Anche in Islanda hanno la memoria corta

Riportare al potere i partiti responsabili dello sfacelo socio-economico non è un difetto solo italiano. In Islanda le elezioni legislative hanno premiato la destra euroscettica, la stessa protagonista della crisi del 2008.

In sintesi, il Partito dell’Indipendenza ha ottenuto il 26% dei voti (19 seggi su 63 all’interno dell’Althing, il parlamento unicamerale). Questo risultato dovrebbe quindi consentire a Bjarni Benediktsson (43 anni, ex calciatore professionista) di diventare il nuovo primo ministro.
In alternativa, l’incarico toccherà a Sigmundur Davíð Gunnlaugsson, 38 anni, leader del Partito Progressista (24% dei voti e 18 seggi), alleato del partito di Benediktsson. I due partiti potranno quindi contare su un’ampia maggioranza (37 seggi) come era stato previsto dai sondaggi nell’ultima settimana.
L’Alleanza Socialdemocratica, che aveva vinto le precedenti elezioni nel 2009, ha ottenuto solo il 13% dei voti (nove seggi), mentre il suo ex alleato di governo, il Movimento Sinistra-Verdi, ne avrà appena sette. La metà di quanti ne avevano in precedenza.

Se nel 2008 il popolo islandese ha avuto il coraggio di prendere in mano il proprio destino prima che fosse troppo tardi (al di là delle bufale che la vicenda ha ispirato), è comunque singolare che oggi abbia deciso di riconsegnarlo nelle mani della stessa forza politica che quel disastro l’aveva provocato.
Secondo Lettera43:

Un voto che ha punito così la coalizione di centrosinistra uscente, le cui ricette economiche ispirate al rigore avevano permesso all’isola di uscire dalla recessione, con un Pil in salita e una disoccupazione in calo. Ma l’austerità non è piaciuta al popolo, che si è ‘vendicato’ appena chiamato alle urne.

La campagna elettorale è stata dominata dal malcontento degli islandesi, in particolare sulla questione del loro indebitamento: statistiche ufficiali parlano di una famiglia su 10 in ritardo nei pagamenti dei mutui per la casa o nei rimborsi di prestiti immobiliari.

Il primo ministro uscente, Jóhanna Sigurðardóttir, ha chiuso il mandato sottoscrivendo il primo accordo di libero scambio con la Cina firmato da un Paese europeo – col Dragone che ignorava l’omosessualità della rappresentante politica.
Rimane il fatto che i socialdemocratici hanno deluso. Se da una parte hanno arginato la disoccupazione, dall’altra non hanno bloccato la fuga dei giovani all’estero. E soprattutto hanno promesso di entrare nell’Unione Europea (ma i negoziati sono ancora in sospeso), proprio quando Bruxelles iniziava la lunga via crucis che tutti conosciamo. Il voto, peraltro, è giunto a un mese dalla querelle su Cipro, condita dalla vicenda del prelievo forzoso sui conti, che non ha certo contribuito ad aumentare la popolarità della UE.
L’economia islandese, del resto, dopo un periodo di tre anni in assistenza del Fondo Monetario Internazionale finito nel 2011, è ancora in precarie condizioni: il Paese è tornato a crescere, ma il valore complessivo dei mutui a carico dei cittadini ammonta a 11 miliardi di dollari, a fronte di un PIL di circa 13 miliardi. 
Una crisi economica diventata velocemente emergenza sociale e fallimento di un’intera classe dirigente. Che però è di nuovo ai posti di comando, come nella migliore tradizione italiana.

“L’Islanda ha vinto”. Dunque pagherà il debito

E’ una noia dover smentire – per l’ennesima volta – le bufale sull'”Islanda che non paga il debito, ma un’importante sentenza della Corte dell’EFTA di due giorni fa, che avrebbe dovuto affossare definitivamente questa storia, ha invece contribuito a riportarla in auge. Potenza dei social network – e dell’ignoranza di chi li (ab)usa.
Lo capisco: è bello limitarsi a credere alle favole. Tipo quella di un Paese che si ribella all’economia globale rinnegando così il peso sociale di un gravoso default finanziario. Così la frottola viene assorbita dall’opinione pubblica, e tutti ne sottolineano lo stridente contrasto con la realtà di un’altra nazione (la nostra) dove invece il governo tecnico pare aver avuto cura non della popolazione bensì soltanto delle banche, di cui è percepito come mandatario. In realtà un rifiuto da parte della popolazione islandese c’è stato, ma di certo non ha riguardato le “responsabilità” di ripianamento dei debiti interni. Per capire meglio una vicenda che è stata – ingenuamente da alcuni, colpevolmente da altri – portata alla ribalta in termini non corretti, riporto integralmente quanto scritto da Fabrizio Goria su Linkiesta:

«Facciamo tutti come l’Islanda». Questa è una frase che si è sentita spesso negli ultimi anni. E si sente anche da due giorni. La decisione della corte dell’European free trade agreement (Efta), che ha preservato la posizione di Reykjavík nei confronti di Regno Unito e Olanda dopo il crac Icesave, non deve però stupire, né fare gridare al ripudio del debito. Semplicemente, sono state applicate le regole comunitarie.
I fatti sono noti. Nel 2008 l’istituto di credito islandese Landsbanki crolla, una settimana dopo il collasso della Glitnir Bank, anch’essa islandese. Ma dentro Landsbanki c’è una sua branca che opera all’estero, Icesave. I conti correnti di quest’ultima hanno un accoglienza significativa sul mercato inglese e olandese, complici gli elevati tassi d’interesse che promettono. Ma con la nazionalizzazione di Landsbanki, avvenuta il 7 ottobre 2008, poche settimane dopo la capitolazione di Lehman Brothers, iniziano i problemi. I correntisti di Regno Unito e Olanda, dove Icesave opera per nome e per conto di Landsbanki, rimangono con il cerino in mano. E si apre una querelle diplomatica destinata a durare per anni.
Il governo islandese si rifiuta di indennizzare integralmente i correntisti. Il motivo è chiaro. Essendo una banca privata a essere saltata, non c’è motivo per il quale sia Reykjavík a dover pagare per i danni provocati da Landsbanki. In realtà, dato che l’Islanda ha adottato la direttiva euopea 94/19 dal primo gennaio 2000, anche le banche islandesi sono rientrate nel Fondo di garanzia per investitori e depositanti, attivato tramite l’atto 98/1999. Il Fondo garantisce fino all’equivalente di 20,887 euro, ma dal maggio 2008, proprio a causa del lancio di Icesave, Landsbanki decide di adottare lo schema di garanzia dei depositi usato in Olanda, il cui limite minimo di garanzia sarà poi innalzato da 40.000 euro fino a 100.000 euro. Allo stesso modo, si adottò il modello britannico per il Regno Unito, che garantiva fino a un massimo dell’equivalente di 50.000 sterline.
Con l’imminente nazionalizzazione di Landsbanki, Icesave salta e i correntisti olandesi e britannici perdono i loro depositi. La corte di Amsterdam e quella di Londra chiedono ragguagli a Reykjavík, ma questa si appella alla normativa vigente: garantirà solo cosa gli spetta, non un centesimo in più. Punto. Per tutto il resto, dice l’Islanda, i correntisti possono rivolgersi a Olanda e Regno Unito, che offrono le garanzie nazionali ai correntisti di Icesave per l’intero ammontare dei depositi presenti. Londra e Amsterdam pagano e si rivalgono su Reykjavík, che esborsa circa 4,6 miliardi di euro a fronte di richieste per circa 8 miliardi di euro.
Ora però l’Efta ha detto che no, l’Islanda ha agito nel pieno rispetto delle norme vigenti al momento del caso Landsbanki. Infatti, solo nel 2009 fu introdotta la nuova normativa che garantisce i depositi di correntisti e investitori fino a un massimo di 100.000 euro. Un sollievo per il governo di Reykjavík e per l’Islanda, che a seguito della crisi finanziaria ha dovuto chiedere il sostegno del Fondo monetario internazionale (Fmi) tramite un programma biennale per un totale di 2,1 miliardi di dollari. Debiti, anche in questo caso, ripagati (anche se in parte). È facile immaginare come l’applicazione della nuova normativa in base alle richieste di Londra e Amsterdam, oltre a essere irricevibile, avrebbe avuto un effetto devastante per i conti pubblici islandesi.
La scorsa settimana il presidente islandese Ólafur Ragnar Grímsson ha parlato al World economic forum (Wef) di Davos. Ed è stato un intervento che ha emozionato i presenti. «Dobbiamo lasciare che le banche falliscano, non possiamo essere i responsabili delle malversazioni dei privati», ha detto Ragnar Grímsson. Parole corrette, ma che si devono ricondurre a quello che è il sistema bancario islandese: piccolo, chiuso e altamente finanziarizzato. Come ha ricordato anche la banca danese Danske Bank, che ha seguito da vicino il caso Icesave, «una soluzione come quella assunta dall’Islanda è unica e non si può replicare in alcun modo all’interno dell’eurozona». Parole confermate anche da Ragnar Grímsson che, durante un discorso di inizio 2012, disse di non augurare «a nessuno» la sofferenza passata dai contribuenti del suo Paese dopo il caso Landsbanki.
Insomma, l’Islanda ha vinto una battaglia, ma non la guerra. Ha dovuto pagare a caro prezzo il crac Icesave, sussidiaria di una banca privata islandese, la Landsbanki appunto. Ha però evitato di sborsare ciò che non le era dovuto. Non proprio il ripudio del debito che tanto fa sognare tanti.

Consiglio di dare uno sguardo anche all’approfondimento su Phastidio. Queste le conclusioni:

Quindi, riepilogando, ad uso degli italiani:

  1. l’Islanda non ha ripudiato il proprio debito pubblico verso non residenti;
  2. Il dissesto era relativo alla controllata estera di una banca privata islandese andata fallita;
  3. I governi dei paesi che ospitavano tale controllata avevano chiesto all’Islanda di essere indennizzati in base alla nuova direttiva europea, cioè per 100.000 euro a cranio di depositante;
  4. Il governo islandese ha indennizzato i depositanti esteri usando le leggi locali all’epoca vigenti, ed ha visto riconosciute le proprie ragioni da una sentenza della corte dell’EFTA;
  5. I contribuenti islandesi hanno pagato e stanno pagando per onorare i debiti di Icesave. Pagano il giusto (secondo l’EFTA), ma pagano;
  6. …e stanno pesantemente pagando anche per la nazionalizzazione del proprio sistema bancario fallito. Com’è che era? , “Il vostro debito non lo paghiamo”?

Non c’è e non c’è mai stato alcun default sovrano, nella condotta di Reykjavík, ma solo la grande dignità di un popolo che ha rispettato le leggi del tempo, la propria e le altrui.

Dopo questo episodio e queste informazioni aggiuntive, c’è speranza a casa nostra di non sentire o leggere mai più idiozie provenienti da grilli parlanti, tribuni arancioni affabulatori della plebe ed economiste stridule? No, vero?

Concludo con questa chiosa di Antonio Rispoli su Julie News, di cui sottoscrivo ogni riga:

Purtroppo il problema grave resta il fatto che, come ho detto all’inizio, è sempre più difficile leggere qualche notizia seria in Internet. Ormai la gente legge due articoletti sgrammaticati e si sente esperta di qualsiasi materia: economia, guerra, storia, biologia, ecc. Si condividono senza ritegno i link più cretini e assurdi e soprattutto li si difendono come se si trattasse di oro colato, proveniente da una fonte assolutamente certificata. Manca assolutamente quell’indispensabile senso critico che porti a dire: “Ma questo può essere vero?”. Nulla del genere.
Ricordo una intervista fatta al grande giornalista Indro Montanelli, quando a metà degli anni ’90 era opinionista per La7. Ad un certo punto disse: “Io vorrei fare un giornale, dove mando un giornalista di Forza Italia ad intervistare Prodi o D’ALema e un giornalista dei Ds ad intervistare Berlusconi. Sarebbe il miglior giornale d’Italia, ma non lo leggerebbe nessuno”. Quella intervista mi rimase impressa perchè sul momento mi dette l’impressione che la lucidità di Mointanelli fosse andata a farsi benedire. Come si fa a fare “il miglior giornale” senza che la gente sia interessata? Col tempo poi ho capito: tranne una percentuale irrisoria di persone, tutti gli altri non scelgono un giornale o un TG in base alla qualità di ciò che è scritto o alla bravura dei giornalisti. Semplicemente si cerca quel giornale o quel TG che dia ragione ai propri pregiudizi e alle proprie idee. Io posso fare il miglior scoop della storia, ma chi è ideologicamente contrario negherà la veridicità di ciò che ho fatto. E’ così che su Internet sono fiorite teorie fantasiose, come quelle che vogliono la causa della crisi da ricercarsi nel signoraggio e/o nel fatto che ad emettere le banconote è un organismo come la Bce; o quelle sull’esistenza di un complotto mondiale teso a creare un Nuovo Ordine Mondiale. E così via.
E guai a provare a spiegare a queste persone che stanno sbagliando, che i dati concreti dicono il contrario. In questi casi, il minimo che capita è essere insultati, indicati come “servo delle banche” e peggio. Non c’è alcuna possibilità di dialogo, insomma, o di spiegarsi. L’abbondanza di informazioni reperibili sulla Rete, senza un filtro critico e razionale per separare il grano dal loglio (o, se si preferisce, il letame dalla cioccolata) non ha fatto altro che creare una marea di estremisti, cioè di persone che non riescono a vedere oltre il muro delle proprie ideologie.

C’è bisogno di aggiungere altro?

Sbaglia chi dice di fare come Argentina, Islanda ed Ecuador

Quante volte abbiamo letto, in questi anni di crisi economica, che l’Argentina, l’Islanda e l’Ecuador sono stati un esempio straordinario di sovranità popolare perché hanno ripudiato il debito, ribellandosi ai diktat del Fondo Monetario Internazionale? E quante volte le stesse sottolineano come dopo i rispettivi default, non più oppressi dalla schiavitù del debito, negli anni a seguire questi Paesi hanno registrato tassi di crescita così elevati da far invidia persino ai cinesi? Peccato che si tratti di un invito improponibile, poiché fondato su presupposti errati.
Il Post propone un interessante articolo per sfatare questa leggenda ad uso e consumo della gente comune, spiegando perché, dati alla mano, tali Paesi non sono affatto un esempio da seguire.

Ecuador

Il default di Quito rappresenta un caso particolare: il Paese aveva i soldi necessari per pagare il debito, ma una commissione governativa stabilì nel 2008 che 3,5 miliardi di dollari di titoli erano stati emessi in maniera irregolare. La scelta di non ripagare il debito fu politica, già annunciata dal presidente Correa nel corso della campagna elettorale del 2007. Pochi mesi dal default il governo di Correa ricomprò dai suoi creditori il 91% dei titoli di stato su cui aveva fatto default a un terzo del loro valore originale. L’operazione è andata bene: nel 2011 l’Ecuador ha registrato una crescita del 7,8%. Tuttavia:

Per capire come tutto questo sia stato possibile e perché l’esempio dell’Ecuador non sia un esempio che si può imitare, bisogna dare un’occhiata al paese un po’ più ravvicinata. L’Ecuador ha circa 15 milioni di abitanti e una popolazione molto giovane. Il suo Prodotto interno lordo è di 127 miliardi di dollari, meno della metà del PIL della Grecia e meno di un decimo di quello italiano. Oggi il suo debito pubblico è di circa 25 miliardi di dollari (un centesimo del debito pubblico italiano) e nel 2008 fece default soltanto su 3,5 miliardi di debito.
Ma c’è un fatto ancora più importante che distingue l’Ecuador non solo dall’Argentina e dall’Islanda, ma anche dall’Italia: circa metà della sua economia è basata sulle esportazioni di petrolio. Esportare petrolio è ancora più importante di quello che si può pensare: il primo problema di un paese che fa default è che avrà difficoltà a trovare paesi disposti ad acquistare nuovi titoli di stato. Non avere denaro in prestito significa avere meno denaro da investire in infrastrutture, stipendi, riforme, pensioni e tutto il resto della spesa pubblica.
L’Ecuador però aveva il petrolio e all’indomani del default la Cina si fece avanti, offrendo immediatamente al paese un prestito da un miliardo di dollari in cambio di accordi petroliferi. Il tasso di interesse chiesto dai cinesi, 7,5%, era tre volte più alto di quello dei prestiti offerti dal FMI, ma ottenere denaro a un tasso molto alto era certamente una situazione migliore che non avere denaro affatto. In questi ultimi anni il debito pubblico dell’Ecuador nei confronti della Cinaè arrivato a 7,3 miliardi di dollari.

Islanda

Sulla leggenda della rivoluzione islandese ho già ampiamente spiegato, ricevendo insulti, minacce e maledizioni, ma mai una smentita basata su uno straccio di fonte verificata (a parte il blog di Beppe Grillo…).
Il Post:

 l’Italia con più di 60 milioni di abitanti e l’Islanda, invece, con una popolazione più o meno pari a quella di Verona, circa 300 mila abitanti. Con un termine tecnico, l’Islanda è un paese non “sistemico”, che può compiere scelte anche molto azzardate senza che queste abbiano gravi conseguenze di portata planetaria. Ma non c’è solo questo: anche la ricostruzione della crisi in Islanda che viene diffusa più spesso è profondamente scorretta.

La leggenda del virtuoso default dell’Islanda deriva da un episodio che in realtà sembrerebbe molto più degno di biasimo che di merito. Una delle tre banche nazionalizzate dal governo, laLandsbanki, aveva tra i suoi fondi anche un fondo pensione chiamato Icesave. Con il collasso della Landsbanki cominciò un caso diplomatico e legale estremamente complicato che non si è ancora concluso. In sostanza: all’interno di Icesave avevano depositato i contributi per la loro pensione più di 120 mila cittadini inglesi ed olandesi per un totale di 1,7 miliardi di depositi.
La disputa cominciò per stabilire quanti di quei soldi il governo islandese, che ora controllavaIcesave, avrebbe dovuto ridare ai futuri pensionati inglesi e olandesi. Gli accordi ottenuti nel 2010 e 2011 tra i tre governi per restituire il denaro, in diverse forme e tutte molto complicate, furono tutti bocciati nel corso di due referendum, uno nel 2010 e l’altro nel 2011.

Per ulteriori conferme, si vedano anche questo lungo contributo su FalceMartello e questo video su Youtube.

Argentina

 l’Argentina, dopo il default, ha compiuto scelte economiche azzardate che si stanno rivelando devastanti per la sua economia.
(L’Argentina è di nuovo vicina al default?)

Quello che il governo argentino ha fatto negli ultimi anni è stato in sostanza un tentativo di comprare il consenso elettorale dei suoi cittadini aumentando la spesa pubblica, soprattutto sotto forma di massicci trasferimenti di denaro alla popolazione, cioè agevolazioni, sussidi e stipendi pubblici. Dal default del 2001 -che a differenza di quello dell’Ecuador fu causato dal fatto che in cassa non c’erano più soldi- l’Argentina è considerata un paese inaffidabile e quindi non può ricorrere al mercato per finanziare la sua spesa pubblica.
Le soluzioni trovate dai vari governi guidati dal presidente Cristina Kirchner sono state varie e tutte, potenzialmente, molto pericolose. Uno dei primi gesti fu quello di mettere sotto controllo governativo la Banca Centrale.

L’inflazione è proprio uno dei problemi più gravi dell’Argentina. Secondo fonti indipendenti l’inflazione argentina è ormai a più del 25%, mentre secondo il governo è ferma solo al 9%. In molti, tra giornali e analisti finanziari, hanno dichiarato da tempo di non utilizzare più i dati ufficiali del governo, ritenendoli truccati.

Per scampare all’inflazione gli argentini hanno cercato di acquistare monete stabili, in particolare dollari americani, finché i loro pesos valgono ancora qualcosa. Per evitare questo fenomeno, che fa scendere ancora di più il valore della moneta argentina, il governo ha messo in piedi una serie di ostacoli e divieti per impedire di fatto che i pesos vengano cambiati in dollari: ad esempio un argentino che oggi si trovasse in un paese estero non potrebbe prelevare dollari da un bancomat.
A queste limitazioni si aggiungono altre misure poco ortodosse per limitare le importazioni, un altro di quei fenomeni che, se superiori alle esportazioni, fanno scendere il valore di una moneta.
Questo insieme di cause, insieme a una diminuzione del prezzo delle materie prime di cui l’Argentina è un grande esportatore, unito alla crisi globale, sta facendo crollare il gettito fiscale del governo argentino, che non ha a disposizione il mercato del debito per fronteggiare i buchi nel bilancio. Come se non bastasse, pur di cercare di tenere l’economia in moto, la Banca Centrale sta abbassando i requisiti patrimoniali richiesti alle banche. In altre parole le banche potranno prestare più soldi, tenendo in minor conto i rischi che questi prestiti comportano e detenendo quantità minori di capitale di emergenza nelle loro casse.

Un pò di chiarezza sulla leggenda della rivoluzione islandese

La storia dell’Islanda che “sconfigge l’economia globale” circola da mesi. Idealisti e indignados sia di destra che di sinistra l’hanno elevata ad emblema della ribellione popolare per dimostrare a noi onesti cittadini oppressi dal debito che vincere contro presunti complotti di altrettanto presunti “poteri forti”, “governi occulti”, e chi più ne ha più ne metta, si può.
Tuttavia, nell’epoca di internet e dell’informazione in tempo reale, praticamente nessuno si è preoccupato di verificare le fonti, limitandosi ad accettare acriticamente quanto veniva diffuso su Facebook o altri canali alternativi. Se qualcuno si fosse degnato di fare una ricerca con il pc nella sua cameretta, senza dar retta a questa o quella chimera, si sarebbe reso conto da solo che la sproporzione tra entusiaste dichiarazioni e realtà sul campo si dimostra massima.
Questo articolo su sito Approfondendo.it analizza la vicenda islandese punto per punto, spiegando perché quanto viene propagandato dalla controinformazione italiana non sia altro che fumo negli occhi. Il testo risponde fondamentalmente a queste tre domande: cosa c’è di vero nel caso islandese, cosa è veramente successo e se l’esperienza islandese possa essere trasposta nella realtà italiana.

Una premessa: qui mi sono limitato a sintetizzare questo articolo, ma sulla rete ci sono molti altri contributi che approfondiscono la vicenda islandese. Mesi fa, io stesso avevo parlato della decisione di Regno Unito e Olanda di convenire l’Islanda in tribunale in caso di bocciatura del referendum popolare sul piano di rientro del debito (mentre tutti elogiavano tale scelta di “non pagare il debito”) e della disinformazione che anima  slogan e “ricette per la crisi” proposti dai cosiddetti indignados. Ricevendo insulti e critiche, come prevedibile, o al più indifferenza.
È chiaro che svegliarsi da un sogno non è mai piacevole, ma chiudere gli occhi di fronte alla realtà può esserlo ancora meno. Finalmente sulla rete, in mezzo a tante approssimazioni, se non addirittura vere e proprie menzogne e falsità, cominciano ad elevarsi alcune voci decise a chiarezza.

Dunque, il caso Islanda.
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Regno Unito e Olanda porteranno l’Islanda in tribunale?

Nel 2008, il default delle tre principali banche islandesi (la Glitnir, la Kaupþing, e la Landsbanki ) lasciò sul lastrico, oltre agli islandesi, anche parecchi investitori stranieri. In particolare, il fallimento di Icesave, società controllata da Landsbanki, comportò una perdita complessiva da 5,6 miliardi di dollari per circa 340.000 correntisti inglesi e olandesi. Un danno di cui Regno Unito e Olanda si fecero carico, in attesa che l’Islanda fosse in grado di rifondere i capitali elargiti.

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