Tag Archive: Mali


Quello che i media non dicono sul Mali

Carta di Laura Canali per Limes 3/2011 "(Contro)Rivoluzioni in corso"

In Mali è accaduto tutto nel giro di due settimane: prima il colpo di Stato che ha deposto il presidente Amadou Toumani Touré, poi la ribellione dei Tuareg nel Nord, infine la proclamazione unilaterale dell’indipendenza dell’Azawad.
La sollevazione era iniziata già in gennaio, ma non vi è dubbio che nel volgere di pochi giorni sia stata agevolata dalla confusione scoppiata a Bamako a partire dal 22 marzo. E pensare che gli uomini di Sanogo avevano pensato bene di rovesciare il presidente perché accusato di inettitudine nella gestione della rivolta – qui un’analisi delle dinamiche che hanno portato dall’ammutinamento al colpo di Stato.
In pochi giorni il Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad (MNLA) ha raggiunto i propri obiettivi militari, ossia le città capoluogo di Kidal, Gao, Timbuktu, annunciando così la fine delle operazioni e poi la creazione di un proprio Stato. L’offerta di negoziati da parte di Sanogo ha tutta l’aria di una resa di fronte all’avanzata nemica. Ad ogni modo, la richiesta di riconoscimento del nuovo Stato è stata rifiutata da Parigi (che secondo una voce sarebbe dietro il golpe a Bamako) così come dall’Unione Africana e dal resto della comunità internazionale. Risposta ovvia. D’altra parte nessuno vuole creare un precedente che alimenti ulteriori spinte centrifughe da parte di ogni popolo, tribù o clan che rivendichi dei diritti sul territorio che abita – soprattutto in Africa, dove le nazioni sono state create con compasso e righello senza tenere conto degli areali di ciascuna etnia.

Benché al momento la vita a Bamako pare già essersi normalizzata, nel resto del Mali si segnalano già 200.000 persone in fuga, e lo scenario futuro si prospetta oscuro. L’Ecowas deciderà possibili sanzioni; il resto della comuità internazionale minaccia di sospendere i programmi di aiuto umanitario – proprio nel momento in cui il Sahel si trova nel bel mezzo di una crisi alimentare tanto grave quanto pericolosa. E si tratta solo della punta dell’iceberg dei problemi.
Il rischio principale è la possibile somalizzazione dell’Azawad e del Sahel in generale. È opportuno precisare che il MNLA è solo la maggiore fazione in cui i ribelli Tuareg sono raggruppati, ma non l’unica. In particolare, sulla scena c’è anche Ansar Dine (in arabo: “I sostenitori/difensori della fede”), che dichiara di voler imporre la shari’a in Mali e i cui rapporti con il MNLA pare fossero già incrinati prima del colpo di Stato a Bamako. Ansar Dine afferma di controllare un territorio a nordest del Paese, a riprova della spaccatura in corso. Un’approfondita analisi, tra le altre cose, delle relazioni tra i vari gruppi, si trova qui.
L’altro pericolo è che AQMI (al-Qa’ida nel Maghreb Islamico) approfitti della situazione per estendere la propria presenza nella regione. Secondo Le Monde, qa’idisti e Tuareg sarebbero divenuti avversari, ma non va dimenticato che sono pur sempre stati gli uni a trasformare gli altri da nomadi del deserto a mercenari e contrabbandieri.
Infine, c’è da chiedersi se lo Stato a cui i Tuareg aspirano si limiterà all’interno del Mali o se tenteranno di integrare anche i territori da essi popolati in Niger, Algeria, Mauritania, Burkina Faso e Libia.

Ciò che sta avvenendo nell’Azawad è frutto dell’effetto domino generato dalla caduta di Gheddafi in Libia. Mentre da noi Maroni parlava di fantomatiche invasioni di profughi che avrebbero invaso il Belpaese, sono gli Stati africani confinanti ad aver subito in pieno l’onda d’urto dei civili (e non solo) in fuga dalla Libia in fiamme: 900.000 persone, secondo stime ONU. E ciò in un periodo (giugno-novembre) coincidente con l’insorgere della crisi alimentare nel Sahel.
Tra le migliaia di persone che giunsero in Mali, vi era anche un considerevole numero di miliziani tuareg (dai 2.000 ai 4.000) che avevano combattuto dalla parte di Gheddafi, portando con sé buona parte della cornucopia di armi trafugate dagli arsenali sguarniti. Circostanza che ha dato nuovo impulso al movimento secessionista in Mali, ad appena due anni dalla fine dell’ultima rivolta.
Allora a guidare i ribelli era stato Ibrahim ag Bahanga, morto lo scorso 26 agosto al suo rientro in Mali dopo due anni di esilio in Libia, sospettato di pianificare una nuova sollevazione (ossia quella tuttora in corso). La figura di ag Bahanga e le dinamiche politiche dei Tuareg dopo la fine di Gheddafi sono ricostruite qui e qui.

Nota a margine. Al di là della voce riportata all’inizio, la Francia è la grande sconfitta dagli eventi in corso, poiché sta vedendo sfuggirsi di mano un’intera regione che considera di propria pertinenza. Era stata Parigi ad organizzare il (fallito) colpo di Stato da cui sarebbe scaturita la rivolta libica. Nei piani dell’Eliseo, rovesciare Gheddafi per rimpiazzarlo con un governo amico avrebbe consentito di ristabilire un controllo più diretto sulle ex colonie nel Sahara. Invece è accaduto esattamente il contrario.

Il colpo di Stato del 22 marzo nel Mali è stato il quarto avvenuto nell’Africa occidentale negli ultimi anni, dopo quelli in Mauritania (2008), Guinea (2008), e Niger (2010). Riflettiamo su questo punto, mettendo da parte la questione dei Tuareg e tutto ciò che le ruota intorno. Quattro casi, alcune analogie. Tutti i Paesi in questione, al momento del cambio di regime, stavano attraversando momenti di evidente crisi. E tutti erano in procinto di andare alle elezioni.

La storia della Mauritania, in seguito alla fine del sistema monopartitico nel 1978, include quattro colpi di mano in successione: 1978, 1984, 2005, e appunto 2008. Mentre i primi due installarono al potere dei regimi militari, il terzo venne motivato da crescenti tensioni domestiche sotto la dittatura del colonnello Maaouya Ould Sid’Ahmed Taya. Quest’ultimo tentò di stemperare la situazione attraverso una moderata tolleranza verso l’apertura alla democrazia. Nel 2007 furono organizzate delle libere elezioni. Ma all’interno della leadership militare serpeggiava la convinzione che un governo civile sarebbe stato politicamente debole di fronte alle minacce che incombevano all’orizzonte, segnatamente quella jihadista. Si giunse così al colpo di Stato nell’agosto del 2008. Il leader del golpe, il generale Mohamed Ould Abdel Aziz, era peraltro già stato un elemento chiave nel precedente colpo di mano del 2005. Nel 2009 la giunta militare ha indetto le elezioni presidenziali. Abdel Aziz si è presentato come candidato e ha vinto. È al potere ancora oggi, nonostante le accuse di corruzione, affarismo e familismo.

La Guinea ha avuto due colpi di Stato: nel 1984, alla morte di Sekou Toure, presidente in carica fin dall’indipendenza, e nel 2008, alla morte del presidente Lansana Conte, salito al potere proprio 24 anni prima. Il controllo venne assunto da una giunta militare presieduta dal capitano Moussa Dadis Camara, che aveva dapprima promesso nuove elezioni, in seguito alle quali avrebbe lasciato il potere, salvo poi rimangiarsi tutto. Nel settembre 2009 ha fatto reprimere nel sangue una manifestazione dell’opposizione. Tre mesi dopo una delle sue guardie gli ha sparato un colpo in testa. Il potere è passato al generale Sekouba Konate, che ha indetto nuove elezioni (in un doppio turno nei mesi di giugno e novembre del 2010) segnate da pesanti violenze e accuse di frode. Il vincitore Alpha Condé, a lungo leader dell’opposizione, è ancora presidente.

Anche il Niger ha avuto quattro golpe. Nel 1974, quando fu rovesciato il Hamani Diori, in carica dall’indipendenza. Nel 1996 quando salì al potere il colonnello Ibrahim Mainassara, dopo una serie di governi democratici ma instabili. Nel 1999, in seguito all’assassinio di Mainassara da parte delle sue guardie del corpo e che portò alle elezioni poi vinte da Mamadou Tandja. Infine l’ultimo nel febbraio 2010, guidato dal colonnello Salou Djibo, che cacciò Tandja dopo che questi aveva modificato la costituzione per rimanere in carica oltre la scadenza naturale del suo secondo mandato. L’episodio del 2010 mostra una significativa continuità con quello precedente del 1999: Djibo, che si considerava l’arbitro della democrazia nigerino, ha poi organizzato nuove elezioni in tempi relativamente brevi. Il voto si è tenuto nei mesi di gennaio e marzo del 2011 ed è stato vinto dall’allora leader dell’opposizione – e attuale presidente – Mahamadou Issoufou.

Il Mali, prima di quello del 22 marzo, ha avuto altri due rovesciamenti: 1968 e 1991. Il primo portò al potere Moussa Traoré, che aveva spodestato il primo presidente del Paese Modibo Keita e che avrebbe governato col pugno di ferro per oltre vent’anni. Il secondo avvenne per mano di un altro militare, Amadou Toumani Touré, il quale cedette il potere a un governo eletto l’anno successivo (guadagnandosi il soprannome di “soldato della democrazia”), e poi riuscì a farsi eleggere presidente nel 2002, ottenendo un secondo mandato nel 2007. E pensare che aveva promesso di non ripresentarsi alle presidenziali. Inoltre, il governo di Touré è stato segnato da incompetenza e corruzione. Sullo sfondo, nel Paese si sono susseguite tensioni religiose e intercomunitarie, nonché una diffusa criminalità urbana. E a Nord c’erano i Tuareg, i quali hanno collezionato una lunga serie di ribellioni nel corso degli ultimi cinquant’anni: tra il 1962 e il 1964, tra il 1990 e il 1995, e infine tra il 2007 e il 2009.
Alcuni membri del governo Touré sono stati anche accusati di aver tollerato l’ingovernabilità nel vasto Nordest desertico proprio per lucrare sui traffici illeciti che fioriscono nella regione. In ogni caso, l’incapacità di fronteggiare la nuova rivolta dei Tuareg in corso nella vasta area ha determinato il colpo di mano del 22 marzo.

Quattro esempi, quattro riflessioni.
Leggi l’articolo completo »

Nei mesi caldi della Primavera araba, tra i tanti attori internazionali coinvolti ci si chiesti che fine avesse fatto il più temuto: al-Qa’ida. Le sue varie diramazioni prosperano nei luoghi tribali, dove le autorità statuali non arrivano: Sinai, Yemen, Sahel.
Al-Qa’ida è un cancro e il Medio Oriente è coperto delle sue metastasi. Rapimenti, traffico di droga e di armi sono le sue attività quotidiane, nonché le principali fonti di reddito.
Nella regione del Sahel (letteralmente: “riva”) questa situazione è stata incoraggiata dalla crisi libica e dall’afflusso di armi provenienti dagli arsenali gheddafiani ora incustoditi.

Di fronte alle crescenti sfide alla sicurezza, Mauritania, Mali e Niger stanno potenziando le proprie capacità militari acquistando armi dalla Francia. Il governo francese è legato con dieci paesi africani in una serie di contratti di vendita di armi. Il giro d’affari rappresenta una boccata d’ossigeno per l’industria francese, ma è anche indice di un problema sempre più urgente.
Soprattutto la stabilità del Mali è messa in serio rischio. L’aspetto più preoccupante, come ricordato dall’ambasciatore di Parigi a Bamako, è la totale assenza di un dibattito parlamentare in proposito. In un Paese da 1,24 milioni kmq di superficie e 7243 km di confini, Aqmi ha molte opportunità di prosperare, anche grazie alla complicità delle tribù Tuareg.
Consapevoli che, tra gli Stati del Sahel, il Mali costituisce forse l’anello più debole della catena nella lotta ad Aqmi, anche gli Stati Uniti hanno fornito aiuti militari all’esercito maliano del valore di 9 milioni di dollari, tra cui 75 veicoli, tra cui 44 fuoristrada, 18 camion Mercedes 1517 e sei ambulanze, oltre a grandi quantità di abbigliamento e attrezzature

Leggi l’articolo completo »

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 118 other followers