L’Azerbaijan si affaccia sul Mediterraneo

Un anno fa ho spiegato il ruolo cruciale dell’Azerbaijan nei piani di diversificazione energetica dell’Unione Europea. Se ne è parlato in un incontro a Londra il 24 ottobre, in occasione dei dieci anni dal completamento dell’oleodotto BTC, che trasporta un milione di barili di petrolio al giorno dai giacimenti del Caspio all’importante terminal di Ceyhan (Turchia). Tuttavia, negli ultimi dodici mesi Bruxelles non si è avvicinata di molto a Baku; in compenso oggi quest’ultima pare avvicinarsi sempre di più al Mediterraneo.

L’Azerbaijan sta coltivando rapporti sempre più stretti col Montenegro. Secondo l’Osservatorio Balcani e Caucaso:

Lo scorso luglio ad esempio la SOCAR, potente e ricchissima azienda statale petrolifera azera, ha vinto la gara per accaparrarsi (per i prossimi 90 anni) la concessione dell’ex zona militare di Kumbor, sulla suggestiva costa delle Bocche di Cattaro, e trasformarla in un complesso vacanziero di lusso [l’analisi del Financial Times su questo controverso investimento, n.d.r.]. La vittoria è arrivata nonostante la mancanza di precedenti esperienze nel settore, e superando l’agguerrita concorrenza di consorzi turchi e americani.
E questo è solo l’ultimo di una serie di ricchi accordi bilaterali firmati negli ultimi due anni. Oggi l’Azerbaijan investe in Montenegro anche nel porto di Bar, nella costruzione della superstrada Tivat – Budva, nell’autostrada Bar – Boljari, in perforazioni alla ricerca di idrocarburi nell’Adriatico meridionale.
D’un tratto, la rotta aerea Podgorica – Baku s’è fatta affollata. Molto affollata.

Visti i precedenti, fin troppo facile pronosticare che, a breve, anche Podgorica potrà fregiarsi di una statua ad Heydar Aliyev . E pensare che, come ricorda Monitor
, la capitale montenegrina è gemellata da anni con quella armena Yerevan...

Ma sono soprattutto i crescenti legami con Israele ad avvicinare Baku all’ex Mare Nostrum. SOCAR ha iniziato il proprio piano per diventare un produttore energetico internazionale proprio da qui, entrando con una partecipazione del 5% nel giacimento petrolifero di Mel Ashdod, l’unico economicamente conveniente nelle acque a largo dello Stato ebraico. Previsti investimenti anche per lo sviluppo dei giacimenti di gas.
I ben informati non mancheranno di notare che l’accordo è giunto tre mesi dopo che Israele aveva concluso con Baku un contratto per la vendita di armi (con tanto di sistemi di difesa antimissile) da 1,6 miliardi di dollari. L’asse tra azeri e israeliani affonda le sue radici, oltre che nella cooperazione energetica, anche nella comune rivalità con l’Iran, ribadita in febbraio con la disponibilità di concedere le proprie basi all’aviazione israeliana - benché Baku non avrebbe nulla da guadagnare da un eventuale ai siti nucleari di Teheran.
Israele fornirà all’Azerbaijan anche la tecnologia necessaria per la dissalazione e la potabilizzazione dell’acqua di mare.

Per finire, gli azeri hanno più volte ribadito la propria neutralità di fronte ai due progetti concorrenti del Nabucco e del TAP, entrambi volti a convogliare il gas dalle proprie sponde a quelle più calde del Mediterraneo. Qualunque progetto sarà alla fine realizzato, Baku sarà comunque più vicina.

Europa e Russia, cosa c’è dietro la competizione per gli aiuti a Cipro

Agli inizi di giugno ho scritto che il prossimo Paese a richiedere l’aiuto del Fondo europeo di stabilità finanziaria (Efsf) sarebbe stato Cipro:

L’esposizione complessiva delle banche cipriote ammonta a ben 23 miliardi di euro: per noi equivalgono ad una manovra, ma per l’isola si tratta del 130% del PIL (che è di 17,3 miliardi)

Nei giorni seguenti, la Spagna – o meglio, i 100 miliardi che l’Europa ha messo sul tavolo per salvarne il sistema bancario – hanno catturato l’attenzione degli osservatori, distogliendola dal Levante Mediterraneo per tre settimane. Ora il ricorso alla procedura di bailout sembra ormai scontato. Il punto – ed è qui la novità – è che l’aiuto potrebbe non venire dalla UE, bensì da Mosca. Nicosia, infatti, “porta avanti negoziati paralleli per trovare una fonte di finanziamento alternativa”, particolare che irrita non poco Bruxelles.
Curioso Stato, Cipro. Paradiso fiscale, vicino alla bancarotta, retto da un presidente - Demetris Christofias - comunista, l’ultimo del Vecchio Continente. Dulcis in fundo, dal 1° luglio assumerà la presidenza di turno dell’Unione Europea. Ossia il giorno dopo aver sciolto la riserva se accettare l’aiuto di Bruxelles o quello di Mosca. In pratica, sceglierà se diventare provincia germanica o vassallo del Cremlino. E pensare che i russi, con l’isola levantina, hanno stretto un rapporto speciale. 50.000 persone di origine russa hanno scelto di stabilirvisi. Ci sono scuole e persino una radio che si esprimono nella lingua di Dostojevsky.
Linkiesta svela i retroscena di questa relazione speciale:

Il sostegno di Mosca, secondo il viceministro cipriota per gli Affari Europei, Andreas D. Mavroyannis, è tanto economico quanto politico, in opposizione alle rivendicazioni turche sulla parte orientale dell’isola, dopo l’invasione di Ankara del 1974. Malgrado l’emergere di sentimenti anti-russi, soprattutto per via dell’inflazione immobiliare provocata dall’afflusso dei magnati, la mano tesa dal governo in direzione di Putin riscuote un certo consenso. Molti sottolineano come l’eventuale preferenza per Mosca sarebbe dettata unicamente dall’analisi dei numeri. L’ex presidente George V. Vassiliou taccia le critiche di pura e semplice russofobia: «E’ un residuo della guerra fredda. Se Citibank ci avesse proposto un prestito, nessuno ci avrebbe accusato di essere vassalli degli Stati Uniti».
Gli analisti si chiedono che cosa chieda Mosca, in cambio dei fondi. Cipro non è solo il destinatario di ingenti investimenti diretti, un ruolo prima svolto da alcuni Paesi arabi, ma soprattutto un avamposto di straordinaria importanza all’interno del Mediterraneo, a maggior ragione in una fase come questa, in cui il Cremlino rischia di perdere l’unico vero alleato sul Mare Nostrum, la Siria. Lo scorso gennaio un cargo russo diretto a Damasco, con 20 tonnellate di armamenti, fu autorizzato a sbarcare nell’isola, anche se alla fine fu costretto a cambiare la propria rotta, per via dell’embargo europeo sulle armi ad Assad. Alcuni sottolineano anche che Cipro, per via della sua posizione, sia tuttora la base operativa di molte spie, in servizio tra Occidente e Oriente.
Bruxelles non nasconde la sua preoccupazione per le mire di Putin

Gli esperti sanno che quando si parla di Russia, si parla di gas, e viceversa. Non soltanto il gas di casa propria, custodito nel sottosuolo del proprio sconfinato territorio. A Mosca interessa anche l’oro blu dei vicini, non certo per sé ma per sottrarlo alla famelica Bruxelles, sempre più conscia della propria insicurezza energetica. Come ho spiegato un mese fa, i giacimenti del Levante Mediterraneo non fanno eccezione:

Mosca sta cercando di opzionare il gas levantino ancora prima che le trivelle comincino a perforare il fondale. E pensare che quel gas non ha ancora nemmeno un proprietario certo, visto il conflitto che va profilandosi tra Israele, Turchia e Cipro per assicurarsene la fetta più grossa. Anzi, in questa contesa la Russia pare aver già preso posizione alle spalle del triangolo israelo-greco-cipriota contro l’(ex?) alleato turco:

Spalleggiando il governo di Tel Aviv, il Cremlino assicurerebbe un trattamento di favore a Gazprom. La quale non vede l’ora di poter vendere l’oro blu ai suoi migliori (e unici) clienti: noi europei.
Non dimentichiamo che Gazprom ha anche avanzato un’offerta per la compagnia petrolifera greca Depa, la cui privatizzazione è stata imposta dalla UE in cambio degli aiuti finanziari ad Atene e che sembra fare gola a molti, in un momento di rinnovato interesse per le potenzialità dei giacimenti offshore ellenici.

Dunque dopo Grecia e Israele, la terza tappa del cammino di Mosca verso la monopolizzazione delle fonti di gas più prossime all’Europa è Cipro. La quale, in cambio del generoso prestito russo, non dovrebbe avere particolari remore nel concedere a Gazprom i diritti di esplorazione ed estrazione delle proprie riserve offshore. Per il Cremlino sarebbe l’ennesimo punto a favore nella partita con Bruxelles.
Pochi giorni fa, i russi ne hanno registrato uno di sicuro rilievo. Nell’ultimo Forum Economico di Pietroburgo, terminato lo scorso 24 giugno, Gazprom & company hanno incassato un ricco bottino di contratti con le più importanti compagnie energetiche europee, destinati a garantire a Mosca l’egemonia nel settore per un’altra decina di anni.
Cipro è solo l’ennesimo tavolo di questa eterna partita.

Perché la Russia vuole il gas del Mediterraneo

Le speranze dell’Europa di assicurarsi l’indipendenza energetica (dalla Russia) nel lungo periodo passano per le opportunità di sviluppo dei giacimenti recentemente scoperti nel Levante Mediterraneo. A cominciare da Leviathan, situato a largo delle coste israelo-libanesi. Se lo scorso anno pareva che il futuro energetico del vecchio continente dipendesse dall’Azerbaijan, oggi la chiave di volta sembra essere nei fondali dell’ex lago dell’Impero Romano.
La possibilità di importare il gas dalle acque del Mare Nostrum (via Turchia) rappresenta al momento l’alternativa ideale all’approvvigionamento dal gigante russo – costantemente in forse a causa dei capricci di Putin -, visto che l’unico altro progetto finora concepito, ossia il Nabucco, è stato di fatto affossato proprio dai russi prima attraverso la concorrenza del South Stream e poi tramite l’accaparramento di tutto il gas messo a disposizione dal fornitore prescelto da Bruxelles, ossia l’Azerbaijan.
Per evitare di perdere la propria posizione di monopolio naturale, Mosca sta ora pensando di fare la stessa cosa col gas offshore nel Mediterraneo orientale, allungando i tentacoli fin nelle nostre acque:

The Russians appear to be making a determined bid to secure a stake in the energy boom in the eastern Mediterranean despite the danger of conflict.

Only a few weeks ago, Russian energy giant Gazprom signed a preliminary deal with Israel to buy liquefied natural gas from offshore fields that are to start producing over the next 2-3 years.
Gazprom is also reportedly interested in bidding for one of 12 exploration blocks off Cyprus, 300 miles north of Israel.

In altre parole, Mosca sta cercando di opzionare il gas levantino ancora prima che le trivelle comincino a perforare il fondale. E pensare che quel gas non ha ancora nemmeno un proprietario certo, visto il conflitto che va profilandosi tra Israele, Turchia e Cipro per assicurarsene la fetta più grossa. Anzi, in questa contesa la Russia pare aver già preso posizione alle spalle del triangolo israelo-greco-cipriota contro l’(ex?) alleato turco:

Russia seems willing to put its friendship with Turkey at risk by endorsing the “triangle’s” position on zoning and exploration rights, against Turkey’s position. Moscow’s minimal objective is access to Cypriot offshore gas deposits for Gazprom and Novatek, in the framework of the Greek Cypriot government’s international tender for 12 offshore blocks (see “Exploration Intensifying for East-Mediterranean Natural Gas,” EDM, May 8).
Russia’s maximal goal is to aggregate Cypriot and Israeli offshore gas volumes for transportation and reselling via Gazprom on international markets. Toward that goal, Gazprom recently concluded a preliminary (nonbinding) agreement to purchase liquefied gas volumes from Israel’s Leviathan project. Meanwhile, Gazprom is one of the bidders for DEPA, the gas transmission pipelines in mainland Greece. If successful in that bid, Gazprom would undoubtedly strive to increase its intake of Cypriot and Israeli offshore gas, transport it (probably in liquefied form) to mainland Greece, and use DEPA pipelines to re-sell it on European markets.

Spalleggiando il governo di Tel Aviv, il Cremlino assicurerebbe un trattamento di favore a Gazprom. La quale non vede l’ora di poter vendere l’oro blu ai suoi migliori (e unici) clienti: noi europei.
Non dimentichiamo che Gazprom ha anche avanzato un’offerta per la compagnia petrolifera greca Depa, la cui privatizzazione è stata imposta dalla UE in cambio degli aiuti finanziari ad Atene e che sembra fare gola a molti, in un momento di rinnovato interesse per le potenzialità dei giacimenti offshore ellenici.

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Mediterraneo, il più vasto cimitero del mondo. 1.500 annegati nel 2011, 24.000 in vent’anni

C’è stato un tempo in cui il Mediterraneo era un ponte tra due continenti, due religioni, due civiltà. Dall’Italia giunsero i romani per civilizzare l’Africa; dall’Africa giunsero gli arabi per conquistare l’Europa. Per questo ancora oggi migliaia di disperati lo attraversano in direzione Nord nella speranza di un avvenire migliore.
Non tutti ce la fanno. Dal 1988 oltre 24.000 persone sono state inghiottite dalle acque. È così che il mare nostrum è diventato il più vasto cimitero al mondo o “cimitero liquido”, come lo chiama Nichi Vendola.

Secondo l’ultimo rapporto dell’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati lo scorso anno si è registrato il record con 1.500 morti annegati. Il massimo precedente era nel 2007, quando 630 persone sono state segnalate come morte o disperse. Ma il numero effettivo di morti potrebbe essere addirittura superiore. Le stime si basano sulle interviste di persone che hanno raggiunto l’Europa nonché sui rapporti dalla Libia e dalla Tunisia.
Lo scorso anno si è registrato anche il record di sbarchi, con più di 58.000 arrivi. Il massimo precedente era di 54.000, nel 2008. Quasi tutti, manco a dirlo, si sono riversati in Italia (cioè a Lampedusa): 56.000, di cui 28.000 di nazionalità tunisina, mentre a Malta e Grecia gli arrivi sono stati rispettivamente 1574 e 30.
L’UNHCR si è detto soddisfatto degli sforzi che le autorità italiane, maltesi greche e libiche (sic) hanno fatto per salvare barche in difficoltà nel Mediterraneo. Il rango dell’istituzione e le ragioni di opportunità imponevano di evitare qualunque riferimento alla disastrosa gestione dell’emergenza da parte del nostro precedente governo, il quale ha ignorato il dramma delle morti in mare così come per anni aveva chiuso entrambi gli occhi sulla realtà dei migranti detenuti in Libia in conseguenza dei respingimenti.

Lo scorso anno l’allora ministro Maroni girava l’Italia (televisiva) e l’Europa annunciando migrazioni di bibliche proporzioni sulle nostre coste. Saranno 300.000, ripeteva, dovete aiutarci. Che il numero fosse inverosimile era dimostrato dalle fotografie satellitari, le quali testimoniavano un flusso di profughi molto inferiore rispetto a quanto riportato dai media. Ma i 56.000 approdati a Lampedusa e l’incompetenza con cui la situazione è stata affrontata sono stati sufficienti a trasformare l’isola nel più grande campo di concentramento a cielo aperto del mondo.
La stessa incompetenza, mista a sordida propaganda politica, che ha portato il Viminale, anche nei comunicati ufficiali, a definire tutti gli immigrati come “tunisini”, quando invece erano appena la metà del totale. Perché tunisini (ed egiziani) non erano cittadini in fuga dalle guerre civili e dunque non avrebbero avuto diritto allo status di rifugiati.

La rivolta in Egitto lascia Israele a secco

Mentre il conflitto in Libia appare incerto quanto le possibili conseguenze sulla politica energetica dei Paesi mediterranei, una crisi in tal senso è già in atto e si sta svolgendo praticamente inosservata.

Il 5 febbraio, al culmine della rivolta contro l’allora presidente Hosni Mubarak, una forte esplosione nei pressi della cittadina egiziana di El-Arish,ha danneggiato un tratto del gasdotto che rifornisce i Paesi limitrofi, lasciandone almeno due (Israele e Giordania) senza gran parte dell’approvvigionamento di cui hanno bisogno.
Ufficialmente la causa dell’esplosione è stata una piccola perdita in prossimità di un terminal, ma è presto emerso che potrebbe essersi trattato di un atto di terrorismo. Secondo la Associated Press, quattro uomini armati e mascherati avrebbero preso d’assalto la postazione, immobilizzando le guardie per poi far esplodere due auto cariche di esplosivo.
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