Corno d’Africa, alle radici del conflitto permanente

Il 21 settembre un gruppo di uomini armati attaccano il lussuoso centro commerciale Westgate a Nairobi, in Kenya, sparando ad almeno 68 persone e ferendone quasi 200; l’attentato viene rivendicato dall’organizzazione al-Shabaab. Nella notte tra il 2 e il 3 ottobre 366 migranti (bilancio destinato a rimanere provvisorio), per lo più somali ed eritrei, muoiono annegati a largo di Lampedusa. Pochi giorni dopo due raid delle forze speciali statunitensi ai abbattono in simultanea su Libia e Somaliail primo porta alla cattura del qaidista Abu Anas al-Libi, il secondo si conclude invece senza successo. Per trovare un filo conduttore fra tre eventi apparentemente slegati bisogna risalire al luogo da cui traggono origine: il Corno d’Africa.

L’arco di tensione

Tracciamo un’ideale linea di congiunzione tra i fattori alla base dell’instabilità regionale. L’arco di tensione inizia in Somalia. Il Paese manca di un’autorità statuale dal 1991, da quando al rovesciamento dell’allora dittatore Mohamed Siad Barre ha fatto seguito una guerra civile tuttora in corso. Attualmente, il Paese è suddiviso in cinque entità statali più o meno autonome, che esercitano ciascuna un diverso grado di controllo del territorio vista l’impossibilità di ricondurlo interamente sotto un’unica autorità. Oggi la Somalia rappresenta una realtà meramente cartografica i cui confini sono risibili se paragonati alla ristrettezza degli spazi su cui il governo federale esercita una sovranità effettiva. Nella parte meridionale è in atto un processo di desertificazione, accelerato dai frequenti fenomeni di siccità. Nel 2011 quest’area è stata colpita dalla più grave carestia degli ultimi sessant’anni, tale da portare all’esodo di 14 milioni di persone. Le carestie vengono dichiarate con molta cautela e in Somalia non accadeva dal 1992.
Proprio a Sud è attiva la milizia islamista al-Shabaab. Il gruppo nacque nel 2006 come movimento giovanile estremista all’interno dell’Unione delle Corti Islamiche, prendendone dopo che l’Unione fu sconfitta dalle forze del Governo Federale di Transizione (GFT) somalo coadiuvate dal decisivo contributo dell’Etiopia. Dopo un’iniziale periodo di terrore, il controllo degli Shabaab sul territorio ha subito un forte ridimensionamento in seguito all’intervento dell’AMISOM missione dell’Unione africana per contrastare la milizia, nonché delle forze armate del Kenya e ancora dell’EtiopiaL’abbandono tattico di Mogadiscio, la perdita dell’importante località di Chisimaio e la frammentazione in più gruppi, molto diversi tra loro per ideologia e finalità d’azione, ha determinato un formale indebolimento della minaccia da loro rappresentata. Almeno fino allo scorso settembre, quando l’attacco al centro commerciale Westgate di Nairobi ha segnato l’avvio di una nuova fase nella lotta armata volta a colpire i Paesi coinvolti nel processo di stabilità della Somalia.

L’arco prosegue in Etiopia. Per oltre un ventennio la volontà di potenza di Addis Abeba ha avuto un nome e un cognome: Meles Zenawi, Presidente della Repubblica prima e primo ministro poi, detentore di un potere quasi assoluto dal 1991 fino al 21 agosto 2012, giorno della sua morte. Anni nei quali ha trasformato il Paese attraverso una mentalità orientata allo sviluppo (fedelmente il modello cinese) nonché l’inaugurazione di quel federalismo che oggi suddivide l’Etiopia in nove macroregioni a base etnica. Sotto la sua guida l’economia ha cominciato a crescere vertiginosamente; inoltre il sontuoso progetto di costruzione della diga idroelettrica Gibe 3 da lui promosso, al di là delle tensioni con l’Egitto in merito allo sfruttamento delle acque del Nilo dovrebbe permettere all’Etiopia di diventare il principale esportatore energetico del Corno d’Africa.
Tuttavia questo è solo un volto di Zenawi, quello più luminoso, che lui mostrava al mondo. Il defunto premier aveva la capacità di comprendere ciò che noi stranieri volevamo sentirci dire: parlava la nostra lingua. Accanto ai potenti si mostrava pacato, conciliante e disposto al dialogo con tutti. Lotta alla povertà e lotta al terrorismo erano il succo dei suoi discorsi. Ma sul versante interno il suo tono era molto diverso. Ha proseguito la censura del regime di Mengistu, coprendo perfino le notizie su carestie e siccità e macchiandosi di svariate violazioni di diritti umani e reprimendo ogni dissenso. Nel maggio del 2005, quando diversi leader del Cud (Coalition for Unity and Democracy), il principale partito di opposizione, sono stati arrestati insieme a diverse migliaia di giovani manifestanti scesi in piazza per protestare contro l’Eprdf (Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front), la coalizione di Zenawi, il premier rispose con una durissima repressione che lasiò sul campo 193 morti e oltre 700 feriti.
A un anno dalla sua scomparsa, l’Etiopia continua a muoversi lungo il solco tracciato dal defunto premier, ma in un Paese dove la fine di un sovrano è stata sempre accompagnata da eventi traumatici e aspri conflitti non sono esclusi futuri sconvolgimenti.

Incastonata tra Somalia, Etiopia ed Eritrea troviamo la repubblica di Gibuti (ex Somalia francese). La posizione strategica tra il Mar Rosso e l’Oceano Indiano di questa piccola nazione (23 mila chilometri quadrati per meno di un milione di abitanti) non poteva lasciare indifferenti le maggiori potenze globali, tanto che oggi nella repubblica sono presenti tutti i principali eserciti del mondo - a cominciare da quello americano che qui dispone anche di una base per droni – e nel suo porto transitano navi di tutte le potenze. Oggi il Paese è un vero e proprio laboratorio militare e marittimo internazionale. Secondo vari servizi di intelligence, qui risiedono diversi personaggi di spicco della pirateria attiva in tutto l’Oceano Indiano. Presenti anche alcuni leader dell’integralismo islamico di tutta l’Africa Orientale trovano rifugio.
La massiccia presenza militare straniera nel Golfo di Aden, indice dell’elevata importanza di questo quadrante, assicura al Paese (rectius: al regime guidato dal dittatore Ismail Omar Guelleh), il titolo di nazione più stabile del Corno d’Africa. In realtà parliamo di uno dei Paesi più poveri del continente, con una classe media quasi inesistente e che importa quasi tutti i beni di prima necessità che consuma, malgrado le cospicue rendite portuali e gli aiuti finanziari che la repubblica riceve annualmente dall’ex madrepatria e dagli Usa. Questa ambigua doppia veste di stabilità politica e povertà diffusa fa di Gibuti un paradosso che riassume tutte le contraddizioni dell’Africa del terzo millennio.

L’arco di tensione termina in Eritrea, Stato con un solo partito e con un governo retto da un presidente, Isaias Afewerki, che detiene il potere dal 1993, anno dell’indipendenza. L’Eritrea è un Paese dove i diritti umani sono sostanzialmente calpestati. tanto da essere paragonato ad una  prigione naturale, una sorta di Corea del Nord nel continente nero. Amnesty International descrive un Paese dove “l’arruolamento militare nazionale è rimasto obbligatorio e spesso esteso a tempo indeterminato“. il servizio militare – obbligatorio per gli adulti di età compresa tra i 18 ed i 50 anni – è implementato in maniera coercitiva e spinge ogni anno migliaia di giovani ad abbandonare il Paese. Ufficialmente, la leva è giustificata dalla costante minaccia di nuove operazioni belliche contro l’Etiopia; di fatto, assicura al regime un controllo sulla popolazione pressoché totale. Spesso il governo di Asmara impiega la leva obbligatoria per imprigionare gli oppositori o per garantirsi una forza lavoro a costo zero. Secondo stime ONU, nel Paese vi sono tra i 5.000 e i 10.000 prigionieri politici.
L’Eritrea vanta tristemente uno dei tassi di emigrazione in rapporto alla popolazione più elevati al mondo: dal 2000 ad oggi si stima che oltre 250 mila persone abbiano abbandonato il Paese su una popolazione di 6 milioni totali. Uno degli aspetti più raccapriccianti delle migrazioni dall’ex colonia italiana è che queste alimentano un business dalle proporzioni non indifferenti. Nel corso dei loro viaggi, i migranti in fuga dall’Eritrea (nonché dagli altri inferni del Corno d’Africa) vengono venduti; chi li porta da una frontiera all’altra, realizza il proprio profitto. Da lì in avanti tocca agli acquirenti guadagnare sulle loro vite, e così via. E in cima a questa filiera, per quanto riguarda le persone in fuga dall’Eritrea, troiamo Teklai Kifle “Manjus” e Kassate Ta’ame Akolom, rispettivamente generale e operativo dell’intelligence di Asmara, responsabili secondo gli ispettori Onu della tratta di esseri umani. La fuga non riguarda solo la gente comune: molti alti gradi delle gerarchie di potere hanno preferito seguire la stessa sorte, come i due alti ufficiali dell’Aviazione volati in Arabia Saudita su un aereo di lusso sottratto al presidente lo scorso anno, mentre tra i richiedenti asilo spiccano i nomi del ministro dell’Informazione, di un importante medico chirurgo nonché di gran parte della squadra nazionale di calcio.
Inoltre, tra tutti gli africani che decidono di emigrare gli eritrei sono i più perseguitati, anche all’estero. In primo luogo perché il regime impone una tassa (cd. “della diaspora”) del 2% sui redditi prodotti dai migranti. Si tratta di una imposta introdotta ufficialmente nel 1995 – ma che in realtà affonda le sue radici ancora prima – e che se non versata comporta l’impossibilità di rinnovare i documenti, compiere atti giuridici in Eritrea, inviare aiuti ai familiari, e perfino di rientrare in patria. Nata ufficialmente con l’intento di garantire risorse per la ricostruzione del Paese all’indomani della guerra, in concreto l’imposta assicura al regime un fiume di denaro quasi mai tracciabile che si teme venga usato per finanziare traffici d’armi nel Corno d’Africa. In secondo luogo, i familiari rimasti in patria dei migranti diventano oggetto di persecuzioni. Per questa ragione i superstiti della tragedia di Lampedusa hanno commentato la presenza dell’ambasciatore di Asmara nella cerimonia di commemorazione delle vittime svoltasi ad Agrigento come un “insulto alle vittime“.

* Articolo comparso originariamente su The Fielder

Libia, un anno dopo

La bandiera rosso, nero e verde in tutti gli angoli della capitale. Le foto dei martiri appese su vetrine e veicoli. I miliziani dispiegati intorno alla città. E migliaia di persone in piazza. Tripoli ha commemorato così l’insurrezione del 17 febbraio 2011, ma l’atmosfera celebrativa non basta a nascondere le preoccupazioni per il futuro. “Siamo felici senza Gheddafi, ma abbiamo bisogno di certezze“, sembra essere il pensiero della gente. “Sembra che in questo paese non ci sia nessun governo, siamo alla deriva“.

Nella Libia di oggi non ci sono polizia o esercito. Quasi nessuno conosce i membri del CNT, una sorta di governo autonominato e costituito da pezzi dell’ex regime passati al di là della barricata. Per qualcuno le cose non vanno poi così male, dopo tutti i sacrifici patiti; per qualcun altro la fine di una dittatura ha solo aperto la strada ad un’altra. Non dimentichiamo che il Paese non ha all’attivo alcuna esperienza democratica: dall’indipendenza nel 1951 non ci sono mai state elezioni.

Russia Today segnala che ad un anno dall’avvio dell’insurrezione l’economia libica ha subito una contrazione del 60% secondo il FMI, con il PIL passato da 80,9 miliardi di dollari nel 2010 ad appena 37.4 miliardi nel 2011. La produzione di petrolio greggio si è quasi azzerata: da una media di 1,77 milioni di barili al giorno ad appena 22.000. Un crollo che ha ridotto il saldo commerciale del Paese dal 21% al 4,5% del PIL.

Ben più pressante è tuttavia il problema della sicurezza.
Anche Amnesty International sottolinea che le milizie armate rappresentano una minaccia per la stabilità della Libia. Ad essere sono attribuite svariate violazioni di diritti umani (torture, ecc) rimaste nella totale impunità. La violenza è fuori controlloSi parla di oltre 8.000 gheddafiani e un ulteriore numero di migranti dall’Africa subsahariana al momento detenuti nelle carceri, ufficialmente accusati di essere mercenari (qui un servizio della BBC).
I migranti sono coloro che hanno pagato il prezzo più alto: un intero pezzo di società prima presente e ora scomparso dalla realtà del Paese. In tanti vivono tuttora nascosti, al riparo dalla furia dei miliziani. Tanti altri sono fuggiti: circa 1,3 milioni di persone, soprattutto somali ed eritrei, andati in Egitto e Tunisia per tornare nei loro Paesi. Sono stati invece 28.000 quelli che hanno cercato di raggiungere l’Italia, alla maggior parte dei quali il nostro governo non ha riconosciuto (e non sta riconoscendo) alcuna forma di protezione giuridica internazionale.

In ultimo, c’è il dilagare del fondamentalismo.
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Allarme: siamo già 7.000.000.000

1. Da alcuni giorni i mezzi d’informazione segnalano (timidamente, per la verità) che, secondo un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato in primavera, il 31 ottobre la popolazione mondiale taglierà il traguardo dei 7.000.000.000. Una volta, il cambio ci cifra nella prima casella della popolazione era motivo di celebrazione, salutato come una pietra miliare dello sviluppo umano. Oggi, al contrario, il traguardo suona minaccioso, suggerendo ai più di avere molta, molta paura.

Popolazione mondiale stima 1800-2100, sulla base di proiezioni dell'ONU

2. È impressionante la velocità con cui la popolazione mondiale è aumentata dalle origini ad oggi: ci sono voluti 250.000 anni, fino al 1804, per toccare quota un miliardo; un secolo per arrivare a due miliardi (nel 1927); altri 32 anni per raggiungere 3 miliardi (nel 1959); appena la metà per salire a 5 miliardi (nel 1987); 12 anni per aumentare a 6 miliardi (nel 1999) e solo 11 per fare di nuovo cifra tonda a 7 miliardi (grafico interattivo del Guardian).
Questa bomba demografica è innescata principalmente da due fattori: da un lato, una sostanziale  riduzione della mortalità infantile; dall’altro, una riduzione troppo blanda dei tassi di fertilità. Il picco di crescita della popolazione è stata alla fine del 1960, quando il totale è stato in aumento di quasi il 2% l’anno. Ora il tasso è pari alla metà. Ad ogni modo, dal 1350 (quando l’umanità fu flagellata da una terribile pestilenza) la crescita non si è più fermata, e ora procede al ritmo di di 10.000 nuovi individui all’ora.
Per rendere l’idea di quanti siamo sulla Terra, immaginiamo di convocare tutti i nostri simili in un’ipotetica riunione globale. Per ospitarci tutti, anche stando stretti spalla a spalla, nel 1950 sarebbe bastata l’isola di Wight, 381 km2 a largo dell’Inghilterra. Nel 1968 John Brunner, uno scrittore britannico, ha osservato che sarebbe stata necessaria l’isola di Man, 572 km2 nel mare d’Irlanda. Nel 2010, ipotizzava Brunner, avremmo avuto bisogno addirittura di Zanzibar, 1554 km2. Da qui il titolo del suo romanzo sul tema della sovrappopolazione, “Stand in Zanzibar“, uscito nel 1968. è superfluo notare che si è sbagliato di un solo anno.
Secondo le Nazioni Unite potremo toccare quota 9,3 miliardi entro la metà del secolo, oltre la quale le ipotesi si divaricano in una forbice compresa tra i 6,2 e i 15,8 miliardi entro il 2100.

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Dai satelliti meno profughi di quanto dichiarato dai media

Da settimane il Ministro Maroni gira l’Italia (televisiva) e l’Europa annunciando migrazioni di bibliche proporzioni sulle nostre coste. Saranno 300.000, ripete. Eppure dall’esame delle fotografie satellitari si evince che il numero dei profughi giunti dalla Libia e dal resto del Maghreb sembra essere inferiore rispetto a quanto riportato dai mezzi di comunicazione. Ad affermarlo è il sito IPS, riportando un’interessante analisi a firma di Julio Godoy.

L’articolo ammette che i sommovimenti in corso nella regione hanno causato lo sfollamento di decine di migliaia di persone, soprattutto dalla Libia, generando una situazione umanitaria drammatica. Tuttavia, un primo passo per far fronte alla crisi è identificare i flussi degli sfollati nel panorama geografico, per determinare l’urgenza della situazione e la misura degli aiuti necessari. Un compito che dal mese scorso è affidato all‘Unitar (Istituto delle Nazioni Unite per la Formazione e la Ricerca), che si avvale dei dati forniti dal programma Unosat (il programma dell’Onu che monitora le crisi umanitarie nel mondo), in collaborazione con l’Agenzia spaziale europea.

I così raccolti dai satelliti geospaziali vengono elaborati per produrre informazioni di carattere geografico a partire dalle quali è possibile tracciare mappe ed elaborare strategie d’intervento. Esse permettono di riportare in tempo reale ciò che viene fissato nelle immagini dallo spazio.
Nel 2009, ad esempio, Unosat ha potuto fornire informazioni su 40 disastri in tutto il mondo, dalle inondazioni in Namibia e in Vietnam, alla crisi della popolazioni civile intrappolata tra due fuochi alla fine della guerra delle Tigri Tamil e il governo dello Sri Lanka, passando per la situazione dei palestinesi vittime della Operazione Piombo Fuso, lanciata da Israele alla fine del 2008 contro la striscia di Gaza.
Il precipitare degli eventi in Libia richiede la necessità di aggiornare costantemente le immagini, per chiarire ciò che sta avvenendo in zone critiche come Bengasi e Misurata.

Tra le organizzazioni che utilizzano queste informazioni vi è il Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR), che per bocca di Yann Rebois, esperto di sistemi di informazione geografica del Comitato, smentisce i proclami allarmistici riguardo ad un’invasione in corso sulle nostre coste. Vediamo molte meno persone alla frontiera di quante ne vediamo nelle notizie. Questa situazione ci sorprende e solleva molti interrogativi, ha affermato.