Tag Archive: militarizzazione


In dicembre ha fatto scalpore la notizia della cattura di un drone americano da parte dell’Iran (qui il presunto video), ultimo e forse più eclatante episodio della guerra silenziosa tra gli Stati Uniti e la Repubblica Islamica.
Ora pare che gli ingegneri di Teheran siano riusciti a decrittare i segreti del velivolo, modello Sentinel Rq-170, primo passo verso la realizzazione di una “copia” dell’originale.

Dal 2009 la CIa usa i droni per spiare gli sviluppi del programma nucleare iraniano. Tra le varie tipologie di UAV, il Sentinel è il modello più adatto per questo genere di operazioni perché le sue sofisticate strumentazioni consentono la raccolta di informazioni di terreno dettagliate, essenziali per scoprire l’eventuale trasferimento degli impianti di arricchimento dell’uranio verso basi sotterranee.
Il Sentinel, estremamente efficace nei meccanismi di rilevamento, presenta tuttavia notevoli difetti nei sistemi di sicurezza: è molto vulnerabile alle incursioni pirata volte ad interrompere il comando remoto a distanza tra base e velivolo. In altre parole, è possibile interferire nelle comunicazioni con il drone per alterarne la rotta ed impartirgli nuove istruzioni. Curioso è che tale lacuna fosse nota agli ingegneri americani fin dal 2003, i quali però giudicavano la tecnologia a disposizione dell’Iran insufficiente per consentire il dirottamento o la cattura di un Sentinel.

La caccia ai droni è ufficialmente iniziata nell’ottobre 2001, quando la Russia annuncia di aver fornito all’Iran alcuni modelli Avtobaza IL-22, apparecchiature di intelligence elettronica mobili su veicoli in grado di interferire nelle comunicazioni a distanza. Il sospetto che queste strumentazioni abbiano ricoperto un ruolo nell’affaire Sentinel si fa subito strada.
Tecnicamente, gli Avtobaza consentono di effettuare attacchi jamming e spoofing: operazione combinata che prima interrompe la comunicazioni tra base e velivolo inviando segnali radio che occupano le frequenze radio, e in seguito stabilisce un collegamento diretto con il drone fornendo false coordinate al suo ricevitore GPS. In caso di interruzione del controllo remoto, infatti, il drone si collega direttamente col sistema GPS per tornare alla base. Ma nel caso del Sentinel i potenti segnali inviati dall’Avtobaza hanno coperto quelli del satellite, così il drone invece di rientrare a Kandahar è stato fatto atterrare su una pista militare iraniana.

Nei primi giorni non era chiaro se il drone fosse stato catturato oppure semplicemente abbattuto. BBC ha sottolineato come non si trattasse di una questione di poco conto:

If, as was originally thought, the Sentinel had been shot down then there would have been little to put on display but a pile of twisted wreckage.
Instead, what was on show on Iranian TV was an immaculate gleaming white drone that looked straight off the production line.
Which tends to back up the claim by Iran that its forces brought down the drone through electronic warfare, in other words that it electronically hijacked the plane and steered it to the ground.

Avere tra le mai un mucchio di lamiere o un drone tutto intero non è la stessa cosa.
Foreign Plicy ha cercato di ridimensionare l’episodio: quando l’Iran sarà in grado di “replicare” il drone catturato, sostiene la rivista, l’America avrà nel frattempo  ideato nuovi modelli più sicuri e sofisticati, mantenendo inalterato il gap tecnologico tra i due contendenti:

the Sentinel’s downing will only be a temporary setback. As Aviation Week reported, the Sentinel’s sensor package considered “so invaluable when it debuted in Afghanistan about two years ago is considered outdated.” The hyper-spectral sensor capabilities mounted on future stealth drones will make the RQ-170 Sentinel seem quaint. When those future drones also unfortunately fall onto the territory of Iran or other adversaries, people will be surprised and unnecessarily alarmed then, too.

Il New York Times non è stato altrettanto ottimista:

the centerpiece of what had been a covert program is now in the hands of Iranian forces, which may share the captured technology with other countries.

Timore più che fondato, visto che già in dicembre una fonte iraniana aveva rivelato che funzionari russi e cinesi avevano chiesto il permesso di ispezionare il drone allo scopo di studiarne il funzionamento. Peraltro, è stato proprio lo studio condotto sui droni abbattuti e recuperati in Iraq a svelare agli scienziati iraniani – e russi, interessati a carpire i segreti della tecnologia militare USA - le caratteristiche di base di tali velivoli. Il che ha lanciato l’allarme sul supporto logistico e materiale che l’Iran riceve dall’esterno per sviluppare una capacità di intelligence in campo elettronico che Pentagono e CIA neppure sospettavano:

Iran is busy acquiring the technical know-how to launch a potentially crippling cyber-attack on the United States and its allies

“Over the past three years, the Iranian regime has invested heavily in both defensive and offensive capabilities in cyberspace,”

“Equally significant, its leaders now increasingly appear to view cyber-warfare as a potential avenue of action against the United States

Finora l’Occidente ha sottovalutato i progressi compiuti da Teheran in questo come in altri campi (leggi: il programma nucleare), nonostante il lungo elenco di scienziati e militari uccisi, feriti o scomparsi in circostanze non chiarite. La vicenda del Sentinel dovrebbe riflettere. Forse non muterà l’equilibrio della guerra (invisibile) tra USA e Iran, almeno sul piano delle capacità militari. Ma in termini psicologici, certamente si.

Clandestine drones: Obama administration’s critical tool

Un’interessante analisi su FPIF illustra per sommi le linee guida della pianificazione militare americana. Dopo aver esordito affermando che:

“Despite the talk of massive cuts, the U.S. military will continue to be the profligate, inefficient, and remarkably ineffective institution we’ve come to know and squander our treasure on”;

il testo si concentra sul concetto di guerra offshore:

“Even if the U.S. military is dragging its old habits, weaponry, and global-basing ideas behind it, it’s still heading offshore.  There will be no more land wars on the Eurasian continent.  Instead, greater emphasis will be placed on the Navy, the Air Force, and a policy “pivot” to face China in southern Asia where the American military position can bestrengthened without more giant bases or monster embassies.

For Washington, “offshore” means the world’s boundary-less waters and skies, but also, more metaphorically, it means being repositioned off the coast of national sovereignty and all its knotty problems.  This change, on its way for years, will officially rebrand the planet as an American free-fire zoneunchaining Washington from the limits that national borders once imposed. “

L’archetipo delle operazioni militari del futuro lo abbiamo già visto lo scorso anno, ed è stato il blitz che ha portato all’uccisione di bin Laden:

“the raid that killed Osama bin Laden as a harbinger of and model for what’s to come.  It was an operation enveloped in a cloak of secrecy.  There was no consultation with the “ally” on whose territory the raid was to occur.  It involved combat by an elite special operations unit backed by drones and other high-tech weaponry and supported by the CIA.  A national boundary was crossed without either permission or any declaration of hostilities.”

Ecco il punto. CIA e Pentagono stanno progettando un futuro in cui le operazioni segrete sul campo e i droni dall’alto giocheranno un ruolo sempre più importante nelle operazioni di guerra e antiterrorismo:

“Since November 2002, when a Hellfire missile from a CIA-operated Predator drone turned a car with six alleged al-Qaeda operatives in Yemen into ash, robotic aircraft have led the way in this border-crossing, air-space penetrating assault. The U.S. now has drone bases across the planet, 60 at last count.  Increasingly, the long-range reach of its drone program means that those robotic planes can penetrate just about any nation’s air space.

War has always been the most human 
and inhuman of activities.  Now, it seems, its inhuman aspect is quite literally on the rise.”

A corollario di quanto detto, va sottolineato che molte delle 60 basi in questione risultano peraltro clandestine.
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Ho già spiegato come mai la contesa delle Falklands si sia riaccesa proprio adesso, a trent’anni dalla guerra che ne decretò l’appartenenza al Regno Unito. La ragione è il petrolio, ma in politichese si preferisce non dire certe cose apertamente, preferendo ammantarle con motivazioni storico-sociologico-culturali – vere o presunte – che conferiscano un’aura di rispettabilità alle proprie pretese.
Chi volesse ripercorre la vicenda dal principio può dare uno sguardo a questo esauriente excursus.

Soffermandoci sul presente, la tensione diplomatica tra i contendenti ha subito una brusca impennata l’apice nelle ultime settimane. L’Argentina ha reagito con rabbia alla decisione della Royal Navy di inviare il suo distruttore Dauntless nell’Atlantico meridionale. Parimenti ha mal digerito la visita del principe William in “uniforme da conquistatore, giudicata una provocazione. Alle rimostranze politiche si sono poi aggiunte quelle di piazza, culminate nella manifestazione del 20 gennaio di fronte all’amabasciata di Londra, in cui alcune persone hanno anche incendiato una bandiera britannica.
Eventi a cui Londra ha replicato accusando Buenos di colonialismo e – fatto più significativo – rafforzando la difesa dell’arcipelago con l’invio di un sottomarino a propulsione nucleare Trafalgar, dotato di missili da crociera Tomahawk e siluri Spearfish. In proposito il ministero britannico della difesa ha rifiutato ogni commento ufficiale.
In ogni caso le Falklands sono ben guarnite.

L’aspetto sul quale vale la pena riflettere è che, rispetto al 1982, le parti sono invertite: ora quella forte è l’Argentina. Confortata da indicatori macroeconomici favorevoli (crescita tra il 7% e il 10%, povertà all’8.3% e disoccupazione al 7,2%), Buenos Aires sta vivendo un momento favorevole, benché in mezzo a tante luci non manchino le ombre (inflazione e surplus commerciale previsto in ribasso). Lo Stato è tornato ad essere protagonista della vita economica, dopo la scellerata parentesi liberista targata Menem. L’incremento dei prezzi di materie prime e prodotti agroalimentari hanno contribuito al rilancio dell’export, mentre l’istituzione di restrizioni all’import ha avviato il mercato interno verso la quasi totale autosufficienza.
L’economia di Londra, al contrario, è ancora in stallo a causa della crisi, anche perché appesantita da un debito (pubblico e privato) che cresce a vista d’occhio. Le estrazioni petrolifere sono diminuite di un terzo rispetto all’anno, e il referendum sull’indipendenza della Scozia previsto per il 2014 rischia di portare via anche ciò che resta dei giacimenti nel Mare del Nord.

Anche a livello internazionale la bilancia pende dalla parte dell’Argentina. Pressoché tutti i Paesi dell’America Latina sono schierati con Buenos Aires. Lo si era capito in dicembre, quando il presidente Cristina Kirchner, nel discorso di insediamento alla presidenza del Mercosur, ha ringraziato i presenti per il sostegno offerto al blocco navale argentino nei confronti di imbarcazioni delle Falklands. La prima di una serie di iniziative volte a tagliare fuori i keplers (gli abitanti delle isole) dal resto del mondo.
Londra, invece, parteggia da sola. Cameron è politicamente sempre più isolato dall’Europa. L’America mantiene un profilo neutrale, limitandosi all’augurio che le parti raggiungano un accordo attraverso il dialogo bilaterale.
Elementi che rispecchiano i mutati rapporti di forza sullo scacchiere globale. Non solo tra Argentina e Regno Unito.

Negli ultimi anni la fiducia del Sud America nelle proprie possibilità viaggia di pari passo con l’ascesa della sua economia. Il continente è riuscito a crescere a ritmi lusinghieri nonostante la crisi. I Paesi latinoamericani hanno capito che al mondo non ci sono solo Washington, Londra o Berlino. Così si sono impegnati a stringere solidi legami con le altre economie emergenti (Cina in primis), nonché a rafforzare i rapporti intracontinentali attraverso una serie di riuscite iniziative diplomatiche: Unasur e Celac su tutte.
Contemporaneamente sono cresciute le spese militari, motivata da ragioni diverse da Paese a Paese ma in definitiva volta a ridimensionare le mire straniere sui giacimenti del continente. Nel periodo 2003-2010 Il bilancio della difesa in America Latina è cresciuto con una media annua del 8,5%, fino a sfiorare i 70 miliardi di dollari. L’Argentina spenderà 5 miliardi di euro nel 2012, contro i 3,2 miliardi dello scorso anno. Oltre al completamento del programma di modernizzazione del TAM (Tanque Argentino Medium), Buenos Aires ha deciso di acquistare una cinquantina di elicotteri dalla Cina e di avviare i preparativi per la costruzione di un sottomarino nucleare (in un chiaro esempio di imitazione e/o deterrenza rispetto al Brasile). Previsto anche un programma di sviluppo nel settore dei droni.

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Carta di Laura Canali per Limes 6/08 "Progetto Obama"

La notizia della possibile chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto il giro del mondo, sollecitando l’analisi politico-strategica sui possibili scenari. Nel caso in cui la marina di Teheran bloccasse davvero il transito delle petroliere, la conseguenza sarebbe quella di affamare il Pianeta di energia, spingendolo verso una nuova recessione.
L’idea che il blocco dello Stretto non comporterà grandi cambiamenti si basa su due presupposti errati: il primo è che l’export di Teheran (2,4 mln b/g) è piuttosto basso rispetto al fabbisogno mondiale (84 ml b/g); la seconda è che il rapido ritorno della produzione libica compenserà l’esclusione dal giro di quella iraniana. In realtà, la situazione non è così rosea. Primo, dallo Stretto passano 15,5 mln b/g, ossia tutto l’export dei Paesi del Golfo: il 17% del petrolio consumato a livello globale, il 30% di quello che circola via mare e del 40% di quello destinato alle esportazioni. Secondo, il trend della produzione libica non è così florido come le previsioni dei media raccontano.
Razionalmente l’Iran non farà nulla, visto che il blocco danneggerebbe innanzitutto il proprio export, senza contare le inevitabili ritorsioni militari che il mondo scatenerebbe. Ma è importante che tutti credano che stia per fare qualcosa.
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Nei mesi caldi della Primavera araba, tra i tanti attori internazionali coinvolti ci si chiesti che fine avesse fatto il più temuto: al-Qa’ida. Le sue varie diramazioni prosperano nei luoghi tribali, dove le autorità statuali non arrivano: Sinai, Yemen, Sahel.
Al-Qa’ida è un cancro e il Medio Oriente è coperto delle sue metastasi. Rapimenti, traffico di droga e di armi sono le sue attività quotidiane, nonché le principali fonti di reddito.
Nella regione del Sahel (letteralmente: “riva”) questa situazione è stata incoraggiata dalla crisi libica e dall’afflusso di armi provenienti dagli arsenali gheddafiani ora incustoditi.

Di fronte alle crescenti sfide alla sicurezza, Mauritania, Mali e Niger stanno potenziando le proprie capacità militari acquistando armi dalla Francia. Il governo francese è legato con dieci paesi africani in una serie di contratti di vendita di armi. Il giro d’affari rappresenta una boccata d’ossigeno per l’industria francese, ma è anche indice di un problema sempre più urgente.
Soprattutto la stabilità del Mali è messa in serio rischio. L’aspetto più preoccupante, come ricordato dall’ambasciatore di Parigi a Bamako, è la totale assenza di un dibattito parlamentare in proposito. In un Paese da 1,24 milioni kmq di superficie e 7243 km di confini, Aqmi ha molte opportunità di prosperare, anche grazie alla complicità delle tribù Tuareg.
Consapevoli che, tra gli Stati del Sahel, il Mali costituisce forse l’anello più debole della catena nella lotta ad Aqmi, anche gli Stati Uniti hanno fornito aiuti militari all’esercito maliano del valore di 9 milioni di dollari, tra cui 75 veicoli, tra cui 44 fuoristrada, 18 camion Mercedes 1517 e sei ambulanze, oltre a grandi quantità di abbigliamento e attrezzature

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Carta di Laura Canali in Limes QS 1/11 "Corea La guerra sospesa"

Se la Corea del Nord non vantasse alcune testate al plutonio (due secondo la CIA, addirittura quindici secondo altri) nascoste da qualche parte, il mondo avrebbe del tutto ignorato la scomparsa di Kim Chong’il nonché le connesse scene di isteria collettiva.
Per comprendere la Corea del Nord bisogna innanzitutto scansare alcuni pregiudizi. Nel Paese il calendario ufficiale conta i giorni a partire dalla nascita di Kim Ilsong, il Grande Leader, nel 1912. Morto nel corpo ma non nello spirito, in quanto tuttora formale assegnatario della presidenza, il leader perpetuo è padre dell’ideologia Chuch’e (letteralmente: “oggetto principale”, sovente tradotto come “autosufficienza”), dottrina populista e nazionalista alla base dell’identità collettiva dei nordcoreani non meno dei miti cosmogonici che da millenni permeano la cultura peninsulare. Contrariamente a quanto si creda, non si tratta di un’ideologia comunista. Durante la Guerra Fredda, Kim Ilsong si schierò con Stalin e Mao solo per ricevere aiuti economici e militari, non per ragioni ideologiche. A dirla tutta, da anni la parola comunismo non figura neanche più nella costituzione, espunta dall’appena scomparso Kim Chong’il, successore del Grande Leader.

Ed ecco il primo equivoco. Il vero credo dominante in Corea del Nord non è dunque il comunismo, bensì l’ultranazionalismo razzista in salsa confuciana. Una politica che dietro la retorica populista (“la Corea innanzitutto”), un vago programma socioeconomico e uno sfrenato culto della personalità, nasconde la subordinazione dell’intera vita nazionale al rafforzamento dell’esercito, investito della missione di “liberare” il Sud. È questa propaganda a giustificare l’esistenza stessa dello stato nordcoreano.
Oggi le ampie crepe insite nella propaganda stessa rappresentano la principale minaccia esistenziale di Pyong’yang, molto più delle armate americane dislocate nel Sud. Ormai la popolazione, stremata da condizioni di vita insostenibili, crede sempre meno alle grandi menzogne ufficiali. Lo Stato è troppo povero e ha una frontiera troppo ampia per tenere 20 milioni di abitanti sempre sotto controllo.
Per continuare a giustificare la propria esistenza, il regime deve adottare forme di propaganda sempre più persuasive. Gli occasionali incidenti di confine come l’affondamento della corvetta sudcoreana Ch’onan nel marzo 2010 (46 morti) e il cannoneggiamento dell’isola di Yonp’yong ne sono un esempio. Oppure ci sono le armi nucleari, valida merce di scambio da presentare al tavolo dei sei (USA, Cina, Russia, Giappone e le due Coree) per reclamare aiuti umanitari.

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Carta di Laura Canali per Heartland

I rapporti tra le due Tigri asiatiche, Paesi emergenti per eccellenza non sono ancora ben definiti. Il rispettivo peso demografico e una crescita economica a prima vista inarrestabile fanno di Delhi e Pechino l’ago della bilancia dei futuri equilibri geopolitici globali.
Tuttavia, man mano che la loro influenza cresce al pari della rispettive proiezioni strategiche, Delhi e Pechino si troveranno sempre più vicino, nel bene e nel male. Il rischio di una nuova guerra è da escludere, ma i segnali di un conflitto strisciante già in atto non mancano.
L’espansionismo della Cina fa innervosire i Paesi vicini e preoccupare quelli lontani (vedi le tensioni nel Mar Cinese Meridionale). Anche l’India è insofferente verso Pechino, non soltanto per aver perso una guerra cinquant’anni fa.
Solo nell’ultimo anno i due giganti si sono pestati i piedi più volte. Dapprima la decisione della Cina di inviare una flotta navale nel Golfo Persico per presidiare le rotte petrolifere dall’assalto dei pirati somali, mossa che secondo l’India potrebbe comprimere il suo raggio d’azione in quella che considera una regione di sua competenza. Poi il disappunto di Pechino per la joint venture indio-vietnamita per la ricerca petrolifera nel Mar Cinese Meridionale nonché per i crescenti interessi indiani in Africa.
Più che le tensioni lungo il confine dell’Arunachal Pradesh, ad irritare Delhi sono i piani orditi dalla Cina per ridimensionarla ad ogni livello. In principio furono il sostegno al Pakistan e l’opposizione ad una prossima riforma del Consiglio di Sicurezza che garantirebbe all’India quel seggio permanente a cui aspira.

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La guerra dei droni

Sono la principale innovazione bellica degli anni Duemila: i droni, gli aerei senza pilota (in inglese UAV: Unmanned Aerial Vehicles). Da anni sono lo strumento principale attraverso cui gli Stati Uniti affrontano la global war on terror. Afpak, ma anche Iraq, Somalia, Yemen e ultimamente Messico sono i principali scenari del loro utilizzo.
Se si escludono alcuni sporadici raid dei primi anni, la vera e propria “guerra dei droni” ha avuto inizio nell’agosto del 2008, quando Bush autorizzò l’intensificazione degli attacchi (trenta in pochi mesi) nelle province di confine tra Afghanistan e Pakistan. Ma è stato Obama a farne un uso massivo e continuo, estendendone l’impiego negli altri continenti.
La rete di basi da cui questi velivoli controllano e attaccano i nemici in Asia, penisola arabica e Corno d’Africa è in rapida espansione. L’ultima, da poco aggiunta al programma dei droni americano, si troverebbe in Etiopia, nella città meridionale di Arba Minch. La regione conta già altre due basi di lancio: una a Camp Lemonnier, nel Gibuti, dove sono dislocati 3000 soldati Usa; l’altra nelle Seychelles, esistente fin dal 2009 come rivelato da Wikileaks. Da queste tre basi il Pentagono controlla le operazioni in Somalia, Yemen, e prossimamente Uganda e Africa Centrale.

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Se fino ad ora la protezione dei paesi del Golfo Persico (leggi: delle principali rotte petrolifere mondiali) è stata appannaggio degli Stati Uniti, a breve il ruolo di guardia a largo delle coste arabe potrebbe passare alla Cina.
A poche settimane dal varo della sua prima portaerei, Pechino sta già programmando l’invio di parte della propria forza navale a presidio delle coste mediorientali, spesso soggette alle incursioni dei pirati somali.
La zona marittima che va dal Golfo di Aden allo Stretto di Hormuz è fondamentale per l’approvvigionamento energetico cinese, nonché per la stabilità dell’intero mercato petrolifero globale. Ogni giorno, quasi 4 milioni di barili di greggio transitano attraverso il primo e oltre 13 milioni per il secondo. Un commercio messo a rischio dai pirati, fenomeno che le forze navali internazionali non riescono a debellare.
Conscia dell’importanza di tali rotte e dell’incapacità dell’Occidente di presidiarle, Pechino pare aver deciso di provvedere da sé. Circa l’85% del petrolio importato dalla Cina passa dall’Oceano Indiano, rendendo questo immenso specchio d’acqua un’arteria vitale per le forniture energetiche del Dragone.
Appare superfluo segnalare la preoccupazione degli Stati concorrenti (Usa e India in primis), sospettosi del fatto che la crescita della navale cinese non sia altro che un nuovo capitolo dell’espansione di Pechino in Africa, fonte di gran parte delle materie prime da essa importate. La protezione delle rotte energetiche, un tempo di esclusiva competenza degli Usa, manifesta comunque il progressivo (e inesorabile?) cambio della guardia nella gerarchia geopolitica globale. Leggi l’articolo completo »

di Luca Troiano

Se dagli anni Cinquanta al Duemila l’interesse della Cina per il Pacifico derivava principalmente dalla competizione diplomatica con Taiwan, oggi la partita è con gli Stati Uniti. Per imbrigliare la (ex) superpotenza mondiale, Pechino si muove lungo tutte le direttrici possibili: cielo (controllo dello spazio), terra (alleanze con i governi insulari) e mare (esplorazioni dei fondali).

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carta di Laura Canali tratta da Limes QS 3/2008 "Russia contro America, peggio di prima"

1. Da tempo sono in corso le trattative tra Stati Uniti e Russia per includere quest’ultima nel futuro sistema di difesa antimissile europeo. Un’ipotesi che solo due decenni fa sarebbe parsa fantascientifica. Ma in realtà le parti sono molto lontane tra loro e lo stallo politico che ne consegue contrasta con l’idea che la contrapposizione dei blocchi sia solo un ricordo del passato.Durante il recente G8 tenutosi a Deauville, il presidente russo Dmitry Medvedev ha espresso la sua insoddisfazione per come i negoziati stanno procedendo
, affermando senza giri di parole che le parti stanno solo perdendo tempo. Mosca vorrebbe avere il controllo parziale del sistema, ma Washington è restia ad accordarglielo.
Ma ciò che Medvedev trova frustrante non è solo la riluttanza degli Usa ad accettare le proposte avanzate dal Cremlino, quanto la vaghezza della Casa Bianca nel fornire garanzie che il nascente sistema di difesa missilistica non sarà rivolto contro la Russia. Garanzie che il presidente russo lamenta di non aver mai ricevuto.
La sensazione di accerchiamento temuta da Mosca è stata rafforzata dall’incontro tra Obama e il suo omologo polacco Bronislaw Komorowski a Varsavia lo scorso 28 maggio, ultima tappa del tour europeo de presidente Usa. L’inquilino della Casa Bianca ha sottolineato l’importanza di una collaborazione con la Russia nel nuovo sistema di difesa, ma ha anche ribadito la volontà di affidarne il controllo esclusivo alla Nato. Una circostanza che Mosca considera quasi una perdita della propria sovranità.
Invito tutti a pensare in quale mondo vorremmo vivere. In questo caso, sarà un mondo con più lanciatori di missili nucleari. Lo abbiamo già vissuto. Non voglio che l’Europa torni ad esserlo“, ha detto Medvedev.Così le parti hanno convenuto di proseguire le consultazioni per cercare una soluzione reciprocamente accettabile, formula di rito per (non) dire che un accordo è tutt’altro che vicino. Leggi l’articolo completo »

1. Okinawa è un’isola ricca di storia e significati. Situata a largo dell’Oceano Pacifico, lì risiede la quella che statisticamente è la popolazione più longeva del mondo. Lì nacque l’arte marziale per eccellenza, il karate. Lì, nel 1945, fu combattuta dai giapponesi l’ultima battaglia prima dell’invasione della madre patria. E lì, da allora, ha sede un’importante base militare americana, da anni oggetto di discordia nei rapporti tra Washington e Tokyo.
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Lo Yearbook 2010, rapporto annuale condotto dal SIPRI (Istituto di Ricerca per la Pace Internazionale di Stoccolma), riporta che la spesa militare degli Stati Uniti ammonta a 708 miliardi di dollari. Da soli, gli Usa spendono in armamenti un terzo del proprio bilancio federale e tanto quanto tutti gli altri paesi al mondo messi assieme.

Al secondo posto c’è la Cina, con 99 di di dollari. Terzo il Regno Unito con 69 miliardi. Seguono la Francia (67 miliardi), la Russia 61), la Germania (48), il Giappone (47), l’Arabia Saudita (la quale è uno dei tre Paesi al mondo ad impiegare oltre l’8% del proprio Pil in armmenti, assieme a Israele e Georgia, con 39), Italia e India (37).
E’ significativo che, sempre secondo il SIPRI, la spesa militare Usa nel 2000 ammontava a circa la metà (377 miliardi). Quella cinese è addirittura triplicata (nel 2000 era a 31 miliardi). L’Italia l’ha invece diminuita (nel 2000 era di 43 miliardi), comunque eccessiva per le nostre necessità di difesa. Ma da noi le spese militari sono frutto di accordi con l’ex società pubblica Finmeccanica, settimo gruppo al mondo nel settore della difesa, per cui alle necessità di risparmio della spesa pubblica subentrano forti (e non sempre chiare) ragioni inerenti all’economia nazionale.

I 708 miliardi di dollari spesi annualmente gli Usa (che secondo gli esperti superano i costi della Rivoluzione contro gli Inglesi, della Guerra Civile, della guerra contro il Messico e di quella Ispano-Americana) servono a mantenere una “forza lavoro” impressionante: oltre 1.400.000 militari di carriera, molti dei quali d’istanza nelle 560 basi militari dislocate un pò in tutto il mondo – senza contare agenti segreti e contractors.

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