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Libia, un anno dopo

La bandiera rosso, nero e verde in tutti gli angoli della capitale. Le foto dei martiri appese su vetrine e veicoli. I miliziani dispiegati intorno alla città. E migliaia di persone in piazza. Tripoli ha commemorato così l’insurrezione del 17 febbraio 2011, ma l’atmosfera celebrativa non basta a nascondere le preoccupazioni per il futuro. “Siamo felici senza Gheddafi, ma abbiamo bisogno di certezze“, sembra essere il pensiero della gente. “Sembra che in questo paese non ci sia nessun governo, siamo alla deriva“.

Nella Libia di oggi non ci sono polizia o esercito. Quasi nessuno conosce i membri del CNT, una sorta di governo autonominato e costituito da pezzi dell’ex regime passati al di là della barricata. Per qualcuno le cose non vanno poi così male, dopo tutti i sacrifici patiti; per qualcun altro la fine di una dittatura ha solo aperto la strada ad un’altra. Non dimentichiamo che il Paese non ha all’attivo alcuna esperienza democratica: dall’indipendenza nel 1951 non ci sono mai state elezioni.

Russia Today segnala che ad un anno dall’avvio dell’insurrezione l’economia libica ha subito una contrazione del 60% secondo il FMI, con il PIL passato da 80,9 miliardi di dollari nel 2010 ad appena 37.4 miliardi nel 2011. La produzione di petrolio greggio si è quasi azzerata: da una media di 1,77 milioni di barili al giorno ad appena 22.000. Un crollo che ha ridotto il saldo commerciale del Paese dal 21% al 4,5% del PIL.

Ben più pressante è tuttavia il problema della sicurezza.
Anche Amnesty International sottolinea che le milizie armate rappresentano una minaccia per la stabilità della Libia. Ad essere sono attribuite svariate violazioni di diritti umani (torture, ecc) rimaste nella totale impunità. La violenza è fuori controlloSi parla di oltre 8.000 gheddafiani e un ulteriore numero di migranti dall’Africa subsahariana al momento detenuti nelle carceri, ufficialmente accusati di essere mercenari (qui un servizio della BBC).
I migranti sono coloro che hanno pagato il prezzo più alto: un intero pezzo di società prima presente e ora scomparso dalla realtà del Paese. In tanti vivono tuttora nascosti, al riparo dalla furia dei miliziani. Tanti altri sono fuggiti: circa 1,3 milioni di persone, soprattutto somali ed eritrei, andati in Egitto e Tunisia per tornare nei loro Paesi. Sono stati invece 28.000 quelli che hanno cercato di raggiungere l’Italia, alla maggior parte dei quali il nostro governo non ha riconosciuto (e non sta riconoscendo) alcuna forma di protezione giuridica internazionale.

In ultimo, c’è il dilagare del fondamentalismo.
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1. Da alcuni giorni i mezzi d’informazione segnalano (timidamente, per la verità) che, secondo un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato in primavera, il 31 ottobre la popolazione mondiale taglierà il traguardo dei 7.000.000.000. Una volta, il cambio ci cifra nella prima casella della popolazione era motivo di celebrazione, salutato come una pietra miliare dello sviluppo umano. Oggi, al contrario, il traguardo suona minaccioso, suggerendo ai più di avere molta, molta paura.

Popolazione mondiale stima 1800-2100, sulla base di proiezioni dell'ONU

2. È impressionante la velocità con cui la popolazione mondiale è aumentata dalle origini ad oggi: ci sono voluti 250.000 anni, fino al 1804, per toccare quota un miliardo; un secolo per arrivare a due miliardi (nel 1927); altri 32 anni per raggiungere 3 miliardi (nel 1959); appena la metà per salire a 5 miliardi (nel 1987); 12 anni per aumentare a 6 miliardi (nel 1999) e solo 11 per fare di nuovo cifra tonda a 7 miliardi (grafico interattivo del Guardian).
Questa bomba demografica è innescata principalmente da due fattori: da un lato, una sostanziale  riduzione della mortalità infantile; dall’altro, una riduzione troppo blanda dei tassi di fertilità. Il picco di crescita della popolazione è stata alla fine del 1960, quando il totale è stato in aumento di quasi il 2% l’anno. Ora il tasso è pari alla metà. Ad ogni modo, dal 1350 (quando l’umanità fu flagellata da una terribile pestilenza) la crescita non si è più fermata, e ora procede al ritmo di di 10.000 nuovi individui all’ora.
Per rendere l’idea di quanti siamo sulla Terra, immaginiamo di convocare tutti i nostri simili in un’ipotetica riunione globale. Per ospitarci tutti, anche stando stretti spalla a spalla, nel 1950 sarebbe bastata l’isola di Wight, 381 km2 a largo dell’Inghilterra. Nel 1968 John Brunner, uno scrittore britannico, ha osservato che sarebbe stata necessaria l’isola di Man, 572 km2 nel mare d’Irlanda. Nel 2010, ipotizzava Brunner, avremmo avuto bisogno addirittura di Zanzibar, 1554 km2. Da qui il titolo del suo romanzo sul tema della sovrappopolazione, “Stand in Zanzibar“, uscito nel 1968. è superfluo notare che si è sbagliato di un solo anno.
Secondo le Nazioni Unite potremo toccare quota 9,3 miliardi entro la metà del secolo, oltre la quale le ipotesi si divaricano in una forbice compresa tra i 6,2 e i 15,8 miliardi entro il 2100.

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Da settimane il Ministro Maroni gira l’Italia (televisiva) e l’Europa annunciando migrazioni di bibliche proporzioni sulle nostre coste. Saranno 300.000, ripete. Eppure dall’esame delle fotografie satellitari si evince che il numero dei profughi giunti dalla Libia e dal resto del Maghreb sembra essere inferiore rispetto a quanto riportato dai mezzi di comunicazione. Ad affermarlo è il sito IPS, riportando un’interessante analisi a firma di Julio Godoy.

L’articolo ammette che i sommovimenti in corso nella regione hanno causato lo sfollamento di decine di migliaia di persone, soprattutto dalla Libia, generando una situazione umanitaria drammatica. Tuttavia, un primo passo per far fronte alla crisi è identificare i flussi degli sfollati nel panorama geografico, per determinare l’urgenza della situazione e la misura degli aiuti necessari. Un compito che dal mese scorso è affidato all‘Unitar (Istituto delle Nazioni Unite per la Formazione e la Ricerca), che si avvale dei dati forniti dal programma Unosat (il programma dell’Onu che monitora le crisi umanitarie nel mondo), in collaborazione con l’Agenzia spaziale europea.

I così raccolti dai satelliti geospaziali vengono elaborati per produrre informazioni di carattere geografico a partire dalle quali è possibile tracciare mappe ed elaborare strategie d’intervento. Esse permettono di riportare in tempo reale ciò che viene fissato nelle immagini dallo spazio.
Nel 2009, ad esempio, Unosat ha potuto fornire informazioni su 40 disastri in tutto il mondo, dalle inondazioni in Namibia e in Vietnam, alla crisi della popolazioni civile intrappolata tra due fuochi alla fine della guerra delle Tigri Tamil e il governo dello Sri Lanka, passando per la situazione dei palestinesi vittime della Operazione Piombo Fuso, lanciata da Israele alla fine del 2008 contro la striscia di Gaza.
Il precipitare degli eventi in Libia richiede la necessità di aggiornare costantemente le immagini, per chiarire ciò che sta avvenendo in zone critiche come Bengasi e Misurata.

Tra le organizzazioni che utilizzano queste informazioni vi è il Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR), che per bocca di Yann Rebois, esperto di sistemi di informazione geografica del Comitato, smentisce i proclami allarmistici riguardo ad un’invasione in corso sulle nostre coste. Vediamo molte meno persone alla frontiera di quante ne vediamo nelle notizie. Questa situazione ci sorprende e solleva molti interrogativi, ha affermato.

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