aprile 2011, Issoufou ha cercato di impegnarsi nel ricostruire una rete di relazioni internazionali per il Niger, dopo gli anni di isolamento sotto il precedente regime di Mamadou Tandja. Ma la visita nel regno saudita ha un significato ulteriore. Affari a parte, è da rimarcare l’enfasi sui legami storici tra i due Paesi che entrambe le delegazioni hanno tenuto a sottolineare:

Earlier in his opening remarks, Al-Mobty [presidente del Consiglio delle Camere Saudite, n.d.r.] said the two countries enjoy friendly relations based on common understanding and feelings of fraternity. He recalled the historical visit of the late King Faisal, who went to open the first Arabic school in Niger in 1962. He said that the current ambassador of Niger in the Kingdom is a graduate of that school.

Se il Niger ha interesse ad attrarre capitali stranieri, è da vedere quale interesse nutrano i sauditi verso lo Stato nordafricano.
Allargando lo sguardo, scopriamo che la petromonarchia di Ryadh è molto attiva in tema di investimenti in Africa. In frebbaio la Derba group, società di proprietà di un miliardario saudita, ha concluso un accordo da 4,3 miliardi di dollari per sette progetti industriali in Etiopia. Oppure pensiamo ai 376.000 di terreno acquistati in Sudan tra il 2004 e il 2009 per coltivarvi cereali. Ed è solo la punta dell’iceberg. Anche in Argentina i sauditi hanno concluso un accordo da 83 milioni di dollari per la gestione di un terreno da 30.000 acri dove allevare animali da macello – contro il quale non sono mancate le proteste. L’Arabia Saudita è capofila nel fenomeno del land grabbing in giro per il mondo. Anzi, ne è stata l’iniziatrice. E il Niger, benché prostrato dalla crisi alimentare che sta affliggendo il Sahel, potrebbe essere la prossima tappa.


C’è anche un altro dettaglio. Abbiamo detto che il Niger è ricco di uranio, che viene estratto nella regione dell’Agadez. Nel 2006 il Paese ne è stato il quarto esportatore al mondo, con riserve accertate per 272.900 tonnellate (5% a livello mondiale). Uranio e altri minerali costituiscono il 40% dell’export del Paese. Una ricchezza che fa gola a molti: soprattutto ai francesi di Areva.
Ma anche gli arabi – sauditi in testa – sembrano interessati. In dicembre scrivevo:

Ryadh teme che entro il 2030 la sua produzione di petrolio sarà interamente destinata al consumo interno. Attualmente il regno produce quasi 9 milioni di barili al giorno, due terzi della sua capacità totale. Il programma saudita prevede un investimento di oltre 100 miliardi di euro per la realizzazione di 16 reattori entro il 2030: i primi due entreranno in funzione tra dieci anni; in seguito, ne saranno inaugurati uno o due all’anno fino al completamento del programma.
È probabile che tra le ragioni che hanno convinto Ryadh ad abbracciare la scelta nucleare ci sia anche l’intenzione di uno sviluppo per scopi militari, vista la palese incapacità dell’Occidente di arrestare l’analogo programma dell’Iran, nemico assoluto dei sauditi.

Prendiamo il caso dell’Arabia Saudita. Nel giro di vent’anni occorreranno 3 milioni b/g in più per sostenere una domanda interna che cresce al ritmo del 7% annuo, sottraendo risorse alle esportazioni – ossia all’Occidente. La Casa di Sa’ud ritiene quindi necessario assicurarsi per tempo un’alternativa per la produzione di energia elettrica di base. La dissalazione delle acque consuma 1,5 milioni b/g, pari al 40% del consumo energetico interno. Considerato che la maggior parte dell’acqua prodotta era appannaggio dell’agricoltura, due anni fa Ryadh ha scelto di ridurre la produzione alimentare interna compensandola con maggiori importazioni. E’ evidente lo scopo di preservare le riserve di greggio il più possibile.

Il nucleare consentirà di alleggerire la pressione su una ricchezza sovrasfruttata

La ragione dell’interessamento di Ryadh potrebbe essere proprio questa. Gli indizi ci sono tutti.I legami storici e religiosi con Niamey consentirebbero ai sauditi di godere di una via preferenziale nella corsa all’uranio nigerino.
Inoltre, il colosso Areva è sempre più impopolare. A fine aprile i lavoratori dell’impianto estrattivo di Imouraren, ora in costruzione, sono entrati in sciopero in segno di protesta per le condizioni disumane in cui operano a fronte di un salario misero. E i sindacati hanno minacciato di estendere la mobilitazione a tutti gli stabilimenti di Areva presenti in Niger.
Al solito l’Occidente è percepito come invasore e accaparratore di risorse (come effettivamente è). Per calmare la sollevazione, Niamey potrebbe decidere di rivedere i propri accordi con la compagnia francese a vantaggio dei sauditi. Così come potrebbe affidare il business del petrolio ai cinesi, nel caso in cui la produzione di oro nero dovesse aumentare in accordo alle previsioni del governo.
Uranio e petrolio dovrebbero garantire al Niger una crescita del 14% per il 2012. Un miracolo economico che fa gola  a molti, ma forse noi europei non saremo in prima fila.

I test missilistici della Corea del Nord e il doppio gioco della Cina

La dichiarazione di una moratoria sui test missilistici da parte della Corea del Nord aveva illuso la comunità internazionale che la questione del nucleare di Pyongyang fosse ormai una pratica archiviata. Al contrario, appena una settimana dopo gli accordi bilaterali con gli USA, il regime nordcoreano ha annunciato il lancio di un satellite per le celebrazioni del centenario della nascita del Grande Leader Kim Il-Sung.
Pyongyang sostiene che il lancio di missili a lungo raggio in virtù di test balistici e quello effettuato per mandare satelliti in orbita non sono la stessa cosa. Datemi un microscopio e forse noterò la differenza. In ogni caso le risoluzioni 1718 e 1874 del Consiglio di Sicurezza ONU avevano vietato “qualsiasi attività missilistica” alla Corea del Nord, tra cui “ogni lancio attraverso la tecnologia dei missili balistici”.
A conferma degli scopi militari del lancio ci sono poi le stesse dichiarazioni ufficiali del regime. Durante il sontuoso corteo del 15, in occasione del centesimo anniversario della nascita di suo nonno, il nuovo leader Kim Jong-un ha dichiarato che la superiorità della tecnologia militare è stato “non sarebbe più stata un monopolio degli imperialisti”. Più di così…

C’è da chiedersi quale sia il fine della Corea del Nord. Finora l’unico risultato di questa prodezza è sia stato la revoca degli aiuti alimentari promessi dagli USA, che avrebbero consentito al regime di alleviare le sofferenze di un popolo allo stremo per qualche tempo. Washington si è peraltro affrettata a ribadire che gli aiuti erano dettati da esigenze meramente umanitarie e non condizionati alla moratoria.
Il voltafaccia del regime nordcoreano può avere molte spiegazioni. L’annuncio del lancio del satellite potrebbe riflettere una lotta di potere in atto all’interno del regime, o meglio all’interno della famiglia (de facto) regnante, dove la leadership di Kim Jong-Un non è pienamente condivisa. Potrebbe altrimenti essere un piano studiato a tavolino fin dall’inizio per creare divisioni all’interno dei suoi principali interlocutori, Corea del Sud e Stati Uniti, il primo ansioso di disinnescare la minaccia del Nord e i secondi che preferirebbero pensare solo alle questioni interne a pochi mesi dall’appuntamento elettorale. Oppure potrebbe essere un mero tentativo di attirare l’attenzione: Pyongyang può accettare il disprezzo, ma non l’indifferenza.

Nel 2009, quando il regime annunciò per la prima volta l’intenzione di lanciare un satellite, USA, Corea del Sud, Giappone e molti altri Paesi fecero presente a Pyongyang che ciò avrebbe costituito una violazione delle risoluzioni ONU in tema. Cina e Russia assunsero inizialmente una postura meno rigida. Ma quando il test fu effettuato anche Pechino e Mosca si mossero affinché la Corea del Nord fosse indotta a più miti consigli.
Oggi la musica è cambiata. La Russia ha già espresso gravi preoccupazioni, ponendosi dalla parte della comunità internazionale. La Cina, al contrario, si è limitata a “prendere atto” dell’annuncio di Pyongyang, augurandosi che “le parti possano agire in modo costruttivo”. E tutti sappiamo quanto la protezione diplomatica di Pechino sia fondamentale per la sopravvivenza del regime nordcoreano.

C’è un altro aspetto su cui riflettere. Per più di tre decenni la Corea del Nord ha sviluppato una vasta gamma di missili balistici per colmare il divario con le capacità militari convenzionali, qualitativamente più avanzate, di USA e Corea del Sud. I primi vagiti di tali programmi risalgono agli inizi degli anni Ottanta, quando Pyongyang acquistò dall’Egitto alcuni missili Scud-B a corto raggio di fabbricazione sovietica. Ma il (fallito) tentativo di lancio del satellite ha acceso un ampio dibattito tra gli esperti sulla vitalità, il carattere e la reale consistenza dei progetti nordcoreani di oggi.
Alcuni pensano che il lancio del satellite sia stata tutta una bufala e che i missili mostrati dalla tv di Stato non non fossero altro che prototipi di compensato. In particolare, le tonalità di colore e le caratteristiche di design risultano quanto meno sospette sotto uno sguardo tecnico. Altri si domandano come abbia fatto la Corea del Nord a sviluppare il know how necessario, sollevando qualche domanda circa l’assistenza segreta esterna, sia tecnica che finanziaria, di cui il regime di Pyongyang può aver beneficiato.
Foto satellitari segnalano ulteriori preparativi presso il sito di svolgimento dei test nucleari, senza però fornire indicazioni sulla tempistica di eventuali nuovi tentativi di lancio.

Entrambe le riflessioni ci portano a Pechino. Quello di Pyongyang non è solo un regime satellite del Dragone; è anche – e soprattutto – una spina nel fianco dei competitor regionali (Corea del Sud e Giappone) e globali (USA) di quest’ultimo. Garantirne la stabilità è quindi funzionale ai propri interessi. Certo, la Corea rappresenta un quadro geopolitico complesso la cui risoluzione non è riconducibile alla mera potestà della Cina, ma l’effetto delle pressioni che la comunità internazionale può esercitare su Pyongyang non è neppure paragonabile a quello conseguente all’influenza di Pechino. Tuttavia, il doppio gioco in cui essa si diletta con eccessiva disinvoltura non fa che aumentare i rischi per l’equilibrio regionale, poiché neppure l’ex Terra di Mezzo sembra in grado di fare molto per arrestare il progressivo deterioramento in cui la Corea del Nord versa attualmente.
Con tutto il carico di conseguenze che l’implosione del regime (rectius: della famiglia Kim) al potere potrebbe comportare.

Il mondo dopo Fukushima

L’11 marzo 2011 un’onda anomala (preferisco chiamarla così; lo tsunami è un fenomeno naturale, quella no) generata da un terremoto sottomarino si abbatte sulla costa orientale giapponese, investendo in pieno la centrale nucleare di Fukushima Daiichi.
Qui troviamo una slideshow e qui una cronologia sintetica di quei drammatici momenti.
Dallo scorso dicembre, nove mesi dopo l’incidente, la situazione appare stabile, con i reattori in stato di chiusura fredda, una condizione che esclude ragionevolmente rischi immediati. In parole povere, la centrale non sta più rilasciando isotopi radioattivi come iodio-131 e cesio-137. In ogni caso, è stato il peggiore incubo atomico che la storia ricordi e l’unico altro incidente, insieme a Chernobyl, classificato come livello 7 della scala Ines.

A tutt’oggi non è chiara quale sia stata la reale portata della contaminazione. In maggio è atteso un rapporto del Committee on the Effects of Atomic Radiation delle Nazioni Unite che dovrebbe fare un pò di chiarezza. Gli studi finora condotti sui luoghi dell’incidente non lasciano presagire niente di buono.
I primi dati sull’inquinamento resi noti da Greenpeace lo scorso dicembre dimostrano che a un anno dall’incidente, la radioattività è ancora una seria minaccia per la popolazione locale.
Nel dettaglio, una squadra di ricercatori ha rilevato la radioattività nel centro della città di Fukushima e nel vicino sobborgo di Watari (qui la mappa del monitoraggio), trovando valori di oltre mille volte superiori alla radioattività di fondo registrata nell’area prima dell’incidente dell’11 marzo. In un anno i livelli di radioattività non si sono ridotti in modo significativo, il che dimostra come contaminazione sarà cronica e duratura. Per bonificare l’area in modo che la radioattività scenda sotto i 5 millisivert (mSv) sarà necessario asportare una quantità di terreno dello spessore di almeno 5 cm per svariati kmq. Basta questo per rendere l’idea di quanto sia profondo il contagio provocato dall’incidente.
Le autorità hanno costretto all’evacuazione oltre 100.000 persone residenti nel raggio di 40 km dalla centrale, ma l’organizzazione indipendente Rebuild Japan Initiative Foundation, costituitasi allo scopo di indagare sugli effetti dell’incidente, ha rivelato che nei drammatici giorni dopo l’11 marzo il governo considerò perfino l’ipotesi di evacuare Tokyo in ragione della sua vicinanza (250 km) a Fukushima .
Non va dimenticato che nei mesi caldi dell’emergenza il governo giapponese aveva più volte cercato di minimizzare l’incidente. Oggi sappiamo che poteva essere una catastrofe.

Proprio a proposito dell’evacuazione, il rapporto di Greenpeace non risparmia accuse di inefficienza alle autorità locali. Mentre il lavoro di decontaminazione viene condotto a macchia di leopardo, gli abitanti ricevono pochi e inadeguati aiuti per spostarsi in zone meno a rischio. A tal fine Greenpeace Giappone ha richiesto una serie di misure di protezione e decontaminazione affinché i cittadini siano aiutati ad allontanarsi da aree ad elevato rischio come Watari, se lo desiderano. Secondo l’organizzazione gli abitanti saranno esposti alle radiazioni ancora a lungo a causa della lentezza e inefficienza evidenziati nell’opera di decontaminazione.
Non è chiaro nemmeno quali saranno gli effetti ultimi sulla loro salute. I dati ufficiali della Fukushima Medical University dichiarano che l’esposizione della popolazione alle radiazioni sia stata minima: il 99,3% dei 10.000 residenti vicino alla centrale sottoposti a screening avrebbero ricevuto meno di 10 mSv di radioattività nei primi quattro mesi dopo l’incidente. La dose più alta registrata è stata di 23 mSv, un quarto della soglia di 100 mSv connessa ad un più elevato rischio di cancro. Un gruppo di ricercatori americani ha concluso che persino i lavoratori dentro la centrale sono stati esposti a livelli di radiazioni 10 volte inferiori rispetto alle 500mila persone che costruirono il sarcofago sdi Chernobyl. A Fukushima, il rischio di ammalarsi di tumore potrebbe aumentare dello 0,002%, e la probabilità di morire dello 0,0001%. Percentuale troppo esigua perché si possa distinguere i casi di tumore connessi alle radiazioni rispetto all’incidenza sulla popolazione generale.
Resta il fatto che nelle fasi iniziali dell’incidente molte persone vulnerabili sono state esposte a radiazioni di alcuni ordini di grandezza maggiori rispetto al limite internazionale di esposizione di 1mSv per anno, le cui conseguenze potranno valutarsi solo nel lungo periodo. Questo rapporto smentisce le rassicuranti previsioni di cui sopra affermando che in conseguenza dell’esposizione potranno registrarsi circa 420.000 casi di tumore nei prossimi anni cinquant’anni. Solo il tempo dirà chi ha ragione.
Per adesso abbiamo la testimonianza in prima persona di quel presentatore tv che mangiò l’insalata raccolta nei pressi della centrale. Voleva rassicurare la gente, ora ha la leucemia.

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USA: Byron, San Onofre e le altre. Brutte notizie dalle centrali nucleari

La Nuclear Regulatory Commission ha dato il via libera alla costruzione di due centrali nucleari in Georgia. Se ne occuperà la Southern Co., che ha deciso di investire 14 miliardi di dollari, di cui 8,3 miliardi provenienti da un prestito federale. Le due centrali dovrebbero essere operative nel 2016 e nel 2017.
La NRC non autorizzava nuove centrali dal 1978. Proprio nei giorni in cui gli americani hanno non pochi problemi con quelle vecchie.

Il 31 gennaio la società elettrica Exelon – il maggior operatore di energia nucleare negli Stati Uniti – ha diffuso un comunicato in cui segnalava un “evento inusuale” nell’impianto di Byron (Illinois, ca. 100 km da Chicago). Si trattava di una nuvola di vapore, precauzionalmente rilasciata da una valvola di sicurezza, contenente una modesta quantità di trizio. La società concludeva rassicurando che non vi sarebbe stato alcun impatto sulla salute dei lavoratori e della comunità locale.
Lo stesso giorno, anche la centrale nucleare di San Onofre (California) ha rilevato una possibile perdita di vapore da un tubo. Cosa è successo di preciso è spiegato qui. Il portavoce della NRC, Viktor Dricks, ha parlato di una piccola quantità di radiazioni che potrebbe essere sfuggita nell’atmosfera.
Anche il gestore dell’impianto si è mantenuto sulla stessa linea, sottolineando che in ogni caso non ci sono problemi per la salute umana. Esattamente ciò che le società ripetono ogni volta che un incidente si verifica. A proposito, sapete chi è questo gestore? Proprio la Southern Co. di cui sopra.
L’evento è stato causato dalla rottura di un tubo, ma nell’impianto di San Onofre sono centinaia i tubi ad avere problemi, e quello che ha generato l’allarme avrebbe subito un inconveniente molto significativo. Dulcis in fundo, un operaio è anche caduto in una piscina rifornimento di carburante, col rischio concreto di aver ingerito acqua radioattiva.

Due episodi che confermano il già precario stato di salute delle centrali d’oltreoceano. Sappiamo che il 75% di esse – rectius: tra quelle sottoposte a tale indagine, perché alcune hanno rifiutato l’ispezione – ha registrato perdite di trizio. Le compagnie si giustificano affermando che tali modeste quantità non hanno effetti sull’uomo o sull’ambiente, come nel caso di Three Mile Island, ma non poche evidenze scientifiche smentiscono cotanto ottimismo (qui qui). In alcune zone, come in prossimità dei Grandi Laghi, le falde acquifere presentano già tracce di inquinamento. E non vanno poi dimenticati gli altri rischi, sia sismici che idrogeologici, a cui le centrali sono sottoposte. Si veda qui, qui, qui, qui, qui, qui.

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Gli arsenali nucleari sono tutt’altro che sicuri

Nell’ultimo vertice sulla sicurezza nucleare, tenuto a Washington nel 2010, il presidente Obama si fece promotore di un ambizioso progetto, sottoscritto da una cinquantina di Paesi, volto ad assicurare protezione a tutte le scorte globali di uranio arricchito (Heu) entro il 2014. Adesso uno studio pubblicato dalla ong americana Nuclear Threat Initiative, redatto per valutare i progressi compiuti in vista del prossimo vertice sul tema in programma a Seul a fine di marzo, lancia l’allarme sulla vulnerabilità di tali scorte a possibili di furti da parte di terroristi o di gruppi criminali.
La ricerca è opera di un team di esperti internazionali per stabilite il livello la sicurezza dei materiali atomici conservati in centinaia di siti nei 32 Paesi che (ufficialmente) detengono più di un chilo di Heu, oppure una qualunque quantità di plutonio. Gli esperti hanno preso in considerazione cinque parametri per ciascun Paese: la quantità di Heu disponibile e il numero dei siti in cui è stoccata; il livello di protezione garantito in ogni sito; la trasparenza e l’applicazione di standard internazionali; la capacità e la volontà di ogni Stato di applicare tali standard; fattori sociali quali la stabilità politica, la corruzione e l’esistenza di gruppi sovversivi che cercano di acquisire il materiale nucleare.
E’ interessante esaminare la graduatoria dal basso.
Sul fondo troviamo Corea del Nord (37), Pakistan (41) e Iran (46). La scarsa trasparenza della prima, l’instabilità interna del secondo e entrambe le ragioni per il terzo giustificano questo giudizio.
Risalendo troviamo Vietnam (48), India (49), Cina (52). Le dimensioni delle scorte e la corruzione dilagante giustificano la bassa posizione in classifica.
Israele, a causa di una mancanza di trasparenza che riflette la sua ambiguità sul tema della proliferazione, si classifica 25esimo su 32 (56). La Russia è 24esima (65); il Giappone 23esimo (68).
Per quanto riguarda le altre potenze nucleari, la Russia , la Francia 19esima (73), gli USA 13esimi (78) e il Regno Unito decimo (79).
In cima alla classifica di sicurezza troviamo Australia (94 su 100), Ungheria (89) e Repubblica Ceca (87). L’Australia vince soprattutto per il fatto di avere modeste quantità di materiale, il che riduce i problemi di stoccaggio e conservazione.
Il Regno Unito si colloca in alto per la gestione generale, ma è classificato in basso per la quantità dei siti disponibili. Inoltre, attraverso il riprocessamento del materiale sta accumulando anche enormi quantità di plutonio. Stesso discorso per gli USA, a cui manca però lo stesso livello di sicurezza. E nei quali rimane alta l’allerta per possibili attentati.
Benché il comunicato della NTI rimarchi che tutti gli Stati possono e devono fare di più, è soprattutto a questi ultimi due Paesi che lo studio in questione si rivolge come raccomandazione per migliorare i propri sistemi di controllo.

Al di là di studi e classifiche, la realtà è che nonostante miliardi di dollari spesi in tutto il mondo per la sicurezza dei siti nucleari, centinaia di strutture risultano ancora non protette. Continua a leggere