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Nuovi dettagli sui raid israeliani in Siria dell’altro giorno.

Il quotidiano iracheno Azzaman, secondo quanto riporta il JPost, svela che il raid avrebbe provocato molte vittime tra le Guardie rivoluzionarie iraniane presenti vicino alla struttura colpita dai bombardamenti, secondo quanto riferito da un diplomatico occidentale. L’offensiva è avvenuta almeno 48 ore prima della diffusione della notizia, fatta filtrare da Gerusalemme.

Secondo l’Economist, l’attacco non significa che Israele voglia interferire nella guerra civile siriana. Piuttosto, segna la continuazione della guerra segreta contro il riarmo di Hezbollah.

Ennio Remondino su Globalist:

I tre bombardamenti israeliani effettuati nella notte su convogli di trasporto armi siriani parlano chiaro. Traduzione pratica delle minacce indirizzate a Damasco dal Primo Ministro israeliano che, dopo aver incontrato Re Abdallah di Giordania a fine dicembre, non aveva escluso un attacco preventivo contro “gli arsenali chimici siriani” per impedire che finiscano sotto il controllo di Hezb’Allah libanese o dei jihadisti presenti all’interno dell’ “Esercito di Liberazione Siriano”, l’Els, dando corpo alle confessioni rese dal generale Abdul Aziz Jasim al Shalali, ex capo della Polizia militare siriana, defezionista rifugiato in Turchia. Nessuna eco, invece, alle dichiarazioni di Bashar al Assad a un giornale libanese filo-siriano dove sostiene che se la Turchia facesse venir meno il supporto ai “ribelli” la guerra finirebbe “in due settimane”.

La stampa israeliana considera l’attacco in Siria un evento in grado di provocare una reazione a catena dalle conseguenze imprevedibili. Israele avrebbe infatti messo in stato d’allerta le truppe stanziate nel nord del Paese.
Dello stesso tenore i media internazionali. Secondo Victor Kotsev sull’Asia Times, “È difficile dire quanto sia probabile una guerra regionale nel prossimo futuro, ma è fuor di dubbio che l’attacco israeliano di martedì è stato uno sviluppo di grande rilievo”. Ad esempio, in un certo senso il bombardamento aereo di obiettivi militari in territorio siriano da parte di Israele avvenuto il 30 gennaio è solo “una prova del conflitto mai esploso tra Tel Aviv e Teheran”, spiega il Washington Post.
Teheran ha infatti reagito con veemenza all’attacco israeliano, minacciando “serie conseguenze per Tel Aviv”, mentre Hezbollah ha chiesto una condanna su larga scala dell’azione militare compiuta dallo Stato ebraico. Nel tradizionale discorso del venerdì, il segretario generale del movimento Hassan Nasrallah ha affermato che l’aggressione di Israele “smaschera” le vere cause della guerra civile siriana: distruggere questo paese e indebolire il suo esercito. Oltre a confermare la volontà dello Stato ebraico cerca di impedire qualsiasi sviluppo delle capacità tecnologiche e militari dei Paesi arabi.
Quasi in risposta alle dichiarazioni dall’Iran, il segretario di Stato uscente Hillary Clinton ha messo in guardia la Repubblica Islamica dal fornire supporto alla Siria in termini di personale addetto alla sicurezza militare. Come se la presenza iraniana in Siria (anche in funzione antiisraeliana) non fosse già il segreto di Pulcinella.
Di maggior rilievo quanto riportato da 
Asharq al-Awsat, secondo il quale la Russia avrebbe inviato cinque navi da guerra nel levante Mediterraneo per svolgere una serie di esercitazioni nei pressi della costa siriana.

Nubi di guerra all’orizzonte? No.

Al di là dei gridi d’allarme, diversi analisti israeliani tendono ad escludere una escalation militare immediata in conseguenza del raid aereo in Siria.
Dello stesso avviso è Lorenzo Trombetta, corrispondente ANSA da anni anni residente a Beirut, secondo cui il “presunto” raid israeliano nei pressi di Damasco non cambia per ora gli equilibri regionali e si inserisce solo indirettamente nella dinamica del conflitto interno in corso in Siria:

La Siria degli Asad da decenni non costituisce una minaccia reale alla sicurezza di Israele. Anzi, come hanno più volte affermato in modo diretto e indiretto i politici israeliani, la permanenza al potere del presidente Bashar al Asad è una garanzia e non un pericolo per lo Stato ebraico. Che non ha mai nascosto di preferire il suo miglior nemico all’ignoto.
I segnali che nessuna guerra sta per scoppiare nella regione provengono anche dai due principali alleati di Damasco: gli Hezbollah hanno condannato verbalmente il raid ma, pur avendone ampiamente i mezzi, non hanno fatto nulla per evitare che i caccia israeliani bombardassero un obiettivo a due passi dalla capitale siriana.
Gli aerei di Israele sono entrati – lo ha confermato il ministero della Difesa di Beirut - da Naqura, sul mare, e in direzione nord-est, hanno attraversato quasi tutta la valle della Beqaa passando sopra le retrovie, i depositi e i campi di addestramento della milizia sciita. Se Hezbollah intendeva proteggere davvero il suo alleato – e scatenare una nuova guerra con Israele – poteva usare almeno uno dei ventimila missili che si dice siano in possesso del movimento filo-iraniano.
E se Israele voleva sostenere i ribelli siriani anti-regime - è la tesi dei sostenitori di Asad, che grida al complotto straniero guidato dai sionisti – non si sarebbe limitata a bombardare solo un obiettivo e dopo quasi due anni dell’inizio della rivolta, ma avrebbe da tempo avviato una campagna su più fronti per accelerare la caduta del raìs.
L’Iran, dal canto suo, aveva nei giorni scorsi affermato che “ogni attacco alla Siria sarà considerato un attacco all’Iran”. Ma dalla dichiarazione di condanna espressa nelle ultime ore da Teheran – dal sottosegretario agli esteri e non dal ministro della Difesa – appare evidente che la Repubblica islamica non agirà militarmente in soccorso del suo storico alleato arabo.
Il governo siriano – tramite l’ambasciatore a Beirut, non il presidente Asad -afferma che si riserva il diritto di rispondere alla vile aggressione, ma che lo farà a sorpresa. Come se l’effetto sorpresa fosse un’eccezione in questo tipo di azioni e non la norma.
La difficile posizione del regime siriano è messa in queste ore ancor più a nudo dalla constatazione - segnalata non solo da fini analisti ma dal più semplice degli uomini della strada in Siria – che nessun velivolo militare siriano si è alzato in volo per proteggere il paese dal raid israeliano.
E che l’aviazione di Damasco non sarà usata contro il “nemico” bensì che continuerà ad essere usata contro ospedali da campo dove sono ammucchiati feriti, panetterie di fronte alle quali si allungano file di donne e bambini, moschee dove sono rifugiati famiglie di sfollati.

PS: più preoccupanti sono le notizie dal fronte orientale della Siria, dove ormai è al-Qa’ida a comandare.

Eritrea, calma apparente

Il governo di Asmara ha riferito che oggi nella capitale è tornata la calma dopo che il 21 gennaio un gruppo di militari si era asserragliato nel Ministero dell’informazione. Preso il controllo delle trasmissioni, i ribelli avevano obbligato Asmelash Abreha, manager della tv nazionale Eri-tv, a leggere una dichiarazione in cui si affermava che la costituzione del 1997 sarebbe stata ripristinata e i prigionieri politici liberati. Nessun accenno alla richiesta di dimissioni del dittatore Isaias Afewerki.
Nel giro di poche ore, l’esercito ha circondato l’edificio governativo e i golpisti si sono arresi, per poi essere portati via in veicoli corazzati verso una base militare a sud della capitale. Nella serata di lunedì le trasmissioni tv e radio nazionali sono state riattivate con un notiziario preregistrato, senza nessun accenno all’interruzione dei programmi.

Il colpo è stato guidato da Saleh Osman, comandante dell’esercito considerato un eroe della guerra contro l’Etiopia degli anni 1998-2000, secondo quanto riferito da Awata, la voce dell’opposizione eritrea basata negli Stati Uniti. Secondo alcune fonti, c’è stato un crescente dissenso nei militari negli ultimi tempi. Tuttavia, benché la stampa internazionale parli con insistenza di “tentato golpe”, l’azione dei militari non aveva le caratteristiche del classico colpo di Stato.
Al momento non si conoscono altri dettagli del negoziato avvenuto con il governo. Si sa che nessun colpo d’arma da fuoco è stato sparato. tuttavia le informazioni che arrivano da Asmara vanno sempre prese con le molle, dal momento che l’accesso dei mezzi d’informazione stranieri alla realtà eritrea è molto limitato.

Comunque è già la seconda volta quest’anno che l’Eritrea balzi ai (dis)onori delle cronaca, dopo il rapporto di Human Rights Watch pubblicato una settimana fa che accusava il governo di Asmara di utilizzare il lavoro forzato (12 ore al giorno in condizioni spaventose e con paga misera) per la costruzione di una miniera d’oro.
Secondo stime ONU, nel Paese vi sono tra i 5.000 e i 10.000 prigionieri politici. Un’altra stima, sempre delle Nazioni Unite, parla di oltre 70.000 rifugiati eritrei hanno attraversato il confine con il Sudan per sfuggire alla fame, alla violenza e alla repressione del regime. Senza contare i 50.000 africani (molti dei quali eritrei, ma anche sudanesi) emigrati in Israele nel corso degli ultimi sei anni – con tutte le polemiche che la loro presenza ha provocato.
Ma la fuga da Asmara non riguarda solo la gente comune. Molti alti gradi delle gerarchie di potere hanno preferito seguire la stessa sorte, come i due alti ufficiali dell’Aviazione volati in Arabia Saudita su un aereo di lusso sottratto al presidente, mentre tra i richiedenti asilo spiccano i nomi del ministro dell’Informazione, di un importante medico chirurgo nonché di gran parte della squadra nazionale di calcio.

PS: A proposito di Israele: Secondo un rapporto di Stratfor diffuso a metà dicembre, L’Eritrea rappresenta un pezzo, non secondario, della guerra fredda tra Israele e Iran che si gioca nel Corno d’Africa. La sintesi di Green Report.

Il Post:

Da alcuni giorni si continua a parlare in Francia del caso delle tre attiviste curde uccise nella notte tra mercoledì e giovedì all’interno di un centro culturale a Parigi. Una di loro, Sakine Cansiz, era stata nel 1978 tra le fondatrici del PKK, il Partito Curdo dei Lavoratori, considerato un gruppo terrorista dalla Turchia, dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti. Tutte e tre sono state uccise con colpi di arma da fuoco: due di loro con colpi alla nuca, la terza con un colpo alla pancia e uno alla testa. Diverse migliaia di curdi – 15 mila solo oggi a Parigi, scrive Le Monde – hanno manifestato in questi giorni davanti al centro culturale dove sono avvenuti gli omicidi e in altre città della Francia. Le tre donne si chiamavano Sakine Cansiz, Fidan Dogan e Leyla Soylemez e il loro omicidio è accaduto nelle stanze del Centro d’informazione del Kurdistan, nel X arrondissement di Parigi. I tre corpi sono stati trovati giovedì, ma è probabile che gli omicidi siano avvenuti il giorno prima. Il presidente della repubblica francese, François Hollande, ha descritto gli omicidi come «orribili» e ha dichiarato che conosceva personalmente una delle vittime – probabilmente si riferiva a Fidan Dogan, rappresentante in Francia del Congresso nazionale curdo. Il ministro degli interni ha dichiarato che si è «certamente» trattato di un’esecuzione. Su chi possa averla organizzata sono emerse finora due teorie.

Una larga parte dei 150.000 curdi di Francia è accorsa da ogni dove nella capitale per dimostrare la propria solidarietà alle famiglie delle vittime e agli altri militanti, altre proteste si sono svolte contemporaneamente anche a Marsiglia e a Strasburgo.
Al di là della cronaca, è interessante notare la tempistica in cui il fatto è avvenuto. L’eccidio a Parigi della co-fondatrice del PKK Sakine Cansiz pesera’ sulle possibilita’ di attuazione del piano che i negoziati segreti turco-curdi avevano faticosamente messo a punto poco prima che le attiviste fossero uccise. Globalist:

Le agenzie di stampa internazionali ci dicono che da qualche giorno esisterebbe una “roadmap” per avviare un soluzione del conflitto tra autorita’ turche e il popolo curdo che prevede anche il disarmo del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan). Molti sono i punti in sospeso da analizzare per cogliere la reale portata di quello che sta accadendo.

Secondo fonti giornalistiche il piano prevederebbe che, in una prima fase, il PKK ritiri le sue forze dal sud della Turchia e, successivamente, deponga tutte le armi ancora in suo possesso. In seconda battuta ad alcuni verrebbe concesso l’esilio in Europa, mentre per altri, stanziati perlopiù nell’area dei Monti Qandil (nord-Iraq), sarebbe prevista un’amnistia generale che permetta loro di tornare in Turchia e di reinserirsi nella vita politica del Paese. Coloro che sono incarcerati in terra turca per connivenza con il PKK dovrebbero, invece, essere progressivamente rilasciati. Infine dovrebbe essere stanziata una forza di pace nel sud del Paese che garantisca la sicurezza dell’area durante la fase di transizione. Parallelamente dovrebbero essere promosse iniziative a sostegno del riconoscimento dell’identità curda e dovrebbe essere garantito il voto popolare per i governatori locali.
Questo piano lascia, però, alcuni problemi irrisolti senza la cui soluzione non si potrà proseguire nella messa in atto della tregua. In primo luogo è necessario sciogliere il nodo delle condizioni di detenzione di Ocalan. Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan ha escluso la possibilità di ammorbidimento delle condizioni di isolamento o di concessione di arresti domiciliari per il leader curdo.

Ankara si è affrettata a dichiarare che si tratta probabilmente di un regolamento di conti tra fazioni curde, di cui la Turchia non è responsabile, e che in ogni caso l’episodio non interferirà con il processo di pace in corso. Ma la comunità curda in Francia punta il dito contro i Lupi grigi o i servizi segreti turchi. Ipotesi confermata da questa analisi del New York Times, dove oltre all’intelligence turca e alle fazioni curde che si oppongono alla pace con Ankara, si parla anche di un coinvolgimento dei servizi segreti siriani e iraniani.
In effetti, Damasco e Teheran ospitano entrambe una copiosa comunità curda avrebbero tutto l’interesse a destabilizzare Ankara dall’interno, in ragione dell’attivismo di quest’ultima nella crisi siriana. E’ sempre stato un gioco comune dei tre suddetti Paesi: reprimere i propri curdi e aizzare quelli degli altri. Il tutto sullo sfondo della crescente rivalità strategica tra Iran e Turchia, acuita il mese scorso dal dispiegamento di missili NATO lungo il confine turco-siriano.
In ogni caso, l’ipotesi “esterna” circa la responsabilità del massacro di Parigi, al di là dell’attuale quadro geopolitico e delle congetture che potrebbe suggerire, è ancora tutta da dimostrare.

Un background dell’irrisolta questione curda in Turchia si trova su Limes:

Le radici dello scontro tra curdi e turchi risalgono alla fine della prima guerra mondiale, nel massimo momento di affermazione del principio dell’autodeterminazione dei popoli.

I curdi hanno caratteristiche socio-culturali che li distinguono nettamente dai turchi. La loro lingua è legata più al persiano che al turco; lo stesso si può dire per le loro origini, mentre i turchi hanno radici mongole; la loro organizzazione sociale fa di loro l’anima rurale (e, sotto alcuni punti di vista, ancora tribale) della Turchia.

A determinare probabilmente la polarizzazione delle posizioni tra Stato turco e comunità curda e la progressiva escalation dello scontro è stato l’approccio di Ankara alla questione. Le autorità turche non sono apparse in grado di affrontare la problematica da un punto di vista politico-diplomatico e socio-economico, relegandola a una questione di sicurezza nazionale e reprimendo con la forza le manifestazioni di dissenso della comunità curda. Nonostante le aperture promesse dall’attuale primo ministro Erdoğan, i curdi sono ancora privi di rappresentanza politica, in quanto i partiti di matrice curda sono vietati dalla Costituzione turca.

Il nodo della questione è di natura socio-economica: il sud-est della Turchia (il Kurdistan turco) ha un reddito pro-capite pari al 40% della media nazionale, un settore industriale ancora molto arretrato e carenti servizi di sanità e istruzione.

Il Pkk è considerato un’organizzazione terroristica dalla Turchia e da tutti gli Stati membri dell’Unione Europea. Non è un mistero che, dal punto di vista di molti curdi, esso sia il rappresentante delle istanze della comunità nei confronti di Ankara, e che sia legittimato a ricorrere alla lotta armata di fronte alle politiche – percepite come discriminatorie – che la Repubblica fondata da Ataturk persegue nei loro confronti.

In una simile cornice, l’emigrazione è diventata una valvola di sfogo.

La differenza tra i primi anni del Novecento e oggi è che all’epoca a “emigrare” (sarebbe più corretto dire “auto-esiliarsi”) era la borghesia colta

I curdi che oggi vivono in Europa, al contrario, sono l’estensione naturale delle comunità rurali anatoliche. I legami con la propria terra sono molto forti e il senso di appartenenza alla comunità è accentuato.

È probabile che se il governo di Ankara ingaggiasse un dialogo più costruttivo con le comunità curde, includendo e non escludendo le formazioni partitiche che ambiscono a uscire dalla spirale di violenza e ad affrancarsi dallo stesso Pkk, molti cittadini curdi avrebbero un’alternativa valida tra i due tipi di violenza.

Ogni tanto si torna a parlare delle sanzioni contro il programma nucleare iraniano.

Finora le pressioni dei Paesi occidentali per indurre Teheran a rinunciare ai propri piani di arricchimento dell’uranio non ha sortito gli effetti sperati. Non è difficile comprenderne il perché: come ho spiegato quasi un paio d’anni fa, eludere le sanzioni non è poi così difficile.

Nonostante il nuovo regime sanzionatorio promosso all’inizio del 2012 (in vigore dal luglio dello stesso anno), la situazione non è cambiata. Riporto integralmente quanto scritto su Osservatorio Iraq:

Quattro paesi asiatici starebbero acquistando attualmente la quasi totalità delle esportazioni iraniane di petrolio: si tratta di Cina, Corea del Sud, Giappone e India, secondo un recente rapporto della Economist’s Intelligence Unit.
Il petrolio offre l’80% dei proventi da esportazione dell’Iran e più del 50% delle entrate del governo.Il bilancio di previsione del governo iraniano per l’anno fiscale che finirà il prossimo marzo prevedeva l’esportazione di 2,2 milioni di barili al giorno.
Tuttavia, la statunitense International Energy Administration ha recentemente stimato come – a seguito delle sanzioni economiche imposte al paese a partire dal 2010 da Stati Uniti e Unione Europea – le vendite effettive nel 2012 ammontino a circa 1 milione di barili al giorno: la metà di quanto previsto.
In questa situazione, è evidente come la dipendenza di Teheran dai quattro paesi asiatici sia cresciuta sensibilmente. Tuttavia, nel corso del 2012 si nota un leggero declino nella quantità di petrolio che ognuno di questi ha importato.
La Cina, che attualmente acquista circa il 50% delle esportazioni iraniane di petrolio, nel 2012 avrebbe ridotto del 23% le importazioni da Teheran. Flussi di importazione rallentati anche per India, Corea del Sud e Giappone, per una percentuale pari a circa il 40%.
Le ragioni di questa scelta risiedono dall’altra parte del mondo, negli Stati Uniti.
Il 31 dicembre 2011 il presidente Barak Obama firmò una legge secondo cui sarebbe stato tagliato l’accesso al sistema finanziario statunitense a tutte le entità che avessero fatto affari con la Banca centrale iraniana.
La legge prevede proroghe di tre mesi, rinnovabili, per quei paesi che riducano in modo costante i propri acquisti di greggio dall’Iran. Cina, India, Corea del Sud e Giappone hanno ottenuto due proroghe da quando queste sanzioni sono entrate in vigore, nel luglio del 2012.
L’Iran tuttavia non sembra prossimo alla resa.
Il Middle East Economic Digest riporta come Teheran riesca a vendere il proprio petrolio tramite espedienti sempre più complessi: tra questi, il carico dei barili presso porti remoti, da cui il petrolio iraniano è trasportato in Asia a bordo di navi battenti bandiere di altri paesi; così come il contrabbando via terra nel vicino Iraq, dove il petrolio iraniano – molto simile nelle sue specifiche a quello iracheno – è venduto nei porti del Golfo Persico sul mercato internazionale.
Secondo la United Press International, questi stratagemmi avrebbero favorito un aumento delle vendite di petrolio iraniano nella seconda metà del 2012 pari a circa 10.000 tonnellate rispetto ai primi sei mesi dello scorso anno. Un risultato che avrebbe portato nelle casse di Teheran circa 410 milioni di dollari in più al mese.
Esempi che dimostrano come l’Iran non sembri disposto a cedere alle pressioni internazionali e come, in fin dei conti, il meccanismo delle sanzioni si stia rivelando più rischioso per la popolazione che per il governo.

E se fosse proprio quello l’obiettivo? In metà ottobre Justin Logan, direttore del Cato Institute (Centro Studi sulla Politica Estera), aveva dichiarato che lo scopo delle sanzioni è provocare sofferenza nella popolazione, affinché una successiva rivolta possa determinare il collasso o il rovesciamento del regime.
Tutto ciò nonostante sia stato osservato che l’Iran, per dare il via ad una “Primavera persiana” tanto auspicata nei salotti occidentali, avrebbe bisogno di uno sviluppo economico tale da permettere l’ascesa di una classe media.

Nelle ultime settimane il regime siriano ha perso un gran numero di basi ed aeroporti militari con la distruzione al suolo di vari aerei jet ed elicotteri. Così Assad sta progressivamente perdendo la sua forza maggiore: il controllo dei cieli.
Sarà forse per questo che, come rivelato dal New York Times, l’esercito sta compiendo manovre sospette con l’arsenale chimico? Il quotidiano, citando una fonte anonima dell’amministrazione USA, ha persino paventato l’idea che tali armi siano messe in posizione in questi giorni, per quanto non vi sia certezza che Assad abbia ordinato di schierarle né che intenda usarle. Nel dubbio, Hilary Clinton e Barack Obama hanno già lanciato il loro monito: l’uso (o anche solo movimenti preparatori) delle armi chimiche “sarebbe totalmente inaccettabile“.
Fatto sta che le armi chimiche siriane (qui un approfondimento di Massimiliano Ferraro), oltre alla popolazione della Siria, spaventano sul serio anche l’America.

Ora, probabilmente nessuno a Damasco pensa che l’uso di armi chimiche come mezzo estremo di sopravvivenza politica possa rivelarsi una strategia vincente. Il regime di Assad finora non ha mai usato le armi chimiche e ribadito in più occasioni che non le userà contro il suo popolo, e benché il presidente non si sia mai curato dei drammatici risvolti umanitari della crisi, stavolta possiamo credergli. Dopo tutto, usare le armi per colpire o più semplicemente mostrare i muscoli contro il nemico non sono certo gli unici motivi validi per tirarle fuori dalla naftalina: riposizionarle in luoghi più sicuri consentirà all’esercito di tenerle al riparo dai ribelli, ormai sempre più vicini alla capitale Damasco.  L’esperienza libica – dove le armi trafugate dagli arsenali gheddafiani, lasciati incustoditi, hanno foraggiato sia la rivolta nel Nord del Mali che le bande beduine del Sinai – dovrebbe suggerirci che tale mossa non è certamente un male. Soprattutto se davvero al-Qa’ida è attiva nelle fila dei ribelli.

Allora perché tanta enfasi da parte dell’amministrazione USA nel denunciare la faccenda? Potrebbe essere un’azione diversiva nel quadro di un’operazione più complessa, volta a rimuovere Assad passo dopo passo, attraverso una lenta ma efficace strategia di soffocamento.
Secondo Ennio Remondino su Globalist:

Una trama complessa. Non sappiamo esattamente chi abbia elaborato la strategia complessiva e i dettagli delle diverse operazioni, ma ne conosciamo alcuni passaggi. Basta guardarsi attorno. Come far implodere il regime di Assad senza farsi coinvolgere in un conflitto aperto e senza cavalcare opposizioni interne più pericolose dello stesso vecchio despota? Lettura atlantica e Statunitense, a quanto ci dicono le nostre fonti. Con la responsabilità di un bel po’ di vittime tra la popolazione di quello sfortunato paese. Ma quando mai le vittime civili entrano nelle contabilità delle guerre?
Operazione Doha. Su pressione di Stati Uniti e Qatar e con la partecipazione attiva di Francia, Germania, Italia, Turchia e Gran Bretagna, dal 4 all’11 novembre sono stati riuniti a Doha oltre 400 delegati della dissidenza siriana. Fritto politicamente e militarmente misto, da maneggiare con le molle, ma indispensabile per formare un soggetto politico siriano credibile e formalmente unitario. Un Parlamento alternativo a quello di Damasco e un Governo transitorio copiato dal “modello libico”. Compito, gestire le “aree liberate”, le attività dell’«Esercito Libero Siriano», soldi e armi.
Democrazia a lotti. Gli equilibri interni sono fondamentali per garantire chi paga. Come Presidente del “Consiglio Nazionale Siriano” (Cns) viene eletto George Sabra (in sostituzione di Abdel Baset Sieda) affiancato da un vice, l’esponente dei Fratelli Musulmani Faruk Tayfur, e 40 membri anche essi di nuova nomina. L’inaspettata scelta di Sabra, cristiano ed ex comunista, è una mossa abile. Sottrarre al Presidente Bashar Assad l’egemonia sulla comunità cristiana, preoccupata dall’ascesa in tutta la regione dei Fratelli Musulmani. Qualche resistenza Usa su quel passato comunista, ma si sa.
L’ombrello plurale. La “Coalizione Nazionale delle Forze di Opposizione” (Ncof) è l’ombrello sotto il quale hanno deciso di ripararsi tutti i rappresentanti delle diverse formazioni. Con l’accordo firmato anche dal Cns (cui andranno 22 dei 60 seggi della Coalizione), di non accettare alcun dialogo e negoziato con il regime damasceno. Nasce un “Consiglio Militare” e una “Commissione Giuridica Nazionale” e, il 19 novembre in Marocco, il gruppo “Gli amici della Siria” per ottenerne i riconoscimento di “legittimo rappresentante del popolo siriano” e i supporti economici e militari.
La Nato chioccia. Presidente è Sheikh Ahmed Moaz al Khatib, siriano, contiguo ai Fratelli Musulmani, all’estero da 3 anni. Due vice: Riad Seif, esponente di spicco dell’opposizione siriana, critico del Cns che valuta scarsamente incisivo, ma favorito dagli USA; Suhair al Atassi, unica donna fra gli eletti. La nuova coalizione è stata subito riconosciuta dal “Consiglio di Cooperazione del Golfo” (Ccg) di Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar. Il segretario generale della Nato Rasmussen, ha applaudito: “Oltre la situazione di stallo della crisi”.
Enfasi umanitaria. Movimento a tenaglia. Contestualmente all’elezione del nuovo Presidente del Cns, il Capo dell’ “Ufficio di Coordinamento degli Affari Umanitari” (Ocha) dell’Onu a Ginevra , John Ging, ha denunciato l’aggravamento dell’emergenza umanitaria in Siria. Una crisi che il prossimo anno investirà oltre 4 milioni di persone. Mentre in centinaia di migliaia continueranno a fuggire dalla Siria in guerra verso i Paesi confinanti. Nel giorno stesso della denuncia Onu sono stati registrati oltre 11 mila profughi siriani che avevano attraversato il confine con la Turchia.
Mezzaluna sciita. Il quotidiano libanese “Daily Star” lancia un’intervista ad esponenti del neo-nato “Esercito Libero dell’Iraq” (Eli), che si ispira all’Els e intende combattere i regimi sciiti sostenuti dall’Iran. La milizia raggrupperebbe anche militanti di Al Qaeda presenti nelle zone sunnite di Anbar, Qaim e Mosul ed elementi di “Sahwa”, formazione di sunniti che, vicende locali li fanno nemici giurati del premier iracheno Nuri al Maliki, contro il quale combattono affinché insieme alla Siria cada anche l’Iraq e si indebolisca l’Iran che li sostiene. Clienti difficili da gestire e intenti dubbi.
Poi la questine curda. Durante il vertice di Doha vi è stata una intensificazione delle attività curde nel nord-est delle Siria dove militanti del “Partito dell’Unione Democratica” (Pyd), vicini al “Partito dei Lavoratori Curdi” (Pkk), hanno assunto il controllo di al Dirbasiyyah, Tel Nemer, Amuda e Malikieh, abbandonate dai lealisti. I curdi, ritenuti dall’Els vicini al regime damasceno e ostili alla Turchia, mantengono in realtà le distanze dall’uno e dagli altri nel tentativo di ritagliarsi con la forza delle armi anche in Siria quell’autonomia conquistata nel nord dell’Iraq dove esiste uno Stato curdo.
La somma dei fatti. Tali eventi, casuali o no, forniscono dati incontrovertibili. 1) Crescente destabilizzazione del Paese, non più in grado di provvedere alla sicurezza dei suoi cittadini e, in particolare, di quanti ne siano (o ne siano stati) sostenitori (alawiti e cristiani), costretti a fuggire e bersagliati dagli insorgenti, con conseguente delegittimazione davanti alla Comunità Internazionale. 2) Incapacità del controllo territoriale anche nelle città più importanti, Damasco e Aleppo, oggetto di continui attentati. 3) Aperta minaccia da parte di Israele e indebolimento della “mezzaluna sciita”.
Risultati prossimi. Dopo avere di fatto azzerato il tentativo dell’inviato speciale di Onu e Lega Araba, Lakhdar Brahim, resta ben poco spazio alla speranza del Presidente Assad di reggere sino alla Presidenziali del 2013. Il nuovo organismo dell’opposizione, pur diviso come è al suo interno tra salafiti, jihadisti nazionalisti, qaedisti internazionali e mercenari, non avrà l’intervento Nato ma otterrà la legittimazione della maggioranza Comunità Internazionale. E con essa il supporto per sconfiggere l’esercito siriano minato dalle diserzioni anche ad alto livello che continuano a crescere.

Il destino del regime di Damasco parrebbe segnato. Non soltanto per le defezioni di alto livello (ultima in ordine di tempo, quella di Jihad Makdissi, portavoce del ministero degli esteri), quanto perché potrebbe venir meno il supporto del suo più stretto alleato: l’Iran. Si sa da tempo che giornalmente la Siria riceve armi da Teheran via Iraq (forniture che proseguono ancora oggi), ma per quanto ancora la Repubblica Islamica continuerà a sostenere Assad prima di abbandonarlo a sé stesso?
L’analista Amir Taheri se lo chiedeva già un anno fa. Secondo la sua visione, l’Iran non voleva lasciare che fosse la Turchia ad avvantaggiarsi dalla possibile caduta di Assad, così Alì Khamenei aveva già iniziato a programmare il dopo. Proprio in quei giorni l’agenzia di stampa governativa iraniana, l’IRNA, dichiarava che Assad doveva “rispondere alle richieste della piazza”, dopo che per settimane non aveva speso una parola in merito. Nel frattempo il flusso di pellegrini iraniani al santuario di Sayyida Zaynab, a Damasco, si era arrestato. Segnali che lasciavano intuire un possibile cambio di campo di Teheran.
Ciò non è avvenuto, ma è di questi giorni la notizia che, secondo un rapporto riservato, l’appoggio dell’Iran ad Assad è in dirittura d’arrivo. Il deterioramento della situazione economica della repubblica islamica e limprobabile sopravvivenza del regime nel lungo termine suggeriscono di gettare la spugna. Ma non prima del giugno 2013, quando si terranno le elezioni presidenziali, alle quali Ahmadi-Nejad non potrà ricandidarsi.
Attenzione: l’Iran sta lasciando Assad, non la Siria. Il Paese levantino è troppo importante per la proiezione geopolitica di Teheran perché quest’ultima possa abdicarvi. Non c’è allora da stupirsi che lo scorso 19 novembre Iran e Siria, insieme all’Iraq, abbiano annunciato la costruzione di un gasdotto che dal giacimento di South Pars (in condominio col Qatar) porterà 110 milioni di mc3 al giorno di gas naturale verso Baghdad e Damasco, e da lì (forse) anche verso l’Europa. Il progetto legherà indissolubilmente i due Paesi all’Iran. A prescindere, dunque, da chi sarà al potere in Siria.
E Assad cosa farà? Secondo alcune voci, pare stia cercando asilo politico in America Latina.

Il 27 ottobre l’Associated Press ha pubblicato delle foto satellitari che mostrano come una fabbrica di armi a Yarmuk (Sudan) sia stata bombardata, forse da aerei militari. L’attacco sarebbe avvenuto nella notte del mercoledì precedente e il regime sudanese ha subito accusato Israele, il quale però non conferma né smentisce. In particolare si parla di un’operazione condotta con quattro cacciabombardieri.
Secondo il Guardian quei container contenevano armi e munizioni dirette ad Hamas e ad Hezbollah per conto dell’Iran. Da quando molti carichi di armi spediti direttamente sono stati intercettati da Israele, Teheran ha cominciato ad inviare i rifornimenti bellici tramite il Sudan. L’attacco quindi sarebbe stato mirato a interrompere il flusso di armi diretto ai gruppi terroristici che operano ai confini di Israele. Non è neppure la prima volta che il regime di Khartoum accusa Tel Aviv di essere responsabile di bombardamenti ai suoi danni: era già accaduto in altre due occasioni, nel 2009 e nel 2011.
E’ probabile che l’operazione avesse anche un obiettivo secondario. Secondo alcuni analisti Israele non solo sarebbe in grado di portare a termine un attacco simile: in linea d’aria il Sudan dista circa 1.600 km da Israele, dunque i caccia israeliani ne avrebbero percorsi più di tremila in volo tra andata e ritorno. Più o meno la distanza che separa Israele dalla centrale sotterranea di Fordow, il più lontano dei siti nucleari iraniani. In realtà, grazie grazie ai rifornimenti in volo di carburante,  l’aviazione israeliana è in grado di raggiungere e colpire tali obiettivi, come era già stato dimostrato a livello teorico da alcuni esperti. L’attacco di Yarmuk lo confermerebbe anche a livello pratico.

Tuttavia, la situazione è ancora più complessa. Il Time raccoglie le opinioni di alcuni analisti scettici riguardo alla versione di Khartoum: se gli aerei erano invisibili ai radar, le autorità sudanesi come possono affermare che i velivoli fossero proprio quattro? Potrebbe anche essersi trattato di una esplosione accidentale nel magazzino, come era stato inizialmente riferito dal governatore dello stato di Khartoum. Ma in un momento di gravi tensioni sociali all’interno del Paese, Israele rappresenta un facile capro espiatorio per canalizzare la rabbia popolare distogliendola dalle miserie quotidiane.
Un analista sudanese parla di un attacco avvenuto con un drone, il cui obiettivo era un deposito di munizioni per droni accanto alla fabbrica, la quale sarebbe stata accidentalmente colpita. C’è anche la possibilità che l’obiettivo non erano le armi, bensì qualcosa di più importante: secondo un altro analista (stavolta israeliano), non si inviano quattro aerei fino a 1.900 km di distanza solo per distruggere una fabbrica che produce razzi Grad.

Interessante il contributo di Amin Rosen sull’Atlantic, che esordisce così: “Non capita spesso che un governo annunci con enfasi che una struttura militare nella sua capitale è stata distrutta da un attacco a sorpresa, anche alla luce di plausibili elementi di prova contrari.” L’idea di fondo è quella: incolpare un nemico esterno per unire una popolazione frammentata e irrequieta, come già avvenuto la scorsa estate in occasione degli scontri di frontiera col neonato Sud Sudan.
Nondimeno, ci sono indizi che l’attacco aereo sia effettivamente avvenuto, come la testimonianza di un giornalista della AFP e un video su Youtube che mostra esplosioni – benché non sia possibile stabilire cosa le abbia causate. Inoltre, Rosen ricorda che Sudan e Iran hanno firmato un “accordo di cooperazione militare” nel 2008, e che il Paese africano ha ricevuto e ospitato il personale della Guardia Rivoluzionaria iraniana. Le voci sul transito per le armi destina ad Hamas sono  state confermate in un incontro tra l’inviato speciale degli Stati Uniti Scott Gration e il capo dei servizi segreti sudanesi Salah Ghosh, che però ha negato il diretto coinvolgimento del suo governo.

Israele non attraversa un momento  favorevole. La scorsa settimana, lo sceicco Hamad bin Khalifa al-Thani, emiro del Qatar, è stato il primo capo di Stato a visitare la Striscia di Gaza da cinque anni a questa parte, rompendo così l’isolamento diplomatico di Hamas (qui la mia analisi e qui quella di Limes). Fatto inquietante, la visita di al-Thani ha coinciso con una ripresa di lanci di razzi di Hamas contro i civili israeliani che vivono nelle zone intorno a Gaza. Alla luce di questo aspetto, l’attacco di Yarmuk potrebbe essere un avvertimento di Tel Aviv all’Iran – e a questo punto, anche ad Hamas – che la sua capacità di reazione è sempre e comunque pronta ed efficace. E devastante.

Per inquadrare lo sviluppo dell’industria nucleare nei Paesi del Golfo ripropongo alcuni passaggi che avevo scritto lo scorso anno:

Ryadh teme che entro il 2030 la sua produzione di petrolio sarà interamente destinata al consumo interno. Attualmente il regno produce quasi 9 milioni di barili al giorno, due terzi della sua capacità totale. Il programma saudita prevede un investimento di oltre 100 miliardi di euro per la realizzazione di 16 reattori entro il 2030: i primi due entreranno in funzione tra dieci anni; in seguito, ne saranno inaugurati uno o due all’anno fino al completamento del programma. È probabile che tra le ragioni che hanno convinto Ryadh ad abbracciare la scelta nucleare ci sia anche l’intenzione di uno sviluppo per scopi militari, vista la palese incapacità dell’Occidente di arrestare l’analogo programma dell’Iran, nemico assoluto dei sauditi.

Nonostante siano il terzo esportatore di petrolio al mondo, anche gli Emirati Arabi Uniti progettano l’installazione di centrali nucleari.

In tutto, sono tredici i Paesi arabi che puntano all’atomo, tra quelli che hanno annunciato l’avvio di programmi nucleari e quelli che hanno rispolverato vecchi piani mai realizzati. Gli Stati del Golfo hanno bisogno di una sempre maggiore quantità di energia. Da un lato per assicurarsi una crescita annua dal 5% in su; dall’altro per garantire le forniture ad una popolazione che cresce ad un ritmo anche maggiore, onde scongiurare la ripresa di pericolose tensioni sociali (peraltro tuttora in atto). Per centrare entrambi gli obiettivi basterebbero le riserve di idrocarburi esistenti, se non fosse che la maggior parte dell’output viene destinato alle esportazioni, sia in Occidente che (sempre di più) in Cina e India. Prendiamo il caso dell’Arabia Saudita. Nel giro di vent’anni occorreranno 3 milioni b/g in più per sostenere una domanda interna che cresce al ritmo del 7% annuo, sottraendo risorse alle esportazioni – ossia all’Occidente. La Casa di Sa’ud ritiene quindi necessario assicurarsi per tempo un’alternativa per la produzione di energia elettrica di base. La dissalazione delle acque consuma 1,5 milioni b/g, pari al 40% del consumo energetico interno. Considerato che la maggior parte dell’acqua prodotta era appannaggio dell’agricoltura, due anni fa Ryadh ha scelto di ridurre la produzione alimentare interna compensandola con maggiori importazioni. E’ evidente lo scopo di preservare le riserve di greggio il più possibile. Il regno saudita mantiene una coltre di nebbia intorno alla reale entità delle sue riserve. Il dato ufficiale comunicato all’IEA (264 miliardi di barili) non cambia dal 1989. Questo significa che ogni tanto scoprirebbero tanto petrolio quanto estraggono, ossia tre miliardi b/g. Impossibile. La prova è nel fatto che dal 2004 il Paese ha avviato nuove esplorazioni alla ricerca di giacimenti offshore, più costosi e meno accessibili di quelli onshore, cosa che si fa solo in assenza di importanti depositi a terra. Il nucleare consentirà di alleggerire la pressione su una ricchezza sovrasfruttata.

Ci sono alcuni interessanti sviluppi.
Citigroup ha detto che l’Arabia Saudita, attualmente il maggior esportatore di greggio al mondo, potrebbe diventare importatore di petrolio entro il 2030 a causa della crescente domanda interna di energia elettrica, che nelle ore di punta segna un aumento dell’8% rispetto ad un anno fa. Se il tasso di crescita si mantiene su questi livelli, entro tale data sarà necessario bruciare circa 8 milioni di barili al giorno.
Venerdì 21 settembre l’UPI ci informa che i futuri reattori di Ryadh (qui parla di 20 anziché 16) dovrebbero produrre 41 GW. Altri 4 GW verrebbero dai sistemi geotermici e altre fonti alternative. Allo stato attuale, la produzione di energia elettrica del regno è di 52 GW generati da 79 centrali elettriche, le quali consumano una quota sempre crescente dell’output petrolifero.

Per quanto riguarda le applicazioni militari, va detto che Ryadh potrebbe dotarsi delle armi atomiche ben prima del 2030. In luglio Press Tv ha rivelato che, secondo un rapporto, i funzionari sauditi stavano cercando di trovare un “accordo segreto” con il Pakistan per comprare le armi nucleari da Islamabad. La voce girava da mesi e ha ricevuto conferme anche negli ultimi giorni. In febbraio l’Australian ricordava che già nel 2008 i sauditi avevano firmato un memorandum d’intesa con gli Stati Uniti per ricevere assistenza nel campo del nucleare civile, a patto però di escludere ogni possibile applicazione in campo militare. L’Arabia Saudita è il più grande alleato dell’America, ma è anche stato il loro peggior nemico in Iraq ieri e in Siria oggi, dunque la prudenza è d’obbligo.
In ogni caso, Israele non permetterà mai l’eventualità di un’Arabia Saudita nuclearizzata. Innanzitutto perché il monopolio dell’arma atomica nel Medio Oriente è il presupposto fondamentale della propria salvaguardia. E poi, al contrario dell’Iran (la cui volontà di dotarsi dell’atomica è tutt’altro che provata), Ryadh sarebbe una minaccia reale per Tel Aviv.

La questione del possibile attacco di Israele all’Iran per arrestarne il programma nucleare giunto già in fase avanzata è un’evergreen dei dibattiti di politica internazionale da vent’anni, ma in questi giorni se ne parla sempre con maggiore insistenza. Perché forse stavolta l’attacco potrebbe esserci davvero.
Per spieganre le ragioni, prendo le mosse da un articolo dell’analista americano John Hulsman intitolato pubblicato su sul quaderno speciale di Limes Media come armi“, intitolato ”Idi di settembre“.

Secondo Hulsman, le indicazioni trapelate dai i colloqui riservati tra Obama e Netanyahu alla Casa Bianca in marzo sono preoccupanti. Il premier israeliano ha assicurato di non aver preso nessuna decisione definitiva circa un eventuale attacco all’Iran, impegnandosi a concedere alle ultime sanzioni (in vigore da luglio) un periodo di prova per verificarne l’efficacia. Il problema è che i due alleati, pur trovandosi d’accordo su alcuni punti, traggono conseguenze politiche diverse. Un rapporto dello scorso febbraio afferma che l’Iran è in possesso di circa 100 kg di uranio arricchito al 20%: se arricchito al 90%, sarebbe una quantità sufficiente per fabbricare 4 bombe. Benché sia necessario almeno un anno per assemblare un ordigno nucleare e almeno altri 18-24 mesi per montarlo su un missile Shabab 3, i servizi segreti USA calcolano che al più tardi di Natale (2012) Israele perderà la possibilità di impedire militarmente l’acquisizione dell’atomica. Ma il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak ha più volte affermato che il punto di non ritorno sarà varcato a inizio autunno. Per allora il reattore iraniano di Fordow, situato in una montagna vicino alla città di Qom a 60 metri di profondità e irraggiungibile alle bombe attualmente a disposizione dell’aviazione di Tel Aviv, avrà prodotto abbastanza uranio arricchito da rendere il programma nucleare di Teheran inattaccabile. Ma Obama non ha dato il via libera ad un raid israeliano, né ha promesso di intervenire direttamente in caso di fallimento delle sanzioni.
Ora, che Israele avrebbe attaccato l’Iran entro Natale (2011, questa volta) si diceva già un anno fa. Perché stavolta la minaccia israeliana dovrebbe essere più concreta? Secondo Hulsman, per il semplice motivo che i piani bellici di Netanyahu si legano a doppio filo alla congiuntura elettorale negli USA.
Tirando le somme, Obama ha gestito la politica estera americana in tono dimesso, smorzando gli eccessi di Bush senza però proporre una valida alternativa. Una prudenza che per il presidente in carica si è trasformata in un elemento di forza: secondo i sondaggi, gli americani considerano Obama un leader più capace in politica estera rispetto all’avversario Romney. Ma il dossier Iran potrebbe rimescolare le carte: i repubblicani rimproverano alla Casa Bianca di scarso sostegno ad Israele e fanno pressione affinché essa sostenga incondizionatamente qualunque decisione Tel Aviv sceglierà di adottare. La corsa di Obama per il secondo mandato passa anche attraverso la Florida, Stato elettoralmente strategico e a forte presenza ebraica. Stretto tra due fuochi – Israele da una parte, repubblicani dall’altra – a meno di due mesi dal voto, il presidente potrebbe essere costretto perseguire verso l’Iran una politica basata sulle priorità degli israeliani, anziché su quelle di Washington. Viceversa, in caso di rielezione Obama avrebbe una forza negoziale maggiore nei confronti di Netanyahu e potrebbe così opporre il suo rifiuto ad ogni iniziativa di quest’ultimo.
Pertanto, conclude Hulsman, l’attacco sarà a settembre, oppure non sarà. Il fatto che quindici giorni siano già trascorsi potrebbe autorizzarci a sperare in bene, ma i segnali che qualcosa può ancora succedere non mancano.

Innanzitutto, Netanyahu ha ribadito che farà di tutto per impedire all’Iran di dotarsi della bomba non più tardi di pochi giorni fa, accusando l’America di avere “troppe incertezze” in merito. In agosto un blogger israelo-americano ha pubblicato in rete un estratto di un dossier contenente un piano d’attacco. Sempre in agosto c’è stato un attentato a turisti israeliani in Bulgaria, e pur senza prove certe Ntanyahu non ha perso tempo ad accusare l’Iran della strage. Infine, l’ultimo rapporto del Mossad che parla di “conseguenze imprevedibili” nell’ipotesi di un Iran nuclearizzato risale a due settimane fa. Si vedano anche le recenti dichiarazioni del nostro ministro degli Esteri Giulio Terzi.
C’è poi lo strano caso del Canada, che di punto in bianco ha deciso di interrompere le proprie relazioni con l’Iran, inserendo quest’ultimo – insieme alla Siria – nella lista degli Stati che sostengono il terrorismo. Ok, tra i due Paesi  ci sono stati degli incidenti in passato, ma la repentinità della mossa solleva non pochi interrogativi. E’ da notare che l’annuncio è giunto per bocca del ministro degli esteri John Baird nel corso di una visita ufficiale in Russia, Paese alleato (seppur con riserve) della Repubblica Islamica, nonché fornitore di mezzi e know how per il suo programma atomico.
L’idea più accreditata presso gli analisti è che si sia trattato di una misura prodromica ad un possibile attacco militare a Teheran, posto che Ottawa tende sempre di più ad appiattirsi alle decisioni assunte da Washington (per gli approfondimenti sui rapporti USA-Canada rimando al blog BeYourOwnLeader).

Questo fino a martedì scorso, 11 settembre. Fino all’assalto alla sede diplomatica USA di Bengasi, che ha imposto ad Obama delle scelte nel momento in cui meno avrebbe voluto assumerle. La sua risposta, come nelle previsioni, è stata cauta e decisa nello stesso tempo: forte e irrevocabile presa di posizione sul piano diplomatico contro l’assalto, invio di soldati per proteggere i funzionari d’istanza nei Paesi teatro delle rivolte e dichiarazioni di rispetto nei confronti della religione islamica. Questo per limitare i prevedibili attacchi dei repubblicani che non hanno perso tempo ad accusare il presidente di scarso patriottismo e debole leadership.
Le proteste nel mondo arabo (e non solo) continuano, e gli eventi potrebbero suggerire a Netanyahu di alzare la posta per sfruttare l’ultimo scampolo di vulnerabilità politica del presidente americano. Il quale, in questo momento, ha in mente solo una cosa: la rielezione.

Capitolo Israele. La storia dimostra che, in caso di dubbio circa eventuali minacce alla propria sicurezza, Tel Aviv tende ad agire preventivamente: lo ha fatto contro l’aviazione egiziana nel 1967, contro il programma nucleare iraqeno nel 1981 e contro quello siriano nel 2007. Se fino ad oggi Israele non ha sferrato il colpo, almeno in parte, è perché un’azione diretta in territorio iraniano avrebbe una possibilità di successo solo col decisivo supporto delle forze armate americane. Il reattore di Fordow può essere distrutto solo tramite ordigni anti-bunker, che gli USA si sono sempre coscienziosamente rifiutati di vendere ad Israele, e in ogni caso è dubbio che l’aviazione israeliana, pur mettendo in campo gli oltre 100 aerei considerai necessari all’operazione, sia in grado di finire il lavoro senza l’ausilio di quella americana.
Ma la principale ragione per cui Israele non può attaccare l’Iran è politica, ed è costituita dalle divisioni interne su come affrontare la minaccia iraniana. Per agire, Netanyahu ha bisogno che il governo sia compatto nel sostenere la sua volontà d’attacco. Per tutto il 2011 il primo ministro ha provato a strappare il consenso sull’ipotesi di un’azione preventiva, sostenuto dal ministro degli esteri Barak e dal bellicoso ministro degli Esteri Avigdor Liebermann. Se dimostrerà di aver fatto di tutto per evitare la guerra (ma sono emerse prove che lui abbia falsato i dati sulla minaccia), alla fine il suo gabinetto potrebbe cedere e rassegnarsi all’ineluttabilità dell’attacco. A quel punto la palla passerebbe a Obama.
Sempre John Hulsman, in un precedente articolo sul tema, aveva spiegato che, se quando Israele deciderà di colpire, alla Casa Bianca ci sarà un neoconservatore come G. W. Bush, l’attacco è garantito. Se invece sarà un democratico, l’attacco potrebbe avvenire comunque se Israele incalza, i neocon fanno pressione e il presidente è debole.
La prima e la seconda condizione ci sono già. Sta ad Obama scongiurare l’ultima.

Diversamente da quanto accaduto in Libia, in Siria l’intervento militare internazionale non c’è stato (e probabilmente non ci sarà), ma ciò non significa che l’Occidente e le altre potenze esterne non siano attivamente coinvolte sul campo.
Qatar, Arabia Saudita, Giordania e Turchia offrono supporto materiale e logistico alMosca rifornisce Damasco di armi, radar e ricambi; Teheran schiera centinaia di pasdaran e numerosi miliziani di Hezbollah.
Ma il ruolo degli attori stranieri non si ferma qui. Accanto alla guerra militare – tra le forze di Assad e i ribelli -, a quella mediatica – tra chi sostiene un intervento esterno e chi invece denunzia un complotto imperialista – e a quella diplomatica – nel Consiglio di Sicurezza ONU -, in Siria si sta facendo strada un altro conflitto ombra: quello delle spie.
Già in marzo Linkiesta denunciava il coinvolgimento dell’intelligence di Parigi:

Nel silenzio generale dei media, e dopo l’ennesima offensiva militare nel quartiere di Bab Amr, ad Homs, l’esercito siriano fa più di 1.500 prigionieri, di cui numerosi “stranieri”. Tra questi, figurano almeno diciotto francesi. Chi sono? Non civili, certo. Alla stregua di soldati, chiedono immediatamente di avvalersi dello statuto di prigionieri di guerra, ma rifiutano recisamente di fornire la loro identità, il loro grado militare e l’élite d’appartenenza. Tra di essi, spunta un colonnello del servizio trasmissione della Dsge, il contro-spionaggio dei servizi segreti francesi. Tra le armi ritrovate dall’esercito siriano fucili, mitragliette e lanciarazzi di fabbricazione israeliana.

L’articolo (da leggere tutto e al quale rinvio) ricostruisce poi la genesi e gli sviluppi della missione operativa condotta dal  DSGE. Informazioni confermate  da Wikileaks che cita alcune mail trafugate dal sito d’intelligence Stratfor.
Non ci sono solo i francesi. Già nell’inverno scorso il sito d’intelligence israeliano Debka (non sempre attendibile, a onor del vero) aveva parlato di agenti segreti britannici – e francesi – al fianco dei rivoltosi. In giugno il New York Times ha rivelato la presenza di uomini della CIA impegnati nella Turchia meridionale a spedire armi e aiuti agli insorti. Il 19 agosto il Times conferma che le forze di Sua Maestà addestrano i ribelli e li affiancano in azione in territorio siriano, appoggiati dalle informazioni raccolte dai servizi segreti di Londra attraverso la base britannica di Akrotiry, Cipro. A riguardo, a fine agosto il Ministro degli Affari Esteri di Nicosia, Erato Kozakou-Marcoullis, ha chiesto alle autorità britanniche chiarimenti sulle notizie stampa secondo cui le installazioni militari del Regno Unito sull’isola stanno fornendo intelligence ai ribelli siriani.
Hanno le mani in pasta anche i servizi segreti tedeschi del Bundesnachrichtendienst (BND), che schiera in Mediterraneo il meglio della tecnologia radar e di spionaggio imbarcata sulla nave-spia Oker3,000 tonnellate di stazza e 83 metri di lunghezza che, navigando al largo delle coste siriane, sarebbero in grado di cogliere i movimenti di aerei ed elicotteri fino a 600 km di profondità intercettando ogni tipo di comunicazioni. I dati raccolti vengono poi trasmessi nella base Nato di Adana (Turchia), dove si provvede ad intercettare i messaggi radio e le comunicazioni telefoniche tra i membri del governo siriano e dei vertici militari. Le informazioni raccolte vengono poi trasmesse al FSA per pianificare le operazioni sul campo.
In tutto ciò la Turchia – che contro Damasco conduce da mesi una guerra non dichiarata – ha un ruolo non secondario, come testimoniato dalla recente visita a Istanbul del capo della CIA David Petraeus, riportato da un pò tutti i media turchi ma non confermato (e neppure smentito) dal governo di Ankara:

Una conferma dei piani per la creazione in tempi rapidi di una zona cuscinetto lungo il confine ma all’interno della Siria – zona che la Francia vorrebbe proteggere impiegando forze militari straniere, dando così il via all’intervento militare internazionale – viene dall’offensiva lanciata dai ribelli su Harem, città a soli due km dal confine, a nordovest di Aleppo. E’ un crocevia strategico e la sua cattura permetterebbe agli insorti armati di garantirsi una ulteriore via d’accesso verso la Turchia.

Ricapitolando, in Siria ci sono praticamente le spie di mezzo mondo: Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Germania, Turchia, Russia, Iran. E Italia.
Cosa c’entriamo noi?
A fine agosto si scopre che in luglio quattro uomini armati, con passaporti italiani ma nomi inglesi, erano stati arrestati in Libano, e che gli Stati Uniti ne avevano il rilascio immediato d’accordo con l’ambasciata italiana:

La storia, che le autorità di Beirut hanno cercato di occultare, risale a luglio, quando in Libano sono stati bloccati quattro uomini appena entrati nel paese, ma proveninenti dalla Siria. Fermati ad un posto di blocco, i quattro hanno esibito regolari passaporti italiani, ma con nomi inglesi (o americani): James Newton, Andrew Robert, Thomas Oliver e Sam (non si è saputo il cognome). Uomini la cui presenza non era passata inosservata: infatti fin dal 5 luglio uomini delle forze tribali dell’area nord della Bekaa (la valle che si estende al confine libanese/siriano, storicamente centro di ogni tipo di traffico illegale, area logistica di Hezbollah ma ultimamente indicata da Damasco come luogo dal quale gli islamisti si infiltrano in Siria per partecipare alla rivolta) si erano accorti di movimenti sospetti ed avevano notato la presenza di una Range Rover nera (con targa che finiva con 21/c) e di una Jeep Tri Blazer nera (con targa che finiva con 11/c). Le macchine avvistate nella Bekaa il 5 luglio erano entrate in Siria e tornate in Libano due giorni dopo.

saputo dell’arresto dei quattro con gli accompagnatori, è entrata direttamente in azione Maura Connelly, dal 2010 ambasciatore degli Stati Uniti in Libano, che ha contattato le autorità di Beirut ottenendo il rilascio del gruppo. Un’azione congiunta, a quanto sembra, con l’ambasciata italiana.

Globalist rivela che i quattro erano contractors ingaggiati dall’AISE – il nostro serizio segreto esterno – e molto probabilmente impegnati in una covert action congiunta con elementi della Cia. Operazione di quale natura, però, non è ancora dato sapere:

Se, come sembra del tutto verosimile, la ricostruzione delle fonti di Sama Syria fosse corretta, il mistero dei passaporti italiani autentici non sarebbe più tale. Infatti nel nostro ordinamento sono previste norme che consentono il rilascio di falsi passaporti là dove ci siano esigenze di sicurezza o interesse nazionale. In altri termini, l’autenticità dei passaporti rappresenterebbe un’ulteriore conferma del legame dei 4 con l’intelligence italiana.
Questa la storia, che però non deve meravigliare: sarebbe molto più strano se in Siria non ci fossero servizi segreti di tutte le risme e reti spionistiche di questo o quel paese. Tanti, troppi gli interessi.

La principale ragione per cui la guerra in Siria passerà alla storia è l’overdose di disinformazione con cui viene raccontata. Analisti di mezzo mondo dichiarano che la terza guerra mondiale potrebbe avere avvio proprio a Damasco, trascurando che l’unica guerra combattuta su larga scala è proprio quella dei media. Quelli occidentali, che da mesi anticipano la probabile caduta di Assad alla faccia delle reali dinamiche sul campo. Quelli arabi (al-Jazeera e al-Arabiya), che si abbeverano di fonti non verificabili (i “citizen journalists”) per denunciare le efferatezze del regime, stando attenti a chiudere entrambi gli occhi su quelle dei ribelli. Quelli russi (RT), cinesi (CCTV) e iraniani (Press Tv) che parlano di “guerra in nome dell’imperialismo americano” per alimentare l’ampio dissenso all’intervento armato in seno ai Paesi occidentali.
Il nuovo fronte di questa guerra di carta è il web. Questa analisi della Reuters parte dalle incursioni dei ribelli su Twitter per diffondere voci fasulle sulla morte di Assad o su una Aleppo completamente in mano all’opposizione per concentrarsi sull‘ampio uso dell’hacking ad opera delle parti in campo. Qui si parla del Syrian Electronic Army, un gruppo hacker pro Assad che sul web combatte una battaglia parallela a quella in campo. Globalist aggiunge che Damasco blocca e spia le comunicazioni online dell’opposizione grazie a di sofisticati prodotti made in Usa, venduti all’Iraq, ma arrivati illecitamente in Siria.

A proposito di ciò che accade sul campo, la Turchia è pronta ad invadere il nord della Siria per combattere il movimento rivoluzionario curdo Pkk Le analisi di Globalist Lettera43.
Intanto negli USA riprende corpo l’idea di una no-fly-zone. La guerra civile siriana procede verso la soluzione libica:

Gli Usa e i paesi alleati, in Occidente e in Medio oriente, con ogni probabilita’ attueranno al piu’ presto una «no-fly zone» sulla Siria. Lo ha di fatto annunciato l’ex segretario alla Difesa statunitense, William Cohen, in un’intervista a «Political Capital with Al Hunt» di Bloomberg Television.
Secondo Cohen «stiamo arrivando ad un punto in cui la violenza è così grave, credo, che si assisterà ad una spinta in favore dell’istituzione di quelle no- fly zone“. Per l’ex segretario alla difesa tuttavia la partecipazione americana a questa possibile operazione di “no-fly zone” sarà legata a quella degli alleati. «Non credo che gli Stati Uniti procederanno da soli». 
Nei giorni scorsi John Brennan, consigliere del presidente Barack Obama in materia di sicurezza, aveva rivelato che l’Amministrazione Usa sta valutando l’ipotesi di una no-fly zone “molto attentamente”. Intanto oggi a Istanbul il segretario di stato Usa, Hillary Clinton, ha detto durante gli incontri con gli alleati turchi che e’ un imperativo “rompere l’asse Iran-Siria-Hezbollah”.

La vera domanda è per quanto ancora il regime di Assad potrà resistere. Le defezioni degli ultimi giorni – compresa quella del primo ministro Riad Hijabnon hanno ancora destabilizzato la struttura portante del regime, contrariamente a quanto sostenuto da più parti. Tuttavia, nei giorni precedenti il regime pare aver perduto uno dei suoi pilatri portanti. Margherita Paolini, coordinatrice scientifica di Limes, spiega cos’è il clan dei Tlass e perché la loro uscita di scena potrebbe essere un colpo al cuore per Assad:

La notizia è passata quasi inosservata, ma potrebbe segnare una svolta nella crisi siriana. Si tratta della defezione, con fuga a Parigi via Turchia, del brigadiere-generale Manaf Tlass. Eppure, questo è un evento che colpisce al cuore il regime siriano, perché Tlass è una figura assai vicina a Bachar al Assad.
Nelle analisi usuali sulla struttura del potere di Damasco si parla di solito del clan alawita degli Assad e di quello dei Makhlouf, da cui proveniva la moglie di Hafez el Assad, ora saldamente rappresentato da Rami e Hafez, cugini del presidente Bashar. Queste due famiglie in effetti si sono divise il potere politico e non solo.

Ma in questa architettura c’è un terzo pilastro, fondamentale per la tenuta del sistema fin dall’inizio dell’era Assad. C’è infatti una terza famiglia nel cerchio del potere: quella sunnita dei Tlass, originari di Rostan nella regione di Homs. Questa famiglia ha acquisito importanza grazie alla strettissima collaborazione che più di 40 anni fa Mustafa Tlass ha fornito al compagno di accademia e futuro presidente Hafez el Assad. Mustafà Tlass, che poi è stato ministro della difesa per ben 32 anni, dal 1972 al 2004, è stato un personaggio potentissimo, fuori dalla scena ma in termini sostanziali, poiché ha coagulato a supporto del regime importanti élites sunnite militari e del mondo commerciale imprenditoriale. Il colpo di stato che ha portato al potere Hafez el Assad e la successiva esautorazione della vecchia guardia del partito Baath non sarebbero stati possibili contando solo sulla minoranza alawita, dominante nelle forze speciali e nell’aviazione, senza l’appoggio delle forze armate di terra.

I figli di Mustafa Tlass entrano nel potere economico e militare: Firas Tlass è uno degli uomini più ricchi del paese, secondo solo a Rami Makhlouf, mentre Manaf Tlass, giovane brillante amico e compagno di accademia di Bachar diviene generale nella Guardia repubblicana comandata da Maher el Assad; è incaricato della protezione di Damasco a capo della brigata 105. 

La defezione di Manaf Tlas apre un nuovo scenario. L’effetto è dirompente: ora molti sunniti, e molti ufficiali dell’esercito, sanno che non c’è più nulla da fare, che i loro punti di riferimento hanno abbandonato il regime. È il segnale di una svolta – ne sono il segno le defezioni di altri 45 ufficiali nei giorni scorsi, e probabilmente anche la ripresa di combattimenti a Damasco e Aleppo, o il fatto che la Lega Araba offra una «uscita con garanzie» a Bachar al Assad. Nella sua prima dichiarazione pubblica dopo la fuga, Manaf Tlass ha lanciato un appello all’opposizione a unirsi e ha chiesto ai militari siriani di abbandonare Assad. Pare che ora sia in pellegrinaggio alla Mecca (per rinverdire le sue credenziali musulmane?). Ma mentre l’opposizione siriana in questi mesi si è divisa, il nome del generale Tlass comincia a circolare come il possibile capo di un «Consiglio supremo delle Forze armate», stile egiziano, che potrebbe mantenere l’unità dell’esercito e farne un garante della transizione: sembra in ogni caso che sia i sauditi, sia la Francia e anche la Russia vedano con favore un suo ruolo.

Perché questa defezione ha avuto pochissimo risalto sui media mentre quella di Hijab è stata sbandierata come l’inizio della fine per Assad? Forse perché alla stampa internazionale non interessa davvero comprendere (e far comprendere) le dinamiche al potere di Damasco: per far presa sul pubblico è meglio puntare sulla spettacolarizzazione. Hijab ha avuto più spazio perché ricopriva un ruolo più elevato nella gerarchia. Il tutto a conferma della tesi iniziale: Assad ha già perso, sa di avere le ore contate e, non potendo più riprendere il mano il suo Paese, massacra la sua gente da efferato dittatore qual è.
A forza di ripetere una bugia, prima o poi questa si trasforma in verità. Un principio che stampa conosce bene.

A livello internazionale, il regime pare tutt’altro che isolato. L’Iran ha recentemente ospitato una conferenza sulla Siria (un’altra è in programma tra un mese) a cui hanno partecipato circa 30 nazioni, tra cui tra cui Russia, Cina, India, Pakistan, Indonesia, Sri Lanka, Ecuador, Afghanistan, Algeria, Iraq. Alcuni non mancano di notare che questi Paesi rappresentano complessivamente 3,4 miliardi di persone – trascurando il fatto che quasi nessuno di essi è una democrazia: dunque chi rappresenta cosa?
Spicca l’assenza di Paesi occidentali o della penisola Arabica, così come l’Iran viene puntualmente messo da parte ogni volta che una conferenza la organizziamo qui da questo lato del mondo. Segno che non è la Siria ad essere isolata: sono le potenze internazionali ad isolarsi a vicenda, arroccandosi in una divisione a blocchi in stile Guerra Fredda (due, per la precisione) che rende impossibile qualunque forma di dialogo.

Non è ancora chiaro chi vincerà in Siria. In compenso, l’informazione e la diplomazia hanno già perso.

Come secondo le attese, l’ultima fase di negoziati con l’Iran in merito al suo programma nucleare non hanno ottenuto nessun risultato significativo. Il mese scorso, dopo i colloqui a Baghdad, gli ispettori dell’AIEA avevano sperato di raggiungere un accordo con Teheran per definire un “approccio strutturato” che permettesse loro il controllo dei siti di ricerca nucleare sospettati di essere adibiti ad usi militari, ma da allora non ci sono stati progressi. Alla buona notizia della ripresa di un dialogo dopo 18 mesi ha fatto seguito la cattiva notizia di un copione già visto.
Di nuovo c’è che dal 1 luglio la Repubblica Islamica dovrà fare i conti con le ultime pesanti sanzioni inflitte dall’ONU, che potrebbero seriamente danneggiare l’economia iraniana. Il nuovo pacchetto di misure ha lo scopo di punire chiunque intrattenga affari con la Banca centrale di Teheran, con l’effetto di colpire il settore petrolifero, vitale per il mantenimento dello Stato iraniano. Benché l’India, cliente abituale del greggio persiano, abbia deciso di ricorre a metodi creativi per aggirare il muro delle sanzioni, stavolta pare proprio che l’Iran sia con le spalle al muro.
Eppure lo strumento più potente che Teheran ha in mano non è la bomba (che secondo l’Occidente è in procinto di costruire), bensì proprio la sua ricchezza principale: il petrolio.

Il maggior pericolo di un’escalation di tensioni militari con l’Iran è che i prezzi del petrolio schizzerebbero alle stelle, mandando l’economia globale in tilt – come se non avesse già abbastanza problemi.
Lo scorso dicembre è bastato che circolasse la voce della possibile chiusura dello Stretto di Hormuz, giugulare del mercato petrolifero mondiale, perché le quotazioni del greggio aumentassero di 3 dollari in un solo giorno.  Come ho scritto nell’occasione:

Razionalmente l’Iran non farà nulla, visto che il blocco danneggerebbe innanzitutto il proprio export, senza contare le inevitabili ritorsioni militari che il mondo scatenerebbe. Ma è importante che tutti credano che stia per fare qualcosa.

La posizione geografica della Repubblica Islamica rende l’operazione teoricamente possibile, ancorché improbabile. Inoltre, in gennaio il Segretario alla Difesa USA Leon Panetta, attraverso canali segreti, ha già fatto sapere alla Guida Suprema Khamenei che l’eventuale chiusura dello Stretto rappresenta la “linea rossa” oltre la quale sarà guerra. Segno che gli USA hanno preso la minaccia sul serio.
Ma l’Iran non vuole combattere; i suoi reali obiettivi sono altri. L’economia presta molta attenzione alle aspettative, e in una fase storica caratterizzata da volatilità e profonda incertezza come questa, la prospettiva di restare a secco di oro nero è una mossa di per sé sufficiente a far vibrare ulteriormente un sistema congiunturale già claudicante. I mercati sono molto sensibili ai rumors e gli iraniani lo sanno. Non a caso, in seguito all’annuncio sanzioni economiche più severe, sempre in dicembre il vicepresidente iraniano Mohammad Reza Rahimi ha avvertito che se le misure previste entreranno in vigore ”non una goccia di petrolio passerà attraverso lo Stretto di Hormuz”. Più di recente si registrano i contrasti con gli Emirati Arabi Uniti per la sovranità sulle isole Abu Musa, di grande importanza strategica poiché situate proprio al di qua dello Stretto.

Il succo della storia è questo: il petrolio è il coltello che l’Iran ha dalla parte del manico, lo strumento attraverso il quale esercitare il proprio leverage politico. Per questo le sanzioni in vigore da luglio si rivolgono proprio al petrolio: se esso è un’arma, bisogna cercare di disinnescarla.
Punto di partenza è diversificare gli approvvigionamenti per ridurre la dipendenza dal greggio iraniano. L’efficacia delle sanzioni è stata procrastinata di sei mesi proprio per consentire ai Paesi europei – in particolare Italia, Spagna e Grecia – di cercare alternative sul mercato. La Cina ha ridotto le proprie importazioni di un quarto. Anche la Turchia ha notevolmente ridotto gli acquisti. nondimeno, più volte il Dipartimento di Stato USA ha chiesto a India, Corea e Giappone di fare altrettanto.
Di per sé, la rinuncia ad un produttore petrolifero di primaria grandezza sarebbe un boomerang per tutto il pianeta. Ma il flusso di greggio sul mercato è stato mantenuto a livelli accettabili dall’Arabia Saudita, la cui produzione ha toccato i livelli più alti degli ultimi 23 anni. Circostanza non gradita a Teheran, la quale ha accusato Ryadh di violare le quantità stabilite secondo le quote OPEC. Peraltro, la capacità dell’Iran di turbare il corretto andamento del mercato era già stata ridotta lo scorso anno dall’annuncio dell’Agenzia Internazionale dell’Energia di mettere sul mercato 60 milioni di barili attingendo alle proprie riserve strategiche. Nell’ultimo G8 di Chicago le maggiori potenze mondiali hanno preso l’impegno di coordinare le proprie azioni per stabilizzare le quotazioni del greggio nel caso in cui le tensioni con l’Iran lo rendano necessario. Infine, i Paesi del Golfo, con gli EAU in testa, stanno progettando di bypassare lo Stretto di Hormuz tramite  un oleodotto, completato in maggio, che sbocca direttamente sull’Oceano Indiano, dove l’influenza di Teheran non può arrivare.

Benché tutte queste risposte hanno sensibilmente ridotto il margine di manovra di Teheran sulle quotazioni, la prospettiva di un nuovo shock petrolifero rappresenta ancora un incentivo potente in mano alla Repubblica Islamica. Se nel lungo periodo le soluzioni alternative potrebbero bastare per sostituire completamente il greggio iraniano, le ripercussioni nel breve periodo sarebbero notevoli. E’ questo a preoccupare i mercati. Con una nuova spirale recessiva all’orizzonte e la crisi dei debiti sovrani ad aggravare la già fragile situazione dell’Eurozona. Va anche detto che India e Giappone, al momento, non possono rinunciare ad abbeverarsi dai pozzi iraniani: la prima perché deve mantenere in corsa un’economia in preoccupante rallentamento, il secondo perché non può più contare sull’apporto dei propri reattori nucleari, precauzionalmente spenti in seguito al disastro di Fukushima.
Mentre il mondo si preoccupa per una bomba atomica che l’Iran non ha – e nemmeno vuole, ma è un’altra storia -, e in attesa che i negoziati sul nucleare conducano da qualche parte, il ricatto del petrolio (vero o presunto) rimane una spada di Damocle sulla testa di un Occidente dal presente critico e dal futuro incerto.

I recenti scontri scoppiati nel Nord del Libano hanno risvegliato il timore che gli echi della crisi siriana possano far vacillare il fragile equilibrio del Paese dei cedri, col rischio di assistere ad un nuovo conflitto interconfessionale. La peculiare composizione socioculturale del Libano, sia dal punto di vista etnico che religioso, lo rende particolarmente vulnerabile alle tensioni in corso appena fuori dai suoi confini, di cui Beirut rappresenta il crocevia (sia Iran che USA cercano di tirarla dalla propria parte in merito alla Siria).
Ma il rischio di una deriva conflittuale è concreto?
Medarabnews prova a tracciare un quadro della delicata fase che il Libano sta attraversando:

Il nord del Libano (da Tripoli alla Bekaa), storicamente legato alla Siria, risente da vicino degli aspri combattimenti che stanno insanguinando le regioni a nord-est. L’afflusso di profughi è quotidiano, e frequenti sono le schermaglie e gli incidenti nei villaggi al confine. Queste tensioni minacciano di estendersi a Beirut e al resto del paese.

il primo incidente che ha fatto salire la tensione in Libano è stato quello che ha portato a una vera e propria guerra fra quartieri a Tripoli.
La città non è nuova a questo tipo di scontri, che si sono verificati già a febbraio e negli anni passati. Essi rientrano nel più ampio quadro dei “cronici problemi” del Libano.

Le tensioni che ruotano attorno al conflitto arabo-israeliano ed alla legittimità della “resistenza” incarnata da Hezbollah, le contrapposizioni settarie, etniche e ideologiche, e le ingerenze occidentali, iraniane, siriane e saudite che di volta in volta fomentano le tensioni fra le rispettive fazioni libanesi, rendono il Libano un paese ingovernabile e soggetto ad una paralisi politica quasi permanente.
Ciò a sua volta fa sì che intere regioni del paese rimangano in una situazione di cronico sottosviluppo e di povertà diffusa. Tali regioni spesso vengono manipolate dalle forze politiche libanesi ed utilizzate come valvola di sfogo delle tensioni politiche. A complicare ulteriormente la situazione vi è il doloroso ricordo della guerra civile che ha insanguinato per quindici anni il Libano a partire dal 1975, e che ha creato profonde fratture che tuttora sussistono fra la popolazione.
Tripoli, pur essendo la seconda città del paese, rappresenta una di queste regioni impoverite e dimenticate dallo Stato, al pari del sud del Libano o della periferia meridionale di Beirut, dove regna incontrastato Hezbollah.

In un paese in cui il 10% della popolazione possiede il 70% della ricchezza, Tripoli è una delle città in cui vi è la maggior concentrazione di poveri, secondo un rapporto dell’UNDP risalente al 2009. Nei quartieri di Jabal Mohsen e Bab al-Tabbaneh, dove sono scoppiati i recenti scontri, l’82% delle famiglie vive con meno di 800.000 lire libanesi (533 dollari) al mese. 

L’analisi spiega anche come la crisi siriana si riverbera sui vicini libanesi:

Diversi ospedali di Tripoli sono pieni di ribelli siriani feriti nei combattimenti in Siria. Molti di essi sono miliziani dell’Esercito Siriano Libero. E ciò avviene mentre non vi sono ufficialmente in Libano campi profughi che accolgano coloro che fuggono dal conflitto siriano, in ottemperanza alla cosiddetta politica di “dissociazione” del governo di Beirut, che avrebbe dovuto mantenere il paese neutrale rispetto agli eventi siriani.
Nel frattempo vi sono però anche segnali che i paesi del Golfo (Arabia Saudita e Qatar, in particolare) vogliano trasformare Tripoli, e in generale il nord del Libano, in un corridoio per rifornire di armi l’opposizione siriana.
A Tripoli, se il regime di Damasco ha tradizionalmente aiutato con denaro ed armi il Partito Arabo Democratico di Rifaat Eid che domina il quartiere alawita di Jabal Mohsen, i paesi del Golfo a loro volta riforniscono i gruppi salafiti sunniti.
Ora però il flusso di armi sta aumentando, come dimostrano i recenti sequestri di materiale bellico diretto in Siria, culminati con la cattura, alla fine di aprile, di una nave carica di armamenti e munizioni pesanti di provenienza libica al largo di Tripoli. In generale, l’incremento del traffico fra Siria e Libano è stato confermato anche da fonti ONU.
Vi sono anche notizie che indicano che circa 200 uomini appartenenti a gruppi salafiti libanesi avrebbero preso parte ai combattimenti in Siria. L’esercito libanese sta compiendo ogni sforzo per bloccare questo flusso di uomini e armi.

Negli anni scorsi era già successo che Tripoli – e la capitale Beirut – fossero infiammate da scontri di matrice etnico-confessionale, ma si era trattato per lo più di episodi occasionali, nessuno dei quali ha avuto conseguenze politiche più sconvolgenti. Stavolta c’è però una differenza:

La regola era che, fino a quando le potenze regionali non soffiavano sulle contrapposizioni politiche e settarie del Libano, fino a quando sussisteva il patto di non belligeranza delle “due S” (siriani e sauditi) nel paese, e fino a quando quest’ultimo non veniva scelto come teatro di scontri “per procura” (come avvenne nella guerra del 2006 tra Israele e l’Iran), malgrado il periodico esplodere di incidenti isolati una fragile pace poteva sussistere nel paese dei cedri.
Oggi, però, il patto di non belligeranza fra Damasco e Riyadh non esiste più; le tensioni regionali sono altissime a causa della questione nucleare iraniana, delle rivolte arabe, e della lotta per l’egemonia tra Iran e Arabia saudita, che si è tradotta in una contrapposizione settaria senza precedenti nella regione; e la Siria, al centro di queste tensioni, continua a sprofondare verso la guerra civile. 

Tuttavia, probabilmente neanche in questa occasione gli incidenti faranno da prodromi per un nuovo conflitto interno.
Lorenzo Trombetta sul sito di Limes dimostra tre ragioni per cui il Paese non scivolerà verso una nuova guerra civile:

  • a Beirut governa un esecutivo vicino alla Siria e all’Iran. Hezbollah, che di fatto guida la coalizione governativa, è ora garante della pace, non più solo della guerra. Un conflitto interno finirebbe per danneggiarne l’immagine e gli stessi ranghi militari, spingendo l’organizzazione sciita all’opposizione, di fronte a un governo guidato dagli alleati di Riyadh.

  • degli attori che contano in Libano, attualmente solo la Siria troverebbe vantaggioso lo scoppio di una guerra su scala nazionale allo scopo di acuire la polarizzazione dello scontro fra sunniti e sciiti. Tutti gli altri preferiscono che nel Paese permanga uno stato di costante tensione, ma senza che la situazione precipiti.

  • i libanesi non vogliono più farsi la guerra.

Benché gli eventi abbiano subito una brusca accelerazione negli ultimi giorni e i segnali di destabilizzazione siano ancora ben evidenti, il rischio che il Libano si ritrovi di fronte ad un nuovo 1982 è ancora remoto.

Domenica scorsa Samira Rajab, ministro per l’informazione del Bahrein, ha rivelato l’esistenza di un progetto di fusione tra il suo Paese e l’Arabia Saudita. Formalmente, entrambi i regni manterrebbero ciascuno la propria sovranità e il proprio posto nelle Nazioni Unite, ma assumerebbero decisioni comuni in tema di politica estera e sicurezza:

Saudi Arabia and Bahrain are expected to announce closer political union at a meeting of Gulf Arab leaders on Monday, a Bahraini minister said, a move dismissed by the opposition as a ruse to avoid political reform.

Khalifa bin Salman Al Khalifa, Bahrain’s hardline prime minister, is believed to oppose concessions to the Shi’ite opposition. He backs the idea of a union.
“The great dream of the peoples of the region is to see the day when borders disappear with a union that creates one Gulf,” the official Bahrain News Agency quoted him as saying on Sunday.
Speaking after foreign ministers met in Riyadh, Khalid bin Ahmed Al Khalifa, Bahrain’s foreign minister, told Reuters on Sunday the plans for a union were ambitious.
All aspects of union are on the table, between all members,” he said.
Saudi Arabia and Bahrain are already joined at the hip, though the island’s social liberalism could come under threat if a merger took place.
Saudi Arabia allows Bahrain access to an oilfield it owns, providing 70 percent of its budget, while Saudis have traditionally flocked to Bahrain for weekend relief from Islamic restrictions on gender mixing, female driving and drinking alcohol.

L’entità che i due Paesi andrebbero a creare non è ancora chiara. Il Telegraph ipotizza un’integrazione simile all’Unione Europea. In ogni caso, il primato lo avrebbero sempre i Sa’ud: vedere i due reami in posizione di parità è semplicemente impensabile. Di fatto è un’annessione mascherata. Comunque sia è l’ultima trovata per fermare la rivolta che infiamma l’arcipelago, ancora in corso a distanza di un anno nonostante la repressione sponsorizzata dai sauditi e caratterizzata dal totale silenzio della stampa internazionale – a parte qualche titolone nella settimana del CP di Formula Uno.
OpenDemocracy, che in questa lunga analisi illustra uno scenario sottostante più complesso di quanto appaia ad un primo sguardo:

The reason it seems lies a little deeper than simply aligning forces to meet the Iranian threat. The most urgent question is to negate Shi’a political mobilisation from becoming a threat to Saudi energy security. A union with Bahrain would effectively subsume the Shi’a question, rendering moot the need for a longterm solution which gives too much ground to Shi’a interests.
Secondly, this huddling is driven by a fundamental mistrust of American intentions in the Persian Gulf. An increasing train of thought in the Gulf, to which Bahraini unionists enthusiastically subscribe, states that America is willing to enter a grand bargain with Iran to serve its long-term interests in the region. In such a future, Bahrain would simply be cast aside as inconsequential collateral in pursuit of the overarching US goal.
This thinking has also taken root in parts of the elite in Saudi Arabia, especially since America abandoned its long term ally in Hosni Mubarak in 2011, much to the horror of Saudi Arabia’s leadership. Indeed, arguably it was America’s decision to dump Mubarak which led as a direct consequence to the GCC Peninsula Shield Force ↑ ↑ entering Bahrain on March 14, 2011; and which now drives Saudi Arabia to push for a closer integrated Gulf Union, starting of course with Bahrain.
While the reaction of the other Gulf States is likely to be sceptical towards such a Union, it remains to be seen exactly how far King Abdullah can persuade his fraternal rulers to go. Therefore, it makes sense to see the push for a Gulf Union not as the first step in a regional alliance, but as the beginning of a merger between Saudi Arabia and Bahrain to fend off the chance that Shi’a political mobilisation will destroy vital Saudi interests.
Some in Bahrain are happy to embrace this path. But it is unlikely that it will herald positive changes in the Kingdom. Any merger between the nations will be likely to inflame the delicate sectarian balance in the tiny Kingdom yet further, a situation which requires genuine political reform, and not military and economic mergers.

Un anno fa, di fronte al ribollire della regione, il gigante saudita – culla dell’Islam e peso massimo della regione, nonché dell’equilibrio petrolifero mondiale -bha mostrato un atteggiamento di malcelata indifferenza, almeno all’inizio. Ma quando il vento di proteste è giunto fino in Bahrein, re Abdallah si è subito attivato affinché la (poi ribattezzata) Primavera araba si spegnesse in un fuoco di paglia. Per riuscire nell’intento, la casa regnante si è servita proprio del Consiglio di Cooperazione del Golfo (poi ribattezzato Consiglio di Contro-rivoluzione del Golfo), organismo internazionale che controllano e che riunisce tutti gli Stati della penisola arabica con la sola eccezione dello Yemen.
In concreto, l’azione delle petromonarchie capitanate da Ryadh ha seguito un piano ben preciso di Cooptazione e contenimento: dapprima hanno stretto un patto sottobanco con Washingon, assicurando il formale sostegno della Lega Araba alla crociata contro Gheddafi in cambio dell’immunità del proprio cortile; poi hanno sedato le proteste dei sudditi con una poderosa iniezione di sussidi; infine hanno aiutato il regime bahreinita inviando 1.500 soldati (1.000 sauditi, gli altri dagli EAU) a Manama.
Il tutto nella consapevole distrazione degli Stati Uniti, i quali sostennero persino di non essere stati informati dell’invasione saudita nonostante il Segretario alla Difesa Robert Gates si trovasse proprio in Bahrein appena due giorni prima dell’operazione.

L’Iran si oppone, invocando una manifestazione di protesta per venerdì. L’unione tra Bahrein e regno saudita (rectius: annessione del primo nel secondo). Albawaba riporta una panoramica delle iniziative iraniane per ostacolare l’operazione, domandandosi persino se il matrimonio saudo-bahreinita potrà, nel caso venga davvero celebrato, potrà sopravvivere alla presenza di un terzo incomodo così ingombrante.
Per Teheran, vorrebbe dire la fine delle speranze circa un cambio di regime a Manama in favore della maggioranza sciita. E’ questa la ragione per cui la sollevazione di Manama può essere definita una piccola rivolta dalle grandi conseguenze:

Per quanto anche in questo caso i manifestanti chiedano maggiore democrazia e riforme del sistema politico, nel piccolo atollo del Golfo, è centrale la questione religiosa.

In Bahrain esiste, infatti, un’incolmabile distanza tra la maggioranza sciita (circa due terzi della popolazione totale) e la minoranza sunnita, al governo da quasi tre secoli.

A un occhio disattento le rivolte del Bahrain potrebbero sembrare meno centrali nella politica internazionale rispetto ai contemporanei e terribili avvenimenti libici, ma così non è. Ciò che sfugge è la centralità geopolitica del piccolo arcipelago. Una vittoria dei rivoltosi con conseguente dipartita del sovrano porterebbe ad un totale rovesciamento dei rapporti di potere a favore della maggioranza sciita e, se questo avvenisse, le conseguenze potrebbero esseere enormi.

L’unione tra Ryadh e Manama potrebbe fare da apripista per la trasformazione del CCG in un’entità sovranazionale simile alla UE. Ma i pareri contrari non mancano neppure all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Se Arabia Saudita e Qatar che si dicono d’accordo, dall’altra parte ci sono Kuwait ed Emirati Arabi Uniti che hanno espresso riserve su alcuni punti del piano, nonché l’Oman che ha riserve sul piano in generale.
Il punto è che sessant’anni fa gli Stati europei decisero di associarsi per mettere in comune le energie con cui ripartire dopo il suicidio collettivo consumato in due sciagurate guerre mondiali. In altre parole, noi ci unimmo per andare avanti. I Paesi del Golfo, invece, vorrebbero unire le forze per spegnere le sollevazioni e garantire così la sopravvivenza dei propri regimi conservatori. In altre parole, vogliono unirsi per restare fermi, mantenendo lo status quo.
Impresa sempre più complicata. L’Arabia Saudita non ha solo una rivolta nel cortile di casa – e due guerre civili, quelle in Siria e Yemen, in corso rispettivamente a Nord e a Sud; deve anche fronteggiare una rivolta dentro casa. Quella nelle province orientali a maggioranza sciita, forziere delle riserve energetiche del Paese – e per estensione del mondo. A Qatif le manifestazioni, iniziate nel febbraio 2011, continuano ancora adesso. Segno che il tempo da solo non basta a spegnere il fuoco delle rivoluzioni.
L’unione col Bahrein potrebbe non essere sufficiente a riportare l’ordine a Manama. In compenso, potrebbe destabilizzare ulteriormente le province orientali saudite. Non sempre l’unione fa la forza. L’ancient régime è sempre in bilico.

In dicembre ha fatto scalpore la notizia della cattura di un drone americano da parte dell’Iran (qui il presunto video), ultimo e forse più eclatante episodio della guerra silenziosa tra gli Stati Uniti e la Repubblica Islamica.
Ora pare che gli ingegneri di Teheran siano riusciti a decrittare i segreti del velivolo, modello Sentinel Rq-170, primo passo verso la realizzazione di una “copia” dell’originale.

Dal 2009 la CIa usa i droni per spiare gli sviluppi del programma nucleare iraniano. Tra le varie tipologie di UAV, il Sentinel è il modello più adatto per questo genere di operazioni perché le sue sofisticate strumentazioni consentono la raccolta di informazioni di terreno dettagliate, essenziali per scoprire l’eventuale trasferimento degli impianti di arricchimento dell’uranio verso basi sotterranee.
Il Sentinel, estremamente efficace nei meccanismi di rilevamento, presenta tuttavia notevoli difetti nei sistemi di sicurezza: è molto vulnerabile alle incursioni pirata volte ad interrompere il comando remoto a distanza tra base e velivolo. In altre parole, è possibile interferire nelle comunicazioni con il drone per alterarne la rotta ed impartirgli nuove istruzioni. Curioso è che tale lacuna fosse nota agli ingegneri americani fin dal 2003, i quali però giudicavano la tecnologia a disposizione dell’Iran insufficiente per consentire il dirottamento o la cattura di un Sentinel.

La caccia ai droni è ufficialmente iniziata nell’ottobre 2001, quando la Russia annuncia di aver fornito all’Iran alcuni modelli Avtobaza IL-22, apparecchiature di intelligence elettronica mobili su veicoli in grado di interferire nelle comunicazioni a distanza. Il sospetto che queste strumentazioni abbiano ricoperto un ruolo nell’affaire Sentinel si fa subito strada.
Tecnicamente, gli Avtobaza consentono di effettuare attacchi jamming e spoofing: operazione combinata che prima interrompe la comunicazioni tra base e velivolo inviando segnali radio che occupano le frequenze radio, e in seguito stabilisce un collegamento diretto con il drone fornendo false coordinate al suo ricevitore GPS. In caso di interruzione del controllo remoto, infatti, il drone si collega direttamente col sistema GPS per tornare alla base. Ma nel caso del Sentinel i potenti segnali inviati dall’Avtobaza hanno coperto quelli del satellite, così il drone invece di rientrare a Kandahar è stato fatto atterrare su una pista militare iraniana.

Nei primi giorni non era chiaro se il drone fosse stato catturato oppure semplicemente abbattuto. BBC ha sottolineato come non si trattasse di una questione di poco conto:

If, as was originally thought, the Sentinel had been shot down then there would have been little to put on display but a pile of twisted wreckage.
Instead, what was on show on Iranian TV was an immaculate gleaming white drone that looked straight off the production line.
Which tends to back up the claim by Iran that its forces brought down the drone through electronic warfare, in other words that it electronically hijacked the plane and steered it to the ground.

Avere tra le mai un mucchio di lamiere o un drone tutto intero non è la stessa cosa.
Foreign Plicy ha cercato di ridimensionare l’episodio: quando l’Iran sarà in grado di “replicare” il drone catturato, sostiene la rivista, l’America avrà nel frattempo  ideato nuovi modelli più sicuri e sofisticati, mantenendo inalterato il gap tecnologico tra i due contendenti:

the Sentinel’s downing will only be a temporary setback. As Aviation Week reported, the Sentinel’s sensor package considered “so invaluable when it debuted in Afghanistan about two years ago is considered outdated.” The hyper-spectral sensor capabilities mounted on future stealth drones will make the RQ-170 Sentinel seem quaint. When those future drones also unfortunately fall onto the territory of Iran or other adversaries, people will be surprised and unnecessarily alarmed then, too.

Il New York Times non è stato altrettanto ottimista:

the centerpiece of what had been a covert program is now in the hands of Iranian forces, which may share the captured technology with other countries.

Timore più che fondato, visto che già in dicembre una fonte iraniana aveva rivelato che funzionari russi e cinesi avevano chiesto il permesso di ispezionare il drone allo scopo di studiarne il funzionamento. Peraltro, è stato proprio lo studio condotto sui droni abbattuti e recuperati in Iraq a svelare agli scienziati iraniani – e russi, interessati a carpire i segreti della tecnologia militare USA - le caratteristiche di base di tali velivoli. Il che ha lanciato l’allarme sul supporto logistico e materiale che l’Iran riceve dall’esterno per sviluppare una capacità di intelligence in campo elettronico che Pentagono e CIA neppure sospettavano:

Iran is busy acquiring the technical know-how to launch a potentially crippling cyber-attack on the United States and its allies

“Over the past three years, the Iranian regime has invested heavily in both defensive and offensive capabilities in cyberspace,”

“Equally significant, its leaders now increasingly appear to view cyber-warfare as a potential avenue of action against the United States

Finora l’Occidente ha sottovalutato i progressi compiuti da Teheran in questo come in altri campi (leggi: il programma nucleare), nonostante il lungo elenco di scienziati e militari uccisi, feriti o scomparsi in circostanze non chiarite. La vicenda del Sentinel dovrebbe riflettere. Forse non muterà l’equilibrio della guerra (invisibile) tra USA e Iran, almeno sul piano delle capacità militari. Ma in termini psicologici, certamente si.

Nella civiltà dell’immagine, chi controlla i media è re. Meglio ancora: è demiurgo, poiché crea la realtà che afferma.
A nessuno è sfuggito il decisivo ruolo di al-Jazeera nel corso della primavera araba, dove si è distinta per attenzione e professionalità attraverso le dirette non stop da piazza Tahrir o da Tripoli assediata sotto le bombe. Tanto da meritarsi il Peabody award 2011 per la copertura full time nei giorni più caldi delle rivolte.
Quello che in pochi si sono chiesti è quale interesse abbia l’emiro del Qatar, proprietario di fatto dell’emittente, a dare voce alle richieste di libertà e diritti umani per altri popoli, al contrario negati in casa propria. Il Qatar e le aziende che ne fanno capo sono di fatto poco più di un patrimonio personale in mano alla sua famiglia. Come può parlare di democrazia proprio lui che è forse il sovrano più autocratico al mondo?
Al-Jazeera ha 65 uffici con 3.000 dipendenti e 400 giornalisti sparsi per il mondo, frutto di un bilancio da 100 milioni di dollari interamente finanziato dall’emiro. Con la sua reputazione e con questo capitale di avviamento, è sempre stata in grado di orientare l’opinione pubblica. Tra le iniziative promosse dal Qatar, è quella in cui maggiormente affiora la volontà di potenza del piccolo e ricchissimo Stato del Golfo: tutte le altre – diplomatiche, economiche e militari – non sarebbero state neppure immaginabili senza l’influenza di al-Jazeera. Si veda questa analisi.
Facile immaginare che un così ampio attivismo potesse condurre ad una ridefinizione degli equilibri geopolitici nel Golfo.

Il peso massimo della regione, com’è ovvio, è l’Arabia Saudita. Gli altri Stati sono più o meno satelliti di Ryadh, con la sola eccezione del Qatar.
Negli ultimi anni la casa di Sa’ud ha mostrato sempre più insofferenza verso il populismo di al-Jazeera, al punto da vietare ai propri cittadini di apparire sull’emittente – unico “trasgressore”, Osama bin Laden.
Poi sono arrivate le rivolte arabe a rivoluzionare tutto. La rimozione di Ben Alì e Mubarak, vista all’inizio come una minaccia per la stabilità della regione, si è poi dimostrata un’occasione per sostituire – democraticamente – due regimi laici con governanti nuovi di zecca espressione dei Fratelli musulmani e della costellazione salafita. Entrambi lautamente finanziati proprio dal Qatar e dall’Arabia Saudita. Un primo passo per la restaurazione de facto dell’islamismo nelle terre che furono parte del califfato medioevale.
Il comune interesse pilotare il corso della primavera araba ha portato ad un riavvicinamento tra i due Paesi.
Prova ne è la brusca virata nella linea editoriale di al-Jazeera Quando i movimenti di protesta hanno raggiunto gli Stati del Golfo – in particolare il Bahrain, per non parlare delle province orientali dell’ Arabia Saudita -, la copertura di Al Jazeera è stata inspiegabilmente addomesticata rispetto alle dirette fiume dei giorni di Tahrir. Il direttore generale della rete, Wadah Khanfar, che nel corso della sua direzione aveva stretto un buon rapporto con i governanti del Qatar e l’influente religioso Yousef al-Qaradawi, è stato costretto a dimettersi (benché insista che sia stata una sua scelta). Un doppio standard che non è sfuggito agli spettatori.

Per due rivali che tornano ad essere amici, ci sono due amici che rischiano di diventare rivali. Negli anni il Qatar ha instaurato una proficua relazione con l’Iran, non soltanto perché condividono il più grande giacimento di gas del mondo (North Field/South Pars). Doha si è attivamente impegnata in tutti i dossier più caldi che coinvolgono la diplomazia iraniana (non ultimo, il programma nucleare di Teheran), diventandone di fatto il volto presentabile. Sempre a Doha, ad esempio, sono in corso i negoziati per la risoluzione della controversia su Abu Musa e altre due isole di fronte allo Stretto di Hormuz occupate dall’Iran e rivendicate dagli EAU con l’appoggio degli altri Paesi del Golfo.
A guastare le relazioni c’è ora la crisi siriana, dove i due Paesi sono schierati su fronti opposti: Teheran è la prima sostenitrice di Assad, mentre Doha sta facendo di tutto per farlo cadere. Una divergenza che traspare sempre di più a livello mediatico.
Si veda questa intervista a Jihad Ballout, ex Media Relations Manager di al-Jazeera, sul canale satellitare iraniano Press Tv. Egli accusa l’emiro del Qatar di pilotare la linea editoriale dell’emittente, ricordando la raffica di dimissioni di dipendenti, soprattutto in Libano, in segno di protesta per la manipolazione delle informazioni sulla Siria.
Press Tv è prona agli interessi della Guida Suprema Ali Khamenei tanto quanto al-Jazeera lo è a quelli dell’emiro al-Thani. Non a caso apre ogni notiziario con le ultime dal Bahrein e da Qatif (dove la gente chiede la testa di re Abdullah), per poi dare ampio spazio alle manifestazioni di sostegno ad Assad.
Le schermaglie tra i contendenti sono appena iniziate.

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