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Nel linguaggio aziendale si chiama Worst case: ossia il peggiore scenario possibile. Quello dellingovernabilità. Nessuna maggioranza chiara ma tre grandi minoranze zoppe. Nella storia repubblicana non era mai successo.
Il PD è il primo partito alla Camera, ma non è in grado di formare un governo; dall’altra parte il PDL ha perduto quasi la metà dei voti rispetto al 2008, eppure  quel una vittoria. Monti c’è ma è come se non ci fosse. Grillo, al contrario, è presente ma non c’è per nessuno. Al momento tutte le ipotesi di alleanze e combinazioni sono irrealistiche e contraddittorie, come gli pseudo-programmi dei partiti durante la campagna elettorale. E se i mercati sono il termometro dei nostri tempi, il crollo della Borsa di Milano (e di riflesso degli altri listini europei) non lascia molto spazio all’ottimismo.
E’ il quadro che risulta all’indomani delle elezioni. Le ultime della Seconda Repubblica. Una Terza non ci sarà e, al momento, tra la crisi dei partiti, il boom del voto di protesta, gli scandali di tangenti e gli attacchi speculativi al nostro debito pubblico, sembriamo ripiombati di colpo nella Prima.

Il dato saliente è che il PD è riuscito a perdere un elezione che si diceva vinta già da un anno e mezzo. Colpa dello scarso appeal di Bersani, dell’immortalità di Berlusconi o della convincente (?) irruenza di Grillo, si dirà. Non è solo questo.
La non-vittoria del PD è anche frutto del caso Monte Paschi, certo. Ma in questi due anni il partito ha perso l’occasione di rinnovarsi e, soprattutto, darsi un programma di interventi concreti che convincesse gli elettori di centrosinistra delusi a tornare alle urne. Troppo complicato. Si è preferito continuare con la retorica dell’antiberlusconismo, contribuendo di fatto alla resurrezione dell’avversario. E dimenticando che i problemi dell’Italia sono ben altri.
Ci voleva Renzi, si dice oggi. Peccato che a dirlo siano gli stessi ipocriti che durante le primarie lo definivano come un “uomo di sinistra che parla come uno di destra”, o come “l’infiltrato di Berlusconi”, senza rendersi conto che l’endorsement (parola tanto brutta quanto di moda) del Cavaliere serviva proprio a screditare il sindaco di Firenze agli occhi dell’elettorato, evitando così il confronto alle urne con un rampante candidato che lo avrebbe messo in difficoltà certamente più del “comunista” Bersani.

Dall’altra parte, Berlusconi è riuscito a non perdere, nonostante i sei milioni di  voti in meno rispetto al 2008. Per strada, nei bar, al mercato sentiamo il sig. Rossi domandarsi “come hanno fatto gli italiani a votarlo ancora”, usando la terza plurale anziché della prima. Come se lui beneficiasse della nazionalità svedese o australiana.
Anche qui, le promesse da marinaio sull’Imu e l’affare Balotelli c’entrano poco. Troppo spesso si dimentica che l’Italia è un tessuto sociale le cui diramazioni spesse volte sfuggono alla nostra percezione. Così non ci sono soltanto padri e madri di famiglia, giovani precari, tronisti e veline, ma anche i proprietari di uno o più immobili da condonare, gli evasori con capitali all’estero da scudare e i disoccupati pronti a vendere il proprio voto per 20 euro ai candidati suggeriti dalla locale “famiglia”. Una galassia che non ha ideali da inseguire, ma interessi da difendere. A cui si aggiungono i tanti, troppi anziani che votano a simpatia e le persone medie che non leggono i giornali e si informano solo dalla tv.
I 117 seggi conquistati al Senato faranno del PDL l’ago della bilancia nel quadro della configurazione politica appena uscita dal voto. Una moneta di scambio che assicurerà la stabilità del futuro governo in di fronte di precise garanzie per quanto riguarda gli interessi e le aziende di chi sappiamo.

E poi c’è Grillo. Ennio Remondino su Globalist:

Su una cosa Beppe Grillo ha avuto indubbiamente ragione: “Sconquasseremo tutto il vecchio sistema partitico”. Bersaglio centrato. Ora occorre capire come evitare che questo voto sconquassi quanto resta degli equilibri economici e sociali di una Italia già in fortissime difficoltà. Certamente il vecchio sistema politico che ci era noto è scardinato. Conta poco che Bersani non abbia vinto e che Berlusconi non abbia perso, e che Monti si sia scoperto un ben piccolo centro. Conta la necessità di andare oltre. Perché la rabbia che ha mosso il voto a 5stelle c’è, e brucia qualsiasi altra memoria o prassi consolidata di protesta politica o di forma di aggregazione ideologica.

Davvero è tutto merito di Grillo? Il voto di protesta esiste in tutti i Paesi democratici: nelle ultime presidenziali in Francia Marine Le Pen ha preso il 18%. Ma oltralpe – come altrove – il sistema politico è in grado di assorbire questo voto senza subirne la deflagrazione. Da noi no. Perché il  problema del sistema Italia (Casta a parte) sono le istituzioni e le leggi che le regolano.

Della legge elettorale abbiamo detto tutto il male possibile. I difetti non risiedono soltanto nelle tanto vituperate liste bloccate, bensì anche nell’irrazionale sproporzione che c’è tra il premio di maggioranza per il primo partito alla Camera e quello su base regionale al Senato. In un sistema a bicameralismo perfetto, ciò si traduce nel caos. In quale altro Paese al mondo  al primo partito – per mezzo punto percentuale – spettano cento seggi più del secondo in un ramo del Parlamento, mentre nell’altro ne racimola appena due in più?
Linkiesta, partendo da un’analisi dei flussi di voto dell’Istituto Cattaneo, trae queste conclusioni:

quello che dicono i dati è chiaro: l’Italia è cambiata. Ora non si tratta tanto di capire chi abbia vinto di più (o piuttosto perso di meno). La débacle dei due maggiori partiti, e la crescita di un terzo, del tutto nuovo, soggetto politico, dicono tante cose. Lo scontento degli italiani, l’impopolarità della classe politica, la difficoltà delle riforme sono tutte cose vere e importanti. Ma il punto nodale sembra uno solo: di fronte alle difficoltà del Paese, il modello del bipolarismo, più o meno perfetto, non ha funzionato. Non sono bastate né primarie né cavalcate televisive. Questa tornata elettorale d’inverno spazza via l’ultimo suo sogno perseguito per vent’anni. Le cose sono cambiate, Berlusconi c’è ancora, il Pd anche. Ma la seconda Repubblica finisce qui.

Già, le difficoltà del Paese. Ho già spiegato che la debolezza strutturale dell’economia italiana è data da un sistema burocratico troppo legato agli interessi di pochi, piuttosto che quelli della collettività. Sono 20 anni che si discute di riforme, liberalizzazioni, misure per liberare il potenziale di crescita inchiodato da un decennio a percentuali da prefisso. Cosa si è fatto di concreto? Nulla, ovviamente. Da un lato, il populismo. Dall’altro, la pochezza di idee concrete per affrontare i mali che affliggono l’Italia. In mezzo, l’incertezza e la sensazione, bruciante, di aver perso l’ennesima occasione per presentare qualcosa di realmente nuovo.

O per proseguire lungo una strada già intrapresa. Come voleva l’Europa.

Come già avvenuto in Grecia, le elezioni italiane sono lo spartiacque di quello che sarà il futuro dell’eurozona e, di conseguenza, della stessa Unione dei 27. Con la differenza che l’Italia – in termini di PIL e debito – “pesa” molto, ma molto più di Atene. Da qui le preoccupazioni della stampa estera per i possibili riflessi del voto sulla stabilità dell’euro.
Non a caso, come l’anno scorso all’ombra dell’Acropoli, quest’anno a Roma sono transitati i leader europei in cerca di risposte. L’obiettivo minimo doveva essere quello di avere una maggioranza abbastanza forte per continuare con la strada fatta finora. Ma il risultato delle elezioni politiche parla di un chiaro rifiuto della politica di rigore portata avanti da Monti, grande sconfitto di questo scrutinio. Un vero e proprio avvertimento all’Europa (leggi: alla Germania).
Secondo il Guardian, per il quale le elezioni italiane sono state un “trionfo della democrazia che farà uscire il paese, e l’Europa, dal dogma dell’austerità”, le prospettive per il Belpaese sono due: uscire dall’euro e incamminarsi verso la ripresa economica; o restare definitivamente nelle mani dei banchieri europei. In entrambi i casi l’Europa ricorderà questo momento. E anche noi. Rimane il fatto che, sommando i voti di Grillo e quelli del PDL, più della metà degli italiani appoggia formazioni dichiaratamente contro Bruxelles.
Lucio Caracciolo su Limes:

Vista dal resto del pianeta, e soprattutto dell’Eurozona, l’Italia è una mina vagante. Ora più che mai emergono le sue dimensioni sistemiche. L’ingovernabilità dell’Italia equivale al rischio di crisi della costruzione europea, a cominciare dall’euro. Finora abbiamo sopperito alle vaghezze del sistema istituzionale nostrano e all’inesistenza di efficienti meccanismi politici e partitici con forme di eterodirezionesoft.
Un nome sopra tutti: Mario Draghi. Senza la sua peculiare interpretazione dello statuto della Banca Centrale Europea l’Italia sarebbe andata in default già nella scorsa estate. L’exploit di Draghi è stato reso possibile da due condizioni convergenti: la faticosa intesa fra Stati Uniti, Germania e altri partner europei che ha dato via libera agli acquisti massicci di bond italiani da parte di Francoforte; e la presenza in Italia di un bottone da premere, l’esecutivo Monti.
Ora chiunque volesse teleguidare la politica economica e fiscale italiana, per limitarne gli effetti catastrofici sul sistema euro, non saprebbe quale tasto spingere.

Quando un governo sarà formato – non è detto che ciò avvenga presto – ci accorgeremo che il bipolarismo del prossimo futuro non sarà più tra centrodestra e centrosinistra (vale a dire, tra i pro e i contro Berlusconi, stella polare dell’ultimo ventennio tricolore), ma tra chi sarà a favore delle politiche della UE e chi invece sarà contro. Tutto a beneficio dell’incertezza.
Recita un’antica maledizione cinese: “possa tu vivere in tempi interessanti“. I nostri, certamente, lo sono.

Altro che luce in fondo al tunnel. I dati Cerved sulle imprese italiane parlano del 2012 come l’anno peggiore dall’inizio della crisi: lo scorso anno, infatti, hanno chiuso i battenti 104mila aziende italiane, messe al tappeto da fallimenti (12mila), liquidazioni (90mila) e procedure non fallimentari (2mila) con un boom dei concordati preventivi.
Dal 2009 sono fallite più di 45mila imprese, quasi la metà nel settore terziario, ma secondo il Cerved è stata l’industria a subire l’impatto maggiore della recessione: il totale delle aziende manifatturiere insolventi tra 2009 e 2012 ammonta al 5,2% di quelle che avevano depositato un bilancio valido all’inizio del periodo considerato, contro il 4,6% nelle costruzioni e al 2,2% nel terziario.
La crisi piccola e media impresa, spina dorsale dell’apparato produttivo nazionale e un tempo orgoglio tricolore nel mondo, non accenna affatto a placarsi.

La grande industria, invece, è sempre più nel mirino della magistratura. Ciò che unisce Ilva, Monte Paschi, Saipem e Finmeccanica è l’essere tutte società strategiche per lo sviluppo lasciate nello stallo fino a quando i giudici non sono costretti a intervenire. E se le poche grandi aziende italiane devono il loro destino alla sola azione giudiziaria vuol dire che qualcosa non va.
Il caso Finmeccanica (di cui Report aveva parlato già nell’ottobre 2010) è solo l’ultimo in ordine di tempo. L’amministratore delegato Giuseppe Orsi ha sempre contato su una fitta rete di appoggi in tutti i momenti chiave della sua carriera: prima per arrivare alla presidenza poi per difenderla della inchieste giudiziarie. Ma non è tutto. Orsi è stato non solo l’ultimo manager pubblico nominato dal governo Berlusconi (il 4 maggio 2011), ma anche il primo che ha avuto una nomina dal governo Monti. Il primo dicembre 2011 infatti l’ex numero uno dell’Agusta è stato nominato anche presidente della capogruppo Finmeccanica, in seguito alle dimissioni di Guarguaglini. Possibile che i tecnici non avessero un piano B o una lista di nomi credibili per garantire l’interesse nazionale, rappresentato dalla corretta gestione di una delle nostre aziende di punta? In altre parole, possibile che i tecnici non potessero agire diversamente dai tanto vituperati politicanti che li hanno preceduti (e che li seguiranno)?

Una volta c’era la grande impresa pubblica simboleggiata dall’IRI, motore trainante della ripresa italiana dopo il crollo del ’29. E nell’immediato dopoguerra furono aziende come l’ENI di Enrico Mattei e la Finsider di Oscar Sinigaglia a contribuire al miracolo economico del Paese. Cosa è andato storto da allora?
A partire dagli anni Sessanta, le grandi aziende pubbliche sono diventate sempre più ostaggio di scelte politiche o “sociali”. Scelte – come l’industrializzazione del Meridione o il contenimento del tasso di disoccupazione – politicamente giustificabili, ma economicamente insostenibili. In altre parole, in quegli anni la grande industria serviva a fornire lavoro alla gente e poltrone ai partiti, poco importava se ciò avvenisse in perdita. L’incapacità di comprendere per tempo il rapido mutamento degli scenari internazionali avrebbe poi portato al crollo negli anni Settanta (in conseguenza dello choc petrolifero) e poi ancora negli anni Ottanta, quando le perdite dell’industria di Stato furono ripianate dalla spesa pubblica in deficit. L’industria petrolchimica, in crisi dopo lo choc del ’73, fu sovvenzionata per decine di migliaia di miliardi di vecchie lire. Stesso discorso per la Finsider (1.700 miliardi di perdite ogni anno) e per per colossi come Sir e Liquichimica, falliti a pochi anni dalla creazione. E come non ricordare i contribui a fondo perduto all’industria privata per eccellenza, ossia la FIAT, di fronte alla minaccia dei licenziamenti di massa? Ma andava bene così: scopo del settore secondario non era il profitto, bensì creare occupazione e consenso.
L’era della grande industria pubblica finì negli anni Novanta, quando la politica di privatizzazioni incoraggiata dall’Europa (il Britannia vi dice qualcosa?) portò alla dismissione – e alla perdita – di molti dei settori più tecnologicamente avanzati che l’Italia potesse vantare: dalla chimica all’informatica, dall’elettronica di consumo al nucleare. Danno a cui si aggiunse la beffa, se pensiamo che il salvataggio fallito dell’industria pubblica e le generose sovvenzioni a quella privata hanno contribuito non poco all’esplosione del nostro debito pubblico.
E con l’industria pubblica, in Italia è  finita di fatto anche la politica industriale. Semplicemente perché i governi della Seconda Repubblica hanno rinunciato all’incombenza di elaborarne una.

Linkiesta esamina causa ed effetti di questa attuale condizione:

gli scandali, nella macabra contabilità pre elettorale in perfetta par condicio giudiziaria (Mps in quota Pd, Eni in quota Pdl e Finmeccanica in quota Lega), dovrebbero anche suggerire una riflessione che coinvolge quel che resta della grande impresa italiana. Ai casi finiti nel tritacarne mediatico potremmo infatti aggiungere i guai della nuova vecchia Alitalia privatizzata, la Telecom oberata dai debiti e a controllo semi spagnolo, passando per la Fiat sempre meno europea, coi suoi stabilimenti italiani semivuoti e in cassa integrazione; ognuno con i suoi specifici problemi di governance, di scandali, di investimenti, di strategia industriale, di management, di liquidità e di quote di mercato.

In Italia usciamo da un ventennio in cui il “piccolo è bello” è stato culturalmente e mediaticamente egemone

Una vulgata talmente sedimentata che, ancora nel 2009, un ministro potente come Giulio Tremonti che di quella stagione fu ideologo e suggeritore, poteva magnificare ai convegni di Fondazione Edison la tenuta del sistema Italia: «abbiamo 100 distretti e 8 milioni di partite Iva che non cambierei con i 50 campioni industriali francesi…»
L’ideologia dello “sviluppo locale” è stata in fondo reattiva alla stagione precedente del Primo e Secondo Capitalismo (quello privato delle grandi famiglie e quello pubblico del sistema Iri) addensato sul triangolo industriale Milano-Torino-Genova, teatro e cassa di risonanza del miracolo economico italiano.

In verità negli anni Novanta ci fu una finestra per irrobustire il sistema industriale uscito negli anni precedenti da settori strategici come l’informatica, la chimica, la farmaceutica e l’elettronica di consumo: tra il 1992 e il 2007 l’Italia, con 137,9 miliardi incamerati e 139 società che passano di mano, è il paese europeo che dismette più patrimonio pubblico. Ma quell’occasione l’abbiamo sprecata. Dalle spoglie dello stato imprenditore esce fuori una sorta di neo monopolio privato, costruito su scatole societarie più orientate al controllo che alla crescita e allo sviluppo internazionale.

Ammainata la bandiera del grande capitalismo, la globalizzazione e poi l’ultima crisi mondiale s’incaricano di completare il lavoro. Il capitalismo dei Piccoli, il sistema di subfornitura di beni tradizionali a minor valore aggiunto abituato a competere in un mondo chiuso, protetto dalla svalutazione della lira che riallineava i salari con i guadagni di produttività quando i primi divergevano dai secondi, mostra inevitabilmente la corda.

In breve, l’Italia industriale alla vigilia del voto si trova davanti ad un doppio ostacolo. Nel suo versante “popolano” e di territorio annaspa, in molti casi continua ad essere scarsamente patrimonializzato, ha poca dimestichezza con la rivoluzione tecnologica, è troppo minuto e ripiegato su un mercato domestico dai consumi in caduta. Nel suo versante “borghese” e di grande industria si è invece troppo diradato, in alcuni casi travolto da scandali giudiziari, in altri deciso ad emigrare o addirittura a scomparire. Di questo secondo versante se ne parla troppo poco. Sbagliando.

Nel frattempo in Italia sono planati gli stranieri, facendosi beffe di teorie e sofismi che tanto piacciono ai nostri intellettuali: Parmalat, Bulgari, Edison, Avio, ceramiche Marazzi, Cariparma, Bnl e tanti altri gioielli sono passati di mano. Tra poco seguirà Ansaldo Sts. Poi ci sono le mire cinesi sul lusso e la tecnologia tricolore, le ambizioni tedesche sui trasporti e le multinazionali che se ne vanno dal Belpaese. Senza muscoli e senza politica industriale per giocare le guerre di mercato, la nostra industria è vulnerabile allo shopping straniero. Allo stesso tempo sta implodendo il modello di industrializzazione forzata applicato al nostro meridione, grande impresa più indotto dedicato (e artificiale).

E la politica non sembra avere le competenze – né tanto meno la voglia – per invertire questa tendenza.

Un esempio? La vicenda Fincantieri.
L’azienda navalmeccanica di Stato versa in crisi a causa dei suoi problemi di sovradimensionamento. Chi invece compete a livello internazionale - al di là degli scandali recenti - è Saipem. L’azionista di controllo di entrambe è il medesimo (per la prima attraverso Eni, per la seconda mediante Fintecna), cioè il Ministero dell’Economia. Eppure le due aziende sembrano aver interrotto i rapporti, dopo che a fine 2010 i lavori sulla piattaforma Scarabeo 8 furono spostati, in corso d’opera, dalla Fincantieri di Palermo ai norvegesi di Westcon.
Sarebbe interessante capire perché il governo non sia riuscito a coordinare le attività di due aziende, peraltro entrambe statali e in grado di competere a livello mondiale, in modo da massimizzarne il potenziale rapporto di cliente-fornitore. E da risollevare l’azienda navalmeccanica dalla crisi profonda in cui è precipitata.

Ancora. Nella campagna elettorale in corso si parla di tasse (troppe) e di posti di lavoro (pochi). L’idea di fondo è che, se le prime calassero, i secondi salirebbero. Invece i numeri dimostrano che i problemi sono ben altri.
Il “Pocket World In Figures 2013” dell’Economist è un volumetto di 250 paginette di classifiche che mettono a confronto i diversi Paesi del mondo nei settori più disparati: l’economia, la finanza, il turismo, l’industria, le tecnologie, la demografia. Tutti campi in cui l’Italia fa molto peggio degli altri.

Prendiamone uno: l’innovazione. Tanti dicono che il sistema imprenditoriale non investe in innovazione. La ragione è culturale, secondo alcuni. Anche qui, la realtà dice tutt’altro: nel pubblico, c’è una resistenza invincibile, mentre per le start-up mancano preparazione adeguata (colpa delle università) e contratti flessibili.
Simone Cabasino su Noise from Amerika spiega quali siano i fattori che ostacolano l’innovazione in Italia, giungendo a queste conclusioni:

Certamente esistono contro-esempi di innovazione di successo in Italia, nonostante i fattori a cui ho accennato, ma spero che alcuni concetti chiave siano condivisibili:

  • l’innovazione è rischio e bassa probabilità di successo, ma alti profitti (in caso di successo!) e questi non sono tipicamente obiettivi di buon management pubblico
  • le grandi imprese pubbliche hanno giuste logiche che impediscono questo tipo di rischio
  • le PMI (che vogliono avere elevate probabilità di sopravvivere) hanno solo una piccola frazione di risorse da rischiare per l’innovazione
  • il finanziamento pubblico per l’innovazione andrebbe eliminato e le risorse liberate restituite alle imprese come minor tassazione (quale miglior incentivo per un imprenditore e per i lavoratori avere salari netti più alti in caso di successo?)
  • le università, spesso realizzate per motivi campanilistici, senza meccanismi punitivi, non hanno seri meccanismi per promuovere l’eccellenza e quindi producono masse di giovani meno che mediocri
  • le rigidità  contrattuali non sono un ausilio all’innovazione tecnologica

Può essere che il paese scelga di continuare a vivere con grandi imprese pubbliche e PMI molto tassate, ma incentivate con finanziamenti pubblici. Può essere che si voglia mantenere il valore legale del titolo di studio e a finanziare università e facoltà di scarso valore senza seri meccanismi di competizione. Può essere che si mantenga il divieto di attivare contratti di collaborazione o contratti a progetto.
Nessun problema: saremo un paese di pizzerie e ristoranti sul mare. Affrettatevi però a cercare la concessione per un pezzo di spiaggia.

La maratona negoziale sul bilancio europeo 2014-2020 è ancora in corso. Si discute sia per il tetto complessivo che per quanto riguarda la suddivisione tra i capitoli di spesa.
In novembre le trattative erano fallite per la difficoltà di trovare un compromesso tra i paesi (tra cui Italia e Francia) che vorrebbero mantenere al livello attuale le risorse destinate al budget europeo e i governi che propongono riduzioni di spesa, come Regno Unito e Germania.
Allora il premier britannico David Cameron aveva proposto una sostanziale riduzione del budget di almeno 30 miliardi sui 973 proposti dal presidente del consiglio europeo Herman Van Rompuy, uscendo (a parole) come il vincitore della contesa. Forte di questo risultato, Cameron ha così avuto l’ardire di promettere all’opinione pubblica un nuovo accordo con l’Ue prima di indire un referendum sulla permanenza nella stessa entro la fine del 2017. Secondo la stampa britannica il discorso ha lasciato molti dubbi sul futuro e, in ogni caso, si fa presto a dire referendum.

Per sapere come sono ripartite le entrate e le spese nell’Unione Europa si può consultare questa infografica del Guardian.
L’ultima notte di trattative ha portato a una riduzione della spesa di 34,4 miliardi di euro. Per quanto se ne sa ora, rivendicano un successo sia quelli che chiedevano un taglio alla spesa come il Regno Unito, sia quelli che invece chiedevano di non tagliare i finanziamenti degli stati membri all’Unione.
Ma se tutti si dicono vincitori pur partendo da posizioni così divergenti, chi è che ha vinto davvero?

In realtà va sempre così, secondo Le Monde: i negoziati sul budget Ue prevedono sempre uno scontro iniziale e un accordo al ribasso. L’Europa attraversata dalla più grave crisi economica e sociale dal dopoguerra, si limita a semplici aggiustamenti marginali. E neanche i sostenitori di un bilancio generoso, sono molto convinti dell’effettivo valore di questo strumento. Il risultato è che tutti cercano di ridurre il loro contributo. Ha cominciato il Regno Unito e adesso tedeschi, svedesi, olandesi e austriaci stanno cercando di fare lo stesso. E paradossalmente tutti giocano sul divario fra le spese promesse e le spese realmente fatte per riconciliare i paesi contributori e quelli beneficiari.

Curioso, poi, che l’ammontare complessivo del budget 2014-2020 – un trilione di euro – corrisponda più o meno allo stesso ordine di grandezza dell’evasione fiscale nel Vecchio continente. Come dire che se la “guerra” alla fuga dei capitali all’estero ormai inaugurata da tutti leader dei 27 si concludesse con un successo, non ci sarebbero più queste risse da bar in sede di Consiglio Europeo per decidere dove andare a prendere le risorse tramite cui contribuire alla ripresa dell’Unione. Ma quella di Bruxelles rischia di essere una sfida ai mulini a vento ed è sintomatica della (dis)unità di intenti che alberga in seno all’impalcatura europea.
Cecilia Tosi su Limes apre uno squarcio sui paradisi fiscali all’interno della UE:

il metodo preferito dagli europei per pagare meno tasse non è quello di andare alle Cayman, ma di lasciare i propri capitali in Europa. Perché la Ue non è un’unione fiscale né tanto meno tributaria e ognuno dei 27 paesi membri può applicare le aliquote che vuole, creando un mercato europeo del conto corrente che si adatta a tutte le tasche.
 I paradisi dove arrivano i capitali in fuga non sono più dietro la porta - la Svizzera non è più una meta così gettonata - ma direttamente dentro casa, anche in membri fondatori dell’Unione come Paesi Bassi e Belgio.
La Commissione europea ha quantificato il costo dell’evasione fiscale per gli Stati dell’Unione a 1 trilione di euro l’anno. Significa che nel 2012 i 27 membri avrebbero avuto a disposizione mille miliardi di euro in più se nessuno avesse presentato una falsa dichiarazione dei redditi o spostato le proprie ricchezze in un posto diverso da quello dove le ha guadagnate.

In totale, pare che da Amsterdam passino 13 mila miliardi di dollari stornati al fisco altrui.

Ma basta fare due passi più a sud per arrivare in un altro paradiso. Il quotidiano economico fiammingo De Tijd ha appena pubblicato un’inchiesta sugli strumenti finanziari più remunerativi concludendo che il Belgio fornisce accoglienza fiscale a circa il 20% delle più grandi società al mondo. Le prime 25 disporrebbero, secondo il giornale, di 336 miliardi di fondi sistemati a Bruxelles per un “risparmio fiscale” pari a 25.4 miliardi.

Con tutta questa concorrenza, i paradisi fiscali “tradizionali” sono costretti a raccattare le briciole.

…Così come i Paesi (l’Italia, ad esempio) dove la fedeltà fiscale dei contribuenti lascia molto a desiderare.

Per avere un’idea del perché l’Italia sia ai margini del panorama internazionale, basta dare un’occhiata a questi due esempi.

Il Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militareil generale Giuseppe Bernardis, in un libro intitolato “Missione Libia 2011. Il contributo dell’Aeronautica Militare”, svela che i bombardamenti dei caccia italiani sulla Libia sono stati tenuti nascosti per motivi politici. Ora, che i nostri caccia abbiamo colpito il suolo libico non è mai stato un mistero – benché il governo Berlusconi abbia sempre ufficialmente smentito -, ma a distanza di un anno, il generale Bernardis rivela pubblicamente i numeri della missione:

Negli oltre sette mesi di guerra in Libia, dal 19 marzo al 31 ottobre 2011, “è stata fatta un’attività intensissima – racconta – che è stata tenuta per lo più nascosta al padrone vero dell’Aeronautica Militare, che sono gli italiani, per questioni politiche, per esigenze particolari. C’erano dei motivi di opportunità, ci veniva detto, e noi chiaramente non abbiamo voluto rompere questo tabù che ci era stato imposto. Questo è il motivo per cui questo volume esce solo adesso, un anno dopo”.
Oggi dunque apprendiamo che velivoli italiani hanno condotto in sette mesi circa 1.900 sortite, per un totale di più di 7.300 ore di volo. Le missioni di bombardamento vero e proprio – autorizzate dal governo Berlusconi il 26 aprile, la prima venne effettuata il 28 nell’area di Misurata – sono state 456, solo considerando quelle di “attacco al suolo contro obiettivi predeterminati” (310) e quelle di “neutralizzazione delle difese aeree nemiche” (146), senza contare gli “attacchi a obiettivi di opportunità”, il cui numero è stato minore.

Parlando a braccio, il generale è però meno diplomatico e attribuisce questa carenza di informazione ad una precisa volontà politica di “non dire quello che si faceva”. “A volte per questioni di politica interna – ha detto Bernardis – si impedisce al Paese di svolgere al meglio il suo ruolo di politica estera e questo non è possibile: non si voleva che si parlasse di questa missione perché c’era una situazione critica di politica interna”.

E sempre dei motivi di opportunità imposero al governo di richiedere con insistenza che le operazioni belliche fossero condotte sotto l’ombrello della NATO, causando un duro confronto diplomatico con la Francia, contraria a conferire il mandato all’Alleanza Atlantica. Allora Berlusconi dichiarò di aver ottenuto un successo diplomatico; in realtà si trattò di un copione già visto: il classico ricorso al “vincolo esterno” con cui i vari governi sono soliti annunciare al pubblico le cose politicamente impresentabili. Con la differenza che invece del solito “ce lo chiede l’Europa”, l’esecutivo disse: “ce lo chiede la NATO”. E poco importava che fossimo stati noi (perdonate il bisticcio di parole) a chiedere di chiedercelo.

Altro capitolo: la Palestina. L’Italia, che dapprima aveva annunciato di astenersi, alla fine ha votato per il sì.
Secondo Europa,la scoperta di un’autonomia forte italiana nell’arena internazionale sta diventando un tratto distintivo di questo governo:

L’Italia, se vuole essere una nazione credibile sul piano economico, e con la quale dunque fare business, deve dimostrare di avere un alto profilo politico riconosciuto. Non più paese “minore” e quasi sotto tutela americana – a distanza di ventitré anni dalla caduta del Muro! – ma attore forte e autonomo, nazione-cerniera tra due sponde del Mediterraneo, come si addice alla sua posizione geografica e alla sua storia. Monti è apparso consapevole, fin dall’inizio del suo mandato, dello stretto nesso che deve esserci tra capacità di fare politica sul piano internazionale, crescita dello status dell’Italia e della sua credibilità, e possibilità di uscire dalla crisi economica, restando nel club delle potenze mondiali.

In questo quadro va visto il sì italiano all’innalzamento dello status della Palestina all’Onu. Va visto come innanzitutto una prova di forte soggettività italiana, che in molti non si aspettavano. In passato si sono mitizzate le posizioni mediterranee dei Moro, degli Andreotti e dei Craxi, ma nessuno prima di questo governo aveva “osato” tanto, smarcandosi apertamente da Washington e da Tel Aviv. E questo non è avvenuto in ossequio a una scelta “filoaraba”, come sarebbe apparso evidente in passato, ma in virtù di una capacità nuova di usare pienamente la propria forza politica e diplomatica su tutti i fronti, sapendo anche dire no a richieste irricevibili di amici e alleati storici.

Peccato che, per essere credibili, bisogna essere innanzitutto coerenti. Una qualità di cui il nostro Paese sembra non disporre.
Lettera 43 svela questo retroscena:

Poteva essere il momento del riscatto per il ministro degli Esteri italiano, Giulio Terzi di Sant’Agata. E, invece, il modo rocambolesco con cui l’Italia ha annunciato sul palcoscenico internazionale il suo sì all’ingresso della Palestina come Stato osservatore alle Nazioni unite è stata la dimostrazione dell’estrema debolezza del suo mandato.
LA POSIZIONE DELL’ASTENSIONE. Il nobile bergamasco, arrivato al ministero nel novembre del 2011 dopo la caduta del governo di Silvio Berlusconi, sosteneva la posizione ambigua dell’astensione, discostando Roma dalla linea non ufficiale dell’Unione europea. Una scelta diplomaticamente debole e strategicamente miope.
Dopo anni di discredito internazionale, infatti, l’Italia sta cercando di guadagnare peso a Bruxelles. E proprio il Medio Oriente trasformato dalla Primavera araba offre l’occasione di cambiare rotta, ottenendo importanti ritorni sul piano geopolitico.
SCAVALCATO DA MONTI. La posizione del ministro era perdente in partenza e ha lasciato poche strade al premier Mario Monti e al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. La soluzione – necessaria – è stata presa senza grosse remore: Monti ha chiamato Tel Aviv per annunciare il sì, dopo che lo stesso ambasciatore israeliano a Roma aveva ottenuto tutt’altre rassicurazioni.
Pur nel linguaggio felpato della diplomazia, la lettura è univoca: la Farnesina è stata scavalcata e l’autorevolezza del ministero messa in discussione di fronte al mondo.

Partiamo da un punto: i cambiamenti climatici sono in atto. Molti lo negano, finanche a negarne l’evidenza, ma sono in atto. E la correlazione tra questi fenomeni e l’aumento abnorme delle precipitazioni è un fatto ormai dimostrato. Il MIT stima che per ogni aumento di 1°C della temperatura globale, le regioni tropicali vedranno il 10% in più di precipitazioni estreme, con sempre più probabili inondazioni nelle regioni densamente popolate. E tra gli effetti collaterali del cambiamento climatico potrebbe emergere un fenomeno che fin qui non era stato preso in considerazione: ci sarà meno vento. Si avranno pochi uragani, ma più forti. Sandy è l’esempio lampante di questa drammatica evoluzione.

L’intensificazione dei fenomeni meteorologici estremi ha conseguenze anche nel nostro Paese: sull’Italia piove in modo sempre più fitto. Nelle ultime 48 su Liguria e Toscana è piovuta tanta acqua quanta ne cadeva in sei mesi solo pochi anni fa. E per le due regioni, come spiega Il Cambiamento, si tratta di una catastrofe annunciata:

Le due regioni sono fra le peggiori: il 98 per cento dei comuni toscani, 280 in totale, ed il 99 di quelli liguri, 232, sono a rischio idrogeologico. Significa che in caso di forti precipitazioni, come quelle avvenute durante il fine settimana alluvioni e inondazioni sono praticamente inevitabili. In Liguria è a rischio tutta la fascia costiera, che occupa una frazione minima del territorio della regione (il 5 per cento) ma ospita il 90 per cento della popolazione. In Toscana 680mila persone sono quotidianamente esposte al pericolo di frane e alluvioni.
Al resto della penisola non va poi così meglio. Secondo Legambiente sono 6.633 i comuni italiani in pericolo per la fragilità del suolo. 8 comuni su 10. L’82 per cento delle amministrazioni ha a che fare con questo problema e in ben 5 regioni la minaccia riguarda il 100 per cento del territorio: Calabria, Molise, Basilicata, Umbria, Valle d’Aosta. Oltre 5 milioni di persone sono in pericolo in tutta Italia.
Il clima impazzito mette a nudo tutte le miserie del genere umano. il cambiamento climatico è una enorme lente d’ingrandimento , che ingigantisce i problemi, li rende più visibili e più pericolosi. Diventa così evidente, d’un tratto, tutto il potenziale distruttore della cementificazione selvaggia, vera e propria piaga italiana, concentrato di tutti i mali della nostra nazione (mafia, politica collusa, cattiva urbanistica, disinteresse per l’ambiente).

Negli ultimi 30 anni abbiamo cementificato circa 6 milioni di ettari: praticamente un quinto del territorio italiano. Oggi si contano 10 milioni di case vuote. Eppure si continua a costruire, consumando i suoli fertili. Perché? In Italia il cemento è sempre l’unica forma di sviluppo prevista.
Senza edilizia non c’è crescita, non c’è occupazione, non c’è il segno + davanti al dato sul PIL. Si può dire che l’Italia è una repubblica fondata sul cemento. O sarebbe meglio dire af-fondata, come ho spiegato un anno fa. Troppe licenze edilizie concesse con troppa disinvoltura da parte delle amministrazioni comunali. Ma su un territorio instabile come quello del Belpaese, privo di una qualunque elementare forma di pianificazione, certi spropositi provocano tragiche conseguenze.
Gli allagamenti in Toscana (dove sono stati battuti tutti i record di precipitazioni) sono il frutto di cinquant’anni di abusi. Stesso discorso per la Liguria, che secondo Greenreport:

è l’esempio dello sfascio pendulo nel quale la rendita edilizia, non sempre e non necessariamente illegale, ha trasformato il territorio italiano, delle “messe in sicurezza” solo per costruire ed appesantire il territorio con nuovo cemento ed infrastrutture che cambiano la situazione e generano nuovi rischi, dell’edilizia “contrattata”, delle “varianti, delle deroghe, che non tengono conto né delle mutate condizioni ambientali all’era del Global warming né delle mutazioni subite da un territorio a rischio abbandonato a monte e saturato a valle dall’uomo, privo di vera e sistematica manutenzione, mentre si investe in grandi opere, Tav, strade che finiscono sott’acqua… e tutto questo come se nelle fosse accaduto, nulla accadesse e nulla potesse accadere.

A tutto ciò si aggiunge l’inchiesta della procura di Genova sulla falsificazione dei dati riguardanti l’alluvione del novembre 2011 e in particolare la tempistica di esondazione del Fereggiano.
Quale sarà la prossima regione colpita dalle bombe d’acqua? Forse l’Abruzzo, dove i cantieri si sprecano, e dove nei giorni scorsi è stato lanciato l’allarme per le grandi piogge in arrivo. Ma ciò non ha minimamente sensibilizzato i politici locali a fare una prudente riflessione sull’opportunità di frenare l’avanzata del cemento.

E chi pensava che il governo dei tecnici potesse scrivere la parola fine a questa piaga si è dovuto ricredere. E’ vero che pochi giorni fa governo e le regioni hanno raggiunto l’accordo sul ddl contro il consumo di suolo agricolo, in cui è stata peraltro introdotta una moratoria che impedisca il consumo di superficie terriera, ma… fatta la legge, trovato l’inganno. Secondo l’assessore regionale toscana Anna Marson: “il testo dichiara di voler tutelare i suoli agricoli e limitarne il consumo, ma nei suoi dispositivi concreti prevede che sia determinata a livello nazionale la quantità di nuove superfici edificabili, e che essa venga poi ripartita tra le Regioni“. Da qui il concreto “rischio che la legge porti a peggiorare il consumo di suolo in atto, e addirittura a produrne di nuovo.
Inoltre, un articolo di un ddl “sulla semplificazione” apre un varco alla cementificazione anche delle porzioni protette del nostro martoriato territorio. Sottolinea Il Fatto Quotidiano: Mario Monti è il primo Presidente del Consiglio ad esser anche membro del consiglio di amministrazione del FAI (Fondo Ambiente Italiano). Forse è venuto il momento di scegliere: proteggere l’ambiente e contemporaneamente spalancare la porta al cemento sarebbe troppo anche per un politico italiano di professione. Figuriamoci per un tecnico.

Se l’Italia viene lasciata (metaforicamente) affogare nel cemento prima, non possiamo stupirci che poi affoghi (concretamente) nelle valanghe d’acqua che ad ogni autunno irrompono nelle zone più instabili. Un anno fa Ermete Realacci denunciava:

Mentre ancora si scava nel fango per cercare i dispersi dell’alluvione ha colpito Liguria e Toscana, mentre la fragilità del territorio accresce con eventi meteorologici sempre più estremi, l’incapacità del Governo nel far fronte alle priorità del paese, come quella di mettere in sicurezza il territorio dal rischio frane e smottamenti, è diventata intollerabile”.

Ok, il governo in questione era quello Berlusconi, ma con i tecnici la musica è rimasta la stessa. Il problema è tanto chiaro quanto di difficile soluzione. Perché i cambiamenti climatici sono troppo rapidi per la proverbiale lentezza della nostra classe dirigente. Tecnica o politica che sia.

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[UPDATE 14 novembre]

Linkiesta pubblica questa analisi: La buona urbanistica può salvarci dai cambiamenti climatici

Nel mondo ci sono 647 trilioni di dollari (647.000.000.000.000!!!) di attività finanziarie in derivati, (secondo altre stime sarebbero quasi il doppio). Purtroppo una parte di questi titoli bomba si annida all’interno del nostro debito pubblico, minandone la stabilità.

In febbraio L’Espresso riporta che il 3 gennaio scorso, in gran silenzio, il ministero dell’Economia ha estinto una posizione in derivati per 2,567 miliardi di euro con Morgan Stanley. L’episodio riapre comunque la questione della trasparenza delle operazioni in derivati che sono gestite dal Tesoro nella più totale opacità: nessuno sa a quanto ammontano e una volta all’anno viene comunicato (agli uffici di statistica) il guadagno o la perdita complessivamente registrata su quel tipo di operazioni. Benché di primaria importanza, la notizia passa quasi sotto silenzio finché non viene ripresa da Bloomberg. Da lì la stampa italiana mostra qualche segno d’interesse, prima che la vicenda torni (fortunatamente per il governo) nel dimenticatoio.
Io ne ho parlato qui:

l’Italia ha fatto un ingente (ab)uso di strumenti finanziari nel periodo tra il 1998 e il 2008. Per la verità le speculazioni avevano preso avvio due anni prima, ma è stato sotto Tremonti che questa prassi ha conosciuto un netto incremento. Si parla in particolare di cross-currency swap e interest rate swap, ma anche cessioni di crediti in cartolarizzazioni. Fino al 2008 l’Italia ha guadagnato un ricavo di 8 miliardi, ma con l’avvio della crisi il trend deve essersi invertito, per quanto non esistano dati certi per mancanza di informazioni ufficiali.
Ma la discrepanza tra tassi di mercato e interessi pagati segnalata dal Fatto quotidiano rappresenta una prova circostanziale che tali contratti sono ora in perdita, sebbene sia impossibile stabilire di quanto.

Il 7 giugno l’agenzia ASCA pubblica questa notizia:

Il ‘nozionale’ complessivo degli strumenti derivati a copertura di debito emesso dalla Repubblica italiana, ovvero il capitale nominale di riferimento di tali contratti, ammonta a circa 160 miliardi di euro, circa il 10% rispetto ai 1.617 miliardi di titoli in circolazione a fine febbraio 2012. Lo scrive il ministero dell’Economia in una risposta scritta da una interrogazione del senatore IdV, Elio Lannutti in ordine al debito pubblico italiano e all’uso di prodotti derivati. Degli strumenti derivati in essere, circa 100 miliardi sono interest rate swap; 36 miliardi cross currency swap; 20 miliardi le swaption e 3,5 miliardi gli swap ex-Ispa. Il ministero sottolinea in particolare che ”gli interest rate swap presentano un tasso a pagare medio ponderato a carico della Repubblica che e’ inferiore a quello pagato sul debito di durata comparabile”. Con questi swap ”il Tesoro si e’ immunizzato da rialzi dei tassi di interesse sulla parte di nozionale interessata, contribunedo all’allungemnato della dirata finanziaria del proprio debito”. ”Risulta pertanto fuorviante associare ai derivati, nella forma e nella modalita’ utilizzate dal Tesoro nell’ambito della gestione del debito pubblico, il concetto di ‘guadagno o perdita”’ scrive ancora il ministero dell’Economia.

Dunque i derivati costituiscono un decimo del nostro mastodontico debito pubblico. Perché i governi ne hanno fatto un così largo uso? Già in marzo Umberto Cherubini, docente di finanza matematica all’Università di Bologna, aveva spiegato su Linkiesta:

Perché quindi utilizzare (o non utilizzare) i derivati? Le questioni si riducono a due: costi e rischi. Usare i derivati aumenta i costi della gestione del debito ma ne migliora la flessibilità. Usare i derivati può modificare il rischio, ma può generarne altri, e il primo rischio di tutti è non conoscerli.

Vista la loro intrinseca volatilità, perché i politici non mettono fine alla speculazione dei “mercati” semplicemente vietando o regolamentando severamente i suoi principali strumenti? Lo spiega Gaetano Colonna in un lungo post (da leggere tutto e che tratta, tra le altre cose, il tema dell’unione monetaria), di cui riporto questo passaggio:

Tutte le maggiori banche d’affari sono attive in questo tipo di operazioni sull’Italia: Goldman Sachs, Morgan Stanley, Bank of America, Citigroup e JP Morgan.
Lavorando sulle informazioni di stampa, troviamo anche che, oltre al livello centrale, ben 664 enti pubblici, tra cui 18 regioni, 42 province, 45 capoluoghi e 559 comuni avrebbero in pancia “derivati” per oltre 35 miliardi di euro, circa 1/3 del debito complessivo accumulato dagli enti locali ai dati 2009. Le perdite conseguenti all’adozione di questi strumenti finanziari per i soli enti pubblici appena ricordati potrebbero arrivare a superare i 10 miliardi di euro, su di un totale complessivo che, ad ottobre 2011, era stimato per l’Italia in 52,2 miliardi, una cifra equivalente a oltre il 60% del costo delle pesantissime manovre cui gli Italiani sono stati sottoposti nel 2011 (4).
Per la banca d’affari le cose sono andate diversamente: “Morgan Stanley – riferisce sempre Bloomberg, ha guadagnato 600 milioni di dollari nel terzo trimestre [2011] in conseguenza dello scioglimento dei contratti con l’Italia. Il guadagno è dovuto all’annullamento dei costi sostenuti in precedenza nel corso dell’anno a causa del rischio che il Paese non pagasse l’intero importo del debito, ha dichiarato il 19 gennaio in un’intervista Ruth Porat, direttore finanziario”.
Si comprende a questo punto benissimo perché la cosiddetta politica non è in grado di mettere al bando questi strumenti finanziari dall’effetto devastante sull’economia reale: semplicemente perché le classi politiche europee attuali sono “garanti” delle migliaia di contratti di questo tipo che, almeno a partire dagli anni Novanta, sono stati stipulati con i “padroni dell’universo”.
Le politiche di rigore nei confronti dei cittadini sono proprio ciò che, dopo avere evitato loro le perdite dovute alle speculazioni sui subprime, consente ancora lauti guadagni alle grandi banche d’affari.

La ricostruzione più esauriente che ho trovato sull’argomento è offerta dal sito Economy 2050, redatto da professionisti del settore finanziario. In sette punti vengono passati sotto esame tutti gli aspetti della questione:

1) Il contratto con Morgan Stanley: secondo Bloomberg, l’Italia avrebbe messo in piedi un’operazione finalizzata a nascondere parte del debito’(alcuni punti di PIL) per poter rispettare i parametri di Maastricht e poter accedere all’euro sin dall’inizio.
Se i contratti individuati non contengono clausole di estinzione unilaterale da parte delle banche controparti (come sembra che sia) simili a  quella esercitata da Morgan Stanley (che quindi sembrerebbe essere le stime sul valore attuale dei derivati di fatto costituiscono un puro esercizio di calcolo accademico, visto che il Tesoro non accetterebbe mai di chiudere contratti che in un dato momento implicherebbero perdite da decine di miliardi.

2) La versione fornita dal governo: Marco Rossi Doria, sottosegretario all’Istruzione, ha riferito in Parlamento che l’investimento in derivati è autorizzato da una legge del 1984. Secondo il Governo a partire dagli anni Novanta gli obiettivi della minimizzazione degli oneri e dei rischi (principalmente i rischi di un aumento dei tassi di mercato) nella gestione del debito pubblico sono stati perseguiti con il passaggio da una preponderanza di emissioni a brevissima scadenza o a tasso variabile (Bot e Cct) a una forte prevalenza di emissioni a tasso fisso con scadenze dai 3 ai 30 anni (Btp). Oltre a ciò, il Tesoro ha deciso di ricorrere anche alla copertura dal rischio-tasso (e valuta) mediante strumenti derivati.
Sono stati utilizzati contratti standard (nel senso di meno complessi) come gli IRS (interest rate swap), che hanno consentito di trasformare gli oneri sul debito da variabili a fissi con un tasso prestabilito, in modo tale da mettere al riparo le casse pubbliche da rialzi dei tassi. L’altra tipologia di derivato utilizzato per la gestione del debito è stata il CCS, che ha consentito di riportare in euro i bond emessi in valuta (dollari, yen, sterline, franchi svizzeri) per 36 miliardi di euro, con un oggettivo effetto di sterilizzazione del rischio cambio (ma non ne è noto il costo). Il terzo tipo di derivato utilizzato, per 20 miliardi, sono le swaption, opzioni con le quali si vende alla controparte il diritto di entrare in un IRS in data futura. Nel dicembre 2006 le passività contratte da ISPA (relative ad opere per l’alta velocità), sia in forma di titoli che di mutuo che di contratti derivati a loro associati, sono stati trasferiti per legge nel bilancio dello Stato. Non è dato sapere altro, forse a fronte dell’esiguità delle cifre in ballo (solo 3,5 miliardi).
Sul’operazione con Morgan Stanley è emerso che sono stati chiusi anticipatamente due IRS e due swaption, in esecuzione di una clausola di ATE (additional termination event) presente nei contratti, peraltro risalenti al 1994. In pratica è scattato l’evento che ha consentito alla banca d’affari la facoltà di risolvere unilateralmente il contratto a valori prestabiliti. Una clausola anomala, come ammesso dallo stesso Governo.

3) La precisazione per cui il valore di mercato dei nostri swap non è corretto: Secondo il Tesoro, i derivati non sono debiti che vanno pagati alla scadenza, ma solo “scambi di flussi” i cui valori sono fissati solo alla data di chiusura del contratto.  Quindi per l’esecutivo il “valore del portafoglio derivati dello Stato italiano viene definito come il valore attuale dei flussi futuri … che … varia continuamente in funzione del livello dei tassi di mercato e della conformazione della curva dei rendimenti”: questo valore attuale non è qualificabile come debito pubblico.
In base a tale struttura, non ha senso per il Tesoro associare ai derivati il concetto di guadagno o perdita, men che meno ad un dato momento anteriore alla chiusura (visto che nessuna delle due parti comunque vorrebbe chiudere la posizione in perdita in un qualsiasi momento).
Se lo Stato oggi paga una differenza sui derivati è perché i tassi a lunga sono scesi: paga un pò di più di quanto avrebbe pagato senza swap, ma a fronte della sterilizzazione di buona parte del rischio di oscillazione dei tassi. Pertanto si può dire che quando si verificano perdite sui derivati, vuol dire che i tassi vanno a favore delle casse pubbliche, stanno scendendo (chiaramente solo per i bond di nuova emissione).

4) I (pochi) numeri disponibili: I derivati sul debito pubblico hanno generato flussi positivi fino al 2005. Poi si sono registrate solo perdite, con una dinamica crescente che dovrebbe preoccupare per l’anno in corso. I dati Istat non risultano trasparenti. I numeri pubblicati dall’istituto di ricerca (si veda il post) non distinguono tra amministrazione centrale e periferiche, per cui è impossibile fare dei calcoli anche solo approssimativi.
La legge finanziaria del 2002 ha consentito il ricorso alla finanza derivata quale strumento per ristrutturare il bilancio delle pubbliche amministrazioni, in particolare gli enti locali. Poiché si andava verso una stretta dei trasferimenti dallo Stato,  il Parlamento dava la facoltà di rivolgersi alla finanza derivata per trasformare i tassi elevati sui prestiti allora in essere in tassi inferiori. Questo, da un lato ha generato un proliferare di contratti (poi rivelatisi molto onerosi a causa di commissioni nascoste inserite dalle banche) in capo alle pubbliche amministrazioni, dall’altro ha reso non significativi i dati elaborati dall’Istat ed ha quindi reso non trasparente il bilancio pubblico.

5) Il controproducente deficit di trasparenza: La poca trasparenza in materia genera una mancanza di credibilità per l’Italia e non pochi danni al pubblico. Se ci fosse maggiore chiarezza sarebbe possibile per i cittadini valutare compiutamente l’operato dei Governi e si spegnerebbero ab origine le facili campagne di strumentalizzazione o disinformazione seguite al caso Morgan Stanley. Ma, soprattutto, i mercati avrebbero la possibilità di valutare l’Italia correttamente.

6) I molti interrogativi irrisolti: la vera domanda è se i derivati sono serviti solo a limitare i rischi sui tassi oppure se hanno anche consentito ai Governi di occultare una fetta del nostro debito pubblico. Benché l’esecutivo, la Banca d’Italia ed Eurostat abbiano più volte affermato che l’uso di tali strumenti non ha alterato la sostanza dello stock del debito, ad oggi non è ancora possibile dare una risposta definitiva.

7) I provvedimenti urgenti da adottare: Sarebbe opportuno che il Parlamento pubblicasse di sua iniziativa i contratti in essere e i rendiconti finanziari degli stessi.
Inoltre, qualora esistessero contratti ancora in essere con clausole di estinzione penalizzanti per il Tesoro, il Governo dovrebbe utilizzare tutta la sua moral suation per rinegoziarle con le banche controparti. L’esecutivo dovrebbe anche attivarsi per verificare le conseguenze che la falsificazione del Libor e dell’Euribor potrebbero aver avuto sul bilancio pubblico.
Sarebbe infine opportuno che il Ministero dell’Economia chiarisse la correlazione fra l’andamento dei tassi di mercato e il costo complessivo del debito pubblico.

Pochi giorni fa ho spiegato che: l‘Italia non era a rischio di default, che secondo i dati macroeconomici è anzi il Paese più solido dellEurozona, che il governo Monti non l’ha salvata da un bel niente e non ha “messo in sicurezza i conti”, che in compenso ha sbagliato tutte le previsioni economiche e con lo sciagurato aumento della pressione fiscale ha minato le condizioni per una pronta ripresa.
A complemento di quanto detto – e se mai ce ne fosse ancora bisogno – Globalist spiega perché la strategia di risanamento finora seguita si è rivelata del tutto fallimentare:

L’effetto palla di neve (snow ball effect) è l’espressione con cui si identifica sostanzialmente l’impatto sui saldi dei conti dello Stato determinato dal volume degli interessi passivi che va ad influire sul risultato del bilancio.
Ciò vuol dire che anche se si raggiunge un risultato positivo nella differenza tra il totale delle entrate e delle spese primarie necessarie al funzionamento dello Stato nel suo complesso, il flusso degli interessi che matura sullo stock di debito accumulato può trasformare quel risultato positivo in uno negativo, determinando, anno dopo anno, l’aumento del debito in valore assoluto.
Se questo aumento non è compensato da un aumento del PIL in valore nominale, il maggiore indicatore della situazione dell’economia e della finanza pubblica e cioè il rapporto Debito/PIL del Paese peggiora.

E’ facile comprendere che è proprio questa la situazione italiana, verso cui sia il governo Berlusconi che il governo Monti hanno scelto di adottare la medesima strategia di base
- alzare il muro (l’avanzo primario) a livelli sempre più alti per contenere la palla di neve; 
- tentare di sostenere la crescita del PIL attraverso le riforme.

Tuttavia il risultato conseguito da entrambi i governi è stato complessivamente non positivo; in particolare quest’anno il livello dell’avanzo primario sarà significativamente inferiore al livello atteso e le riforme non porteranno alcun beneficio sul fronte della crescita.

L’effetto congiunto determinerà un incremento del rapporto debito/PIL che si attesterà al livello del 126,6% (comprensivo dei contributi al Fondo salva Stati). Il problema è che purtroppo questa situazione proseguirà inesorabilmente, per due ragioni: 
- la palla di neve si avvia a diventare una valanga di dimensioni mostruose visto che lieviterà dai 70 miliardi del 2010 ai 105 miliardi del 2015 (+50% in cinque anni), così come le stesse previsioni governative indicano e l’incidenza sul PIL supererà il 6%, un livello più del doppio rispetto ai maggiori paesi europei; 
- e la necessità di alzare il muro per contrastarla, oltre a non produrre l’effetto principale a cui tende la strategia del governo, e cioè di produrre un deficit zero per evitare l’aumento del livello del debito, provocherà un ulteriore soffocamento dell’economia generato dalle risorse che vengono sottratte progressivamente ai contribuenti per realizzare un avanzo primario sufficiente.

Aggiungo due cose.
1) Benché i fondamentali del nostro Paese siano ottimi, il governo ha comunque fatto ricorso ad operazioni di cosmesi contabile per far apparire i nostri conti migliori di quanto siano in realtà. Questo per due ragioni: far vedere all’Europa che stiamo facendo i “compiti a casa”; occultare gli effetti recessivi delle politiche fiscali fin qui implementate.
2) Già, le politiche fiscali. In realtà, non solo il governo non ha salvato nulla, ma sta addirittura infliggendo il colpo di grazia alla già claudicante economia italiana.

I conti taroccati

Oltre a formulare previsioni inattendibili, il governo trucca palesemente i conti. Rischio Calcolato analizza i risultati ottenuti dal governo tecnico in quest’ultimo anno. Partendo dall’analisi del DEF, RC afferma che i nostri conti pubblici sono taroccati, in quanto nasconderebbero un buco di ben 10 miliardi di euro. Il succo è che il documento sovrastima (ancora una volta) il PIL 2012 atteso e le entrate dello Stato, senza considerare l’effetto della recessione si farà vedere nella seconda parte dell’anno specie per quello che riguarda gli anticipi sulle tasse e i contributi 2013. Rinviando all’articolo per i dettagli tecnici, qui mi limito a riportarne la premessa e le ferali conclusioni:

L’Italia sta dichiarando ai partner europei obbiettivi palesemente impossibili da raggiungere, sia il PIL atteso che i rapporti di Deficit/Pil e di Debito/Pil sono attesi per la fine del 2012 sono una evidente operazione di cosmesi.

Il Governo Monti
a) Ha fatto crollare il PIL: nel 2012 chiuderemo al -2,5/-2,7% (ben il 2,0-2,5% meno della media UE, mentre da 15 anni crescevamo meno della UE dello 0,7/1,0%)
b) Ha creato 800.000 nuovi disoccupati, 200.000 nuovi cassaintegrati, fatto passare 400.000 lavoratori al full time al part time
c) Ha fatto crollare la produzione industriale, i consumi, gli investimenti
d) Ha fatto peggiorare brutalmente le finanze pubbliche: il debito cresceva nel 2010 e 2011 di circa il 2% all’anno, con lui +7% (dal 120 al 127%), ed il deficit e’ sempre quello.
Il Governo Monti e’ una sciagura. La sciagura sta nelle politiche suicide adottate (manovra recessiva basata all’85% sulle tasse).
E per buon peso: Preparatevi perché tra pochi mesi noi cittadini e l’Europa ci renderemo conto che il Governo Monti tarocca palesemente i conti e che abbiamo un ulteriore BUCO di BILANCIO di 10 miliardi di euro non ancora rendicontato. 

I nefasti effetti delle politiche montiane

Altri tre interventi sempre su RC prendono in esame gli effetti dell’azione di governo sotto gli aspetti del PIL, della disoccupazione e del debito pubblico. Rinviando ai singoli contributi per i grafici esplicativi, le conclusioni sono:

PIL: coi governi di Centro Destra e Centro Sinistra perdavamo l’1,0% di PIL all’anno (equivalenti a 250 euro di ricchezza in meno all’anno per ogni Italiano), con Monti il 2,0% (circa 500 euro all’anno a persona, neonati inclusi)
DISOCCUPAZIONE: coi governo di Centro Destra e Centro Sinistra il Tasso annuo di Disoccupazione ha avuto uno scostamento medio annuo dello 0,1% migliore della media UE (equivalente a 20.000 disoccupati in meno), con una performance media leggermente migliore negli anni dei governi di Centro Destra. Con Monti la Disoccupazione ha avuto un aumento di ben l’1,5% in piu’ della media Europea. Come dire, dei circa 500.000 disoccupati in piu’ registrati in Italia nella media dei primi 8 mesi del 2012 rispetto al 2011, ben 380.000 sono responsabilita’ del Governo Monti (il dato a fine anno sara’ assai peggiore, visto che in estate siamo a variazioni annue di circa 750.000 disoccupati in piu’).
DEBITO PUBBLICO: coi governo di Centro Destra e Centro Sinistra l’Italia ha ridotto dal 53% al 38% il differenziale di rapporto tra Debito e PIL rispetto alla media Europea (dello 0,9% all’anno medio). Con Monti la forbice riprendera’ a riaprirsi, seppur leggermente (0,2%) interromendo una tendenza alla riduzione che durava da 5 anni ininterrotti. Monti fa il quarto peggior risultato degli ultimi 15 anni (solo i governo pre-elettorali del 2001, 2005 e 2006 fecero peggio)

Strano Paese, l’Italia.
Il 1° ottobre la Procura di Stoccarda ha archiviato l’inchiesta per la strage nazista di Stazzema, costata la vita a 560 persone. L’archiviazione, secondo i magistrati, è stata motivata da due ragioni: non è più possibile stabilire il numero esatto delle vittime; era necessario per l’emissione di un atto di accusa che venisse comprovata per ogni singolo imputato la sua partecipazione alla strage. Dura la reazione della gente e di tutte le autorità, dal sindaco del piccolo comune in provincia di Lucca fino al presidente Napolitano.
Per l’ennesima volta la Germania sbatte contro il muro della vergogna, si è detto. Peccato che anche l’Italia abbia le sue colpe. Colpe che oggi non solo non nasconde, ma addirittura celebra.

L’11 agosto il comune di Affile (Lazio) ha inaugurato un un sacrario dedicato al Maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, ministro della Difesa di Salò. Impiegato nel Regio esercito italiano, nel ventennio fascista operò nella guerre coloniali italiane: nella “riconquista” della Libia (1921-1931) e durante la Guerra d’Etiopia e nella successiva repressione della guerriglia abissina (1935-1937). Venne inserito dall’ONU nella lista dei criminali di guerra (per l’uso di gas tossici e bombardamenti degli ospedali della Croce Rossa), su richiesta dell’Etiopia ma non venne mai processato. Fu invece processato e condannato a 19 anni di carcere per collaborazionismo, ma scontati quattro mesi fu scarcerato.
Mentre la notizia ha suscitato lo sdegno della stampa internazionale (si vedano: BBC, El Pais, New York Times, Telegraph, National Turk), qui in Italia ci si è lamentati soprattutto sull’utilizzo di fondi pubblici per la realizzazione del monumento (127.000 euro, finanziati dalla Regione Lazio), mettendo in secondo piano che l’inaugurazione rappresenta non tanto uno spreco di soldi, quanto un’offesa all’Italia democratica.
La comunità non è però rimasta a guardare. A un mese dall’inaugurazione, l’opera è stata imbrattata da tre giovani con la scritta “Chiamate eroe un assassino“. Il 23 settembre ad Affile si è tenuta una manifestazione promossa dal Comitato “Affile antifascista”, intitolata “Non in mio nome”, accompagnata da un dibattito alla presenza, tra gli altri, del presidente della Comunità etiopica in Italia, Maluwork Ayele.
Dopo l’appello lanciato dal gruppo consiliare di SEL alla provincia di Roma e l’interrogazione parlamentare del senatore Vincenzo Maria Vita, alla fine anche la stampa nazionale ha cominciato ad occuparsi del risvolto storico-politico della questione. Da segnalare un articolo di Gian Antonio Stella, il quale, con la consueta incisività, vede la questione così:

Rimuovere il ricordo di un crimine, ha scritto Henry Bernard Levy, vuol dire commetterlo di nuovo: infatti il negazionismo «è, nel senso stretto, lo stadio supremo del genocidio». Ha ragione. È una vergogna che il comune di Affile, dalle parti di Subiaco, abbia costruito un mausoleo per celebrare la memoria di quello che, secondo lo storico Angelo Del Boca, massimo studioso di quel periodo, fu «il più sanguinario assassino del colonialismo italiano». Ed è incredibile che la cosa abbia sollevato scandalizzate reazioni internazionali, con articoli sul New York Times o servizi della Bbc,ma non sia riuscita a sollevare un’ondata di indignazione nell’opinione pubblica nostrana. Segno che troppi italiani ignorano o continuano a rimuovere le nostre pesanti responsabilità coloniali.

Ciò che meraviglia è che ancora oggi il nuovo mausoleo venga contestato ricordando le responsabilità di Graziani solo dentro la «nostra» storia. Perfino Nicola Zingaretti nel suo blog rinfaccia al maresciallo responsabilità soprattutto «casalinghe».

Fu lui, l’«eroe di Affile», a coordinare la deportazione dalla Cirenaica nel 1930 di centomila uomini, donne, vecchi, bambini costretti a marciare per centinaia di chilometri in mezzo al deserto fino ai campi di concentramento allestiti nelle aree più inabitabili della Sirte. Diecimila di questi poveretti morirono in quel viaggio infernale. Altre decine di migliaia nei lager fascisti.
E fu ancora lui a scatenare nel ’37 la rappresaglia in Etiopia per vendicare l’attentato che gli avevano fatto i patrioti. Trentamila morti, secondo gli etiopi. L’inviato del Corriere, Ciro Poggiali, restò inorridito e scrisse nel diario: «Tutti i civili che si trovano in Addis Abeba hanno assunto il compito della vendetta, condotta fulmineamente con i sistemi del più autentico squadrismo fascista. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovano ancora in strada… Inutile dire che lo scempio s’abbatte contro gente ignara e innocente».
I reparti militari e le squadracce fasciste non ebbero pietà neppure per gli infanti. C’era sul posto anche un attore, Dante Galeazzi, che nel libro Il violino di Addis Abeba avrebbe raccontato con orrore: «Per tre giorni durò il caos. Per ogni abissino in vista non ci fu scampo in quei terribili tre giorni in Addis Abeba, città di africani dove per un pezzo non si vide più un africano».
Negli stessi giorni, accusando il clero etiope di essere dalla parte dei patrioti che si ribellavano alla conquista, Graziani ordinò al generale Pietro Maletti di decimare tutti, ma proprio tutti i preti e i diaconi di Debrà Libanòs, quello che era il cuore della chiesa etiope.

Saputo del monumento costato 127 mila euro e dedicato al maresciallo con una variante sull’iniziale progetto di erigere un mausoleo a tutti i morti di tutte le guerre, i discendenti dell’imperatore etiope, come ricorda il deputato Jean-Léonard Touadi autore di un’interrogazione parlamentare, hanno scritto a Napolitano sottolineando che quel mausoleo è un «incredibile insulto alla memoria di oltre un milione di vittime africane del genocidio», ma che «ancora più spaventosa» è l’assenza d’una reazione da parte dell’Italia.
Rodolfo Graziani «eseguiva solo degli ordini»? Anche Heinrich Himmler, anche Joseph Mengele, anche Max Simon che macellò gli abitanti di Sant’Anna di Stazzema dicevano la stessa cosa. Ma nessuno ha mai speso soldi della Regione Lazio per erigere loro un infame mausoleo.

Il problema non sono i soldi della Regione Lazio, già nel ciclone per le vergognose peripezie di Fiorito. E’ l’Italia che non ci fa una bella figura. Il blog Focus on the Horn, dopo aver raccolto una serie di dichiarazioni di sconcerto nel mondo accademico internazionale, si concentra sul problema irrisolto” del nostro passato coloniale, affermando che “è improbabile che tale palese amnesia storica aiuti la reputazione dell’Italia all’estero“, che “le sistematiche violazioni dei diritti umani nell’Africa Orientale Italiana non sono mai state sufficientemente riconosciute“, e che ancora oggi “molti italiani rimangono ignoranti” al riguardo. Gli autori concludono così:

forse le autorità italiane dovrebbero seguire il consiglio di Alex de Waal, uno dei promotori della recente apertura del Memoriale per i diritti umani dell’Unione Africana. ”Lasciate che il mausoleo di Affile serva come un memoriale alle vittime dei suoi crimini … per ricordare che le barbarie di tali ideologie disumane non saranno più tollerate. Lasciate che questo monumento sia inciso con i nomi di almeno alcuni di coloro che sono morti per mano sua [di Graziani], e lasciate che il giudizio dei loro discendenti e dei rappresentanti sia distintamente visibile”.

In agosto il ministro Fornero ha affermato che “noi tecnici abbiamo salvato l’Italia, ora tocca alle imprese“. Pochi giorni prima Monti aveva sostenuto di vedere “la luce in fondo al tunnel” .
Tralasciamo per un attimo cosa ne pensano precari e esodati, e che al momento ciò che si vede alla fine del tunnel sono solo meno salari, meno consumi e meno compravendite immobiliari, e vediamo in concreto cosa è cambiato da quando il governo tecnico è salito al potere.

Partiamo da una premessa. Nell’estate dello scorso anno l’aumento immediato del famigerato spread sui Bund tedeschi ha rivelato la debolezza della nostra economia e della nostra finanza pubblica. Si è detto che l’Italia è troppo grande per fallire, ma allo stesso tempo è troppo grande per essere salvata.
C’è però un dato da considerare: il debito pubblico italiano è sempre stato molto elevato, eppure i mercati hanno decretato la pericolosità dei nostri squilibri solo da una quindicina di mesi a questa parte. Cosa era cambiato rispetto a prima? Quali ulteriori lacune erano emerse? Su questo punto le opinioni si sono subito divise. Ma tutte hanno avuto in comune il fatto di drammatizzare oltremodo la situazione – anche per ragioni di opportunità politica: senza lo spread, le opposizioni sarebbero mai riuscite detronizzare Berlusconi? In ogni caso, il risultato è stato quello di esasperare gli stereotipi di un’Italia sprecona, incapace, inefficiente e inaffidabile. Quelli che ci sono valsi un posto d’onore nel vituperato acronimo PIIGS.

Luoghi comuni a parte, i numeri mostrano una realtà ben diversa; i nostri conti non sono così disastrati come le pressioni dei mercati fanno pensare.
Un’analisi, originariamente pubblicata da Limes a firma dell’economista Pietro Modiano e riproposta da Linkiesta, restituisce un quadro diverso: la finanza pubblica italiana non è fuori controllo e l’obiettivo di ridurre il rapporto debito/Pil al 60% in vent’anni è più realistico da noi che in altri Paesi.  Modiano prende in esame i dati del Fondo Monetario Internazionale, pubblicati nel Fiscal Monitor trimestrale, e della Banca d’Italia (novembre 2011) che riprende a sua volta dati elaborati dalla Commissione Europea. I dati riportati evidenziano che le prospettive di riduzione del nostro debito pubblico, su un orizzonte temporale 2010-2030, sono migliori rispetto a quelle della Francia e, per certi aspetti, anche a quelle della Germania. Una conclusione sorprendente se rapportata ai gridi d’allarme che stampa e tv hanno quotidianamente lanciato nei mesi scorsi.
Scrive Modiano:

Per quanto riguarda il Fondo Monetario, il documento che periodicamente analizza e compara lo stato della finanza pubblica dei diversi Paesi nell’ottica della sostenibilità del debito è il Fiscal Monitor trimestrale, sulla cui scorta gli ispettori del Fondo Monetario verranno in Italia avendo a mente, oltre che l’evidenza delle difficoltà di rifinanziamento dello stock del nostro debito, anche le tavole seguenti. La prima tavola (dal Fiscal Monitor di settembre), qui riportata in originale, è il quadro sinottico dei cosiddetti Fiscal Fundamentals nei principali Paesi. È un quadro di sintesi grafica, nel quale quanto più alti sono gli istogrammi che misurano i diversi indicatori, tanto peggio sta il Paese di riferimento.
Ebbene, l’Italia sta male su tre fronti: ovviamente il debito (121,1% del Pil, secondi dopo il Giappone), ovviamente i fabbisogni finanziari annui lordi (GFN, 22,8%, terzi dopo Usa e Giappone), ovviamente la differenza fra costo del debito e tasso di crescita del Pil (in cui siamo primi). Ma da qui in poi la realtà si dissocia dagli stereotipi, ed è necessario provare a ristabilirla.
L’Italia risulta largamente la più virtuosa per disavanzo pubblico al netto delle componenti cicliche (CAPD, l’Italia è l’unico Paese in surplus); l’Italia risulta il terzo Paese più virtuoso (dopo Giappone e Francia e molto meglio della Germania) per quanto riguarda le pensioni e addirittura il primo in materia di equilibri nella spesa sanitaria (con la Francia e gli Stati Uniti, dopo la recente riforma, a larga distanza). C’è di più.

La seconda tavola, qui sopra riportata in italiano, dà di questo quadro una rappresentazione numerica ancora più sintetica, e ancora più lontana dagli stereotipi e dalle opinioni correnti. Gli uffici del Fondo hanno misurato (in termini “illustrativi”) lo sforzo che ogni Paese deve fare da qui al 2030 per raggiungere un rapporto debito/Pil del 60%, identificato come soglia di sostenibilità di lungo termine. Lo sforzo, che è misurato in termini di punti percentuali di riduzione del disavanzo pubblico annuale rispetto all’anno di partenza necessario per raggiungere l’obiettivo, è tanto maggiore quanto più alti sono i debiti e i deficit di partenza, e quanto meno favorevoli le tendenze demografiche e di crescita economica in campo pensionistico e sanitario, a legislazione data. Ebbene, per raggiungere il 60% del rapporto debito/Pil lo sforzo aggiuntivo dell’Italia rispetto al 2010 consiste nell’aumento di 3,11 punti percentuali dell’avanzo primario da conseguire entro il 2020 e nel mantenimento di tale più elevato livello fino al 2030. Includendo pensioni e sanità, l’Italia deve migliorare di un punto in più, cioè del 4,1%. In base alla prima misura l’impegno dell’Italia è più gravoso di quello della Germania (2,3) ma molto meno di quello della Francia (6,3); includendo sanità e pensioni, l’Italia risulta essere addirittura il paese meno disequilibrato, il più virtuoso, almeno fra quelli di maggiori dimensioni con i quali si confronta, quello con minori oneri di aggiustamento per raggiungere la sostenibilità del debito.
C’è di più: lo sforzo aggiuntivo che dobbiamo fare per raggiungere in vent’anni il 60% di rapporto debito/Pil, è realistico più di quanto non lo sia quello necessario per l’aggiustamento di altri Paesi. L’Italia è uno dei pochi Paesi ad aver già sperimentato avanzi primari di una certa consistenza. Commenta il Fondo: «Beyond the large size of needed adjustment, for several advanced economies the required primary surplus is well above levels they have sustained in the past. In particular, among the advanced economies that will need to run primary surpluses exceeding 4 percent of GDP under the illustrative scenario, only Italy (…) and Ireland (…) have ever run average primary surpluses over a 10-year period that are close to the target in the illustrative scenario». Con ciò affermando – sempre il Fondo Monetario – che un aggiustamento dell’entità descritta sia alla portata dell’Italia più che di altri paesi, che nell’ultimo decennio non sono mai riusciti a portare in surplus i propri saldi primari, mentre l’Italia ha già sfiorato il 4% di surplus primario nel 2002. Fin qui, la diagnosi del Fondo Monetario.
Il giudizio tecnico della Commissione europea è del tutto analogo. Il Rapporto sulla stabilità finanziaria presentato da Banca d’Italia di recente (Novembre 2011) compara tre indici di sostenibilità finanziaria: quello del Fmi già descritto, e due indicatori elaborati appunto dalla Commissione europea, l’uno riferito alla vulnerabilità, e cioè al rischio che un Paese sia colpito da crisi finanziaria e l’altro, analogo a quello del Fondo, relativo all’aumento del rapporto avanzo primario/Pil (rispetto al valore del 2010) necessario, date le proiezioni demografiche e macroeconomiche, «a soddisfare il vincolo di bilancio intertemporale delle Amministrazioni Pubbliche». L’indice di vulnerabilità dell’Italia (nel quale il peso dello stock di debito è determinante) è comprensibilmente elevato, sia pure sotto la soglia critica che «segnala la possibilità di una crisi fiscale»; l’indice di sostenibilità, del tutto in linea con le stime del Fondo, è largamente ai livelli più alti dell’area Euro, con una distanza da Francia e Germania, sotto questo profilo, ancor più accentuata. Come si vede dalla tabella:

Il Rapporto della Commissione Europea sulla Finanza Pubblica nel 2010 afferma del resto con chiarezza che il problema è di debito, e non di deficit tendenziale:«For Italy (…) neither the budgetary position nor the long term cost of ageing are particularly high. However the initial levels of debt give cause for concern. In both Italy and Hungary, rapid budgetary consolidation is required to ensure a steady reduction of the currently very high level of debt, although it will need to be undertaken at a time when it does not adversely affect the recovery from the economic and financial crisis» e riporta calcoli sull’onere di aggiustamento necessario all’Italia per conseguire la sostenibilità del debito del tutto in linea (e su un orizzonte temporale più breve: 2010-2020) con le citate stime del Fondo Monetario.

Sono evidenze e valutazioni importanti, che basterebbero per ribaltare – con la forza delle istituzioni che le certificano – gli stereotipi negativi sull’economia italiana, o meglio sulle tendenze della sua finanza pubblica, che contribuiscono ogni giorno a minarne il merito di credito.
Il fatto è che chi ci ha rappresentato nei primi lunghi mesi della crisi, fino al suo culmine di inizio novembre, non ha avuto la forza e la credibilità per rimontare la china e smontare gli stereotipi, per mettere sul tavolo queste evidenze con energia e autorevolezza sufficiente. Ci siamo così trovati disarmati di fronte ad osservatori e policy makers stranieri, in molti casi non obiettivi e non disinteressati. Tutto questo ha complicato la comprensione della realtà dei fatti e dell’origine dei problemi, e non ha giovato alla saggezza ed efficacia delle terapie, e forse alle stesse aspettative del mercato.

L’analisi, dalle conclusioni ancora attuali, è del dicembre 2011. Ne consegue che l’Italia aveva dei fondamentali solidi già allora, quando il governo Monti si è insediato. Un recente paper della Banca d’Italia conferma queste conclusioni.
La riforma (dolorosa) delle pensioni e quella (simbolica) dell’art.18 non hanno dunque cambiato di una virgola una situazione già sotto controllo. L’unico provvedimento di rilievo sulla finanza pubblica assunto dal governo è stato l’impegno a raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2013, il quale avrà conseguenze molto negative sul piano della crescita.

Già, la crescita. Esaurito l’esame dell’economia pubblica, le prospettive future dell’economia privata (dove Monti & soci hanno messo le mani solo attraverso provvedimenti di facciata) sono tutt’altro che incoraggianti.
Quasi un anno fa ho provato (senza pretese di completezza) a sintetizzare i mali dell’economia italiana così:

3. La paralisi sul piano politico è tuttavia poca cosa rispetto a quella, ben più invalidante, sul piano economico. Mesi fa, il rapporto After the Crisis: Assessing the Damage in Italy, commissionato dal Fmi, ha rigorosamente dimostrato come l’economia italiana abbia subito delle perdite permanenti nella crescita potenziale dopo la crisi del 1992 e poi dopo quella del 2007. Il calcolo sommario conferma una dinamica che in molti già sospettavano: dopo ogni crisi l’Italia riprende a crescere, ma ogni volta a ritmi più tardi. Nel dettaglio, il nostro Paese è cresciuto in media dello 0,7% trimestrale negli anni Ottanta fino al 1992, quando ha rallentato allo 0,56% dopo la crisi della lira, per poi frenare allo 0,37% dopo la recessione del 2001 e ulteriormente allo 0,28% dopo quella del 2008. Se quella attuale è una ripresa, è a passo di lumaca. E le prospettive future sono poco incoraggianti, se pensiamo che le risorse drenate da qui al 2013 dalle manovre a raffica dell’ultima estate toglieranno linfa ad un sistema già debilitato – col rischio che il bilancio pubblico ne risucchi ulteriori per pagare gli interessi sul debito cresciuti a causa dello spread.
La conclusione del rapporto è scoraggiante: benché uscita quasi indenne dalla crisi bancaria, l’Italia arriverà al 2015 con un Pil inferiore dell’11-15% rispetto a quello che si sarebbe potuto raggiungere senza le parentesi della recessione. E parliamo di danni permanenti, che faranno sentire i loro effetti al di là delle riforme e dei provvedimenti pomposamente annunciati.
Per gli esperti il Paese ha un problema complessivo di produttività. Negli anni precedenti l’ultima recessione, la quantità di lavoro è aumentata, ma il contributo del capitale è rimasto stabile. In altre parole, è caduta la produttività totale dei fattori, la quale non dipende dal lavoro ma dall’innovazione, la burocrazia, la fiscalità e le infrastrutture. Le riforme intervenute negli ultimi vent’anni non hanno fatto quasi nulla per invertire questa rotta, come invece è stato fatto in Germania, al fine di mantenere alta la competitività dei nostri prodotti (in Germania la propensione all’export è al 53%, da noi al 32%). E ora ne paghiamo il prezzo, in una fase congiunturale in cui proprio le esportazioni sarebbero la più valida cinghia di trasmissione per dare impulso ad un’economia stagnante. Col paradossale risultato che l’Italia, pur vantando la seconda industria manifatturiera d’Europa, non riesce ad agganciare la crescita che proviene dai Paesi emergenti, e anzi viene scavalcata da alcuni di questi (Brasile, India, Corea del Sud) proprio nella classifica delle attività industriali.

4. A frenare la crescita è il peso intollerabile di un sistema asfissiante e inefficiente – ma solo per alcuni. Anni di cattiva gestione politica, improntata più al clientelismo che alla tutela del bene comune, hanno quasi incessantemente dilatato, insieme al debito, le forme di privilegio garantite alle più varie corporazioni, a danno del sistema. E la conseguenza di questa prassi di mantenere ampi settori al riparo da ogni stimolo competitivo non può che essere la decrescita, visto che l’intera economia ne paga i costi in termini di performance inadeguata.
Posta così somiglia ad una scoperta dell’acqua calda, ma le cifre al riguardo offrono un’idea di quanto ci costi questa inefficienza. Nella sua ultima relazione da Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi ha fornito una stima di due piaghe tipiche che affliggono il sistema Italia, l’inefficienza del sistema giudiziario e di quello educativo: ciascuna di esse ci costerebbe l’1% del Pil potenziale. Quasi 30 miliardi di euro in tutto, praticamente una manovra finanziaria.
Poco tuttavia rispetto al lavoro sommerso, che ci costa nove volte tanto: circa 275 miliardi secondo l’Istat, il 17,5% del Pil. Nel 2010 l’evasione media degli italiani si è attestata al 13,5% del reddito dichiarato (2.093 euro a contribuente).
Inefficienza ed evasione hanno un tratto comune con la produttività. E in ciascuno caso l’unica svolta possibile si ottiene solo attraverso l’innovazione. Strumenti come l’informatizzazione e la ricerca, sia nel pubblico che nel privato, sono la chiave per il pronto rilancio dell’economia. Certamente più di opere inutili come la TAV, di licenziamenti più facili, dell’aggiunta di un paio di frasette nella Costituzione.

Condizioni che l’attuale governo governo non ha minimamente ritoccato, se non in peggio – ad esempio aumentando ulteriormente le accise sulla benzina, nonostante si tratti della misura più recessiva che esista.
Ma le pecche non finiscono qui.

E’ una costante di questo Paese che le previsioni del governo (sia questo che il precedente) siano sempre state smentite dalla realtà dei fatti. Con l’aggravante, per l’attuale esecutivo, di essere formato da tecnici, dunque da gente che in teoria dovrebbe capirne più dei politici.
Globalist spiega perché le proiezioni del DEF sono inattendibili:

Nella nota di aggiornamento del DEF presentata dal Governo il 20/09/2012 si prende atto che la riduzione del PIL prevista in -0,4% nei dati che accompagnavano la manovra del “Salva Italia” corretta poi in aprile a -1,2% è divenuta ora di -2,4%.
a) il volume delle esportazioni che ha limitato la caduta del PIL nel 2012 su livelli superiori a quelli complessivamente registrati, è altamente probabile che a causa del rallentamento del ritmo di sviluppo in molti paesi chiave dell’economia mondiale sia destinato a contrarsi in misura significativa nel 2013; la crescita ipotizzata quindi del 2,4% è di assai dubbia attendibilità;
b) la spesa delle famiglie per effetto della crescita della disoccupazione, del restringimento dei redditi disponibili che conseguirà agli ulteriori adempimenti fiscali e all’erosione dell’inflazione diminuirà in misura ben superiore al -0,5% previsto nel documento; pertanto anche questa previsione appare assai carica di addolcimenti;
c) gli investimenti fissi non potranno registrare una variazione incrementale positiva perché mancano le condizioni di base per la loro ripresa: rilancio dei consumi e dell’attività creditizia delle banche; sono destinati pertanto a contrarsi ulteriormente anche dopo il crollo del -8,3% del 2012. Se a queste valutazioni aggiungiamo che:
- l’aumento delle sofferenze delle banche, destinate ad aumentare considerevolmente a causa delle oggettive difficoltà di molte imprese a reggere il grave indebolimento del quadro economico-finanziario sotto ogni profilo, a cui si accompagna la sempre più vicina necessità di adeguamento ai nuovi criteri patrimoniali e finanziari di Basilea III, renderà, inevitabilmente, ancora più selettiva l’erogazione del credito, togliendo benzina al motore della crescita;
- le tensioni internazionali in alcune aree critiche e la necessità di riequilibrare il bilancio pubblico americano post elezioni (fiscal cliff) non lasciano intravedere nulla di buono dai venti che potranno formarsi e indirizzarsi verso di noi;
allora appare chiaro che la miscela fatta da una domanda interna ed estera in calo, livelli di fiducia di famiglie e imprese sempre più bassi ed un sistema finanziario in affanno, porterà la recessione del 2013 ancora su livelli elevati; per questo il -0,2% previsto dal documento del MEF non è credibile e con esso tutte le altre previsioni correlate.
Peraltro se, come appare altamente probabile, la Spagna dovesse chiedere gli aiuti al Fondo Salva Stati per sostenere le proprie finanze pubbliche, allora per l’Italia le possibilità di evitare un simile epilogo (che considero devastante, vedi articolo del 11settembre 2012 su Globalist.it) diventeranno assai scarse, soprattutto se il quadro macroeconomico disegnato dal governo si rivelerà non aderente o addirittura lontano dalla realtà.
Un’ultima considerazione: è davvero difficile comprendere come nelle attuali condizioni di mercato possa risultare credibile l’ipotesi di cedere sul mercato beni pubblici per un valore di un punto percentuale di PIL all’anno come confermato nel DEF dopo le dichiarazioni pubbliche del Ministro Grilli (vedi articolo del 13 agosto 2012 su Globalist.it)

Cara “ministra” Fornero e caro presidente Monti, sareste così gentili da chiarirci sotto quale aspetto potete affermare di aver salvato l’Italia?

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Nota di chiusura: compito primario del governo Monti doveva essere quello di abbassare lo spread.
In novembre il differenziale Btp/Bund aveva toccato quota 540 punti, per poi scendere fino a dimezzarsi a 270 il 9 febbraio. In questo Monti non c’entra. Il merito va a Draghi e ai 1000 miliardi che la BCE ha messo a elargito alle banche ad un tasso dell’1%. In tanti si sono lamentati del fatto che tali risorse non sono state poi iniettate nell’economia reale attraverso il credito a famiglie e imprese, per essere invece investiti in titoli di Stato. In realtà era proprio quello il patto non scritto tra BCE e banche.
Lo spread è poi nuovamente sceso nelle scorse settimane, e anche qui la ragione va cercata non in Italia, ma fuori. Come ho spiegato qualche settimana fa, il minore differenziale sui titoli è dovuto al peggioramento del merito creditizio della Germania, non al miglioramento dell’Italia.
In entrambi i casi, il governo Monti non può rivendicare alcun merito.

In principio fu la moltiplicazione degli incarichi in Sicilia. Poi fu il turno della spesa sanitaria gonfiata in Lombardia. Ma a far detonare la bomba di “Regionopoli” sono state le peripezie di Batman Fiorito nel Lazio. E da lì, le notizie sugli sprechi delle regioni  Secondo Panorama1.059.321.736 di euro è il costo complessivo delle Regioni italiane per tenere in vita i consigli regionali. Nel dettaglio:

La Valle d’Aosta (15 milioni di euro) Trentino (17 milioni), Friuli (24 milioni), Liguria (31 milioni) Piemonte (81 milioni), Lombardia (75 milioni), Veneto (58 milioni), Emilia (38 milioni), Umbria (23 milioni), Marche (17 milioni), Toscana (32 milioni), Lazio (102 milioni), Abruzzo (32 milioni), Puglia (44 milioni), Campania (89 milioni), Molise (11 milioni), Calabria (77 milioni), Basilicata (23 milioni), Sardegna (85 milioni), Sicilia (175 milioni).

Chi indagare tutti i numeri degli sprechi nel dettaglio può dare un’occhiata (prendo solo tre esempi, ma su Google ne trovate una caterva) a queste lunghe analisi su Oggi e su Politica24, senza dimenticare gli editoriali di Rizzo e Stella sul CorriereIl ripetersi di casi di malcostume se non di malavita non può più essere liquidato come episodico“.
Mele marce a parte, è proprio la spesa regionale ad essere andata fuori controllo. Proprio Rizzo e Stella lo segnalavano già in aprile. Nell’ultimo decennio le Regioni italiane hanno speso 89 miliardi di euro in più. Di questi, oltre la metà sono stati “assorbiti” dalla sanità (49,1 mld). A fronte di un aumento dell’inflazione che nel periodo preso in esame ha toccato il 23,9%, la crescita della spesa è stata del 74,6%. Nel 2010 (ultimo dato disponibile riferito ai bilanci di previsione) le uscite complessive delle Regioni hanno superato i 208,4 miliardi di euro. A queste cifre se ne sommano altre a dir poco ambigue. Su tutte, quella relativa ai cosiddetti oneri “non classificabili”, per i quali le regioni spendono quasi 40 miliardi all’anno, con un incremento pari al 113,8% rispetto al 2000, cui si aggiungono le spese di amministrazione generale (personale non sanitario, sicurezza e spese di funzionamento) che gravano per circa 12,5 miliardi di euro.

Non è questa l’autonomia che avevano in mente i padri costituenti. A nulla serve, scoprire che le regioni a statuto speciale siano più allegre di quelle a statuto ordinario. La moralità non deve essere mai soggettiva, né tanto meno comparativa. Certo è che l’autonomia deve significare responsabilità, mentre troppo spesso gli enti beneficiari la intendono come l’assenza di qualunque forma di controllo dall’alto. Senza trasparenza ogni spesa è uno spreco.
E non manca chi nel fragore dello scandalo invoca lo scioglimento di tutte le regioni. Sarebbe come amputare un arto solo perché ha subito una frattura. Ma dobbiamo ammettere che le regioni, così come erano state concepite, hanno fallito la missione. Il perché lo spiega questo lucido commento del costituzionalista Michele Ainis sul Corriere:

L’introduzione degli enti regionali costituì la principale novità della Carta del 1947, ma poi venne tenuta a lungo in naftalina, perché la Democrazia cristiana non voleva cedere quote di potere al Partito comunista. Quando tale resistenza fu infine superata – all’alba degli anni Settanta – le Regioni vennero al mondo zoppe, malaticce. Da un lato, il nuovo Stato repubblicano aveva occupato ormai tutti gli spazi; dall’altro lato, i partiti politici avevano occupato lo Stato. Ed erano partiti fortemente accentrati, dove i quadri locali prendevano ordini dall’alto. Le Regioni si connotarono perciò come soggetti sostanzialmente amministrativi, dotati di competenze legislative residuali e senza una reale autonomia.
Poi, nel 2001, grazie alla bacchetta magica del centrosinistra, scocca la riforma del Titolo V; ed è qui che cominciano tutti i nostri guai. Perché dal troppo poco passiamo al troppo e basta; ma evidentemente noi italiani siamo fatti così, detestiamo le mezze misure. E allora scriviamo nella Costituzione che la competenza legislativa generale spetta alle Regioni, dunque il Parlamento può esercitarla soltanto in casi eccezionali. Aggiungiamo, a sprezzo del ridicolo, che lo Stato ha la stessa dignità del Comune di Roccadisotto (articolo 114). Conferiamo alle Regioni il potere di siglare accordi internazionali, con la conseguenza che adesso ogni «governatore» ha il suo consigliere diplomatico, ogni Regione apre uffici di rappresentanza all’estero. Cancelliamo con un tratto di penna l’interesse nazionale come limite alle leggi regionali. E, in conclusione, trasformiamo le Regioni in soggetti politici, ben più potenti dello Stato.
I risultati li abbiamo sotto gli occhi. Non solo gli sprechi, i ladrocini, i baccanali. Non solo burocrazie cresciute a dismisura e a loro volta contornate da un rosario di consulte, comitati, consorzi, commissioni, osservatori. Quando il presidente Monti, nel luglio scorso, si mise in testa di chiudere i piccoli ospedali, il ministro Balduzzi obiettò che la competenza tocca alle Regioni, non al governo centrale. Negli stessi giorni la Corte costituzionale (sentenza n. 193 del 2012) ha decretato l’illegittimità della spending review , se orientata a porre misure permanenti sulla finanza regionale. Costituzione alla mano, avevano ragione entrambi, sia la Consulta sia il ministro; ma forse il torto è di questa Costituzione riformata.
La Costituzione ha torto quando converte le Regioni in potentati. Quando ne incoraggia il centralismo a scapito dei municipi. Quando consegna il governo del territorio alle loro mani rapaci, col risultato che il Belpaese è diventato un Paese di cemento. Quando disegna una geografia istituzionale bizantina (sul lavoro, per esempio, detta legge lo Stato, ma i tirocini sono affidati alle Regioni). Quando mantiene in vita anacronismi come le Regioni a statuto speciale. Quando pone sullo stesso piano il ruolo delle Regioni virtuose (per lo più al Nord) e di quelle scellerate (per lo più al Sud). Infine, ha torto quando nega allo Stato il potere di riappropriarsi di ogni competenza, se c’è una crisi, se la crisi esige un’unica tolda di comando.

Ma soprattutto, la Costituzione (e coloro che l’hanno scritta) hanno torto quando hanno elevato ad ente territoriale di governo un’entità – la regione, appunto – che a onor del vero non dovrebbe neppure esistere:

Le Regioni nacquero nel 1864 per iniziativa di Pietro Maestri, geografo del Regno. Egli concepì formalmente un gruppo di entità, denominate “Compartimenti”, allo scopo di raggruppare gli uffici statistici ereditati dagli Stati preunitari.
In pratica erano solo una aggregazione di province per finalità meramente burocratiche. Il progetto di Maestri fu poi implementato da Cesare Correnti nel 1867, il quale suddivise il Regno in 16 regioni, poi aumentate a 18 con l’annessione di Veneto e Friuli Venezia-Giulia in seguito alla Terza guerra d’indipendenza. Il termine “Regione” sarebbe stato adottato a partire dal 1913.
Non solo. Nella sua trattazione, Maestri si affrettò a precisare che tale identificazione serviva unicamente come unioni di province, spiegando chiaramente che in nessun caso poteva essere la base di partenza per la formazione di qualsiasi attore politico sul territorio del Regno. Per applicare un federalismo, concluse, sarebbe stato necessario tutt’altro lavoro, seguendo ripartizioni di tutt’altra forma.
Le Regioni, insomma, sono entità del tutto arbitrarie, sia dal punto di vista geografico che etnico. Nessuna di essa ha dei confini ben definiti a parte Sicilia e Sardegna, i cui contorni sono stati tratteggiati dal mare e non dall’uomo; ma in teoria nulla vieta che i rispettivi territori possano essere suddivisi in più Regioni (soprattutto la Sardegna: chi conosce i sassaresi, ad esempio, saprà che hanno ben poco da spartire con i cagliaritani).
Come si fa a parlare di “popolo” lombardo, campano o calabrese? L’arbitrarietà delle delimitazioni territoriali ha finito per accorpare aree socioculturalmente disomogenee in un’unica Regione e per spezzettarne altre in più Regioni.
Una regione geografica è tale quando presenta un’estensione distinta per proprie caratteristiche geomorfologiche naturali culturali, storiche e linguistiche. Dal punto di vista storico-culturale, ha più senso parlare di Daunia e Salento, piuttosto che della Puglia. Un cittadino di Lecce o Brindisi si offenderà nel sentirsi chiamare pugliese, rimarcando con orgoglio che una volta il Salento era una regione, come poteva esserlo la Romagna e come non lo è mai stata la Lunezia (si veda: http://www.lunezia.com).
Purtroppo, i più hanno una conoscenza vaga e imprecisa, se non proprio nulla, delle regioni geografiche, entità più affini ma celate all’ombra delle Regioni politiche.
La conseguenza più infausta di questa distorsione è l‘uso strumentale che la politica fa delle presunte “identità” regionali. Poiché ogni regione ha (avrebbe) il suo popolo, con tanto di storia, tradizione e cultura, sempre più spesso i Presidenti/Governatori reclamano maggiore peso e autonomia nella propria manovra rispetto al potere centrale. Insomma, chiedono soldi e poteri.
Ma in nome di quale (inesistente) popolo? Di quale (supposta) identità storica?Complice la scarsa coscienza nazionale che ci ritroviamo, molti fanno prima a sentirsi “lombardi” o “siciliani” piuttosto che italiani. E la politica trae ampio profitto dall’esaltazione di questo orgoglio d’appartenenza.

Domanda: alla luce dei recenti scandali, cosa farebbero gli italiani se sapessero se gli unici enti ancora liberi di spendere e spandere a proprio esclusivo piacimento non dovrebbero neppure esistere?
Nulla, come sempre. Proprio perché sono italiani. E perché, prima ancora, sono laziali, lombardi, siciliani, ecc…

Diversamente da quanto accaduto in Libia, in Siria l’intervento militare internazionale non c’è stato (e probabilmente non ci sarà), ma ciò non significa che l’Occidente e le altre potenze esterne non siano attivamente coinvolte sul campo.
Qatar, Arabia Saudita, Giordania e Turchia offrono supporto materiale e logistico alMosca rifornisce Damasco di armi, radar e ricambi; Teheran schiera centinaia di pasdaran e numerosi miliziani di Hezbollah.
Ma il ruolo degli attori stranieri non si ferma qui. Accanto alla guerra militare – tra le forze di Assad e i ribelli -, a quella mediatica – tra chi sostiene un intervento esterno e chi invece denunzia un complotto imperialista – e a quella diplomatica – nel Consiglio di Sicurezza ONU -, in Siria si sta facendo strada un altro conflitto ombra: quello delle spie.
Già in marzo Linkiesta denunciava il coinvolgimento dell’intelligence di Parigi:

Nel silenzio generale dei media, e dopo l’ennesima offensiva militare nel quartiere di Bab Amr, ad Homs, l’esercito siriano fa più di 1.500 prigionieri, di cui numerosi “stranieri”. Tra questi, figurano almeno diciotto francesi. Chi sono? Non civili, certo. Alla stregua di soldati, chiedono immediatamente di avvalersi dello statuto di prigionieri di guerra, ma rifiutano recisamente di fornire la loro identità, il loro grado militare e l’élite d’appartenenza. Tra di essi, spunta un colonnello del servizio trasmissione della Dsge, il contro-spionaggio dei servizi segreti francesi. Tra le armi ritrovate dall’esercito siriano fucili, mitragliette e lanciarazzi di fabbricazione israeliana.

L’articolo (da leggere tutto e al quale rinvio) ricostruisce poi la genesi e gli sviluppi della missione operativa condotta dal  DSGE. Informazioni confermate  da Wikileaks che cita alcune mail trafugate dal sito d’intelligence Stratfor.
Non ci sono solo i francesi. Già nell’inverno scorso il sito d’intelligence israeliano Debka (non sempre attendibile, a onor del vero) aveva parlato di agenti segreti britannici – e francesi – al fianco dei rivoltosi. In giugno il New York Times ha rivelato la presenza di uomini della CIA impegnati nella Turchia meridionale a spedire armi e aiuti agli insorti. Il 19 agosto il Times conferma che le forze di Sua Maestà addestrano i ribelli e li affiancano in azione in territorio siriano, appoggiati dalle informazioni raccolte dai servizi segreti di Londra attraverso la base britannica di Akrotiry, Cipro. A riguardo, a fine agosto il Ministro degli Affari Esteri di Nicosia, Erato Kozakou-Marcoullis, ha chiesto alle autorità britanniche chiarimenti sulle notizie stampa secondo cui le installazioni militari del Regno Unito sull’isola stanno fornendo intelligence ai ribelli siriani.
Hanno le mani in pasta anche i servizi segreti tedeschi del Bundesnachrichtendienst (BND), che schiera in Mediterraneo il meglio della tecnologia radar e di spionaggio imbarcata sulla nave-spia Oker3,000 tonnellate di stazza e 83 metri di lunghezza che, navigando al largo delle coste siriane, sarebbero in grado di cogliere i movimenti di aerei ed elicotteri fino a 600 km di profondità intercettando ogni tipo di comunicazioni. I dati raccolti vengono poi trasmessi nella base Nato di Adana (Turchia), dove si provvede ad intercettare i messaggi radio e le comunicazioni telefoniche tra i membri del governo siriano e dei vertici militari. Le informazioni raccolte vengono poi trasmesse al FSA per pianificare le operazioni sul campo.
In tutto ciò la Turchia – che contro Damasco conduce da mesi una guerra non dichiarata – ha un ruolo non secondario, come testimoniato dalla recente visita a Istanbul del capo della CIA David Petraeus, riportato da un pò tutti i media turchi ma non confermato (e neppure smentito) dal governo di Ankara:

Una conferma dei piani per la creazione in tempi rapidi di una zona cuscinetto lungo il confine ma all’interno della Siria – zona che la Francia vorrebbe proteggere impiegando forze militari straniere, dando così il via all’intervento militare internazionale – viene dall’offensiva lanciata dai ribelli su Harem, città a soli due km dal confine, a nordovest di Aleppo. E’ un crocevia strategico e la sua cattura permetterebbe agli insorti armati di garantirsi una ulteriore via d’accesso verso la Turchia.

Ricapitolando, in Siria ci sono praticamente le spie di mezzo mondo: Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Germania, Turchia, Russia, Iran. E Italia.
Cosa c’entriamo noi?
A fine agosto si scopre che in luglio quattro uomini armati, con passaporti italiani ma nomi inglesi, erano stati arrestati in Libano, e che gli Stati Uniti ne avevano il rilascio immediato d’accordo con l’ambasciata italiana:

La storia, che le autorità di Beirut hanno cercato di occultare, risale a luglio, quando in Libano sono stati bloccati quattro uomini appena entrati nel paese, ma proveninenti dalla Siria. Fermati ad un posto di blocco, i quattro hanno esibito regolari passaporti italiani, ma con nomi inglesi (o americani): James Newton, Andrew Robert, Thomas Oliver e Sam (non si è saputo il cognome). Uomini la cui presenza non era passata inosservata: infatti fin dal 5 luglio uomini delle forze tribali dell’area nord della Bekaa (la valle che si estende al confine libanese/siriano, storicamente centro di ogni tipo di traffico illegale, area logistica di Hezbollah ma ultimamente indicata da Damasco come luogo dal quale gli islamisti si infiltrano in Siria per partecipare alla rivolta) si erano accorti di movimenti sospetti ed avevano notato la presenza di una Range Rover nera (con targa che finiva con 21/c) e di una Jeep Tri Blazer nera (con targa che finiva con 11/c). Le macchine avvistate nella Bekaa il 5 luglio erano entrate in Siria e tornate in Libano due giorni dopo.

saputo dell’arresto dei quattro con gli accompagnatori, è entrata direttamente in azione Maura Connelly, dal 2010 ambasciatore degli Stati Uniti in Libano, che ha contattato le autorità di Beirut ottenendo il rilascio del gruppo. Un’azione congiunta, a quanto sembra, con l’ambasciata italiana.

Globalist rivela che i quattro erano contractors ingaggiati dall’AISE – il nostro serizio segreto esterno – e molto probabilmente impegnati in una covert action congiunta con elementi della Cia. Operazione di quale natura, però, non è ancora dato sapere:

Se, come sembra del tutto verosimile, la ricostruzione delle fonti di Sama Syria fosse corretta, il mistero dei passaporti italiani autentici non sarebbe più tale. Infatti nel nostro ordinamento sono previste norme che consentono il rilascio di falsi passaporti là dove ci siano esigenze di sicurezza o interesse nazionale. In altri termini, l’autenticità dei passaporti rappresenterebbe un’ulteriore conferma del legame dei 4 con l’intelligence italiana.
Questa la storia, che però non deve meravigliare: sarebbe molto più strano se in Siria non ci fossero servizi segreti di tutte le risme e reti spionistiche di questo o quel paese. Tanti, troppi gli interessi.

Un recente documento di Confindustria energia, in collaborazione con Assoelettrica, traccia le linee guida di come l’associazione vorrebbe il piano energetico nazionale: maggior efficienza, contenimento dei costi, apertura alle fonti rinnovabili e… rilancio dell’estrazione di gas e petrolio. Dunque, nuove opere di trivellazioni in mare e sulla terraferma.

Anche il governo, che per bocca del ministro Passera, ostenta entusiasmo all’idea di trapanare il Belpaese – dichiarazioni a cui la prof. Maria Rita D’Orsogna risponde così.
Siamo di fronte a un’ambigua interpretazione di sviluppo e di crescita da parte della nostra classe dirigente. Se da un lato l’esecutivo ribadisce la necessità di avviare un’immediata transizione verso le rinnovabili – salvo poi ostacolarne il decollo per mezzo dei lacci e lacciuoli della burocrazia -, dall’altro ammette che l’unica politica energetica possibile in questo Paese consiste nel saccheggio del territorio.
In realtà non scopriamo nulla di nuovo. Il governo aveva aperto la strada alle perforazioni già dallo scorso anno attraverso il decreto Cresci Italia. In gennaio scrivevo:

Tutto il territorio nazionale è interessato da trivelle e progetti d’estrazione, con la compiacenza delle amministrazioni locali e nell’indifferenza di quella centrale.
L’Italia non è membro Opec, né tanto meno una potenza petrolifera. Tuttavia da noi si trova ilsecondo giacimento petrolifero su terraferma in Europa (in Basilicata) e non meno appetibili sono quelli offshore. Eppure le royalties sulle concessioni di estrazione sono vanno dal 4% al 7 %, contro l’80% di Norvegia e il 90% in Libia. In pratica né lo Stato centrale né le comunità locali beneficiano dei proventi dell’attività estrattiva; in compenso queste ultime sono costrette a sopportarne i costi ambientali.

E il sistema Italia, denuncia il WWF, garantisce maglie troppo larghe a tali  istanze e permessi di ricerca e coltivazione a causa di una normativa inadeguata.
Complessivamente, i progetti di trivellazione in mare nel nostro Paese rischiano di coinvolgere una superficie vasta quanto la Sicilia.
La mancanza di un ritorno economico è dunque il minore dei problemi. Ad aggravare la situazione concorrono l’assenza pressoché totale di controlli e la totale impunità dei responsabili per i danni ambientali cagionati. Perforare ed estrarre in un mare chiuso come il Mediterraneo significa metterne a rischio l’intero ecosistema. La possibilità di perforare a 5 miglia dalla costarende l’eventualità di un disatro ambientale  una terribile minaccia incombente. Già adesso il nostro specchio d’acqua vanta il triste primato mondiale per la concentrazione di catrame in mare aperto (pelagico): 38 mg/m2.

Per prelevare un petrolio quasi bituminoso, di bassa qualità, come quello italiano, si usano solventi che rilasciano immense quantità di micidiali veleni da smaltire. Ma anche in questo caso l’Italia paga il dazio di una normativa carente, che lascia spazio agli abusi più disparati come evidenziato dall’ultimo rapporto di Legambiente sulle ecomafie.

A proposito di Legambiente. Il 30 luglio l’associazione ha pubblicato un dossier – il cui titolo è tutto un programma: Trivella selvaggia – dove espone i rischi che corre un’Italia bucherellata dalle perforazioni.
In sintesi, lungo la penisola sono già attive piattaforme di estrazione, a cui presto potrebbero aggiungersene almeno altre 70 trivelle. Questo grazie ai colpi di spugna normativi dell’ultimo anno, a partire da quello previsto dal recente decreto Sviluppo (art. 35), promosso dal ministro Passera e in via di approvazione definitiva dal Parlamento.
Attualmente sono già stati rilasciati 19 permessi di ricerca, le cui attività coinvolgono un’area di 10.266 kmq di mare italiano. Altri 41 permessi sono in attesa di valutazione e autorizzazione da parte del ministero dello Sviluppo economico, per ulteriori 17.644 kmq interessati. 29.700 kmq in tutto: una superficie più grande della Sardegna.
Abbastanza da ipotecare seriamente il futuro del mare italiano e delle attività economiche connesse (pesca, turismo), evidenzia Legambiente. Il tutto per un gioco che non vale la candela: le ultime stime del ministero indicano come certa la presenza nei fondali marini di soli 10,3 milioni di tonnellate di petrolio che, ai consumi attuali, coprirebbero il fabbisogno nazionale per sole 7 settimane. Se guardiamo invece al totale delle riserve certe – comprese quelle presenti a terra – arriviamo appena a 13 mesi.

Solo nel Canale di Sicilia si concentrano ben 29 richiesta di perforazione: la metà di tutta Italia, frutto di un regime fiscale agevolato. E proprio la Sicilia corre i rischi maggiori per quanto riguarda la pesca, il turismo e la biodiversità. Il tutto a fronte di irrisori guadagni, come denunciato da Greenpeace nella campagna U mari non si spirtusa promossa in luglio.
Secondo la testata catanese Ctzen:

Come evidenziato nel rapporto Meglio l’oro blu dell’oro nero di Greenpeace, le imposte dirette sulla produzione per gli idrocarburi estratti in mare sono solo del quattro per cento. Non dovute per le prime 50mila tonnellate di petrolio prodotte ogni anno. Meno della metà di quanto i petrolieri sono costretti a pagare in Australia o negli Stati Uniti. E non va meglio con il canone annuo dovuto dalle compagnie per l’utilizzo del sottosuolo: per l’estrazione dalle 80mila alle 120mila lire – normativa mai aggiornata – per chilometro quadrato e dai 6 ai 27 euro per le concessioni di ricerca. Secondo i calcoli dell’associazione, per le quattro piattaforme già attive in Sicilia – a Gela e Scicli – nelle casse dello Stato e della Regione siciliana sono entrati appena 48.826 euro.

Una cifra irrisoria a fronte del preoccupante impatto delle trivellazioni per la biodiversitàdel Canale, avvertono da Greenpeace. A farne le spese, infatti, saranno tonno rossopesce spadaaliciacciughesardinenasello,triglia e varie specie di gamberi. Tra cui le uova del gambero rosa. Insieme a loro, ad essere penalizzati saranno il settore della pesca e del turismo. Soprattutto nelle zone al largo delle isole Egadi, nel tratto di costa tra Sciacca e Gela e nel mare di Pozzallo, le più interessate dalle richieste. «Per fortuna la risposta dei cittadini è stata davvero incoraggiante – commenta Maria Chiara Mascia dello staff di Greenpeace – Sin dalla nostra prima tappa, Palermo, i volontari sulle spiagge non riuscivano nemmeno ad andare via, perché erano gli stessi bagnanti a fermarli di continuo per chiedere di firmare la petizione». Più di 25mila le adesioni raccolte sulla battigia e nei gazebo cittadini, che si uniscono alle oltre 30mila raccolte on line.

Una domanda per Monti e i suoi “tecnici”: a fronte di risorse misere e danni potenziali enormi, cosa c’è di strategico nelle trivellazioni? 

Mercoledì primo agosto Libero riporta la sintesi di un’intervista rilasciata da Adolf Hitler ad un cronista del La Stampa nel 1932. Il messaggio del Fuhrer era che la frustrazione dovuta alla crisi economica e la stretta fiscale, amplificata dall’incapacità della classe dirigente di offrire alla gente delle risposte adeguate, avrebbe spinto il popolo tedesco a favorire la sua ascesa politica. Come è poi avvenuto:

Il Führer «deplora il disordine che nell’economia mondiale si crea impiantando in tutti i Paesi tutte le industrie – mentre prima i Paesi prosperavano ciascuno sviluppando le sue industrie speciali». Infine, il pezzo forte. Hitler chiarisce in che modo le circostanze lo favoriscono. L’intervistatore gli domanda «se le sue schiere non si ingrossano anche per effetto del disagio economico, che spinga la gente disperata ad invocare una soluzione estrema». La risposta è affermativa: «Quante volte nel mondo si parla di disagio politico, non va dimenticato che esso dipende dalle condizioni economiche».

Ovviamente, lo scopo dell’articolo non è gettare ombre sul futuro attraverso la premonizione di un ritorno al passato, bensì alimentare la campagna populista che da mesi il quotidiano di Belpietro ha ingaggiato contro il governo Monti, colpevole di aumentare le tasse e non tagliare gli sprechi.

Tuttavia, l’idea di fondo ha una sua verità. In tempi di crisi chiunque tenda una mano ai disperati è un benefattore. Allora fioccano gli elogi, a prescindere dalla sua identità o da qualunque indagine sulle intenzioni che lo spingono al nobile gesto, dunque senza domandarsi se si tratta di altruismo o non ci sia anche qualcos’altro sotto. Neppure quando la mano in questione appartiene a movimenti con chiare finalità politiche.

L’esempio lampante di questo meccanismo è l’iniziativa lanciata da Forza Nuova a Pescara pochi giorni fa: la distribuzione gratuita di 100 kg di pane a famiglie italiane indigenti. Sottolineo: solo italiane.
Manco a dirlo, è stato un successo:

pane gratis per tutti ma a patto che si tratti di ‘veri italiani‘. Il gruppo di estrema destra, dopo aver ampliamente pubblicizzato l’evento con manifesti in giro per la città, ha quindi montato un banchetto 2 giorni fa, nel mercato rionale di via Pepe.

La distribuzione ha avuto successo: 100 kg di pane in 30 minuti. Grande la soddisfazione del gruppo politico. Marco Forconi esponente di Forza Nuova, ha così commentato: “Nonostante il caldo asfissiante e la scontata incredulità iniziale, al banchetto c’è stato un vero e proprio assalto quando si è sparsa la voce che un gruppo di persone, legate ad un movimento politico, stavano distribuendo gratuitamente delle pagnotte di pane, ben sigillate e ben etichettate. Irremovibili sui principi che regolavano l’iniziativa,non state cedute pagnotte a stranieri ed a rom, nonostante le non poco numerose richieste.

E utile mantenere per ultimo, sottolineandolo, questo ulteriore pensiero di Marco Forconi espresso dopo la fine della distribuzione di pane: ”Poche chiacchiere e molti fatti: questo manca alla politica oggi, incapace di dare risposte e sorda alle grida di dolore degli italiani, questo possiede Forza Nuova, un faro di patriottismo e nazionalismo in un mare di opportunisti ed invertebrati”.

Ed anche in Grecia, dove la gente se la passa molto peggio che in Italia, c’è  un partito estremista in rapida ascesa che non ha perso tempo a fare la stessa cosa:

«Questo cibo è greco, prodotto da aziende greche e produttori greci», ha detto il portavoce di Alba Dorata Ilias Kasidiaris, «e allora lo diamo solo a greci». Il gruppo neonazista greco mercoledì ha distribuito gratis, in piazza Syntagma di fronte al parlamento, beni alimentari di prima necessità. Latte, pasta, olio e patate, «tutti prodotti in Grecia da greci», e solo per Greci. Agli stranieri, niente. Chi si presentava, veniva allontanato. Una scelta che le persone in coda, circa duecento, hanno mostrato di apprezzare. Uno di loro, Panayotis Panagiotopoulos, ha dichiarato alla stampa di essere «grato per il loro aiuto». E che «Alba Dorata rappresenta l’anima del popolo greco».

Alba Dorata, nelle ultime elezioni, ha vinto il 7% dei voti proprio cavalcando il sentimento xenofobo del paese. Una delle sue ultime proposte, cioè quella di far donare il sangue dei greci solo ai greci, è stata bloccata dalle autorità sanitarie, che l’hanno giudicata inumana e razzista

Di fronte alla disperazione della gente e all’immobilità della politica, le formazioni estremiste hanno gioco facile nel guadagnare consensi attraverso queste iniziative-spettacolo.
Morale della favola: è sempre necessario distinguere tra solidarietà e propaganda, ora che sappiamo quanto è facile veicolare la seconda sotto le mentite spoglie della prima.
Dopo tutto, se da piccoli ci insegnavano che niente si fa per niente, qualcosa vorrà pur dire.

Come era prevedibile, la strage di Denver ha riaperto la questione – per la verità mai chiusa – del controllo sulle armi negli Stati Uniti (qui un grafico del Post che ne illustra la diffusione).
Come argomenta il Fatto quotidiano, anche stavolta non cambierà nulla:

Eppure, nonostante le condoglianze di rito, i 12 morti di Aurora non cambieranno  il modo in cui gli americani comprano, usano, controllano le loro armi. Se ne devono essere resi conto immediatamente anche i gruppi che da anni chiedono legislazioni più restrittive in materia. 

Barack Obama, come i suoi predecessori, non ha avuto nessuna intenzione di alienarsi una fetta di voto così importante, né ha ritenuto politicamente interessante fare una battaglia su una questione che, in America, non sembra interessare molti. Un sondaggio della Gallup del 2010, mostrava che in 20 anni il sostegno a misure più severe su acquisto e porto d’armi è calato del 34%. Secondo Dan Gross della Brady Campaign “Obama fa un semplice calcolo politico”. In realtà, a parte lo sdegno, l’emozione, il terrore a ogni massacro di innocenti, il gun control non sembra raccogliere consensi particolari nella società americana. Senato, Camera, i vari Stati non agiscono o agiscono poco proprio perché nell’elettorato non esiste una vera richiesta di inasprire la regolamentazione nei confronti di fabbricanti e venditori di armi. In più, la strategia dei gruppi anti-armi è stata, in questi anni, poco incisiva.

Il commento più cinico, ma in fondo realistico, lo ha fatto al Washington Post Matt Bennett, fondatore di Third Way, un think-tank della Capitale: “Non è successo niente quando hanno sparato in testa a un deputato (allusione all’attacco contro la deputata democratica Gabrielle Giffords). Non succederà niente nemmeno ora, con una dozzina di ragazzini ammazzati in un cinema. E’ la terribile verità, ma è la verità”.

Negli anni, decine di deputati e senatori hanno beneficiato dei contributi dei produttori di armi per le loro campagne elettorali. E se in novembre vincerà Romney, sarà anche peggio.
Questo è ciò che il candidato repubblicano diceva in aprile:

”Abbiamo bisogno di un presidente che sostenga i diritti dei cacciatori e di chi cerca di proteggere la propria casa e la propria famiglia. Il presidente non lo fa. Io lo faro”’. Il riferimento di Romney e’ alla legge che consente l’uso delle armi per legittima difesa sulla quale si e’ aperto il dibattito dopo la morte del teenager nero Trayvon Martin.

…E questo ciò che ha detto ieri:

Credo fermamente nel Secondo emendamento e non ritengo che nuove leggi possano fare la differenza in questo genere di tragedia

A sorpresa (o forse no?), dopo la carneficina di una settimana fa in Colorado le armi registrano un boom di vendite.

Le lobby delle armi sono interessate a massimizzare i profitti a scapito degli stessi cittadini. L’ascesa del loro strapotere è raccontata in questo lungo articolo sul New Yorker. Nel nome della sicurezza personale, del Secondo Emendamento della Costituzione e della difesa della privacy, a partire dagli anni Sessanta si è foraggiato un sistema di diffusione delle armi che non ha eguali nel mondo. Oggi 90 persone su 100 negli Stati Uniti possiedono un’arma. In molti Stati ( cd. “shall issue States”), come il Colorado, per avere un’arma è sufficiente rispetta tutti i requisiti richiesti dalla legislazione, a fronte dei quali il richiedente non può vedersi rifiutata la domanda, a prescindere da ogni altra valutazione sul soggetto. Il regista Michael Moore nel 2003 con il documentario “Bowling a Columbine” focalizzò l’attenzione sul possesso e la diffusione delle armi negli Stati Uniti.

Cosa c’entrano i cacciabombardieri

Appreso quanto potere ha la lobby sulla politica americana, facciamo un salto al di qua dell’oceano e concentriamoci su una delle più accese polemiche di casa nostra negli ultimi tempi: i cacciabombardieri F-35. Accostare l’acquisto degli aerei alla proliferazione delle armi negli USA è un esercizio tutt’altro che azzardato. Perché dietro le due cose c’è sempre la stessa mano.
Gli F-35, dunque. La gente non li vuole, come testimoniano le campagne promosse via web per chiedere al governo di rinunciare all’investimento. L’argomento è che non si capisce come possa un esecutivo chiedere sacrifici al PAese, da un lato, e poi spendere una cifra iperbolica (c’è chi dice 13, chi 15, chi addirittura 20 miliardi di euro) per una flotta aerea sproporzionata rispetto alle nostre esigenze di difesa.
Al contrario, il ministro Di Paola ne difende l’acquisto, adducendo due diversi ordini di argomentazioni:

Di Paola difende la missione delle Forze armate che devono disporre di armamento per permettere all’Italia, come Paese della Nato, di essere corresponsabile delle risposte che la comunità internazionale dà alle crisi. “Una missione che il Parlamento ha approvato”, ha detto Di Paola, che ha ricordato come l’acquisto dei cacciabombardieri Joint strike fighter (F-35) sia già stato ridotto dai previsti 131 a 90.
“I nostri aerei vanno rinnovati e nel programma degli Joint strike fighter, in cui siamo entrati nel 1997, abbiamo investito risorse significative. A Cameri c’è un polo di assemblaggio e manutenzione che non ha eguali se non negli Usa, dove i Jsf vengono prodotti. Se oggi dovessimo chiudere tutto, butteremmo via enormi investimenti, metteremmo a rischio 10 mila posti di lavoro e ammazzeremmo il futuro tecnologico di Finmeccanica“, ha spiegato il ministro della Difesa.

Per mesi abbiamo creduto che la ragione dell’acquisto degli aerei fosse “la velleità di alcuni Generali di spacciare l’Italia per media potenza militare industriale“, come Massimo Paolicelli della Rete per il Disarmo aveva affermato in gennaio. Sarebbe la prima delle due messe sul tavolo da Di Paola. In realtà, la necessità dell’Italia di partecipare comunque al programma JSF si fonda su una motivazione molto più concreta. Ossia la seconda.
Vediamo perché questo affare rappresenta una questione di economia nazionale.

L’azienda statunitense capocommessa del progetto F-35/JSF è la statunitense Lockheed-Martin, la prima industria bellica al mondo per dimensioni e giro d’affari. In gennaio il vicepresidente della compagnia era venuto personalmente a Roma per persuadere il nostro governo a sciogliere ogni riserva sull’acquisto degli aerei:

La comparsa ieri a Roma del vice-presidente del programma F-35/JSF Tom Burbage in rappresentanza della Lockheed Martin, l’azienda statunitense capocommessa del progetto di cacciabombardiere, è emblematica della spasmodica necessità dell’azienda di incassare l’OK dell’Italia all’acquisto di 131 aerei. Al di là del’Atlantico Lochkeed Martin è infatti sotto il fuoco di fila del Pentagono che ha predisposto un dossier impietoso sull’andamento dei lavori ed ha voluto rivedere tutte le modalità contrattuali, mentre la Casa Bianca che ha deciso di tagliare il budget militare dei prossimi 10 anni. Non per nulla i corpi militari statunitensi stanno aspettando ad ordinare i propri caccia F-35 cercando di far comprare dagli alleati i primi esemplari problematici.

Unico numero citato, quello delle aziende italiane coinvolte nella produzione: “oltre 20″ sembra siano state le testuali parole. Peccato che la cifra non coincida con quanto dichiarato in sede parlamentare ufficiale dal Ministro-Ammiraglio Di Paola, che alla Camera in una risposta ad un’interrogazione ha parlato di 40 aziende italiane partecipanti a vario titolo nella filiera produttiva. Ennesima dimostrazione di poca chiarezza e trasparenza, probabilmente dettata da ritorni in realtà molto bassi e perciò imbarazzanti.

I tagli alla Difesa decisi dall’amministrazione Obama incideranno non poco sul bilancio del settore bellico, con evidenti ricadute sul piano delle statistiche sulla produzione industriale USA nonché su quello occupazionale. Favorire la vendita degli F-35 all’estero aiuterebbe a tenere in piedi un importante comparto del made in USA. A questo punto appare chiaro come gli interessi dell’economia americana arrivino a coincidere con quelli della lobby delle armi.

Cosa accadrebbe se l’Italia non acquistasse più gli aerei? Ufficialmente nulla, dato che non sono previste penali. Dunque, dal punto di vista tecnico la rinuncia non presenta difficoltà. Diversa è la questione dal punto di vista della diplomazia economica. Se rinunciamo all’acquisto, allo stesso modo il governo americano potrebbe cancellare alcune importanti commesse con Finmeccanica (che, ad esempio, fornisce agli Stati Uniti gli elicotteri in dotazione alla Casa Bianca), o più in generale, potrebbe boicottare le importazioni made in Italy. O ancora più in generale, l’Italia – a prescindere da chi ne è al timone – si metterebbe contro gli Stati Uniti, cosa che ha fatto solo due volte nel corso di tutta la sua storia repubblicana. Italy is taken for granted, dicevano a Washington senza neppure chiederci il nostro assenso per decisioni che ci riguardavano.

In conclusione, la querelle degli F-35 c’entra poco con la presunta volontà di fare dell’Italia una potenza militare di media grandezza. In gioco non ci sono le guerre del futuro, ma la ripresa economica (che non c’è) nel presente. Non si tratta di bombardare Paesi lontani, ma di salvaguardare i volumi del nostro export verso un cliente importante. Per questo il governo tiene duro, nonostante la comprensibile indignazione popolare.
E ed è sempre per questo che, nonostante le stragi e l’austerity, il mercato delle armi non conosce crisi.

La politica di dismissioni di beni pubblici annunciata da Monti due mesi fa – da implementarsi attraverso tre fondi comuni pubblici, due immobiliari e uno mobiliare – si prefigge di fornire allo Stato la liquidità necessaria per ridurre il nostro ipertrofico debito pubblico, ormai non troppo lontano dalla fatidica soglia dei 2000 miliardi di euro.
In questi giorni, il neoministro dell’Economia Vittorio Grilli promette un’imponente piano quinquennale di cessioni. Se il patrimonio immobiliare nazionale ammonta a 300 miliardi di euro e quello degli enti locali a 350, l’idea è quella di alienare beni per 15-20 miliardi all’anno - poco più di un punto percentuale di PIL all’anno - per cinque anni.

Non è la prima volta che  si tenta la dismissione delle partecipazioni statali e degli enti locali. Ora, a parte il fatto che l’idea dei tre fondi ricalca abbastanza fedelmente il piano lanciato dal seminario indetto da Tremonti lo scorso settembre, poco prima che gli eventi precipitassero e il piano fosse accantonato insieme al Governo Berlusconi, il passato insegna che in Italia la strada delle privatizzazioni è sempre stata in salita. Nel con pochi e scarsi risultati.
Vent’anni fa, la campagna di privatizzazioni augurata in pompa magna da Ciampi non portò i benefici tanto agognati. Lo spezzettamento e la successiva vendita dell’IRI, ad esempio, procurò al governo 150 Mila miliardi di vecchie lire, ma neppure un soldo fu destinato alla riduzione del debito pubblico. Un precedente di certo poco incoraggiante.

La principale differenza rispetto al 1993 sta nella presenza di attori esteri danarosi e lungimiranti, i quali sono adesso alla finestra in attesa che il bazaar Italia apra i battenti per questa nuova stagione di saldi.
In prima fila, oltre alla Cina – interessata a rilevare quote di ENI, specialmente dopo i felici sviluppi delle attività di ricerca in Mozambico – c’è l’intraprendente emirato del Qatar. Per avere un’idea di cosa è questo piccolo ma ambiziosissimo Stato, consiglio questa analisi su Tempi.
I rapporti con l’Italia hanno subito un’impennata proprio negli ultimi mesi, guarda caso nel momento in cui da noi si è iniziato a parlare di dismissioni e privatizzazioni. Dopo il tiepido incontro con Monti dello scorso aprile, in cui l’emiro Hamad bin Khalifa al-Thani ha manifestato qualche dubbio ad investire nel Belpaese per via della corruzione (della serie: il bue che dice cornuto all’asino), oggi l’asse Italia-Qatar sembra promettere bene. Il nostro Paese è la principale meta europea degli investimenti di Doha assieme alla Franciadi cui l’emiro al-Thani è praticamente il nuovo re. Grazie ai recenti accordi energetici con Giappone e Turchia, l’emirato si è garantito le risorse necessarie per procedere ad una nuova ondata di acquisti:

In Italia, dopo l’acquisto a suon di petrodollari della Costa Smeralda, il Qatar sarebbe in pole position per prendere il controllo delle quote di Snam Rete Gas che l’Eni sarà costretta a cedere nei prossimi mesi. Ma l’interesse dell’emirato non si limiterebbe al settore energetico: i movimenti che nelle ultime settimane hanno fatto volare in borsa il titolo Unicredit sarebbero riconducibili al fondo sovrano dell’Emirato, intenzionato ad acquisire una quota rilevante del capitale di piazza Cordusio. Il braccio finanziario della piccola monarchia sunnita andrebbe di fatto a sostituire i libici in quella che, nonostante i rovesci dell’ultimo anno, resta una delle banche più solide d’Europa.

Italia Oggi aggiunge:

Quando c’è di mezzo il Fondo sovrano del Qatar, uno dei più ricchi al mondo, è bene drizzare le antenne. Dicono che gli uomini dell’emiro Hamad bin Khalifa Al Thani, che pochi mesi fa ha incontrato il premier Mario Monti a Roma, stiano trattando l’acquisto della rete tv La7 da Telecom e una partnership con Mediaset per la tv a pagamento Praemium. L’emiro già possiede la tv al Jazeera, emittente leader nel mondo arabo, seguita da 220 milioni di persone in decine di Stati. Se le voci saranno confermate, sarà l’ennesimo acquisto di un pezzo dell’economia italiana da parte del fondo Qia (Qatar Investment Authority), braccio operativo del Fondo sovrano del Qatar, con un capitale sociale di 85 miliardi di dollari e 130 miliardi da investire in 5 anni. Già ora la lista degli acquisti del Qatar in Italia è rispettabile: l’Hotel Gallia a Milano (130 milioni di euro), il 45 per cento del rigassificatore di Rovigo (in partnership con Exxon Mobil e Edison), gli alberghi più lussuosi e i terreni della Costa Smeralda (trattativa in corso per 60 milioni di euro), più una quota Eni del 3 per cento (una trattativa molto riservata, che nessuno degli interessati ha finora escluso).

La sinergia con Mediset rivela le mire dell’emirato sul mercato televisivo italiano:

Ora le mire dello sceicco, attraverso al-Jazeera, si spostano anche in Italia, dove, dovessero andare in porto, al-Thani si troverebbe proprietario del terzo polo tv nazionale e socio in affari con la pay-tv di Berlusconi che conta già una non disprezzabile base di 2 milioni di spettatori.

Acquisti a cui si è aggiunto di recente, come già anticipato su Investire Oggi,  il marchio Valentino. Ah già, dimenticavo Ibrahimovic e Thiago Silva

Al di là di questa sommaria ricostruzione, nessuno ha ancora indagato a fondo sulle reali intenzioni del Qatar nei confronti del nostro Paese. Quando Monti ha invitato l’emiro ad investire da noi, forse nessuno, neppure lo stesso Monti, si era reso conto dell’asimmetria esistente tra domanda ed offerta. L’intento di Monti era incoraggiare l’ingresso di capitali stranieri nel mercato nostrano; quello dell’emiro, accaparrare asset per estendere la propria longa manus sul vecchio continente. L’intraprendenza dell’emirato è inversamente proporzionale alla sua trasparenza., il che non è esattamente il miglior biglietto da visita per un investitore.
Rispetto al 1993 il rischio non è vendere e stravendere senza ridurre di una virgola il nostro debito. E’ quello di ritrovarci al guinzaglio di un padrone di cui conosciamo poco o nulla.

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