Boko Haram, da guerriglieri a forza d’occupazione

In agosto Abukabar Shekau, leader della formazione integralista Boko Haram dato più volte per morto – l’ultima lo scorso 24 settembre, e ancor una volta non parrebbe corrispondere a verità – ha pubblicato un video in cui sembra annunciare di aver aggiunto la nascita di un “Califfato islamico” nella città di Gwoza, situata nello stato di Borno non lontano dal confine con il Camerun conquistata nei giorni precedenti. Vari esperti si sono interrogati circa l’esatto significato del messaggio riconducendolo essenzialmente a due possibilità: la proclamazione di un proprio califfato in Nigeria, o l’adesione a quello fondato da ISIS tra Iraq, Siria e Libano.

Secondo Long War Journal Shekau non parla mai di “Califfato”. Nel video il capo jihadista, esprimendosi in un misto di arabo e hausa, non utilizza affatto questo specifico termine. Egli dice che lui e i suoi seguaci appartengono allo “Stato dell’Islam” e che non riconoscono la Nigeria come uno stato-nazione, ma cita l’Iraq solo di sfuggita senza però menzionare direttamente lo Stato Islamico creato da al-Baghdadi.

La portata del videomessaggio sta nella significativa evoluzione nella strategia di Boko Haram, capace ora di prendere e controllare spazi sempre più vasti del territorio nigeriano e dei Paesi vicini, strappandoli alle forze di sicurezza regolari in operazioni di conflitto simmetrico. Continua a leggere

Usa e Pakistan, relazioni ai minimi storici

di Luca Troiano

I rapporti tra Stati Uniti e Pakistan sono una perfetta applicazione della Legge di Murphy: quando possono peggiorare, lo fanno.
La rivelazione (peraltro già nota al pubblico più specializzato) del New York Times, forse col placet dalla Casa Bianca o della CIA, secondo cui l’esercito e l’intelligence di Islamabad sarebbero responsabili per la barbara uccisione del giornalista Saleem Shahzad, ha duramente inasprito le già fragili relazioni bilaterali.
Nei giorni a seguire, i due Paesi sono stati impegnati in un valzer di reciproche rappresaglie volte a tagliare o limitare gli aiuti, da parte di Washington, l’accesso e supporto, da parte di Islamabad. Questa crescente ostilità, che in diplomatichese si chiama “deficit di fiducia”, rischia di diventare un abisso per gli Usa tanto grande quanto un altro con cui si trovano ora  a fare (letteralmente) i conti – quello di bilancio.

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