Per fermare l’ISIS, Siria e Iran bombardano l’Iraq

La mattina del 24 giugno, alcuni caccia non identificati hanno bombardato un mercato nella città islamista-detenuto di Al Qa’im nel nord-ovest dell’Iraq. Si tratta di una località prossima al confine siriano, recentemente caduta nelle mani dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. Data la prossimità con la Siria, si è pensato che si trattasse di velivoli dell’aviazione di Damasco, e due giorni dopo il primo ministro iracheno Nuri al-Maliki ha confermato questa voce. Il premier ha detto di non aver chiesto l’intervento dell’esercito siriano, ma di aver accolto con favore la notizia del bombardamento. “Ogni aiuto contro l’Isil è il benvenuto”, ha dichiarato.

E aiuti, a quanto pare, ne stanno arrivando. Oltre alla Siria, anche l’Iran è pienamente coinvolto nella controffensiva per arginare i jihadisti.  Secondo il New York Times, l’Iran sta fornendo armi al governo iracheno per contrastare i ribelli. Non solo. Fin dai giorni scorsi, alcuni droni iraniani decollano da un aeroporto vicino Baghdad e per sorvolare l’Iraq in missioni segrete di sorveglianza, circostanza nota anche ai funzionari della difesa statunitense. Quindi il sostegno del Paese dei mullah non si limita all’invio di consiglieri militari già annunciato nei giorni scorsi, ma si sta sviluppando in una partecipazione diretta alle sorti del conflitto. Non dimentichiamo che nei giorni scorsi l’ISIS ha preso di mira una località (Qasre Shirin) alla frontiera tra i due Paesi, uccidendo due funzionari iraniani. Continua a leggere

ISIS lancia l’offensiva anche in Iran

Da giorni le tv di tutto il mondo ripetono come i militanti dell’ISIS proseguano la loro avanzata all’interno dell’Iraq, conquistando città e procedendo ad esecuzioni sommarie di militari e altri agenti di sicurezza catturati. Quello che quasi nessuno ha detto è che i jihadisti hanno sferrato un attacco anche alle guardie di frontiera iraniane vicino alla località diQasre Shirin, al confine con l’Iraq. Il fatto sarebbe avvenuto qualche giorno fa, ma si è saputo solo ieri attraverso il passaparola sui social media, stante la consueta censura di Teheran ogniqualvolta si verifichino incidenti di frontiera con Baghdad.

Tra le prove dell’avvenuto scontro circola questa fotografia dei corpi di due funzionari di Teheran uccisi. È probabile che sia stata anche la diffusione di questa immagine a convincere le autorità iraniane a fare chiarezza sui fatti di Qasre Shirin. Il primo a parlarne apertamente è stato Fath Allah Hosseini, deputato locale nel Parlamento iraniano, il quale tuttavia ha cercato di “minimizzare” la vicenda, ripetendo che le frontiere iraniane sono sicure e che in ogni caso i residenti di Qasre Shirin non temono un’avanzata dell’ISIS fino alla frontiera. In seguito, in una dichiarazione all’agenzia di stampa YJC, il generale di brigata Ahmad Reza Pourdastan ha confermato che l’incidente ha avuto luogo, aggiungendo però che gli aggressori appartenevano al Partito per la vita libera del Kurdistan, gruppo militante curdo conosciuto anche con l’acronimo Pejak. Continua a leggere

L’attentato di Beirut è un avvertimento all’Iran

Sono due le esplosioni che hanno scosso il quartiere Bir Hassan nella parte meridionale di Beirut (il video sul sito del Corrieree che hanno causato 23 vittime nella giornata di martedì 19 novembre, sconvolgendo il clima di tranquillità che da sempre ha caratterizzato questa zona residenziale. Secondo una prima rivendicazione dietro l’attentato ci sarebbero le brigate Abdullah Azzam (qui la scheda su Long War Journale l’attacco sarebbe legato agli eventi siriani. 

Ancora una volta, dunque, il Libano è scosso da eventi legati alla guerra civile siriana e per le terza volta nel giro di pochi mesi la periferia di Beirut (ed in particolare le aree controllate da Hezbollah) sono prese di mira da gruppi jihadisti attivi nel Paese. Gli altri due attentati si sono verificati rispettivamente il 9 luglio e il 15 agosto. Il primo aveva colpito il quartiere di Bir al Abed, roccaforte di Hezbollah ed era stato rivendicato dalla sedicente brigata 313 dei ribelli siriani; nel secondo un’autobomba era esplosa nel cuore della periferia sud di Beirut, a Ruayss, altro centro nevralgico del “Partito di Dio”, uccidendo una ventina di persone. 

E’ importante cercare di capire quale oppure chi è il vero obiettivo dell’esplosioneSecondo Ludovico Carlino, esperto di fondamentalismo islamico, le brigate Abdullah Azzam (che prendono il nome dal principale mentore di bin Laden, assassinato nel 1989) sono un gruppo jihadista nato nel 2004 ed operativo in Libano, nella Striscia di Gaza e nel Sinai. Secondo la loro visione Israele, Iran ed Hezbollah farebbero parte di una coalizione tesa a soffocare la rivoluzione siriana, e pertanto sono obiettivi da colpire.

Secondo Lorenzo Trombetta su Limes, che ricostruisce brevemente il quadro geopolitico che contorna la guerra siriana, illustrando le ragioni del coinvolgimento iraniano, l’obiettivo dell’attentato non può che essere Teheran:

L’attacco all’ambasciata iraniana di Beirut segna più di un precedente: uno dei maggiori simboli del potere di Teheran nel paese dei Cedri non era mai stato preso di mira nemmeno durante gli anni della guerra civile libanese (1975-90); obiettivi iraniani, in generale, non erano mai entrati nel mirino in modo diretto ed esplicito durante l’aspra crisi politico-militare che ha dilaniato il Libano dal 2004 al 2008.

Come più volte accaduto anche di recente e sempre in Libano in occasione di attentati contro militari del contingente Onu nel sud del paese (Unifil), anche allora chi intendeva inviare avvertimenti politici a questo o a quell’altro attore rivale lo faceva attaccando i suoi simboli: militari in divisa, agenti dei servizi segreti, sedi diplomatiche.

Lo stesso è avvenuto il 19 novembre a Beirut: attaccare o tentare di attaccare l’ambasciata iraniana è un’azione mirata a inviare un messaggio fin troppo esplicito. E al di là di chi sia realmente il mandante – ormai anche un gruppo di buontemponi arabisti e studiosi di Islam può produrre rivendicazioni verosimili e diffonderle usando alcuni siti ‘autorevoli’ – il fronte armato che si presenta come il “difensore dei sunniti” in Libano, in Siria e in Iraq ha ricordato alla Repubblica islamica che la presenza in forze dei suoi uomini e dei suoi alleati a sostegno di Asad ha un prezzo.

Tuttavia l’attentato di martedì 19 novembre, sottolinea Trombetta, è diverso dagli ultimi due avvenuti nella capitale libanese. Entrambi sono stati interpretati come un monito contro il recente attivismo del movimento sciita nella guerra siriana contro il variegato fronte dei ribelli. Stavolta, invece, l’azione è avvenuta nei pressi di una sede diplomatica straniera. E non una qualsiasi, bensì quella del principale sponsor di Hezbollah, l’Iran:

Il 19 novembre invece non è stato colpito un simbolo religioso (una moschea, un centro culturale) né civile (una scuola, un mercato), bensì politico. E non sono stati colpiti gli Hezbollah o la loro comunità di riferimento, ma i loro padrini regionali. Si è voluta colpire la scelta politica di Teheran di tuffarsi a piedi nudi nella trincea siriana.

È sempre più diffusa negli ambienti siriani e libanesi vicini al sunnismo politico e ostile agli Asad, all’Iran e agli Hezbollah, la percezione di essere “invasi”, “occupati” da “agenti iraniani”. In tal senso, di recente su uno dei siti solidali con la radicalizzazione in senso islamista della rivolta siriana è circolato un poster emblematico: una carta del Medio Oriente trasfigurata, in cui una longa mano iraniana si estendeva dall’Asia Centrale fino alla Siria. La didascalia recitava in arabo e in inglese: “No all’occupazione iraniana”.

Come sottolinea l’agenzia Ansa, l’attentato è avvenuto mentre in Siria le forze governative, sostenute da Teheran e dalle milizie alleate del movimento sciita libanese Hezbollah, sono all’offensiva contro i ribelli. E la televisione di Damasco ha (ovviamente) puntato il dito contro l’Arabia Saudita e il Qatar, sponsor dei gruppi ribelli. Uno dei maggiori esponenti del gruppo Abdullah Azzam, l’emiro Majid bin Muhammad al-Majid, è guarda caso un cittadino saudita, ma è anche vero che il suo nome compare nella lista degli 85 principali ricercati del Regno.

Il regime di Assad sembrava prossimo al tracollo solo qualche mese fa, ma poi molte cose sono cambiate e le ultime settimane hanno registrato una forte avanzata dell’esercito lealista. Un colpo all’opposizione è stato assestato nei giorni scorsi, ad Aleppo, quando è stato ucciso Abdul Qadir al-Saleh, leader della formazione Liwa al-Tawhid, una delle fazioni più forti grazie ai 10 mila combattenti a disposizione.

Perciò è nell’evolversi (sfavorevole ai ribelli) del conflitto siriano che vanno cercate le radici profonde dei recenti attentati a Beirut. La questione della violenza settaria che persegue lo scopo di destabilizzare tutto il Medio Oriente è fuorviante. Come Trombetta ha ripetuto più volte, la componente confessionale serve agli attori politici rivali per muovere le piazze, per ottenere e mantenere consenso sotto la costante minaccia del nemico, per assicurarsi sempre forze nuove, ma non è il motore principale delle tensioni mediorientali e libanesi in particolare.

Dopo aver colpito per due volte il protetto (Hezbollah) ora la furia jihadista ha alzato il tiro puntando al protettore (l’Iran). E, conclude Trombetta, è a Beirut che si inviano i messaggi più espliciti.

Iran, con Rouhani è cambiato tutto perché nulla cambiasse

L’elezione di Hassan Rouhani (in farsi: حسن روحانی, le tralitterazioni Rouhani, Rohani o Rowhani sono equivalenti) ha stupito un po’ tutti.
In primo luogo, è stata una sorpresa per coloro che, da mesi, profetizzavano un’elezione pilotata dalla Guida Suprema Ali Khamenei. In secondo luogo, lo è stata per tutti quelli che si aspettavano un’astensione di massa degli iraniani, che invece si sono recati alle urne con un’affluenza superiore al 72%.

Per comprendere il background di queste elezioni presidenziali si veda qui e qui.

In attesa di ulteriori approfondimenti, è comunque il caso di sgombrare il campo dagli eccessivi entusiasmi che la stampa internazionale sta manifestando a caldo sugli scenari della prossima presidenza iraniana.

A prima vista, le articolate strategie di Ahmadi-Nejad e Khamenei non sono bastate ad evitare sorprese: lo scontro tra filo-conservatori, moderati-riformisti e filo-nazionalisti ha visto prevalere un candidato formalmente lontano sia al presidente uscente che alla Guida Suprema. Rouhani ha vinto perché è riuscito a persuadere la giovane opposizione iraniana a recarsi alle urne

Tuttavia, la vittoria del 64enne chierico sciita non significa certo la sconfitta del regime. Rouhani potrebbe essere stato la scelta razionale dei molteplici centri di potere della Repubblica Islamica per ricostruirsi un’immagine presentabile sia sul fronte interno che all’estero. L’appoggio formale immediatamente ricevuto da parte dei Guardiani della Rivoluzione la dice lunga in proposito.

Secondo LinkiestaRouhani non è un riformista, ma un conservatore dialogante. E con lui l’Iran non cambierà molto le sue politiche:

«La teocrazia islamica esce rafforzata – afferma Pejman Abdolmohammadi, docente di storia e istituzioni dei Paesi islamici alla facoltà di scienze politiche all’Università di Genova – da questo risultato elettorale. Alla presidenza va una figura gradita all’establishment e gli oltre 35 milioni di voti espressi legittimano il sistema». Contrariamente a quanto viene spesso detto, Rouhani non è un riformista o un moderato. Molto vicino a Khomeini fin dagli anni Sessanta, si è occupato di “islamizzare” l’esercito dopo la rivoluzione e ha guidato i servizi di intelligence per 16 anni, prima di essere accantonato nel 2005 con l’arrivo di Ahmadinejad. Politicamente appartiene all’ala più dialogante dei conservatori ed è stato “preso a prestito” dai riformisti, che hanno sostenuto la sua candidatura in queste elezioni anche con gli endorsement dei leader Khatami e Rafsanjani.

Come aggiunge Nicola Pedde su Limes:

L’immagine di Khatami ieri, e di Rowhani oggi, come di politici ostili all’impianto della Repubblica Islamica è da rifiutarsi nel modo più netto e categorico. Questa immagine riflette purtroppo il limite della capacità interpretativa della comunità internazionale e di buona parte della diaspora iraniana, confondendo i desiderata con la realtà politica locale.

Hassan Rowhani è un militante clericale rivoluzionario della prima ora,
 un convinto assertore della bontà del messaggio e dell’azione politica dell’Ayatollah Khomeini (di cui è stato stretto e fidato collaboratore), espressione di quel grande ambito politico che ha maturato e condiviso l’esigenza di una evoluzione del sistema politico, non già di una sua eliminazione.

Rowhani è ostile alla visione retrograda o radicale del governo islamico, ma non certo alla sua esistenza. Ha militato a lungo e attivamente per costruire il paese che ora è chiamato a presiedere; non bisogna incorrere nell’errore di considerare un riformista come un nemico dell’impianto istituzionale della Repubblica Islamica.

Una prima analisi del voto dimostra con chiarezza come poco più di metà degli iraniani abbia votato per Rowhani, mentre l’altra metà ha distribuito il proprio voto in modo più o meno equivalente tra altri 5 candidati. Tra questi, i moderati hanno tuttavia ottenuto la maggioranza dei voti, dimostrando una netta propensione dell’elettorato a favore del cambiamento e della stabilità.

Questo significa chiaramente che anche i tanto temuti - quanto generici, nell’interpretazione attribuita in Occidente – Pasdaran hanno in larga misura votato e sostenuto la necessità di un processo di cambiamento radicale del paese. Come ai tempi di Khatami. Elemento di cui si dovrebbe tener conto in Europa e negli Stati Uniti, che dovrebbero avviare quel dialogo necessario a terminare l’inutile quanto stereotipata e anacronistica percezione dell’Iran.

Aspettiamoci dunque alcuni mesi di distensione, in particolare sul dossier del nucleare. Prospettiva poco gradita da Israele, in quanto la retorica bellicosa di Netanyahu si nutre della presenza non solo di un Iran potenzialmente dotato del’arma atomica, ma di un Iran nemico e potenzialmente dotato dell’atomica. Nondimeno, almeno per adesso non è il caso di aspettarsi chissà quali cambiamenti.

Perché la Repubblica Islamica d’Iran presenta una struttura di potere talmente complessa (per non dire opaca) da mettere il regime al riparo da ogni ipotesi di reale tentativo di svolta.

Siria, il raid israeliano non provocherà una guerra con Damasco

Nuovi dettagli sui raid israeliani in Siria dell’altro giorno.

Il quotidiano iracheno Azzaman, secondo quanto riporta il JPost, svela che il raid avrebbe provocato molte vittime tra le Guardie rivoluzionarie iraniane presenti vicino alla struttura colpita dai bombardamenti, secondo quanto riferito da un diplomatico occidentale. L’offensiva è avvenuta almeno 48 ore prima della diffusione della notizia, fatta filtrare da Gerusalemme.

Secondo l’Economist, l’attacco non significa che Israele voglia interferire nella guerra civile siriana. Piuttosto, segna la continuazione della guerra segreta contro il riarmo di Hezbollah.

Ennio Remondino su Globalist:

I tre bombardamenti israeliani effettuati nella notte su convogli di trasporto armi siriani parlano chiaro. Traduzione pratica delle minacce indirizzate a Damasco dal Primo Ministro israeliano che, dopo aver incontrato Re Abdallah di Giordania a fine dicembre, non aveva escluso un attacco preventivo contro “gli arsenali chimici siriani” per impedire che finiscano sotto il controllo di Hezb’Allah libanese o dei jihadisti presenti all’interno dell’ “Esercito di Liberazione Siriano”, l’Els, dando corpo alle confessioni rese dal generale Abdul Aziz Jasim al Shalali, ex capo della Polizia militare siriana, defezionista rifugiato in Turchia. Nessuna eco, invece, alle dichiarazioni di Bashar al Assad a un giornale libanese filo-siriano dove sostiene che se la Turchia facesse venir meno il supporto ai “ribelli” la guerra finirebbe “in due settimane”.

La stampa israeliana considera l’attacco in Siria un evento in grado di provocare una reazione a catena dalle conseguenze imprevedibili. Israele avrebbe infatti messo in stato d’allerta le truppe stanziate nel nord del Paese.
Dello stesso tenore i media internazionali. Secondo Victor Kotsev sull’Asia Times, “È difficile dire quanto sia probabile una guerra regionale nel prossimo futuro, ma è fuor di dubbio che l’attacco israeliano di martedì è stato uno sviluppo di grande rilievo”. Ad esempio, in un certo senso il bombardamento aereo di obiettivi militari in territorio siriano da parte di Israele avvenuto il 30 gennaio è solo “una prova del conflitto mai esploso tra Tel Aviv e Teheran”, spiega il Washington Post.
Teheran ha infatti reagito con veemenza all’attacco israeliano, minacciando “serie conseguenze per Tel Aviv”, mentre Hezbollah ha chiesto una condanna su larga scala dell’azione militare compiuta dallo Stato ebraico. Nel tradizionale discorso del venerdì, il segretario generale del movimento Hassan Nasrallah ha affermato che l’aggressione di Israele “smaschera” le vere cause della guerra civile siriana: distruggere questo paese e indebolire il suo esercito. Oltre a confermare la volontà dello Stato ebraico cerca di impedire qualsiasi sviluppo delle capacità tecnologiche e militari dei Paesi arabi.
Quasi in risposta alle dichiarazioni dall’Iran, il segretario di Stato uscente Hillary Clinton ha messo in guardia la Repubblica Islamica dal fornire supporto alla Siria in termini di personale addetto alla sicurezza militare. Come se la presenza iraniana in Siria (anche in funzione antiisraeliana) non fosse già il segreto di Pulcinella.
Di maggior rilievo quanto riportato da 
Asharq al-Awsat, secondo il quale la Russia avrebbe inviato cinque navi da guerra nel levante Mediterraneo per svolgere una serie di esercitazioni nei pressi della costa siriana.

Nubi di guerra all’orizzonte? No.

Al di là dei gridi d’allarme, diversi analisti israeliani tendono ad escludere una escalation militare immediata in conseguenza del raid aereo in Siria.
Dello stesso avviso è Lorenzo Trombetta, corrispondente ANSA da anni anni residente a Beirut, secondo cui il “presunto” raid israeliano nei pressi di Damasco non cambia per ora gli equilibri regionali e si inserisce solo indirettamente nella dinamica del conflitto interno in corso in Siria:

La Siria degli Asad da decenni non costituisce una minaccia reale alla sicurezza di Israele. Anzi, come hanno più volte affermato in modo diretto e indiretto i politici israeliani, la permanenza al potere del presidente Bashar al Asad è una garanzia e non un pericolo per lo Stato ebraico. Che non ha mai nascosto di preferire il suo miglior nemico all’ignoto.
I segnali che nessuna guerra sta per scoppiare nella regione provengono anche dai due principali alleati di Damasco: gli Hezbollah hanno condannato verbalmente il raid ma, pur avendone ampiamente i mezzi, non hanno fatto nulla per evitare che i caccia israeliani bombardassero un obiettivo a due passi dalla capitale siriana.
Gli aerei di Israele sono entrati – lo ha confermato il ministero della Difesa di Beirut - da Naqura, sul mare, e in direzione nord-est, hanno attraversato quasi tutta la valle della Beqaa passando sopra le retrovie, i depositi e i campi di addestramento della milizia sciita. Se Hezbollah intendeva proteggere davvero il suo alleato – e scatenare una nuova guerra con Israele – poteva usare almeno uno dei ventimila missili che si dice siano in possesso del movimento filo-iraniano.
E se Israele voleva sostenere i ribelli siriani anti-regime - è la tesi dei sostenitori di Asad, che grida al complotto straniero guidato dai sionisti – non si sarebbe limitata a bombardare solo un obiettivo e dopo quasi due anni dell’inizio della rivolta, ma avrebbe da tempo avviato una campagna su più fronti per accelerare la caduta del raìs.
L’Iran, dal canto suo, aveva nei giorni scorsi affermato che “ogni attacco alla Siria sarà considerato un attacco all’Iran”. Ma dalla dichiarazione di condanna espressa nelle ultime ore da Teheran – dal sottosegretario agli esteri e non dal ministro della Difesa – appare evidente che la Repubblica islamica non agirà militarmente in soccorso del suo storico alleato arabo.
Il governo siriano – tramite l’ambasciatore a Beirut, non il presidente Asad -afferma che si riserva il diritto di rispondere alla vile aggressione, ma che lo farà a sorpresa. Come se l’effetto sorpresa fosse un’eccezione in questo tipo di azioni e non la norma.
La difficile posizione del regime siriano è messa in queste ore ancor più a nudo dalla constatazione - segnalata non solo da fini analisti ma dal più semplice degli uomini della strada in Siria – che nessun velivolo militare siriano si è alzato in volo per proteggere il paese dal raid israeliano.
E che l’aviazione di Damasco non sarà usata contro il “nemico” bensì che continuerà ad essere usata contro ospedali da campo dove sono ammucchiati feriti, panetterie di fronte alle quali si allungano file di donne e bambini, moschee dove sono rifugiati famiglie di sfollati.

PS: più preoccupanti sono le notizie dal fronte orientale della Siria, dove ormai è al-Qa’ida a comandare.

Eritrea, calma apparente

Il governo di Asmara ha riferito che oggi nella capitale è tornata la calma dopo che il 21 gennaio un gruppo di militari si era asserragliato nel Ministero dell’informazione. Preso il controllo delle trasmissioni, i ribelli avevano obbligato Asmelash Abreha, manager della tv nazionale Eri-tv, a leggere una dichiarazione in cui si affermava che la costituzione del 1997 sarebbe stata ripristinata e i prigionieri politici liberati. Nessun accenno alla richiesta di dimissioni del dittatore Isaias Afewerki.
Nel giro di poche ore, l’esercito ha circondato l’edificio governativo e i golpisti si sono arresi, per poi essere portati via in veicoli corazzati verso una base militare a sud della capitale. Nella serata di lunedì le trasmissioni tv e radio nazionali sono state riattivate con un notiziario preregistrato, senza nessun accenno all’interruzione dei programmi.

Il colpo è stato guidato da Saleh Osman, comandante dell’esercito considerato un eroe della guerra contro l’Etiopia degli anni 1998-2000, secondo quanto riferito da Awata, la voce dell’opposizione eritrea basata negli Stati Uniti. Secondo alcune fonti, c’è stato un crescente dissenso nei militari negli ultimi tempi. Tuttavia, benché la stampa internazionale parli con insistenza di “tentato golpe”, l’azione dei militari non aveva le caratteristiche del classico colpo di Stato.
Al momento non si conoscono altri dettagli del negoziato avvenuto con il governo. Si sa che nessun colpo d’arma da fuoco è stato sparato. tuttavia le informazioni che arrivano da Asmara vanno sempre prese con le molle, dal momento che l’accesso dei mezzi d’informazione stranieri alla realtà eritrea è molto limitato.

Comunque è già la seconda volta quest’anno che l’Eritrea balzi ai (dis)onori delle cronaca, dopo il rapporto di Human Rights Watch pubblicato una settimana fa che accusava il governo di Asmara di utilizzare il lavoro forzato (12 ore al giorno in condizioni spaventose e con paga misera) per la costruzione di una miniera d’oro.
Secondo stime ONU, nel Paese vi sono tra i 5.000 e i 10.000 prigionieri politici. Un’altra stima, sempre delle Nazioni Unite, parla di oltre 70.000 rifugiati eritrei hanno attraversato il confine con il Sudan per sfuggire alla fame, alla violenza e alla repressione del regime. Senza contare i 50.000 africani (molti dei quali eritrei, ma anche sudanesi) emigrati in Israele nel corso degli ultimi sei anni – con tutte le polemiche che la loro presenza ha provocato.
Ma la fuga da Asmara non riguarda solo la gente comune. Molti alti gradi delle gerarchie di potere hanno preferito seguire la stessa sorte, come i due alti ufficiali dell’Aviazione volati in Arabia Saudita su un aereo di lusso sottratto al presidente, mentre tra i richiedenti asilo spiccano i nomi del ministro dell’Informazione, di un importante medico chirurgo nonché di gran parte della squadra nazionale di calcio.

PS: A proposito di Israele: Secondo un rapporto di Stratfor diffuso a metà dicembre, L’Eritrea rappresenta un pezzo, non secondario, della guerra fredda tra Israele e Iran che si gioca nel Corno d’Africa. La sintesi di Green Report.

La morte delle tre attiviste curde e quell’accordo di pace con Ankara sempre più lontano

Il Post:

Da alcuni giorni si continua a parlare in Francia del caso delle tre attiviste curde uccise nella notte tra mercoledì e giovedì all’interno di un centro culturale a Parigi. Una di loro, Sakine Cansiz, era stata nel 1978 tra le fondatrici del PKK, il Partito Curdo dei Lavoratori, considerato un gruppo terrorista dalla Turchia, dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti. Tutte e tre sono state uccise con colpi di arma da fuoco: due di loro con colpi alla nuca, la terza con un colpo alla pancia e uno alla testa. Diverse migliaia di curdi – 15 mila solo oggi a Parigi, scrive Le Monde – hanno manifestato in questi giorni davanti al centro culturale dove sono avvenuti gli omicidi e in altre città della Francia. Le tre donne si chiamavano Sakine Cansiz, Fidan Dogan e Leyla Soylemez e il loro omicidio è accaduto nelle stanze del Centro d’informazione del Kurdistan, nel X arrondissement di Parigi. I tre corpi sono stati trovati giovedì, ma è probabile che gli omicidi siano avvenuti il giorno prima. Il presidente della repubblica francese, François Hollande, ha descritto gli omicidi come «orribili» e ha dichiarato che conosceva personalmente una delle vittime – probabilmente si riferiva a Fidan Dogan, rappresentante in Francia del Congresso nazionale curdo. Il ministro degli interni ha dichiarato che si è «certamente» trattato di un’esecuzione. Su chi possa averla organizzata sono emerse finora due teorie.

Una larga parte dei 150.000 curdi di Francia è accorsa da ogni dove nella capitale per dimostrare la propria solidarietà alle famiglie delle vittime e agli altri militanti, altre proteste si sono svolte contemporaneamente anche a Marsiglia e a Strasburgo.
Al di là della cronaca, è interessante notare la tempistica in cui il fatto è avvenuto. L’eccidio a Parigi della co-fondatrice del PKK Sakine Cansiz pesera’ sulle possibilita’ di attuazione del piano che i negoziati segreti turco-curdi avevano faticosamente messo a punto poco prima che le attiviste fossero uccise. Globalist:

Le agenzie di stampa internazionali ci dicono che da qualche giorno esisterebbe una “roadmap” per avviare un soluzione del conflitto tra autorita’ turche e il popolo curdo che prevede anche il disarmo del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan). Molti sono i punti in sospeso da analizzare per cogliere la reale portata di quello che sta accadendo.

Secondo fonti giornalistiche il piano prevederebbe che, in una prima fase, il PKK ritiri le sue forze dal sud della Turchia e, successivamente, deponga tutte le armi ancora in suo possesso. In seconda battuta ad alcuni verrebbe concesso l’esilio in Europa, mentre per altri, stanziati perlopiù nell’area dei Monti Qandil (nord-Iraq), sarebbe prevista un’amnistia generale che permetta loro di tornare in Turchia e di reinserirsi nella vita politica del Paese. Coloro che sono incarcerati in terra turca per connivenza con il PKK dovrebbero, invece, essere progressivamente rilasciati. Infine dovrebbe essere stanziata una forza di pace nel sud del Paese che garantisca la sicurezza dell’area durante la fase di transizione. Parallelamente dovrebbero essere promosse iniziative a sostegno del riconoscimento dell’identità curda e dovrebbe essere garantito il voto popolare per i governatori locali.
Questo piano lascia, però, alcuni problemi irrisolti senza la cui soluzione non si potrà proseguire nella messa in atto della tregua. In primo luogo è necessario sciogliere il nodo delle condizioni di detenzione di Ocalan. Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan ha escluso la possibilità di ammorbidimento delle condizioni di isolamento o di concessione di arresti domiciliari per il leader curdo.

Ankara si è affrettata a dichiarare che si tratta probabilmente di un regolamento di conti tra fazioni curde, di cui la Turchia non è responsabile, e che in ogni caso l’episodio non interferirà con il processo di pace in corso. Ma la comunità curda in Francia punta il dito contro i Lupi grigi o i servizi segreti turchi. Ipotesi confermata da questa analisi del New York Times, dove oltre all’intelligence turca e alle fazioni curde che si oppongono alla pace con Ankara, si parla anche di un coinvolgimento dei servizi segreti siriani e iraniani.
In effetti, Damasco e Teheran ospitano entrambe una copiosa comunità curda avrebbero tutto l’interesse a destabilizzare Ankara dall’interno, in ragione dell’attivismo di quest’ultima nella crisi siriana. E’ sempre stato un gioco comune dei tre suddetti Paesi: reprimere i propri curdi e aizzare quelli degli altri. Il tutto sullo sfondo della crescente rivalità strategica tra Iran e Turchia, acuita il mese scorso dal dispiegamento di missili NATO lungo il confine turco-siriano.
In ogni caso, l’ipotesi “esterna” circa la responsabilità del massacro di Parigi, al di là dell’attuale quadro geopolitico e delle congetture che potrebbe suggerire, è ancora tutta da dimostrare.

Un background dell’irrisolta questione curda in Turchia si trova su Limes:

Le radici dello scontro tra curdi e turchi risalgono alla fine della prima guerra mondiale, nel massimo momento di affermazione del principio dell’autodeterminazione dei popoli.

I curdi hanno caratteristiche socio-culturali che li distinguono nettamente dai turchi. La loro lingua è legata più al persiano che al turco; lo stesso si può dire per le loro origini, mentre i turchi hanno radici mongole; la loro organizzazione sociale fa di loro l’anima rurale (e, sotto alcuni punti di vista, ancora tribale) della Turchia.

A determinare probabilmente la polarizzazione delle posizioni tra Stato turco e comunità curda e la progressiva escalation dello scontro è stato l’approccio di Ankara alla questione. Le autorità turche non sono apparse in grado di affrontare la problematica da un punto di vista politico-diplomatico e socio-economico, relegandola a una questione di sicurezza nazionale e reprimendo con la forza le manifestazioni di dissenso della comunità curda. Nonostante le aperture promesse dall’attuale primo ministro Erdoğan, i curdi sono ancora privi di rappresentanza politica, in quanto i partiti di matrice curda sono vietati dalla Costituzione turca.

Il nodo della questione è di natura socio-economica: il sud-est della Turchia (il Kurdistan turco) ha un reddito pro-capite pari al 40% della media nazionale, un settore industriale ancora molto arretrato e carenti servizi di sanità e istruzione.

Il Pkk è considerato un’organizzazione terroristica dalla Turchia e da tutti gli Stati membri dell’Unione Europea. Non è un mistero che, dal punto di vista di molti curdi, esso sia il rappresentante delle istanze della comunità nei confronti di Ankara, e che sia legittimato a ricorrere alla lotta armata di fronte alle politiche – percepite come discriminatorie – che la Repubblica fondata da Ataturk persegue nei loro confronti.

In una simile cornice, l’emigrazione è diventata una valvola di sfogo.

La differenza tra i primi anni del Novecento e oggi è che all’epoca a “emigrare” (sarebbe più corretto dire “auto-esiliarsi”) era la borghesia colta

I curdi che oggi vivono in Europa, al contrario, sono l’estensione naturale delle comunità rurali anatoliche. I legami con la propria terra sono molto forti e il senso di appartenenza alla comunità è accentuato.

È probabile che se il governo di Ankara ingaggiasse un dialogo più costruttivo con le comunità curde, includendo e non escludendo le formazioni partitiche che ambiscono a uscire dalla spirale di violenza e ad affrancarsi dallo stesso Pkk, molti cittadini curdi avrebbero un’alternativa valida tra i due tipi di violenza.

Le sanzioni contro l’Iran colpiscono non il regime, ma la popolazione

Ogni tanto si torna a parlare delle sanzioni contro il programma nucleare iraniano.

Finora le pressioni dei Paesi occidentali per indurre Teheran a rinunciare ai propri piani di arricchimento dell’uranio non ha sortito gli effetti sperati. Non è difficile comprenderne il perché: come ho spiegato quasi un paio d’anni fa, eludere le sanzioni non è poi così difficile.

Nonostante il nuovo regime sanzionatorio promosso all’inizio del 2012 (in vigore dal luglio dello stesso anno), la situazione non è cambiata. Riporto integralmente quanto scritto su Osservatorio Iraq:

Quattro paesi asiatici starebbero acquistando attualmente la quasi totalità delle esportazioni iraniane di petrolio: si tratta di Cina, Corea del Sud, Giappone e India, secondo un recente rapporto della Economist’s Intelligence Unit.
Il petrolio offre l’80% dei proventi da esportazione dell’Iran e più del 50% delle entrate del governo.Il bilancio di previsione del governo iraniano per l’anno fiscale che finirà il prossimo marzo prevedeva l’esportazione di 2,2 milioni di barili al giorno.
Tuttavia, la statunitense International Energy Administration ha recentemente stimato come – a seguito delle sanzioni economiche imposte al paese a partire dal 2010 da Stati Uniti e Unione Europea – le vendite effettive nel 2012 ammontino a circa 1 milione di barili al giorno: la metà di quanto previsto.
In questa situazione, è evidente come la dipendenza di Teheran dai quattro paesi asiatici sia cresciuta sensibilmente. Tuttavia, nel corso del 2012 si nota un leggero declino nella quantità di petrolio che ognuno di questi ha importato.
La Cina, che attualmente acquista circa il 50% delle esportazioni iraniane di petrolio, nel 2012 avrebbe ridotto del 23% le importazioni da Teheran. Flussi di importazione rallentati anche per India, Corea del Sud e Giappone, per una percentuale pari a circa il 40%.
Le ragioni di questa scelta risiedono dall’altra parte del mondo, negli Stati Uniti.
Il 31 dicembre 2011 il presidente Barak Obama firmò una legge secondo cui sarebbe stato tagliato l’accesso al sistema finanziario statunitense a tutte le entità che avessero fatto affari con la Banca centrale iraniana.
La legge prevede proroghe di tre mesi, rinnovabili, per quei paesi che riducano in modo costante i propri acquisti di greggio dall’Iran. Cina, India, Corea del Sud e Giappone hanno ottenuto due proroghe da quando queste sanzioni sono entrate in vigore, nel luglio del 2012.
L’Iran tuttavia non sembra prossimo alla resa.
Il Middle East Economic Digest riporta come Teheran riesca a vendere il proprio petrolio tramite espedienti sempre più complessi: tra questi, il carico dei barili presso porti remoti, da cui il petrolio iraniano è trasportato in Asia a bordo di navi battenti bandiere di altri paesi; così come il contrabbando via terra nel vicino Iraq, dove il petrolio iraniano – molto simile nelle sue specifiche a quello iracheno – è venduto nei porti del Golfo Persico sul mercato internazionale.
Secondo la United Press International, questi stratagemmi avrebbero favorito un aumento delle vendite di petrolio iraniano nella seconda metà del 2012 pari a circa 10.000 tonnellate rispetto ai primi sei mesi dello scorso anno. Un risultato che avrebbe portato nelle casse di Teheran circa 410 milioni di dollari in più al mese.
Esempi che dimostrano come l’Iran non sembri disposto a cedere alle pressioni internazionali e come, in fin dei conti, il meccanismo delle sanzioni si stia rivelando più rischioso per la popolazione che per il governo.

E se fosse proprio quello l’obiettivo? In metà ottobre Justin Logan, direttore del Cato Institute (Centro Studi sulla Politica Estera), aveva dichiarato che lo scopo delle sanzioni è provocare sofferenza nella popolazione, affinché una successiva rivolta possa determinare il collasso o il rovesciamento del regime.
Tutto ciò nonostante sia stato osservato che l’Iran, per dare il via ad una “Primavera persiana” tanto auspicata nei salotti occidentali, avrebbe bisogno di uno sviluppo economico tale da permettere l’ascesa di una classe media.

Perché la fine di Assad appare sempre più vicina

Nelle ultime settimane il regime siriano ha perso un gran numero di basi ed aeroporti militari con la distruzione al suolo di vari aerei jet ed elicotteri. Così Assad sta progressivamente perdendo la sua forza maggiore: il controllo dei cieli.
Sarà forse per questo che, come rivelato dal New York Times, l’esercito sta compiendo manovre sospette con l’arsenale chimico? Il quotidiano, citando una fonte anonima dell’amministrazione USA, ha persino paventato l’idea che tali armi siano messe in posizione in questi giorni, per quanto non vi sia certezza che Assad abbia ordinato di schierarle né che intenda usarle. Nel dubbio, Hilary Clinton e Barack Obama hanno già lanciato il loro monito: l’uso (o anche solo lo svolgimento di movimenti preparatori) delle armi chimiche “sarebbe totalmente inaccettabile“.
Fatto sta che le armi chimiche siriane (qui un approfondimento di Massimiliano Ferraro), oltre alla popolazione della Siria, spaventano sul serio anche l’America.

Ora, probabilmente nessuno a Damasco pensa che l’uso di armi chimiche come mezzo estremo di sopravvivenza politica possa rivelarsi una strategia vincente. Il regime di Assad finora non ha mai usato le armi chimiche e ribadito in più occasioni che non le userà contro il suo popolo, e benché il presidente non si sia mai curato dei drammatici risvolti umanitari della crisi, stavolta possiamo credergli. Dopo tutto, usare le armi per colpire o più semplicemente mostrare i muscoli contro il nemico non sono certo gli unici motivi validi per tirarle fuori dalla naftalina: riposizionarle in luoghi più sicuri consentirà all’esercito di tenerle al riparo dai ribelli, ormai sempre più vicini alla capitale Damasco.  L’esperienza libica – dove le armi trafugate dagli arsenali gheddafiani, lasciati incustoditi, hanno foraggiato sia la rivolta nel Nord del Mali che le bande beduine del Sinai – dovrebbe suggerirci che tale mossa non è certamente un male. Soprattutto se davvero al-Qa’ida è attiva nelle fila dei ribelli.

Allora perché tanta enfasi da parte dell’amministrazione USA nel denunciare la faccenda? Potrebbe essere un’azione diversiva nel quadro di un’operazione più complessa, volta a rimuovere Assad passo dopo passo, attraverso una lenta ma efficace strategia di soffocamento.
Secondo Ennio Remondino su Globalist:

Una trama complessa. Non sappiamo esattamente chi abbia elaborato la strategia complessiva e i dettagli delle diverse operazioni, ma ne conosciamo alcuni passaggi. Basta guardarsi attorno. Come far implodere il regime di Assad senza farsi coinvolgere in un conflitto aperto e senza cavalcare opposizioni interne più pericolose dello stesso vecchio despota? Lettura atlantica e Statunitense, a quanto ci dicono le nostre fonti. Con la responsabilità di un bel po’ di vittime tra la popolazione di quello sfortunato paese. Ma quando mai le vittime civili entrano nelle contabilità delle guerre?
Operazione Doha. Su pressione di Stati Uniti e Qatar e con la partecipazione attiva di Francia, Germania, Italia, Turchia e Gran Bretagna, dal 4 all’11 novembre sono stati riuniti a Doha oltre 400 delegati della dissidenza siriana. Fritto politicamente e militarmente misto, da maneggiare con le molle, ma indispensabile per formare un soggetto politico siriano credibile e formalmente unitario. Un Parlamento alternativo a quello di Damasco e un Governo transitorio copiato dal “modello libico”. Compito, gestire le “aree liberate”, le attività dell’«Esercito Libero Siriano», soldi e armi.
Democrazia a lotti. Gli equilibri interni sono fondamentali per garantire chi paga. Come Presidente del “Consiglio Nazionale Siriano” (Cns) viene eletto George Sabra (in sostituzione di Abdel Baset Sieda) affiancato da un vice, l’esponente dei Fratelli Musulmani Faruk Tayfur, e 40 membri anche essi di nuova nomina. L’inaspettata scelta di Sabra, cristiano ed ex comunista, è una mossa abile. Sottrarre al Presidente Bashar Assad l’egemonia sulla comunità cristiana, preoccupata dall’ascesa in tutta la regione dei Fratelli Musulmani. Qualche resistenza Usa su quel passato comunista, ma si sa.
L’ombrello plurale. La “Coalizione Nazionale delle Forze di Opposizione” (Ncof) è l’ombrello sotto il quale hanno deciso di ripararsi tutti i rappresentanti delle diverse formazioni. Con l’accordo firmato anche dal Cns (cui andranno 22 dei 60 seggi della Coalizione), di non accettare alcun dialogo e negoziato con il regime damasceno. Nasce un “Consiglio Militare” e una “Commissione Giuridica Nazionale” e, il 19 novembre in Marocco, il gruppo “Gli amici della Siria” per ottenerne i riconoscimento di “legittimo rappresentante del popolo siriano” e i supporti economici e militari.
La Nato chioccia. Presidente è Sheikh Ahmed Moaz al Khatib, siriano, contiguo ai Fratelli Musulmani, all’estero da 3 anni. Due vice: Riad Seif, esponente di spicco dell’opposizione siriana, critico del Cns che valuta scarsamente incisivo, ma favorito dagli USA; Suhair al Atassi, unica donna fra gli eletti. La nuova coalizione è stata subito riconosciuta dal “Consiglio di Cooperazione del Golfo” (Ccg) di Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar. Il segretario generale della Nato Rasmussen, ha applaudito: “Oltre la situazione di stallo della crisi”.
Enfasi umanitaria. Movimento a tenaglia. Contestualmente all’elezione del nuovo Presidente del Cns, il Capo dell’ “Ufficio di Coordinamento degli Affari Umanitari” (Ocha) dell’Onu a Ginevra , John Ging, ha denunciato l’aggravamento dell’emergenza umanitaria in Siria. Una crisi che il prossimo anno investirà oltre 4 milioni di persone. Mentre in centinaia di migliaia continueranno a fuggire dalla Siria in guerra verso i Paesi confinanti. Nel giorno stesso della denuncia Onu sono stati registrati oltre 11 mila profughi siriani che avevano attraversato il confine con la Turchia.
Mezzaluna sciita. Il quotidiano libanese “Daily Star” lancia un’intervista ad esponenti del neo-nato “Esercito Libero dell’Iraq” (Eli), che si ispira all’Els e intende combattere i regimi sciiti sostenuti dall’Iran. La milizia raggrupperebbe anche militanti di Al Qaeda presenti nelle zone sunnite di Anbar, Qaim e Mosul ed elementi di “Sahwa”, formazione di sunniti che, vicende locali li fanno nemici giurati del premier iracheno Nuri al Maliki, contro il quale combattono affinché insieme alla Siria cada anche l’Iraq e si indebolisca l’Iran che li sostiene. Clienti difficili da gestire e intenti dubbi.
Poi la questine curda. Durante il vertice di Doha vi è stata una intensificazione delle attività curde nel nord-est delle Siria dove militanti del “Partito dell’Unione Democratica” (Pyd), vicini al “Partito dei Lavoratori Curdi” (Pkk), hanno assunto il controllo di al Dirbasiyyah, Tel Nemer, Amuda e Malikieh, abbandonate dai lealisti. I curdi, ritenuti dall’Els vicini al regime damasceno e ostili alla Turchia, mantengono in realtà le distanze dall’uno e dagli altri nel tentativo di ritagliarsi con la forza delle armi anche in Siria quell’autonomia conquistata nel nord dell’Iraq dove esiste uno Stato curdo.
La somma dei fatti. Tali eventi, casuali o no, forniscono dati incontrovertibili. 1) Crescente destabilizzazione del Paese, non più in grado di provvedere alla sicurezza dei suoi cittadini e, in particolare, di quanti ne siano (o ne siano stati) sostenitori (alawiti e cristiani), costretti a fuggire e bersagliati dagli insorgenti, con conseguente delegittimazione davanti alla Comunità Internazionale. 2) Incapacità del controllo territoriale anche nelle città più importanti, Damasco e Aleppo, oggetto di continui attentati. 3) Aperta minaccia da parte di Israele e indebolimento della “mezzaluna sciita”.
Risultati prossimi. Dopo avere di fatto azzerato il tentativo dell’inviato speciale di Onu e Lega Araba, Lakhdar Brahim, resta ben poco spazio alla speranza del Presidente Assad di reggere sino alla Presidenziali del 2013. Il nuovo organismo dell’opposizione, pur diviso come è al suo interno tra salafiti, jihadisti nazionalisti, qaedisti internazionali e mercenari, non avrà l’intervento Nato ma otterrà la legittimazione della maggioranza Comunità Internazionale. E con essa il supporto per sconfiggere l’esercito siriano minato dalle diserzioni anche ad alto livello che continuano a crescere.

Il destino del regime di Damasco parrebbe segnato. Non soltanto per le defezioni di alto livello (ultima in ordine di tempo, quella di Jihad Makdissi, portavoce del ministero degli esteri), quanto perché potrebbe venir meno il supporto del suo più stretto alleato: l’Iran. Si sa da tempo che giornalmente la Siria riceve armi da Teheran via Iraq (forniture che proseguono ancora oggi), ma per quanto ancora la Repubblica Islamica continuerà a sostenere Assad prima di abbandonarlo a sé stesso?
L’analista Amir Taheri se lo chiedeva già un anno fa. Secondo la sua visione, l’Iran non voleva lasciare che fosse la Turchia ad avvantaggiarsi dalla possibile caduta di Assad, così Alì Khamenei aveva già iniziato a programmare il dopo. Proprio in quei giorni l’agenzia di stampa governativa iraniana, l’IRNA, dichiarava che Assad doveva “rispondere alle richieste della piazza”, dopo che per settimane non aveva speso una parola in merito. Nel frattempo il flusso di pellegrini iraniani al santuario di Sayyida Zaynab, a Damasco, si era arrestato. Segnali che lasciavano intuire un possibile cambio di campo di Teheran.
Ciò non è avvenuto, ma è di questi giorni la notizia che, secondo un rapporto riservato, l’appoggio dell’Iran ad Assad è in dirittura d’arrivo. Il deterioramento della situazione economica della repubblica islamica e limprobabile sopravvivenza del regime nel lungo termine suggeriscono di gettare la spugna. Ma non prima del giugno 2013, quando si terranno le elezioni presidenziali, alle quali Ahmadi-Nejad non potrà ricandidarsi.
Attenzione: l’Iran sta lasciando Assad, non la Siria. Il Paese levantino è troppo importante per la proiezione geopolitica di Teheran perché quest’ultima possa abdicarvi. Non c’è allora da stupirsi che lo scorso 19 novembre Iran e Siria, insieme all’Iraq, abbiano annunciato la costruzione di un gasdotto che dal giacimento di South Pars (in condominio col Qatar) porterà 110 milioni di mc3 al giorno di gas naturale verso Baghdad e Damasco, e da lì (forse) anche verso l’Europa. Il progetto legherà indissolubilmente i due Paesi all’Iran. A prescindere, dunque, da chi sarà al potere in Siria.
E Assad cosa farà? Secondo alcune voci, pare stia cercando asilo politico in America Latina.

Israele avrebbe colpito il Sudan per avvertire l’Iran e Hamas

Il 27 ottobre l’Associated Press ha pubblicato delle foto satellitari che mostrano come una fabbrica di armi a Yarmuk (Sudan) sia stata bombardata, forse da aerei militari. L’attacco sarebbe avvenuto nella notte del mercoledì precedente e il regime sudanese ha subito accusato Israele, il quale però non conferma né smentisce. In particolare si parla di un’operazione condotta con quattro cacciabombardieri.
Secondo il Guardian quei container contenevano armi e munizioni dirette ad Hamas e ad Hezbollah per conto dell’Iran. Da quando molti carichi di armi spediti direttamente sono stati intercettati da Israele, Teheran ha cominciato ad inviare i rifornimenti bellici tramite il Sudan. L’attacco quindi sarebbe stato mirato a interrompere il flusso di armi diretto ai gruppi terroristici che operano ai confini di Israele. Non è neppure la prima volta che il regime di Khartoum accusa Tel Aviv di essere responsabile di bombardamenti ai suoi danni: era già accaduto in altre due occasioni, nel 2009 e nel 2011.
E’ probabile che l’operazione avesse anche un obiettivo secondario. Secondo alcuni analisti Israele non solo sarebbe in grado di portare a termine un attacco simile: in linea d’aria il Sudan dista circa 1.600 km da Israele, dunque i caccia israeliani ne avrebbero percorsi più di tremila in volo tra andata e ritorno. Più o meno la distanza che separa Israele dalla centrale sotterranea di Fordow, il più lontano dei siti nucleari iraniani. In realtà, grazie grazie ai rifornimenti in volo di carburante,  l’aviazione israeliana è in grado di raggiungere e colpire tali obiettivi, come era già stato dimostrato a livello teorico da alcuni esperti. L’attacco di Yarmuk lo confermerebbe anche a livello pratico.

Tuttavia, la situazione è ancora più complessa. Il Time raccoglie le opinioni di alcuni analisti scettici riguardo alla versione di Khartoum: se gli aerei erano invisibili ai radar, le autorità sudanesi come possono affermare che i velivoli fossero proprio quattro? Potrebbe anche essersi trattato di una esplosione accidentale nel magazzino, come era stato inizialmente riferito dal governatore dello stato di Khartoum. Ma in un momento di gravi tensioni sociali all’interno del Paese, Israele rappresenta un facile capro espiatorio per canalizzare la rabbia popolare distogliendola dalle miserie quotidiane.
Un analista sudanese parla di un attacco avvenuto con un drone, il cui obiettivo era un deposito di munizioni per droni accanto alla fabbrica, la quale sarebbe stata accidentalmente colpita. C’è anche la possibilità che l’obiettivo non erano le armi, bensì qualcosa di più importante: secondo un altro analista (stavolta israeliano), non si inviano quattro aerei fino a 1.900 km di distanza solo per distruggere una fabbrica che produce razzi Grad.

Interessante il contributo di Amin Rosen sull’Atlantic, che esordisce così: “Non capita spesso che un governo annunci con enfasi che una struttura militare nella sua capitale è stata distrutta da un attacco a sorpresa, anche alla luce di plausibili elementi di prova contrari.” L’idea di fondo è quella: incolpare un nemico esterno per unire una popolazione frammentata e irrequieta, come già avvenuto la scorsa estate in occasione degli scontri di frontiera col neonato Sud Sudan.
Nondimeno, ci sono indizi che l’attacco aereo sia effettivamente avvenuto, come la testimonianza di un giornalista della AFP e un video su Youtube che mostra esplosioni – benché non sia possibile stabilire cosa le abbia causate. Inoltre, Rosen ricorda che Sudan e Iran hanno firmato un “accordo di cooperazione militare” nel 2008, e che il Paese africano ha ricevuto e ospitato il personale della Guardia Rivoluzionaria iraniana. Le voci sul transito per le armi destina ad Hamas sono  state confermate in un incontro tra l’inviato speciale degli Stati Uniti Scott Gration e il capo dei servizi segreti sudanesi Salah Ghosh, che però ha negato il diretto coinvolgimento del suo governo.

Israele non attraversa un momento  favorevole. La scorsa settimana, lo sceicco Hamad bin Khalifa al-Thani, emiro del Qatar, è stato il primo capo di Stato a visitare la Striscia di Gaza da cinque anni a questa parte, rompendo così l’isolamento diplomatico di Hamas (qui la mia analisi e qui quella di Limes). Fatto inquietante, la visita di al-Thani ha coinciso con una ripresa di lanci di razzi di Hamas contro i civili israeliani che vivono nelle zone intorno a Gaza. Alla luce di questo aspetto, l’attacco di Yarmuk potrebbe essere un avvertimento di Tel Aviv all’Iran – e a questo punto, anche ad Hamas – che la sua capacità di reazione è sempre e comunque pronta ed efficace. E devastante.