La Russia prosegue le manovre nell’Artico

Il rinnovato interesse di Mosca per le gelide acque dell’Artico registra nuovi sviluppi. Dalla precedente analisi sappiamo già che le rivendicazioni di Mosca si intersecano con quelle degli altri Stati che si affacciano all’interno del Circolo Polare, e che lo scioglimento dei ghiacci non crea solo opportunità economiche, ma impone anche dei cambiamenti negli aspetti militari che coinvolgono la regione.

Sabato 15 marzo, l’esercito russo ha posizionato sei aerei militari di categoria Su-27, e tre cargo per il trasporto di soldati, in Bielorussia, presso la base di Baranoviche. Si tratta di un palese riflesso della crisi ucraina, in conseguenza della quale la Nato ha incrementato le proprie forze aeree nelle basi in Polonia e Romania, a ridosso dei confini con Kiev. Lo stesso giorno, però, alcuni bombardieri dell’esercito russo di categoria Tu-95MS hanno compiuto un inusuale pattugliamento nei cieli dell’Artico, al confine dello spazio aereo di Canada, Norvegia, Stati Uniti d’America e Danimarca. Un chiaro avvertimento ai vicini che la presenza russa nella regione si fa sempre maggiore.

Un mese dopo, il 22 aprile, Vladimir Putin ha annunciato che il suo Paese costruirà una rete unificata di strutture navali sui propri territori artici in grado di ospitare navi da guerra e sottomarini avanzati. Secondo il presidente russo, allo stato attuale la forza della Flotta da Guerra del Nord non è sufficiente per garantire la sicurezza nazionale. A tal fine la Russia sta organizzando una rete capillare di rilevazione radar che prevede di completare entro il 2018. Il disegno di Mosca prevede un sistema radar di difesa aerea completamente automatizzato in grado di rilevare ogni tipo di minaccia, compresi missili da crociera e velivoli senza pilota, ad una distanza massima di tremila chilometri.

Secondo Difesa online, quattro stazioni radar classe “Voronezh” sono già attive. Due radar classe “Voronezh” modello “DM”, seimila chilometri di scoperta con capacità di tracciare simultaneamente 500 target, sono pienamente attivi nel territorio di Krasnodar e nella regione di Leningrado. Le stazioni radar nelle regioni di Kaliningrad e di Irkutsk sono in fase di test. I nuovi radar “Voronezh”, possono essere rapidamente ridistribuiti e richiedono un equipaggio ridotto rispetto alla generazione precedente. Altri sette radar della stessa classe saranno messi in servizio nei prossimi cinque anni, sostituendo così gli obsoleti sistemi modello “Dnepr” e “Daryal”. Continua a leggere

Se l’Ucraina avesse ancora l’atomica…

Forse l’Ucraina è davvero sull’orlo della guerra civile. Nelle ultime settimane, i gruppi armati filorussi hanno sequestrato gli edifici governativi in diverse città dell’Est del Paese e hanno ucciso almeno un agente di sicurezza ucraino. Ora Kiev sta mobilitando le sue forze per riassumere il controllo su queste località, alimentando un’esclation dagli esiti al momento imprevedibili. L’unica certezza è che il Cremlino sta strumentalizzando la presunta istigazione alla violenza da parte di Kiev come pretesto per un’altra invasione Crimea styleBusiness Insider riporta una mappa con le possibili opzioni militari della Russia. 

Di fronte agli ultimi, preoccupanti sviluppi, qualcuno rimpiange lo smantellamento dell’arsenale nucleare ucraino. Lasciamo stare le parole di Yulia Timoshenko (personaggio non più limpido del vituperato Yanukovich,non dimentichiamolo), che al telefono avrebbe illustrato la sua “soluzione” suggerendo sarcasticamente l’uso di armi nucleari contro gli ucraini di etnia russa, e concentriamoci in una riflessione più seria.

Qualche giorno fa il Wall Street Journal scriveva che le nazioni che abbandonano il loro arsenale nucleare lo fanno a proprio rischio e pericolo. Durante il periodo della Guerra Fredda l’ipotizzato conflitto tra i due blocchi, minacciava, a causa del duopolio nucleare, di essere devastante, di investire intere aree del pianeta e, soprattutto, di essere difficilmente controllabile. Il potere nucleare, peraltro militarmente inutile in quanto, essendo totalmente distruttivo, faceva perdere l’interesse stesso di vincere la guerra, diveniva però “politicamente efficace” se impiegato in funzione dissuasiva. Ai nostri giorni, secondo il quotidiano d’oltreoceano, questo avrebbe garantito l’integrità territoriale di Kiev in quanto la Russia difficilmente avrebbe invaso un Paese confinante col rischio di vedersi puntare contro una batteria di testate nucleari. Continua a leggere

Artico, le pretese della Russia aprono ad una nuova guerra “fredda”

La Russia è il più vasto Paese del mondo. I suoi interessi geopolitici si dipanano su uno spazio che va dalle coste del Mar Baltico a quelle del Pacifico; dai ghiacci del Polo Nord alle steppe dell’Asia Centrale. Una tale ampiezza impone a Mosca di pensare e agire su più fronti contemporaneamente. Così, mentre il reso del mondo è concentrato su quanto avviene in Crimea, il gigante eurasiatico , in totale silenzio, muove alcuni significativi passi verso un altro terreno di conquista: l’Artico.

Sul finire dello scorso anno balzava agli onori della cronaca la vicenda della Arctic Sunrise, quell’imbarcazione di Greenpeace che il 19 settembre 2013 ha portato 30 attivisti (tra cui un italiano, Christian D’Alessandro) a protestare di fronte ad una piattaforma di Gazprom  contro i danni all’ambiente provocati dalle trivellazioni petrolifere nelle gelide acque del profondo Nord. Per le modalità dell’azione, quella degli “Artctic 30″ non è stata in nulla e per nulla differente dai tanti blitz che negli anni hanno caratterizzato l’attività di Greenpeace. Di diverso, stavolta, c’era l’obiettivo: quella gigantesca piattaforma, fissata al fondale del Mar di Barents, non era semplicemente una piattaforma energetica qualunque, ma il simbolo di una guerra non dichiarata per la conquista dell’Artico.

La militarizzazione crescente

Da quando nel 2011 Putin ha annunciato che “La Russia espanderà la sua presenza nell’Artico” e difenderà “con forza e con decisione” i suoi interessi, perché “Da un punto di vista geopolitico, i nostri interessi nazionali più vitali sono legati all’ Artico”, le notizie in merito ad un progressivo rafforzamento della presenza militare russa nell’estremo Nord si sono susseguite a cadenza quasi mensile. Continua a leggere

Ora la Russia vuole anche la Transnistria

Le truppe russe hanno preso il controllo delle basi militari di BelbekFeodosia, le ultime rimaste sotto il controllo del governo ucraino in Crimea. Kiev ha già annunciato il ritiro delle sue truppe dalla penisola. Adesso che la Crimea è stata annessa dalla Russia, diventa fondamentale per il Cremlino collegarla alla sponda russa più vicina attraverso la costruzione di un tunnel o di un ponte nello stretto di Kerch, indispensabile per Mosca per legittimare ulteriormente la scelta secessionista del territorio. Inoltre, da diversi giorni si segnala un progressivo dislocamento di forse lungo il confine orientale dell’Ucraina, dove si trovano le province a maggioranza russa.

Le notizie più interessanti (rectius: inquietanti), tuttavia, arrivano da Ovest. Il rapido processo di annessione della Crimea alla Russia ha portato diversi esperti a chiedersi se questo possa creare un “precedente”, spingendo altri territori dello spazio post sovietico a separarsi dai rispettivi Stati per chiedere di passare sotto la sovranità russa. Proprio di recente il parlamento russo ha approvato una legge che prevede meccanismi più semplici per i casi di annessione di territori alla Russia. Martedì 18 marzo è arrivata la prima richiesta in tal senso è giunta dalla Transnistria, territorio della Moldavia che si è autoproclamato indipendente nel settembre 1990, e di cui ci siamo già occupati in più occasioni.

Circa il 30% della popolazione (mezzo milione di abitanti) del territorio è di etnia russa, come russa è anche la lingua madre della maggioranza assoluta. A Tiraspol, la capitale, è fortissimo il desiderio di tornare a far parte della Russia, che ha sempre sostenuto economicamente il piccolo Stato fin dalla separazione dalla Repubblica di Moldavia. Lo scorso dicembre, con una riforma costituzionale al vaglio del soviet supremo, la Transnistria ha dato avvio all’armonizzazazione del proprio corpus legislativo a quello di Mosca. Già in referendum del 2006 il 97% devotanti si espresse a favore del ricongiungimento con Mosca.

Continua a leggere

L’America invierà truppe in Africa. Non contro al-Qa’ida, ma contro la Cina

All’inizio di febbraio il governo del Niger ha autorizzato il dispiegamento dei droni USA per le operazioni di sorveglianza ed intelligence contro le milizie jihadiste attive nella regione del Sahel (si veda anche l’approfondimento di Antonio Mazzeo).

La notizia non sarebbe così sconvolgente, se non fosse solo la punta dell’iceberg di un programma molto più ampio e articolato.

Gli Stati Uniti stanno dispiegando truppe in 35 Paesi africani, a cominciare da Libia, Sudan, Algeria e appunto Niger. La notizia, annunciata dall’agenzia AP a Natale e passata pressoché inosservata sui principali organi d’informazione, pare gettare le basi per un futuro intervento americano nel Continente nero.
In particolare, reparti speciali delle forze armate USA, coadiuvati dagli eserciti locali, saranno in grado di partecipare a più di cento esercitazioni militari sul campo già dal prossimo anno.

Ufficialmente, Washington intende eradicare la minaccia terroristica nel Nord Africa. Lo stesso conflitto in Mali (d’iniziativa francese, ma col supporto americano) testimonia che una dozzina d’anni dopo l’11 settembre, la guerra al terrore ha inaugurato un nuovo fronte: quello del deserto.
Dunque il problema esiste.

Tuttavia, un tale dispiegamento di forze nel continente avrà l’effetto di rendere tutta l’Africa, e non solo la regione sahariana, un immenso teatro di operazioni militari degli Stati Uniti. Curioso, se pensiamo che la presenza di al-Qa’ida e affini non è segnalata in quasi nessuno dei 35 Paesi in questione.

Quasi tutti, però, sono in affari con aziende cinesi. E quasi tutti sono ricchi di risorse: petrolio, diamanti, rame, oro, ferro, cobalto, uranio, bauxite, argento, legname e frutti tropicali.
Ecco dunque il vero obiettivo dell’AFRICOM: eliminare l’influenza della Cina dalla regione.
Non bastando più il soft power (il Washington consensus è ormai un retaggio del passato), per vincere la sfida col Dragone cinese si ritorna alla muscolarità del caro vecchio hard power. Ma niente colpi di Stato stile Guerra Fredda, stavolta: è sufficiente dispiegare le proprie truppe in difesa del regime locale (quasi mai democraticamente eletto) contro i gruppi armati eventualmente attivi sul territorio. Obiettivo dei regimi: mantenere il potere. Obiettivo degli Stati Uniti: acquisire appalti e concessioni estrattive.

Come conferma Unimondo:

L’invasione non ha pressoché nulla a che fare con l’”islamismo”e quasi tutto a che fare con l’acquisizione di risorse, in particolare minerali, e con l’accelerazione della rivalità con la Cina.

Come nella guerra fredda, la divisione del lavoro prescrive che il giornalismo e la cultura popolare occidentali mettano a disposizione la copertura a una guerra santa contro un “arco minaccioso” di estremismo islamico, non diverso dalla fasulla “minaccia rossa” di una cospirazione mondiale comunista.

La vicenda Kony deve pur insegnarci qualcosa.

Con l’ultimo test nucleare, la Corea del Nord ha scelto di sfidare il mondo

Nella mattinata del 12 febbraio la Corea del Nord ha condotto un test nucleare, il terzo nella storia del Paese – dopo quelli del 2006 e del 2009 – e il primo da quando a capo del regime c’è Kim Jong-un. L’esperimento giunge un mese e mezzo dopo che, in metà dicembre, era stato effettuato il quinto lancio (riuscito, a differenza dei precedenti quattro) di un missile a tre stadi a lungo raggio, potenzialmente in grado di raggiungere gli Stati Uniti.
La politica estera di Pyongyang ha abituato gli analisti ad un’altalenante serie di minacce e toni distensivi, e questo test non rappresenta che l’ultimo capitolo della retorica muscolare a cui il regime nordcoreano ci ha abituato.

Di nuovo, stavolta, ci sono due elementi.
Primo. l’esplicito riferimento alla “deterrenza nucleare” nei confronti degli Stati Uniti (con cui pure aveva raggiunto un accordo meno di un anno fa). Menzione che arriva proprio nei giorni in cui è in corso un’esercitazione congiunta tra le marine militari del Sud e degli Stati Uniti.
Secondo. A nulla sono serviti gli inviti della Cina – non privi di toni ultimativi – alla moderazione. Pechino è l’unico partner commerciale e politico di rilievo di Pyongyang, stante l’isolamento quasi totale del regime nordcoreano, e già in passato i suoi appelli avevano contribuito a placare le intemperanze del proprio controverso vicino. Ma non questa volta.
Analizzando il contesto internazionale dell’evento, risalta come il regime di Kim Jong-un abbia scelto di effettuare il test in un momento molto delicato, visto che in diversi Stati la leadership politica è cambiata da poco (Giappone) o sta per cambiare ufficialmente (Corea del Sud, Cina). Ciò rappresenta un messaggio molto negativo per le future ipotesi di denuclearizzazione della regione.

Questo aspetto ci aiuta a comprendere la valenza del gesto. Più che un risultato militare, la Corea del Nord sembra perseguire un duplice obiettivo politico. Primo: rimarcare agli occhi di amici (Cina) e nemici (Corea del Sud, Stati Uniti e Giappone) l’intangibilità della nazione nordcoreana. Secondo: consolidare l’immagine di Kim Jong-un, ricompattando una popolazione le cui condizioni di vita rimangono molto dure.

Il test nucleare è anche il risultato di un errore di calcolo dell’amministrazione Obama, la quale ha sbagliato cercato di trattare l’affare nordcoreano con un mix di incentivi positivi (derrate alimentari ad una nazione prostrata dalla fame) e negativi (nuove sanzioni) allo scopo di coinvolgere costruttivamente la Corea del Nord nel contesto multilaterale dei colloqui a sei. Sotto la sua politica di “pazienza strategica“, il presidente ha chiesto più volte a Pyongyang di dare qualche segnale concreto della propria volontà di trattare.
Tuttavia, questo approccio ha i suoi inconvenienti. In primo luogo, concede a Pyongyang il tempo necessario per perfezionare il proprio programma nucleare. In secondo luogo, rende la situazione cronicamente instabile, lasciando alla Nord Corea il coltello dalla parte del manico.
Forse ha pesato troppo la convinzione che, con l’avvento del giovane Kim Jong-un, la Corea del Nord potesse intraprendere un percorso di riforme in analogia a quanto avvenuto in Birmania. Ma Pyongyang non è Napiydaw, come i fatti stanno dimostrando.

Eppure la Corea del Nord possiede la chiave sia per venir fuori dalla miseria che per suscitare l’interesse delle grandi potenze senza ricorrere agli esperimenti nucleari. Il sottosuolo del Paese potrebbe contenere un tesoro di risorse minerarie – comprese le cd. terre rare – dal valore potenziale di circa 6 trilioni di dollari.
Ma senza un concreto piano di riforme economiche, il tesoro resterà sotto terra, così come la miseria in superficie. Ora come ora, la Corea del Nord sta sacrificando l’opportunità di costruire un futuro più prospero in nome di una corsa agli armamenti fine a se stessa.

Il mondo è oggi un luogo più pericoloso di quanto non fosse appena 48 ore fa.

L’America invia 10.000 soldati verso la Siria. Ma sarà vero?

giovedì 6 dicembre il sito israeliano Debka (si veda anche Russia Today) riporta che di fronte alla Siria sono d’istanza 10.000 uomini, 17 navi da guerra, 70 cacciabombardieri, 10 tra cacciatorpedinieri e fregate, inviati lì dagli Stati Uniti in attesa dell’ordine di intervenire. Non sono soli: ci sono anche inglesi, francesi e uomini della NATO. E non dimentichiamo che lungo il confine con la Turchia ci sono delle batterie di missili Patriot dell’Alleanza Atlantica.
La ragione dietro un tale dispiegamento di forze è semplice: il terrore dell’America è che il regime di Assad, ormai alle strette, possa giocare l’ultima carta che ha in mano. Quella delle armi chimiche. Alcuni (anonimi) funzionari del Dipartimento di Stato accusano la Siria di essere sul punto di farne uso, ed anche la BBCcitando fonti del Foreign Office, afferma che la leadership di Damasco è pronta a utilizzarle.

Alcune notazioni.

La prima. Secondo alcuni funzionari del Pentagono, non vi è alcuna prova che la Siria impiegherà le armi chimiche, e che non è nemmeno chiaro se siano state spostate dai siti di stoccaggio oppure no. Inoltre, anche a fronte di una situazione disperata è improbabile che Assad ricorra a questi strumenti: l’uso del sarin (gas nervino di cui Damasco avrebbe centinaia di tonnellate), ad esempio, è strategicamente inadatto nel contesto delle lotte urbane che finora hanno caratterizzato la guerra civile.

La seconda. Onestamente, è difficile dire se il timore americano per le armi segrete di Assad sia reale o piuttosto una false flag: l’esperienza irachena deve pur averci insegnato qualcosa. Tuttavia alla storia delle armi di distruzione di massa sembrano averci creduto gli israeliani, se è vero che squadre di forze speciali israeliane operano attualmente all’interno della Siria, nel tentativo di individuare e sabotare gli arsenali chimici e biologici del regime.

La terza. Gli Stati Uniti paiono non avere una grande cognizione di ciò che succede in campo. La decisione di sostenere la guerra dalla parte dei ribelli, senza sporcarsi le mani direttamente e purché il conflitto resti sigillato all’interno del perimetro siriano, rende impossibile controllarne il coinvolgimento e prevedere le conseguenze.
Ad esempio, in questi giorni Washington ha inserito il gruppo ribelle al-Nusra nella lista delle organizzazioni terroristiche (si veda anche qui). Nei mesi scorsi il gruppo ha orchestrato diversi attentati costati la vita a centinaia di persone, e nelle sue fila si contano alcuni ex qaidisti. Eppure è in prima linea nella lotta contro Assad, dunque essenziale nella strategia di proxy war che l’America sta attivamente sostenendo.

La quarta. Gli USA devono ridurre le spese militari per diminuire il loro cronico deficit di bilancio in doppia cifra, eppure ogni tanto si sente parlare di migliaia di soldati spediti qua e là nelle zone di crisi. Sempre in migliaia e sempre inosservati, visto che nessuno pare incrociarli lungo il loro cammino. In principio furono i 12.000 soldati spediti a Malta e pronti ad intervenire nella Libia post Gheddafi, come denunciato dalla deputata del Congresso Cynthia McKinney. Poi le forze speciali stanziate a Sigonella e Souda (Creta) e in procinto di entrare sempre in Libia all’indomani dell’attacco costato la vita all’ambasciatore Chir Stevens. E oggi i 10.000 a largo delle coste siriane, secondo quanto rivelato da Debka che, non dimentichiamolo, è un sito di spie israeliane, da prendere con le molle.
Ma gli americani come potrebbero spedire migliaia di uomini in un Paese in fiamme, posto che (al-Nusra deve far riflettere) non sanno neppure chi sono i ribelli che stanno sostenendo?

La quinta. Alla guerra sul campo se ne affianca un’altra mediatica (ne è un esempio questo video in cui i ribelli uccidono dei conigli con delle presunte armi chimiche). E ciascuno ha la sua posizione, come in ogni derby che si rispetti. D’altra parte il web abbonda di cretini 2.0, e loro sì, alla storia dei 10.000 soldati ci credono davvero. Loro credono a tutto, tranne che ai media tradizionali.

Sottomarini russi nelle acque USA

La Voce Arancione:

A dare la notizia, smentita dal Pentagono ma confermata da Mosca, e stato il giornale The Washington Free Beacon [qui la fonte originale].
Missili russi a poca distanza dagli Stati Uniti d’America hanno messo a dura prova il sistema di sicurezza nazionale di Washington. Tra i mesi di Giugno e luglio un sottomarino della marina militare della Russia di classe 971 Akula ha incrociato nelle acque territoriali statunitensi presso il Golfo del Messico.
A dare la notizia della presenza di oggetti militari russi in territorio americano e stato il giornale The Washington Free Beacon, nella giornata di giovedì, 16 Agosto.
Pronta e stata la smentita dell’Addetto del Dipartimento della Difesa USA, Wendy Snyder, che ha negato la notizia ed ha rassicurato sulla sicurezza militare del territorio statunitense.
Diversa la versione delle fonti russe, che hanno ammesso la presenza di oggetti militari in diverse zone del pianeta al di fuori del territorio della Russia, tra cui, con tutta probabilità, anche il Golfo del Messico.
Inoltre, Mosca ha rifiutato di comunicare l’ubicazione attuale dei suoi sottomarini dislocati per differenti mari della terra.

Voice of Russia racconta che, senza violare la legislazione internazionale e la sovranità degli USA, la marina russa è rimasta per circa un mese nel Golfo del Messico, completando diverse attività tattiche e strategiche. Mentre gli esperti militari russi sono congratulati reciprocamente per il successo della missione, l’incapacità di individuare l’esatta ubicazione della flotta russa ha suscitato preoccupazioni  negli ambienti militari americani. Secondo Vladimir Yevseyev, capo del Centro di studi sociali e politici, con questa manovra la Russia ha dimostrato gli Stati Uniti che un sistema di sicurezza assolutamente perfetto non esiste.

La Russia ha offerto l’ennesima dimostrazione soft della propria rinata potenza militare. Con gli Stati Uniti pronti a riorientare il proprio focus strategico sugli oceani Indiano e Pacifico, e con i negoziati sullo scudo antimissile in Europa sempre in stallo, Mosca cerca di rimescolare le carte esibendo le proprie potenzialità in mare.
Proprio in questi giorni, il ministero della Difesa russo ha annunciato la consegna in settembre dei nuovi missili balistici sottomarini Yuri Dolgorukiy(dal nome del fondatore di Mosca). Inoltre, l’esercito russo ha schierato un reggimento armato con il sistemadi difesa antimissile  S-400 nella città portuale di Nakhodka in Estremo Oriente. Il sistema S-400 è in grado di monitorare bersagli multipli fino a 370 miglia. Un reggimento è composto da due battaglioni, ciascuno dei quali è dotato di otto lanciatori con 32 missili.

Forbes trae spunto dall’episodio per domandarsi se ha ancora senso foraggiare un sistema di difesa elefantiaco come quello americano. Nel 2011 gli USA hanno speso per la sola Marina la bellezza di 179 miliardi di dollari, quasi il doppio di quanto la Russia ha investito per tutte le sue forze armate (93 miliardi). Eppure la Guerra Fredda è finita da un pezzo; oggi le minacce per la sicurezza sono ben altre (il terrorismo), a fronte delle quali l’approccio muscolare della difesa americana è del tutto inadeguato, oltreché dispendioso e controproducente. Non saranno i sommergibili nucleari o le portarerei da centinaia di migliaia di tonnellate a proteggere New York o Los Angeles dal rischio di nuovi attentati. Una flotta russa nel Golfo del Messico non rappresenta un rischio per la sicurezza USA. Il vero rischio, sostiene Forbes, è che i sistemi di sicurezza non si siano accorti dell’arrivo di quella flotta russa nel Golfo del Messico.
Sarà forse per questo che il Pentagono non conferma la notizia?

Pertanto, se da un lato è difficile dire se l’episodio avrà conseguenze diplomatiche, dall’altro sta già avendo conseguenze politiche, e tutte interne agli USA. In una lettera al Capo della Naval Operations, l’ammiraglio Jonathan Greenert, il senatore del Texas John Cornyn (repubblicano), ha chiesto che sia resa nota una spiegazione dettagliata dell’incidente. Inutile dire che i repubblicani ne chiederanno conto anche al presidente Obama, ora che mancano poco più di due mesi alle elezioni.

Fallita la diplomazia, la guerra in Siria sarà decisa dalle armi

Se la speranza è l’ultima a morire, possiamo dire che dopo le dimissioni di Kofi Annan tramonta forse l’ultima possibilità di una soluzione diplomatica al conflitto in Siria. Secondo Giuliana Sgrena su Globalist:

La rinuncia non è una sconfitta di Kofi Annan ma della comunità internazionale. Ovviamente chi voleva l’intervento militare non aveva nessun motivo per sostenere il piano Onu in 6 punti, equilibrato e accettabile sia per il presidente sanguinario Bashar Assad che per gli oppositori che hanno militarizzato lo scontro, sostenuti dai paesi del Golfo, dai consiglieri occidentali e ora apertamente anche dalla Cia. Quelli che avrebbero voluto realmente un processo democratico sono rimasti isolati.

E’ una sconfitta per noi pacifisti che ci siamo dichiarati contro l’intervento militare senza essere in grado di qualsiasi azione politica, manifestazione di piazza che denunciasse i responsabili del bagno di sangue siriano e sostenesse una opzione diplomatica, a partire dal piano Onu, rafforzato con un aumento di osservatori protetti da un corpo Onu con compiti di polizia e anche da osservatori civili. Forse non era realizzabile, ma non ci abbiamo nemmeno provato, scontrandoci invece sulle “nostre verità” che non sono quelle sul terreno.

Putin piange lacrime di coccodrillo: si è detto dispiaciuto delle dimissioni, continuando a sostenere la necessità di una soluzione diplomatica, quando in realtà è stata proprio Mosca – in collaborazione con Pechino -, a condannare la missione di Anna al fallimento a suon di veti. Peraltro rifiutando l’unica condizione posta da Annan per cui la transizione avrebbe potuto avere senso, ossia le dimissioni di Bashar al-Assad.
Ma è ormai chiaro che la Russia è decisa a lasciare che il bagno di sangue prosegua pur di salvare il suo avamposto residuo in riva al Mare Nostrum – e in tutto il Medio Oriente.

Fallita la diplomazia, il piano B dell’amministrazione USA è molto meno rassicurante. Obama ha ufficialmente autorizzato la CIA a compiere azioni coperte in Siria a “sostegno” dei ribelli – con tutto il carico di ambiguità che questo termine porta con sé. Il governo americano ha messo a disposizione 25 milioni di dollari per l’assistenza “non-letale” in favore dell’opposizione siriana, da impiegare per lo più per le apparecchiature di comunicazione, e altre strumentazioni. Ha inoltre stanziato ulteriori 64 milioni dollari in aiuti umanitari per il popolo siriano, posto che la guerra civile sta provocando una grave crisi alimentare nel Paese.
Che gli USA stiano “sostenendo” i ribelli è cosa nota già da tempo. Tuttavia, la pubblica ammissione di questa realtà è un esplicito riconoscimento che la questione Siria sarà risolta dalle armi, più che dai tavoli nei piani alti.
Difficile esprimere un giudizio su questa scelta. Secondo il Washington Times, Obama finirà di fatto per armare al-Qa’ida (ammesso che la formazione sia davvero presente in Siria); per Foreign Policy, al contrario, la strategia di Obama sta funzionando.
Lucio Caracciolo, direttore di Limes, all’indomani dell’attentato di Damasco scriveva:

Sul piano militare, nessuno può vincere. Da sole, le opposizioni armate non prevarranno. Nemmeno con i sostanziosi aiuti arabosauditi, qatarini e occidentali. Ma non potranno essere sradicate, a meno che i pretoriani di al-Assad non optino per la guerra di sterminio, mettendo mano financo alle armi chimiche.

In questa come in altre guerre civili le armi servono a manutenere il conflitto, non a risolverlo. Quando gli storici scriveranno la storia della crisi in Siria, scopriremo probabilmente che a deciderne le sorti sarà stato il denaro. Quello che scarseggia nelle casse del regime, mentre sovrabbonda nei conti dei petromonarchi della Penisola arabica. Ed è speso non solo per armare il raffazzonato Esercito siriano libero, ma soprattutto per convertire dirigenti e funzionari di Damasco alla causa dei rivoltosi.

Intanto le acque siriane si fanno sempre più movimentate:

Domenica 29 Luglio una nave da guerra cinese ha attraversato il Canale di Suez per dirigersi verso le coste della Siria.

Con i cinesi le acque intorno alla Siria e, comunque, intorno al medio oriente tutto, iniziano ad essere esageratamente congestionate di navi militari, portaerei, incrociatori di tutte le più grosse marine militari del mondo.

La possibilità di una guerra in Siria si avvicina sempre di più se è vero, come a noi sembra, che non c’è nulla di peggio e di più semplice, per scatenare una guerra, di un incidente causato dalla presenza di tante navi militari, di paesi diversi e storicamente contrapposti, in un piccolo specchio d’acqua.

La questione è approfondita da una blogger egiziana, la quale nota che il quotidiano egiziano Ahram (unico, assieme a Shourouk, a parlarne) parla addirittura di tre navi. Eppure, il lunedì seguente il ministro dell’interno del Cairo ha smentito il passaggio delle navi.
Nei giorni precedenti si era parlato anche dell’arrivo di una piccola flotta russa con 360 militari a bordo per una serie esercitazioni congiunte con la marina di Damasco, ma proprio oggi Mosca ha smentito che le navi fossero dirette in Siria.
Voci che testimoniano come gli USA non sono gli unici a muoversi sulla strada dell’escalation militare. E che adesso la partita geopolitica della Siria si gioca a carte scoperte.

Le due Guerre Fredde in Siria

La Russia ha ripetutamente affermato che qualsiasi attacco alla Siria sarà considerato come un attacco alla sua sicurezza nazionale. Medvedev, con molta enfasi, si è spinto più in là: se gli Stati Uniti non rispetteranno la sovranità della Siria, la susseguente escalation di tensioni potrebbe condurre il mondo nel baratro di una guerra nucleare (si veda anche qui). Esagerato, certo, ma rende l’idea di come il Cremlino non tolleri alcuna interferenza nell’evoluzione della crisi siriana.
Queste sono le ragioni del sostegno russo alla Siria:

Con l’eventuale fine di Assad, Mosca perderebbe un grosso cliente nella vendita di armi, oltre ad un avamposto strategico – l’ultimo, probabilmente – nella regione. Inoltre, anche i russi hanno capito che per l’Occidente Damasco è una tappa obbligata sulla strada che porta a Teheran. Se i regimi in questione fossero rovesciati, Mosca vedrebbe i confini dell’ex Primo mondo spingersi fin dentro quello che considera il proprio spazio vitale. Inaccettabile come prospettiva. Di conseguenza ha sempre ribadito con fermezza la propria volontà di bloccare qualsiasi tentativo di intervenire in Siria con il benestare delle Nazioni Unite.

E queste sono le motivazioni per cui gli Stati Uniti auspicano un cambio di regime – quelle vere, scevra di ogni retorica pro-democrazia ma al contrario fondata su un preciso calcolo strategico:

Non potendo impegnarsi direttamente, gli USA ricorrono al vecchio strumento della proxy war, che consiste nell’offrire materiale (ossia armi) e finanziario al nemico del proprio nemico. Perciò i media concentrano la propria attenzione sul Free Syria Army, ufficialmente formato da dissidenti dell’esercito regolare ma in realtà creato e formato con l’appoggio dell’Occidente (non a caso si parla di “Brigate Feltman”). Benché sia stato dato molto risalto alla diserzione di un generale con cinquanta uomini al seguito, le forze armate di Damasco sono ancora intatte e disciplinate. Non vanno poi dimenticati i ribelli libici, di fede sunnita e dunque schierati contro Assad, come ad Hizbullah in Libano.
Dall’altra parte c’è l’Iran, fiero sostenitore di Assad e del primato sciita, la cui partecipazione diretta è dichiarata dallo stesso Jeffrey Feltman, assistente del Segretario di Stato USA. Alcune settimane fa il governatore della provincia irachena di al-Anbar, Qasim Al-Fahdawi ha detto di averele prove del coinvolgimento dell’Esercito di Mahdi di Moqtada al-Sadr negli scontri. Anche l’opposizione siriane sostiene che 100 autobus trasportanti almeno 4.500 uomini armati di al-Sadr avrebbero attraversato il confine siriano, diretti verso Deir al-Zour. Si segnala che pochi giorni fa la Turchia ha denunciato il sequestro di un cargo contenente armi diretto in Siria, di sospetta provenienza iraniana  (accusa smentita da Teheran).

La ragione per cui l’America segue da vicino gli eventi in Siria è perché spera che, una volta caduta Damasco, la prossima ad implodere possa essere  Teheran
.

Armi e navi verso la Siria

Le più chiare avvisaglie dell’escalation in corso sono rappresentate dalla progressiva militarizzazione intorno al Paese. BBC riporta che la Russia ha inviato una sette navi da guerra guidate da un cacciatorpediniere anti-sommergibile in direzione della sua base siriana di Tartus. Secondo fonti citate dall’agenzia stampa Interfax, le navi trasportano un contingente di militari in missione di addestramento, oltre che cibo e carburante per la base. Ufficialmente. Di fatto, Mosca vuole far capire a Stati Uniti Occidente – e alla Lega Araba – che intende difendere i propri interessi nella regione. Nel frattempo, gli Stati Uniti stanno inviando un terzo gruppo di portaerei nella regione del Golfo Persico.
Mosse giunte a meno di un mese dalla vendita di elicotteri d’assalto russi al regime siriano. Affare che a Mosca difendono in ragione del fatto che gli americani, dietro le quinte, stanno inviando armi e munizioni ai ribelli siriani – fatto noto da mesi, confermato dal New York Times in giugno così come dal velato monito di Kofi Annan pochi giorni fa. A proposito di ribelli, qui avevo spiegato cos’è davvero il Free Syrian Army e chi c’è dietro:

Il DamasPost rivela la vera storia dietro la formazione di questo gruppo. Lo scorso 20 Febbraio 2011 l’Assistente del Segretario di Stato Usa Jeffrey Feltman è stato a Beirut, accompagnato da un funzionario del Mossad di nome Amit Azogi (ex generale dell’esercito israeliano e ora trafficante d’armi), un ufficiale dell’intelligence giordana di nome Ali Gerbag e alcuni libanesi appartenenti al Movimento 14 marzo. Presente anche il Presidente del Partito di Liberazione Islamico in Turchia, Yilmaz Chelk. L’obiettivo dell’incontro era quello di formare gruppi di miliziani armati per lottare contro il regime siriano. Non a caso, il quotidiano parla dell’Esercito Libero come delle “Brigate Feltman”.
Non solo. Un servizio recentemente trasmesso dalla BBC mostra due interessanti dettagli. I miliziani sono basati nel nord del Libano, in una zona dove prosperano gli estremisti salafiti e wahabiti. Inoltre, va notato che essi imbracciano fucili M-16, gli stessi in dotazione all’esercito americano e che i siriani non hanno mai utilizzato [dopo quella svista, i ribelli sono sempre apparsi in video imbracciando dei più consueti AK-47 Kalashnikov]

Una nuova Guerra Fredda all’orizzonte?

Lo scenario che emerge dal caos siriano induce a pensare che il mondo abbia fatto un salto indietro di trent’anni, all’epoca della Guerra Fredda. Allora i russi invadevano l’Afghanistan e gli americani finanziavano i ribelli che li combattevano – chi fossero questi ribelli e quali intenzioni avessero, l’America lo avrebbe scoperto un martedì 11 settembre di vent’anni dopo.
In realtà la Guerra Fredda è solo un eco del passato. Il Grande Gioco della Siria è molto più complicato.
Quasi sempre i media dimenticano di considerare l‘Iran e la Lega Araba (quest’ultima retta dalla premiata ditta Qatar-Arabia Saudita). Tali parti sono portatrici di interessi contrapposti, che – a prima vista – ricalcano quelli, rispettivamente, di Russia e Stati Uniti.

Il ruolo dell’Iran

L’Iran è il principale alleato di Damasco (con la quale mantiene un ferreo patto di mutua difesa), dunque sta con Mosca; sauditi e qatarioti premono affinché in Siria possa essere instaurata una democrazia, e appoggiano la posizione USA.
Dell’Iran abbiamo già detto: è il vero obiettivo della strategia americana in Siria:

Ciò che tutt’ora non ci dicono, ma che é facilmente desumibile da questa cartina preparata dagli amici di nocensura.com, é che le basi americane in medio-oriente sono davvero tante e, guardacaso, tutte intorno all’Iran. Mettere le mani sul territorio siriano, ponendo fine al governo antiamericano di Assad, permetterebbe di completare l’opera di accerchiamento all’Iran.

Inoltre, come scrivevo in un post di febbraio, citato più sopra:

Mosca ha rivelato che la bozza del CdS conteneva una clausola che autorizzava l’intervento militare. Un articolo su Pravda fornisce un’eccellente spiegazione del triangolo di rapporti tra Stati Uniti, Arabia Saudita e Israele. Quest’altro su al-Akhbar va oltre e spiega perché Occidente e Lega Araba spingono per un intervento militare: garantirsi un avamposto nella prospettiva di un prossimo attacco all’Iran, in una catena di eventi che porterebbe a ridisegnare la mappa della regione mediorientale.

Il mancato invito di Teheran all’ultima Conferenza degli Amici della Siria a Ginevra (giudicato un errore dai russi), nonostante l’apertura del segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon e di Kofi Annan, parla per sé. Non si chiede al tacchino di imbandire il pranzo di Natale.

Le trame di Qatar e Arabia Saudita

Dall’altra parte c’è la Lega Araba. Quale sia il suo scopo, lo spiegavo in un altro post citato più sopra:

[...] porre fine al dominio sciita per riportare al potere la maggioranza sunnita, in modo che in un futuro appuntamento elettorale il popolo possa consegnare la nascitura “democrazia” siriana nelle mani della Fratellanza Musulmana, sulla falsariga di quanto sta già avvenendo in Tunisia ed Egitto.
Non stiamo assistendo ai negoziati arabo-occidentali per la liberazione della Siria, ma ai tentativi sottotraccia del Qatar di trasformare il Paese in una nuova Libia. E a Washington fingono di non saperlo, troppo indaffarati a chiudere i conti con Teheran senza sporcarsi le mani.
L’unità di intenti dimostrata da americani e qatarini si rivela dunque un pericoloso passo a due in cui i primi credono di guidare i secondi e in realtà sono questi ad usare quelli. Ciò che Washington non riesce a capire è che l’apparente convergenza di interessi con Doha nasconde in realtà due obiettivi opposti e, in definitiva, inconciliabili.
Difficile immaginare cosa verrà fuori da questo ambiguo sodalizio. Non dimentichiamoci che al-Qa’ida, oggi incubo dell’Occidente, non è altro che il figlio illegittimo di quel matrimonio tra USA e Pakistan celebrato trent’anni fa in funzione antisovietica.

I veti della Russia sono il maggiore ostacolo alla realizzazione di questo programma.
In dicembre il Qatar aveva fatto un tentativo – senza successo – per indurre Mosca a più miti consigli. Come? Attraverso l’argomentazione a Doha più congeniale, ossia la corruzione:

Pochi giorni fa è scoppiato [nei primi di dicembre, appunto] un caso diplomatico tra Russia e Qatar dopo la notizia che l’ambasciatore russo a Doha aveva subito un “incidente” all’aeroporto della capitale qatariota. Il ministero degli Esteri russo Lavrov ha preteso le scuse formali dello Stato arabo, oltre alla punizione degli agenti di sicurezza coinvolti nel fatto.
L’agenzia di stampa russa RT riferisce che l’ambasciatore ed altri funzionari dell’ambasciata sono stati picchiati dalla polizia doganale. La ragione del gesto è spiegata da un anonimo diplomatico russo, il quale rivela che questo incidente “è un insulto a causa della posizione russa sulla Siria”.
Il quotidiano libanese Al-Nahar racconta un retroscenala Russia avrebbe respinto un’offerta di milioni di dollari per revocare il proprio appoggio ad Assad passando sul fronte antiregime. La reazione di Mosca è stata un rifiuto, accompagnato dalla conferma del proprio sostegno a Damasco. La Siria è l’avamposto russo sul Mediterraneo poiché le flotte di Mosca sono attraccate ai porti di Tartus e Latakia. Difficile che i russi rinuncino alla profondità strategica garantita da Assad.
Visto l’accaduto, Mosca ha ufficialmente degradato le proprie relazioni con Doha.

Quanto ai sauditi, quest’articolo tradotto da Medarabnews spiega che a Ryadh, il regime di Assad è dipinto come una dittatura atea, l’ultimo Stato guidato da una minoranza eretica che opprime i musulmani sunniti, mentre viene sostenuto dai russi. La crisi siriana diventa così un’occasione per regolare vecchi conti in sospeso:

Sconfiggere la Russia nel mondo arabo fu una priorità per l’Arabia Saudita, ancor prima di diventare un vero e proprio impegno in Afghanistan negli anni ‘80. L’attuale crisi siriana è forse l’ultima possibilità di compromettere definitivamente la già erosa sfera di influenza russa nella regione. I sauditi forse pensano che sconfiggere la Russia questa volta in Siria potrebbe dare nuovo vigore alla loro vecchia mitologia di sconfiggere l’ateismo nel mondo e sostenere i musulmani sunniti a livello globale. Mentre la Russia è cambiata negli ultimi vent’anni, il regime saudita è ancora molto dipendente dall’esigenza di proporsi come difensore dell’Islam sunnita. Simili pretese sono sufficienti a preoccupare i russi nel loro cortile di casa.

Fuochi incrociati

Ricostruiti tutti gli interessi in gioco, possiamo trarre una conclusione: la crisi siriana non è un nuovo capitolo della Guerra Fredda – non di quella “classica”, almeno.
In Siria sono in corso due confronti a distanza: USA-Iran, da un lato; monarchie arabe-Russia, dall’altro. I discorsi sull’imperialismo americano, sull’esportazione della democrazia e affini, a cui siamo abituati, mal si adattano alla complessità del rebus di Damasco. E sullo sfondo del bisticcio Washington-Mosca si stagliano nuove figure, più influenti e più direttamente coinvolte sul campo di quanto non possano esserlo le due ex (uniche) superpotenze.
La verità è che il nuovo ordine mondiale gira sempre più intorno a nuovi perni: innanzitutto i BRICS, di cui Cina e Russia – e in futuro anche l’India? – sono la spina dorsale. Il loro peso è sufficiente a bloccare qualunque mossa di un Occidente che fatica ancora a riprendersi dalla crisi. E poi i Paesi arabi, forti del proprio ruolo strategico nell’approvvigionamento energetico mondiale, i quali non sono più disposti a recitare un ruolo subalterno nei dossier geopolitici che li riguardano.
Ai media nostrani rimane difficile spiegare che l’oligopolio della potenza condiviso tra Stati Uniti, Regno Unito e Francia sono solo echi del passato. Un nuovo ordine mondiale si profila all’orizzonte. La crisi in Siria è solo l’inizio.