Catalogna, ovvero come la (Dis)Unione Europea ci ha portato dal sogno dell’integrazione al pericolo del secessionismo

Ieri, mentre in Italia c’erano le primarie del PD, nella comunità autonoma spagnola della Catalogna si sono tenute le elezioni per eleggere il nuovo parlamento regionale, la Generalitat, indette a inizio ottobre dal presidente Artur Mas, leader della coalizione liberaldemocratica di centrodestra Convergenza e Unione (CiU). L’affluenza alle urne è stata del 56%, circa 8 punti in più rispetto alla precedente tornata elettorale e in assoluto la maggiore mai registrata nella regione. La coalizione di Mas è prima, ma ha perso un quinto dei seggi. In altre parole, non ottiene quella “maggioranza eccezionale” invocata in campagna elettorale, necessaria a  proseguire sulla via della secessione con un mandato più forte.
La grave crisi economica che ha interessato la Catalogna è stata al centro della campagna elettorale in queste settimane. Mas ha più volte ribadito la volontà di indire un referendum sull’indipendenza della regione. Secondo  (come El Pais e La Vanguardia), la perdita di consensi si spiega col fatto che Mas abbia puntato quasi esclusivamente su questo tema per mettere in secondo piano altri argomenti, sfavorevoli al suo governo, come i conti disastrosi della regione. La Catalogna ha infatti un debito di 42 miliardi di euro sui 140 miliardi totali delle regioni spagnole, nonostante sia la più produttiva del Paese. Senza contare che, nell’ultima settimana della campagna elettorale, Mas è stato anche accusato di corruzione e di riciclaggio di denaro, sulla base di alcune anticipazioni non ufficiali di un’indagine nei suoi confronti.

Nel complesso, i partiti catalanisti presi nel loro complesso perdono seggi: da 76 a 74. Quelli spagnolisti, favorevoli allo status quo, guadagnano: da 21 a 28. Chi ha vinto, dunque? Secondo La Vanguardia (quotidiano catalano, non dimentichiamolo) ha vinto lo Spagna, o meglio, lo status quo spagnolo:

Quando nelle prossime settimane si comincerà a negoziare la formazione di un nuovo governo, si potrà constatare quanto entusiasmo suscita la prospettiva di far parte di un esecutivo obbligato a seguire la via dei duri sacrifici.
La Spagna ha un problema: una crisi durissima e due parlamenti sovranisti (quello basco e quello catalano). Ma in fondo è un problema gestibile: i baschi non faranno nulla che possa realmente mettere a rischio i saldi fiscali positivi del loro vantaggioso statuto, mentre la Catalogna, intrappolata nella retorica sentimentale del sovranismo, si trasformerà in un vespaio. Ha vinto la Spagna, ha vinto l’ordine costituito.

L’ondata separatista ha dunque subito una frenata (come era già successo in Galizia un mese fa), ma in ogni caso resta una spinosa questione. In ottobre il Financial Times notava come mentre il governo britannico ha autorizzato il referendum sull’indipendenza della Scozia, Madrid continua a negarlo alla Catalogna, rischiando di rafforzare il separatismo.
Le crisi hanno però la tendenza a semplificare tutto. E Al di là della retorica di Mas e delle reticenze di Madrid, la realtà appare molto più complessa di quella che il teatrino della politica spagnola sembra ostentare.

A prima vista, la regione più ricca non vuole più pagare per il resto del Paese e minaccia di staccarsi. Il debito è frutto della voracità fiscale di Madrid, affermano a Bercellona, perciò le rivendicazioni catalane sono legittime e vanno seriamente discusse.
In realtà, le origini dirette dei problemi economici catalani sono la drammatica recessione prodotta dall’enorme bolla immobiliare e le decisioni prese dai diversi governi nel corso degli anni. Un problema comune a tutta la Spagna, senza eccezioni tra regione e regione. Secondo l’analisi di Bruxelles, il precario stato delle finanze pubbliche della Catalogna non è dunque frutto dei trasferimenti verso Madrid o dei tagli di bilancio imposti dal governo centrale (anche se il sistema di finanziamento e redistribuzione non è perfetto e su questo si può discutere), come invece sostiene il movimento separatista per giustificare le sue pretese.
E poi, alla Catalogna conviene davvero l’indipendenza? Obiettivamente, no.

Il distacco di Barcellona da Madrid presenta dei problemi non trascurabili, sia nel quadro dei successivi rapporti economici con la Spagna che nel contesto internazionale. Limes, che presenta un excursus storico delle le pulsioni identitarie catalane, riassume la questione così:

L’independència, infatti, infervora gli animi e le gradinate dello stadio Camp Nou di Barcellona, ma presuppone una serie di problemi non trascurabili. Il nuovo stato nascerebbe fuori dall’Ue: potrebbe entrarci solo con l’accordo unanime dei membri. Come si comporterebbe in questo caso Madrid? Comunque, per un periodo negoziale di durata non prevedibile, merci e capitali catalani sarebbero esclusi dalla libera circolazione, perdendo l’accesso al mercato spagnolo. Ecco perchè le imprese e le banche di Barcellona e dintorni preferiscono la ricerca di un compromesso. Lo stesso Mas non manca di puntualizzare come la sovranità della Catalogna non debba consistere in un “addio alla Spagna”.

I tentativi catalani di approfondire l’autonomia da Madrid sono stati numerosi durante i secoli, e spesso decisamente sfortunati. Resta però da chiedersi quanto senso abbia la nascita di un nuovo Stato nazione in Europa, quando il confronto geopolitico del nostro continente avviene con entità come Cina, Stati Uniti, Russia o Brasile. Nella stessa Unione Europea, le capitali tendono a perdere il loro potere decisionale in favore di centri alternativi come Francoforte, Bruxelles o Berlino.

Globalist approfondisce il tema, con una conclusione che alza uno sguardo sulle analoghe rivendicazioni in giro per l’Europa:

Vale la pena di ricordare che l’Ue non ha riconosciuto l’indipendenza del Kosovo. E il fatto che la Catalogna sia più ricca non la sottrae certo alla trafila della richiesta di adesione. In campagna elettorale Mas ha parlato anche di Catalogna Stato membro della Nato, «ma senza esercito». Una contraddizione in termini.
Tutto questo è comunque secondario. La Costituzione spagnola sancisce il carattere “indissolubile” dell’unità statale, il referendum ha in questo paese carattere consultivo, va ratificato, dai cittadini, ovvero tutti gli abitanti del paese e non solo i catalani.
A Madrid sono in pochi a prendere sul serio le rivendicazioni di Mas per una Catalogna indipendente, sottolineando però i rischi di un effetto domino in altre aree del paese, a cominciare dai Paesi Baschi. Quasi tutti i madrileni ascoltati da Globalist nella capitale spagnola, concordano su un punto: Mas cerca di alzare l’asticella col governo per fare paura, sapendo benissimo di non poter camminare con le proprie gambe.
«Quello che davvero Mas vuole ottenere sono nuove concessioni dal governo, una maggiore autonomia e un regime fiscale più vantaggioso» dice Enrique, 44enne esponente delle Forze dell’Ordine in borghese. Isabel, giovane ingegnere non ancora trent’enne con esperienza in cooperazione internazionale incontrata a Puerta del Sol alla vigilia del voto catalano sottolinea: «La prospettiva di una Catalogna indipendente non sta in piedi. E proprio per il fatto che le rivendicazioni sono di tipo economico. Che faranno stamperanno una valuta nuova? Di certo non potranno usare l’euro».
Il punto centrale della rivendicazione catalana è un’Austerity attribuita alla redistribuzione della ricchezza locale col resto del paese. Il debito catalano è però pari a circa 44 milioni di euro [dato ovviamente errato] e la disoccupazione interessa almeno 800 mila catalani. Ed è proprio qui che casca l’asino. Un improbabile stato indipendente di Catalogna vedrebbe questo debito incrementato. Lo conferma il Financial Times, che scrive: «Una Catalogna indipendente sarebbe più ricca ma più indebitata della Spagna». Tanto per cominciare ci sarebbe da restituire qualche soldo a Madrid per la quota di debito nazionale e la ristrutturazione delle banche. Poi c’è la questione dell’export.
Lo spiega bene The Economist, citando il blog del Professor Pankaj Ghemawat, della IESE Business School di Barcellona. Ghemawat ha creato una mappa delle esportazioni catalane, dimostrando che se è vero che questa regione esporta, è anche vero che esporta una bella fetta di produzione nella stessa Spagna. Gli attuali 49 miliardi di export sarebbero dimezzati, con un inevitabile ripercussione sull’occupazione. L’elenco potrebbe continuare, ma, dato che il segno dei tempi è diventato la parola “spread” si pensi alla reazione dei mercati alla notizia di una dichiarazione unilaterale di secessione catalana.
Questa è la sostanza. Condita però da Mas con dei toni populistici che rimandano all’identità nazionale che non trovano ragione nei fatti. Le rivendicazioni culturali catalane sono state affrontate e soddisfatte una decina di anni fa. A Barcellona il catalano ha pari dignità con lo spagnolo.

Resta da vedere se la vicenda catalana sommata alla questione fiamminga e alla prospettiva di un referendum separatista in Scozia segni l’inizio di una tendenza europea.
In tempi di crisi economica come quella che il vecchio continente attraversa, le isterie nazionalistiche fanno paura. Anche negli anni ’30 del secolo scorso andò più o meno così.

Eccoci allora al punto nodale, la madre di tutti i problemi nrll’Europa di oggi, quella dell’austerity: la crisi sta riaccendendo ovunque le tensioni tra le regioni più prospere e i governi centrali. Ed è singolare che tanto i separatisti scozzesi quanto quelli catalani fanno ricorso proprio agli ideali europei per sostenere le rispettive rivendicazioni. L’integrazione europea, che mirava ad unirci, ci sta portando sempre più alla frammentazione.
Una contraddizione che il quotidiano polacco Uwazam Rze ha cercato di mettere in luce:

Ormai i sostenitori dell’autodeterminazione preferiscano soprattutto gli ambienti ovattati dei gabinetti ministeriali o delle istituzioni europee, gli eventi culturali e la promozione delle lingue regionali. Una strategia che sembra avere successo: alla vigilia delle scadenze elettorali i governi si piegano alle rivendicazioni dei separatisti in cambio del loro sostegno.
In questa battaglia la lingua è un’arma molto potente. I catalani la utilizzano con la stessa maestria con cui giocano a calcio. In Catalogna lo spagnolo è considerato una lingua straniera e le scuole sono obbligate a garantire solo quattro ore settimanali di spagnolo. Per chi arriva dalla Castiglia o dall’Andalusia con la propria famiglia è impossibile trovare una scuola con un insegnamento integralmente in spagnolo.
Negoziando con le autorità statali i separatisti non esitano a ricorrere ad argomenti filo-europei, e difendono la tesi secondo cui l’indipendenza della Catalogna, del Paese basco o della Scozia non metterebbe in difficoltà la nazione spagnola o britannica, poiché la federalizzazione dell’Unione ridurrà comunque il ruolo degli stati nazione. Se le capitali cedono di anno in anno parte dei loro poteri alla Commissione europea, perché non darne un po’ anche a Edimburgo o a Barcellona?
Con questa retorica europeistica, i separatisti hanno trovato una valida soluzione per cancellare l’etichetta di pericolosi e irresponsabili fanatici che era attribuita loro.

Secondo il New York Times il caso della Catalogna dimostra come l’integrazione europea (o meglio, la sua attuale e perversa applicazione), anziché unire gli Stati, abbia finito dare una spinta al secessionismo delle regioni:

La Catalogna potrebbe diventare la scintilla di una nuova ondata separatista nell’Unione europea, ed essere seguita da presso da Scozia e Fiandre. Il grande paradosso dell’Ue – che si fonda sul concetto della sovranità condivisa – è che abbassa l’asticella spingendo le regioni a battersi per la propria autonomia.
Mentre dalla crisi della zona euro potrebbe emergere un’Unione post-nazionale, caratterizzata dall’impulso verso una maggiore unione fiscale e un controllo più centralizzato sui budget e le banche nazionali, la crisi ha accelerato le ambizioni separatiste delle regioni più ricche dei paesi membri, che non vogliono più finanziare i loro vicini più poveri.
Il presidente catalano Artur Mas ha sconvolto la Spagna e i mercati convocando elezioni regionali anticipate e promettendo di indire un referendum sull’indipendenza dalla Spagna, anche se Madrid lo considera illegale. La Scozia vuole fissare per l’autunno del 2014 un referendum sull’indipendenza. I fiamminghi hanno ormai raggiunto un’autonomia pressoché totale, sia sul piano amministrativo sia su quello linguistico, ma sono tuttora profondamente risentiti per l’egemonia dei francofoni della Vallonia e dell’élite di Bruxelles. La prova potrebbe essere costituita dalle elezioni provinciali e comunali in programma per il  14 ottobre.
Come nei matrimoni, esistono innumerevoli cose che  tengono uniti i paesi anche a malincuore: una storia comune, guerre comuni, figli in comune, nemici comuni. Ma la crisi economica nell’Unione europea sta mettendo in luce anche antichi dissapori.
In Catalogna come nelle Fiandre molti pensano di pagare ai governi centrali molto più di quanto ricevono. Da questo punto di vista è una replica in piccolo della controversia della zona euro, in cui i paesi settentrionali più ricchi come Germania, Finlandia e Austria deplorano il fatto che le loro relative ricchezze e il loro successo siano prosciugati per tenere a galla paesi come Grecia, Portogallo e Spagna.
L’espansione complessiva dell’integrazione europea di fatto ha abbassato l’asticella del secessionismo, perché le entità emergenti sanno di non dover essere del tutto autonome e indipendenti”, ha detto Mark Leonard, direttore del Consiglio europeo per le relazioni estere. “Sanno che avranno accesso a un mercato di 500 milioni di persone e ad alcune delle garanzie dell’Ue”.

Prospettiva davanti alla quale Bruxelles è dovuta correre ai ripari. Ma benché l’Unione Europea abbia già precisato che gli indipendentisti troveranno la porta chiusa per quanto riguarda un’automatica adesione, particolarismi e rivendicazioni procedono indisturbati. Peccato che sia proprio l’Europa ad incoraggiarli: a Bruxelles ci siano già più di 300 uffici a difendere gli interessi di territori grandi e piccoli, che fanno della UE il più grande tavolo di negoziati del mondo.

Nella UE dei 27 Stati, la voce grossa delle comunità locali è la regola, non l’eccezione. E dire che l’Europa era nata per unirci.

Spagna, prossimamente in svendita

Nonostante il piano di salvataggio da 100 miliardi di euro deciso domenica, nè i mercati nè le gli osservatori più autorevoli (come il premio Nobel J. Stiglitz) ritengono che Madrid sia fuori pericolo. Anzi, lo spread viaggia a quota 544 punti e i tassi di interessi al 7%. In queste condizioni, sono in molti a pensare che un’altra iniezione di denaro sia inevitabile. D’altra parte, alcuni analisti si aspettavano un’elargizione addirittura doppia rispetto a quella decisa dalle istituzioni internazionali.

Ma i guai della Spagna non finiscono qui. Ieri è arrivato anche il downgrade di Moody’s, che pone la Spagna molto vicina al livello “junk”. Moody’s sostiene che il piano dell’Europa per salvare le banche iberiche aumenterà il carico del debito sovrano. Il downgrade, da A3 a Baa3, potrebbe proseguire entro i prossimi tre mesi, fanno sapere dall’agenzia di rating. E pensare che Rajoy aveva cercato di rassicurare tutti proprio su questo punto, sottolineando che l’aiuto esterno a Madrid serve a garantire liquidità al sistema bancario e non a rifinanziare il debito pubblico, come invece è accaduto in Grecia, Irlanda e Portogallo.
Come nota il quotidiano Europa , il quale rivela che dietro il salvataggio di Madrid c’è la mano di Parigi – è stato infatti Pierre Moscovici, ministro dell’economia e braccio destro del neo presidente, a mediare tra le posizioni in campo, scrivendo infine col suo omologo spagnolo Luis De Guindos i termini del salvataggio -:

I soldi andranno al Fondo di ristrutturazione bancaria (Frob), aumentando il debito pubblico, e gli interessi si caricheranno sul deficit: cento miliardi di debito, la cifra ritenuta attendibile dalla maggior parte degli analisti, e tre miliardi l’anno di maggior deficit (al 3 per cento di interessi). Né i fondi andranno nell’economia reale incentivando il credito. Serviranno a sanare le perdite, mentre il controllo sul sistema finanziario spagnolo avrà l’immediato effetto di ridurre ancora la concessione di crediti. La troika controllerà da vicino la ristrutturazione del sistema finanziario e il rispetto degli impegni spagnoli che, come per Irlanda, Grecia e Portogallo, verranno sottoscritti con la firma del memorandum of understanding, il memoriale di intesa che, come esplicitamente detto dall’euroguppo, avrà carattere vincolante e presuppone, per cominciare, il rispetto di tutti gli impegni presi da Zapatero e confermati da Rajoy. Il tutto, in un contesto ancora oscuro, illuminato solo in piccola parte.
Ancora una volta le banche vengono salvate coi soldi dei contribuenti, aumentando il debito pubblico precluso invece a politiche di sviluppo economico e potenziamento del welfare.

Ne consegue che se la Spagna dovesse essere davvero declassata a livello spazzatura, alcuni investitori potrebbero essere costretti a dover vendere i propri titoli, aggravando una situazione già drammatica.
La morale della favola è che Madrid ha un bisogno disperato di quattrini, e la via più semplice dove andare a cercali (a parte la nota “più tagli, più tasse”, già ampiamente battuta) è quella delle privatizzazioni.
Il patto dell’euro sottende l’equazione di potere della nuova Europa: la Germania finanzia i Paesi più indebitati in cambio dell’eterodirezione dei conti pubblici e la cessione degli asset virtuosi. Se la prima fase può dirsi praticamente raggiunta – stando alle condizioni che Madrid, al di là dei giri di parole di Rajoy, sarà costretta a rispettare a fronte dell’aiuto ricevuto -, l’effetto del downgrade di Moody’s (al quale presto seguiranno quelli delle altre due Parche del rating, visto che la tempistica dei loro giudizi è quasi sempre sincrona) sarà quello di imprimere una brusca accelerazione alla seconda.

Nemmeno 20 giorni fa il Ministreo dell’Economia di Madrid aveva annunciato che su tavolo del governo c’è un piano di privatizzazioni da approvare entro l’estate, che dovrebbe garantire alle casse dello Stato un introito complessivo tra 20 e 30 miliardi di euro. Le dismissioni dovrebbero riguardare società pubbliche come  Renfe, Aena, Puertos del Estado, Paradores, Loterias y Apuestas del Estado, oltre alle cessione delle partecipazioni in altre grosse aziende – come IAG, compagnia risultante de la fusione di Iberia e British Airways, Ebro Foods o Red Electrica de Espana – detenute tramite la Sociedad Estatal de Participaciones Industriales (SEPI).
E sullo sfondo rimangono i bocconi più ghiotti: Telefonica e Repsol – benché il valore di quest’ultima sia parecchio diminuito dopo la spoliazione di YFP da parte del governo argentino.

Tuttavia, questo non significa che l’economia tedesca o quella americana (principale beneficiaria, dei declassamenti,  almeno nelle intenzioni) potranno fare una scorpacciata al prossimo banchetto di cessioni pubbliche che Madrid sarà costretta ad imbandire. Al tavolo c’è già la Cina che, forte delle sue immense riserve valutarie, avrà modo di proseguire la sua campagna di acquisizioni nel Vecchio Continente.
Proprio domenica 10 giugno, giorno del rescate da 100 miliardi di euro, Telefonica ha annunciato la vendita di una quota del 4,56% di una delle principali società cinesi di telecomunicazioni, China Unicom, per 1,13 miliardi di euro. E due settimane prima la compagnia cinese STGRD.UL ha annunciato l’acquisto delle attività in Brasile della spagnola Actividades de Construcción y Servicios SA per 531 milioni di dollari più l’accollo dei debiti per ulteriori 411 milioni.
Antipasto di un simposio in procinto di essere servito.