Il G8 non è ancora al tramonto

Dall’ultimo G8 il mondo si aspettava risposte chiare riguardo ai temi ricorrenti alla crisi, alle pesanti conseguenze sociali che essa comporta, e agli altri capitoli scottanti del nostro presente, come la Siria.
Permangono le divisioni tra Russia ed Europa su Damasco e, benché il vertice si sia concluso con qualche timido passo in avanti in materia di paradisi fiscali e della lotta al terrorismo, sull’economia sono giunte solo promesse retoriche.
Per l’ennesima volta la montagna ha partorito il topolino e, di fronte alla sempre maggiore sproporzione tra annunci della vigilia e risultati ottenuti, l’opinione pubblica comincia a domandarsi a cosa servano ancora queste riunioni tra gli otto grandi del mondo.

Dopo la crisi finanziaria del 2008, furono in tanti a dire che il G8 non era più il gruppo più adeguato per dirigere l’economia mondiale. L’asse del mondo si era improvvisamente spostato verso Oriente, dove le tigri asiatiche registravano tassi di crescita da fantaeconomia, e verso Sud, dove un gigante come il Brasile e un Paese in perenne cerca di riscatto scalpitavano per conquistare un posto tra i grandi.

Fu allora che, per superare l’impasse in cui il mondo era precipitato dopo il fallimento di Lehman Brothers, che due nuovi consessi vennero ad affacciarsi sulla scena internazionale: uno era il G20, ossia il vecchio G8 allargato ai Paesi emergenti ed economicamente più dinamici del momento; l’altro erano i BRIC – poi BRICS con l’inclusione del Sudafrica – sigla nata quasi per gioco dal pensiero di un analista finanziario (Jim O’Neill) e poi divenuta un momento di incontro tra le cinque economie più influenti al di fuori dell’Occidente.

Cinque anni dopo, la tempesta perfetta non si è ancora placata. L’economia mondiale è ancora in fase di stallo, la crisi del debito diffonde le sue metastasi un po’ ovunque e i meccanismi di democrazia diretta sono sempre più erosi dalla necessità, per i governi, di sottostare alle sempre più fameliche richieste (ricatti?) dei mercati.

Eppure il G8, che nei giorni scorsi si è riunito in Irlanda, è sempre lì. Ed è sempre un utile momento di confronto. Questo perché esso, alla faccia di chi lo giudica anacronistico o ne ricama ciclicamente il necrologio, è ancora l’espressione delle esigenze comuni dell’Occidente.
Secondo il Financial Times, tradotto da Linkiesta:

Il vero motivo della sopravvivenza del G8 va ricercato altrove. La prima e più importante ragione è la riscoperta del concetto di “Occidente”: il gruppo di paesi riunito nel Regno Unito infatti non include più tutte le maggiori economie del mondo. Ma, fatta eccezione della Russia, consiste in paesi accomunati da tenori di vita alti e da un forte impegno per la promozione della democrazia liberale.

I paesi del G8 formano così un gruppo più coerente del G20 – che al suo interno include Paesi con livelli di povertà molto alti, come l’India, e autoritari, come la Cina e l’Arabia Saudita. […]

Per questo, la nuova organizzazione ha deluso le alte speranze riposte in essa fin dalla sua creazione. È diventato evidente che il più grande merito del G20 – la dimensione e l’eterogeneità dei suoi membri – è anche il suo più grande punto debole. Il gruppo si è dimostrato troppo eterogeneo per ottenere progressi sufficienti nelle questioni identificate come rilevanti – come l’evasione fiscale o il cambiamento climatico.

Al contrario, il G8 è un gruppo più piccolo e più coerente. Nel summit di questi giorni lotterà per dimostrare che è altrettanto importante e potente.

Il G20 ha invece deluso: è solo una potenza economica; o meglio un insieme di potenze economiche. Ma il mondo globalizzato ha bisogno di una potenza politica che sia in grado di sostenerne gli equilibri mutati. E il G20 non lo è.

Neanche i BRICS lo sono. Dovevano essere il nuovo faro della rinascita globale, invece si sono rivelati per quello che sono: un gruppo di Paesi troppo diversi tra loro per poter concepire un progetto comune.

Dal 2009, quando si sono riuniti per la prima volta, i BRICS non hanno collaborato molto tra loro. Sono sempre stati, anzi, in forte competizione. Nel loro terzo vertice, nel 2011, sono stati in disaccordo praticamente su tutto. Il quarto summit, nel 2012, si era chiuso con una sfilza di “no” alle politiche dell’Occidente e nessuna proposta concreta. Il quinto, celebrato lo scorso marzo, doveva essere l’occasione per una svolta storica: la creazione di una banca per lo sviluppo, alternativa alla tradizionale Banca Mondiale controllata dall’Occidente. Invece l’incontro si è concluso con un nulla di fatto: troppo profonde le divergenze che affliggono il gruppo.

Come ho già avuto modo di argomentare, i BRICS sono rimasti ciò dovevano essere nelle intenzioni di Jim O’Neill: un semplice acronimo, e niente di più. Il salto di qualità volto ad assumere un profilo politico sostanziale non è ancora stato compiuto, e forse non lo sarà mai.

Ad oggi, nessuno dei nuovi grandi ostenta più la forma smagliante di un tempo: la Cina è prossima al collasso, il Brasile è scosso dalle proteste, il Sudafrica fa ancora i conti con le mai sopite divisioni economiche, etniche e sociali, la Russia insegue nemici finti per distogliere l’attenzione dai problemi veri, in India la crescita economica non tiene il passo di quella demografica. Più in generale, l’economia, fino a poco tempo fa fiore all’occhiello dei cinque, sta rallentando pericolosamente.

In conclusione, due anni fa scrivevo:

l’economia del XXI secolo presenterà uno scenario multipolare. Non più occidentale e non soltanto orientale o emergente. I Brics guideranno la crescita, ma l’Occidente resterà ancora in sella al sistema monetario internazionale, ancorché in condominio.

Il nuovo paradigma dei rapporti globali passerà dalla dipendenza all’interdipendenza. Ma guai a pensare che il G8 resterà solo un’esperienza del passato.

Cina e India, insieme per forza

Nei giorni scorsi premier cinese Li Keqiang si è recato in visita a Delhi per risolvere la questione dello sconfinamento dell’Esercito di Liberazione del Popolo (Pla) di circa 20 chilometri oltre la Line of actual control (Lac) che separa i due Paesi sull’Himalaya.

Dall’incontro tra il primo ministro di Pechino e il suo omologo indiano, Manmohan Singh, è scaturita una dichiarazione congiunta che impegna India e Cina ad affrontare con minor belligeranza le dispute territoriali sull’Himalaya, allo stesso tempo intensificando il commercio e gli investimenti congiunti.
Il documento, redatto in otto punti,  si concentra sul miglioramento delle transazioni economiche e dell’import-export fra i due Paesi. Si parla di un possibile interscambio, entro il 2015, di 100 miliardi di dollari rispetto ai 66,5 miliardi del 2012. E’ emersa anche la disponibilità da parte della Cina ad aprire maggiormente i mercati ai prodotti indiani. Le complementarietà tra le due economie sono reali: se di Pechino è la potenza industriale, è altrettanto riconosciuta l’importanza dell’India come esportatrice di derrate agricole ma anche prodotti avanzati come software.

Gli altri punti prevedono l’incremento delle traduzioni reciproche di classici letterari, l’accordo sul pellegrinaggio Kailash Mansarovar Yatra, che prevede la visita da parte di devoti indiani ad alcuni templi tibetani e, tema caro all’India, la promessa cinese di inviare quotidiane informazioni all’India sul livello delle acque nel fiume Brahmaputra, che nasce in Tibet (dove è chiamato Yarlung Zangpo) e che sarà presto parzialmente bloccato da tre nuove dighe in costruzione dal lato cinese. Aspetto che lascia però in sospeso la richiesta indiana di creare una «commissione sull’acqua» fra India e Cina, ma che crea maggiore comunicazione fra i due partner.

Tuttavia le reciproche diffidenze permangono, così come le divergenze geopolitiche e strategiche.

Come nota Giorgio Cuscito su Limes, malgrado gli accordi economici i due Paesi rimangono rivali strategici. M

ettendo da parte le tensioni storiche, Li e Singh hanno tranquillizzato l’opinione pubblica e confermato la volontà di entrambi i governi di risolvere il problema dei confini tramite il dialogo.

Gli interessi economici hanno pertanto stroncato sul nascere nuove tensioni tra i due giganti.

Tuttavia sul piano strategico le parti restano distanti, se non altro nel rapporto con gli USA e per il fatto che la Cina è uno storico alleato del Pakistan, nemico di Delhi per antonomasia. Pertanto è improbabile che il consenso tra i due Paesi vada oltre la stretta collaborazione economica.

Tra le cause di tensione latente tra le due nazioni c’è l’acqua, più ancora dell’energia – che pure i due Paesi si contendono in Medio Oriente come nel resto del mondo. I grandi fiumi che irrigano l’India nascono tutti dallo stesso “serbatoio” che è l’Himalaya, in gran parte sotto la sovranità di Pechino. E con lo scioglimento dei ghiacciai, la regolarità dei corsi di quei fiumi per il futuro prossimo è in forse. Per questo le dispute territoriali (che cinquant’anni fa sfociarono in una guerra aperta), nascondono una posta in gioco molto concreta.

In conclusione, qualche anno fa si parlava di “Cindia” più per il piacere di coniare neologismi pop che non per una qualche fondatezza logica nella definizione (su questo blog è infatti usata solo a fini tassonomici). Ma se Cindia è una sintesi efficace per descrivere relazioni e complementarità tra le due più popolose nazioni del pianeta, da qui a trasformarla in un’alleanza geostrategica ce ne corre.

La nuova corsa all’Africa parte dai BRICS

Solitamente per “neocolonialismo” in Africa si intende quella una condizione di dominio esercitata dagli Stati europei sui propri ex territori coloniali subito dopo i processi che portarono questi Paesi a guadagnare l’indipendenza, a vantaggio soprattutto delle grandi multinazionali, sempre ghiotte delle materie prime custodite nel sottosuolo del Continente nero.

Quello che la vulgata ignora è che la nuova ondata del neocolonialismo proviene da Oriente, più che da Occidente; o per usare una metafora tratta dai punti cardinali, dal(l’ex) Sud del mondo, più che dal Nord.
Al centro del recente summit dei BRICS a Durban (Sudafrica), c’era anche la definizione delle politiche di sviluppo nei confronti dell’Africa, a cominciare dall’idea di creare una Banca per lo Sviluppo, alternativa a quella Banca Mondiale controllata dagli Stati Uniti. Era la prima volta che il vertice dei cinque si svolgeva nel continente culla dell’umanità e, già dall’agenda, è apparso chiaro come il mondo di oggi sia spaccato a metà. Da una parte le vecchie potenze politiche occidentali che hanno disegnato gli equilibri geopolitici del secolo scorso. Dall’altra le potenze emergenti dei BRICS. I primi la decadenza, i secondi il futuro.
In mezzo c’è l’Africa, terreno di sfida nel Grande Gioco del nuovo millennio che coinvolge, oltre agli Stati Uniti, anche la Cina e le altre potenze emergenti. A dare conferma di questo rinnovato interesse ci sono i dati del centro di ricerca finanziario statunitense Emerging Portfolio Fund Research (EPFR), secondo cui nel solo dicembre del 2012 i capitali raccolti da fondi d’investimento private equity dedicati all’Africa sono stati 878,4 i milioni di dollari, quattro volte la somma raccolta il mese precedente e il doppio rispetto all’ammontare raccolto nell’intero 2010. Soldi provenienti da ogni angolo del mondo. E il trend è destinato a crescere.

L’idea di una prossima competizione tra USA e Cina per il Continente nero era già stata formulata da diversi anni. Allora apparve subito chiare le differenze nell’approccio dei due contendenti: l’America cercava di difendere la propria influenza grazie alla presenza militare; la Cina invece la incrementava attraverso un proficuo scambio materie prime versus infrastrutture.
Più di recente, abbiamo visto come il Pentagono abbia pianificato l’invio di militari in 35 Paesi del continente; ufficialmente per contrastare il terrorismo islamico, di fatto per impedire a Pechino di guadagnare terreno. Ma i BRICS sembrano ora avvantaggiati.

Linkiesta riassume i punti di forza della Cina e dei suoi due principali competitor, India e Brasile:

C’è una lunga letteratura sulla presenza di Pechino in Africa. Nel 2009 la Cina ha scalzato gli Usa come primo partner commerciale e negli ultimi quattro anni, dopo il sorpasso su Washington, gli scambi bilaterali sono più che raddoppiati, passando da 91 miliardi di dollari a 198.

Nuova Delhi si è affacciata all’Africa in tempi recenti.

Gli scambi sono cresciuti in maniera vertiginosa negli ultimi anni.
 Nel 1991 erano pari a 967 milioni di dollari, nel 2010 a 51 miliardi, con l’ambizioso obiettivo di raggiungere quota 90 miliardi entro il 2015.


Rispetto alla Cina, Nuova Delhi promette un approccio differente, basato sulla valorizzazione della manodopera locale, punta sul soft power di una democrazia – per quanto ricca di limiti e contraddizioni – nonché sull’eredità culturale del Mahatma Gandhi, che proprio a Durban si fece le ossa come avvocato.
Accanto a Cindia nell’ultimo decennio si è affiancato un altro ambizioso esponente dei Brics, il Brasile, che può contare sul vantaggio di antichi “legami”, risalenti all’epoca dell’impero portoghese. Si stima che fino all’abolizione della schiavitù, nel 1888, abbia importato dall’Africa un numero di schiavi dieci volte superiore a quello degli Stati Uniti.
Negli ultimi anni, a partire dalla presidenza Lula, si è assistito a un vero e proprio salto di qualità nelle relazioni con l’Africa. I numeri sono ancora distanti da quelli cinesi, e persino da quelli indiani, ma indicano che il guanto della sfida è stato lanciato: dai 4,3 miliardi di dollari del 2002 gli scambi commerciali sono passati ai 27,6 miliardi del 2011.
Il Brasile sta cercando di trasformare in business quello che Lula ha chiamato «il debito storico» nei confronti del continente nero. I progetti di cooperazione si sono moltiplicati e gli aiuti esteri di Brasilia, che superano il miliardo di dollari, prendono spesso la strada dell’Africa.

Brasilia non è Pechino: essendo un grande produttore di petrolio e di derrate alimentari, non ha grandi necessità di import. …
La strategia è mista, investimenti privati uniti agli aiuti governativi. Un impegno a largo raggio, che ha portato il Brasile ad aprire ben 36 ambasciate nel continente, mentre è in arrivo la trentasettesima, in Malawi.

L’approccio dei BRICS non gode tuttavia di consenso unanime. Secondo l’opinione di Patrick Bond, direttore dell’Ukzn Centre for Civil society di Durban, i cinque intendono spartirsi l’Africa per rilanciarsi. Si vedano anche i pesanti giudizi sulla strategia cinese espressi da Lamido Sanusi, governatore della Banca centrale nigeriana.

Ciononostante, la politica dei nuove cinque grandi del mondo raccoglie più consensi che critiche. Pechino & co. sanno che se vogliono attingere alle risorse africane a costi i più convenienti possibili, devono poter offrire qualcosa ai 400 milioni di africani che vivono con un reddito pro-capite inferiore a due dollari al giorno – e ai regimi corrotti che li governano.
A fronte di una politica occidentale storicamente improntata sullo sfruttamento che ha aperto la strada a guerre sanguinose (qui e qui), e più di recente, all’integralismo islamico, i BRICS cercano di offrire all’Africa qualcosa che finora non ha mai conosciuto: la speranza di avere un futuro. E’ questa la differenza.

Il 2012 in sintesi

Il 2012 dal punto di vista della politica internazionale può essere visto sotto un duplice aspetto: quello dei fatti noti e dei meno noti.
Niccolò Locatelli su Limes riassume i temi dominanti dell’anno che sta per concludersi:

Il 2012 non è stato per la politica internazionale un anno rivoluzionario (e indimenticabile) come il 2011, quanto piuttosto un anno in cui si sono consolidate tendenze emerse in passato o ne sono nate di nuove, dagli esiti ancora incerti. È stato un anno di cambi di leadership realizzati (Cina), mancati (Stati Uniti), in sospeso (Venezuela). È stato un anno di crisi sventate o per lo meno rinviate (il collasso dell’euro, l’attacco all’Iran). Per questi motivi il 2012 può essere definito un anno di transizione.
In Siria la transizione è stata duplice: quella che nel 2011 era una ribellione è diventata una vera e propria guerra civile [...] la guerra in Siria è diventata nel corso del 2012 una guerra per procura tra l’asse dei paesi sunniti – appoggiato, in mancanza di alternative migliori, dall’Occidente – e l’Iran, per l’occasione spalleggiato dalla Russia.

gli Stati Uniti sono presi dalla transizione delle loro priorità geopolitiche: l’allontanamento dal Medio Oriente verso il Pacifico,per contenere la Cina e concentrarsi sull’area dove l’economia crescerà di più, è in atto. La conferma alla Casa Bianca di Obama, tra i principali artefici di questa strategia, la rafforzerà.

Attraverso il Diciottesimo congresso del Partito comunista, la Cina ha avviato con successo, malgrado lo scandalo di Bo Xilai, il cambio di leadership che si concluderà a marzo. [...] Nel 2012 la Cina è stata particolarmente assertiva nel rivendicare la propria sovranità(disputata) di alcune isole nel Mar Cinese. Le prove di forza con GiapponeVietnam eFilippine sono rimaste sul piano politico e simbolico, ma anche se non si è arrivati alla guerra la situazione resta tesa.

La transizione per l’Unione Europea, e in particolare per l’Eurozona, nel 2012 ha significato lotta per la sopravvivenza. [...] Rimangono insoluti i nodi politici e culturali: se la soluzione dev’essere condivisa, quanta sovranità sono disposti a cedere gli Stati, e a chi?

A est dell’Ue l’eco delle sentenze del Tribunale penale internazionale dell’Aja ci dice che la transizione verso una convivenza pacifica nell’ex Jugoslavia è ancora incompleta.

Il 2012 è stato un anno di transizione anche per la cosiddetta “primavera araba”:l’assalto al consolato Usa di Bengasi, le contestate decisioni di Morsi in Egitto, l’ondata di arresti in Kuwait e Bahrein hanno portato molti a dubitare della possibilità che la democrazia trionfi sulla sponda Sud del Mediterraneo.

In America Latina una transizione potrebbe avviarsi da un momento all’altro. Per la prima volta nel XXI secolo, il Venezuela e la regione potrebbe essere presto orfani – politicamente o biologicamente - di Hugo Chávez. [...] L’alleato più stretto del Venezuela, la Cuba dei fratelli Castro, ha già avviato una lentissima transizione verso un’economia più aperta, sul modello cinese e vietnamita. Come a Pechino e ad Hanoi, anche sull’isola la democrazia non è alle viste.

I fatti e gli eventi trascurati e meno noti al grande pubblico, ma che potrebbero diventare i trending topic del 2013, come di consueto, sono invece raccontati da Foreign Policy.
In sintesi:

  1. Le relazioni commerciali tra India e Pakistan
    L’interscambio commerciale tra i due Paesi è aumentato di nove volte tra il 2004 e il 2011, arrivando a toccare quota 2,7 miliardi di dollari. Ed è destinato ad aumentare ulteriormente dopo la firma di diversi accordi nello scorso settembre.
  2. Il Brasile diventa Paese d’immigrazione
    Attulamente ci sono stati circa 2 milioni di stranieri (molti dei quali portoghesi) che vivono legalmente in Brasile e circa 600.000 clandestini. L’interesse da parte dei cittadini di altri Paesi è frutto delle opportunità offerte dall’economia in crescita (ma non troppo), che nel prossimo anno richiederà un apporto di lavoratori qualificati tra le 200.000 e 400.000 unità, da impiegare in settori come il petrolio, le miniere, e la tecnologia.
  3. Gli Inuit rivendicano maggiori diritti sulle estrazioni nell’Artico
    La tendenza è iniziata nel mese di marzo, quando il governo Inuit del Labrador, in Canada,ha revocato il divieto di estrazione dell’uranio. Poi, nel mese di settembre, un gruppo di Inuit del territorio di Nunavut si è rivolto a Wall Street per trovare investitori disposti a finanziare un progetto di estrazione di oro, argento, rame, zinco e diamanti.
  4. Il verme di Guinea è quasi scomparso
    L’OMS ritiene che nei prossimi due anni verme di Guinea diventerà la seconda malattia conosciuta, dopo il vaiolo, ad essere completamente eliminata. Altre patologie (come la lebbra e la peste tubercolosi), però, sembrano tornare in ascesa a dispetto delle previsioni.
  5. Stampa 3D, innovazione e problemi
    Nel futuro prossimo la tecnologia tridimensionale porrà delle serie questioni sia per il copyright che per quanto riguarda l’ecosostenibilità.
  6. Finisce il mito dei call center indiani
    Per anni, l’immagine dei giganteschi call center in India è stata uno dei cliché della globalizzazione (chi non ricorda il film The Millionaire?). Ma da quest’anno la quota degli operatori telefonici localizzati a Delhi è scesa dall’80% al 60% in virtù della crescente concorrenza di Filippine, Brasile, Messico, Vietnam e alcuni Paesi dell’Europa orientale. Nel subcontinente il mercato dell’outsourcing sembra ormai saturo; le altre altre economie emergenti sanno ora di poter competere.
  7. Hong Kong in controffensiva
    Le tensioni tra Hong Kong e la madrepatria sono in crescita, accentuandole tendenze nazionalistiche in seno alla città autonoma. Le prove di forza di Pechino nel Mar Cinese Meridionale preoccupano sempre di più il governo locale.
  8. Cipro, la sponda di Mosca sul Mediterraneo
    Il salvataggio dell’economia dell’isola da parte della Russia (qui e qui) ha di fatto allontanato Nicosia da Bruxelles. L’influenza su Cipro garantisce al Cremlino un valido avamposto sia nei rapporti con la Turchia che col resto del Vicino Oriente.
  9. Il petrolio nel Congo
    Si stima che l’area del Parco Nazionale del Virunga, vicino al confine con l’Uganda, contenga giacimenti di oro nero per un ammontare di 6 miliardi di barili. Ai prezzi correnti, il valore di quel petrolio sarebbe pari a 28 volte l’intero PIL del Congo. Ma le operazioni di ricerca ed estrazione sono complicate dai rischi geopolitici ed ambientali che le attività petrolifere comportano.
  10. Le dispute insulari di cui non abbiamo sentito parlare
    Per tutto il 2012 si è parlato delle tensioni nell’Asia orientale per quanto riguarda il possesso di determinate isole (su tutte, le Spratly e le Senkaku). Ma anche nel Golfo Persico c’è chi litiga per lo stesso motivo: è il caso di Iran e Emirati Arabi Uniti, che rivendicano la sovranità su Abu Musa e i lembi di terra limitrofi.

Quello che il blackout ci dice sulla fragilità dell’India. E sulla nostra

Un blackout elettrico è sempre fonte di disagi. Se poi colpisce centinaia di milioni di persone, è una catastrofe. In India è successo due volte nel giro di 24 ore, lasciando senza corrente oltre 300 milioni di persone nel primo caso e quasi il doppio nel secondo – oltre a 200 minatori intrappolati in una miniera, ora salvi.
Il disastro senza precedenti, causato da un collasso simultaneo delle reti di 20 Stati, solleva alcune serie domande. Non soltanto sullo stato di salute del gigante indiano.

Secondo la Central Electricity Authority, durante i periodi di picco del consumo la domanda di energia elettrica supera l’offerta di circa il 9%. Una richiesta a cui le centrali del Paese e la rete di distribuzione non riescono a tenere il passo: i blackout sono dunque all’ordine del giorno. Mai però di queste proporzioni.
Per aumentare l’offerta il governo si affida al nucleare. E per potenziare la rete, progetta di investire 400 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni.
In ogni caso, l’economia di Delhi non viaggia più a gonfie vele. In maggio Morgan Stanley ha tagliato le sue previsioni di crescita del Paese per il 2012 al 6,3% dal quasi il 7% di inizio anno, e quelle per il 2013 al 6,8% dal 7,5%. Forbes descrive l’India come un “elefante ansimante”BBC prova ad identifica i cinque mali che l’affliggono: bassa crescita, alta inflazione, deficit fiscale, paralisi politica e fuga di capitali esteri. Il calo delle esportazioni e il ritiro di centinaia di milioni di dollari di investimenti esteri sono fattori esterni, in parte connessi alla crisi dell’Eurozona. Ma molti altri fattori sono interni, come il protezionismo, la corruzione e la scarsa leadership.
In queste condizioni c’è già chi ha avanzato la prospettiva di un decennio perduto per l’India che, come prevedibile, avrà conseguenze globali. In ogni caso il “miracolo” indiano non ha mai veramente cambiato volto al Paese, se è vero che ancora oggi circa 900 milioni di persone non hanno abbastanza da mangiare. Nel frattempo gli scontri sociali stanno prendendo piede in tutto il Paese.

Allargando lo sguardo su una prospettiva più ampia,notiamo come il doppio blackout indiano è solo l’ultimo di una lunga lista che dal 2002 in poi si è arricchita di decine di episodi (anche noi in Italia ne sappiamo qualcosa). Segno che la pressione a cui la rete elettrica globale viene sottoposta – soprattutto in estate – è sempre meno sostenibile.

Macché democrazia, gli scontri in Birmania minacciano gli interessi di India e Cina

Negli ultimi mesi in tanti hanno ingenuamente creduto che il Myanmar (ex Birmania) fosse finalmente avviato lungo un percorso di apertura e di (sia pur lenta) democratizzazione. L’avvicinamento diplomatico con Washington, l’elezione di Aung San Suu Kyi nel Parlamento nazionale e la sospensione delle sanzioni economiche da parte di Europa e Australia sono stati i segnali più tangibili dell’avvio di questo processo di riforma.
L’entusiasmo ha però distolto l’attenzione sui non pochi ostacoli disseminati lungo il cammino, sinteticamente illustrati da un articolo su Diplomat:

  1. l’ascesa politica di Aung San Su Kyi dopo anni di prigionia sta portando di fatto alla personalizzazione della politica birmana, dove si è passati dalla figura di un uomo forte, il generale Than Shwe, alla stretta relazione tra l’attuale presidente Thein Sein e la Lega Nazionale per la Democrazia, il partito di San Suu Kyi;

  2. Il Myanmar presenta un tessuto sociale variegato ed eterogeneo, composto da etnie molto diverse tra loro. La democratizzazione potrebbe favorire le spinte centrifughe tuttora in corso all’interno del Paese, col rischio che le periodiche violenze tra gruppi degenerino in una situazione di emergenze sistematica;

  3. In Myanmar cominciano ad affluire gli investitori stranieri, ma l Stato birmano, tradizionalmente povero a causa della dittatura socialista, non è abituato a gestire molti soldi. C’è la possibilità che i futuri denari in entrata finiscano per arricchire le gerarchie di potere anziché essere investiti per l’ammodernamento del Paese, favorendo il rafforzamento del regime invece del processo democratico.

Il secondo punto è al momento il più urgente. Domenica scorsa il regime ha dichiarato lo stato di emergenza in seguito ai ripetuti scontri tra buddhisti e islamici nello Stato del Rakhine, una lingua di costa al confine con il Bangladesh. Il presidente Thein Sein ritiene che si tratta di fatti gravi, al punto che la rivolta in corso potrebbe arrivare a minacciare lo stesso processo di democratizzazione, dando così ragione ai timore del Diplomat.
Tuttavia, ci sono alcune cose che Thein Sein evita di menzionare.

La capitale del Rakhine è Sittwe, 181.000 abitanti. Di fronte alla città, sotto i fondali, è situato un giacimento di gas naturale che il governo birmano intende sviluppare attraverso il progetto Shwe (“d’oro”, in birmano); un piano che fa gola a molti, a cominciare dal grande vicino del Myanmar: la Cina.
Nel dicembre 2005 Pechino ha concluso un accordo col regime birmano per l’acquisto di gas per i successivi trent’anni. Da allora Pechino e Napydaw hanno inaugurato grandi progetti nel settore dell’energia: attualmente, la cinese China National Petroleum Corporation (CNPC), in accordo con la Myanmar Oil and Gas Enterprise (MOGE) e le forze di sicurezza dello Stato del Myanmar, è impegnata nella costruzione di un oleodotto da 982 km dal porto di Kyaukpyu, non lontano da Sittwe, alla località cinese di Kunming, nella provincia dello Yunnan.  Il progetto dovrebbe essere ultimato entro il 2015. Allo stesso tempo, è la compagnia sta costruendo un gasdotto, in grado di erogare 12 miliardi m3 di gas naturale all’anno, dal campo di Shwe fino a Kunming. E’ inoltre in fase di realizzazione un sito di deposito di petrolio presso l’isola di Maday, futuro capolinea per le petroliere provenienti dal Medio Oriente  e dall’Africa orientale, principali fonti di approvvigionamento di Pechino. Infine, entro il 2015 sarà pronta anche una nuova ferrovia, sempre da Kyaukpyu a Kunming.
L’obiettivo di Pechino è garantirsi un posto al sole nell’oceano Indiano, bypassando lo Stretto della Malacca.

Ora è chiaro quanto la stabilità del Rakhine sia importante per il Myanmar – e di riflesso per la Cina. Peraltro, non si tratta dell’unica zona turbolenta all’interno del Paese. A Nord, le condutture si ricongiungono alla Cina attraverso lo Stato del Kachin, dove da oltre cinquant’anni il KIA (Kachin Indipendece Army) lo tta per l’indipendenza dell’area. Negli anni, per mantenere il controllo del territorio, l’esercito birmano ha lanciato diverse offensive nella zona, compiendo svariate atrocità contro la popolazione. Dopo 17 anni anni di relativa calma in seguito ad un cessate-il-fuoco, le violenze sono riprese a fine 2011, ma il governo birmano ha assicurato che, nonostante i combattimenti, il gasdotto si farà comunque.

Torniamo a Sittwe. Nel 2007 l’India ha annunciato l’intenzione di potenziare il porto cittadino allo scopo di farne uno sbocco naturale per gli Stati Nordorientali (le cosiddette Sette Sorelle). Per realizzare l’opera, il governo di Delhi ha messo sul tavolo 120 milioni di dollari. La costruzione rientra nel Kaladan Multi-modal Transit Transport Project, un progetto intrapreso dai governi indiano e birmano per migliorare la rete infrastrutturale dei trasporti tra i due Paesi, punto di partenza per future e proficue relazioni economiche. Non solo. Anni fa si era parlato perfino di un gasdotto da Shwe verso l’India. Come si vede, anche l’India nutre forti interessi nel Rakhine.

Sono questi interessi ciò che le violenze stanno mettendo in forse. Ma alla stampa è meglio parlare di “minaccia alla democrazia“. Altrimenti come farebbe il regime a giustificare lo stato di emergenza, presupposto formale per una probabile nuova ondata di repressioni?

Anche la Cina alla conquista dell’Artico

Le acque (finora) incontaminate dell’Artico hanno da tempo attirato l’attenzione degli Stati – e delle compagnie petrolifere. Adesso anche la Cina, geograficamente fuori dalla regione, si è messa in corsa per accaparrarsi una fetta del profondo Nord. E la sua immensa capacità di investimento assicura che sarà un giocatore chiave nella partita.
Pochi giorni fa il governo cinese  e quello islandese hanno raggiunto un accordo per lo sviluppo in comune di attività di ricerca, esplorazione ed estrazione nell’Artico:

The Arctic’s oil reserves were high on the agenda for energy-hungry China during the high-powered delegation’s visit to Iceland – though Sigurdardottir [il premieri islandese, n.d.r] touted the Arctic deal as a research collaboration.
“These agreements will provide various opportunities for increased cooperation on research between Icelandic and Chinese scientists in this area,” her office said on its website.
Iceland’s strategic location near the Arctic has not gone unnoticed in China, the world’s biggest energy consumer: the shrinking of the polar ice cap is making the region’s mineral resources more accessible.

Attività che vedono altresì il supporto del governo svedese.
Si tratta del secondo tentativo di Pechino di guadagnarsi un posto al sole sulle coste islandesi, dopo che lo scorso ottobre il governo di Reykjavík aveva respinto un’offerta di acquisto di un grosso appezzamento di terra (pari allo 0,£% dell’isola) da parte del milionario cinese Huang Nubo.

La strategia di Pechino per l’Artico è illustrata in questa ottima analisi su Diplomat:

The United States is shifting its focus from the Atlantic across to the Pacific. However, if an Arctic century is on the horizon, then China is at the forefront of it. While Washington enhances its relationships across the Asia-Pacific basin, Beijing is busy engaging Arctic Ocean coastal states en masse. The Middle Kingdom is apparently interested in the commercial viability of new shipping lanes and developing the resources that lie underneath and along the Arctic seabed. Ostensibly to achieve its objectives, China is engaging the region at an unprecedented pace. Beijing’s comprehensive engagement of Arctic states demonstrates that China’s ambition isn’t just to be a Pacific power, but a global one. Questions that remain are: what is Beijing’s intention in the Arctic, and by extension what type of global power will China be?

China has been in the Arctic since the early 1990s, but only recently began seeking to enhance its engagement there as a permanent observer in the Arctic Council.  [...] China’s accession would serve more as a symbolic gesture than one that grants China tangible authority.

Così, mentre gli Stati Uniti ci concentrano sull’oceano Pacifico, orientandosi verso una inevitabile regionalizzazione della propria politica estera, la Cina – che peraltro nel Pacifico è già ampiamente presente – volge il suo sguardo verso l’Artico alla ricerca di spazi vuoti da colmare.
Il più ghiotto di questi è la Groenlandia, in vista di ingenti ricchezze minerarie in procinto di essere rese accessibili dallo scioglimento dei ghiacci:

Copenhagen and Beijing elevated their relationship to that of a “strategic partnership” in 2008 to include cooperation in technology, science, and trade. Denmark made the tactical decision to prioritize its economic relationship with China while turning a blind eye to issues such as human rights. To be sure, this burgeoning bilateral relationship holds enormous economic benefits, not only for Denmark, but also for Greenland, which remains under Denmark’s jurisdiction.
Greenland is endowed with substantial deposits of minerals including rare earths, uranium, iron ore, lead, zinc, petroleum, and gemstones. Currently, 80 percent of Greenland is covered by an ice sheet. However rising temperatures have exposed numerous mineral belts. One such area, the Kvanefjeld deposit, is estimated to produce 20 percent of the global rare earth supply, making it the world’s second-largest deposit of rare earths.
[il primo è proprio la Cina, n.d.r.]
With limited fiscal resources, Greenland depends on outside investment to develop its mineral reserves.

Non passerà molto prima che la Cina arrivi a considerare la Groenlandia come un’area di propria pertinenza, al pari di Angola, Sudan o Mozambico.
Che l’ex Impero di Mezzo voglia sbarcare qui per rimanerci è testimoniato dal programma della Chinese’s Arctic and Antarctic Administration che prevede tre spedizioni nell’Artico e altre cinque in Antartide entro il 2015, oltre alla realizzazione di una nuova nave rompighiaccio che farebbe il paio con la Xue Long, operativa dal 2003.

Nella partita al polo Pechino vuole giocare d’anticipo perché il suo principale competitor, nel frattempo, sta per muoversi verso lo stesso obiettivo. Si tratta non degli Stati Uniti, bensì dell’India, le cui attuali risorse finanziarie e scientifiche non consentono una completa esplorazione dell’Artico, ma che qui sta varando un complesso programma di rafforzamento della propria presenza.
Se quella tra Cina e India sarà la partita del futuro, lo scioglimento dei ghiacci aprirà un nuovo terreno di confronto anche qui.

Heartsea, ovvero Indiano e Pacifico. Il Grande Gioco del futuro si svolgerà qui

È opinione generalmente condivisa che i due grandi oceani orientali, l’Indiano e il Pacifico, siano dal punto di vista geografico il cuore dell’economia mondiale. E che ciascun oceano sia un immenso tavolo del nuovo Grande Gioco  tra la (ex) unica superpotenza, gli USA, e quelle (ri)emergenti, Cina e India.

Partiamo dall’Indiano. Abbiamo già visto come il Mar Arabico sia diventato il terreno di sfida tra Cina e India, le due maggiori – e più energivore – tra le economie emergenti.
Nonostante un ambizioso piano di diversificazione energetica (che comprende nucleare e rinnovabili) in corso d’opera da anni, Pechino è, e rimane, dipendente dal greggio mediorientale. È notizia di questi giorni che l’export di petrolio saudita verso Pechino ha superato quello verso Washington. L’India, per non essere da meno, importa grandi quantità dall’Iran – avvalendosi di mezzi creativi di pagamento (come l’oro) per aggirare le sanzioni finanziarie imposte a Teheran.
Pochi giorni fa, Obama ha rimarcato che è proprio la crescita economica di Cina e India a contribuire all’ascesa delle quotazioni del greggio. Scoprendo l’acqua calda.

Al centro dell’attenzione c’è anche l’Africa. Con la sue vaste ricchezze minerarie, il Continente nero sta diventando strategicamente importante per alimentare la crescita dei due giganti asiatici.
Lì la Cina è il primo investitore. Sono cinque le destinazioni principali dell’immenso flusso di capitali sinici: Angola, Nigeria, Sudan, Mauritania e Botswana; ma anche Etiopia, Zambia  e Mozambico rivestono un ruolo sempre più importante nelle strategie dell’ex (e futuro?) Impero di mezzo.
Non c’è da stupirsi, di conseguenza, che dal 2008 la flotta navale di Pechino sia sempre più presente nell’Oceano Indiano, ufficialmente per fronteggiare la minaccia dei pirati. Si era anche parlato di costruire basi di rifornimento nell’Oceano Indiano, come nelle Seychelles – che già ospitano una base di droni USA. La progressione bellica della Cina è stata talmente rapida ed imponente che persino gli USA ne hanno finora sottostimato l’effettiva entità.
Tanto attivismo non piace agli indiani, preoccupati di vedere ridimensionata la propria influenza in un’area che, per storia, tradizione e contiguità geografica, considerano di propria esclusiva pertinenza. Il SIPRI di Stoccolma segnala che l’India ha acquisito il 10% delle importazioni totali di armi nel periodo 2007-2011. Punta di diamante di questo programma di militarizzazione, manco a dirlo, sarà la flotta navale. Nel mese di gennaio l’India ha acquistato un sottomarino nucleare da 8140 tonnellate di fabbricazione russa
Tuttavia, al momento l’India non è ancora in grado di bilanciare i progressi della Cina, così Delhi necessita della sempre utile collaborazione con Washington, anch’essa interessata a contenere l’influenza della Cina nella regione.
Si crede che ci vorrà almeno un altro decennio prima che le marine militari indiani e cinesi siano in grado di operare a pieno regime, ma entrambi i Paesi sono determinati a stabilire già da ora una posizione dominante nell’oceano Indiano, dalla costa orientale dell’Africa allo Stretto di Malacca.

Già, lo Stretto di Malacca. Ovvero, l’altra porta dell’oceano. Quella da cui passa il 40% del commercio mondiale (5.500 mld di dollari) e che gli Stati Uniti considerano indispensabile per mantenere saldo il passaggio da e per il Medio Oriente, ossia la giugulare del greggio.
La Cina è consapevole che la sua forte dipendenza dallo Stretto della Malacca (il petrolio che importa dal Medio Oriente passa da lì) di fatto rappresenta una vulnerabilità strategica. Per tenere ben salde le mani su questo braccio di mare sta attuando la cosiddetta strategia del “filo di perle”, che consiste nello stabilire basi militari navali lungo le rotte da salvaguardare. Qui le partite in corso sono addirittura due.
La prima è con le nazioni dell‘Indocina. Pechino sta cercando di stabilire il proprio controllo su tutti i giacimenti petroliferi offshore compresi tra le contestate acque del Mar Meridionale Cinese. L’ultimo vertice dell’ASEAN, che riunisce praticamente tutti i Paesi coinvolti, non è riuscito ad assumere una posizione ferma e condivisa al riguardo, paralizzato dalla necessità dei singoli di non mettere a rischio le pur irrinunciabili relazioni con il loro Grande vicino.
L’India è presente anche qui, con evidente interesse per l’esplorazione dei giacimenti offshore del Vietnam. Ma Pechino ha avvertito Delhi di astenersi dal proseguire le operazioni. E’ evidente come i cinesi, che con molta disinvoltura mettono il naso nello spazio vitale degli indiani, non intendono concedere a questi di fare altrettanto a parti invertite.
La seconda, e ovviamente più importante, è con gli Stati Uniti. La centralità del Pacifico nel quadro della futura politica estera americana era stata annunciata già in novembre. Ma la Casa Bianca è consapevole che il riorientamento il proprio focus strategico dal Medio Oriente al più grande tra gli oceani porterà inevitabilmente ad un confronto diretto con la Cina, la quale ormai considera il Pacifico una sorta di Mare Nostrum.
Dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, l’attenzione degli esperti di sicurezza passò dal dominio della terra a quello delle acque, ma la Guerra del Golfo nel 1991e le campagne mediorientali post 11 settembre avrebbero posticipato l’evoluzione strategica della talassocrazia americana di almeno un ventennio. Ora, completato il ritiro dall’Iraq e in vista del prossimo disimpegno dall’Afghanistan, gli USA hanno l’opportunità di concentrarsi su ciò che c’è al di là della West Coast. Forse è un po’ tardi, e non è detto che il containment inaugurato da Obama riuscirà a arginare la volontà di potenza sinica, ma è ancora presto per ritenere che l’oceano Pacifico sia destinato a diventare il Grande lago cinese.

Nel 1904 Sir Halford Mackinder chiamò Heartland la zona centrale del continente Eurasia, corrispondente all’incirca alla Russia e alle province limitrofe,  “cuore” pulsante di tutte le civiltà di terra e inavvicinabile per via marittima. “Chi controlla l’Est Europa comanda l’Heartland: chi controlla l’Heartland comanda l’Isola-Mondo [Africa-Europa-Asia]: chi controlla l’Isola-Mondo comanda il mondo”. Allora quelle terre erano controllate dell’Impero Russo, impegnato con Londra in quella sfida geopolitica passata alla storia come il “Grande Gioco”. Cento anni dopo, il Cuore si è trasferito dai deserti dell’Asia centrale alle acque dell’Indio-Pacifico. Un’immensa area blu che un giorno, forse, qualcuno chiamerà Heartsea.
Un gioco, due tavoli, tre giocatori. Premio in palio, la supremazia globale. La partita è iniziata.

La propaganda contro Sonia Gandhi dietro l’affare dell’Enrica Lexie

Sulla vicenda dei fucilieri del San Marco in carcere in India pensiamo di sapere tutto. La versione ufficiale narra di due pescatori indiani uccisi dai due militari a bordo dell’Enrica Lexie; per una ricostruzione completa si veda qui.
Al di là delle svariate argomentazioni a nostro favore e dell’irragionevolezza con cui le autorità indiane si ostinano a rifiutarle, sarebbe il caso di capire come mai un fatto che normalmente passerebbe inosservato perfino dalla cronaca locale – purtroppo la prassi è questa – è stato elevato a causa scatenante di una crisi diplomatica.
In altre parole, ciò che non sappiamo è il contesto nel quale è opportuno inquadrare i fatti.

L’indagine ci porta nello Stato del Kerala, di cui Globalist offre un’eccellente analisi, roccaforte della sinistra indiana – i maggiori partiti sono quello Comunista marxista e quello socialista.
È interessante notare che a Kochi, dove la Enrica Lexie è stata fatta attraccare, vi sia la sede centrale del Southern Naval Command, il più importante centro di addestramento della Marina Militare Indiana. Eppure nessun radar sembra aver rilevato la posizione della nave italiana in acque internazionali, né quella di altre imbarcazioni in transito. Eppure solo la Enrica Lexie è stata fermata. Ed è solo la prima di tante domande senza risposta.

Storicamente, i rapporti tra Italia ed India sono sempre stati buoni – con tutto il carico di ambiguità che questo termine comporta. Tuttavia, negli ultimi anni sia l’una che l’altra parte non hanno fatto granché per consolidare questa relazione. Oggi l’India per noi non è che un insieme di cliché mentre l’Italia per loro conserva ancora l’imbarazzante immagine frutto del decennio berlusconiano.
In un Paese dove lo spettro del colonialismo aleggia sempre dinanzi agli occhi della popolazione, la vicenda di una nave europea che spara a due pescatori indiani è diventata una questione di orgoglio nazionale. Un sentimento amplificato dalla stampa locale, tutta schierata contro l’Italia e la sua (presunta) arroganza poiché uccide due figli del popolo senza poi nemmeno chiedere chiede scusa, stando alla loro versione. Perfino l’obiezione che il fatto sia avvenuto in acque internazionali, il che precluderebbe ogni sindacato da parte delle autorità indiane, è stata presentata al grande pubblico come un’implicita ammissione di colpevolezza. Di conseguenza, la popolarità dell’Italia è crollata ai minimi storici.

In questi giorni sono in corso le elezioni in cinque Stati indiani: Punjab, Uttarakhand, Uttar Pradesh, Goa e Manipur. L’Uttar Pradesh è una tradizionale roccaforte del Congress – il maggior partito indiano, che dal 2004 guida la coalizione di governo – in generale e della famiglia Gandhi in particolare. Il risultato di queste elezioni amministrative viene considerato un test per la candidatura di Rahul Gandhi a primo ministro alle prossime elezioni politiche. Da anni però il Congress ha ceduto il primato delle preferenze al Bahujan Samaj, il partito guidato dall’attuale premier dello Stato Mayawati.
E a guidare le sorti del Congress è un’italiana di nascita, Sonia Gandhi nata Maino, sulla cui italianità le opposizioni – e in particolare proprio il Bharatiya Janata Party e i partiti induisti– hanno imbastito più di una campagna elettorale.
Benché la signora Gandhi non sia stata direttamente coinvolta nella vicenda dell’Enrica Lexie, è evidente che la campagna infamante costruita dai media contro l’Italia e gli italiani abbia ripercussioni anche sulla popolarità di lei.
Secondo Limesonline, il coinvolgimento quasi immediato del governo centrale, l’insolita inflessibilità mostrata dallo stesso e l’ampia risonanza mediatica data al caso andrebbero considerati in quest’ottica.
D’altra parte, al di là della retorica minacciosa le autorità indiane hanno cercato di non accanirsi troppo contro i nostri due militari: prima si è cercato di tenerli lontani dal carcere, lasciandoli ospiti di un residence con tutti i comfort e tanto di piatti italiani serviti da un ristorante adiacente; poi quando il trattamento con i guanti è stato messo sotto accusa dalla stampa locale, si è provveduto a trasferirli in carcere stando però attenti a non alloggiarli in una cella con detenuti comuni.
Morale della favola: la politica è uguale in tutto il mondo. Conclusa la bagarre elettorale, probabilmente si scriverà la parola fine anche sulla storia dell’Enrica Lexie. O almeno, auguriamocelo.

—————————————-

UPDATE:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/07/india-pesante-sconfitta-partito-sonia-gandhi-nelle-elezioni-regionali/195955/
http://www.asca.it/news-India__de_Mistura__elezioni_locali_contano_tantissimo_su_caso_maro_-1131636-BRK.html
http://italian.irib.ir/notizie/politica/item/104001-india-elezioni-crolla-il-partito-del-congresso-in-4-stati-su-5?tmpl=component&print=1
http://www.dire.it/HOME/intervista_.php?c=43164&m=3&l=it 

La guerra (non troppo) segreta tra Pakistan e India in Baluchistan

Da circa due anni nel Baluchistan, la più estesa provincia del Pakistan, rapimenti e ritrovamenti di cadaveri mutilati con chiari segni di torture si susseguono senza sosta. Generalmente si tratta di uomini tra i venti e quarant’anni, ma da qualche tempo il numero di donne è in forte crescita. Amnesty International segnala centinaia di casi.
I media pakistani non ne parlano: le cronache del Baluchistan occupano sempre le ultime pagine sui giornali si Islamabad (con tanto di vere e proprie distorsioni), ed anche le forze dell’ordine sembrano si mostrano indifferenti a questa catena di sparizioni e omicidi.
Tale mancanza di interesse, sorprendente a prima vista, diventa più comprensibile quando emerge che i principali indiziati dei delitti non sono bande di ribelli, bensì l’esercito e l’ISI, l’onnipotente agenzia di intellicence del Paese asiatico.
Ecco la guerra sporca del Pakistan nella sua provincia più refrattaria (qui e qui due video). Mentre l’attenzione straniera è concentrata più a Nord, sul fronte Afpak, e sui taliban, l’esercito di Islamabad combatte per reprimere un popolo che non si riconosce sotto sua bandiera. La rivolta dei baluchi, in corso da quattro anni (ma radicata nei decenni precedenti), è contornata di interessi ed intrighi stranieri, legati alle ricchezze minerarie del luogo come alla destabilizzazione e al reciproco indebolimento dei Paesi della regione.

Il Baluchistan occupa il 44% dell’intera superficie del Pakistan, ma la sua popolazione è appena la metà di quella di Karachi (sei milioni). I 46.000 soldati pakistani d’istanza sul territorio non bastano a presidiarlo efficacemente. E in tali vaste lande desertiche trovano rifugio combattenti di ogni risma: taliban, agenti segreti americani, indiani e iraniani, trafficanti di droga. Gli americani dispongono anche di una base (ufficialmente chiusa) da cui sferrare attacchi con i droni.
Sullo sfondo, il popolo baluchi è animato da un acceso fervore antipakistano. Gli studenti si rifiutano di cantare l’inno nazionale o di alzare la sua bandiera. Le università sono divenute focolai di sentimento nazionalista. La rabbia è radicata nella povertà: appena il 25% della popolazione è alfabetizzata (la media nazionale è del 47%), circa il 30% è disoccupata e solo il 7% ha accesso all’acqua potabile. E mentre la provincia fornisce un terzo al Pakistan un terzo del suo fabbisogno di gas naturale, solo una manciata di città baluchi sono collegate alla rete di alimentazione.
Il gas è solo una delle risorse di cui il sottosuolo è ricco: L’azienda Tethyan ha scoperto 4 miliardi di tonnellate di minerali estraibili, dalle quali potrebbero ricavarsi circa 200.000 tonnellate di rame e 250.000 once d’oro all’anno, tali da rendere il Baluchistan una delle più grandi miniere al mondo, sulla quale le companies hanno già messo gli occhi – qui un’esauriente disamina.

Sul fuoco della rivolta sono in tanti a soffiare. Qui si parla delle manovre americane nel Baluchistan iraniano nel tentativo di destabilizzare il regime degli ayatollah (video). Lo stesso Iran gioca la carta baluchi contro lo scomodo vicino Islamabad. Un rapporto militare pakistano sostiene che almeno quattro gruppi terroristici attivi nella provincia siano sostenuti da Israele e India, come peraltro confermato dai cables di Wikileaks. Il Baluchistan non sarebbe altro che una trasposizione in riva all’oceano dell’eterno conflitto per la sovranità del Kashmir.
A farne le spese non sono soltanto gli attivisti, ma anche la gente comune, vittima dei soprusi dei militari. È inquietante notare come l’escalation di violenze contro donne e bambini ricordi la storia del Bangladeshnegli anni Settanta, prima della secessione.
Tuttavia, le violazioni dei diritti umani non sono un’esclusiva dell’esercito. Come il conflitto va inasprendosi, anche i ribelli stanno diventando sempre più brutali e spietati. Negli ultimi due anni, i militanti hanno rapito operatori umanitari, ucciso giornalisti e civili (soprattutto insegnanti).
Nel vuoto di informazione che circonda tutta la vicenda, i potenti fanno quello che vogliono in ossequio all’unica legge realmente condivisa in Pakistan: quella del più forte. E pensare che questa guerra non dichiarata in Baluchistan appare ben poca cosa rispetto ai grandi problemi di Islamabad: il fondamentalismo, la talibanizzazione e la cronica instabilità politica. Ma è sintomatica della drammatica incapacità dei pakistani di vivere insieme in un Paese che, sotto l’unico collante dato dal mantello islamico, è un mosaico di etnie e culture.