Nella diatriba tra Serbia e Kosovo è sempre l’Europa a uscire sconfitta

Da un anno la Serbia è ufficialmente uno Stato candidato dell’Unione Europea, ma per cominciare l’iter delle trattative con i governi occidentali che porteranno Belgrado a far parte della UE, Bruxelles pretende da Belgrado la sottoscrizione di un accordo per la normalizzazione dei rapporti con il Kosovo. Ad oggi, infatti, le relazioni con l’ex provincia a maggioranza albanese costituiscono il principale ostacolo all’apertura formale dei negoziati di adesione.
Dopo dodici ore di trattativa sponsorizzata dall’Unione, il 2 aprile le delegazioni serba e kosovara si sono separate senza trovare un accordo. “Il solco tra le due parti è stretto ma profondo”, ha dichiarato l’alta rappresentante Ue per gli affari esteri Catherine Ashton. Il no definitivo sarebbe giunto l’8 aprile,quando la Serbia ha respinto il progetto di accordo sulle relazioni con il Kosovo.
Si tratta di una sconfitta per la diplomazia europea e in primo luogo per Catherine Ashton, che aveva personalmente supervisionato i lavori mostrandosi ottimista circa il buon esito dei negoziati. In febbraio la baronessa aveva anche parlato di non meglio specificati “progressi significativi” durante l’incontro tra il primo ministro serbo Ivica Dačić e quello kosovaro Hashim Thaci.

In marzo il governo di Pristina aveva adottato – non senza fatica – il piano in otto punti elaborato dalla Ashton per regolamentare la cooperazione tra le municipalità a maggioranza serba del nord del Kosovo. Dal punto di vista amministrativo darebbe a Pristina il controllo dell’intero territorio del Kosovo, Nord compreso; sotto il profilo politico, invece, aprirebbe la strada alla sottoscrizione del patto per l’associazione e stabilizzazione, primo passo verso l’adesione di Pristina all’Unione Europea. Thaci in questi mesi ha dovuto affrontare l’opposizione del partito di minoranza Vetevendosja, contrario ad ogni ipotesi di trattativa con Belgrado fintantoché non arrivi un pieno riconoscimento da parte serba – che tuttavia non arriverà mai, come ribadito dal presidente serbo Nikolic. L’appoggio del Aak di Ramush Haradinaj ha dato il via libera per le trattative.
Il problema, a questo punto, era convincere Belgrado. La Ashton da sei mesi a questa parte aveva cercato di persuadere sopratutto la parte serba. La quale ha rifiutato il piano dell’Alto rappresentante Ue perché in concreto voleva dire perdere per sempre l’influenza nel Nord del Kosovo, dove è concentrata la minoranza serba. Sono due i punti che la Serbia non accetta: 1) l’accorpamento delle municipalità di Mitrovica nord (a maggioranza serba) e Mitrovica sud (a maggioranza albanese), che altererebbe gli equilibri etnici locali; 2) la futura presenza delle forze militari di Pristina nelle municipalità abitate da serbi, fino ad ora autogestite con delle strutture  parallele a quelle del governo centrale kosovaro. Al contrario, Belgrado preme affinché Pristina accettasse di concedere un’ampia autonomia ai “suoi” serbi, riuniti in un unico comune, accordando loro poteri semi-esecutivi, il controllo del sistema giudiziario e della pianificazione territoriale. Ma i kosovari hanno dalla loro il sostegno degli USA – la cui posizione, in questo frangente, conta molto più di quella europea – e così non concedono nulla.
Ora, caduta anche l’ultima possibilità di un compromesso dopo il rifiuto comunicato l’8aprile, Bruxelles lascerà Belgrado in stand-by forse fino al 2014, causa lungaggini delle procedure decisionali.

I rapporti tra Belgrado e Bruxelles rimangono piuttosto tesi. Sul fronte interno, la destra ultranazionalista, manifestando in favore di un “Kosovo serbo”, si è scagliata apertamente contro l’Europa. A complicare i rapporti tra le parti sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che alza il velo sulla vicenda dei “neonati desaparecidos”, ossia quei bimbi morti a poche ore dalla nascita e fatti sparire per coprire casi di malasanità, oltre a quelli nati vivi e sottratti intenzionalmente alle loro famiglie per essere dati illegalmente in adozione.
Sullo sfondo c’è la crisi sociale, che morde duramente il Paese e che – nonostante la ripresa industriale e le favorevoli previsioni macroeconomiche – non accenna a esaurirsi.

Infine c’è l’Europa. Per Bruxelles, che tanto si era spesa in favore di un accordo, lo stallo dei negoziati tra Serbia e Kosovo rappresenta un‘ennesima sconfitta. Ancora una volta, la pur generosa politica del dialogo di marca europea si mostra incapace di portare a una soluzione. Neanche stavolta la UE si dimostra all’altezza di quel ruolo globale a cui aspira, vista l’incapacità di gestire in maniera autonoma le spinose questioni balcaniche senza chiamare in causa Stati Uniti e Russia.

Vecchie ferite si riaprono nell’ex Jugoslavia

L‘Operazione Tempesta (in croato oluja) fu un’operazione militare su larga scala coordinata dall’esercito croato, col supporto militare delle forze bosniache e della NATO, contro l’esercito serbo della Krajina e delle milizie ribelli della Regione Autonoma della Bosnia occidentale. Scattata il 4 agosto 1995 e durata ben 84 ore, aveva il fine di riportare sotto il controllo croato la cosiddetta Krajina serba, ossia le zone in Dalmazia e Slavonia occupate dalle forze di Belgrado, e porre fine all’accerchiamento di Bihac. Le ostilità si conclusero l’8 agosto con la totale vittoria croata. Un centinaio di serbi (soldati e civili) furono uccisi o dispersi e oltre 250.000 rastrellati e obbligati alla fuga da città e villaggi razziati e dati alle fiamme.

Nell’aprile 2011, Ante Gotovina e Mladen Markač, due generali del neonato esercito nazionale croato alla testa dell’operazione, sono stati giudicati dal Tribunale Penale Internazionale dell’Aja, come i responsabili di “crimini contro l’umanità, mancato rispetto del diritto bellico, persecuzioni, deportazioni, saccheggio, distruzione, omicidi, atti inumani e crudeltà”. Lo scorso 16 novembre, una sentenza d’appello dello stesso Tribunale ha ribaltato quel verdetto.
Di fatto, la sentenza di assoluzione rappresenta della linea da sempre portata avanti dal governo croato, per il quale Oluja fu un’operazione militare conforme al diritto internazionale. La versione ufficiale sostenuta sin dagli esordi dall’allora presidente Tudjman, nonché dai governi che seguirono, è che quella croata fu una guerra di difesa non giudicabile come crimine di guerra. Così regolare da meritare finanche una festività nazionale – quella del 4 agosto, appunto -, celebrato dal 1992 come “giorno del ringraziamento della patria”.
L’adesione della Corte dell’Aja alla versione croata non chiude tuttavia la vicenda. Molti punti restano da chiarire. Su Limes, Enza Roberta Petrillo pone una serie di domande, già sollevate Milorad Pupovac, parlamentare croato al vertice del Samostalna demokratska srpska stranka, il partito che rappresenta la minoranza serba, a cui Zagabria non ha mai voluto rispondere. Ad oggi, infatti, non vi è stata alcuna assunzione di responsabilità da parte del governo croato per i crimini commessi con l’operazione Oluja. Un aspetto che negli anni ha rallentato non poco il processo di adesione della Croazia alla UE e che getta una luce sinistra sulla storia recente del Paese. Poco si sa della rete di connivenze, anche di livello internazionale, che per anni ha protetto Gotovina e i suoi.

C’è da chiedersi come il ripensamento della Corte sia stato possibile, nonostante le oltre 1.300 pagine di motivazione della sentenza di primo grado conclusero che il bombardamento e gli altri crimini avevano lo scopo di rimuovere permanentemente dalla Krajina la popolazione serba, ascrivendo questo disegno criminoso (joint criminal enterprise) direttamente al presidente Tuđjman e ai vertici dello Stato croato.
Linkiesta ipotizza tre ragioni:

Il primo è che le Nazioni Unite vogliono smantellare il tribunale, e rinviare la causa in primo grado ne avrebbe rinviato la chiusura di almeno due anni: se quindi i giudici non se la sentivano di condannare, nonostante la mole di prove raccolte, piuttosto che far ripartire da capo il giudizio hanno preferito assolvere. Il secondo è che questa sentenza non assolve solo gli imputati anche la Croazia, come hanno scritto molti commentatori: il disegno criminale di ripulire la Krajina dei suoi abitanti serbi era infatti stato ascritto direttamente ai vertici dello stato croato – incluso il padre della repubblica, Tuđman – e quindi implicava una forma di responsabilità morale per lo stato che ora si prepara a diventare membro dell’Unione Europea.

Diversi storici e analisti hanno poi scritto che l’Operazione Tempesta fu concepita con l’aiuto di esperti militari americani e fu attuata in consultazione e con l’informale consenso dell’amministrazione Clinton, la quale puntava proprio su questa avanzata croata per porre termine alla guerra di Bosnia (come poi avvenne). Una forma di corresponsabilità americana per i crimini di guerra commessi durante l’Operazione Tempesta sarebbe quindi stata ipotizzabile: la sentenza fuga ogni ombra. Il presidente del Tribunale, che ha presieduto anche la corte d’appello che ha emesso questa sentenza, è americano: il che non prova nulla, naturalmente, ma legittima la domanda.
Infine, questa sentenza può essere letta come una conferma della tesi – opposta a quella che emerge dalle pagine degli storici e dalle scelte della procura del Tribunale – secondo la quale la responsabilità delle guerre jugoslave è tutta dei serbi e solo loro hanno commesso gravi crimini. Molti serbi vi leggono proprio questa intenzione. Di tutti i possibili motivi reconditi della sentenza questo sarebbe forse il peggiore, perché è il più controproducente (ne parlerò dopo il 29 novembre, quando il Tribunale giudicherà due ex guerriglieri kosovari imputati di crimini di guerra).

In ogni caso, questa sentenza incrina gravemente la credibilità del Tribunale e non cancella nessuno dei numerosi singoli crimini accertati dai giudici di primo grado. Nel gioco di strumentalizzazioni seguite alla sentenza, a perderci sono stati per l’ennesima volta quei 250.000 cittadini serbi dimenticati da Zagabria e utilizzati come pedine da Belgrado. E che in Krajina non sono mai più tornati.

Oggi, mentre Zagabria festeggia, Belgrado è sdegnata. Il presidente serbo Tomislav Nikolic ha definito la sentenza un verdetto “scandaloso”, ispirato da “una decisione politica”. E tra i due Paesi si riaprono vecchie ferite. Per dirne una, l’affare Gotovina mette a serio rischio la partita di calcio tra Croazia e Serbia del prossimo 22 marzo, valida per le qualificazioni ai Mondiali del 2014. Nikolic ha anche annunciato che la Serbia ridurrà al minimo “livello tecnico” i rapporti con la Corte dell’Aja. Prima conseguenza, il rinvio a data da destinarsi di una conferenza organizzata dal TPI, prevista per il 22 novembre proprio a Belgrado.
Non è l’unico tribunale contro cui Belgrado protesta. Il 6 novembre, la Corte Europea di Giustizia ha condannato Lubiana e Belgrado a risarcire tre risparmiatori che si erano visti “congelare” i propri risparmi, custoditi prima della guerra nella filiale di Sarajevo della Ljubljanska Banka e in quella di Tuzla della serba Investbanka. Nel suo verdetto, la Corte di Strasburgo ha condannato Serbia e Slovenia, oltre a risarcire i tre richiedenti, anche al pagamento di 4.000 euro di danni, sottolineando poi che nella stessa situazione esaminata dalla sentenza si trovano circa 8.000 persone. Lubiana e Belgrado sarebbero già al lavoro per formare un team legale comune per affrontare il ricorso e che il tema dei “risparmi jugoslavi” ha dominato il recente vertice a Lubiana tra i premier dei rispettivi Paesi Ivica Dacic e Janez Jansa. Per una corte che assolve due criminali di guerra, un’altra condanna due Stati per aver trattenuto i risparmi di tre cittadini stranieri: paradossi della giustizia a cui Belgrado intende opporsi con ogni mezzo.

Qualche chilometro più in là, in Bosnia, il clima non è migliore. Nel diciassettesimo anniversario degli Accordi di Dayton il presidente della Republika Srpska Milorad Dodik lancia una proposta rivoluzionaria: creare un’ulteriore entità croata. Nella visione di Dodik la Bosnia potrà sopravvivere solo come federazione di tre entità a base etnica: dividersi in tre per restare una, sembra essere il messaggio. E così Valentin Inzko, Alto rappresentante internazionale in Bosnia con il preciso mandato di vigilare sul rispetto degli accordi di Dayton, lancia l’allarme al Consiglio di Sicurezza ONU.
Il fatto è che in questo momento l’idea rischia di sembrare credibile:  la Comunità Internazionale è distante e impegnata a risolvere altre questioni, le modifiche alla Costituzione bosniaca sono sollecitate dall’Unione Europea e l’idea di Dodik, provocatoria o meno che sia, pare sempre più l’unico modo per mettere fine allo stallo istituzionale che di fatto dura da diciassette anni.

Tutti esempi che dimostrano come a quasi vent’anni di distanza, il frastuono della guerra produce ancora oggi i suoi sinistri echi. Come scrivevo lo scorso aprile:

Due decenni trascorsi tra conflitti prima e recriminazioni poi hanno lasciato profonde ferite nei Balcani; e noi che di quegli eventi siamo (colpevolmente) stati meri spettatori non conosceremo mai l’esatta dimensione dei costi umani e sociali di quei conflitti.