Tutti parlano dell’Egitto, ma le vere proteste sono in Tunisia

Un anno fa la cacciata di Ben Alì pareva aver inaugurato un nuovo corso per la Tunisia. Oggi, invece, ci rendiamo conto che il vento della cd. Primavera araba non ha cambiato nulla rispetto a prima. Cacciato il dittatore, restano i problemi di sempre: disoccupazione, povertà, mancanza di prospettive. Lo dimostrano le veementi manifestazioni di questi giorni a Siliana, una città sui bordi superiori del deserto del Sahara.
Questa settimana, oltre 10.000 persone sono scese in piazza per protestare contro le precarie condizioni economiche nella zona. Mobilitazioni, in molti casi degenerate in scontri, che hanno lasciato sul terreno oltre 220 feriti. La polizia ha usato gas lacrimogeni e proiettili di gomma per contenere i disordini. Tanto che Navi Pillay, Alto Commissario ONU per i diritti umani, ha duramente preso posizione contro la repressione in atto.
I manifestanti in Siliana hanno chiesto al primo ministro Hamadi Jebali di dimettersi. Inizialmente lui ha risposto con sdegno; poi, per placare gli animi, ha annunciato l’intenzione di formare un nuovo governo per venire incontro alle richieste della piazza (si veda anche qui).

Un gruppo di giovani attivisti a Tunisi ha tenuto una protesta in segno di solidarietà. Siliana si trova a meno di 100 km a nord di Sidi Bouzid, il paese da cui la rivoluzione in Tunisia – e da lì, tutta la Primavera araba – è iniziata. Ma dal sacrificio di Mohamed Bouazizi poche cose sembrano essere cambiate. Le promesse di rinnovamento non sono state mantenute. E poco importa che nel 2013 si terranno sia le elezioni parlamentari che le presidenziali.

In settimana, il governo di Tunisi ha ottenuto due prestiti di 500 milioni di dollari ciascuno: uno della Banca africana per lo sviluppo e un altro dalla Banca Mondiale. Il bilancio statale del 2013 è dunque coperto, ma in futuro servirà molto di più. La la Tunisia potrebbe chiedere al Fondo Monetario Internazionale l’apertura di una linea di credito da 2,5 miliardi dal 2014 in poi.
In un Paese (come pure l’Egitto) dove i salafiti sono passati dalle prigioni al parlamento, i problemi economici della base restano tuttora irrisolti. E gli aiuti internazionali non sono altro che un rimedio tampone, il cui unico effetto è quello di prendere tempo, rimandando i nodi da sciogliere ad un futuro prossimo. In attesa di non sa bene cosa. Certo, come ha puntualizzato il governatore regionale Ahmed Zine Mahjoubi, in un anno di lavoro non si potevano risollevare le sorti di una città che ha subito 50 anni di emarginazione.
Passata la rivoluzione, i tunisini aspettano ancora un vero cambiamento.