La Russia annette l’Ucraina

Nell’eterna partita geopolitica tra Europa e Russia, l’Ucraina rappresenta una pedina molto importante.

Venerdì 15 marzo  i

Dzerkalo Tyzhnya, il principale giornale ucraino, riportava un’indiscrezione (rilanciata dall’agenzia Interfax) secondo cui Kiev avrebbe accettato di aderire all’Unione Doganale Eurasiatica (che comprende Russia, Bielorussia e Kazakistan) come membro associato per due anni, prima di adottare lo status di partner a pieno titolo. Bloccando forse definitivamente l’ingresso di Kiev nella UE. Secondo La Voce Arancione:

L’inglobamento dell’Ucraina nell’Unione Doganale della Russia ha conseguenze catastrofiche per l’Unione Europea, poiché esso permetterà presto alla Russia di esercitare una fortissima pressione in ambito energetico nei confronti dell’UE, che oggi già dipende dalle forniture di gas russo per il 40% del suo fabbisogno continentale.

I colloqui (a porte chiuse) tra il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo ucraino Viktor Yanukovich si sono svolti nei primi di marzo nella villa privata dell’uomo forte del Cremlino, situata al di fuori di Mosca.
Putin considera l’accordo vantaggioso per tutti. “Se l’Ucraina entra nel’Unione doganale”, ha detto, “il suo PIL aumenterà tra l’1,5 e 6,5%, a seconda del grado di integrazione.” Ciò che ha coscienziosamente omesso di precisare è che l’ingresso nella CEE Eurasiatica precluderebbe l’analogo passo in quella Europea.
Nel vertice bilaterale Ucraina-UE di febbraio, infatti, il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, aveva ribadito a Yanukovich che la UE e l’Unione Doganale post sovietica si escludono a vicenda. In altre parole, ora l’Ucraina deve scegliere.

Yanukovich ha dichiarato che il commercio dell’Ucraina con i Paesi dell’Unione Eurasiatica nel 2012 ammontava a 63 miliardi di dollari, mentre quello con i Paesi della UE era pari a 50 miliardi. Il suo Paese non può dunque fare a meno né dell’una né dell’altra. Da qui la necessità di avvicinarsi a ciascuna delle due sponde stando però attento a non alienarsi le simpatie dell’altra.

Ora come ora Kiev è saldamente nell’orbita di Mosca. Non soltanto per la forte influenza che l’Ucraina subisce da quest’ultima attraverso i ricatti sul gas: ad esempio, la Russia sarebbe pronta a rilevare il controllo dei gasdotti dell’Ucraina mediante la creazione di una joint venture per la gestione delle condutture ucraine gestito al 50% da Mosca e Kiev, ma di fatto controllato al Cremlino. Accordo contornato da un sontuoso sconto sulle forniture di oro blu.
A complicare le cose concorrono le ripetute difficoltà riscontrate nel dialogo con l’Europa. E per il crescente isolamento in cui le titubanze di Yanukovich hanno spinto il Paese nei suoi difficili esercizi di equilibrio tra Bruxelles e Mosca.

Un tempo Yanukovich era considerato un esponente filorusso. Invece ha più volte adottato la retorica europeista, dimostrandosi restio a consegnare il suo Paese nelle braccia di Putin. In concreto, però, ha fatto poco per avvicinare l’Ucraina a Bruxelles.
L’ultimo vertice bilaterale di fine febbraio a Bruxelles si è concluso con un nulla di fatto. Nessuno si aspettava che Kiev avanzasse una proposta di adesione, giudicata prematura; ma che le parti pervenissero ad un accordo di associazione (peraltro in discussione da mesi) per creare un’area di libero scambio, questo sì. Invece le due montagne hanno partorito un topolino: un accordo per un finanziamento di 610 milioni di euro nei prossimi due anni. Poca roba, se pensiamo al prestito che in questi giorni l’Ucraina tentando di rinegoziare con il Fondo Mondiale Internazionale per oltre 15 miliardi.
A dividere le parti c’è sempre l’affaire Tymohenko. L’Ue desidera l’ex premier libera, mentre l’Ucraina vuole mantenerla in galera, o quantomeno fuori dalla politica. Difficile che si giunga al compromesso, anche se l’ipotetica liberazione dell’ex ministro degli interni Yuri Lutsenko, in carcere da oltre un anno, potrebbe essere un gesto teso in questa direzione.

In definitiva Yanukovich vorrebbe avvicinarsi anche all’Europa, ma deve fare i conti la realtà. il presidente ucraino dice che il suo paese “non è abbastanza forte o ricco da poter trascurare tale cooperazione” con l’Unione Eurasiatica.
Tuttavia, secondo Stefano Grazioli su Limes:

Kiev non vuole finire nelle braccia di Mosca e nemmeno cedere a Bruxelles. La strategia di Yanukovich di navigare a vista rischia però nei prossimi mesi di dover mutare di fronte quantomeno all’ultimatum dell’Ue. Se non ci sarà la firma sull’Accordo di associazione, saliranno le probabilità che l’asse ucraino si sposti definitivamente verso la Russia.

Nell’eterna contesa con Bruxelles Mosca segnerebbe così un punto di importanza epocale.

Lo strano caso del commissario Dalli e il potere del lobbying all’interno della UE

Era un tranquillo pomeriggio d’autunno quando il 16 ottobre, a Bruxelles, il Commissario europeo per la Salute e la tutela dei consumatori, il maltese John Dalli, ha annunciato le sue immediate dimissioni. In genere le dimissioni di un alto funzionario della UE sono un fatto inconsueto; in questo caso sono state addirittura un fulmine e ciel sereno, senza essere accompagnate da una formale motivazione.
Gli sviluppi dei giorni seguenti hanno tratteggiato uno scenario di intrighi e corruzione, fino a profilarsi come un vero e proprio complotto che sta mettendo in imbarazzo l’Unione Europea e in particolare il presidente della Commissione José Manuel Barroso.

La sintesi della vicnda è offerta da questo articolo de La Tribune, tradotto da Presseurop:

Si tratta di uno scenario alla John Le Carré, che potrebbe essere fonte di molti imbarazzi per il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso. Un caso legato a questioni di lobby, “big money” e spie.
Secondo un’inchiesta dell’Olaf (l’organo antifrode europeo), un certo Silvio Zammit, uomo d’affari maltese, avrebbe proposto alla Swedish Match, un produttore di sigari e tabacco da masticare svedese, di modificare un progetto di direttiva sul tabacco in cambio di una tangente da 60 milioni di euro. Il rapporto dell’Olaf è stato trasmesso a José Manuel Barroso il 15 ottobre. Il 16 la Commissione europea ha annunciato con un comunicato che il commissario John Dalli, incaricato della legislazione sul tabacco, “aveva presentato le sue dimissioni” in seguito a questa inchiesta. Il 17 la Commissione europea ha aperto la sua sala stampa – evento rarissimo – al direttore generale dell’Olaf, Giovanni Kessler, che ha fornito ai corrispondenti europei i dettagli di questa inchiesta.
La conseguenza immediata di queste dimissioni è stata la sospensione sine die dell’adozione del progetto di direttiva sui prodotti del tabacco da parte della Commissione europea per la mancanza di un commissario europeo in grado di assumersene “la responsabilità politica”. Di fatto il 22 ottobre il testo doveva entrare nella fase finale in vista di un’adozione nelle settimane successive.
Subito le organizzazioni europee di lotta contro il tabacco hanno tirato il segnale di allarme. La SmokeFree Partneership (Sfp), una lobby anti-tabacco, vede nelle dimissioni del commissario “un evento molto inopportuno”, secondo la sua direttrice Florence Berteletti Kemp. Da più di un anno l’uscita della direttiva è stato rinviata di mese in mese, e gli attivisti anti-tabacco vedono ridursi sempre di più le possibilità che la procedura arrivi a termine in questa legislatura che finisce nel 2014. Infatti dopo l’adozione del progetto da parte del collegio dei commissari, prima di arrivare al voto finale rimane da compiere un lungo processo legislativo presso il consiglio dei ministri e al parlamento europeo.
Tuttavia il 18 ottobre un’altra sgradevole sorpresa attendeva i collaboratori dell’Sfp al loro arrivo al 49-51 rue de Trêves, nel centro del quartiere europeo: i loro uffici erano stati visitati durante la notte. Diversi computer sono stati rubati e gli archivi rovistati.
Sulla ventina di organizzazioni presenti nell’edificio, solo tre uffici sono state visitati: quelli dell’Sfp, quelli dell’European Public Health Association e quelli dell’European Respiratory Society. Tre ong in guerra aperta contro le multinazionali del tabacco, che accusano di “bloccare, di correggere e di rinviare” la nuova legislazione, per riprendere il titolo di un rapporto di un centinaio di pagine sul lobbying dell’industria del tabacco commissionato dall’Sfp insieme a diverse organizzazioni di lotta contro i tumori.
Secondo i primi elementi dell’inchiesta i ladri sarebbero riusciti a disattivare il sistema di sorveglianza. Sarebbero entrati nell’edificio di otto piani dal tetto, scendendo lungo la facciata ed entrando dai balconi, per poi uscire dall’entrata con almeno una decina di computer portatili sotto  braccio.
Dopo questo furto lo scandalo politico sta diventando sempre più grande. Dopo l’annuncio delle sue dimissioni, l’ex commissario Dalli ha fatto capire di esservi stato costretto. “La porta era aperta e dovevo uscire, con le buone o con le cattive”, ha raccontato sul sito euractiv.com. Per la Commissione queste dimissioni “sono state presentate” da Dalli al presidente Barroso “davanti a testimoni”.
Nel corso dei mesi scorsi il progetto di direttiva è stato bloccato diverse volte, in particolare su richiesta del servizio giuridico e della segretaria generale della Commissione, provocando la rabbia di diversi paesi, in particolare dell’Irlanda che è tradizionalmente all’avanguardia nella lotta contro il tabacco.

Per quella direttiva che stava preparando, Dalli era profondamente inviso alle lobby del tabacco. Linkiesta aggiunge:

Dalli, che respinge seccamente le accuse, sostiene inoltre che «tuttora non ho accesso al rapporto Olaf e dunque non ho avuto modo di ribattere». Accuse ribadite ieri in conferenza stampa. «Chiedete all’Olaf – ammicca – se le procedure sono state corrette». Poche ore dopo giungeva la notizia delle dimissioni del responsabile dell’Advisory Board dell’Olaf, l’olandese Christiaan Timmermann. Ufficialmente, è un cambio della guardia di routine, secondo voci non confermate il funzionario non avrebbe informato a dovere i membri del board Olaf sulle accuse rivolte a Dalli prima di inviarle alle autorità giudiziarie maltesi.
Il 21 ottobre, intanto, Barroso aveva a sua volta reso pubblica una lettera a Dalli. «Vorrei informarla – scrive gelido – che non sono in grado di accettare le affermazioni contenute nella sua lettera. Nel nostro incontro del 16 ottobre, Lei stesso mi ha dichiarato in modo inequivocabile le sue dimissioni, di fronte al direttore generale dei servizi legali e del capo del mio ufficio privato». E’ scontro aperto. Dalli comincia a dire in varie interviste che, con le sue dimissioni, la direttiva sul Tabacco «è morta». La Commissione spiega che, con il cambio della guardia (al posto di Dalli arriva l’attuale ministro degli Esteri maltese Tonio Borg) ci vorrà più tempo, nega però che la direttiva sia arenata. Ieri, intanto, Dalli ha fatto sapere che denuncerà Barroso.
Il giallo si complica con le dichiarazioni di Patrik Hildigsson, presidente del Consiglio Europeo per il tabacco senza fumo (Estoc) e vicepresidente di Swedish Match. Al sito internet Europolitics afferma di aver saputo che in incontro con un avvocato maltese e il segretario generale di Estoc, Inge Delfoss il 7 marzo, Dalli avrebbe detto che togliere il bando dello snus sarebbe per lui un «suicidio politico». Il commissario sarebbe poi uscito, mentre sarebbe subentrato il famoso imprenditore maltese. La sua interpretazione: «un suicidio politico non si fa in cambio di niente», dunque, è la traduzione di Hildigsson, bisognava pagare.
Una brutta storia, appunto, ancora tutta da chiarire. Possibile che Dalli – che faceva il duro con la lobby del tabacco – fosse pronto a vendersi per l’oscuro snus? Non sono in pochi i maligni a pensare che dietro la curiosa vicenda possa esserci il più classico dei trappoloni: uno scandalo per togliere di mezzo il commissario scomodo. Se davvero fosse così – starà ai magistrati chiarirlo – Dalli, quanto meno con la sua disaccortezza, ha certamente dato una mano. Non si può neanche dire, però, che Barroso abbia brillato per trasparenza. Un’ombra scura resterà, almeno per un bel po’.

Un appunto sulle dimissioni di Timmermans. Il 24 ottobre un altro fatto il procuratore generale di Malta ha trasmesso le sue raccomandazioni alla polizia maltese affinché apra un’indagine separata. Timmermans ha lasciato l’incarico nella stessa giornata, secondo la Frankfurter Allgemeine Zeitung in segno di protesta contro il fatto che l’Olaf ha trasmesso le informazioni su Dalli alla giustizia maltese senza informarne il comitato. 

Altra coincidenza, la vicenda Dalli esplodeva proprio nei giorni del 33° congresso Unitab (Unione dei produttori di tabacco), svoltosi a Budapest, in cui l’intera categoria ha ribadito la propria contrarietà alla direttiva Dalli facendosi scudo – come sempre in questi casi – dell‘importanza del settore come volano per l’occupazione.

Ps: Per la cronaca, il governo maltese ha già nominato il vice primo ministro Tonio Borg come nuovo Commissario alla Salute in sostituzione di Dalli. Tale nomina dovrà essere ratificata dal Parlamento europeo nel mese di novembre, e non si tratta di una semplice formalità, dato che Borg non gode di una buona fama per via delle sue posizioni troppo conservatrici, in particolare contro l’aborto e l’omosessualità. Già nel 2004, il Parlamento si era rifiutato di confermare la nomina di Rocco Buttiglione più o meno per lo stesso motivo.