Le trame del Qatar dietro l’idea di un ufficio per i taliban

Sullo scacchiere internazionale il Qatar è lo Stato più cool del momento. Dopo aver giocato un ruolo fondamentale nella caduta di Gheddafi e nella promozione delle sanzioni contro la Siria da parte della Lega Araba, la nuova missione della diplomazia di Doha è quella di facilitare i colloqui per la pace nel conflitto afghano. A tal fine, l’emirato consentirà l’apertura di un ufficio dei taliban proprio a Doha, per fornire una piattaforma di dialogo con la comunità internazionale. Già nel 2001, prima che i taliban fossero sconfitti in Afghanistan, il Qatar aveva ospitato alcune loro delegazioni.
Ma l’iniziativa, che porta la firma dell’iperattivo del primo ministro (e ministro degli Esteri) Hamid bin Jassim Al-Thani, porta con sé una serie di domande.

Innanzitutto, chi sono i “taliban” in questione? In America se lo chiedono da almeno un paio d’anni, da quando l’amministrazione Obama accettò l’idea di favorire la reintegrazione politica di quelle fazioni che avessero offerto la garanzia della rottura di ogni rapporto con al-Qa’ida.
Riformulando la domanda, la questione è: il mullah Omar parteciperà ai colloqui? Forse. Pare nei giorni scorsi una delegazione di cinque membri guidata da Tayyib Agha, assistente di Omar, si sia recata a proprio a Doha per negoziare uno scambio di prigionieri con gli USA. Gli emissari hanno chiesto la liberazione di cinque uomini (la richiesta iniziale era venti) detenuti di Guantanamo, tra cui spicca il comandante Mohammed Fazil, indicato come possibile negoziatore nella successiva fase ufficiale delle trattative, quando l’ufficio di Doha sarà reso operativo. Tuttavia, dalle ultime notizie sembra che i taliban intendano sospendere gli attacchi alle forze di sicurezza pakistane per lanciare una nuova offensiva contro quelle Usa e Nato in Afghanistan – come dimostrano i recenti attacchi. Non esattamente il miglior biglietto da visita per intavolare una trattativa.
Allora, chi sono questi taliban? Probabilmente, si tratta dei gruppi mediaticamente inclusi nella rubrica di taliban “moderati’ che vivono a Kabul, quelli della cricca del presidente Hamid Karzai. Gira voce che anche il figliastro di Gulbuddin Hekmatyar sia in soggiorno a Kabul per incontrare i funzionari Nato per conto del padre, forse con la prospettiva di rivedersi più in là, a Doha. Poca cosa, tuttavia, rispetto alla vastità della galassia dei taliban, considerato che i comandanti dei vari gruppi in Pakistan sono sempre più ai ferri corti.
L’incontro preliminare di Doha è fallito a causa dell’opposizione del presidente Kazai. Peraltro, il presidente afghano ha sempre cercato di sabotare qualunque iniziativa volta a favorire un negoziato diretto tra americani e taliban. Non vuole ritrovarsi ai margini di una trattativa in cui la posta in palio è la sua stessa vita. Reintegrare i gruppi talebani più influenti, una volta chiuso l’ombrello protettivo degli americani (nel 2014?), è per lui l’unica alternativa all’esilio.

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