Nell’Europa (dis)unita si litiga sempre per i soldi / 2

La maratona negoziale sul bilancio europeo 2014-2020 è ancora in corso. Si discute sia per il tetto complessivo che per quanto riguarda la suddivisione tra i capitoli di spesa.
In novembre le trattative erano fallite per la difficoltà di trovare un compromesso tra i paesi (tra cui Italia e Francia) che vorrebbero mantenere al livello attuale le risorse destinate al budget europeo e i governi che propongono riduzioni di spesa, come Regno Unito e Germania.
Allora il premier britannico David Cameron aveva proposto una sostanziale riduzione del budget di almeno 30 miliardi sui 973 proposti dal presidente del consiglio europeo Herman Van Rompuy, uscendo (a parole) come il vincitore della contesa. Forte di questo risultato, Cameron ha così avuto l’ardire di promettere all’opinione pubblica un nuovo accordo con l’Ue prima di indire un referendum sulla permanenza nella stessa entro la fine del 2017. Secondo la stampa britannica il discorso ha lasciato molti dubbi sul futuro e, in ogni caso, si fa presto a dire referendum.

Per sapere come sono ripartite le entrate e le spese nell’Unione Europa si può consultare questa infografica del Guardian.
L’ultima notte di trattative ha portato a una riduzione della spesa di 34,4 miliardi di euro. Per quanto se ne sa ora, rivendicano un successo sia quelli che chiedevano un taglio alla spesa come il Regno Unito, sia quelli che invece chiedevano di non tagliare i finanziamenti degli stati membri all’Unione.
Ma se tutti si dicono vincitori pur partendo da posizioni così divergenti, chi è che ha vinto davvero?

In realtà va sempre così, secondo Le Monde: i negoziati sul budget Ue prevedono sempre uno scontro iniziale e un accordo al ribasso. L’Europa attraversata dalla più grave crisi economica e sociale dal dopoguerra, si limita a semplici aggiustamenti marginali. E neanche i sostenitori di un bilancio generoso, sono molto convinti dell’effettivo valore di questo strumento. Il risultato è che tutti cercano di ridurre il loro contributo. Ha cominciato il Regno Unito e adesso tedeschi, svedesi, olandesi e austriaci stanno cercando di fare lo stesso. E paradossalmente tutti giocano sul divario fra le spese promesse e le spese realmente fatte per riconciliare i paesi contributori e quelli beneficiari.

Curioso, poi, che l’ammontare complessivo del budget 2014-2020 – un trilione di euro – corrisponda più o meno allo stesso ordine di grandezza dell’evasione fiscale nel Vecchio continente. Come dire che se la “guerra” alla fuga dei capitali all’estero ormai inaugurata da tutti leader dei 27 si concludesse con un successo, non ci sarebbero più queste risse da bar in sede di Consiglio Europeo per decidere dove andare a prendere le risorse tramite cui contribuire alla ripresa dell’Unione. Ma quella di Bruxelles rischia di essere una sfida ai mulini a vento ed è sintomatica della (dis)unità di intenti che alberga in seno all’impalcatura europea.
Cecilia Tosi su Limes apre uno squarcio sui paradisi fiscali all’interno della UE:

il metodo preferito dagli europei per pagare meno tasse non è quello di andare alle Cayman, ma di lasciare i propri capitali in Europa. Perché la Ue non è un’unione fiscale né tanto meno tributaria e ognuno dei 27 paesi membri può applicare le aliquote che vuole, creando un mercato europeo del conto corrente che si adatta a tutte le tasche.
 I paradisi dove arrivano i capitali in fuga non sono più dietro la porta – la Svizzera non è più una meta così gettonata – ma direttamente dentro casa, anche in membri fondatori dell’Unione come Paesi Bassi e Belgio.
La Commissione europea ha quantificato il costo dell’evasione fiscale per gli Stati dell’Unione a 1 trilione di euro l’anno. Significa che nel 2012 i 27 membri avrebbero avuto a disposizione mille miliardi di euro in più se nessuno avesse presentato una falsa dichiarazione dei redditi o spostato le proprie ricchezze in un posto diverso da quello dove le ha guadagnate.

In totale, pare che da Amsterdam passino 13 mila miliardi di dollari stornati al fisco altrui.

Ma basta fare due passi più a sud per arrivare in un altro paradiso. Il quotidiano economico fiammingo De Tijd ha appena pubblicato un’inchiesta sugli strumenti finanziari più remunerativi concludendo che il Belgio fornisce accoglienza fiscale a circa il 20% delle più grandi società al mondo. Le prime 25 disporrebbero, secondo il giornale, di 336 miliardi di fondi sistemati a Bruxelles per un “risparmio fiscale” pari a 25.4 miliardi.

Con tutta questa concorrenza, i paradisi fiscali “tradizionali” sono costretti a raccattare le briciole.

…Così come i Paesi (l’Italia, ad esempio) dove la fedeltà fiscale dei contribuenti lascia molto a desiderare.

Nell’Europa (dis)unita si litiga sempre per i soldi

L’Europa è una grande famiglia. Ossia un covo di vipere, per dirla con Freud. Mentre l’austerity scalda le piazze del continente e l’Eurozona cade di nuovo in recessione, ad esacerbare le già ampie divisioni tra i suoi membri ci pensa sempre lo stesso tabù: quello dei soldi.
In particolare, quelli destinati al Quadro finanziario pluriennale per il periodo 2014-2020, che saranno decisi nel prossimo vertice del Consiglio europeo in programma il 22-23 novembre. Uno strumento di programmazione che sulla base della proposta della Commissione Europea dovrebbe ammontare a 1.091 miliardi di euro, ma che le resistenze di alcuni Stati (sempre i soliti: Gran Bretagna,  Germania, Olanda e Finlandia) puntano a comprimere in coerenza ad una stretta politica di austerità, già praticata (e imposta) a livello dei bilanci nazionali.

Inizialmente il Presidente del Consiglio Europeo Herman Von Rompuy aveva chiesto un taglio di 80,737 miliardi di euro rispetto alla proposta della Commissione. La presidenza di turno cipriota  aveva invece suggerito tagli per 50 miliardi. Ma il Parlamento europeo, che sarà chiamato ad approvare il bilancio, non è disposto ad accettare un QFP più modesto rispetto a quello attuale.
Dopo il fallimento dei negoziati sul bilancio per il 201, la questione si presenta spinosa. Più che una sforbiciata ai costi, quella del Presidente del Consiglio Europeo sembra un colpo d’accetta poiché tocca tutti i capitoli di spesa, compresi i fondi strutturali e la PAC (politica agricola comunitaria). Per cercare un compromesso, Von Rompuy ha presentato alla Commissione una nuova proposta di bilancio che prevederebbe tagli per 75 miliardi, già bocciata dal primo ministro spagnolo Rajoy.

La crisi economica mondiale ha fatto riemergere la mancanza di una reale autonomia finanziaria dell’Unione europea. Il bilancio della UE è pari all’1,05% del Pil europeo e al 2% della spesa pubblica complessiva dei 27 Stati membri, considerato da alcuni Paesi (come Gran Bretagna, Germania, Finlandia e Svezia) eccessivamente alto in tempi di crisi. E poco importa se, come ricorda perfino Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo, quello europeo è innanzitutto un bilancio di investimenti e il 94% degli utili complessivi sono investiti negli stessi Stati membri o per priorità esterne dell’Unione. Secondo Schulz, il bilancio UE è parte integrante della soluzione volta a consentire all’Europa di uscire dall’attuale crisi, a cui vanno assicurate le risorse necessarie. Ma le difficoltà di mettere d’accordo i 27 nel recuperare tali mezzi per un concreto rilancio economico, in risposta ai venti di recessione, sono sotto gli occhi di tutti.
Se non dovesse essere trovato un accordo sul bilancio pluriennale non sarebbe una tragedia dal punto di vista contabile (come nel caso del bilancio 2013), anche se alle scelte finanziarie 2014-2020 sono legati circa 70 regolamenti per la spesa in tutti i settori fondamentali dell’attività europee che vanno concordati con il Parlamento UE, che richiedono un lungo e complesso negoziato.

La necessità di favorire il QFP quale strumento per il rilancio della crescita è perciò stata espressa anche da Mario Monti, il quale già nei giorni scorsi aveva garbatamente avvertito il suo omologo inglese David Cameron della propria indisponibilità ad appoggiare qualunque proposta di tagli al bilancio comunitario. Tuttavia le posizioni non cambiano: benché i rapporti tra i due governi rimangono “solidissimi ed eccellenti”, sul punto Roma e Londra restano molto lontane. Monti sta ora lavorando con Francois Hollande affinché Italia e Francia facciano blocco contro il fronte nordico dei tagli.

L’Italia è contribuente netta al bilancio della UE e se la linea del rigore dovesse passare perderebbe 4,5 miliardi nell’agricoltura e almeno altrettanti (o qualcosa di più) nella coesione sociale, anche se non ci sono conferme.
E al danno si aggiunge la beffa. Secondo Linkiesta, la Polonia si vedrebbe aggiudicare di fatto quasi tutti i soldi che verrebbero tolti all’Italia: dopo tutto, se Berlino e Varsavia rappresentano il nuovo asse portante della UE, qualcosa vorrà pur significare. Peraltro, i tagli a sviluppo e ricerca sono molto più netti di quelli alla politica agricola, che continua a mangiarsi quasi la metà del bilancio europeo.
Ma che il Belpaese non goda di grande credito presso i parrucconi di Bruxelles è cosa nota, come testimoniato dalle rimostranze che alcuni Paesi (sempre i soliti) hanno fatto di fronte alla concessione dei 670 milioni di euro per la ricostruzione in Emilia. Nei palazzi del potere di Berlino, Amsterdam, Londra ed Helsinki ci vedono come spreconi e inaffidabili, dimenticando che l’Emilia è in realtà uno dei maggiori siti produttivi del continente, dove la gente mangia per quel che lavora.
A quanto pare i cari, vecchi pregiudizi e luoghi comuni contano molto di più della realtà, quando riferiti ai parenti vicini e lontani. Come in ogni “grande famiglia” che si rispetti.