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Lo shale gas (gas di scisto) è stata la grande innovazione energetica degli ultimi anni. Benché scoperto agli inizi del secolo scorso, è solo dal 2000 che il suo utilizzo ha conosciuto una decisa accelerazione. Oggi la possibilità di sfruttarlo come fonte di energia potrebbe sconvolgere le dinamiche di mercato e rivoluzionare gli equilibri commerciali e geopolitici a livello mondiale.

La rivoluzione dello shale

Secondo Limessommando gli effetti della crescita della produzione petrolifera convenzionale e non, quattro Paesi mostrano il più alto potenziale in termini di effective production capacity growth (crescita della capacità di produzione effettiva): nell’ordine Iraq, Usa, Canada, e Brasile. Tre su quattro si trovano nell’emisfero occidentale, e solo uno – l’Iraq – in Medio Oriente, tradizionale centro di gravità del mondo petrolifero. Ma il dato più sorprendente è l’esplosione della produzione petrolifera degli Stati Uniti.

In particolare, l’utilizzo combinato di due tecnologie - horizontal drilling e hydrofracking - all’inizio pensate soprattutto per lo sfruttamento dei pozzi non convenzionali, si sta ora diffondendo anche allo sviluppo dei giacimenti convenzionali, con l’effetto di aumentare la redditività di pozzi già maturi, magari considerati già in via di esaurimento. Con tali tecnologie si prolunga di fatto la vita dei giacimenti e più in generale si accrescono le riserve disponibili di petrolio.

Gli USA potrebbero arrivare a produrre, entro il 2020, 11,6 milioni di barili/giorno di greggio e Ngls (Natural Gas Liquids), diventando il secondo più grande produttore petrolifero mondiale dopo l’Arabia Saudita. Se nel 2000 lo shale gas copriva appena l’1% del fabbisogno energetico statunitense, nel 2010 la quota era già cresciuta al 20% e si prevede toccherà il 46% nel 2035. Grazie alle riserve di petrolio e shale gas scoperte negli ultimi vent’anni gli Stati Uniti dovrebbero presto raggiungere l’autosufficienza energetica.
Inoltre, secondo l’IEA (International Energy Agency), sempre per il 2020 gli USA diventeranno esportatori netti di metano. L’America tornerebbe così uno dei massimi fornitori di energia su scala globale come sono stati fino al 1949, quando il 60% del petrolio mondiale veniva estratto sul suolo degli States.

Le formazioni di scisto, però, non sono presenti solo in Usa: sono state individuate in Europa, Africa, Canada, America del Sud e Cina. Alcune indagini preliminari hanno evidenziato che in ben 32 Stati il volume di gas di scisto “utilizzabile” supera di almeno sei volte quello degli Stati Uniti, anche se non è detto che si tratti di giacimenti di qualità. In Cina, dove secondo le stime IEA si trovano le maggiori riserve di shale a livello mondiale (il 50% in più degli USA), c’è già molto fermento attorno al tema.

Lo shale gas in Europa

Conscia della propria insicurezza energetica, Bruxelles è da tempo alla ricerca di sempre nuove fonti di approvvigionamento. In questo senso, lo shale rappresenta un’opportunità da considerare con attenzione.

Secondo alcuni esperti, per l’Europa lo shale gas potrebbe essere la via d’uscita dalla recessione: con un costo del lavoro dalle 5 alle 18 volte maggiore a quello medio della Cina, l’abbattimento dei costi dell’energia rappresenterebbe una fondamentale opportunità per far sì che le merci made in Europe tornino a competere sui mercati globali.
Secondo alcune stime, il gas di scisto potrebbe arrivare a coprire il 45% della produzione europea di gas entro il 2035, cioè il 10% del totale.

Oltre che ai vantaggi economici, lo shale avrebbe importanti riflessi geopolitici. In particolare, il Vecchio continente potrebbe finalmente uscire dallo scacco energetico russo.

Eppure l’ultimo vertice europeo dei capi di Stato e di Governo, in maggio, si è chiuso con una generica apertura alle risorse non convenzionali. Non ci sarà, insomma, un invito esplicito a inseguire gli Stati Uniti nella rivoluzione dello shale gas, a causa delle divergenze di posizioni e di interessi tra i 27 Paesi membri, a dispetto delle maggiori compagnie energetiche europee che da tempo insistono per interventi urgenti.
L’Europa è divisa, su questo come su qualunque altro argomento possibile. Il dibattito sullo shale gas vede dunque un’Europa spaccata in due, fra euforia e rifiuto totale. Di diversa natura sono le resistenze allo sviluppo dello shale gas nel Vecchio continente.

Da un parte, c’è la spinosa questione dell’impatto ambientale conseguente alle attività di frantumazione idraulica (fracking), necessarie per produrre il gas di scisto. Il Vecchio continente teme i danni causati dall’estrazione.
Già in settembre la commissione Industria ed Energia del Parlamento europeo aveva chiesto regole più severe per lo sfruttamento del gas da scisti. La Germania è uno dei Paesi che con maggiore attenzione sta analizzando il problema: uno studio del ministero dell’Ambiente pubblicato alla fine del 2012 ha esaminato le conseguenze ecologiche del fracking, valutandone le insidie (compreso il possibile inquinamento delle falde acquifere) e imponendo una serie di obblighi nel caso di utilizzo.

Dal punto di vista economico, poi, al di là delle rosse previsioni citate è difficile non riconoscere che le condizioni in Europa sono piuttosto diverse e probabilmente non potranno essere replicate quelle di vantaggio ottenute negli Stati Uniti in merito all’abbassamento dei prezzi del gas. Più in generale, ci sono almeno cinque ragioni per cui lo shale gas non sarà un game changer nel quadro energetico europeo: 1) elevata densità della popolazione, causa di maggiori preoccupazioni ambientali rispetto agli Stati Uniti; 2) giacimenti situati ad una profondità maggiore rispetto a quelli in USA; 3) mancanza del necessario know-how; 4) normativa che non incentiva gli investimenti privati; 5) maggiore convenienza del Gnl (gas naturale liquefatto) e della rete gassifera esistente rispetto allo sviluppo dello shale.

Perché lo shale (non) ci salverà da Mosca

Dall’altra, c’è la questione geopolitica. Con un’Europa forte energeticamente, il ruolo strategico della Russia nello scacchiere globale verrebbe notevolmente ridimensionato. Per questo la Russia è molto preoccupata per il possibile sviluppo dei giacimenti europei di scisto: l’indipendenza energetica europea porrebbe fine al monopolio di Gazprom, e dunque all’influenza di Mosca su Bruxelles.

Non è un caso che, tra i 27, il Paese europeo che più ha spinto e avallato il ricorso a tecniche non convenzionali sia la Polonia, da sempre rivale di Mosca. Il governo di Varsavia ha predisposto una serie di riforme sia di semplificazione nell’accesso alle concessioni che di sfruttamento delle stesse – allargando alcuni vincoli ambientali. Il risultato di questo mix è stato una pioggia di investimenti attesi: il Ministero dell’Ambiente si aspetta per quest’anno l’apertura di 39 pozzi perforativi. Un’analisi sul potenziale dello shale gas in Europa, redatta da Ruud Weijermars e Crispian McCredie, consulenti per Alboran energy Strategy, e pubblicata agli inizi dello scorso anno, spiega perché è più probabile che lo sviluppo europeo di questa risorsa venga guidato da Varsavia e non da Bruxelles. Altro precursore europeo del fracking è l’Ucraina, che non a caso rappresenta – esattamente come la Polonia – uno dei Paesi più energeticamente legati a Mosca.
A fronte di chi tuttavia vorrebbe affrancarsi dal rubinetto russo, c’è invece vi rimane strenuamente attaccato per ragioni di strategie economiche (Germania)  e/o convenienza di varia natura (Italia: si vedano i rapporti tra ENI e Gazprom).

In conclusione, la rivoluzione dello shale potrebbe davvero  rivoluzionare l’industria petrolifera – e la politica estera – americana e cinese, ma non quella europea.

Nell’eterna partita geopolitica tra Europa e Russia, l’Ucraina rappresenta una pedina molto importante.

Venerdì 15 marzo  i

Dzerkalo Tyzhnya, il principale giornale ucraino, riportava un’indiscrezione (rilanciata dall’agenzia Interfax) secondo cui Kiev avrebbe accettato di aderire all’Unione Doganale Eurasiatica (che comprende Russia, Bielorussia e Kazakistan) come membro associato per due anni, prima di adottare lo status di partner a pieno titolo. Bloccando forse definitivamente l’ingresso di Kiev nella UE. Secondo La Voce Arancione:

L’inglobamento dell’Ucraina nell’Unione Doganale della Russia ha conseguenze catastrofiche per l’Unione Europea, poiché esso permetterà presto alla Russia di esercitare una fortissima pressione in ambito energetico nei confronti dell’UE, che oggi già dipende dalle forniture di gas russo per il 40% del suo fabbisogno continentale.

I colloqui (a porte chiuse) tra il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo ucraino Viktor Yanukovich si sono svolti nei primi di marzo nella villa privata dell’uomo forte del Cremlino, situata al di fuori di Mosca.
Putin considera l’accordo vantaggioso per tutti. “Se l’Ucraina entra nel’Unione doganale”, ha detto, “il suo PIL aumenterà tra l’1,5 e 6,5%, a seconda del grado di integrazione.” Ciò che ha coscienziosamente omesso di precisare è che l’ingresso nella CEE Eurasiatica precluderebbe l’analogo passo in quella Europea.
Nel vertice bilaterale Ucraina-UE di febbraio, infatti, il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, aveva ribadito a Yanukovich che la UE e l’Unione Doganale post sovietica si escludono a vicenda. In altre parole, ora l’Ucraina deve scegliere.

Yanukovich ha dichiarato che il commercio dell’Ucraina con i Paesi dell’Unione Eurasiatica nel 2012 ammontava a 63 miliardi di dollari, mentre quello con i Paesi della UE era pari a 50 miliardi. Il suo Paese non può dunque fare a meno né dell’una né dell’altra. Da qui la necessità di avvicinarsi a ciascuna delle due sponde stando però attento a non alienarsi le simpatie dell’altra.

Ora come ora Kiev è saldamente nell’orbita di Mosca. Non soltanto per la forte influenza che l’Ucraina subisce da quest’ultima attraverso i ricatti sul gas: ad esempio, la Russia sarebbe pronta a rilevare il controllo dei gasdotti dell’Ucraina mediante la creazione di una joint venture per la gestione delle condutture ucraine gestito al 50% da Mosca e Kiev, ma di fatto controllato al Cremlino. Accordo contornato da un sontuoso sconto sulle forniture di oro blu.
A complicare le cose concorrono le ripetute difficoltà riscontrate nel dialogo con l’Europa. E per il crescente isolamento in cui le titubanze di Yanukovich hanno spinto il Paese nei suoi difficili esercizi di equilibrio tra Bruxelles e Mosca.

Un tempo Yanukovich era considerato un esponente filorusso. Invece ha più volte adottato la retorica europeista, dimostrandosi restio a consegnare il suo Paese nelle braccia di Putin. In concreto, però, ha fatto poco per avvicinare l’Ucraina a Bruxelles.
L’ultimo vertice bilaterale di fine febbraio a Bruxelles si è concluso con un nulla di fatto. Nessuno si aspettava che Kiev avanzasse una proposta di adesione, giudicata prematura; ma che le parti pervenissero ad un accordo di associazione (peraltro in discussione da mesi) per creare un’area di libero scambio, questo sì. Invece le due montagne hanno partorito un topolino: un accordo per un finanziamento di 610 milioni di euro nei prossimi due anni. Poca roba, se pensiamo al prestito che in questi giorni l’Ucraina tentando di rinegoziare con il Fondo Mondiale Internazionale per oltre 15 miliardi.
A dividere le parti c’è sempre l’affaire Tymohenko. L’Ue desidera l’ex premier libera, mentre l’Ucraina vuole mantenerla in galera, o quantomeno fuori dalla politica. Difficile che si giunga al compromesso, anche se l’ipotetica liberazione dell’ex ministro degli interni Yuri Lutsenko, in carcere da oltre un anno, potrebbe essere un gesto teso in questa direzione.

In definitiva Yanukovich vorrebbe avvicinarsi anche all’Europa, ma deve fare i conti la realtà. il presidente ucraino dice che il suo paese “non è abbastanza forte o ricco da poter trascurare tale cooperazione” con l’Unione Eurasiatica.
Tuttavia, secondo Stefano Grazioli su Limes:

Kiev non vuole finire nelle braccia di Mosca e nemmeno cedere a Bruxelles. La strategia di Yanukovich di navigare a vista rischia però nei prossimi mesi di dover mutare di fronte quantomeno all’ultimatum dell’Ue. Se non ci sarà la firma sull’Accordo di associazione, saliranno le probabilità che l’asse ucraino si sposti definitivamente verso la Russia.

Nell’eterna contesa con Bruxelles Mosca segnerebbe così un punto di importanza epocale.

La questione del prossimo bailout di Cipro è al centro del dibattito europeo dalla scorsa estate. Da mesi i leader della zona euro stanno preparando un intervento più massiccio del previsto per aiutare i Paesi in difficoltà, che comprende anche un programma in favore di Nicosia.
Ma i tedeschi sono riluttanti, e stavolta non soltanto in nome di quella probità fiscale della cui mancanza rimproverano la Grecia e il resto delle economie mediterranee. Secondo un rapporto dei servizi segreti tedeschi, i primi ad approfittare degli almeno 10 miliardi richiesti dall’isola a Bruxelles sarebbero gli oligarchi russi, che hanno parcheggiato 20,3 miliardi di fondi neri nelle banche di Nicosia.
Dal blog di Antonio Vannuzzo su Linkiesta:

Lo dice un rapporto segreto della Bnd, la Cia tedesca, diffuso dal settimanale Spiegel. L’isola mediterranea sta trattando con Bruxelles un salvataggio di “soli” 10 miliardi di euro dopo che la Cyprus Popular Bank, la principale banca del Paese, è stata pesantemente colpita dal taglio al valore nominale dei titoli greci verso i quali era fortemente esposta. Un salvataggio dal significato più geopolitico che finanziario: nonostante Cipro abbia adottato l’euro dal 2008, è fortemente e storicamente legata alla Russia, tanto che già l’anno scorso ha ricevuto un prestito da 2,5 miliardi di euro a un tasso del 4,5 per cento. Un legame consolidato dopo il crollo dell’Unione sovietica e le successive privatizzazioni delle società statali, favorito dalla tassazione praticamente inesistente che ne fa un paradiso fiscale dove hanno sede oltre 40mila società off shore.
«Il report della Bnd evidenzia che i maggiori beneficiari dei miliardi provenienti da fondi foraggiati con i soldi dei contribuenti europei saranno gli oligarchi russi, uomini d’affari e mafiosi che hanno parcheggiato i loro guadagni illeciti a Cipro», si legge sullo Spiegel. Secondo l’intelligence tedesca, i russi hanno depositato sull’isola 26 miliardi di dollari (20 miliardi di euro circa), cifra che supera di gran lunga il Pil locale, pari a 17 miliardi di euro.
Nonostante sia uscito dalla black list Ocse dei paradisi fiscali nel 2000, dopo aver siglato con l’organizzazione internazionale di Parigi un accordo formale per implementare la trasparenza bancaria e la lotta al riciclaggio, Cipro rimane una piazza estremamente attraente, con una tassazione al 4,5% degli utili e una sui redditi che va dal 10 al 20%, a seconda che i soldi transitino attraverso una banca domiciliata nel Paese. Un regime di favore che l’Europa, come condizione per erogare i fondi necessari al salvataggio, vorrebbe riformare. Ma dalle parti di Nicosia dormono sonni tranquilli: c’è sempre Mosca a cui rivolgersi.

Questo è il punto. Secondo gli 007 di Berlino, Cipro offre ancora la possibilità di riciclare denaro sporco, nonostante abbia ufficialmente adottato tutte le misure richieste per uscire dalla black list dei paradisi fiscali. Inoltre, l’isola ha concesso ad 80 oligarchi russi la nazionalità cipriota, rendendoli così a tutti gli effetti cittadini dell’Unione Europea.
Per il momento la crisi di Cipro ha favorito un altro peso piuma dell’Eurozona: l’Estoniale cui banche sono state letteralmente prese d’assalto dai magnati russi, ansiosi di trasferirvi i propri denari nel timore che qualcosa potesse accadere. Ma la questione politica rimane: l’articolo di Der Spiegel ha immediatamente scatenato reazioni politiche a Berlino, che ora si trova in una posizione molto imbarazzante. Sempre secondo il settimanale tedesco, tradotto da Presseurop:

Rifiutare gli aiuti però non è un’opzione praticabile: così facendo si manderebbe un segnale disastroso ai mercati finanziari. Perché gli europei dovrebbero riuscire a salvare la Spagna e l’Italia se non riescono a tirar fuori dai guai un paese minuscolo come Cipro?
Il governo tedesco si trova in una posizione molto imbarazzante. Ci sono notevoli rischi politici: se acconsentisse a concedere un bailout a Cipro, Angela Merkel rischierebbe di screditare la sua intera linea politica dell’euro.
Gli europei non potranno fingere di non sapere. Il Bnd ha analizzato la situazione a Cipro e ne ha discusso con esperti della “troika”, di cui fanno parte la Commissione europea, il Fondo monetario internazionale e la Banca centrale europea (Bce).
I funzionari del Bnd non hanno portato buone notizie. Da un punto di vista formale, l’isola si adegua a tutte le normative sulla lotta al riciclaggio di denaro previste dall’Ue e a tutti gli accordi internazionali, ha detto l’agenzia. Il paese ha approvato le leggi necessarie e ha istituito le organizzazioni richieste. Ma quando si è trattato di far rispettare le leggi in questione i problemi sono venuti a galla.
Il riciclaggio di denaro è facilitato dalle laute provvigioni versate dai magnati russi per ottenere la cittadinanza cipriota, e secondo la Bnd sarebbero già 80 gli oligarchi che si sono procurati l’accesso all’intera Ue.
Nel solo 2011 dalla Russia sono usciti circa 80 miliardi di dollari, e buona parte di essi è transitata da Cipro, secondo il Bnd. I russi inoltre avrebbero depositato nelle banche dell’isola 26 miliardi di dollari, una cifra molto superiore al pil annuale di tutta Cipro.
La conclusione del Bnd è che se Cipro otterrà un bailout dall’Ue per poter restare nella zona euro, i soldi dei contribuenti tedeschi e di altri europei di fatto andranno a tutelare i soldi sporchi dei russi.

Cipro è diventata membro dell’Ue nel 2004 ed è entrata nella zona euro tre anni e mezzo dopo. E all’improvviso è diventata richiestissima.

Da allora il modello economico cipriota è diventato estremamente interessante. Il paese è un paradiso fiscale all’interno dell’Ue, ma l’Ocse gli ha dato un certificato di buona salute perché si presume che faccia abbastanza per impedire il riciclaggio.
Tuttavia, un documento del Parlamento europeo riguardante la criminalità organizzata in Russia cita parecchie volte l’isola, e un rapporto della Banca mondiale che parla di 150 casi di corruzione internazionale cita numerose società e conti a Cipro.

Data la sua posizione geografica, Cipro è strategicamente importante per molte nazioni sia dentro che fuori dall’Europa. Soprattutto per la Russia, che come abbiamo visto ama l’isola non soltanto per l’ubicazione e per il clima. Qui le società di comodo sono anonime, le banche discrete, le tasse basse. I soldi sporchi hanno offerto un boom prolungato agli abitanti del posto, nonostante un livello d’industrializzazione prossimo allo zero. Un paradiso per gli oligarchi e per la mafia russa, che da vent’anni prospera sulle macerie dell’Urss.
Fatto non secondario, il rapporto di Der Spiegel compare proprio nei giorni in cui Cipro avvia lo sfruttamento massiccio dei giacimenti di gas a largo delle sue acque.
Mafia, mercati, oligarchi ed energia. Tutti elementi che rendono complicata la vicenda. Non a caso, un confidente della cancelliera Merkel ha fatto sapere che secondo lei “Cipro non è un problema economico, ma politico”.

La notizia è di una settimana fa. La Voce Arancione:

Nella giornata di lunedì, 24 Settembre, il Presidente polacco, Bronislaw Komorowski, ha dato il via all’attuazione di un Decreto per la costruzione di un sistema di difesa antimissilistico in Polonia.
Secondo Komorowski, il progetto sarà composto da postazioni radar e missili di medio e corto raggio dislocati sul territorio polacco. Tra gli scopi principali dell’operazione, il Presidente della Polonia ha illustrato la necessità di dotare Varsavia di una struttura all’avanguardia in grado di proteggere i confini nazionali e di modernizzare l’apparato militare del Paese.
Lo scudo spaziale polacco – che sarà parte integrante del costituendo sistema di difesa missilistico della NATO in Europa Centrale – è stato varato durante l’ultima riunione del Consiglio Nazionale per la Sicurezza e la Difesa: organismo che riunisce le massime cariche dello Stato e i Leader del delle forze politiche rappresentate in Parlamento.
Il perché della decisione della Polonia di costruire un proprio sistema di difesa missilistico è dovuto alla scarso impegno in materia prestato dal Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, che ha rimandato la realizzazione dello scudo spaziale NATO in Europa Centrale a dopo il 2018.

Komorowski ha motivato la sua decisione affermando che “lo scudo spaziale è essenziale” per il sistema di difesa di Varsavia. “Non ha senso“, secondo il presidente, “spendere grosse cifre per attrezzature militari nuove, se poi non siamo al riparo dai raid aerei“.
Quando nel 2009 il neoeletto presidente Obama annunciò l’abbandono dello scudo antimissile progettato da Bush, la Polonia andò su tutte le furie. In nome del proclamato “reset” nelle relazioni con Mosca, gli USA sacrificarono gli interessi di Varsavia sull’altare della realpolitik. Di fatto, l’annuncio di Komorowski rappresenta il punto d’arrivo di questa polemica a distanza con Obama iniziata tre anni fa. Secondo Komorowski: “Il nostro errore è stato che, accettando la proposta degli Stati Uniti, non abbiamo preso in considerazione il rischio politico legato al cambiamento del presidente degli Stati Uniti. Abbiamo pagato un prezzo politico troppo alto per quello“.
Per rimpiazzare il sistema ideato da Bush, gli Stati Uniti si impegnarono a dislocare una batteria di missili Patriot degli intercettori SM-3 in Polonia, ma Varsavia non è mai stata convinta di questo simpiazzo. I continui temporeggiamenti e rinvii di Obama – l’ultimo durante il vertice NATO del Maggio 2012, a Chicago, quando il presidente USA ha rinviato l’entrata in funzione dello scudo dal 2015 al 2018 – hanno finito per spazientare la dirigenza polacca. Volendo evitare un altro “errore”, Komorowski ha dapprima messo in discussione la redditività a lungo termine del sistema SM-3 made in USA, poi ha cercato la collaborazione della Francia e dell’alleata Germania per la realizzazione di uno scudo a tre, infine ha annunciato il progetto dello scudo solitario, che in ogni caso confluirà in quello targato NATO a partire dal 2018.
Per costruire il proprio scudo, la Polonia si propone di spendere tra i 2,5 miliardi e i 3,7 miliardi di dollari nel periodo che va dal 2014 al 2023. Peccato, però, che il vero dilemma polacco riguardo alla difesa non sia lo scudo, bensì l’esiguo numero di uomini su cui le forze armate possono contare (“un esercito senza soldati“: qui e qui).

La Russia ha già mal digerito la decisione degli USA di realizzare uno scudo di difesa nel Sudest asiatico, area del mondo che a Obama interessa certamente di più dell’Europa. Inoltre l’America sta facendo pressione anche sui Paesi del Golfo affinché questi ultimi provvedano a dotarsi di un proprio scudo. Pertanto i contini tentennamenti sull’implemetazione di un analogo sistema di difesa in Europa possono leggersi anche alla luce della necessità di non giocare troppo con i nervi di Mosca.
Obama sarà ricordato come il presidente americano che meno ha tenuto l’Europa in considerazione, anche sul piano delle sinergie militari. Non stupisce quindi che la difesa antimissile europea non sia in cima alle sue priorità. Nondimeno, la gestione complessiva della vicenda, nonché del rapporto con i tradizionali alleati europei, è stata quanto meno discutibile.
Tutto a vantaggio della Russia, che nelle divisioni interne agli alleati trova la sua linfa.

In virtù del mancato raggiungimento del quorum nel referendum riguardante la sua destituzione, il presidente romeno Traian Basescu potrà restare al suo posto.
La Voce Arancione spiega perché, per noi europei, si tratta di una buona notizia:

Letta dal punto di vista energetico, la politica di Basescu è decisamente in linea con la filosofia della Commissione Europea orientata alla diversificazione delle forniture di gas e greggio per il Vecchio Continente, e garantisce il mantenimento della sicurezza nazionale della Romania e, più in generale, di tutti i Paesi dell’UE.

Le manovre di Ponta sono invece ascrivibili ad una politica di corto raggio che accetta il ruolo della Russia come unico fornitore di gas all’Europa, e mira unicamente all’ottenimento da parte di Mosca di sconti sulle tariffe per l’acquisto di oro blu.
L’atteggiamento di Ponta, poco coraggioso e lungimirante, mette a serio repentaglio la realizzazione dei piani energetici della Commissione Europea, e rischia di lasciare il Vecchio Continente dipendente da un solo fornitore di oro blu.

Spostandoci più in là rispetto alle dinamiche interne romene, c’è un Paese piccolo ma strategicamente importante per Bucarest, e di riflesso per Bruxelles: la Moldavia.
Dall’indipendenza di Chisinau nel 1991, il rafforzamento delle relazioni bilaterali tra romeni e moldavi  rappresenta una priorità diplomatica per Bucarest.

Per inquadrare il ruolo della Moldavia nello scacchiere orientale prendiamo spunto da due analisi di Stratfor.
Nella prima (tradotta qui), che tratta della restaurata influenza russa su alcune ex repubbliche sovietiche, troviamo una rapida disamina degli interessi geopolitici che ruotano intorno alla Moldavia:

Come l’Ucraina, la Moldova è sia debole che divisa. A differenza dell’Ucraina, la Moldova non ha legami tradizionali o etnici con la Russia, è rumena etnicamente e linguisticamente. Questo, insieme alla piccole dimensioni e allo scarso peso strategico della Moldava, è un fattore principale della debolezza dello Stato e della sua capacità di essere in equilibrio tra le potenze straniere.

Potenze straniere, oltre alla Russia, hanno interessi in Moldova; prima fra tutte la Romania. Non solo la Moldova e la Romania condividono legami etnici e linguistici, ma anche il territorio che costituisce la Moldova e la Transnistria (così come parti occidentali dell’Ucraina) appartenevano alla Romania, come provincia di Moldavia, prima che la Russia annettesse il territorio come baluardo difensivo. Tuttavia, la Romania non è abbastanza forte per sfidare la Russia militarmente, e dato che la Moldova è il paese più povero d’Europa ed è sostanzialmente limitato dalla presenza e dall’influenza della Russia, le prospettive di adesione all’UE, nel vicino a medio termine, sono assai improbabili (anche se la distribuzione di passaporti rumeni ai cittadini moldovi, che gli permette di viaggiare nell’Unione europea, è un esempio di soft power della Romania verso il paese). Altri singoli stati membri dell’UE come la Polonia e la Svezia, vogliono avvicinare all’occidente la Moldova attraverso il programma di partenariato orientale, ma questo è un processo a lungo termine dagli effetti limitati.

Nella seconda (visibile qui), pubblicata pochi giorni prima della quarta elezione presidenziale a Chisinau in tre anni – a testimonianza dell’instabilità politica a cui è soggetta – il tema della competizione tra Mosca e Bucarest per il controllo della piccola repubblica viene approfondito.
Apprendiamo che nel 2010 la Russia è stata la destinazione del 26% delle esportazioni della Moldavia e la fonte del 15% delle sue importazioni. Inoltre Mosca è pressoché l’unico fornitore di gas naturale di Chisinau e mantiene un contingente di circa 1.100 uomini d’istanza nella repubblica separatista di Transnistria, assieme ad alcune cellule d’intelligence.
La Romania, invece, nel 2010 per il 16% dell’export moldavo e per il 10% dell’import. La Romania si è anche battuta per l’ingresso della Moldavia nella NATO, o quanto meno per l’estensione del Membership Action Plan (anticamera dell’adesione all’Alleanza Atlantica), finora senza successo. Ma la principale forma di influenza di Bucarest, come detto, è sul piano culturale, posto che i due Paesi condividono la stessa lingua e le stesse tradizioni.
E’ da notare che in Romania esiste un Movimento per l’Unificazione di Romania e Moldavia che in più occasioni è sceso in piazza per chiedere l’annessione della seconda alla prima, con la Transnistria che andrebbe ad unirsi all’alleata Russia. Lo stesso presidente Basescu aveva annunciato che entro un quarto di secolo il progetto di fusione avrebbe trovato il proprio sbocco.
Com’è comprensibile, l’attivismo di Bucarest non piace a Mosca, i cui timori di perdere influenza sulla Moldavia sono confermati dalle rivelazioni di Wikileaks.

Il ruolo della Moldavia nel quadro europeo è tutt’altro che secondario. Ancora una volta, è La Voce Arancione a spiegarci il perché:

L’integrazione europea dei Paesi dell’Europa Orientale non è solo una questione politica, ma sopratutto energetica. A dimostrarlo è stato l’incontro ufficiale a Chisinau lo scorso martedì, 17 Luglio, tra i Primi Ministri di Moldova e Romania, Vlad Filat e Victor Ponta, in cui i due Paesi hanno rafforzato i legami bilaterali partendo proprio da una delle questioni più importanti per i Paesi del Vecchio Continente: l’approvvigionamento di gas.

A tal proposito, è opportuno ricordare come, di recente, la Commissione Europea abbia posto proprio la Moldova in cima ai Paesi dell’Europa Orientale candidati all’ottenimento dell’Accordo di Associazione: un documento con cui Bruxelles concede lo status di partner privilegiato, oggi goduto da Norvegia, Svizzera e Islanda.

Pertanto le relazioni bilaterali tra romeni e moldavi hanno riflessi fondamentali sulla collocazione geopolitica in Europa di Chisinau. E di conseguenza sulle ambizioni di indipendenza energetica della stessa Europa.

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UPDATE 3 agosto

La Voce Arancione:

Durante una visita ufficiale, il Viceministro degli esteri russo, Grygoriy Karasin, esprime il sostegno di Mosca all’integrità territoriale di Chisinau. Geopolitica e gas dietro al mutamento di posizione del Cremlino sulla questione della regione separatista moldava

Un anno fa avevo parlato degli ostacoli nei negoziati tra Stati Uniti e Russia in merito agli scudi antimissile che le due potenze cercano di implementare. Se nel vertice NATO di Lisbona nel 2010 era stata paventata la possibilità che Mosca partecipasse al progetto di difesa antimissile europea, i successivi sviluppi hanno smentito questa velleità. Oggi Mosca e Washington lavorano ciascuna al proprio scudo. Ufficialmente la loro funzione è esclusivamente difensiva, ma le reciproche minacce di ritorsioni svelano le paure tra le due ex protagoniste della Guerra Fredda. Un conflitto che credevamo finito e che invece oggi pare riaccendersi in Asia centrale.

Mercoledì 11 luglio Russia e Kazakhstan hanno annunciato l’intenzione di creare una difesa missilistica comune entro la fine del 2012. A breve, un analogo accordo potrebbe essere raggiunto anche con l‘Armenia. Un sistema di protezione comune esiste già tra Russia e Bielorussia.
Dal punto di vista della sicurezza, tale sistema rappresenta un passo ulteriore nel rafforzamento della cooperazione militare tra i russi e i loro vicini ex satelliti. Nel 1995, con l’accordo di Almaty (Kazakhstan) Mosca istituì il Joint CIS Air Defense System, un sistema integrato di difesa aerea che comprendesse Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Kirghizistan, e Tagikistan. Tale meccanismo doveva rappresentare il primo passo per la formazione di uno scudo antimissile russo in Asia centrale, ma i negoziati comuni furono sospesi a causa di gravi disaccordi con l’Uzbekistan. La Russia allora scelse di impostare gradualmente le reti di difesa aerea con i singoli Stati dell’ex CSI.

Dal punto di vista geopolitico, invece, l’accordo tra Russia e Kazakhstan di fatto allontana Astana dall’orbita della NATO. Negli ultimi tempi l’Alleanza Atlantica stava mostrando un interesse sempre più spiccato per l’ex repubblica sovietica – per approfondire le relazioni bilaterali qui, per le prospettive di cooperazione qui. In giugno Astana si è dichiarata disposta a partecipare al processo di transizione in Afghanistan. Questo servizio su al-Jazeera spiega l’importanza del porto kazako di Aktau, sul Mar Caspio, come corridoio di rifornimento per le truppe d’istanza a Kabul. L’idea di fondo è che Aktau potrebbe presto entrare a far parte di una rete integrata che collega l’Asia con l’Europa, denominata Nuova Via della Seta, appoggiata dagli Stati Uniti al fine di migliorare le relazioni tra l’Asia centrale e l’Occidente – ed estendere l’influenza di Washington su un’area di primo piano nello scacchiere globale.
La vicinanza del Kazakhstan all’Occidente è poi certificata dall’appartenenza del Paese all’OCSE (di cui ha ospitato un vertice nello scorso anno) e, come i calciofili ben sapranno, dall’adesione alla UEFA.
Tutte ragioni che devono aver allarmato Mosca, sempre afflitta dalla sua cronica sindrome da accerchiamento nel timore che la NATO estenda la sua giurisdizione fin sotto i propri confini. Da qui la’accordo con Astana per promuovere una difesa comune.

Ma lo scudo antimissile serve per proteggerci dall’Iran o dalla Russia? Probabilmente da nessuno dei due Paesi. Questa eccellente analisi di Limes, di cui riporto i passaggi più significativi, apre uno scenario del tutto diverso:

Lo scudo europeo secondo Obama si divide in quattro fasi. Come ha annunciato la Nato al vertice di Chicago di maggio, la prima di queste si completerà a fine 2012, col dispiegamento di 29 navi dotate della tecnologia radar Aegis, 113 missili Sm-3 Block IA e 16 IB, oltre a un radar già funzionante a Kürecik, in Turchia. La seconda fase terminerà entro il 2015, quando in Romania dovrebbe essere operativo il primo radar Aegis terreste Spy-1, dotato di 24 Sm-3. Il numero delle navi nel Mediterraneo salirà a 32, quello dei missili Sm-3 Block IA a 139 e quello degli IB a 100.

Nel 2018 in Polonia si dovrebbe completare la terza fase con l’installazione del secondo radar Spy-1. Si svilupperanno anche nuovi missili Sm-3, i Block IIA che dovrebbero essere usati contro testate a gittata intermedia, in quanto più potenti e più veloci. In questo lasso di tempo, all’arsenale antimissile dovrebbero essere aggiunti 39 Block IB e dovrebbero essere potenziati i sensori per rintracciare le testate lanciate. L’ultima fase ha i contorni meno delineati: da completare entro il 2020, prevede lo sviluppo di missili Sm-3 Block IIB in grado di colpire missili balistici a gittata intercontinentale (Icbm, da acronimo inglese).

È proprio quest’ultimo passo a preoccupare la Russia. Gli attuali Sm-3 non minacciano l’arsenale strategico del Cremlino: velocità (3 km/s) e potenza non sono sufficienti a intercettare dal suolo europeo gli Ibcm russi diretti verso gli Usa, la cui traiettoria passa per l’Artico. Gli Sm-3 Block IIB invece viaggerebbero a 5/5,5 km/s e potrebbero neutralizzare le testate ex sovietiche.

Sin qui nessun problema per gli americani, se questi nuovi missili non infrangessero il New Start, l’accordo sulla riduzione degli arsenali nucleari siglato da Usa e Russia nel 2010. Agli articoli 2, 3 e 4, il trattato vieta espressamente “il dispiegamento da parte degli Stati Uniti, di un altro Stato o di un gruppo di Stati di un sistema di difesa missilistica in grado di ridurre significativamente l’efficacia delle armi nucleari strategiche della Federazione Russa”. La possibilità per Mosca è in questo caso la denuncia dell’accordo e il ritiro dall’unico successo dell’amministrazione Obama in campo di riduzione degli armamenti.

La netta chiusura atlantica ha allargato la faglia con Mosca, che propone di cogestire un unico scudo, mentre da Bruxelles si concede al massimo l’esistenza di due sistemi separati. L’ultimo capitolo di questa recita dell’assurdo al limite del beckettiano è la richiesta russa di una garanzia legale che l’Epaa non sarà usato contro l’arsenale russo. Un simile accordo è per gli Usa inaccettabile. E Putin lo sa bene.

Come uscire da questo stallo? In teoria a Obama basterebbe annunciare un tetto alla produzione di intercettatori a lungo raggio al di sotto di una soglia “dannosa” per le armi russe. Non basta infatti un solo Sm-3 Block IIB per neutralizzare l’arsenale di Icbm del Cremlino. Una simile misura è però improponibile nell’attuale scenario politico, in cui la folta presenza di repubblicani al Senato negherebbe al presidente i due terzi necessari per ratificare l’eventuale trattato.

i margini di cooperazione tra le due potenze sono ridotti. Ilreset della relazioni con Mosca lanciato da Obama nel 2009 pare ormai un lontano ricordo. I rapporti con Washington si stanno surriscaldando

il teatro europeo rischia di non essere più strategico per le agende russa e statunitense. È in Asia che si gioca la vera partita geopolitica degli anni Dieci. Al di là dello scacchiere iraniano, la priorità della sicurezza nazionale per Washington è il contenimento alla Cina: ecco il motivo per cui soprattutto nel Pacifico gli Usa stanno costruendo una “collana di perle” intorno al Dragone. In questo scenario non va dimenticata l’Asia centrale. Il Pentagono ha da poco strappato ad alcune repubbliche ex sovietiche accordi per il transito delle truppe in uscita dall’Afghanistan e per la fornitura di armi, veicoli e tecnologia bellica usata dalla Nato nell’Hindu Kush. Queste misure non sono contrarie alla Csto, l’organizzazione militare che unisce questi Stati e la Russia: il trattato impedisce al massimo di stanziare basi di un paese straniero senza il consenso degli altri membri. Tuttavia queste intese potrebbero far parte di un corteggiamento più ampio per inserire questi Stati nell’architettura del contenimento. Anche missilistico.

L’intero scudo europeo potrebbe quindi diventare moneta di scambio su un mercato più ampio, quello asiatico. Dal 2013, quando Obama (o chi per lui) avrà più ampi margini di manovra, gli Stati Uniti sfrutteranno probabilmente questa flessibilità per dispiegare ad esempio la flotta di navi anti-missile altrove rispetto al Mediterraneo.

Dunque lo scudo non servirà a proteggere l’America da Mosca, bensì ad avvicinarla a Pechino. La Guerra Fredda 2.0 prevede l’ingresso di un terzo incomodo: la Cina. Ossia il principale creditore degli americani, e ormai loro primo competitor in tema di economia e di approvvigionamento energetico. Non a caso Obama, nel corso del suo quadriennio alla Casa Bianca, ha cercato di indirizzare gran parte della propria attenzione in politica estera proprio alla normalizzazione dei rapporti con l’ex Impero di Mezzo.

Resta da capire se – e fino a che punto – la Russia sarà disposta ad accettare lo scambio. Probabilmente, molto poco. Nel corso degli anni Mosca ha cercato di incrementare la propria influenza in Asia centrale facendo leva sulle organizzazioni regionali promosse con gli altri ex Stati dell’URSS, come l’Organizzazione per il Trattato di Sicurezza.Collettivama tale piano presenta più di una falla. Questa ottima analisi su Diplomat spiega che il ritiro dell’Uzbekistan dal CSTO sottolinea la limitata capacità della Russia di mantenere le repubbliche ex sovietiche sotto la propria egida. Il media russi speculano che siano stati gli USA ad incoraggiato il ritiro in modo da agevolare l’installazione di basi americane in territorio usbeco, ma la verità è che anche in questo caso – come in merito agli scudi antimissile – la vecchia rivalità Mosca vs Washington non è una cornice adeguata per l’analisi delle dinamiche geopolitiche in Asia centrale. Mentre l’influenza occidentale nella regione è in declino, anche la Russia deve fare i conti con la crescente presenza di un nuovo attore: la Cina, per l’appunto. La quale vanta solide relazioni proprio con il Kazakhstan, soprattutto sul piano delle forniture energetiche. Secondo Diplomat:

Although Putin has welcomed China’s rise as enhancing the resources Moscow and Beijing can jointly use to enhance regional stability, Russia has been expanding the influence of institutions that exclude China, such as CSTO and now the proposed Eurasian Union, which could limit China’s economic penetration of Central Asia. The Chinese have thus far been content to leave Moscow to police the region’s security problems, but at some point China’s growing investment in the region may lead China to seek a greater role in the region’s security.

In conclusione, nei piani di USA e Russia l’Asia centrale rappresenta un teatro di primo piano nelle strategie volte ad arginare l’ascesa della Cina. Ma finora Mosca e Washington non sono riuscite nell’intento. Divise da una reciproca e mai sopita diffidenza, le due potenze non fanno che pestarsi i piedi. Gli ostacoli diplomatici sui progetti di difesa antimissile ne sono la prova. Nel frattempo la Cina avanza. Come dire: tra i due litiganti, il terzo gode.

La Russia ha ripetutamente affermato che qualsiasi attacco alla Siria sarà considerato come un attacco alla sua sicurezza nazionale. Medvedev, con molta enfasi, si è spinto più in là: se gli Stati Uniti non rispetteranno la sovranità della Siria, la susseguente escalation di tensioni potrebbe condurre il mondo nel baratro di una guerra nucleare (si veda anche qui). Esagerato, certo, ma rende l’idea di come il Cremlino non tolleri alcuna interferenza nell’evoluzione della crisi siriana.
Queste sono le ragioni del sostegno russo alla Siria:

Con l’eventuale fine di Assad, Mosca perderebbe un grosso cliente nella vendita di armi, oltre ad un avamposto strategico – l’ultimo, probabilmente – nella regione. Inoltre, anche i russi hanno capito che per l’Occidente Damasco è una tappa obbligata sulla strada che porta a Teheran. Se i regimi in questione fossero rovesciati, Mosca vedrebbe i confini dell’ex Primo mondo spingersi fin dentro quello che considera il proprio spazio vitale. Inaccettabile come prospettiva. Di conseguenza ha sempre ribadito con fermezza la propria volontà di bloccare qualsiasi tentativo di intervenire in Siria con il benestare delle Nazioni Unite.

E queste sono le motivazioni per cui gli Stati Uniti auspicano un cambio di regime - quelle vere, scevra di ogni retorica pro-democrazia ma al contrario fondata su un preciso calcolo strategico:

Non potendo impegnarsi direttamente, gli USA ricorrono al vecchio strumento della proxy war, che consiste nell’offrire materiale (ossia armi) e finanziario al nemico del proprio nemico. Perciò i media concentrano la propria attenzione sul Free Syria Army, ufficialmente formato da dissidenti dell’esercito regolare ma in realtà creato e formato con l’appoggio dell’Occidente (non a caso si parla di “Brigate Feltman”). Benché sia stato dato molto risalto alla diserzione di un generale con cinquanta uomini al seguito, le forze armate di Damasco sono ancora intatte e disciplinate. Non vanno poi dimenticati i ribelli libici, di fede sunnita e dunque schierati contro Assad, come ad Hizbullah in Libano.
Dall’altra parte c’è l’Iran, fiero sostenitore di Assad e del primato sciita, la cui partecipazione diretta è dichiarata dallo stesso Jeffrey Feltman, assistente del Segretario di Stato USA. Alcune settimane fa il governatore della provincia irachena di al-Anbar, Qasim Al-Fahdawi ha detto di averele prove del coinvolgimento dell’Esercito di Mahdi di Moqtada al-Sadr negli scontri. Anche l’opposizione siriane sostiene che 100 autobus trasportanti almeno 4.500 uomini armati di al-Sadr avrebbero attraversato il confine siriano, diretti verso Deir al-Zour. Si segnala che pochi giorni fa la Turchia ha denunciato il sequestro di un cargo contenente armi diretto in Siria, di sospetta provenienza iraniana  (accusa smentita da Teheran).

La ragione per cui l’America segue da vicino gli eventi in Siria è perché spera che, una volta caduta Damasco, la prossima ad implodere possa essere  Teheran
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Armi e navi verso la Siria

Le più chiare avvisaglie dell’escalation in corso sono rappresentate dalla progressiva militarizzazione intorno al Paese. BBC riporta che la Russia ha inviato una sette navi da guerra guidate da un cacciatorpediniere anti-sommergibile in direzione della sua base siriana di Tartus. Secondo fonti citate dall’agenzia stampa Interfax, le navi trasportano un contingente di militari in missione di addestramento, oltre che cibo e carburante per la base. Ufficialmente. Di fatto, Mosca vuole far capire a Stati Uniti Occidente – e alla Lega Araba – che intende difendere i propri interessi nella regione. Nel frattempo, gli Stati Uniti stanno inviando un terzo gruppo di portaerei nella regione del Golfo Persico.
Mosse giunte a meno di un mese dalla vendita di elicotteri d’assalto russi al regime siriano. Affare che a Mosca difendono in ragione del fatto che gli americani, dietro le quinte, stanno inviando armi e munizioni ai ribelli siriani - fatto noto da mesi, confermato dal New York Times in giugno così come dal velato monito di Kofi Annan pochi giorni fa. A proposito di ribelli, qui avevo spiegato cos’è davvero il Free Syrian Army e chi c’è dietro:

Il DamasPost rivela la vera storia dietro la formazione di questo gruppo. Lo scorso 20 Febbraio 2011 l’Assistente del Segretario di Stato Usa Jeffrey Feltman è stato a Beirut, accompagnato da un funzionario del Mossad di nome Amit Azogi (ex generale dell’esercito israeliano e ora trafficante d’armi), un ufficiale dell’intelligence giordana di nome Ali Gerbag e alcuni libanesi appartenenti al Movimento 14 marzo. Presente anche il Presidente del Partito di Liberazione Islamico in Turchia, Yilmaz Chelk. L’obiettivo dell’incontro era quello di formare gruppi di miliziani armati per lottare contro il regime siriano. Non a caso, il quotidiano parla dell’Esercito Libero come delle “Brigate Feltman”.
Non solo. Un servizio recentemente trasmesso dalla BBC mostra due interessanti dettagli. I miliziani sono basati nel nord del Libano, in una zona dove prosperano gli estremisti salafiti e wahabiti. Inoltre, va notato che essi imbracciano fucili M-16, gli stessi in dotazione all’esercito americano e che i siriani non hanno mai utilizzato [dopo quella svista, i ribelli sono sempre apparsi in video imbracciando dei più consueti AK-47 Kalashnikov]

Una nuova Guerra Fredda all’orizzonte?

Lo scenario che emerge dal caos siriano induce a pensare che il mondo abbia fatto un salto indietro di trent’anni, all’epoca della Guerra Fredda. Allora i russi invadevano l’Afghanistan e gli americani finanziavano i ribelli che li combattevano – chi fossero questi ribelli e quali intenzioni avessero, l’America lo avrebbe scoperto un martedì 11 settembre di vent’anni dopo.
In realtà la Guerra Fredda è solo un eco del passato. Il Grande Gioco della Siria è molto più complicato.
Quasi sempre i media dimenticano di considerare l‘Iran e la Lega Araba (quest’ultima retta dalla premiata ditta Qatar-Arabia Saudita). Tali parti sono portatrici di interessi contrapposti, che – a prima vista – ricalcano quelli, rispettivamente, di Russia e Stati Uniti.

Il ruolo dell’Iran

L’Iran è il principale alleato di Damasco (con la quale mantiene un ferreo patto di mutua difesa), dunque sta con Mosca; sauditi e qatarioti premono affinché in Siria possa essere instaurata una democrazia, e appoggiano la posizione USA.
Dell’Iran abbiamo già detto: è il vero obiettivo della strategia americana in Siria:

Ciò che tutt’ora non ci dicono, ma che é facilmente desumibile da questa cartina preparata dagli amici di nocensura.com, é che le basi americane in medio-oriente sono davvero tante e, guardacaso, tutte intorno all’Iran. Mettere le mani sul territorio siriano, ponendo fine al governo antiamericano di Assad, permetterebbe di completare l’opera di accerchiamento all’Iran.

Inoltre, come scrivevo in un post di febbraio, citato più sopra:

Mosca ha rivelato che la bozza del CdS conteneva una clausola che autorizzava l’intervento militare. Un articolo su Pravda fornisce un’eccellente spiegazione del triangolo di rapporti tra Stati Uniti, Arabia Saudita e Israele. Quest’altro su al-Akhbar va oltre e spiega perché Occidente e Lega Araba spingono per un intervento militare: garantirsi un avamposto nella prospettiva di un prossimo attacco all’Iran, in una catena di eventi che porterebbe a ridisegnare la mappa della regione mediorientale.

Il mancato invito di Teheran all’ultima Conferenza degli Amici della Siria a Ginevra (giudicato un errore dai russi), nonostante l’apertura del segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon e di Kofi Annan, parla per sé. Non si chiede al tacchino di imbandire il pranzo di Natale.

Le trame di Qatar e Arabia Saudita

Dall’altra parte c’è la Lega Araba. Quale sia il suo scopo, lo spiegavo in un altro post citato più sopra:

[...] porre fine al dominio sciita per riportare al potere la maggioranza sunnita, in modo che in un futuro appuntamento elettorale il popolo possa consegnare la nascitura “democrazia” siriana nelle mani della Fratellanza Musulmana, sulla falsariga di quanto sta già avvenendo in Tunisia ed Egitto.
Non stiamo assistendo ai negoziati arabo-occidentali per la liberazione della Siria, ma ai tentativi sottotraccia del Qatar di trasformare il Paese in una nuova Libia. E a Washington fingono di non saperlo, troppo indaffarati a chiudere i conti con Teheran senza sporcarsi le mani.
L’unità di intenti dimostrata da americani e qatarini si rivela dunque un pericoloso passo a due in cui i primi credono di guidare i secondi e in realtà sono questi ad usare quelli. Ciò che Washington non riesce a capire è che l’apparente convergenza di interessi con Doha nasconde in realtà due obiettivi opposti e, in definitiva, inconciliabili.
Difficile immaginare cosa verrà fuori da questo ambiguo sodalizio. Non dimentichiamoci che al-Qa’ida, oggi incubo dell’Occidente, non è altro che il figlio illegittimo di quel matrimonio tra USA e Pakistan celebrato trent’anni fa in funzione antisovietica.

I veti della Russia sono il maggiore ostacolo alla realizzazione di questo programma.
In dicembre il Qatar aveva fatto un tentativo – senza successo – per indurre Mosca a più miti consigli. Come? Attraverso l’argomentazione a Doha più congeniale, ossia la corruzione:

Pochi giorni fa è scoppiato [nei primi di dicembre, appunto] un caso diplomatico tra Russia e Qatar dopo la notizia che l’ambasciatore russo a Doha aveva subito un “incidente” all’aeroporto della capitale qatariota. Il ministero degli Esteri russo Lavrov ha preteso le scuse formali dello Stato arabo, oltre alla punizione degli agenti di sicurezza coinvolti nel fatto.
L’agenzia di stampa russa RT riferisce che l’ambasciatore ed altri funzionari dell’ambasciata sono stati picchiati dalla polizia doganale. La ragione del gesto è spiegata da un anonimo diplomatico russo, il quale rivela che questo incidente “è un insulto a causa della posizione russa sulla Siria”.
Il quotidiano libanese Al-Nahar racconta un retroscenala Russia avrebbe respinto un’offerta di milioni di dollari per revocare il proprio appoggio ad Assad passando sul fronte antiregime. La reazione di Mosca è stata un rifiuto, accompagnato dalla conferma del proprio sostegno a Damasco. La Siria è l’avamposto russo sul Mediterraneo poiché le flotte di Mosca sono attraccate ai porti di Tartus e Latakia. Difficile che i russi rinuncino alla profondità strategica garantita da Assad.
Visto l’accaduto, Mosca ha ufficialmente degradato le proprie relazioni con Doha.

Quanto ai sauditi, quest’articolo tradotto da Medarabnews spiega che a Ryadh, il regime di Assad è dipinto come una dittatura atea, l’ultimo Stato guidato da una minoranza eretica che opprime i musulmani sunniti, mentre viene sostenuto dai russi. La crisi siriana diventa così un’occasione per regolare vecchi conti in sospeso:

Sconfiggere la Russia nel mondo arabo fu una priorità per l’Arabia Saudita, ancor prima di diventare un vero e proprio impegno in Afghanistan negli anni ‘80. L’attuale crisi siriana è forse l’ultima possibilità di compromettere definitivamente la già erosa sfera di influenza russa nella regione. I sauditi forse pensano che sconfiggere la Russia questa volta in Siria potrebbe dare nuovo vigore alla loro vecchia mitologia di sconfiggere l’ateismo nel mondo e sostenere i musulmani sunniti a livello globale. Mentre la Russia è cambiata negli ultimi vent’anni, il regime saudita è ancora molto dipendente dall’esigenza di proporsi come difensore dell’Islam sunnita. Simili pretese sono sufficienti a preoccupare i russi nel loro cortile di casa.

Fuochi incrociati

Ricostruiti tutti gli interessi in gioco, possiamo trarre una conclusione: la crisi siriana non è un nuovo capitolo della Guerra Fredda – non di quella “classica”, almeno.
In Siria sono in corso due confronti a distanza: USA-Iran, da un lato; monarchie arabe-Russia, dall’altro. I discorsi sull’imperialismo americano, sull’esportazione della democrazia e affini, a cui siamo abituati, mal si adattano alla complessità del rebus di Damasco. E sullo sfondo del bisticcio Washington-Mosca si stagliano nuove figure, più influenti e più direttamente coinvolte sul campo di quanto non possano esserlo le due ex (uniche) superpotenze.
La verità è che il nuovo ordine mondiale gira sempre più intorno a nuovi perni: innanzitutto i BRICS, di cui Cina e Russia – e in futuro anche l’India?sono la spina dorsale. Il loro peso è sufficiente a bloccare qualunque mossa di un Occidente che fatica ancora a riprendersi dalla crisi. E poi i Paesi arabi, forti del proprio ruolo strategico nell’approvvigionamento energetico mondiale, i quali non sono più disposti a recitare un ruolo subalterno nei dossier geopolitici che li riguardano.
Ai media nostrani rimane difficile spiegare che l’oligopolio della potenza condiviso tra Stati Uniti, Regno Unito e Francia sono solo echi del passato. Un nuovo ordine mondiale si profila all’orizzonte. La crisi in Siria è solo l’inizio.

Tutti si aspettavano la vittoria di Putin; pochi il fuori programma delle proteste, soprattutto con questa intensità. Segno che se al 63% dei russi – con una punta del 99,4% in Cecenia, dove Vladimir ha sparso il sale – vanno bene altri sei (dodici?) anni con l’ex agente del Kgb al potere, il restante 37% non la pensa esattamente così. In altre parole, in Russia sta nascendo quella cosa che noialtri chiamiamo “opinione pubblica”, ossia quel movimento trasversale che partendo dalla base può produrre vibrazioni fino al vertice della piramide.
Nel corso della campagna elettorale, e in particolare all’indomani delle contestate elezioni parlamentari del 4 dicembre, Putin aveva bollato le manifestazioni di piazza come una minoranza destabilizzante nelle mani di non meglio precisati governi stranieri. I suoi discorsi traboccavano di nazionalismo, tutti convergenti sulla necessità di “difendere la Russia, anche se non si è capito bene da chi. In compenso lui sa difendere bene se stesso da ogni forma di dissenso: Reuters e BBC parlano di 550 arresti tra i manifestanti (tra cui tre giornalisti e un blogger), benché i media statali riportino cifre molto inferiori. Perfetto corollario del suo programma politico, incentrato sul solo obiettivo della permanenza al Cremlino.

Come mai il dissenso è esploso proprio adesso? La Russia sta attraversando un periodo di crescita (+4,3% nel 2001), mentre la vicina Europa annaspa. In realtà, come rilevato da molti studiosi, la ricchezza forma la classe media, principale antagonista di ogni forma di regime. In Russia tale classe è nata proprio negli ultimi anni, dopo il sofferto decennio eltsiniano. Come dire che è stato lo stesso sviluppo economico di cui Putin si professa artefice a segnare la fine del grande consenso intorno alla sua figura.
Lo spiega bene Linkiesta: Quando il paese si trova agli albori della crescita, il leader distribuisce la rendita petrolifera al popolo, con un occhio di riguardo secondo le simpatie politiche e industriali. In seguito l’impalcatura inizia a mostrare le prime crepe. I proventi petroliferi, sia pur in forma di briciole, finiscono nelle tasche del popolo, favorendo l’ascesa di professionisti, docenti, intellettuali: una prima forma di “borghesia”, appunto. A questo punto il regime tenta in qualche modo di cooptare la classe media nello schema di potere. Il problema è che nessun regime è mai riuscito ad assicurarsi la sopravvivenza politica in questo modo, a meno di non impiegare la violenza su larga scala.

In ogni caso la vittoria di Putin costerà allo Stato russo centinaia di miliardi di dollari: a tanto ammonta il controvalore delle promesse elettorali necessarie a “comprare” il consenso delle masse.
Questa ricca analisi della Reuters analizza nel dettaglio il programma di spese previsto. Il costo degli aumenti retributivi del settore pubblico peserà sul bilancio pubblico per l’1,5% del PIL all’anno. Percentuale con gli altri impegni di spesa sociale che potrà arrivare al 2% entro il 2018, o ma alcune stime parlano addirittura del 4-5%. Ci sono poi le spese militari: 790 miliardi di dollari entro il 2020, che faranno lievitare la spesa pubblica di un ulteriore 2,2% del PIL annuo.
Non è poco se pensiamo che nei primi due mesi del 2012, la spesa pubblica è già aumentata del 37% rispetto ad un anno fa. Inoltre Putin ha più volte ripetuto che non aumenterà l’età pensionabile dagli attuali 60 anni per gli uomini e 55 per le donne, gravando il bilancio statale (il cui 10% è impiegato per le prestazioni pensionistiche) di un ulteriore onere implicito.
Tutti numeri la cui stabilità è legata all’imponderabile volatilità del greggio, in un’economia dove le rendite energetiche rappresentano ancora i due terzi delle esportazioni nazionali. La Russia raggiunge il pareggio di bilancio con il petrolio a 90 dollari al barile, e lo scorso anno il prezzo medio si è attestato ben al di sopra quota 110, complici la Primavera araba e la guerra in Libia.
Certo, se Putin si decidesse a fare qualcosa per combattere gli sprechi e la corruzione la Russia potrebbe tagliare il budget federale di un 5-10%, risparmiando l’equivalente dell’1-2% del PIL all’anno. Ma è ovvio che non farà nulla.

Se sarà rieletto anche tra sei anni, Putin avrà trascorso venti anni da presidente più quattro da primo ministro. Totale 24 anni: sarà stato al potere meno di Stalin, ma più di Brezhnev. E’ stata un’elezione meno tediosa di quanto potesse immaginare, ma è comunque tornato al Cremlino evitando il ballottaggio e tanto gli basta. Poco importa se i dati siano falsati, come sostengono gli osservatori internazionali.
Il sostegno all’uomo forte del Cremlino resta alto, soprattutto nelle province e nelle campagne. Ma è nelle città che si annida la temibile classe media. La stessa classe consapevole che in Russia non sono i governati a scegliere i governanti, bensì i governanti a scegliersi da soli. Di conseguenza l’appuntamento elettorale degrada a teatrino messo in piedi per il popolo, ad una una pubblicità per esaltare il sostegno a Putin. In concreto, il presidente sta esasperando il confronto con l’opposizione fino al punto di rottura. Egli sta dichiarando guerra a quel 37% che non lo voterà mai. Con la conseguenza di inacidire l’avversione nei suoi confronti. Per adesso ha vinto una battaglia, ma la guerra è appena iniziata.

Il 24 agosto l’Ucraina ha celebrato vent’anni di formale indipendenza. Formale, perché i tentacoli di Mosca sono tuttora ben saldi su Kiev.
Così non c’è da stupirsi che Yulia Tymoshenko, in carcere da agosto, sia stata condannata a sette anni di reclusione e 188 milioni di dollari di multa per aver firmato un contratto di fornitura di gas, giudicato svantaggioso, quando era primo ministro nel 2009. Un verdetto deciso nonostante (o forse a causa) della pressione occidentale sulla vicenda, e che di fatto pone fine alle aspirazioni dell’ex repubblica sovietica all’ingresso nell’Unione Europea.
A seguito della decisione, il presidente Viktor Yanukovich ha commentato che si tratta di una decisione non politica, bensì assunta nel quadro della giustizia penale, e che in ogni caso c’è sempre un giudizio di appello a cui rivolgersi. La sentenza, difatti, potrebbe essere capovolta in secondo grado, segnando l’ennesimo capitolo di una lunga saga
Proprio la scorsa settimana, Yanukovich ha presentato alla Rada (il parlamento ucraino) un progetto di riforma del codice penale che attenua le pene per i crimini in campo economico, pur senza alcun riferimento ai reati ascritti a Tymoshenko. È evidente che l’opposizione cercherà ora di proporre una serie di emendamenti allo scopo di depenalizzare tali articoli. L’applicazione retroattiva di tali misure permetterebbe alla ex leader della rivoluzione arancione di tornare a piede libero.

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Carta di Laura Canali tratta da Limes 3/2011 "(Contro)rivoluzioni in corso"

La rivalità sottesa tra Cina e Russia, da un lato e Occidente, dall’altro, ha conosciuto un nuovo capitolo in sede di Consiglio di Sicurezza Onu, dove i colossi orientali hanno opposto il proprio veto all’inasprimento delle sanzioni contro di regime di Bashar al-Assad in Siria. L’ultima volta che Cina e Russia avevano opposto un veto congiunto risale al 2008, per bloccare una proposta risoluzione contro lo Zimbabwe, e prima ancora nel 2007, in occasione di un analogo provvedimento contro il Myanmar.
La scelta di Mosca e Pechino è stata duramente criticata dall’ambasciatore Usa Susan Rice, secondo la quale “i popoli del Medio Oriente possono ora vedere quali nazioni hanno scelto di ignorare le loro richieste di democrazia per sostenere invece dei dittatori crudeli”. Dichiarazioni ad uso e consumo della propaganda nostrana.
Dalla nascita delle Nazioni Unite, il diritto di veto è stato usato 263 volte: 119 volte dall’Unione Sovietica, 82 dagli Stati Uniti, 32 volte dal Regno Unito, 18 dalla Francia, mentre Cina e Russia lo hanno esercitato rispettivamente solo 8 e 7 volte. Nei quarant’anni della Guerra fredda l’attività del Consiglio di Sicurezza è stata paralizzata dai veti incrociati. Successivamente, il Paese ad imporre più volte il proprio veto sono stati proprio gli Usa, per lo più per proteggere il proprio alleato Israele.

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1. Quelli che tutti supponevano ha avuto conferma ufficiale ieri: il prossimo anno Vladimir Putin sarà il “nuovo” presidente della Russia. E potrebbe restarlo fino al 2024.
La notizia l’ha data proprio colui che doveva essere il suo concorrente, l’attuale numero uno del Cremlino Dimitry Medvedev. Trova dunque una risposta quella che molti avevano dipinto come la domanda del secolo nella storia politica russa. Perché l’avvicendamento tra Medvedev e il suo “fratello maggiore” a zar di tutte le Russie, al netto delle speculazioni dei media, non è mai stato veramente in discussione. Le elezioni del prossimo marzo formalizzeranno il cambio della guardia.
L’occasione per l’annuncio è stato il congresso di Russia Unita, il partito dei due diarchi di Mosca. Medvedev ha dichiarato di voler appoggiare la candidatura del suo predecessore; Putin lo ha ringraziato aggiungendo che per lui sarebbe stato un “grande onore”. Tutto secondo copione.
Il ritorno dell’ex ufficiale del KGB al Cremlino si concretizzerà in marzo. Medvedev sarà probabilmente a capo della Duma, la camera bassa del parlamento russo. Uno swap che i due stanno cercando di far passare come un trionfo della democrazia.

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carta di Laura Canali tratta da Limes QS 3/2008 "Russia contro America, peggio di prima"

1. Quando il presidente Barack Obama si è insediato nel gennaio 2009, le relazioni tra Usa e Russia attraversavano una fase delicata. Gli otto anni di presidenza Bush avevano in parte logorato quel clima di cooperazione instaurato negli anni Novanta e le tensioni tra le due ex superpotenze erano sotto gli occhi di tutti. Ad esempio, durante il primo mandato di Bush gli Stati Uniti hanno cercato allargare i confini della Nato fino alle porte della Russia, ignorando completamente la promessa fatta da suo padre a Gorbaciov che l’Alleanza Atlantica non si sarebbe espansa verso est al di là di Germania riunificata. Nel 2002 la decisione unilaterale degli Stati Uniti di ritirarsi dal trattato di difesa Abm (Anti Missili Balistici) deteriorò ulteriormente la collaborazione, tanto che i vertici del Cremlino affermarono si sentirsi “ingannati e traditi”.
In un contesto così teso, il “reset” annunciato da Obama nelle relazioni con Mosca è stato una priorità della nuova politica estera americana. Lo stesso presidente russo Medvedev ha confermato che gli sforzi di Obama hanno contribuito a migliorare i rapporti tra i due Paesi. Il trattato Start sul disarmo nucleare e l’appoggio della Casa Bianca all’ingresso della Russia nel WTO sono i due più significativi esempi della nuova era di collaborazione inaugurata dalle due ex superpotenze.
Tuttavia, alcune questioni chiave sono rimaste in sospeso. I negoziati sullo scudo antimissile non procedono bene e la Nato è sempre in procinto di espandersi verso est con l’inclusione di Georgia e Ucraina. Cambiano i tempi moderni, ma restano i vecchi sospetti.

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di Luca Troiano

1. L’8 agosto 2008 il mondo si svegliò con la notizia che dello scontro in atto tra le truppe georgiane e quelle russe nella città di Tskhinvali, capitale dell’Ossezia del Sud, dando l’avvio ad una guerra che pur nella sua breve durata avrebbe mutato (forse) definitivamente i preesistenti assetti nel Caucaso.
È noto che un piano d’attacco contro Tbilisi era sul tavolo del Cremlino già da tempo, ma non va trascurato il fatto che il confine tra i due Paesi era stato più volte infiammato dalle ripetute provocazioni georgiane. Ancora oggi non è chiaro chi abbia sconfinato per primo, sebbene il Rapporto finale dell’inchiesta commissionata dall’Unione Europea attribuisca all’esercito georgiano la responsabilità di aver sparato del primo colpo. E tutto sommato la questione è irrilevante.
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di Luca Troiano

La Russia, più che un Paese, è un vero e proprio continente, nonché una fonte consistente di materie prime per i Paesi limitrofi. Ma la dipendenza energetica dal colosso eurasiatico può mettere questi ultimi in serie difficoltà. Ne sa qualcosa la Mongolia, che importa da Mosca il 90% del petrolio che consuma.
In maggio una temporanea carenza domestica (almeno questa era la ragione ufficiale) ha indotto a ridurre le proprie forniture ad Ulan Bator, provocando l’aumento dei dazi all’esportazione del 40%. La Mongolia si è così vista costretta a razionare il carburante. Non pochi osservatori, però sospettano che la decisione del Cremlino sia stata studiata a tavolino per esortare il governo mongolo ad una maggiore acquiescenza nei confronti del gigante russo.

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Carta di Laura Canali per Heartland

di Luca Troiano

1. Il completo ritiro dell’esercito americano dall’Afghanistan è previsto per la fine del 2014, ma è probabile che per le forze Usa si tratterà solo di un cambio di campo in vita di un nuovo riposizionamento in Asia centrale.
Una premessa. Nel 2009 il 90% dei rifornimenti alla missione Isaf transitava dal porto pakistano di Karachi, e da lì in Afghanistan attraverso i corridoi di montagna. Nell’ultimo anno i rapporti tra rapporti tra Usa Pakistan si sono fatti sempre più tesi. Le rivelazioni di Wikileaks dello scorso luglio su un presunto sostegno di Islamabad a favore dei taliban, la controversa vicenda di Raymond Davies, la morte di bin Laden e il sospetto di coperture da parte delle autorità pakistane, l’uccisione del giornalista Saleem Shahzad che indagava sui rapporti tra al-Qa’ida e l’esercito pakistano, hanno contribuito a deteriorare le relazioni bilaterali tra Washington e Islamabad.
Per evitare possibili ritorsioni, il Pentagono intende potenziare i rifornimenti attraverso il corridoio Nord. Quasi il 40% degli approvvigionamenti arriva da quella direzione, lungo un intricato mosaico di ferrovie e poi di itinerari stradali (poiché l’Afghanistan non ha mai avuto una rete ferroviaria) che nei rapporti del Pentagono è chiamate la “Rete di Distribuzione del Nord”. Ora il Dipartimento per la Difesa Usa vorrebbe incrementare tale quota al 75%. Leggi l’articolo completo »

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