La Russia prosegue le manovre nell’Artico

Il rinnovato interesse di Mosca per le gelide acque dell’Artico registra nuovi sviluppi. Dalla precedente analisi sappiamo già che le rivendicazioni di Mosca si intersecano con quelle degli altri Stati che si affacciano all’interno del Circolo Polare, e che lo scioglimento dei ghiacci non crea solo opportunità economiche, ma impone anche dei cambiamenti negli aspetti militari che coinvolgono la regione.

Sabato 15 marzo, l’esercito russo ha posizionato sei aerei militari di categoria Su-27, e tre cargo per il trasporto di soldati, in Bielorussia, presso la base di Baranoviche. Si tratta di un palese riflesso della crisi ucraina, in conseguenza della quale la Nato ha incrementato le proprie forze aeree nelle basi in Polonia e Romania, a ridosso dei confini con Kiev. Lo stesso giorno, però, alcuni bombardieri dell’esercito russo di categoria Tu-95MS hanno compiuto un inusuale pattugliamento nei cieli dell’Artico, al confine dello spazio aereo di Canada, Norvegia, Stati Uniti d’America e Danimarca. Un chiaro avvertimento ai vicini che la presenza russa nella regione si fa sempre maggiore.

Un mese dopo, il 22 aprile, Vladimir Putin ha annunciato che il suo Paese costruirà una rete unificata di strutture navali sui propri territori artici in grado di ospitare navi da guerra e sottomarini avanzati. Secondo il presidente russo, allo stato attuale la forza della Flotta da Guerra del Nord non è sufficiente per garantire la sicurezza nazionale. A tal fine la Russia sta organizzando una rete capillare di rilevazione radar che prevede di completare entro il 2018. Il disegno di Mosca prevede un sistema radar di difesa aerea completamente automatizzato in grado di rilevare ogni tipo di minaccia, compresi missili da crociera e velivoli senza pilota, ad una distanza massima di tremila chilometri.

Secondo Difesa online, quattro stazioni radar classe “Voronezh” sono già attive. Due radar classe “Voronezh” modello “DM”, seimila chilometri di scoperta con capacità di tracciare simultaneamente 500 target, sono pienamente attivi nel territorio di Krasnodar e nella regione di Leningrado. Le stazioni radar nelle regioni di Kaliningrad e di Irkutsk sono in fase di test. I nuovi radar “Voronezh”, possono essere rapidamente ridistribuiti e richiedono un equipaggio ridotto rispetto alla generazione precedente. Altri sette radar della stessa classe saranno messi in servizio nei prossimi cinque anni, sostituendo così gli obsoleti sistemi modello “Dnepr” e “Daryal”. Continua a leggere

Artico, le pretese della Russia aprono ad una nuova guerra “fredda”

La Russia è il più vasto Paese del mondo. I suoi interessi geopolitici si dipanano su uno spazio che va dalle coste del Mar Baltico a quelle del Pacifico; dai ghiacci del Polo Nord alle steppe dell’Asia Centrale. Una tale ampiezza impone a Mosca di pensare e agire su più fronti contemporaneamente. Così, mentre il reso del mondo è concentrato su quanto avviene in Crimea, il gigante eurasiatico , in totale silenzio, muove alcuni significativi passi verso un altro terreno di conquista: l’Artico.

Sul finire dello scorso anno balzava agli onori della cronaca la vicenda della Arctic Sunrise, quell’imbarcazione di Greenpeace che il 19 settembre 2013 ha portato 30 attivisti (tra cui un italiano, Christian D’Alessandro) a protestare di fronte ad una piattaforma di Gazprom  contro i danni all’ambiente provocati dalle trivellazioni petrolifere nelle gelide acque del profondo Nord. Per le modalità dell’azione, quella degli “Artctic 30″ non è stata in nulla e per nulla differente dai tanti blitz che negli anni hanno caratterizzato l’attività di Greenpeace. Di diverso, stavolta, c’era l’obiettivo: quella gigantesca piattaforma, fissata al fondale del Mar di Barents, non era semplicemente una piattaforma energetica qualunque, ma il simbolo di una guerra non dichiarata per la conquista dell’Artico.

La militarizzazione crescente

Da quando nel 2011 Putin ha annunciato che “La Russia espanderà la sua presenza nell’Artico” e difenderà “con forza e con decisione” i suoi interessi, perché “Da un punto di vista geopolitico, i nostri interessi nazionali più vitali sono legati all’ Artico”, le notizie in merito ad un progressivo rafforzamento della presenza militare russa nell’estremo Nord si sono susseguite a cadenza quasi mensile. Continua a leggere

Adriatico, la corsa agli idrocarburi

Si scrive Adriatico,‭ ‬ma si potrebbe leggere Golfo Persico.‭ ‬La ricerca di idrocarburi nelle acque di quello un tempo era il confine marittimo della Cortina di ferro è infatti in costante crescita.‭ ‬Solo sul versante italiano‭ ‬si contano‭ ‬107‭ ‬piattaforme offshore dedicate all’estrazione di gas naturale – destinate ad aumentare grazie allo sviluppo dei giacimenti recentemente scoperti in Puglia – ‭ ‬che attualmente coprono il‭ ‬9,2%‭ ‬del fabbisogno nazionale di gas.‭ ‬Oltre ad essere un inesauribile fonte di polemiche sul tema dell’impatto ambientale.
La novità di oggi è che lo sfruttamento dei combustibili fossili racchiusi nei fondali marini non è più una prerogativa tutta italiana.‭ ‬Anche Albania,‭ ‬Croazia e Montenegro stanno avviando una serie di attività di ricerca e coltivazione dei depositi a largo delle proprie coste.‭ ‬Con possibili risvolti anche per l’Europa.
In Albania l’attività petrolifera ha una‭ ‬lunga storia:‭ ‬il bitume veniva estratto già in epoca romana.‭ ‬L’estrazione moderna è iniziata alla fine degli anni Venti durante l’occupazione italiana e ha toccato il suo apice intorno al‭ ‬1970‭ ‬con il contributo dell’ingegneria cinese,‭ ‬che consentì a Tirana di raggiungere una produzione pari a‭ ‬43.000‭ ‬b/g‭ (‬barili al giorno‭)‬.‭ ‬Pochi per diventare un produttore mondiale di rilievo,‭ ‬ma sufficienti per essere il primo limitatamente alla regione balcanica.‭ ‬Tuttavia,‭ ‬con lo strappo‭ “‬strappo di Hoxha‭” ‬del‭ ‬1978,‭ ‬l’allora dittatore al potere decretò la fine di ogni alleanza internazionale dell’Albania e ci cinesi partirono per non tornare più.‭ ‬Da allora la produzione di oro nero è costantemente scesa fino a toccare il suo minimo storico nel‭ ‬2004:‭ ‬appena‭ ‬600‭ ‬b/g.
Ora l’era petrolifera di Tirana sembra poter inaugurare un nuovo capitolo,‭ ‬come dettagliatamente illustrato da‭ ‬Balkanalisys‭ ‬già lo scorso anno.‭ ‬A partire dal‭ ‬2009‭ ‬gli investimenti privati nel settore del greggio hanno registrato una decisa impennata,‭ ‬da quando cioè sono iniziate le operazioni nel giacimento onshore di Patos Marinza,‭ ‬dove si pensa sia no custoditi più di‭ ‬7,7‭ ‬miliardi di barili.‭ ‬L’ultimo accordo di rilievo risale allo scorso‭ ‬27‭ ‬aprile,‭ ‬quando il ministero albanese dell’Economia e dell’Energia ha concluso un‭ ‬negoziato‭ ‬con la società San Leon Energy Plc.‭ ‬Investimento previsto:‭ ‬250‭ ‬milioni di dollari per i prossimi due anni.‭ ‬Tirana punta a raggiungere l’autosufficienza petrolifera entro i prossimi cinque anni,‭ ‬e c’è la possibilità che diventi esportatore netto almeno per un certo periodo. In Albania le royalties sono del‭ ‬70%‭ ‬sui pozzi già avviati‭ – ‬alcuni risalenti alla Guerra Fredda e costellati di problemi strutturali‭ – ‬mentre ammontano appena al‭ ‬10%‭ ‬sui pozzi nuovi pre-tasse,‭ ‬a cui si somma una tassa speciale del‭ ‬50%‭ ‬sui profitti.‭ ‬Buona parte del petrolio albanese finirà nelle raffinerie d’Italia.‭
Fin qui i pro.‭ ‬I contro,‭ ‬invece,‭ ‬si annidano nella corruzione e nelle precarie condizioni socioeconomiche del Paese.‭ ‬L’Albania è solo al‭ ‬69simo posto dell’indice di sviluppo umano dell‭’‬United Nations development programme.‭ ‬E l’eldorado petrolifera non ha finora contribuito a migliorare la situazione.‭ ‬Anzi,‭ ‬due anni fa ha addirittura rischiato di farla precipitare,‭ ‬è vero che è stato una delle cause principali dell’acuirsi delle tensioni tra il governo allora guidato da Sami Berisha ed opposizione capeggiata dal sindaco di Tirana Edi Rama‭ (‬vincitore delle‭ ‬elezioni dello scorso giugno‭)‬,‭ ‬poi riversatesi in‭ ‬duri scontri di piazza.‭ ‬Non dimentichiamo poi la dura coda polemica che è seguita alla‭ ‬privatizzazione‭ ‬della compagnia statale Albpetrol,‭ ‬voluta dal governo Berisha sul fiire del‭ ‬2011‭ ‬e contro cui Rama si scagliò con veemenza arrivando a definirla un‭ “‬atto antinazionale‭”‬.‭ ‬La legge di vendita era stata varata poco prima che l’Autorità di controllo concedesse alla comagnia anche una licenza di esplorazione e ricerca nei fondali marini.‭ ‬Dopo due anni di polemiche,‭ ‬accuse e strumentalizzazioni a sfondo politico,‭ ‬in febbraio il ministro dell’Economia,‭ ‬Edmond Haxhinasto,‭ ‬ha dichiarato che il processo di privatizzazione si è concluso con un sostanziale fallimento.‭
Resta infine controversa la questione dei possibili legami tra le attività in corso a Patos Marinza e lo‭ ‬sciame sismico‭ ‬che interessa le città limitrofe da circa tre anni,‭ ‬per i quali la popolazione accusa senza mezzi termini la compagnia petrolifera canadese Bankers Petroleum,‭ ‬concessionaria del giacimento.

In Croazia,‭ ‬l’avvio della ricerca è stato‭ ‬annunciato‭ ‬lo scorso‭ ‬2‭ ‬luglio,‭ ‬all’indomani dell’ingresso ufficiale come‭ ‬28esimo nell’Unione Europea.‭ ‬Dopo aver sposato entrambi i progetti‭ ‬TAP‭ ‬e‭ ‬South Stream‭ ‬per rafforzare la diversificazione delle forniture di gas,‭ ‬Zagabria punta ora ad implementare dello sfruttamento dei giacimenti ubicati a largo delle proprie coste.‭ ‬Secondo il Ministro dell’Economia,‭ ‬Ivan Vrdoljak,‭ ‬vi sarebbero circa‭ ‬20‭ ‬giacimenti in un’area di‭ ‬2000‭ ‬chilometri quadrati,‭ ‬che nei piani del governo dovrebbero garantire introiti per milioni di euro sotto forma di‭ ‬royalties‭ ‬già dal prossimo anno.
Il governo croato è ben consapevole che l’industria energetica del Paese goda di‭ ‬buone prospettive.‭ ‬In maggio,‭ ‬l’esecutivo ha proposto un ddl sugli idrocarburi che prevede una‭ ‬semplificazione delle procedure burocratiche‭ ‬necessarie per avere i permessi di ricerca e sfruttamento di‭ ‬idrocarburi‭ ‬offshore,‭ ‬nel presupposto che la vecchia legge non stimolava la ricerca di gas e petrolio.‭ ‬Ad oggi,‭ ‬infatti un investitore che potenzialmente trovi dei giacimenti non è automaticamente garantito anche il loro sfruttamento,‭ ‬ma c’è bisogno di una nuova gara.
Oltre che alla ricerca di gas lungo le coste e al suo futuro ruolo di corridoio di transito,‭ ‬la Croazia è impegnata in un altro progetto,‭ ‬destinato ad impreziosire il suo ruolo nello schacchiere energetico del Mediterraneo:‭ ‬la costruzione di un rigassificatore sull’isola di Krk‭ (‬con il‭ ‬contributo del Qatar‭)‬,‭ ‬che consentirà a Zagabria di importare sia il gas liquefatto da Doha che lo shale proveniente dagli USA da destinare poi al mercato europeo.

Infine,‭ ‬anche il Montenegro guarda con interesse ai‭ (‬possibili‭?) ‬giacimenti sottomarini.
Già in settembre il governo di Podgorica aveva indetto una gara d’appalto per lo sfruttamento del petrolio nazionale che però‭ ‬non è ancora stato scoperto,‭ ‬anche se la presenza di alcuni depositi di gas naturale lascia sperare nella analoga presenza di oro nero.‭ ‬La dimensione di ogni blocco è di circa‭ ‬300‭ ‬chilometri quadrati.‭ ‬Nella prima gara saranno pubblicati i bandi per‭ ‬13‭ ‬blocchi per una superficie totale di un massimo di‭ ‬3.000‭ ‬chilometri quadrati.
Allo stesso tempo,‭ ‬il governo ha adottato una politica fiscale per la produzione di petrolio e gas che garantisca un reddito stabile e congruo per lo Stato.‭ ‬Secondo le nuove norme,‭ ‬nelle casse pubbliche confluirà il‭ ‬70%‭ ‬degli utili di compagnie che operano in questo business.‭ ‬La compensazione per il petrolio sarà progressiva,‭ ‬dal‭ ‬5%‭ ‬al‭ ‬12%‭ ‬della produzione,‭ ‬e la tassa extra profitto sarà del‭ ‬59%.‭ ‬L’obiettivo,‭ ‬secondo il portavoce del Ministro dell’Economia,‭ ‬Vladan Dubljević,‭ ‬è quello di aspettarsi un cospicuo flusso di entrate a partire dal‭ ‬2017.
In realtà,‭ ‬non è tutto rose e fiori.
In primo luogo,‭ ‬la gara d’appalto per le esplorazioni rientra nel quadro di un piano più ampio ufficialmente volto ad attrarre capitali stranieri,‭ ‬ma che in concreto si sostanzia nella‭ ‬progressiva svendita degli asset nazionali‭ ‬per risanare l’esangue bilancio del Paese.
In secondo luogo,‭ ‬se da un lato le autorità croate si sono dette disposte a collaborare nella ricerca e nello sfruttamento delle risorse sottomarine con quelle montenegrine,‭ ‬dall’altro non sono escluse‭ ‬future tensioni tra i due vicini,‭ ‬se davvero verrà confermata l’esistenza di un grosso giacimento di oro nero al largo della penisola di Prevlaka,‭ ‬la cui delimitazione marittima è tuttora contesa con Zagabria.

Tra luci e ombre,‭ ‬il settore energetico presenta interessanti prospettive in tutti e tre i Paesi esaminati.‭ ‬Anche l’Europa sembra interessata,‭ ‬e non soltanto per i volumi di idrocarburi che l’offshore dell’Adriatico potrebbe immettere sul mercato.‭ ‬Albania,‭ ‬Croazia e‭ – ‬benché in misura inferiore‭ ‬-‭ ‬il Montenegro interessano altresì come canali di transito.‭
Già in maggio i rispettivi governi‭ ‬-‭ ‬assieme all’Italia‭ ‬-‭ ‬avevano già firmato‭ ‬un protocollo d’intesa a sostegno del Gasdotto Trans Adriatico‭ (‬TAP‭)‬,‭ ‬il progetto di diversificazione delle forniture di gas nato in concorrenza con quello sponsorrizato dall’Unione,‭ ‬il Nabucco,‭ ‬e che ha praticamente indotto Bruxelles‭ ‬a rinunciare a questo.‭ ‬Per l’Europa,‭ ‬l’accantonamento del gasdotto di verdiana denominazione rappresenta una‭ ‬sconfitta‭; ‬per i Paesi adriatici,‭ ‬invece,‭ ‬la TAP rappresenta una ghiotta opportunità di rilancio,‭ ‬a cui anche la famelica Bruxelles sembra ora strizzare l’occhio.

* Articolo originariamente comparso su The Fielder

Si scrive Unione Europea, si legge divisione energetica

L’indipendenza politica di uno Stato ha come presupposto l’indipendenza economica; l’indipendenza economica presuppone quella energetica. Il perseguimento di quest’ultima comporta obiettivi e decisioni non sempre conciliabili, se non quando apertamente  in conflitto, con quelli dei propri partner vicini e lontani.
Per trovare un senso alle tante, troppe divisioni che lacerano l’Unione Europea dall’interno, riporto per intero questo editoriale di Gabriele Crescente su Presseurop, dal significativo titolo L’energia è politica:

A chi si chiede come mai il tentativo dell’Ue di trovare un accordo sull’embargo sulle armi alla Siria sia fallito in modo cosi imbarazzante, una piccola macchia sulle carte potrebbe offrire qualche risposta. È il gigantesco giacimento di gas South Pars/North Dome nel Golfo persico, a metà tra le acque territoriali di Iran e Qatar. Teheran, alleata di Damasco, vuole costruire un gasdotto attraverso la Siria per raggiungere le sponde del Mediterraneo e il ricco mercato europeo. Doha, il principale sponsor dei ribelli, ha un progetto rivale che attraverserebbe una Siria post-Assad e la Turchia con la stessa destinazione finale. Curiosamente, la degenerazione della crisi siriana all’inizio del 2011 è avvenuta pochi mesi dopo l’inizio dei negoziati per il progetto iraniano alla fine del 2010.

Attraverso i loro campioni nazionali Gdf e Shell, Francia e Regno Unito sono tra i principali partner dell’industria gasifera del Qatar. La Russia ha da tempo stretto un patto d’acciaio con l’Iran per contrastare i tentativi dei paesi sunniti del Golfo e dei loro alleati occidentali di rompere il suo quasi monopolio sulle forniture all’Europa. La Germania è legata alla Russia dal gasdotto Nord Stream, promosso dall’ex cancelliere Gerhard Schröder, mentre l’italiana Eni è un partner chiave di Gazprom. Che Parigi e Londra abbiano idee diverse rispetto a Berlino e Roma sul futuro assetto della Siria sembra così un po’ meno sorprendente.

La crisi siriana non è l’unico scenario in cui l’energia ha spaccato l’Unione europea ultimamente. Il dibattito sui rischi per l’ambiente e la salute legati allo sfruttamento delle riserve europee di gas di scisto è sempre più pilotato dagli opposti interessi nazionali, e complicato dalle pressioni dell’industria nucleare russa e dalle incertezze della transizione energetica tedesca. Questa settimana la posizione dell’Ue nella disputa commerciale con la Cina sui pannelli solari è stata fortemente indebolita dal disaccordo tra Francia e Germania sull’imposizione di tasse doganali sull’importa zione dei prodotti delle industrie cinesi sovvenzionate dallo stato.

Dopo la smentita delle tradizionali teorie sul “peak oil”, il mondo sembra andare verso una rivoluzione energetica epocale. Gli investimenti nel gas di scisto e negli idrocarburi non convenzionali potrebbero rendere gli Stati Uniti autosufficienti entro il 2020, liberandoli dalle importazioni e dalle loro pesanti implicazioni geopolitiche. Lo scarso interesse di Washington per la crisi siriana ne è una prova. Se le recenti notizie dal Giappone si rivelassero fondate, lo sfruttamento dei diffusissimi idrati di metano potrebbe abbassare ulteriormente il prezzo dell’energia – per i paesi che vi hanno accesso.

Entro allora il pericolante sistema europeo di riduzione delle emissioni di CO2 avrà perso ogni senso. Per l’Ue proteggere la competitività delle sue industrie di fronte a concorrenti che pagano metà delle bollette della luce sarà sempre più difficile, specialmente se non troverà il modo di rendere convenienti le energie pulite. Ma soprattutto, energia e politica diventeranno indistinguibili. Tutta la retorica sulla costruzione dell’unione politica si ridurrà a una barzelletta, come sta già accadendo al maldestro tentativo di creare una diplomazia comune. I governi europei devono sedersi a un tavolo insieme ai rappresentanti delle loro industrie energetiche per mettere a punto una visione coordinata. Se non lo faranno, non saranno solo i federalisti europei a piangerne le conseguenze.

Sullo shale gas e delle divisioni che sta generando all’interno della UE ho già scritto. Per approfondire il tema della partita energetica in Siria si veda Limesdove si spiega come il futuro di Damasco sarà in buona misura determinato dagli idrocarburi.
Per quanto riguarda, invece, le altre partite energetiche in corso in Europa, nella ricostruzione di Presseurop manca un tassello che penso sia il caso di aggiungere.

A fine marzo ha sorpreso tutti l’improvviso clima di distensione tra Israele e Turchia. Dopo l’incidente della Mavi Marmara nel 2010 e le mancate scuse del governo israeliano, tra i due Paesi era sceso il gelo. Invece, nel corso della visita del presidente Obama a Tel Aviv, il premier Netanyahu ha contattato il suo omologo turco Erdogan per esprimergli le scuse del suo paese per l’accaduto di tre anni fa. Poco dopo un comunicato ufficiale del governo di Ankara dichiarava completamente normalizzate le relazioni tra i due Paesi.
Tutto bene, se non fosse che la riconciliazione tra i due più potenti e stretti alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente, contrariamente a quanto sostenuto dai media, non è stata merito di Obama.

In ballo c’è ben altro, come l’accordo per un progetto congiunto turco-israeliano per la costruzione di un gasdotto sottomarino che da Israele, via Turchia, esporti gas naturale verso l’Europa. Punto di partenza sarebbe proprio quel giacimento Leviathan che negli ultimi due anni ha contribuito non poco a rinfocolare le tensioni tra Gerusalemme e Ankara coinvolgendo anche Cipro.

Non è allora un caso che la vantaggiosa riconciliazione Israele e Turchia sia giunta appena un mese dopo la notizia che il gruppo turco Zorlu avrebbe avanzato un’offerta a Gerusalemme per costruire il gasdotto in questione. Perché Israele, il suo gas, ha fretta di venderlo, e i turchi hanno fretta di fare affari.
E non è un caso che l’allentamento delle tensioni tra i due Paesi sia coinciso con la crisi di Cipro, che tra i due litiganti ha fatto fuori il terzo, rendendo possibile un negoziato bilaterale. Questo dopo che in un primo momento Tel Aviv e Nicosia avevano stretto accordi che avrebbero facilitato la ricerca congiunta di giacimenti, la perforazione, lo sfruttamento, la distribuzione e la protezione degli stessi. Probabilmente più per mettere fretta ai turchi che per una reale volontà di collaborazione con i ciprioti. Da qui l’offerta del gruppo Zorlu per la realizzazione del progetto.

Con uno stato israeliano potenzialmente esportatore d’energia, le conseguenze geopolitiche nel levante Mediterraneo sarebbero notevoli. Gli idrocarburi diventerebbero per gli israeliani quell’arma strategica che non hanno mai avuto e che, viceversa, ha consentito ai Paesi arabi confinanti – notoriamente anti-israeliani – di avere uno strumento di pressione nello scacchiere geopolitico globale (chi non ricorda lo shock petrolifero del ’73?), inducendo non poche nazioni a limitare il proprio sostegno nei confronti di Gerusalemme. Per l’Europa, invece, un tale scenario segnerebbe la nascita di nuove fratture diplomatiche tra i suoi membri.
Con mezza Europa attaccata al rubinetto israeliano, dimezzato sarebbe anche il sostegno alla causa palestinese, di cui Bruxelles si è fatta carico con una piccola quota prevista nel bilancio comunitario, ma che potrebbe venire meno al primo pugno sul tavolo di Tel Aviv.

Se l’energia è politica, non stupiamoci che l’Europa energeticamente litigiosa sia anche politicamente divisa.

Petrolio all’italiana: alle compagnie i profitti, a tutti gli altri i costi (ambientali e non solo)

Corleto Perticara è un ridente comune di 2.712 anime dell’entroterra potentino, nella valle del fiume Sauro, al confine con la provincia di Matera. Ha dato i natali a Pietro e Michele La Cava, e Carmine e Tommaso Senise, illustri coppie di fratelli legate al periodo storico del Risorgimento. Visitandolo, si possono ammirare la Chiesa Chiesa Matrice di Santa Maria Assunta e i resti del Castello Normanno, ora sede municipale. Tuttavia, non è per questi aspetti che, da circa un mese, questo piccolo comune lucano è conosciuto più all’estero che in Italia.

Nei primi di novembre un articolo sul Guardian (tradotto qui) si è concentrato su Perticara. Il motivo? il prossimo avvio dell’estrazione di petrolio attraverso una serie di pozzi aperti lungo le pendici dell’Appennino. Si tratta del cosiddetto progetto Tempa rossa, approvato dal governo Monti lo scorso maggio, partecipato al 75% dalla compagnia francese Total e per il restante 25% da Shell, in un campo di estrazione che sarà operativo dal 2016 e che dovrebbe fornire una  produzione giornaliera di 50 mila barili di petrolio, 230 mila m3 di gas naturale, 240 tonnellate di GPL e 80 tonnellate di zolfo. Lo scorso 23 marzo anche il CIPE ha quantificato il finanziamento totale dell’opera in 1,3 miliardi di euro.
Secondo il quotidiano britannico, Goldman Sachs considera il piano uno tra i 128 progetti più importanti al mondo: uno di quellicapaci di cambiare gli scenari mondiali dell’energia estrattiva. Ne è convinta anche il sindaco Roasaria Vicino, sicura che  le royalties che entreranno nelle casse dell’amministrazione locale garantiranno un netto miglioramento della vita dei corletani.

Al di là delle buone intenzioni riguardo allo sviluppo delle fonti rinnovabili e al miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici, resta il fatto che il piano energetico nazionale ruota attorno ai combustibili fossili. Dunque, all’estrazione di petrolio e di gas naturale, di cui il governo intende raggiungere il raddoppio della produzione nazionale, per un incremento che dovrebbe fornire all’Italia il 7% del suo fabbisogno totale di energia. E che a detta del ministro Passera contribuirà a creare 25.000 nuovi posti di lavoro – argomento sempre di grande appeal, soprattutto ora che la disoccupazione ha toccato i massimi storici.

Peccato che lo slancio entusiastico del governo non tenga conto dell’altra faccia della medaglia, ossia dei rischi derivanti dalle estrazioni nonché da tutte le attività connesse. In estate concludevo un articolo domandandomi, a fronte di risorse misere e danni potenziali enormi, cosa ci fosse di strategico nelle trivellazioni.
E non solo l’unico a chiederselo, soprattutto perché la corsa all’oro nero potrebbe mettere a repentaglio l’altra e più importante risorsa custodita sotto il suolo lucano: l’oro blu. L’estrazione petrolifera in Basilicata infatti si concentra spesso in prossimità di dighe e sorgenti. Qualche dato da Canalenergia:

La Regione considerata “strategica” dal Governo per aumentare la produzione nazionale di idrocarburi, non ha soltanto il petrolio. Nella sola Val d’Agri si contano 600 sorgenti. Il fiume Agri alimenta l’invaso del Pertusillo che fornisce ogni anno 153 milioni di metri cubi di acqua a Puglia Basilicata. Secondo i dati dell’Autorità Interregionale di Bacino della Basilicata, oltre il 65%dell’acqua erogata, pari a quasi 103,5 milioni di mc, tra il 1992 e il 2002 verso la Puglia è stato destinato ad uso umano.

Sul petrolio in Basilicata si veda questo spezzone della puntata de Gli Intoccabili del 27 febbraio scorso. La triste sintesi è che l’arrivo delle trivelle in terra lucana non ha portato né occupazione né benessere. In compenso, la gente del luogo deve fare quotidianamente i conti con i danni ambientali e sanitari che la bonanza del petrolio comporta.
Tutte circostanze che, secondo l’OLA (Organizzazione Lucana Ambientalista), l’autore dell’articolo sul Guardian evidentemente non conosce:

Ci perdoni, Mr Hooper! Lei ha perso però una occasione per descrivere qualcosa di reale, oltre il pittoresco paesaggio che l’ha impressionato. Non ha visto, forse non ha voluto vedere più a fondo oltre la superficie oleografica e pittoresca. Ha preferito scrivere il suo articolo riportando le voci ufficiali che presentano la Basilicata come il Texas d’Italia.  La voce di Mrs Vicino, sindaco di Corleto Perticara, nonchè  Assessore all’Edilizia Scolastica e Pubblica Istruzione della Provincia di Potenza, ripete da sempre il ritornello dello sviluppo petrolifero come unica occasione di riscatto. Mrs Vicino continua a far finta di credere nello sviluppo petrolifero e non vuole vedere cosa accade a pochi chilometri dal comune che amministra da sindaco, a Viggiano, dove il petrolio, dopo 15 anni, non ha creato nè occupazione nè ricchezza, ma solo disoccupazione e inquinamento, nonostante le royalties.
Nel suo articolo accenna ma non approfondisce la cosiddetta “moratoria petrolifera bluff”, fatta approvare dal Consiglio Regionale della Basilicata dal presidente della Regione Basilicata, Vito De Filippo. Non ha voluto ascoltare le testimonianze di chi abita a poca distanza dal pozzo petrolifero Gorgoglione 2, che la Total sta perforando e da dove fuoriescono gas mortali e velenosi, come l’ H2s. Non ha chiesto alla Total, ad esempio, se è vero che il progetto prevede che le acque acque di strato provenienti dai pozzi di petrolio e quelle oleose del costruendo centro olio di Corleto Perticara, debbano essere riversate nel torrente Sauro. Avrebbe potuto approfondire le questioni dei fanghi petroliferi seppelliti illegalmente sotto i campi dove i contadini hanno coltivato il grano, che ancora aspettano di essere bonificati. Chiedere infine, perchè a Corleto Perticara si ci ammala più che in qualsiasi altra area urbana ed industriale d’Italia, pur essendo un’area agricola.

Dello stesso tenore il commento della prof.ssa D’Orsogna sul suo blog.
Ma non c’è solo la Basilicata. Da mesi, in tutto l’arco ionico si è levato un coro di voci preoccupate per un probabile aumento delle emissioni inquinanti dovute all’attività estrattiva. Nel porto di Taranto - l‘Ilva non è poi così lontana – sarà necessario costruire due serbatoi da 180.000 m3 per stoccare il greggio, ampliare il pontile della raffineria ENI e supportare l’aumento del traffico da 45 a 140 navi l’anno. In un momento, quello attuale, di rinnovato interesse per l’esplorazione petrolifera lungo le coste pugliesi.

E’ inutile sottolineare che tra il governo e le compagnie petrolifere sussista un’innegabile (e preoccupante) convergenza di interessi. Una cosa è certa: oggi si scopre che la riforma al Titolo V della Costituzione, pur avendo conferito maggiore autonomia alle Regioni, le ha praticamente spogliate dell’autodeterminazione a decidere le azioni da adottare sul proprio territorio in materia di energia. E così il Governo ha impugnato dinanzi alla Corte Costituzionale la legge della Regione Basilicata che ha bloccato le nuove ricerche di petrolio e gas. Certo, si dirà, la legge viola il principio di leale collaborazione, che sempre deve presiedere ai rapporti tra lo Stato e la Regione. Il testo del ricorso, però, lascia quanto meno perplessi.

UPDATE: Alcune mappe:

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Artide e Antartide. Poli opposti, stesso destino

Uno studio della NASA, che prende in esame i dati satellitari e dalla Terra degli ultimi 20 anni, mostra l’evolversi un fenomeno apparentemente contraddittorio in capo al mondo: nell’Artico il ghiaccio si ritrae, mentre in Antartide si espande sempre di più.  In altre parole, i ghiacci che che ricoprono il Mar Glaciale Artico hanno toccato un minimo di estensione, fenomeno che dura da oltre 30 anni ed è ora arrivato a un punto giudicato preoccupante per l’equilibrio del Polo Nord così come lo conosciamo. In Antartide, al contrario, dal 1978 al 2010 l’estensione totale del ghiaccio marino è incrementata di circa 18.000 kmq l’anno: una superficie paragonabile a quella del Veneto.
Il processo in corso è lo stesso, sebbene comporti due risultati differenti. Al nord, infatti, l’aumento della temperatura media scioglie i ghiacci esponendo le acque dell’oceano alla luce del sole, che di conseguenza si riscaldano accelerando il processo di scioglimento del ghiaccio. Al Sud, l’aumento del ghiaccio ha reso l’ambiente più “freddo”, e dunque più ghiacciato. In entrambi i casi, in sostanza, si tratta di un fenomeno che da un certo punto in poi ha finito per autoalimentarsi.
I due estremi del mondo, dunque, condividono lo stesso destino. Non soltanto dal punto di vista climatico. Entrambi sono oggetto delle stesse dinamiche politiche, nonché obiettivo degli stessi Stati.

Polo Nord

A fine ottobre la Russia, per bocca di Aleksandr Popov, direttore dell’agenzia federale per lo sfruttamento del sottosuolo Rosnedra, ha sollecitato (nuovamente) le Nazioni Unite a riconoscerei nuovi confini della piattaforma artica che accrescerebbero la parte russa di oltre di 1,2 milioni di kmq. Le ricerche geologiche condotte dai geologi di Mosca nell’ultimo biennio potrebbero consentirle di sostenere la richiesta davanti alla commissione ONU sui limiti della piattaforma continentale; l’unico organismo internazionale adibito a consacrare tale riconoscimento. In caso di risposta affermativa, la Russia potrebbe sfruttare maggiormente i ricchi giacimenti di idrocarburi, terre rare e metalli preziosi celati sotto i fondali.
Un’insistenza che ci ricorda, se mai ce ne fosse bisogno, che la guerra – “fredda”, di nome e di fatto – per l’Artico è già in corso. Lo ha capito la Danimarca, che pochi giorni fa ha fondato il Comando della Difesa per il Polo Nord a Nuuk, capitale della Groenlandia. Nel discorso inaugurale, la Regina Margherita II ha affermato che “Compito primario dell’Arctic Command sarà quello di dirigere e coordinare il dispiegamento di unità militari nel Nord Atlantico e nell’Artico. Il progetto è parte dell’attuazione dell’accordo Difesa 2010-2014“. Si tratta dell’ultimo e più tangibile esempio del crescente fenomeno di militarizzazione dell’area. Sull’altra faccia della medaglia, la strategia delle grandi potenze nella regione Artica si impernia su una logica spartitoria.
Interessante questa analisi su Rinascita, che racconta come nel corso del 2012 le esercitazioni militari nell’Artico si siano alternate agli incontri ad alto livello dei rappresentanti delle Forze armate di Stati Uniti, Russia, Canada, Norvegia, Danimarca, Svezia, Islanda e Finlandia per discutere la spartizione dell’area. Avvenimenti questi che avranno un peso enorme sul futuro del Polo Nord. Futuro che in ogni caso, come ho più volte ricordato, sarà comunque appannaggio non degli Stati, bensì delle Oil companies (qui, qui e qui).

Polo Sud

Qui la situazione non è molto diversa. In attesa di saccheggiare i giacimenti energetici (50 miliardi di barili di petrolio), oggetto delle mire predatorie dei grandi Stati sono le riserve di pesca. Pochi giorni fa, a Didney, è fallito il tentativo di creare un “santuario marino” nell’Oceano Antartico con l’intento di proteggere la biodiversità dell’area. La Commissione per la conservazione delle risorse viventi marine dell’Antartico ha infatti chiuso i lavori senza adottare alcuna decisione a riguardo, rinviando la questione al vertice annunciato per il prossimo luglio in Germania.
Composta da 24 Paesi e dall’Unione Europea, la Commissione ha valutato due proposte riguardanti altrettante zone nelle acque dell’Antartico meridionale: una da 1,6 milione di kmq per la tutela del mare di Ross (l’ecosistema marino meglio conservato al mondo), e un’altra da 1,9 milione di kmq lungo la zona costiera nell’Antartico orientale, sostenuta da Australia e Unione europea. Ma i timori di Cina e Russia per le restrizioni che ne sarebbero derivate alla pesca ha bloccato tutto.
Gli ambientalisti riuniti nell’Alleanza per l’Oceano Antartico hanno espresso forte delusione. “La Commissione si è comportata come un’organizzazione ittica piuttosto che un’organizzazione di tutela delle acque dell’Antartico“, ha commentato Farah Obaidullah, portavoce di Greenpeace. Ma come già accaduto in altri vertici su temi ambientali (come il Rio+20), non ci si poteva aspettare un esito differente. Troppo forti gli interessi commerciali perché le questioni ambientali potessero avere il loro peso.

Tanzania e Malawi, scontro sul lago Niassa

Non tutti sanno che il Lago Malawi e il Lago Niassa sono la stessa cosa. Ma il nome non è l’unico oggetto del contendere, e nemmeno il più importante. Da alcune settimane è in atto un acceso scontro diplomatico tra Tanzania e Malawi, due dei tre Stati rivieraschi (il terzo è il Mozambico) in ordine alla partizione della sua superficie.
Si tratta di una disputa annosa, risalente all’epoca coloniale. La Tanzania sostiene che il confine sia situato al centro del lago, così come risultava fino al 1914, quando l’allora Tanganica era colonia tedesca (e il Malawi colonia britannica). Ma dopo il passaggio del territorio sotto la sovranità britannica al termine della Prima Guerra Mondiale, gli inglesi assegnarono le acque del lago alla giurisdizione del Malawi - eccetto, ovviamente, per la porzione spettante al Mozambico, allora colonia portoghese.

Da allora questa controversia è periodicamente riesplosa, talvolta dando luogo perfino ad azioni belliche. Negli ultimi anni il Malawi ha messo da parte le proprie rivendicazioni sul lago, almeno fino a quando il suo Geological Survey Department non ha annunciato la scoperta di ricchi giacimenti di idrocarburi sotto i fondali.
L’ultimo vertice bilaterale, svoltosi a Dar es Salaam lo scorso 29 luglio, non ha migliorato la situazione. Secondo Greenreport:

La grande Tanzania, che ha ambizioni da potenza regionale, si comporta di conseguenza con il piccolo Malawi e Membe [ministro degli esteri e della cooperazione internazionale della Tanzania] ha alzato la tensione con nuove rivelazioni: «Le autorità di sicurezza della Tanzania hanno anche individuato alcuni velivoli che affermavano di appartenere ad aziende per la ricerca di petrolio e gas del Malawi che volavano nello spazio aereo della Tanzania senza un permesso da parte della Tanzania aviation authority».

Il Malawi sostiene di non essere a conoscenza dell’incidente, ma evidentemente il summit di Dar es Salaam  non è andato bene. La Tanzania reclama il 50% del lago Niassa, mentre il Malawi dice che il lago gli appartiene al 100% in virtù dei confini coloniali tracciati dagli inglesi quando il Malawi si chiamava appunto Niassa.

Comunque vada, da questa lite di frontiera che potrebbe rivelarsi un pericoloso focolaio di un nuovo conflitto, al Malawi ed alla Tanzania resteranno comunque le briciole e a guadagnarci davvero saranno i vecchi colonizzatori che hanno pasticciato sui confini del lago. Nel settembre 211 il Malawi ha concesso alla britannica Surestream Petroleum il “Rift Valley acreage of Blocks 2 and 3″ nel lago Niassa (che I malawiani chiamano naturalmente Malawi), preferendola a Tullow Oil, New Age, Ophir Energy, Kosmos Energy e  Lonrho Group. Si tratta della stessa multinazionale che nell’aprile 2013 inizierà le prospezioni sismiche nella parte del lago Tanganica, blocchi B e D, appartenente al Burundi.

Ma Tanzania e Malawi sui sono scordati di un terzo pretendente: il vicino Mozambico che, all’inizio di quest’anno, ha avvato piani per offrire alle compagnie petrolifere la parte della superficie del lago Malawi che rivendica. L’Instituto nacional de petróleo del Mozambico prevedeva di avviare una gara per le concessioni all’inizio di giugno ma questo è stata rinviato a causa di “motivi imprevisti”. Probabilmente Maputo aspetta di vedere cosa uscirà dalla lite tra Tanzania e Malawi.

Lunedì 6 agosto la Tanzania ha espulso tutte le compagnie petrolifere titolari di licenze d’esplorazione  rilasciate dal governo del Malawi. In attesa che la disputa sia risolta, il Paese ha deciso di interrompere ogni attività di ricerca al fine di “proteggere gli interessi del popolo“. Formula generica in virtù della quale la Tanzania, secondo le parole di Edward Lowassa, il presidente della commissione parlamentare per la difesa, la sicurezza e gli affari esteri. potrebbe persino giustificare un’escalation militare.
Più conciliante, per ovvie ragioni è il ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale del Malawi, Ephraim Mganda Chiume, secondo cui “Il fatto che i nostri due paesi sono impegnati in discussioni aperte e cordiali sulla questione è un segnale molto buono“, stemperando così la minaccia di tensioni.
In conclusione, la disputa sul lago Malawi/Niassa non è che una delle tante ferite lasciate aperte dagli inglesi in fuga dal loro insostenibile impero, di cui il Kashmir – conteso tra India e Pakistan – è di certo la più incancrenita. Ma non l’unica.