Congresso del PCC, niente di nuovo sotto il sole di Pechino

Fin dalla nascita della Repubblica Popolare, il passaggio di consegne tra le classi dirigenti cinesi avviene attraverso la successione di generazioni. Un gruppo di leadership (praticamente formato da coetanei), cresce all’interno del partito con una carriera che prevede ruoli di crescente importanza prima a livello locale e poi nazionale, preparando lentamente il ricambio in modo che al momento della selezione ufficiale non ci siano pericoli di fratture. E quando queste ci sono, possono essere ricomposte con mezzi più o meno leciti, come si è visto nel caso di Bo Xilai - punta dell’iceberg delle contrapposizioni tra neomaoisti e liberisti.
La generazione di Hu Jintao è la quarta; quella che si accinge a prenderne il posto è la quinta e già si intravede all’orizzonte l’emergere della sesta. Per capire la struttura politica del Partito Comunista Cinese si veda questa mappa.

Con queste premesse è iniziato il 18° Congresso del PCC, in programma a Pechino dall’8 al 15 novembre. L’altro grande fatto di attualità internazionale del mese (dopo le elezioni americane), e più in generale del 2012.
Il popolo vuole diritti e libertà d’espressione. L’Occidente, invece, chiede crescita, liberalizzazioni e ulteriore apertura al sistema capitalista. Ma al di là delle frasi di rito spese per la proposta di rinnovamento della Costituzione, tutto quello che uscirà dalla settimana di riunione sarà deciso “per il bene del partito”, dunque al fine di preservare lo status quo. Lo ha lasciato intendere il portavoce Cai Mingzhao che, nella conferenza stampa di presentazione, alla domanda di un giornalista straniero sulla democrazia, ha risposto che ” il sistema di governo attuale si è rivelato adatto alla società cinese”. Tradotto in altri termini: avanti col partito unico, e riforme alle calende greche.
Per il momento, dunque, i profondi squilibri che caratterizzano l’economia cinese resteranno inalterati.

Sarà anche per questa ostinato clima di opacità che nei giorni precedenti all’apertura del Congresso, la stampa nazionale ha sottolineato il disinteresse dei cittadini. Inevitabile conseguenza della coltre di segretezza e di misure di restrizione della libertà di movimento e di comunicazione che circondano i lavori. Non c’è dunque da stupirsi se milioni di giovani abbiano manifestato maggiore interesse per le presidenziali americane – come testimoniato dai milioni di commenti sui weibo, gli equivalenti cinesi di Twitter – che per quanto avveniva nei palazzi del potere di Pechino.
Tuttavia, la censura non aiuta. Francesco Sisci su Limes spiega perché il Congresso sbaglia a tenere le porte chiuse:

Questa differenza sembra mettere in cattiva luce la Cina. L’America, grazie alla trasparenza della sua campagna elettorale, arriva ad avere un’influenza globale. Il mondo intero può osservare e ammirare la trasparenza del suo processo democratico.

Al contrario, nessuno al mondo sa cosa stia succedendo in Cina. Gli analisti non possono fare a meno di domandarsi come questo paese potrà mai riuscire a ottenere potere e influenza quando il suo processo più importante, la scelta dei leader, rimane completamente segreto. A questo proposito, l’accavallarsi di voci contrastanti non fa che confermare la prima impressione: come può un paese che vuole avere maggiore capacità d’influenza tenere nascosto il proprio aspetto più significativo (chi è che comanda davvero) agli occhi della sua gente e a quelli del mondo? Con un comportamento del genere, la Cina si tarpa le ali da sola: chi tiferà mai per lei, quando nessuno sa niente neppure di chi andrà a governarla?

E pensare che, stando alla BBC, ci sono almeno otto argomenti – in Cina otto è un numero di buon auspicio – per cui il mondo dovrebbe prestare attenzione a ciò che accade nei corridoi segreti del Congresso. Dalla crescita dell’economia alla salute dell’ambiente e di molte specie animali; dall’ascesa del mandarino come lingua globale alle dispute insulari con Giappone e Filippine.

Hillary Clinton, tour in Africa per contenere l’avanzata cinese

Carta tratta da Abrocoma.com – clicca sopra per vedere questa e altre sei mappe sulle sfere di influenza in Africa

Per gli Stati Uniti l’Africa sta diventando sempre di più una priorità strategica. Dopo aver incrementato la propria presenza militare nel Continente Nero, l’America cala ora la carta della diplomazia.
Col suo arrivo a Dakar martedì 31 luglio, Hillary Clinton ha dato il via ad un tour in Africa di 11 giorni che la porterà a visitare almeno sette nazioni del Continente Nero: Senegal, Sud Sudan, Uganda, Kenya, Malawi, Sud Africa e Ghana. Ad Accra il Segretario di Stato USA parteciperà al funerale di stato per defunto presidente John Atta Mills, improvvisamente scomparso la settimana scorsa.
Se in cima all’agenda della Clinton c’è il problema della sicurezza (con particolare riferimento a quanto accade in Mali, Nigeria e Somalia), fin da subito è apparso chiaro l’altro – implicito – scopo della sua missione. Per capire qual è, basta dare un’occhiata alla trascrizione del discorso pronunciato in Senegal (traduzione mia):

L’Africa ha bisogno di collaborazione, non di clientelismo [partnership, not patronage, n.d.t.]. E noi abbiamo cercato di proseguire questa sfida. E per tutto il mio viaggio in Africa di questa settimana, parlerò di ciò che vuol dire un modello di partenariato sostenibile che aggiunge valore piuttosto che  strapparlo. Questo è l’impegno dell’America in Africa.

Allora il legame tra democrazia e sviluppo è un elemento che definisce il modello americano di partnership. E riconosco che in passato le nostre politiche non sempre sono state allineate con i nostri principi. Ma oggi, stiamo costruendo rapporti qui in Africa occidentale e in tutto il continente che non sono transazionali o transitori. Sono costruiti per durare nel tempo. E sono costruiti su una base di valori democratici condivisi e del rispetto dei diritti umani universali di ogni uomo e donna. Vogliamo aggiungere valore ai nostri partner, e vogliamo aggiungere valore alla vita delle persone. Così gli Stati Uniti lotteranno per la democrazia e i diritti umani universali, anche se potrebbe essere più facile o più redditizio l’opposto, per mantenere il flusso delle risorse. Non tutti i partner fanno questa scelta, ma noi lo facciamo e lo faremo.

Curioso intervento. La Clinton è riuscita a parlare della Cina senza mai nominarla.

Che l’attivismo di Pechino desti la preoccupazione di Washington non è una novità. La Cina investe ingenti risorse in Africa. Proprio  giovedì 19 luglio, il presidente Hu Jintao ha dichiarato che il suo governo sta considerando l’ipotesi di raddoppiare i finanziamenti in favore delle popolazioni del continente fino ad arrivare alla somma di ben 20 miliardi di dollari, senza però specificare ulteriori dettagli.

Secondo il Washington Post (link sopra), è probabile che la Clinton inviterà anche gli altri leader africani a considerare con attenzione i progetti proposti dall’Estremo Oriente suscettibili di incoraggiare la corruzione e il malaffare a danno degli abitanti di alcune delle nazioni più povere del mondo.

Quante probabilità di successo ha la missione della Clinton? Poche. La retorica americana non basterà a dissuadere i Paesi africani dall’accettare gli investimenti cinesi. Pechino promette sanità, istruzione ed infrastrutture in cambio di risorse, a fronte di un Occidente che dalla decolonizzazione in poi ha trafugato il Continente Nero attraverso la schiavitù del debito. 11 giorni di cortesie non potranno cancellare cinquant’anni di saccheggi. Pechino è percepita come un partner più affidabile rispetto a quello più tradizionale d’oltreoceano: non cerca di imporre principi, ma solo di concludere scambi. Tratta coi governi in posizione di parità, senza  pretende di essere per loro una guida. E non predica democrazia alla luce del sole per poi fomentare l’instabilità sottobanco.
Infine, i cinesi hanno un’arma in più: 3.500 miliardi di dollari di riserve valutarie da investire in giro per il mondo. E il denaro è sempre più eloquente delle parole.

Gli Usa lasceranno l’Afghanistan per riposizionarsi in Asia centrale. Le contromosse di Russia e Cina.

Carta di Laura Canali per Heartland

 

1. Il completo ritiro dell’esercito americano dall’Afghanistan è previsto per la fine del 2014, ma è probabile che per le forze Usa si tratterà solo di un cambio di campo in vita di un nuovo riposizionamento in Asia centrale.
Una premessa. Nel 2009 il 90% dei rifornimenti alla missione Isaf transitava dal porto pakistano di Karachi, e da lì in Afghanistan attraverso i corridoi di montagna. Nell’ultimo anno i rapporti tra rapporti tra Usa Pakistan si sono fatti sempre più tesi. Le rivelazioni di Wikileaks dello scorso luglio su un presunto sostegno di Islamabad a favore dei taliban, la controversa vicenda di Raymond Davies, la morte di bin Laden e il sospetto di coperture da parte delle autorità pakistane, l’uccisione del giornalista Saleem Shahzad che indagava sui rapporti tra al-Qa’ida e l’esercito pakistano, hanno contribuito a deteriorare le relazioni bilaterali tra Washington e Islamabad.
Per evitare possibili ritorsioni, il Pentagono intende potenziare i rifornimenti attraverso il corridoio Nord. Quasi il 40% degli approvvigionamenti arriva da quella direzione, lungo un intricato mosaico di ferrovie e poi di itinerari stradali (poiché l’Afghanistan non ha mai avuto una rete ferroviaria) che nei rapporti del Pentagono è chiamate la “Rete di Distribuzione del Nord”. Ora il Dipartimento per la Difesa Usa vorrebbe incrementare tale quota al 75%. Continua a leggere

La Cina sarà la prossima?

Da mesi, le autorità di Pechino insistono che la lotta contro l’inflazione è la loro priorità. Con milioni di famiglie che impiegano un terzo del proprio reddito nell’acquisto di generi alimentari, si teme che un’inflazione elevata possa innescare tensioni sociali. La rivoluzione dei gelsomini è già una prima avvisaglia.

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Il Dragone in affanno: l’economia cinese sta rallentando?

Ormai è quasi banale parlare dei grandi numeri dell’economia cinese. La crescita del Dragone sembra non conoscere ostacoli. Una crescita fondata sull’export: i bassi costi di manodopera, i massacranti turni di lavoro nelle fabbriche, la forza di un paese che è residenza di un quarto del genere umano hanno promosso ovunque il Made in China nel mondo. E i poderosi surplus di bilancio che il paese registra ogni mese vengono poi reinvestiti in faraonici progetti, sia all’interno che all’esterno. Continua a leggere