La Russia prosegue le manovre nell’Artico

Il rinnovato interesse di Mosca per le gelide acque dell’Artico registra nuovi sviluppi. Dalla precedente analisi sappiamo già che le rivendicazioni di Mosca si intersecano con quelle degli altri Stati che si affacciano all’interno del Circolo Polare, e che lo scioglimento dei ghiacci non crea solo opportunità economiche, ma impone anche dei cambiamenti negli aspetti militari che coinvolgono la regione.

Sabato 15 marzo, l’esercito russo ha posizionato sei aerei militari di categoria Su-27, e tre cargo per il trasporto di soldati, in Bielorussia, presso la base di Baranoviche. Si tratta di un palese riflesso della crisi ucraina, in conseguenza della quale la Nato ha incrementato le proprie forze aeree nelle basi in Polonia e Romania, a ridosso dei confini con Kiev. Lo stesso giorno, però, alcuni bombardieri dell’esercito russo di categoria Tu-95MS hanno compiuto un inusuale pattugliamento nei cieli dell’Artico, al confine dello spazio aereo di Canada, Norvegia, Stati Uniti d’America e Danimarca. Un chiaro avvertimento ai vicini che la presenza russa nella regione si fa sempre maggiore.

Un mese dopo, il 22 aprile, Vladimir Putin ha annunciato che il suo Paese costruirà una rete unificata di strutture navali sui propri territori artici in grado di ospitare navi da guerra e sottomarini avanzati. Secondo il presidente russo, allo stato attuale la forza della Flotta da Guerra del Nord non è sufficiente per garantire la sicurezza nazionale. A tal fine la Russia sta organizzando una rete capillare di rilevazione radar che prevede di completare entro il 2018. Il disegno di Mosca prevede un sistema radar di difesa aerea completamente automatizzato in grado di rilevare ogni tipo di minaccia, compresi missili da crociera e velivoli senza pilota, ad una distanza massima di tremila chilometri.

Secondo Difesa online, quattro stazioni radar classe “Voronezh” sono già attive. Due radar classe “Voronezh” modello “DM”, seimila chilometri di scoperta con capacità di tracciare simultaneamente 500 target, sono pienamente attivi nel territorio di Krasnodar e nella regione di Leningrado. Le stazioni radar nelle regioni di Kaliningrad e di Irkutsk sono in fase di test. I nuovi radar “Voronezh”, possono essere rapidamente ridistribuiti e richiedono un equipaggio ridotto rispetto alla generazione precedente. Altri sette radar della stessa classe saranno messi in servizio nei prossimi cinque anni, sostituendo così gli obsoleti sistemi modello “Dnepr” e “Daryal”. Continua a leggere

USA vs Russia, la guerra silenziosa delle sanzioni

Parlando del processo di annessione della Crimea alla Russia, salta all’occhio lo stridente contrasto tra le opposte condotte dei due più alti attori in causa: all’attivismo di Putin si è infatti contrapposto la titubanza di Obama. In realtà, l’immobilismo della Casa Bianca di fronte alle rapide mosse del Cremlino e solo un mito.

Il primo passo è stato la cancellazione del G8 previsto a Sochi (al suo posto si terrà una riunione del G7 a Bruxelles), decisione a cui il Ministro degli Esteri russo Lavrov ha replicato: “Mosca “non e’ aggrappata al formato G8 perché tutti i principali problemi possono essere discussi in altre sedi internazionali, come il G20″. Dopo tutto, il summit degli 8 grandi non è che un consesso informale, dal quale non si può essere espulsi ma al massimo “non invitati”. Ma è solo l’inizio. Se i russi hanno fatto più “rumore” con lo schieramento di armi e soldati sul campo, l’Occidente si prepara a colpire in modo silente: attraverso la finanza.

Nella conferenza stampa finale all’Aia, dopo la due giorni del Forum sulla sicurezza nucleare, il Presidente USA Obama ha affermato di non temere Mosca, sempre più “isolata internazionalmente”. “Ho più paura di una bomba nucleare che colpisce Manhattan che della Russia”, ha detto Obama; che però ha avvertito: “Se la Russia non si ferma dopo l’annessione della Crimea, ci saranno nuove misure contro Mosca, con sanzioni settoriali che potrebbero colpire l’energia, la finanza e il commercio“. Nella giornata di martedì, 25 marzo, il Senato americano ha approvato con 78 voti a favore e 17 contrari una proposta di legge che prevede sanzioni contro la Russia e aiuti economici all’Ucraina. Molti repubblicani si erano opposti perché nella proposta era presente anche la riforma del Fondo monetario internazionale, che secondo l’amministrazione Obama dovrebbe servire anche a Kiev per ottenere più fondi, ma che tuttavia che non era contenuta nella proposta di legge già approvata dalla Camera.

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Ora la Russia vuole anche la Transnistria

Le truppe russe hanno preso il controllo delle basi militari di BelbekFeodosia, le ultime rimaste sotto il controllo del governo ucraino in Crimea. Kiev ha già annunciato il ritiro delle sue truppe dalla penisola. Adesso che la Crimea è stata annessa dalla Russia, diventa fondamentale per il Cremlino collegarla alla sponda russa più vicina attraverso la costruzione di un tunnel o di un ponte nello stretto di Kerch, indispensabile per Mosca per legittimare ulteriormente la scelta secessionista del territorio. Inoltre, da diversi giorni si segnala un progressivo dislocamento di forse lungo il confine orientale dell’Ucraina, dove si trovano le province a maggioranza russa.

Le notizie più interessanti (rectius: inquietanti), tuttavia, arrivano da Ovest. Il rapido processo di annessione della Crimea alla Russia ha portato diversi esperti a chiedersi se questo possa creare un “precedente”, spingendo altri territori dello spazio post sovietico a separarsi dai rispettivi Stati per chiedere di passare sotto la sovranità russa. Proprio di recente il parlamento russo ha approvato una legge che prevede meccanismi più semplici per i casi di annessione di territori alla Russia. Martedì 18 marzo è arrivata la prima richiesta in tal senso è giunta dalla Transnistria, territorio della Moldavia che si è autoproclamato indipendente nel settembre 1990, e di cui ci siamo già occupati in più occasioni.

Circa il 30% della popolazione (mezzo milione di abitanti) del territorio è di etnia russa, come russa è anche la lingua madre della maggioranza assoluta. A Tiraspol, la capitale, è fortissimo il desiderio di tornare a far parte della Russia, che ha sempre sostenuto economicamente il piccolo Stato fin dalla separazione dalla Repubblica di Moldavia. Lo scorso dicembre, con una riforma costituzionale al vaglio del soviet supremo, la Transnistria ha dato avvio all’armonizzazazione del proprio corpus legislativo a quello di Mosca. Già in referendum del 2006 il 97% devotanti si espresse a favore del ricongiungimento con Mosca.

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Ucraina verso l’instabilità permanente

Se non ci fosse stata la benedizione delle telecamere, probabilmente la rivolta d’Ucraina sarebbe passata silenzio al pari di altre crisi dimenticate in altri angoli del mondo. Peccato che le immagini di scontri e tensioni provenienti da Kiev non restituiscano che un’immagine parziale della realtà, se non addirittura distorta per ragioni che vanno dal calcolo politico alla pura e semplice buona fede.

Lo scorso 21 novembre, la decisione del presidente Yanukovich di non firmare l’Accordo di Associazione con la Ue aveva aveva pacificamente portato nelle strade decine migliaia di ucraini, in una serie di manifestazioni ripetutesi ogni domenica per otto settimane. Due mesi dopo, il 20 gennaio, la piazza è esplosa. O perlomeno la sua componente più radicale e nazionalista: sono comparsi vari gruppi quali Pravi Sektor, Cun (Congresso nazionalisti ucraini), Stepan Bandera Trident e Patrioti ucraini, tutte formazioni più votate allo scontro fine a se stesso che non al dialogo costruttivo.  Il loro obiettivo dichiarato non è l’integrazione europea – di cui ormai non parla più nessuno – ma la “rivoluzione nazionale”. Nel giro di pochi giorni, 14 amministrazioni regionali su 25 sono state occupate, circondate o in ogni caso costrette all’inattività. Al punto che oggi anche la parte orientale e russofila del Paese comincia a tremare.

Questo ci porta ad una prima conclusione, o meglio, a sfatare un primo mito: la Maidan Nezalezhnosti (Piazza dell’Indipendenza) di oggi non è più quella di fine novembre. In due mesi si è trasformata, la protesta pacifica ha lasciato il posto alle frange estremiste, inizialmente marginali e invece ora protagoniste della scena. Delle oltre centomila persone che manifestavano a partire da novembre ne sono rimaste ben poche. Continua a leggere

L’Ucraina attende ancora la sua rivoluzione

Il significato originale di Ucraina è “confinante, di frontiera”. La sua posizione in bilico tra l’est e l’ovest l’hanno infatti resa a un tempo culla e colonia della vicina Russia, passando per la dominazione polacca e qualche sporadica parentesi d’indipendenza. Ieri contesa tra gli Asburgo e i Romanov; oggi tra Bruxelles e da Mosca. Se è vero che che nel nome sia scritto il proprio destino, questo spiega come mai Kiev sia ciclicamente in preda di tensioni sia interne che esterne. Un vaso di Pandora che in questi giorni si è riversato a piazza Maidan, il cui nome per i media internazionali comincia a fare rima con quello delle più famose Tahrir e Taksim. Ma andiamo con ordine.

Il 28 novembre, al vertice sul Partenariato orientale di Vilnius, in Lituania, l’Ucraina avrebbe potuto compiere un passo storico verso l’integrazione europea con la sottoscrizione dell’Accordo di associazione, nelle cui clausole era prevista l’intesa per la creazione di un’area di libero scambio con Bruxelles. Ma all’ultimo il presidente Yanukovich ha rinunciato alla firma, cedendo alle pressioni (non troppo) diplomatiche di Mosca che vorrebbe includere l’ex repubblica sovietica nell’ambito dell’Unione Doganale Eurasiatica. 

Solo pochi giorni prima, la firma dell’Ucraina pareva cosa fatta. All’inizio di settembre Yanukovich si era rivolto ai suoi parlamentari per l’adozione delle leggi necessarie alla firma e alla ratifica dell’Accordo, e la Rada suprema si è messa subito all’opera. Ma nei primi di novembre, quando anche a Bruxelles circolava già ottimismo, è arrivata la svolta: dopo una visita a sorpresa di Yanukovich a Mosca (che ha alimentato molte polemiche) la situazione è mutata radicalmente.

Il presidente ucraino è così tornato sui suoi passi, abbandonando la decisione di compiere un avvicinamento strategico all’Ue proprio per sfuggire alla pressione russa. Ed oggi la stampa europea si divide a metà tra chi punta il dito contro Putin e i suoi ricatti energetici e chi invece addossa all’Europa la responsabilità di questo fallimento (l’ennesimo) in politica estera.

Russia e Ucraina, oltre al gas c’è di più

Il fatto è che, per Kiev, sottrarsi da Mosca è semplicemente impossibile. Al culmine di un duello durato mesi, l’Ucraina ha deciso di arrestare il proprio cammino verso l’Europa per non pregiudicare il complesso sistema di relazioni, politiche ed economiche, che la legano a Mosca. 

L’Ucraina è un Paese dalle tre anime: una parte ucrainofona centrata su Leopoli, erede dell’impronta storica polacca e asburgica; una più ampia regione di mezzo, attorno a Kiev, dove ucrainofoni e russofoni convivono ma non comunicano; infine una parte orientale, a cui va aggiunta la Crimea, russofona e socioeconomicamente legata a Mosca. La prima e la seconda aspirano all’Europa come via di fuga dai ricatti di Mosca; la terza invece comprende vecchie industrie e contadini, le cui relazioni con la Russia sarebbero chiaramente penalizzate dalle norme europee. Legami fortissimi, ereditati dal settantennio sovietico, sussistono infatti tra i due vicini in tutti i settori della produzione e del commercio. Ancora oggi la Russia è il primo mercato di sbocco delle merci ucraine.

Per la Russia, le motivazioni strategiche si sovrappongono a quelle storiche ed economiche. Ho già avuto modo di spiegare perché Mosca consideri l’Ucraina parte integrante della sua sfera di influenza e di sicurezza. Non dobbiamo dimenticare poi gli impulsi storico-culturali: qui sono nati il concetto di civiltà russa e la tradizione religiosa ortodossa. Sul piano economico, infine, Mosca e Kiev insieme formano un mercato da quasi 200 milioni di consumatori: si capisce perché i russi debbano per forza mantenere la propria influenza sull’Ucraina se intendono restare una potenza globale.

Putin ha esercitato forti pressioni al suo omologo ucraino affinché recedesse dall’intento. Partiamo dal gas. Il presidente russo non è nuovo ad usare l’oro blu come un’arma impropria: negli ultimi sei anni tra Ucraina e Russia si sono verificate sei “guerre del gas”, di cui l’ultima proprio nei giorni antecedenti all’incontro di Vilnius. Tra le due parti in causa, quella debole è ovviamente l’Ucraina. Kiev dal canto suo punta all’indipendenza energetica, ma stando ai piani del governo non la raggiungerà prima il 2020, quando cioè sarà troppo tardi per liberarsi dalla dipendenza dalle forniture russe. Inoltre, le relazioni energetiche tra i due Paesi sono tanto complesse quanto poco trasparenti e proprio per questo instabili. Quello che non si capisce è come mai gli eurocrati decidano di firmare certi accordi a ridosso dell’inverno anziché in primavera, quando ci sarebbe tutto il tempo.

In concreto l’offerta del Cremlino comprendeva: gas a buon mercato, offerto a 270 dollari per migliaia di metri cubi a fronte dei 400 attuali; finanziamenti per una quindicina di miliardi di dollari, ossigeno vitale per le asfittiche casse di Kiev; rimozione di tutti i problemi sanitari (creati ad hoc alcuni mesi fa) riguardanti le merci esportate in Russia. Dall’altro, in caso di rifiuto la Russia avrebbe preteso il pagamento dei debiti pregressi per le forniture di gas, oltre ad un ritocco del prezzo a 450 dollari. Un salasso economico che Kiev non avrebbe retto: lo Stato non ha soldi, e le trattative con il Fondo Monetario Internazionale per un programma di aiuti economici sono congelate da quasi due anni. In più, a livello informale, Putin deve aver minacciato di revocare il proprio appoggio a Yanukovich per le presidenziali ucraine del 2015.

In cambio l’Europa offriva 500 milioni di euro di risparmi doganali, 186 milioni per implementare le riforme (ad esempio l’indipendenza sostanziale, oltre che formale, della magistratura) e 610 milioni a riforme avvenute. Inoltre, l’adesione al mercato comune comportava il rischio che le merci europee inondassero l’Ucraina, penalizzandone la bilancia commerciale. Non stupiamoci che Kiev abbia scelto Mosca.

Che tuttavia non può considerarsi vincitrice al cento per cento. Certo, stavolta l’ha spuntata su Bruxelles. Ma esercitare così tante pressioni su un Paese vicino in nome dei propri interessi significa condannarlo all’instabilità permanente, mettendo in forse proprio quella sicurezza interna che i russi mirano ossessivamente a preservare.

L’Europa si è fermata a Vilnius

Quella che poteva essere un’occasione storica per Bruxelles si è invece trasformata in una delle sue pagine più nere. l’Europa ha giocato male la partita per diverse ragioni. Innanzitutto, è caduta vittima anche stavolta del suo peccato originale: quello di non marciare unita. Solo gli stati baltici e la Polonia hanno fatto di tutto affinché l’Ucraina abbracciasse l’Europa, mentre Parigi, Berlino, Roma e Madrid non hanno fatto alcunché. Nonostante la comunità di ucraini in Italia sia una delle più grandi d’Europa, la nostra politica estera è costantemente filorussa. Se Berlusconi è uno dei migliori amici di Putin, Romano Prodi ha sempre sostenuto che un’adesione dell’Ucraina all’Ue è “improbabile tanto quanto quella della Nuova Zelanda”. Stesso discorso per la Germania, le cui strette relazioni economiche con Mosca condizionano non poco l’intera politica della Ue nell’Europa dell’est. In concreto, Aleksander Kwasniewski e Pat Cox, ex Presidente polacco ed ex Presidente del Parlamento Europeo, a capo della delegazione europea incaricata delle trattative, non hanno mai avuto pieni poteri e non hanno più alcun peso politico in Europa, mentre l’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri, Catherine Ashton, è stata – tanto per cambiare – poco più che una comparsa.

In secondo luogo, Bruxelles non ha offerto alcuna forma di protezione a Yanukovich dal suo amico-nemico Putin. Giustificando la sua decisione di non firmare l’accordo a Vilnius, il presidente ucraino ha affermato che “sfortunatamente l’Ucraina nell’ultima fase è rimasta sola ad affrontare i suoi gravi problemi economici e finanziari”, proponendo di dare inizio a dialoghi trilaterali tra Russia, Ucraina e Unione europea e sollecitando Bruxelles da un lato per aiutare l’Ucraina a alleggerire i termini di un possibile prestito da parte del Fondo monetario internazionale, e dall’altro affinché conceda un lauto un pacchetto di aiuti economici al suo Paese. Ma ipresidente della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso, ha rifiutato i dialoghi trilaterali e ha risposto che Yanukovich deve piuttosto impegnarsi a firmare un accordo che invece rifiuta di sottoscrivere. Rifiutando l’Accordo di associazione con l’Ue il presidente ucraino voleva spuntare un’offerta migliore, ma ora si ritrova stretto tra le condizioni dettate dalla Russia e le manifestazioni di protesta.

In terzo luogo, l’Unione europea ha posto all’Ucraina una serie di spinose condizioni. Tra queste c’era quella imprescindibile della liberazione di Yulia Tymoshenko, che invece Yanukovich vorrebbe tenere in prigione a tempo indeterminato. Pur avendo inviato in questi mesi segnali positivi in direzione di Bruxelles – come la liberazione di Yuri Lutsenko, ex ministro degli Interni, finito in carcere dopo un altro processo sommario – sulla Tymoshenko si è invece mostrato irremovibile. Alla fine è stata la stessa ex leader della Rivoluzione Arancione a chiedere all’Europa di rinunciare alla sua scarcerazione pur di arrivare alla firma, ma non c’è stato verso. In ogni caso, la vicenda personale e giudiziaria dell’ex premier si tratta di uno specchio per le allodole. Ucraina e Unione Europea si parlano, ma non si capiscono, e le ragioni di dissidio tra le due parti abbracciano un più ampio ventaglio di temi.

Piazza Maidan, i perché di una protesta

A pagare il prezzo più alto delle convulsioni geopolitiche di Kiev è tuttavia il popolo ucraino, che si potrebbe dire cornuto (per il mancato avvicinamento all’Ue) e mazziato (dalla polizia, alle dirette dipendenze di Yanukovich). Le manifestazioni in corso a piazza Maidan sono forse l’aspetto più significativo della questione. Esse non vanno viste alla luce della solita e già menzionata contrapposizione tra filorussi e filo-occidentali, ma vanno piuttosto inquadrate nel contesto dei sommovimenti che nel corso del 2013 hanno interessato un po’ tutta l’Europa dell’est.

Per una volta il popolo ucraino è mosso da un fattore drammatico e per questo unificante: il generale risentimento nei confronti dell’attuale classe dirigente, definita come corrotta e incapace. Da quando è stato eletto nel 2010, il presidente Yanukovich ha deluso ogni aspettativa, compresa la speranza di ottenere qualche concessione e agevolazione da Mosca. Sotto il suo predecessore Yushenko (presidente dal 2005 e 2010), specialmente a Kiev, erano fiorite molte piccole e medie imprese. Con l’avvento di Yanucovich, invece, l’iniziativa privata è stata stroncata a colpi di burocrazia e tasse, mentre gli oligarchi che hanno sostenuto e finanziato il partito del presidente hanno ricevuto numerosi sgravi fiscali. Misure che hanno duramente colpito una classe media – per lo più europeista – che andava formandosi, privilegiando invece i proprietari degli obsoleti impianti di estrazione e lavorazione del carbone nel bacino del Don, tradizionalmente. La corruzione poi non è stata nemmeno minimamente combattuta, ma anzi tacitamente incoraggiata. C’è poi la vicenda personale del figlio del presidente, Oleksandr, che da signor nessuno è diventato uno degli uomini più ricchi del Paese. Tutte ragioni che hanno stancato gli ucraini, i quali vedono nell’Europa un’opportunità di cambiamento, al momento negata.

Oggi fioccano i paragoni tra le giornate di Piazza Maidan e la Rivoluzione Arancione di nove anni fa. Un paragone di superficie che tuttavia non ha alcuna aderenza con la realtà. Non avverrà un’altra rivoluzione: la Tymoshenko resta in carcere e gli altri leader non hanno il carisma e la capacità per ricreare quel che è avvenuto nel 2004. L’unica figura che riscuote un certo consenso è quella dell’ex pugile Vitaly Klitschko, pronto a candidarsi alle presidenziali del 2015, ma siamo ben lontani dai livelli di Yulia. La stessa ex primo ministro è ormai sostenuta solo da una cerchia molto stretta di irriducibili capitanati dalla figlia Evgenia. L’Ucraina è alla ricerca di nuovi eroi, o più semplicemente di un’alternativa ad un presente avaro di opportunità. E l’Europa – bella o brutta che vogliamo considerarla – lo era. Sta ora a Bruxelles mostrarsi all’altezza di quest’aspettativa.

* Articolo originariamente comparso su The Fielder

Come lo shale gas potrebbe cambiare gli equilibri geopolitici mondiali (e perché non cambierà quelli europei)

Lo shale gas (gas di scisto) è stata la grande innovazione energetica degli ultimi anni. Benché scoperto agli inizi del secolo scorso, è solo dal 2000 che il suo utilizzo ha conosciuto una decisa accelerazione. Oggi la possibilità di sfruttarlo come fonte di energia potrebbe sconvolgere le dinamiche di mercato e rivoluzionare gli equilibri commerciali e geopolitici a livello mondiale.

La rivoluzione dello shale

Secondo Limessommando gli effetti della crescita della produzione petrolifera convenzionale e non, quattro Paesi mostrano il più alto potenziale in termini di effective production capacity growth (crescita della capacità di produzione effettiva): nell’ordine Iraq, Usa, Canada, e Brasile. Tre su quattro si trovano nell’emisfero occidentale, e solo uno – l’Iraq – in Medio Oriente, tradizionale centro di gravità del mondo petrolifero. Ma il dato più sorprendente è l’esplosione della produzione petrolifera degli Stati Uniti.

In particolare, l’utilizzo combinato di due tecnologie - horizontal drilling e hydrofracking - all’inizio pensate soprattutto per lo sfruttamento dei pozzi non convenzionali, si sta ora diffondendo anche allo sviluppo dei giacimenti convenzionali, con l’effetto di aumentare la redditività di pozzi già maturi, magari considerati già in via di esaurimento. Con tali tecnologie si prolunga di fatto la vita dei giacimenti e più in generale si accrescono le riserve disponibili di petrolio.

Gli USA potrebbero arrivare a produrre, entro il 2020, 11,6 milioni di barili/giorno di greggio e Ngls (Natural Gas Liquids), diventando il secondo più grande produttore petrolifero mondiale dopo l’Arabia Saudita. Se nel 2000 lo shale gas copriva appena l’1% del fabbisogno energetico statunitense, nel 2010 la quota era già cresciuta al 20% e si prevede toccherà il 46% nel 2035. Grazie alle riserve di petrolio e shale gas scoperte negli ultimi vent’anni gli Stati Uniti dovrebbero presto raggiungere l’autosufficienza energetica.
Inoltre, secondo l’IEA (International Energy Agency), sempre per il 2020 gli USA diventeranno esportatori netti di metano. L’America tornerebbe così uno dei massimi fornitori di energia su scala globale come sono stati fino al 1949, quando il 60% del petrolio mondiale veniva estratto sul suolo degli States.

Le formazioni di scisto, però, non sono presenti solo in Usa: sono state individuate in Europa, Africa, Canada, America del Sud e Cina. Alcune indagini preliminari hanno evidenziato che in ben 32 Stati il volume di gas di scisto “utilizzabile” supera di almeno sei volte quello degli Stati Uniti, anche se non è detto che si tratti di giacimenti di qualità. In Cina, dove secondo le stime IEA si trovano le maggiori riserve di shale a livello mondiale (il 50% in più degli USA), c’è già molto fermento attorno al tema.

Lo shale gas in Europa

Conscia della propria insicurezza energetica, Bruxelles è da tempo alla ricerca di sempre nuove fonti di approvvigionamento. In questo senso, lo shale rappresenta un’opportunità da considerare con attenzione.

Secondo alcuni esperti, per l’Europa lo shale gas potrebbe essere la via d’uscita dalla recessione: con un costo del lavoro dalle 5 alle 18 volte maggiore a quello medio della Cina, l’abbattimento dei costi dell’energia rappresenterebbe una fondamentale opportunità per far sì che le merci made in Europe tornino a competere sui mercati globali.
Secondo alcune stime, il gas di scisto potrebbe arrivare a coprire il 45% della produzione europea di gas entro il 2035, cioè il 10% del totale.

Oltre che ai vantaggi economici, lo shale avrebbe importanti riflessi geopolitici. In particolare, il Vecchio continente potrebbe finalmente uscire dallo scacco energetico russo.

Eppure l’ultimo vertice europeo dei capi di Stato e di Governo, in maggio, si è chiuso con una generica apertura alle risorse non convenzionali. Non ci sarà, insomma, un invito esplicito a inseguire gli Stati Uniti nella rivoluzione dello shale gas, a causa delle divergenze di posizioni e di interessi tra i 27 Paesi membri, a dispetto delle maggiori compagnie energetiche europee che da tempo insistono per interventi urgenti.
L’Europa è divisa, su questo come su qualunque altro argomento possibile. Il dibattito sullo shale gas vede dunque un’Europa spaccata in due, fra euforia e rifiuto totale. Di diversa natura sono le resistenze allo sviluppo dello shale gas nel Vecchio continente.

Da un parte, c’è la spinosa questione dell’impatto ambientale conseguente alle attività di frantumazione idraulica (fracking), necessarie per produrre il gas di scisto. Il Vecchio continente teme i danni causati dall’estrazione.
Già in settembre la commissione Industria ed Energia del Parlamento europeo aveva chiesto regole più severe per lo sfruttamento del gas da scisti. La Germania è uno dei Paesi che con maggiore attenzione sta analizzando il problema: uno studio del ministero dell’Ambiente pubblicato alla fine del 2012 ha esaminato le conseguenze ecologiche del fracking, valutandone le insidie (compreso il possibile inquinamento delle falde acquifere) e imponendo una serie di obblighi nel caso di utilizzo.

Dal punto di vista economico, poi, al di là delle rosse previsioni citate è difficile non riconoscere che le condizioni in Europa sono piuttosto diverse e probabilmente non potranno essere replicate quelle di vantaggio ottenute negli Stati Uniti in merito all’abbassamento dei prezzi del gas. Più in generale, ci sono almeno cinque ragioni per cui lo shale gas non sarà un game changer nel quadro energetico europeo: 1) elevata densità della popolazione, causa di maggiori preoccupazioni ambientali rispetto agli Stati Uniti; 2) giacimenti situati ad una profondità maggiore rispetto a quelli in USA; 3) mancanza del necessario know-how; 4) normativa che non incentiva gli investimenti privati; 5) maggiore convenienza del Gnl (gas naturale liquefatto) e della rete gassifera esistente rispetto allo sviluppo dello shale.

Perché lo shale (non) ci salverà da Mosca

Dall’altra, c’è la questione geopolitica. Con un’Europa forte energeticamente, il ruolo strategico della Russia nello scacchiere globale verrebbe notevolmente ridimensionato. Per questo la Russia è molto preoccupata per il possibile sviluppo dei giacimenti europei di scisto: l’indipendenza energetica europea porrebbe fine al monopolio di Gazprom, e dunque all’influenza di Mosca su Bruxelles.

Non è un caso che, tra i 27, il Paese europeo che più ha spinto e avallato il ricorso a tecniche non convenzionali sia la Polonia, da sempre rivale di Mosca. Il governo di Varsavia ha predisposto una serie di riforme sia di semplificazione nell’accesso alle concessioni che di sfruttamento delle stesse – allargando alcuni vincoli ambientali. Il risultato di questo mix è stato una pioggia di investimenti attesi: il Ministero dell’Ambiente si aspetta per quest’anno l’apertura di 39 pozzi perforativi. Un’analisi sul potenziale dello shale gas in Europa, redatta da Ruud Weijermars e Crispian McCredie, consulenti per Alboran energy Strategy, e pubblicata agli inizi dello scorso anno, spiega perché è più probabile che lo sviluppo europeo di questa risorsa venga guidato da Varsavia e non da Bruxelles. Altro precursore europeo del fracking è l’Ucraina, che non a caso rappresenta – esattamente come la Polonia – uno dei Paesi più energeticamente legati a Mosca.
A fronte di chi tuttavia vorrebbe affrancarsi dal rubinetto russo, c’è invece vi rimane strenuamente attaccato per ragioni di strategie economiche (Germania)  e/o convenienza di varia natura (Italia: si vedano i rapporti tra ENI e Gazprom).

In conclusione, la rivoluzione dello shale potrebbe davvero  rivoluzionare l’industria petrolifera – e la politica estera – americana e cinese, ma non quella europea.

La Russia annette l’Ucraina

Nell’eterna partita geopolitica tra Europa e Russia, l’Ucraina rappresenta una pedina molto importante.

Venerdì 15 marzo  i

Dzerkalo Tyzhnya, il principale giornale ucraino, riportava un’indiscrezione (rilanciata dall’agenzia Interfax) secondo cui Kiev avrebbe accettato di aderire all’Unione Doganale Eurasiatica (che comprende Russia, Bielorussia e Kazakistan) come membro associato per due anni, prima di adottare lo status di partner a pieno titolo. Bloccando forse definitivamente l’ingresso di Kiev nella UE. Secondo La Voce Arancione:

L’inglobamento dell’Ucraina nell’Unione Doganale della Russia ha conseguenze catastrofiche per l’Unione Europea, poiché esso permetterà presto alla Russia di esercitare una fortissima pressione in ambito energetico nei confronti dell’UE, che oggi già dipende dalle forniture di gas russo per il 40% del suo fabbisogno continentale.

I colloqui (a porte chiuse) tra il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo ucraino Viktor Yanukovich si sono svolti nei primi di marzo nella villa privata dell’uomo forte del Cremlino, situata al di fuori di Mosca.
Putin considera l’accordo vantaggioso per tutti. “Se l’Ucraina entra nel’Unione doganale”, ha detto, “il suo PIL aumenterà tra l’1,5 e 6,5%, a seconda del grado di integrazione.” Ciò che ha coscienziosamente omesso di precisare è che l’ingresso nella CEE Eurasiatica precluderebbe l’analogo passo in quella Europea.
Nel vertice bilaterale Ucraina-UE di febbraio, infatti, il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, aveva ribadito a Yanukovich che la UE e l’Unione Doganale post sovietica si escludono a vicenda. In altre parole, ora l’Ucraina deve scegliere.

Yanukovich ha dichiarato che il commercio dell’Ucraina con i Paesi dell’Unione Eurasiatica nel 2012 ammontava a 63 miliardi di dollari, mentre quello con i Paesi della UE era pari a 50 miliardi. Il suo Paese non può dunque fare a meno né dell’una né dell’altra. Da qui la necessità di avvicinarsi a ciascuna delle due sponde stando però attento a non alienarsi le simpatie dell’altra.

Ora come ora Kiev è saldamente nell’orbita di Mosca. Non soltanto per la forte influenza che l’Ucraina subisce da quest’ultima attraverso i ricatti sul gas: ad esempio, la Russia sarebbe pronta a rilevare il controllo dei gasdotti dell’Ucraina mediante la creazione di una joint venture per la gestione delle condutture ucraine gestito al 50% da Mosca e Kiev, ma di fatto controllato al Cremlino. Accordo contornato da un sontuoso sconto sulle forniture di oro blu.
A complicare le cose concorrono le ripetute difficoltà riscontrate nel dialogo con l’Europa. E per il crescente isolamento in cui le titubanze di Yanukovich hanno spinto il Paese nei suoi difficili esercizi di equilibrio tra Bruxelles e Mosca.

Un tempo Yanukovich era considerato un esponente filorusso. Invece ha più volte adottato la retorica europeista, dimostrandosi restio a consegnare il suo Paese nelle braccia di Putin. In concreto, però, ha fatto poco per avvicinare l’Ucraina a Bruxelles.
L’ultimo vertice bilaterale di fine febbraio a Bruxelles si è concluso con un nulla di fatto. Nessuno si aspettava che Kiev avanzasse una proposta di adesione, giudicata prematura; ma che le parti pervenissero ad un accordo di associazione (peraltro in discussione da mesi) per creare un’area di libero scambio, questo sì. Invece le due montagne hanno partorito un topolino: un accordo per un finanziamento di 610 milioni di euro nei prossimi due anni. Poca roba, se pensiamo al prestito che in questi giorni l’Ucraina tentando di rinegoziare con il Fondo Mondiale Internazionale per oltre 15 miliardi.
A dividere le parti c’è sempre l’affaire Tymohenko. L’Ue desidera l’ex premier libera, mentre l’Ucraina vuole mantenerla in galera, o quantomeno fuori dalla politica. Difficile che si giunga al compromesso, anche se l’ipotetica liberazione dell’ex ministro degli interni Yuri Lutsenko, in carcere da oltre un anno, potrebbe essere un gesto teso in questa direzione.

In definitiva Yanukovich vorrebbe avvicinarsi anche all’Europa, ma deve fare i conti la realtà. il presidente ucraino dice che il suo paese “non è abbastanza forte o ricco da poter trascurare tale cooperazione” con l’Unione Eurasiatica.
Tuttavia, secondo Stefano Grazioli su Limes:

Kiev non vuole finire nelle braccia di Mosca e nemmeno cedere a Bruxelles. La strategia di Yanukovich di navigare a vista rischia però nei prossimi mesi di dover mutare di fronte quantomeno all’ultimatum dell’Ue. Se non ci sarà la firma sull’Accordo di associazione, saliranno le probabilità che l’asse ucraino si sposti definitivamente verso la Russia.

Nell’eterna contesa con Bruxelles Mosca segnerebbe così un punto di importanza epocale.

Salvando Cipro, l’Europa aiuterà la mafia russa

La questione del prossimo bailout di Cipro è al centro del dibattito europeo dalla scorsa estate. Da mesi i leader della zona euro stanno preparando un intervento più massiccio del previsto per aiutare i Paesi in difficoltà, che comprende anche un programma in favore di Nicosia.
Ma i tedeschi sono riluttanti, e stavolta non soltanto in nome di quella probità fiscale della cui mancanza rimproverano la Grecia e il resto delle economie mediterranee. Secondo un rapporto dei servizi segreti tedeschi, i primi ad approfittare degli almeno 10 miliardi richiesti dall’isola a Bruxelles sarebbero gli oligarchi russi, che hanno parcheggiato 20,3 miliardi di fondi neri nelle banche di Nicosia.
Dal blog di Antonio Vannuzzo su Linkiesta:

Lo dice un rapporto segreto della Bnd, la Cia tedesca, diffuso dal settimanale Spiegel. L’isola mediterranea sta trattando con Bruxelles un salvataggio di “soli” 10 miliardi di euro dopo che la Cyprus Popular Bank, la principale banca del Paese, è stata pesantemente colpita dal taglio al valore nominale dei titoli greci verso i quali era fortemente esposta. Un salvataggio dal significato più geopolitico che finanziario: nonostante Cipro abbia adottato l’euro dal 2008, è fortemente e storicamente legata alla Russia, tanto che già l’anno scorso ha ricevuto un prestito da 2,5 miliardi di euro a un tasso del 4,5 per cento. Un legame consolidato dopo il crollo dell’Unione sovietica e le successive privatizzazioni delle società statali, favorito dalla tassazione praticamente inesistente che ne fa un paradiso fiscale dove hanno sede oltre 40mila società off shore.
«Il report della Bnd evidenzia che i maggiori beneficiari dei miliardi provenienti da fondi foraggiati con i soldi dei contribuenti europei saranno gli oligarchi russi, uomini d’affari e mafiosi che hanno parcheggiato i loro guadagni illeciti a Cipro», si legge sullo Spiegel. Secondo l’intelligence tedesca, i russi hanno depositato sull’isola 26 miliardi di dollari (20 miliardi di euro circa), cifra che supera di gran lunga il Pil locale, pari a 17 miliardi di euro.
Nonostante sia uscito dalla black list Ocse dei paradisi fiscali nel 2000, dopo aver siglato con l’organizzazione internazionale di Parigi un accordo formale per implementare la trasparenza bancaria e la lotta al riciclaggio, Cipro rimane una piazza estremamente attraente, con una tassazione al 4,5% degli utili e una sui redditi che va dal 10 al 20%, a seconda che i soldi transitino attraverso una banca domiciliata nel Paese. Un regime di favore che l’Europa, come condizione per erogare i fondi necessari al salvataggio, vorrebbe riformare. Ma dalle parti di Nicosia dormono sonni tranquilli: c’è sempre Mosca a cui rivolgersi.

Questo è il punto. Secondo gli 007 di Berlino, Cipro offre ancora la possibilità di riciclare denaro sporco, nonostante abbia ufficialmente adottato tutte le misure richieste per uscire dalla black list dei paradisi fiscali. Inoltre, l’isola ha concesso ad 80 oligarchi russi la nazionalità cipriota, rendendoli così a tutti gli effetti cittadini dell’Unione Europea.
Per il momento la crisi di Cipro ha favorito un altro peso piuma dell’Eurozona: l’Estoniale cui banche sono state letteralmente prese d’assalto dai magnati russi, ansiosi di trasferirvi i propri denari nel timore che qualcosa potesse accadere. Ma la questione politica rimane: l’articolo di Der Spiegel ha immediatamente scatenato reazioni politiche a Berlino, che ora si trova in una posizione molto imbarazzante. Sempre secondo il settimanale tedesco, tradotto da Presseurop:

Rifiutare gli aiuti però non è un’opzione praticabile: così facendo si manderebbe un segnale disastroso ai mercati finanziari. Perché gli europei dovrebbero riuscire a salvare la Spagna e l’Italia se non riescono a tirar fuori dai guai un paese minuscolo come Cipro?
Il governo tedesco si trova in una posizione molto imbarazzante. Ci sono notevoli rischi politici: se acconsentisse a concedere un bailout a Cipro, Angela Merkel rischierebbe di screditare la sua intera linea politica dell’euro.
Gli europei non potranno fingere di non sapere. Il Bnd ha analizzato la situazione a Cipro e ne ha discusso con esperti della “troika”, di cui fanno parte la Commissione europea, il Fondo monetario internazionale e la Banca centrale europea (Bce).
I funzionari del Bnd non hanno portato buone notizie. Da un punto di vista formale, l’isola si adegua a tutte le normative sulla lotta al riciclaggio di denaro previste dall’Ue e a tutti gli accordi internazionali, ha detto l’agenzia. Il paese ha approvato le leggi necessarie e ha istituito le organizzazioni richieste. Ma quando si è trattato di far rispettare le leggi in questione i problemi sono venuti a galla.
Il riciclaggio di denaro è facilitato dalle laute provvigioni versate dai magnati russi per ottenere la cittadinanza cipriota, e secondo la Bnd sarebbero già 80 gli oligarchi che si sono procurati l’accesso all’intera Ue.
Nel solo 2011 dalla Russia sono usciti circa 80 miliardi di dollari, e buona parte di essi è transitata da Cipro, secondo il Bnd. I russi inoltre avrebbero depositato nelle banche dell’isola 26 miliardi di dollari, una cifra molto superiore al pil annuale di tutta Cipro.
La conclusione del Bnd è che se Cipro otterrà un bailout dall’Ue per poter restare nella zona euro, i soldi dei contribuenti tedeschi e di altri europei di fatto andranno a tutelare i soldi sporchi dei russi.

Cipro è diventata membro dell’Ue nel 2004 ed è entrata nella zona euro tre anni e mezzo dopo. E all’improvviso è diventata richiestissima.

Da allora il modello economico cipriota è diventato estremamente interessante. Il paese è un paradiso fiscale all’interno dell’Ue, ma l’Ocse gli ha dato un certificato di buona salute perché si presume che faccia abbastanza per impedire il riciclaggio.
Tuttavia, un documento del Parlamento europeo riguardante la criminalità organizzata in Russia cita parecchie volte l’isola, e un rapporto della Banca mondiale che parla di 150 casi di corruzione internazionale cita numerose società e conti a Cipro.

Data la sua posizione geografica, Cipro è strategicamente importante per molte nazioni sia dentro che fuori dall’Europa. Soprattutto per la Russia, che come abbiamo visto ama l’isola non soltanto per l’ubicazione e per il clima. Qui le società di comodo sono anonime, le banche discrete, le tasse basse. I soldi sporchi hanno offerto un boom prolungato agli abitanti del posto, nonostante un livello d’industrializzazione prossimo allo zero. Un paradiso per gli oligarchi e per la mafia russa, che da vent’anni prospera sulle macerie dell’Urss.
Fatto non secondario, il rapporto di Der Spiegel compare proprio nei giorni in cui Cipro avvia lo sfruttamento massiccio dei giacimenti di gas a largo delle sue acque.
Mafia, mercati, oligarchi ed energia. Tutti elementi che rendono complicata la vicenda. Non a caso, un confidente della cancelliera Merkel ha fatto sapere che secondo lei “Cipro non è un problema economico, ma politico”.

Delusa da Obama, la Polonia vara il suo scudo antimissile

La notizia è di una settimana fa. La Voce Arancione:

Nella giornata di lunedì, 24 Settembre, il Presidente polacco, Bronislaw Komorowski, ha dato il via all’attuazione di un Decreto per la costruzione di un sistema di difesa antimissilistico in Polonia.
Secondo Komorowski, il progetto sarà composto da postazioni radar e missili di medio e corto raggio dislocati sul territorio polacco. Tra gli scopi principali dell’operazione, il Presidente della Polonia ha illustrato la necessità di dotare Varsavia di una struttura all’avanguardia in grado di proteggere i confini nazionali e di modernizzare l’apparato militare del Paese.
Lo scudo spaziale polacco – che sarà parte integrante del costituendo sistema di difesa missilistico della NATO in Europa Centrale – è stato varato durante l’ultima riunione del Consiglio Nazionale per la Sicurezza e la Difesa: organismo che riunisce le massime cariche dello Stato e i Leader del delle forze politiche rappresentate in Parlamento.
Il perché della decisione della Polonia di costruire un proprio sistema di difesa missilistico è dovuto alla scarso impegno in materia prestato dal Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, che ha rimandato la realizzazione dello scudo spaziale NATO in Europa Centrale a dopo il 2018.

Komorowski ha motivato la sua decisione affermando che “lo scudo spaziale è essenziale” per il sistema di difesa di Varsavia. “Non ha senso“, secondo il presidente, “spendere grosse cifre per attrezzature militari nuove, se poi non siamo al riparo dai raid aerei“.
Quando nel 2009 il neoeletto presidente Obama annunciò l’abbandono dello scudo antimissile progettato da Bush, la Polonia andò su tutte le furie. In nome del proclamato “reset” nelle relazioni con Mosca, gli USA sacrificarono gli interessi di Varsavia sull’altare della realpolitik. Di fatto, l’annuncio di Komorowski rappresenta il punto d’arrivo di questa polemica a distanza con Obama iniziata tre anni fa. Secondo Komorowski: “Il nostro errore è stato che, accettando la proposta degli Stati Uniti, non abbiamo preso in considerazione il rischio politico legato al cambiamento del presidente degli Stati Uniti. Abbiamo pagato un prezzo politico troppo alto per quello“.
Per rimpiazzare il sistema ideato da Bush, gli Stati Uniti si impegnarono a dislocare una batteria di missili Patriot degli intercettori SM-3 in Polonia, ma Varsavia non è mai stata convinta di questo simpiazzo. I continui temporeggiamenti e rinvii di Obama – l’ultimo durante il vertice NATO del Maggio 2012, a Chicago, quando il presidente USA ha rinviato l’entrata in funzione dello scudo dal 2015 al 2018 – hanno finito per spazientare la dirigenza polacca. Volendo evitare un altro “errore”, Komorowski ha dapprima messo in discussione la redditività a lungo termine del sistema SM-3 made in USA, poi ha cercato la collaborazione della Francia e dell’alleata Germania per la realizzazione di uno scudo a tre, infine ha annunciato il progetto dello scudo solitario, che in ogni caso confluirà in quello targato NATO a partire dal 2018.
Per costruire il proprio scudo, la Polonia si propone di spendere tra i 2,5 miliardi e i 3,7 miliardi di dollari nel periodo che va dal 2014 al 2023. Peccato, però, che il vero dilemma polacco riguardo alla difesa non sia lo scudo, bensì l’esiguo numero di uomini su cui le forze armate possono contare (“un esercito senza soldati“: qui e qui).

La Russia ha già mal digerito la decisione degli USA di realizzare uno scudo di difesa nel Sudest asiatico, area del mondo che a Obama interessa certamente di più dell’Europa. Inoltre l’America sta facendo pressione anche sui Paesi del Golfo affinché questi ultimi provvedano a dotarsi di un proprio scudo. Pertanto i contini tentennamenti sull’implemetazione di un analogo sistema di difesa in Europa possono leggersi anche alla luce della necessità di non giocare troppo con i nervi di Mosca.
Obama sarà ricordato come il presidente americano che meno ha tenuto l’Europa in considerazione, anche sul piano delle sinergie militari. Non stupisce quindi che la difesa antimissile europea non sia in cima alle sue priorità. Nondimeno, la gestione complessiva della vicenda, nonché del rapporto con i tradizionali alleati europei, è stata quanto meno discutibile.
Tutto a vantaggio della Russia, che nelle divisioni interne agli alleati trova la sua linfa.

Romania (e UE) vs Russia, la partita per la Moldavia

In virtù del mancato raggiungimento del quorum nel referendum riguardante la sua destituzione, il presidente romeno Traian Basescu potrà restare al suo posto.
La Voce Arancione spiega perché, per noi europei, si tratta di una buona notizia:

Letta dal punto di vista energetico, la politica di Basescu è decisamente in linea con la filosofia della Commissione Europea orientata alla diversificazione delle forniture di gas e greggio per il Vecchio Continente, e garantisce il mantenimento della sicurezza nazionale della Romania e, più in generale, di tutti i Paesi dell’UE.

Le manovre di Ponta sono invece ascrivibili ad una politica di corto raggio che accetta il ruolo della Russia come unico fornitore di gas all’Europa, e mira unicamente all’ottenimento da parte di Mosca di sconti sulle tariffe per l’acquisto di oro blu.
L’atteggiamento di Ponta, poco coraggioso e lungimirante, mette a serio repentaglio la realizzazione dei piani energetici della Commissione Europea, e rischia di lasciare il Vecchio Continente dipendente da un solo fornitore di oro blu.

Spostandoci più in là rispetto alle dinamiche interne romene, c’è un Paese piccolo ma strategicamente importante per Bucarest, e di riflesso per Bruxelles: la Moldavia.
Dall’indipendenza di Chisinau nel 1991, il rafforzamento delle relazioni bilaterali tra romeni e moldavi  rappresenta una priorità diplomatica per Bucarest.

Per inquadrare il ruolo della Moldavia nello scacchiere orientale prendiamo spunto da due analisi di Stratfor.
Nella prima (tradotta qui), che tratta della restaurata influenza russa su alcune ex repubbliche sovietiche, troviamo una rapida disamina degli interessi geopolitici che ruotano intorno alla Moldavia:

Come l’Ucraina, la Moldova è sia debole che divisa. A differenza dell’Ucraina, la Moldova non ha legami tradizionali o etnici con la Russia, è rumena etnicamente e linguisticamente. Questo, insieme alla piccole dimensioni e allo scarso peso strategico della Moldava, è un fattore principale della debolezza dello Stato e della sua capacità di essere in equilibrio tra le potenze straniere.

Potenze straniere, oltre alla Russia, hanno interessi in Moldova; prima fra tutte la Romania. Non solo la Moldova e la Romania condividono legami etnici e linguistici, ma anche il territorio che costituisce la Moldova e la Transnistria (così come parti occidentali dell’Ucraina) appartenevano alla Romania, come provincia di Moldavia, prima che la Russia annettesse il territorio come baluardo difensivo. Tuttavia, la Romania non è abbastanza forte per sfidare la Russia militarmente, e dato che la Moldova è il paese più povero d’Europa ed è sostanzialmente limitato dalla presenza e dall’influenza della Russia, le prospettive di adesione all’UE, nel vicino a medio termine, sono assai improbabili (anche se la distribuzione di passaporti rumeni ai cittadini moldovi, che gli permette di viaggiare nell’Unione europea, è un esempio di soft power della Romania verso il paese). Altri singoli stati membri dell’UE come la Polonia e la Svezia, vogliono avvicinare all’occidente la Moldova attraverso il programma di partenariato orientale, ma questo è un processo a lungo termine dagli effetti limitati.

Nella seconda (visibile qui), pubblicata pochi giorni prima della quarta elezione presidenziale a Chisinau in tre anni – a testimonianza dell’instabilità politica a cui è soggetta – il tema della competizione tra Mosca e Bucarest per il controllo della piccola repubblica viene approfondito.
Apprendiamo che nel 2010 la Russia è stata la destinazione del 26% delle esportazioni della Moldavia e la fonte del 15% delle sue importazioni. Inoltre Mosca è pressoché l’unico fornitore di gas naturale di Chisinau e mantiene un contingente di circa 1.100 uomini d’istanza nella repubblica separatista di Transnistria, assieme ad alcune cellule d’intelligence.
La Romania, invece, nel 2010 per il 16% dell’export moldavo e per il 10% dell’import. La Romania si è anche battuta per l’ingresso della Moldavia nella NATO, o quanto meno per l’estensione del Membership Action Plan (anticamera dell’adesione all’Alleanza Atlantica), finora senza successo. Ma la principale forma di influenza di Bucarest, come detto, è sul piano culturale, posto che i due Paesi condividono la stessa lingua e le stesse tradizioni.
E’ da notare che in Romania esiste un Movimento per l’Unificazione di Romania e Moldavia che in più occasioni è sceso in piazza per chiedere l’annessione della seconda alla prima, con la Transnistria che andrebbe ad unirsi all’alleata Russia. Lo stesso presidente Basescu aveva annunciato che entro un quarto di secolo il progetto di fusione avrebbe trovato il proprio sbocco.
Com’è comprensibile, l’attivismo di Bucarest non piace a Mosca, i cui timori di perdere influenza sulla Moldavia sono confermati dalle rivelazioni di Wikileaks.

Il ruolo della Moldavia nel quadro europeo è tutt’altro che secondario. Ancora una volta, è La Voce Arancione a spiegarci il perché:

L’integrazione europea dei Paesi dell’Europa Orientale non è solo una questione politica, ma sopratutto energetica. A dimostrarlo è stato l’incontro ufficiale a Chisinau lo scorso martedì, 17 Luglio, tra i Primi Ministri di Moldova e Romania, Vlad Filat e Victor Ponta, in cui i due Paesi hanno rafforzato i legami bilaterali partendo proprio da una delle questioni più importanti per i Paesi del Vecchio Continente: l’approvvigionamento di gas.

A tal proposito, è opportuno ricordare come, di recente, la Commissione Europea abbia posto proprio la Moldova in cima ai Paesi dell’Europa Orientale candidati all’ottenimento dell’Accordo di Associazione: un documento con cui Bruxelles concede lo status di partner privilegiato, oggi goduto da Norvegia, Svizzera e Islanda.

Pertanto le relazioni bilaterali tra romeni e moldavi hanno riflessi fondamentali sulla collocazione geopolitica in Europa di Chisinau. E di conseguenza sulle ambizioni di indipendenza energetica della stessa Europa.

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UPDATE 3 agosto

La Voce Arancione:

Durante una visita ufficiale, il Viceministro degli esteri russo, Grygoriy Karasin, esprime il sostegno di Mosca all’integrità territoriale di Chisinau. Geopolitica e gas dietro al mutamento di posizione del Cremlino sulla questione della regione separatista moldava