Il fallimento di Netanyahu

Vincere le elezioni è una cosa, avere la maggioranza per governare è un’altra”. Questa affermazione su Le Monde sintetizza appieno l’ultima tornata elettorale in Israele. Benché i sondaggi della vigilia dessero per certa la vittoria del duo formato dal primo ministro uscente Benjamin Netanyahu, leader del Likud, in tandem  con l’ex ministro degli esteri Avigdor Lieberman, a capo del partito Yisrael Beiteinu, le urne hanno dato ben altro responso.
Questo il riassunto de Il Post:

La coalizione del primo ministro uscente Benjamin Netanyahu ha vinto di misura le elezioni che si sono tenute martedì 22 gennaio in Israele. Il suo partito nazionalista liberale Likud insieme conIsrael Beitenu (“Israele, casa nostra”) della destra sionista laica ha ottenuto complessivamente31 seggi in parlamento, un numero molto distante dai 42 previsti dai sondaggi più recenti. Proprio per questo motivo, Netanyahu ha spiegato che cercherà di formare un governo con il più ampio consenso parlamentare possibile, così da avere una certa stabilità politica nei prossimi mesi.
Il partito centrista Yesh Atid (“Qui c’è il futuro”) fondato dall’ex giornalista Yair Lapid ha ottenuto, a sorpresa, 19 seggi ed è quindi il secondo partito di Israele. Ha superato di quattro seggi il Partito Laburista di sinistra che si è fermato a 15 e che nel precedente parlamento ne aveva solo 7. Tra i partiti ultraortodossi lo Shas, che nel 2006 aveva partecipato alla coalizione di governo di Ehud Olmert, ha ottenuto 11 seggi, mentre lo Yahadut Hatorah ne ha ottenuti 7. Tra i partiti di destra si è anche distinto HaBayit HaYehudi (“La casa degli ebrei”) che potrà contare su 11 seggi in Parlamento. Nel centrosinistra il partito Meretz-Yashad ha ottenuto 6 seggi come l’Hatnuah, mentre Kadima si è fermato a 2 seggi. Tra i partiti arabi, la Lista araba unita ha avuto 5 seggi, il partito politico Balad 3 seggi e Hadash 4 seggi.

Nella serata di martedì, Netanyahu ha tenuto un breve discorso per ringraziare gli elettori per avergli dato l’opportunità di guidare il paese per la terza volta. Ha poi spiegato di volersi confrontare con tutti i principali partiti per formare un’ampia e, per quanto possibile, solida coalizione di governo.

Per i risultati ufficiali e per avere un quadro completo del prima, durante e dopo elezioni, si veda il blog Falafel Café.
Il significativo arretramento della coalizione Likud-Beytenu esprime un messaggio chiaro: il Paese non vuole la svolta a destra. Ma ora è spaccato a metà. Se la maggioranza ideale per un governo stabile dovrebbe poter contare su 70 o 72 seggi, è evidente che, per ottenerla, Netanyahu potrebbe cercare l’aiuto dei partiti di centro come Kadima e Yesh Atid. Lettera 43 ipotizza i prossimi scenari.

Come spiega un esito così imprevisto? Secondo Globalist::

queste elezioni hanno avuto un esito diverso da quello che molti commentatori e analisti davano invece per scontato: non solo per il risultato finale, ma anche per l’affluenza al voto, la più alta degli ultimi anni.
Un aspetto che ha sorpreso molti e che sembra l’indice di un Paese in cerca di un’alternativa all’immobilismo che – a giudizio di alcuni – ha segnato le stagioni più recenti. E non solo in politica estera ma anche in quella interna, dove i morsi di una crisi crescente hanno indebolito la classe media e portato nelle piazze la gente sempre più in difficoltà con il caro vita. Una denuncia e un malcontento che Lapid ha saputo intercettare, cavalcando la speranza di una qualche svolta. Adesso il pallino è nelle mani del vecchio presidente Shimon Peres: dovrà affidare l’incarico, e non potrà esimersi dallo scegliere in prima battuta Netanyahu. Ma la strada per il premier in pectore appare tutt’altro che in discesa.

Linkiesta la vede così: Israele è stanca di avere la questione sicurezza al primo posto dell’agenda. Con il successo dell’ex giornalista tv Yair Lapid, la classe media trova una voce: più attenzione per l’economia e meno privilegi per gli ultraortodossi:

La tendenza Lapid era individuabile per le strade, ma non nei sondaggi. Lapid è uno scatto d’orgoglio della classe media israeliana. È stanca della gestione oltranzista dei rapporti internazionali, tanto da – ormai – ignorarla. Si preoccupa delle questioni economiche, e non riesce a comprendere come un paese in forte crescita come Israele non sia in grado di garantire la sopravvivenza della media borghesia, tanto da costringere il governo a tagli della spesa draconiani e a nuove tasse. Il governo è sempre sembrato più preoccupato delle richieste degli ultra-ortodossi, che di affrontare la questione abitativa: il paese negli ultimi cinque anni ha subito il terzo maggior aumento mondiale nei costi immobiliari, dopo Cina e Hong-Kong.
Il premier Netanyahu aveva compreso che la batosta era nell’aria: 31 seggi sono un disastro. Insieme ai nazionalisti di “Yisrael Beiteinu”, il partito di Avigdor Lieberman, alle elezioni del 2009 aveva ottenuto 42 deputati. Il 25 ottobre aveva annunciato la fusione tra i due partiti di governo, ma i risultati sperati non sono arrivati. Ha provato a cambiare le carte offrendo una posizione “last minute” come ministro delle Finanze alla “stella nascente” del Likud Moshe Khalon, ma non è servito. Khalon è un personaggio di buon richiamo per la classe media perché da ministro delle Comunicazioni era riuscito ad abbassare di molto i costi delle telefonia, ed alcuni mesi fa aveva misteriosamente dichiarato di voler lasciare il governo.
Così, tariffe dei cellulari a buon mercato hanno potuto poco contro le idee di Lapid, portavoce del sentimento borghese. Lapid vuole prendere di petto la questione degli ultra-ortodossi: sono 700.000 persone, figliano a raffica, e di quelli in età da lavoro il 60% sceglie la disoccupazione. Nelle loro scuole non s’insegna la matematica e l’inglese, e soprattutto il pensiero critico: sono viste come “centri di programmazione mentale” per essere costretti a far parte tutta la vita di una sorta di setta religiosa. Mantenere gli ultra-ortodossi in esplosione demografica costa allo stato oltre un miliardo di euro l’anno.

Per approfondire la figura di Yair Lapid, ex giornalista e più che mai astro nascente della politica israeliana, si veda su Internazionale e Lettera43.

Il dato di fondo è questo. In un’elezione dove tutti si proclamano vincitori, il vero sconfitto è proprio il premier uscente Netanyahu. Globalist:

Netanyahu ha fallito clamorosamente. Infatti in Israele si è votato non per decorrenza della legislatura, o per crisi di governo, ma perché il premier ha sciolto la Knesset, alla ricerca di una maggioranza ancor più ampia di quella che aveva. Il risultato? Calo vertiginoso del suo partito, nascita di una destra estrema, ancor più estrema di lui, tenuta degli utraortodossi, alleati odiati, e soprattutto vittoria di un centro tumultuoso e nuovo, guidato da un giovane giornalista televisivo, Lapid, che da zero arriva a 19 seggi in un colpo solo. La fine del re non poteva essere più amara.
Ha fatto la sua guerra pre-elettorale a Gaza, ha portato al calor bianco le relazioni con la Casa Bianca, ha sfidato i giovani della protesta di piazza, invaso la Cisgiordania di colonie, ha pensato leggi incredibili ai danni dei cittadini di etnia araba d’Israele, in partenariato con il suo ministro degli esteri, ha avuto il pieno sostegno bellicista del leader laburista che in virtù di questo ha ridotto il suo partito ai margini della politica, poi ha sciolto il Parlamento. E ha perso ben 9 seggi su 120, pari a una percentuale molto vicina all’8% dei voti!.

Nel discorso della vittoria (?) pronunciato a Tel Aviv, il premier ha dichiarato che cercherà di costruire una coalizione più ampia possibile ma che non rinuncerà all’idea di un governo forte per contrastare la minaccia del nucleare iraniano e risolvere i problemi economici interni. Come se la retorica anti-iraniana possa ancora avere un senso, visto che la debolezza del terzo governo Netanyahu si rifletterà proprio sulla linea da adottare nei confronti di Teheran, oltreché del processo di pace con i palestinesi.
L’era post Netanyahu comincia oggi.

Cosa (non) cambia con l’ingresso della Palestina nell’ONU

La Palestina è stata ammessa all’ONU come Stato osservatore non membro. I voti favorevoli sono stati 138, quelli contrari 9, quelli astenuti 41 (qui il voto nel dettaglio, qui alcuni retroscena). Dato importante è l’affermazione dei confini precedenti alla guerra del 1967 (compresa Gerusalemme Est).
Ora, il voto del Palazzo di Vetro ha un valore solo simbolico, o potrebbe – il condizionale è d’obbligo trattandosi di Israele e dei suoi sostenitori – avere anche effetti concreti ?

Di fatto, il riconoscimento ha implicazioni pratiche che potrebbero mettere in imbarazzo Israele e disturbare il funzionamento delle diverse agenzie delle Nazioni Unite. La principale conseguenza è la possibilità, una volta firmato e ratificato lo Statuto di Roma, di adire la Corte Penale Internazionale dell”Aja per crimini di guerra o crimini contro l’umanità commessi dalle autorità israeliane, in particolare per l’operazione Piombo Fuso del 2008-09. Eventualità che il Regno Unito ha cercato di scongiurare, condizionando il proprio voto favorevole (Londra si è poi astenuta) alla formale rinunzia della Palestina a tale pretesa.
La Corte potrebbe entrare in gioco anche nel caso in cui si riuscisse a dimostrare che Yasser Arafat è stato avvelenato: in tal caso la Palestina potrebbe chiedere al Procuratore generale presso la Corte di aprire un’inchiesta. Ma la la verità sulle cause del decesso del raìs è una vicenda piena di punti oscuri e sulla quale nessuno vuole fare chiarezza.
Quanto alle agenzie, gli USA (principali sovventori) hanno già minacciato di ritirare i propri finanziamenti, come già accaduto per l’UNESCO.

Manco a dirlo, Netanyahu non l’ha presa bene. Il primo israeliano, oltre a ringraziare i “nove Paesi con la verità” l’appoggio, ha annunciato la costruzione di nuovi insediamenti in Cisgiordania.

In realtà, al di là dell’enfasi e delle celebrazioni, in concreto per la Palestina cambia veramente poco. Niccolò Locatelli su Limes, quasi a far eco alle parole dell’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, Ron Prosor (“Abbas preferisce i simboli alla realtà. Preferisce volare a New York invece di venire a Gerusalemme per negoziare“) spiega perché l’ammissione all’ONU è una vittoria simbolica, ma non una soluzione:

La Palestina, al di là della maggioranza bulgara all’Onu, non può contare su Stati amici altrettanto importanti: gran parte del mondo arabo usa la questione palestinese come diversivo per distrarre la popolazione dai problemi di legittimità interni o per acquisire popolarità a buon mercato. Inoltre non è in grado di minacciare militarmente l’esistenza di Israele; anche il numero di vittime palestinesi è costantemente maggiore di quello delle vittime israeliane [dati 2000-2007]. Infine, la spaccatura tra le due maggiori fazioni del movimento palestinese, Fatah e Hamas, si è amplificata negli anni, giungendo dal 2006 ad assumere anche geograficamente il carattere di una spartizione: Fatah “governa” a Ramallah, dove risiede il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) Abu Mazen, e in tutta la Cisgiordania; Hamas ha il predominio sulla Striscia di Gaza.
Date queste circostanze è difficile pensare che il riconoscimento dell’Onu possa avere qualche effetto sulla soluzione della questione palestinese. Certo, nel breve periodo Israele sarà isolata diplomaticamente mentre l’Anp rischierà di perdere i soldi delle tasse (che vengono raccolti da Israele) e quegli aiuti occidentali che hanno permesso a Fatah di arricchirsi e istituzionalizzarsi al potere. La Palestina potrebbe sfruttare il suo nuovo status per denunciare Israele al Tribunale penale internazionale (che finora non poteva esercitare la propria giurisdizione nei Territori) o alla Corte internazionale di giustizia, il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite.
Ma come detto gli argomenti del diritto internazionale non hanno particolare influenza sulle decisioni dello Stato ebraico. L’eventuale sospensione degli aiuti occidentali potrebbe avere effetti indesiderati per Usa ed Europa: aumento della popolarità di Hamas, maggiori ingerenze da parte di finanziatori con un’agenda diversa (Qatar in primis), recrudescenza dell’instabilità. Il riconoscimento ottenuto all’Onu rappresenta il lascito di Abu Mazen ma non scuote le fondamenta della questione israelo-palestinese. La soluzione di questa passa per Washington e per le maggiori capitali mediorientali, non per il Palazzo di Vetro di New York.

PS: per l’ennesima volta,  l’Unione Europea, non ha perso l’occasione di dimostrare la mancanza di una politica estera unitaria i 27 hanno votato in ordine sparso. Al di là dei tremila diplomatici di alto profilo che affollano il Servizio europeo di azione esterna, Bruxelles non possiede quell’unità e quella volontà politica necessarie alla proiezione di una identità e di una personalità sulla scena mondiale. Il tempo in cui i Paesi europei avevano una visione comune sembra ormai lontanissimo.

Entro pochi giorni sapremo se Israele attaccherà l’Iran oppure no

La questione del possibile attacco di Israele all’Iran per arrestarne il programma nucleare giunto già in fase avanzata è un’evergreen dei dibattiti di politica internazionale da vent’anni, ma in questi giorni se ne parla sempre con maggiore insistenza. Perché forse stavolta l’attacco potrebbe esserci davvero.
Per spieganre le ragioni, prendo le mosse da un articolo dell’analista americano John Hulsman intitolato pubblicato su sul quaderno speciale di Limes Media come armi“, intitolato “Idi di settembre“.

Secondo Hulsman, le indicazioni trapelate dai i colloqui riservati tra Obama e Netanyahu alla Casa Bianca in marzo sono preoccupanti. Il premier israeliano ha assicurato di non aver preso nessuna decisione definitiva circa un eventuale attacco all’Iran, impegnandosi a concedere alle ultime sanzioni (in vigore da luglio) un periodo di prova per verificarne l’efficacia. Il problema è che i due alleati, pur trovandosi d’accordo su alcuni punti, traggono conseguenze politiche diverse. Un rapporto dello scorso febbraio afferma che l’Iran è in possesso di circa 100 kg di uranio arricchito al 20%: se arricchito al 90%, sarebbe una quantità sufficiente per fabbricare 4 bombe. Benché sia necessario almeno un anno per assemblare un ordigno nucleare e almeno altri 18-24 mesi per montarlo su un missile Shabab 3, i servizi segreti USA calcolano che al più tardi di Natale (2012) Israele perderà la possibilità di impedire militarmente l’acquisizione dell’atomica. Ma il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak ha più volte affermato che il punto di non ritorno sarà varcato a inizio autunno. Per allora il reattore iraniano di Fordow, situato in una montagna vicino alla città di Qom a 60 metri di profondità e irraggiungibile alle bombe attualmente a disposizione dell’aviazione di Tel Aviv, avrà prodotto abbastanza uranio arricchito da rendere il programma nucleare di Teheran inattaccabile. Ma Obama non ha dato il via libera ad un raid israeliano, né ha promesso di intervenire direttamente in caso di fallimento delle sanzioni.
Ora, che Israele avrebbe attaccato l’Iran entro Natale (2011, questa volta) si diceva già un anno fa. Perché stavolta la minaccia israeliana dovrebbe essere più concreta? Secondo Hulsman, per il semplice motivo che i piani bellici di Netanyahu si legano a doppio filo alla congiuntura elettorale negli USA.
Tirando le somme, Obama ha gestito la politica estera americana in tono dimesso, smorzando gli eccessi di Bush senza però proporre una valida alternativa. Una prudenza che per il presidente in carica si è trasformata in un elemento di forza: secondo i sondaggi, gli americani considerano Obama un leader più capace in politica estera rispetto all’avversario Romney. Ma il dossier Iran potrebbe rimescolare le carte: i repubblicani rimproverano alla Casa Bianca di scarso sostegno ad Israele e fanno pressione affinché essa sostenga incondizionatamente qualunque decisione Tel Aviv sceglierà di adottare. La corsa di Obama per il secondo mandato passa anche attraverso la Florida, Stato elettoralmente strategico e a forte presenza ebraica. Stretto tra due fuochi – Israele da una parte, repubblicani dall’altra – a meno di due mesi dal voto, il presidente potrebbe essere costretto perseguire verso l’Iran una politica basata sulle priorità degli israeliani, anziché su quelle di Washington. Viceversa, in caso di rielezione Obama avrebbe una forza negoziale maggiore nei confronti di Netanyahu e potrebbe così opporre il suo rifiuto ad ogni iniziativa di quest’ultimo.
Pertanto, conclude Hulsman, l’attacco sarà a settembre, oppure non sarà. Il fatto che quindici giorni siano già trascorsi potrebbe autorizzarci a sperare in bene, ma i segnali che qualcosa può ancora succedere non mancano.

Innanzitutto, Netanyahu ha ribadito che farà di tutto per impedire all’Iran di dotarsi della bomba non più tardi di pochi giorni fa, accusando l’America di avere “troppe incertezze” in merito. In agosto un blogger israelo-americano ha pubblicato in rete un estratto di un dossier contenente un piano d’attacco. Sempre in agosto c’è stato un attentato a turisti israeliani in Bulgaria, e pur senza prove certe Ntanyahu non ha perso tempo ad accusare l’Iran della strage. Infine, l’ultimo rapporto del Mossad che parla di “conseguenze imprevedibili” nell’ipotesi di un Iran nuclearizzato risale a due settimane fa. Si vedano anche le recenti dichiarazioni del nostro ministro degli Esteri Giulio Terzi.
C’è poi lo strano caso del Canada, che di punto in bianco ha deciso di interrompere le proprie relazioni con l’Iran, inserendo quest’ultimo – insieme alla Siria – nella lista degli Stati che sostengono il terrorismo. Ok, tra i due Paesi  ci sono stati degli incidenti in passato, ma la repentinità della mossa solleva non pochi interrogativi. E’ da notare che l’annuncio è giunto per bocca del ministro degli esteri John Baird nel corso di una visita ufficiale in Russia, Paese alleato (seppur con riserve) della Repubblica Islamica, nonché fornitore di mezzi e know how per il suo programma atomico.
L’idea più accreditata presso gli analisti è che si sia trattato di una misura prodromica ad un possibile attacco militare a Teheran, posto che Ottawa tende sempre di più ad appiattirsi alle decisioni assunte da Washington (per gli approfondimenti sui rapporti USA-Canada rimando al blog BeYourOwnLeader).

Questo fino a martedì scorso, 11 settembre. Fino all’assalto alla sede diplomatica USA di Bengasi, che ha imposto ad Obama delle scelte nel momento in cui meno avrebbe voluto assumerle. La sua risposta, come nelle previsioni, è stata cauta e decisa nello stesso tempo: forte e irrevocabile presa di posizione sul piano diplomatico contro l’assalto, invio di soldati per proteggere i funzionari d’istanza nei Paesi teatro delle rivolte e dichiarazioni di rispetto nei confronti della religione islamica. Questo per limitare i prevedibili attacchi dei repubblicani che non hanno perso tempo ad accusare il presidente di scarso patriottismo e debole leadership.
Le proteste nel mondo arabo (e non solo) continuano, e gli eventi potrebbero suggerire a Netanyahu di alzare la posta per sfruttare l’ultimo scampolo di vulnerabilità politica del presidente americano. Il quale, in questo momento, ha in mente solo una cosa: la rielezione.

Capitolo Israele. La storia dimostra che, in caso di dubbio circa eventuali minacce alla propria sicurezza, Tel Aviv tende ad agire preventivamente: lo ha fatto contro l’aviazione egiziana nel 1967, contro il programma nucleare iraqeno nel 1981 e contro quello siriano nel 2007. Se fino ad oggi Israele non ha sferrato il colpo, almeno in parte, è perché un’azione diretta in territorio iraniano avrebbe una possibilità di successo solo col decisivo supporto delle forze armate americane. Il reattore di Fordow può essere distrutto solo tramite ordigni anti-bunker, che gli USA si sono sempre coscienziosamente rifiutati di vendere ad Israele, e in ogni caso è dubbio che l’aviazione israeliana, pur mettendo in campo gli oltre 100 aerei considerai necessari all’operazione, sia in grado di finire il lavoro senza l’ausilio di quella americana.
Ma la principale ragione per cui Israele non può attaccare l’Iran è politica, ed è costituita dalle divisioni interne su come affrontare la minaccia iraniana. Per agire, Netanyahu ha bisogno che il governo sia compatto nel sostenere la sua volontà d’attacco. Per tutto il 2011 il primo ministro ha provato a strappare il consenso sull’ipotesi di un’azione preventiva, sostenuto dal ministro degli esteri Barak e dal bellicoso ministro degli Esteri Avigdor Liebermann. Se dimostrerà di aver fatto di tutto per evitare la guerra (ma sono emerse prove che lui abbia falsato i dati sulla minaccia), alla fine il suo gabinetto potrebbe cedere e rassegnarsi all’ineluttabilità dell’attacco. A quel punto la palla passerebbe a Obama.
Sempre John Hulsman, in un precedente articolo sul tema, aveva spiegato che, se quando Israele deciderà di colpire, alla Casa Bianca ci sarà un neoconservatore come G. W. Bush, l’attacco è garantito. Se invece sarà un democratico, l’attacco potrebbe avvenire comunque se Israele incalza, i neocon fanno pressione e il presidente è debole.
La prima e la seconda condizione ci sono già. Sta ad Obama scongiurare l’ultima.

Il confronto Usa- Iran alla luce delle rivoluzioni arabe

Carta di Laura Canali, in Limes 1/09 "Il buio oltre Gaza"

1. Il grande assente nel panorama delle rivoluzioni in Medio Oriente sembra essere l‘Iran. Le rivolte arabe , infatti, hanno sfiorato il Paese solo marginalmente. Il 14 febbraio, dopo mesi di appannamento, l’Onda Verde è tornata a far sentire la sua voce, ma il Paese degli ayatollah non è caduto vittima dell’effetto domino che in Nordafrica aveva spazzato via in poche settimane una classe dirigente al potere da decenni. Al contrario, l’Iran ha tentato di volgere gli eventi a suo favore, interpretando le ribellioni mediorientali come la fine del servilismo nei confronti del “corrotto” Occidente.
Tali proclami, come era prevedibile, non hanno sortito alcun effetto. Per una volta, l’impeto dei fatti ha presto sepolto la vacuità delle parole. Ma l’indubbia stabilità (o mancata instabilità) del regime iraniano rispetto al resto del Medio Oriente lascia intatte le ambizioni di Teheran di diventare la maggiore potenza della regione.
Una posizione contesa all’Arabia Saudita, ambiguamente amica degli Usa ma rivale assoluta dell’Iran. Nella guerra fredda mediorientale, com’è stato definito il conflitto sotterraneo da Ryadh e Teheran, il Bahrein è ora il nuovo terreno di scontro.

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