Balcani, le rivolte dimenticate

Da diverse settimane l’Europa orientale è in pieno fermento. Cortei di manifestanti attraversano le principali piazze di Sofia, Lubiana, Sarajevo e delle altre capitali dell’Est, tutti inneggianti contro la corruzione, il malgoverno e l’«autoreferenzialità» di classi politiche tacciate d’incompetenza, se non addirittura di vera e propria disonestà. Nell’Europa un tempo socialista, la legittimità dei vari governi è stata messa in forse un po’ ovunque. Eppure, al di fuori del perimetro dei Balcani, nessuno ne parla. Da un lato perché, com’è inevitabile, l’attenzione dei media internazionali è tutta concentrata sull’instabilità egiziana di ieri e sui vènti di guerra in Siria d’oggi. Dall’altro, tuttavia, emerge l’evidente contrasto tra le immagini degl’indignados spagnoli di due anni fa, trasmesse dai TG di tutto il mondo, e il silenzio sulle analoghe manifestazioni al di là dell’ex cortina di ferro.
Cercheremo qui di narrare quanto accade nell’altra metà dell’Europa.

Partiamo dalla Bulgaria, dove l’ondata di manifestazioni popolari si propaga a piú riprese dallo scorso inverno. In febbraio, piú di 100.000 persone invadono le strade di Sofia e d’altre quaranta città in segno di protesta contro gli eccessivi rincari delle bollette energetiche, divenute insostenibili in un Paese dove il salario medio mensile non supera i 440 euro. Sul banco degl’imputati c’è anzitutto il governo, allora guidato da Bojko Borisov, al potere dal 2009 e artefice d’una politica di «risanamento economico» fatta d’allentamento di vincoli e privatizzazioni indiscriminate, tanto appoggiata dall’Unione Europea quanto invisa ai cittadini. Ma non mancano slogan contro le multinazionali dell’energia e la stessa UE, additati come corresponsabili degli aumenti. Il 20 febbraio, Borisov è costretto alle dimissioni. Simbolo della protesta è Plamen Goranov, 36enne deceduto il 4 marzo dopo essersi dato fuoco proprio nel giorno del passo indietro del Primo Ministro.

Le elezioni anticipate di maggio – ma la legislatura sarebbe comunque terminata in luglio – sembrano addirittura peggiorare lo stallo politico. Il partito di Borisov ottiene il 30,1% dei voti; i socialisti di Sergej Stanišev, principale sfidante del Primo Ministro uscente, s’attestano al 26,1%; la quota d’astensionismo è prossima al 50%. Per uscire dall’impasse, l’incarico di governo è affidato al socialista Plamen Oresharski, sostenuto dal proprio partito e dal Movimento per i Diritti e le Libertà (che rappresenta gl’interessi della comunità musulmana), ma che per aver la maggioranza ha bisogno anche dei voti dei deputati del partito xenofobo e ultranazionalista Ataka («Attacco»), guidato da Volen Siderov. Ai bulgari il nuovo governo non piace: da un lato, perché Oresharski è visto come troppo vicino agl’interessi dei grandi imprenditori, a scapito di quelli della popolazione; dall’altro, perché l’esecutivo appare fin da súbito ostaggio dei capricci di Siderov, i cui voti sono necessari per la stabilità dello stesso esecutivo.

A metà giugno, la gente scende nuovamente in strada. Stavolta la scintilla è la nomina del discusso deputato Delyan Peevski, 32 anni, a capo dell’Agenzia di Sicurezza Nazionale – DANS, il controspionaggio – nonostante le resistenze dell’opinione pubblica. Rispetto a febbraio, però, la protesta è ben piú estesa e articolata. Se allora il malcontento era frutto d’un problema concreto, il caro bollette, stavolta la protesta dei cittadini esprime il rigetto nei confronti di quella che l’analista Georgi Gospodinov definisce «un’oligarchia dell’ombra che continua a dirigere il Paese». In Bulgaria, come sottolinea la Frankfurter Allgemeine Zeitung, «alcune consorterie provenienti dalla vecchia nomenclatura o dai servizi segreti comunisti hanno fagocitato un gran numero d’istituzioni dello Stato per poter condurre i loro affari in una vasta zona grigia che mescola politica, economia e crimine organizzato». L’apice delle proteste è raggiunto il 23 luglio, quando migliaia di bulgari manifestano davanti al Parlamento, impedendo l’uscita dei deputati, che riescono a evacuare il palazzo dietro la protezione d’un fitto cordone di poliziotti. Ma la protesta degenera, e la serata si conclude con una decina di feriti negli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine.

Le manifestazioni proseguono per tutto il mese d’agosto (anche tramite forme creative), ma la politica rimane indifferente alle istanze della piazza, permettendosi addirittura il lusso d’andar in vacanza. A nulla serve l’annuncio del governo d’un massiccio rimpasto ai vertici dei principali enti pubblici: il legame di fiducia tra il popolo bulgaro e i suoi rappresentanti appare definitivamente compromesso. La contestazione prosegue ininterrottamente da tre mesi. Ironia della sorte, l’unico a beneficiarne è l’ex Primo Ministro Borisov. Proprio colui ch’era stato spinto al passo indietro sotto pressione della piazza, infatti, ha pensato bene di mendicare il consenso perduto aggiungendosi alle centinaia di manifestanti che il 4 settembre hanno sfilato a Sofia, in occasione del rientro parlamentare dalle vacanze.

L’altro Paese dell’Est dove la protesta popolare ha costretto il governo alle dimissioni è la Slovenia. I movimenti di piazza iniziano alla fine del 2012, in reazione alla politica di rigore imposta dal governo di centrodestra di Janez Janša. Il sindaco di Maribor, Franc Kangler, è costretto a dare le dimissioni, mentre altri esponenti politici rimangono ai propri posti nonostante le analoghe richieste d’un passo indietro avanzate dai manifestanti. Coll’arrivo del nuovo anno, le manifestazioni di piazza calano d’intensità, e il nuovo governo – nato dal colpo di mano con cui Janša, dopo le elezioni, ha emarginato all’opposizione il partito Slovenia Positiva di Zoran Janković, che pure aveva ottenuto la maggioranza relativa – appare stabile e in grado di coprire l’intera legislatura.

Poi, un fulmine a ciel sereno. In gennaio, un rapporto della Commissione anticorruzione denuncia una serie d’irregolarità a carico dei leader dei due principali partiti, Janković e appunto Janša, sospettati d’arricchimento illecito. Benché i due non siano accusati di corruzione, l’esistenza di transazioni finanziarie occulte e di proprietà immobiliari non dichiarate risultanti dal rapporto in esame richiama il tema della scarsa trasparenza con cui i partiti maneggiano i soldi pubblici. La crisi politica porta alla caduta del governo, sfiduciato dal Parlamento in data 27 febbraio. La 42enne Alenka Bratušek, esponente di Slovenia Positiva, è incaricata di formare un nuovo esecutivo. Ma per Janša i problemi devono ancora venire: in giugno, l’ex Primo Ministro è condannato a due anni di prigione per un caso di corruzione legato all’acquisto di forniture militari dalla compagnia finlandese Patria nel 2006. È in corso un analogo processo in Finlandia, inaugurato a Helsinki il 20 agosto e che dovrebbe concludersi il 24 ottobre.

Ad alimentare la frustrazione dell’opinione pubblica concorrono poi le misure d’austerity cui la Slovenia deve nel frattempo sottoporsi per evitare di ricorrere a un aiuto esterno (ossia della «trojka», con tutte le conseguenze del caso). Per evitare il «bailout» (il quinto dellazona euro), a metà maggio il governo di Lubiana presenta un piano di riforme che prevede una serie di privatizzazioni nonché ulteriori prelievi fiscali (compresa una nuova imposta dell’1% su tutte le buste paga). Misure cui la gente s’oppone tornando in strada a protestare, esprimendo non soltanto la totale perdita di fiducia nei confronti d’una classe politica corrotta, senza distinzione tra maggioranza e opposizione, ma anche il disappunto verso la sottomissione dell’esecutivo alle decisioni dell’Europa. Le contestazioni sono tuttora in corso.

In Bosnia, le manifestazioni di piazza hanno assunto caratteri molto particolari. Siamo a Sarajevo, a fine maggio. I medici diagnosticano una grave malformazione congenita alla piccola Belmina Ibrišević, una neonata d’appena tre mesi. Per sopravvivere, Belmina deve sottoporsi urgentemente a un delicato trapianto di midollo in Germania, ma purtroppo non può espatriare. Questo perché la piccola, come tutti i bambini nati dopo il 12 febbraio 2013, è priva del Jedinstveni matični broj građana («numero unico d’identificazione»), equivalente al nostro codice fiscale, che viene di norma assegnato alla nascita e che costituisce il presupposto per il rilascio di qualsiasi documento, compreso il passaporto.

La vicenda nasce da un’aberrazione prodotta dall’Accordo di Dayton, che nel 1995 mise fine alla guerra attraverso la divisione etnica della Bosnia ed Erzegovina – divisione alla base della stessa intelaiatura burocratica e istituzionale che amministra il Paese. Oggi la Bosnia è una federazione suddivisa in due entità nazionali: la Repubblica Serba di Bosnia e la Federazione di Bosnia ed Erzegovina, croato-musulmana, a sua volta ripartita in dieci cantoni su base etnica. È facile intuire come i nazionalismi condizionino ancora profondamente le dinamiche politiche interne alla federazione. Per esempio, ai politici serbi nazionalisti non va giú che i comuni della Republika Srpska siano ancora chiamati con la doppia denominazione, serba e bosniaca. All’inizio dell’anno, Milorad Dodik, Presidente della regione serba, adisce la Corte Costituzionale per impugnare la legge sull’attribuzione dei «numeri unici d’identificazione», che nell’assegnare tali codici identifica i comuni attraverso il criterio della doppia denominazione. La Corte dà ragione a Dodik, sospendendo la legge in questione. Ma, dal giorno seguente alla pronuncia, nessun bambino può piú ricevere il codice identificativo alla nascita; e non può riceverlo ancora oggi, perché in sette mesi il Parlamento nazionale non ha ancora trovato un accordo sulla riforma della legge.

In giugno, il caso della piccola Belmina diventa di dominio pubblico. Decine di cittadini si riuniscono intorno al Parlamento, manifestando silenziosamente. A poco a poco, i manifestanti diventano migliaia. Da Sarajevo, dove si parla già di beboluzione (la «rivoluzione dei bebè»), la protesta s’allarga ad altre località. Alla gente comune, che sfila esibendo le foto della neonata, s’aggiungono gli studenti di Banja Luka – scesi in strada nonostante il divieto di manifestare – e di Mostar. Il 6 giugno, i parlamentari sono addirittura posti sotto assedio dai manifestanti, decisi a non lasciar uscire i deputati dal Parlamento finché non sarà approvata una nuova legge. Il Primo Ministro Vjekoslav Bevanda fugge dalla finestra; gli altri politici vengono «liberati» solo grazie alla mediazione notturna dell’Alto Rappresentante dell’ONU per la Bosnia.
Sorpreso dall’intensità delle manifestazioni, il governo vara un decreto d’urgenza per consentire il temporaneo rilascio dei numeri identificativi, in attesa d’approvare una legge definitiva. La misura non basta ad aiutare la sfortunata Belmina, che nel frattempo viene a mancare. Ma la sua vicenda squarcia il velo s’una realtà troppo spesso sottaciuta: il risentimento dei bosniaci verso una classe politica capace di sacrificare tutto, perfino il buonsenso, sull’altare dei nazionalismi.

In Romaniatutto il 2013 – cosí come il 2012 – è costellato di scioperi e manifestazioni, quasi sempre per questioni salariali e di lavoro. Il caso piú eclatante è quello dell’Oltchim S.A., polo nazionale dell’industria chimica, che il 15 aprile annuncia il licenziamento senza preavviso di 1200 dipendenti (su 4000 totali). La decisione è frutto delle disastrose condizioni in cui l’azienda versa: il 2012 s’è chiuso con un passivo di bilancio pari al 20,9%, e quasi tutti i lavoratori non percepiscono lo stipendio da mesi.
A manifestare sono altresí gl’impiegati delle Poste, ente in perdita per 40 milioni d’euro e che il governo intendeva privatizzare entro il luglio di quest’anno. Decisione che preoccupa i dipendenti, in vista di probabili licenziamenti. Ma analoghe proteste hanno coinvolto anche i dipendenti delle ferrovie e gl’insegnanti, senza contare i lavoratori del settore privato.
In tutti i casi, i manifestanti convergevano verso un punto comune: l’esplicita richiesta di dimissioni dell’esecutivo guidato da Victor Ponta, accusato d’inettitudine nel far fronte all’attuale crisi.

Manifestazioni popolari si segnalano anche in Serbia e Croazia, senza dimenticare l’Ungheria di Viktor Orbán, dove la controversa riforma costituzionale voluta dal Primo Ministro ha messo in forse persino le libertà fondamentali.

In generale, dalla Slovenia alla Bulgaria, passando per le madri di Sarajevo e gli operai dell’Oltchim, c’è un elemento di fondo che lega tutti i sommovimenti in questione. A innescare la miccia delle contestazioni sono quasi sempre problemi locali, frutto di scandali circoscritti. Da qui, l’ondata del malcontento si diffonde rapidamente, accogliendo le istanze d’un numero sempre maggiore di cittadini, fino a metter in discussione la stabilità stessa dei governi di turno. Ciò appare stupefacente, alla luce d’un dato culturale: nei Paesi dell’ex blocco sovietico la gente non è abituata a scendere in piazza. È ancora forte il ricordo delle manifestazioni obbligatorie come esercizio di consenso al regime; non c’è da stupirsi che il ricorso alla piazza risvegli cattivi ricordi ancora oggi, perlomeno nelle fasce piú anziane della popolazione. Ma dalla caduta del Muro è trascorso ormai un quarto di secolo. Oggi, una generazione di giovani si sta affacciando sulla scena per chiedere diritti, lavoro e legalità istituzionale al cospetto di classi dirigenti incapaci e corrotte, aggregando a sé anche quelle fasce meno giovani la cui diffidenza verso la piazza è nota. I movimenti sono cosí passati da locali a nazionali, e in séguito a transnazionali, tutti accomunati dal rifiuto dei partiti e dei politici che li rappresentano.

In un tale contesto, stupisce la totale assenza dell’Europa, che sulle proteste di Sofia, Bucarest, Lubiana e cosí via non ha nemmeno preso posizione. Come se, tra i 27 Paesi dell’UE, i nostri cugini balcanici fossero membri di serie B. Per Bruxelles, le stelle che compaiono sulla sua bandiera non brillano tutte della stessa luce. Silenzio dell’Europa e silenzio dei media, come dicevamo all’inizio.

Peraltro, la rivolta in Bulgaria infiammava proprio nei giorni in cui era in corso un’altra protesta: quella di piazza Taksim, nel centro d’Istanbul, contro il governo Erdoğan, che intendeva abbattere gli alberi del parco Gezi per far posto a un centro commerciale. Tantoché il Corriere ne parlò in un articolo significativamente intitolato «La Taksim dimenticata». In Turchia, che non fa parte dell’UE (né, probabilmente, v’entrerà mai), c’erano le testate di tutto il mondo. In Bulgaria, che della grande famiglia europea fa parte ormai da sei anni, no. Famiglia di cui fanno parte anche Slovenia, Romania e – dal primo luglio – Croazia, mentre la Serbia è in procinto d’aggiungersi. Paesi tanto problematici quanto vicini a noi, dove le telecamere non sono però arrivate.

* Articolo originariamente comparso su The Fielder

Slovenia, governo nuovo e problemi vecchi

La Slovenia ha un nuovo governo. Dopo il voto di sfiducia nei confronti del governo di Janez Janša del 27 febbraio, la leader del partito di centrosinistra Slovenia positiva Alenka Bratušek è stata incaricata di formare un nuovo esecutivo. A 42 anni è la prima donna a occupare la carica di premier a Lubiana. L’Economist sintetizza in questo articolo le sfide che la attendono.
Janša, al potere dal 10 febbraio 2012, aveva perso la maggioranza a fine gennaio dopo l’uscita di diversi partiti dopo essere stato travolto da una crisi politica scatenata dalla corruzione e dall’austerity.

Il 2012 si era concluso con le proteste popolari contro la politica di rigore imposta da un anno a questa parte dal governo di Janša. E la piazza, un risultato, lo aveva pur ottenuto: il sindaco di Maribor, Franc Kangler, aveva rassegnato le dimissioni, mentre altri esponenti politici continuavano ad occupare il proprio posto, nonostante le analoghe richieste nei loro confronti. Per l’11 gennaio era in programma la cosiddetta “seconda insurrezione popolare”, organizzata tramite i social network.
A metà mese, tuttavia, la situazione sembrava essersi normalizzata. La Slovenia aveva evitato tre referendum su leggi approvate dal governo per far fronte alla crisi economica; le manifestazioni di piazza stavano calando d’intensità; il  nuovo governo guidato da Janša pareva stabile e lo spread era in calo.
La stabilità del governo era dovuta al colpo di mano con cui Janša, dopo le elezioni, era riuscito ad emarginare all’opposizione il partito Slovenia positiva del sindaco di Lubiana, Zoran Janković, che pure aveva ottenuto la maggioranza relativa.
Poi è accaduto qualcosa.

In gennaio un rapporto della Commissione anticorruzione, che prendeva in esame lo stato patrimoniale dei presidenti dei partiti, ha denunciato delle irregolarità a carico dei leader dei due principali partiti: Janković e appunto Janša, sospettati di arricchimento illecito.
Il primo non avrebbe comunicato alla commissione transazioni finanziarie per 2,4 milioni di euro; il secondo avrebbe acquistato un appartamento tramite denaro di non chiara provenienza, registrando altresì un incremento patrimoniale (inspiegabile, a detta della Commissione) di 210.000 euro. A onor del vero, nessuno dei due è accusato di corruzione, ma tanto è bastato per scatenare l’ira dell’opinione pubblica.
A questo punto, Gregor Virant, rampante politico, ex Ministro della Pubblica Amministrazione e leader del partito Lista Civica, che dopo aver trattato a lungo con  si era infine alleato con Janša, permettendogli la formazione di un governo, ha chiamato a raccolta le altre forze politiche per chiedere le dimissioni del premier. In caso contrario, sarebbe uscito dalla coalizione di centrodestra, aprendo la strada a nuove elezioni. Dieci giorni, questo il tempo imposto da Virant per il passo indietro. Termine che, significativamente, scadeva a ridosso di uno sciopero generale proclamato dal pubblico impiego per il 23 gennaio.
Nonostante la scadenza del termine imposto da Virant, infatti, il premier è inizialmente rimasto al suo posto. Ad andarsene, invece, è stato stato il segretario del partito dei pensionati (Desus), Ljubo Jasnič. Anticipando Lista civica ed anche il suo stesso partito, ha lasciato l’incarico di segretario di Stato presso l’ufficio del capo del governo.
La caduta di Janša è stata formalizzata il 27 febbraio, quando il Parlamento ha votato a favore di una mozione di sfiducia nei suoi confronti, mettendo fine ad un governo ormai agonizzante. Da qui l’incarico conferito a Bratušek.

Alla fine lo sciopero è stato un successo per i sindacati, con un’adesione di 100.000 dipendenti pubblici e manifestazioni che hanno raccolto ben 20.000 persone in 13 città. Negli stessi giorni, l’indice di gradimento del governo precipitava al 16%.
Era la seconda volta, in un anno, che il comparto pubblico si fermava per protesta. Motivo del contendere, il taglio, per il 2013, del 5% degli stanziamenti per i salari.
Certo, in termini economici e sociali la Slovenia non è la Grecia. Anzi, Lubiana può esibire parametri macroeconomici pienamente nella media europea e non lontani da quelli di Paesi considerati stabili. Ma la ricetta che Janša proponeva per risollevare il Paese dalla crisi, fatta da riforme durissime e privatizzazioni repentine, il tutto accompagnato da evidenti restrizioni degli spazi democratici, aveva scontentato molto la popolazione. I recenti scandali di corruzione hanno fatto il resto. Così gli sloveni sono scesi in pazza.

La bagarre politica in corso rischiava di propagare la sua onda lunga fino a Bruxelles. Al centro della questione c’era l’adesione della Croazia alla UE, che sarà formalizzata il 1° luglio di quest’anno. A fine gennaio, Lubiana non aveva ancora iniziato l’iter di ratifica del trattato di adesione di Zagabria ai 27 e non aveva nessuna intenzione di farlo finché non sarebbe stato risolto il contenzioso legato alla Ljubljanska banka. Se il 31 gennaio le parti sembravano vicine ad un accordo, nei giorni seguenti la situazione si è complicata, per poi risolversi (al momento) l’8 febbraio, quando i ministri degli esteri dei rispettivi Paesi hanno trovato un punto d’incontro.
Non sono stati resi noti i termini dell’accordo. Tuttavia, secondo il quotidiano croato Večernji list:La Croazia ottiene meno di quanto dovrebbe, e la Slovenia paga più di quanto volesse
Considerato che la mancata ratifica da parte slovena sarebbe di per sé sufficiente a bloccare l’ingresso di Zagabria nella grande famiglia europea, anche Bruxelles si è mossa per indirizzare Lubiana e Zagabria verso un compromesso. Inoltre, la neopremier Alenka Bratušek ha dichiarato che “la ratifica del trattato di adesione della Croazia non è solo una questione di buon vicinato con la Croazia, ma rappresenta anche un interesse strategico della Slovenia” (qui l’intervista a Večernji list in inglese). Tutto risolto? Sì,  almeno fino al prossimo colpo di scena.
Intanto, nella Slovenia del 2013 c’è chi rimpiange la vecchia Jugoslavia. Come l’analista Rastko Mocnik, che in un’intervista concessa all’emittente pubblica serba “Rts” (qui la sintesi) spiega perché la federazione – ai tempi di Tito, un mercato interno da 20 milioni di abitanti – rappresentava un’alternativa economicamente molto più valida dell’UE, dove Lubiana rivestiva un ruolo dominante, mentre con l’ingresso nei 27 è stata confinata fra gli ultimi posti del continente in termini di forza economica.

La Slovenia ha un nuovo presidente, ma non una soluzione alla crisi

Nei primi di dicembre Borut Pahor , già presidente del parlamento e primo ministro sloveno, si è aggiudicato un ballottaggio senza storia, sconfiggendo il presidente uscente Danilo Türk col 67% dei suffragi.

Pahor è il quarto presidente della Slovenia indipendente, il primo ad aver coperto tutte e tre le più alte cariche dello stato. Pochi avrebbero scommesso che ce l’avrebbe fatta. La sua vittoria è stata anche la vittoria del premier Janez Janša – soprannominato “il principe delle tenebre” dall’ex primo ministro Janez Drnovšek, per lepurazione dei personaggi sgraditi e per aver attaccato l’indipendenza della giustizia – e della sua politica di rigore e di contenimento della spesa pubblica (su indicazione dell’Europa e del FMI).
La quale politica che non è che una mera presa d’atto dell‘incapacità della classe dirigente di trovare adeguate soluzioni per il rilancio del Paese, come confermato dai continui declassamenti da parte delle agenzie di rating.

Perché Lubjana ha bisogno di un rilancio. Dopo essere stato per anni un modello della transizione al capitalismo, gli sloveni non si sono mai risollevati dal crollo economico del 2009 (PIL -8%; deficit da allora mai sotto la soglia del 5%). Le previsioni per l’anno in corso e per il prossimo sono altrettanto pessimistiche. L’economiaslovena ha inanellato la seconda recessione degli ultimi tre anni, fortemente influenzata dal pessimo andamento dell’eurozona, oltre che penalizzata da un settore bancario sull’orlo di una crisi di nervi.
Inoltre, il piano di riduzione del deficit è stato parzialmente compromesso da un referendum, che con una percentuale del 72% ha respinto il progetto di riforma delle pensioni che prevedeva l’aumento dell’età pensionabile a 65 anni. I contrasti politici su questo punto hanno provocato la caduta del governo e le elezioni anticipate all’inizio di quest’anno, che hanno riportato al potere il rigorista Janša.

Ma la gente protesta, sia contro la corruzione che contro le severe politiche di austerità (una misura su tutte: il taglio del 40% delle già misere pensioni). La rivolta di Maribor ne è l’esempio lampante: in pratica, tutto è partito dalla decisione comunale di piazzare una serie di autovelox, tramite un’azienda appaltatrice. Quando sono partite le multe il malcontento ha cominciato a montare, scatenando violente accuse contro la gestione – ritenuta clientelare – della città da parte del sindaco Franc Kangler.
Per la prima volta in Slovenia, la polizia ha caricato i manifestanti. Il bilancio degli scontri è lieve e si limita a qualche contuso tra agenti, manifestanti e cavalli. Ma lo shock ha lasciato il segno nell’opinione pubblica. E testimonia come le corruttele e l’impunità dei politici locali abbiano portato all’esasperazione un popolo già provato dalla crisi. E che adesso non sembra più disposto a sopportare.

Vecchie ferite si riaprono nell’ex Jugoslavia

L‘Operazione Tempesta (in croato oluja) fu un’operazione militare su larga scala coordinata dall’esercito croato, col supporto militare delle forze bosniache e della NATO, contro l’esercito serbo della Krajina e delle milizie ribelli della Regione Autonoma della Bosnia occidentale. Scattata il 4 agosto 1995 e durata ben 84 ore, aveva il fine di riportare sotto il controllo croato la cosiddetta Krajina serba, ossia le zone in Dalmazia e Slavonia occupate dalle forze di Belgrado, e porre fine all’accerchiamento di Bihac. Le ostilità si conclusero l’8 agosto con la totale vittoria croata. Un centinaio di serbi (soldati e civili) furono uccisi o dispersi e oltre 250.000 rastrellati e obbligati alla fuga da città e villaggi razziati e dati alle fiamme.

Nell’aprile 2011, Ante Gotovina e Mladen Markač, due generali del neonato esercito nazionale croato alla testa dell’operazione, sono stati giudicati dal Tribunale Penale Internazionale dell’Aja, come i responsabili di “crimini contro l’umanità, mancato rispetto del diritto bellico, persecuzioni, deportazioni, saccheggio, distruzione, omicidi, atti inumani e crudeltà”. Lo scorso 16 novembre, una sentenza d’appello dello stesso Tribunale ha ribaltato quel verdetto.
Di fatto, la sentenza di assoluzione rappresenta della linea da sempre portata avanti dal governo croato, per il quale Oluja fu un’operazione militare conforme al diritto internazionale. La versione ufficiale sostenuta sin dagli esordi dall’allora presidente Tudjman, nonché dai governi che seguirono, è che quella croata fu una guerra di difesa non giudicabile come crimine di guerra. Così regolare da meritare finanche una festività nazionale – quella del 4 agosto, appunto -, celebrato dal 1992 come “giorno del ringraziamento della patria”.
L’adesione della Corte dell’Aja alla versione croata non chiude tuttavia la vicenda. Molti punti restano da chiarire. Su Limes, Enza Roberta Petrillo pone una serie di domande, già sollevate Milorad Pupovac, parlamentare croato al vertice del Samostalna demokratska srpska stranka, il partito che rappresenta la minoranza serba, a cui Zagabria non ha mai voluto rispondere. Ad oggi, infatti, non vi è stata alcuna assunzione di responsabilità da parte del governo croato per i crimini commessi con l’operazione Oluja. Un aspetto che negli anni ha rallentato non poco il processo di adesione della Croazia alla UE e che getta una luce sinistra sulla storia recente del Paese. Poco si sa della rete di connivenze, anche di livello internazionale, che per anni ha protetto Gotovina e i suoi.

C’è da chiedersi come il ripensamento della Corte sia stato possibile, nonostante le oltre 1.300 pagine di motivazione della sentenza di primo grado conclusero che il bombardamento e gli altri crimini avevano lo scopo di rimuovere permanentemente dalla Krajina la popolazione serba, ascrivendo questo disegno criminoso (joint criminal enterprise) direttamente al presidente Tuđjman e ai vertici dello Stato croato.
Linkiesta ipotizza tre ragioni:

Il primo è che le Nazioni Unite vogliono smantellare il tribunale, e rinviare la causa in primo grado ne avrebbe rinviato la chiusura di almeno due anni: se quindi i giudici non se la sentivano di condannare, nonostante la mole di prove raccolte, piuttosto che far ripartire da capo il giudizio hanno preferito assolvere. Il secondo è che questa sentenza non assolve solo gli imputati anche la Croazia, come hanno scritto molti commentatori: il disegno criminale di ripulire la Krajina dei suoi abitanti serbi era infatti stato ascritto direttamente ai vertici dello stato croato – incluso il padre della repubblica, Tuđman – e quindi implicava una forma di responsabilità morale per lo stato che ora si prepara a diventare membro dell’Unione Europea.

Diversi storici e analisti hanno poi scritto che l’Operazione Tempesta fu concepita con l’aiuto di esperti militari americani e fu attuata in consultazione e con l’informale consenso dell’amministrazione Clinton, la quale puntava proprio su questa avanzata croata per porre termine alla guerra di Bosnia (come poi avvenne). Una forma di corresponsabilità americana per i crimini di guerra commessi durante l’Operazione Tempesta sarebbe quindi stata ipotizzabile: la sentenza fuga ogni ombra. Il presidente del Tribunale, che ha presieduto anche la corte d’appello che ha emesso questa sentenza, è americano: il che non prova nulla, naturalmente, ma legittima la domanda.
Infine, questa sentenza può essere letta come una conferma della tesi – opposta a quella che emerge dalle pagine degli storici e dalle scelte della procura del Tribunale – secondo la quale la responsabilità delle guerre jugoslave è tutta dei serbi e solo loro hanno commesso gravi crimini. Molti serbi vi leggono proprio questa intenzione. Di tutti i possibili motivi reconditi della sentenza questo sarebbe forse il peggiore, perché è il più controproducente (ne parlerò dopo il 29 novembre, quando il Tribunale giudicherà due ex guerriglieri kosovari imputati di crimini di guerra).

In ogni caso, questa sentenza incrina gravemente la credibilità del Tribunale e non cancella nessuno dei numerosi singoli crimini accertati dai giudici di primo grado. Nel gioco di strumentalizzazioni seguite alla sentenza, a perderci sono stati per l’ennesima volta quei 250.000 cittadini serbi dimenticati da Zagabria e utilizzati come pedine da Belgrado. E che in Krajina non sono mai più tornati.

Oggi, mentre Zagabria festeggia, Belgrado è sdegnata. Il presidente serbo Tomislav Nikolic ha definito la sentenza un verdetto “scandaloso”, ispirato da “una decisione politica”. E tra i due Paesi si riaprono vecchie ferite. Per dirne una, l’affare Gotovina mette a serio rischio la partita di calcio tra Croazia e Serbia del prossimo 22 marzo, valida per le qualificazioni ai Mondiali del 2014. Nikolic ha anche annunciato che la Serbia ridurrà al minimo “livello tecnico” i rapporti con la Corte dell’Aja. Prima conseguenza, il rinvio a data da destinarsi di una conferenza organizzata dal TPI, prevista per il 22 novembre proprio a Belgrado.
Non è l’unico tribunale contro cui Belgrado protesta. Il 6 novembre, la Corte Europea di Giustizia ha condannato Lubiana e Belgrado a risarcire tre risparmiatori che si erano visti “congelare” i propri risparmi, custoditi prima della guerra nella filiale di Sarajevo della Ljubljanska Banka e in quella di Tuzla della serba Investbanka. Nel suo verdetto, la Corte di Strasburgo ha condannato Serbia e Slovenia, oltre a risarcire i tre richiedenti, anche al pagamento di 4.000 euro di danni, sottolineando poi che nella stessa situazione esaminata dalla sentenza si trovano circa 8.000 persone. Lubiana e Belgrado sarebbero già al lavoro per formare un team legale comune per affrontare il ricorso e che il tema dei “risparmi jugoslavi” ha dominato il recente vertice a Lubiana tra i premier dei rispettivi Paesi Ivica Dacic e Janez Jansa. Per una corte che assolve due criminali di guerra, un’altra condanna due Stati per aver trattenuto i risparmi di tre cittadini stranieri: paradossi della giustizia a cui Belgrado intende opporsi con ogni mezzo.

Qualche chilometro più in là, in Bosnia, il clima non è migliore. Nel diciassettesimo anniversario degli Accordi di Dayton il presidente della Republika Srpska Milorad Dodik lancia una proposta rivoluzionaria: creare un’ulteriore entità croata. Nella visione di Dodik la Bosnia potrà sopravvivere solo come federazione di tre entità a base etnica: dividersi in tre per restare una, sembra essere il messaggio. E così Valentin Inzko, Alto rappresentante internazionale in Bosnia con il preciso mandato di vigilare sul rispetto degli accordi di Dayton, lancia l’allarme al Consiglio di Sicurezza ONU.
Il fatto è che in questo momento l’idea rischia di sembrare credibile:  la Comunità Internazionale è distante e impegnata a risolvere altre questioni, le modifiche alla Costituzione bosniaca sono sollecitate dall’Unione Europea e l’idea di Dodik, provocatoria o meno che sia, pare sempre più l’unico modo per mettere fine allo stallo istituzionale che di fatto dura da diciassette anni.

Tutti esempi che dimostrano come a quasi vent’anni di distanza, il frastuono della guerra produce ancora oggi i suoi sinistri echi. Come scrivevo lo scorso aprile:

Due decenni trascorsi tra conflitti prima e recriminazioni poi hanno lasciato profonde ferite nei Balcani; e noi che di quegli eventi siamo (colpevolmente) stati meri spettatori non conosceremo mai l’esatta dimensione dei costi umani e sociali di quei conflitti.